Non può essere trascritto nei registri dello Stato civile italiano il provvedimento di un giudice straniero con cui è stato accertato il rapporto di filiazione tra un minore nato all'estero mediante il ricorso alla gpa e un soggetto che non abbia con lo stesso alcun rapporto biologico (il cosiddetto 'genitore d'intenzione').

Lo hanno deciso le Sezioni unite della Cassazione con la sentenza 12193/2019, rigettando la domanda di riconoscimento dell'efficacia del provvedimento che riguardava due minori concepiti da uno dei componenti di una coppia omosessuale di Trento mediante il ricorso alla procreazione medicalmente assistita con la collaborazione di due donne, una delle quali aveva messo a disposizione gli ovociti, mentre l'altra aveva provveduto alla gestazione.

La Corte, come spiegato in una nota illustrativa, ha ritenuto che il riconoscimento del rapporto di filiazione con l'altro componente della coppia «si ponesse in contrasto con il divieto della surrogazione di maternità», previsto dall'articolo 12, comma sesto, della legge 40 del 2004 in materia di procreazione assistita, «ravvisando in tale disposizione un principio di ordine pubblico, posto a tutela della dignità della gestante e dell'istituto dell'adozione».

È stato quindi chiarito che «la compatibilità con l'ordine pubblico, richiesta ai fini del riconoscimento - spiega la Cassazione - dev'essere valutata alla stregua non solo dei principi fondamentali della Costituzione e di quelli consacrati nelle fonti internazionali e sovranazionali, ma anche del modo in cui gli stessi hanno trovato attuazione nella legislazione ordinaria, nonché dell'interpretazione fornitane dalla giurisprudenza». Infine, con la sentenza è stato precisato che «i valori tutelati dal predetto divieto, ritenuti dal legislatore prevalenti sull'interesse del minore, non escludono la possibilità di attribuire rilievo al rapporto genitoriale, mediante il ricorso ad altri strumenti giuridici, quali l'adozione in casi particolari».

Serie riserve sul verdetto sono state espresse dall’avvocato Alexander Schuster, legale della coppia trentina che in un comunicato ha dichiarato: 

«La sentenza 12193/2019 delle Sezioni unite sul caso della trascrizione di un atto di nascita con due padri fissa alcuni punti importanti, ma complessivamente non è condivisibile per l’esito a cui perviene. Sorprende la decisione, perché tutti gli altri giudici italiani hanno sempre tutelato i minori coinvolti dando il riconoscimento.

È senz’altro positivo che le Sezioni unite mettano “in sicurezza” l’adozione in casi particolari (ex art. 44, legge n. 184/1983, erroneamente chiamata step-child): essa è definitivamente il rimedio utilizzabile per tutelare i minori, quindi utilizzabile anche da single, coppie conviventi e omosessuali. La Corte, poi, ribadisce che l’ordine pubblico è un concetto mutevole nel tempo. Vi è, quindi, speranza che, una volta che in Italia si comprenda meglio cosa realmente sia la surrogazione di maternità, la Cassazione riconsideri gli interessi in gioco e pervenga ad un esito diverso. Infine, correttamente la Corte non segue le tesi che indicavano nell’orientamento sessuale e nel sesso dei genitori l’ostacolo al riconoscimento: il discorso degli Ermellini è del tutto neutro e considera il “genitore intenzionale”. Ciò implica anche, però, che gli esiti della sentenza si ripercuotano sul riconoscimento non solo del padre intenzionale, ma anche della madre intenzionale.

La sentenza di oggi, tuttavia, è complessivamente negativa. Da una parte mina le basi di uno Stato liberale nel momento in cui riconosce al Ministero dell’interno, quindi al Governo, al fine di tutelare la «corretta ed uniforme applicazione della legge», «un autonomo interesse, concreto ed attuale», perché un tale interesse consentirà in astratto al Governo di intervenire nei processi che riguardano la vita delle persone, dalla nascita al matrimonio, dal divorzio alla morte.

Non è nemmeno condivisibile la valutazione negativa data della gestazione per altri. Essa si declina in tante modalità, da quelle che certo fanno dubitare della libertà della donna a quelle, come in Canada o nel Regno unito, assolutamente garantiste di tutte le parti coinvolte. Le Sezioni unite “fanno di tutta un’erba un fascio” e ciò non è condivisibile.

Quanto è più grave, ignorano la decisione della Grande camera della Corte europea per i diritti umani del 10 aprile scorso sul tema della tutela del minore nato da GPA. L’adozione italiana ex art. 44 non risponde ai requisiti posti dalla Corte. Alla famiglia di Trento è quindi data ora la possibilità di proporre ricorso a Strasburgo per violazione degli interessi dei bambini, tutelati dall’art. 8 della Convenzione europea».

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Dopo Livorno, Pisa, Roma e Milano anche il Tribunale di Trapani è intervenuto sulla questione del riconoscimento genitoriale in riferimento a una coppia di due uomini.

Si tratta di Francesco Colonna e Leonardo Palazzolo, che, sposatisi negli Stati Uniti nel 2013, sono diventati, nell'agosto 2017, padri di due gemelli nati in California tramite gpa.  Ottenuti dalle autorità statunitensi i certificati di nascita dei bambini nel 2018, hanno fatto successiva richiesta di trascrizione al Comune di Trapani. Ma nel marzo scorso da Palazzo d'Alì è arrivato un netto rifiuto.

Assistita dagli avvocati Manuel Girola, Giacomo Cardaci e Luca Di Gaetano, soci di Rete Lenford-Avvocatura per i diritti Lgbti, la coppia si è allora rivolta al Tribunale. In poco più di un mese i magistrati, applicando in maniera costituzionalmente orientata le leggi vigenti, hanno ordinato al Comune di trascrivere i certificati di nascita con l’indicazione di entrambi i papà. 

«Il giudici di Trapani hanno ribadito quanto già stabilito da altri Tribunali - hanno commentato i legali -, cioè che la trascrizione dell’atto di nascita con due padri non è contraria all’ordine pubblico. Anche nel decreto di Trapani, infatti, si sottolinea che il mancato riconoscimento di entrambi i papà rappresenterebbe per i bambini una “ingiustificata e intollerabile” discriminazione, in quanto quest’ultimi non vedrebbero “legalmente riconosciuta" la loro identità sociale di figli della coppia, senza tacere delle conseguenze anche patrimoniali».

Per Miryam Camilleri, presidente di Rete Lenford, «la decisione del Tribunale di Trapani si inserisce nella scia di quanto stabilito di recente anche dalla Corte europea dei diritti Umani (Cedu), ovvero che il minore deve essere riconosciuto come figlio di entrambi i genitori in base al suo diritto al rispetto della vita privata, stabilito dall’articolo 8 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.

Secondo la Cedu, infatti, i diritti dei bambini prevalgono sulle scelte degli Stati in materia di gpa. In tal senso, auspico che il dibattuto sulla filiazione per le coppie dello stesso sesso non riguardi più il modo in cui le persone diventano genitori. Ma si possa finalmente discutere di genitorialità omosessuale tenendo in considerazione tutte le forme di filiazione, compresa l’adozione esterna alla coppia, come già accade in molti Stati europei».

La decisione del Tribunale di Trapani non poteva non riempire di gioia Francesco e Leonardo, che solo alcuni giorni fa avevano pubblicato su Facebook un disegno altamente significativo. Quello che li ritrae coi loro bambini tra le braccia. Quello che li ritrae come famiglia.

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Le associazioni Lgbti emiliano-romagnole non si rassegnano a quella che appare sempre più come un’operazione d’affossamento del pdl regionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere.

Tornando all'attacco, in una lunga lettera aperta, scritta da Vincenzo Branà (presidente del Cassero Lgbti Center) e cofirmata da Chiara Calestani (Associazione Lgbti Aldo Braibanti di Parma), Eva Croce (Arcigay Ferrara), Ciro Di Maio (Arcigay Ravenna), Francesco Donini (Arcigay Modena), Alberto Nicolini (Arcigay Reggio Emilia) e Marco Tonti (Arcigay Rimini), si ricorda il «retroscena» in base al quale il Pd avrebbe rassicurato nei mesi scorsi le Acli sul fatto che la legge non si sarebbe fatta o sarebbe passata con l'oramai famigerato emendamento anti-gpa a firma Paruolo-Boschini. Ebbene quello scenario, osservano i firmatari, «si sta avverando, in maniera pedissequa». 

I presidenti citano a questo proposito anche le dichiarazioni di Francesca Puglisi, candidata del Pd alle imminenti europee, così coe riportate in un post di Chiara Pazzaglia, portavoce delle Acli di Bologna, dove l'ex deputata è stata appunto ospite nei giorni addietro: «Piuttosto che una cattiva legge regionale meglio nessuna legge regionale. E questo a fronte dei contrasti e delle divisioni interne che ci sono state».

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Proprio ciò, affermano i firmatari, che il capogruppo Pd in Regione Stefano Caliandro e il segretario regionale del partito Paolo Calvano avrebbero assicurato alle Acli in un «incontro privato». Siccome, «ovviamente, i retroscena, quando non possono contare su prove concrete - scrivono- vanno tutti verificati. Perciò chiediamo, semplicemente: tutto questo è vero? Se non lo fosse in Pd avrebbe una strada facile per smentire questa storia: approvare subito una buona legge, senza quell'emendamento e in barba alle malelingue».

Attacco frontale poi contro i consiglieri dem, che hanno firmato l'emendamento XXIV (Paruolo-Boschini) anti-gpa.

«È legittimo - si legge - che Paruolo e gli altri nove consiglieri abbiano una posizione proibizionista sulla gpa e sulla prostituzione. Ma in democrazia le idee diverse di confrontano e si misurano con la scala del consenso. Quando invece si tenta di vietare a priori l'espressione di posizioni diverse, esiste una sola parola: fascismo. È questo che vogliono fare nove consiglieri del Pd?».

Con quell'emendamento, sostengono infatti i firmatari del testo, «si vuole tenere in ostaggio l'intera maggioranza. O così o niente. Una prova di forza tra correnti di partito, un ricatto, un modo attraverso il quale una minoranza impone la sua dittatura. E infatti gli otto firmatari (in gran parte muti) tacciono proprio tutti e tutte su un punto: ma senza quell'emendamento la legge loro la voterebbero? Su questo sarebbe onesto che i rappresentanti dei cittadini della nostra regione dicessero una parola chiara: sì o no».

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Nei casi di gestazione per altri gli Stati devono riconoscere legalmente, in nome dell'interesse del minore, il legame genitore-figlio con la madre intenzionale (non biologica) indicata come 'madre legale' nei certificati di nascita di altri Paesi. Per farlo si può ricorrere tanto alla trascrizione immediata all’anagrafe oppure ad altrui meccanismi quali l'adozione. Questa la decisione dalla Corte europea dei diritti dell'uomo a seguito della richiesta della Corte di Cassazione francese sul caso dei coniugi Sylvie e Dominique Mennesson.

Per il collegio giudicante, presieduto da Guido Raimondi, il mancato riconoscimento legale di un legame tra il minore nato all'estero dalla gestazione per altri e la madre intenzionale ha un impatto negativo su diversi aspetti del diritto al rispetto della vita privata del minore. Nonostante la Cedu riconosca che altre considerazioni potrebbero pesare sfavorevolmente su questo riconoscimento, allo stesso tempo osserva che il miglior interesse del minore richiede anche l'identificazione legale delle persone responsabili per la sua crescita e il suo benessere.

La Corte di Strasburgo ritiene quindi che l'impossibilità generale e assoluta di riconoscere legalmente il legame tra minore e madre intenzionale sia incompatibile con la protezione del migliore interesse del minore. I togati hanno tuttavia evidenziato come questo consenta, ma certo non impone, allo Stato di riconoscere sin dall'inizio la madre intenzionale quale genitore sul certificato di nascita.

È la prima volta che a Strasburgo si utilizza la procedura dell'opinione. Questa nuova possibilità permette alla Cedu di rispondere a domande poste dalle Corti nazionali di ultima istanza su casi concreti in riferimento ai quali stanno decidendo. L'advisory opinion della Corte di Strasburgo non è vincolante per i 47 Stati del Consiglio d’Europa ma fornisce loro l'interpretazione sull'applicazione della Convenzione europea dei diritti umani a un caso concretoNel caso specifico essa è stata adottata all'unanimità dai 17 giudici, costituenti la specifica Grand Chambre.

Il parere dell'avvocato Alexander Schuster

L'advisory opinion è stata così valutata dal noto avvocato Alexander Schuster: “La decisione della Corte europea per i diritti umani sul riconoscimento che spetta al genitore intenzionale nel caso di gestazione per altri è un giusto equilibrio. Il pronunciamento è positivo, tutto è legato alla procedura, che spetta agli Stati come competenza. Il riconoscimento del minore si può fare in automatico oppure in un secondo momento, fondamentale però è avere le condizioni appropriate per farlo in tempi brevi.

Per non creare un 'vuoto giuridico' il procedimento deve essere il più rapido possibile. Se non si dà il riconoscimento al genitore intenzionale sin dall'inizio, la procedura deve evitare carenze di tutela, cioè essere un meccanismo effettivo, con condizioni appropriate e sfociare in una decisione assunta in tempi rapidi, ponendo sempre in primo piano l'interesse del minore".

Come noto, Schuster difende una coppia omosessuale sposata secondo la legge canadese, che chiede la genitorialità senza ricorrere alla possibilità dell'adozione in casi particolari, ma anche il riconoscimento del diritto del genitore non biologico, a prescindere dal sesso, nel caso di gestazioni per altri. Il caso, su cui si attende un pronunciamento, è al vaglio delle Sezioni unite della Cassazione. La Corte d'Appello di Trento, infatti, aveva detto sì alla trascrizione del nome del secondo papà sull'atto di nascita di due bambini nati in Canada con la tecnica della gestazione per altri.

"C'è speranza che le Sezioni unite - ha spiegato Schuster - considerino la procedura che abbiamo seguito a Trento un 'meccanismo' idoneo per determinare il riconoscimento dello status di padre intenzionale. Per certo non è un meccanismo idoneo l'adozione in casi particolari, a cui può accedere oggi il partner dello stesso sesso del genitore biologico. Si tratta, infatti, di un'adozione debole, senza quella equivalenza di effetti che la Corte richiede affinché la soluzione alternativa alla trascrizione sia rispettosa della Convenzione europea".

Lo Giudice (Pd): «Decisione illuminante che dovrebbe far riflettere anche in Emilia-Romagna» 

Per Sergio Lo Giudice, presidente di ReteDem e componente della direzione del Pd, «con una sentenza che farà storia, la Corte europea dei diritti umani impone agli Stati aderenti il  riconoscimento del pieno legame genitoriale fra il genitore intenzionale e il figlio nato attraverso gestazione per altri o altre. Una risposta forte anche a chi a casa nostra vorrebbe mettere nuovi ostacoli al riconoscimento dei diritti dei bambini arcobaleno».

Facendo inoltre riferimento alla bagarre scoppiata oggi in Regione Emilia-Romagna, Lo Giudice ha osservato: «La sentenza contiene un passaggio illuminante rispetto alla surreale discussione di questi giorni sull’emendamento anti gpa alla legge regionale contro l’omotransfobia dell’Emilia Romagna. Mentre si afferma che l’interesse del bambino al riconoscimento dei due genitori è superiore ad ogni altra  considerazione, si ricorda come la maternità surrogata possa essere “a rischio di abusi”. 

Una distanza chiara e netta da chi vorrebbe considerarla come un abuso in sé o addirittura una violazione in sé della dignità della donna. Peraltro va aggiunto che quel rischio di abusi può essere abbattuto con legislazioni attente e severe come quelle vigenti nel Regno Unito, in Canada, in California, o in Portogallo. 

Ancora una volta Strasburgo ricorda all’Italia che la strada del riconoscimento delle libertà e dei diritti di tutte e tutti non passa da ideologismi o integralismi ma da un’attenta considerazione delle condizioni reali  in cui si svolgono le relazioni fra le persone»

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Benché le associazioni femministe dell’area emiliano-romagnola (dalla Casa delle Donne a Non una di meno) nonché quelle Lgbt abbiano criticato senza e senza ma l’emendamento Boschini-Paruolo (Pd) al pdl regionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere, ArciLesbica Nazionale ha invece espresso pubblico plauso al riguardo. Anche se la questione surrogacy con l’omotransfobia c’entri come il cavolo a merenda.

Come prevedibile – data l’ossessione per il tema da parte di un’associazione che lo scorso anno ha perso, fra i vari circoli disaffiliatisi, anche quello di Bologna -, la presidente nazionale Cristina Gramolini ha dichiarato all’agenzia Dire: «Una legge contro l'omofobia la chiediamo da anni. Ma qualcuno vorrebbe utilizzarla per far passare l'autorizzazione a comprare figli all'estero, nonostante in Italia sia vietato dalla legge. Fare mercato di esseri umani è presentarla come libertà.

Io sono contenta se il Pd esce da questa ambiguità. Ci sono quattro scalmanati che lo ricattano, ma gran parte delle persone progressiste sono contro l'utero in affitto. Non è vero che lottare contro l'utero in affitto è di destra: è di sinistra. Noi siamo andate a manifestare a Verona. Non siamo rappresentate da Pillon, ma dal centrosinistra. Spero che il Pd ci dia modo di essere rappresentate». 

Non senza, poi, l’argomento vittimistico finale di essere «state cacciate dal Cassero per l'utero in affitto», sulla cui totale infondatezza ha così scritto su Fb Vincenzo Branà, presidente della storica associazione bolognese: «Cristina Gramolini è una bugiarda. Abbiamo partecipato assieme a una riunione in Comune affinché i loro progetti rientrassero nella coprogettazione.

Ma al termine dell'istruttoria pubblica, il Comune di Bologna - e non il Cassero - ha dato il suo diniego. Mi meraviglio di chi le dà ancora retta».

Ma a dare in serata una decisa risposta critica a Gramolini ci ha pensato l’ex deputata Titti De Simone, che è attualmente consigliera politica del presidente della Regione Puglia Michele Emiliano per l’Attuazione del programma ma che, dal 1996 al 2005, ha guidato ArciLesbica come prima presidente nazionale.

Raggiunta da Gaynews, De Simone ha dichiarato: «Concordo con le dichiarazioni del sindaco di Bologna. Trovo sbagliato che si introduca strumentalmente il tema della gpa, peraltro vietata in Italia, per contrastare la legge contro l’omotransfobia che è una vera emergenza visto l’aumento del bullismo nelle scuole.

Siamo in una fase molto preoccupante per i diritti delle persone Lgbt con un attacco frontale alle famiglie omogenitoriali e ai figli delle persone  omosessuali. Cosa inaccettabile per un Paese civile».

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Dopo ben cinque provvedimenti emessi dal Tribunale civile di Milano perché l'Anagrafe comunale procedesse alla trascrizione di atti di nascita esteri di figlie/i di due papà (la prima a ottobre del 2018), da Palazzo Marino finalmente un segnale di svolta.

È stata infatti riconosciuta in via amministrativa – senza cioè un ordine in tal senso da parte dei giudici – una famiglia con due padri, seguiti dall'avvocata nonché socia di Rete Lenford Susanna Lollini.

A darne notizia in una nota Famiglie Arcobaleno, che ha informato come i genitori avessero «avuto due figli concepiti tramite gestazione per altri negli Stati Uniti, oggi di 1 e 5 anni. Per il primo figlio la coppia aveva avuto un provvedimento giudiziario favorevole al riconoscimento della doppia paternità nel 2018.

Nel secondo caso invece la Giunta aveva deciso di sospendere le trascrizioni per i bambini e le bambine figli di coppie gay, decisione che Famiglie Arcobaleno ha denunciato come discriminatoria.

La coppia di padri, dopo lungo confronto con l’amministrazione, ha formalizzato la richiesta allo Stato civile per il riconoscimento del secondo figlio ai primi di novembre. Non ricevendo risposta dopo i canonici 30 giorni, i genitori si sono rivolti al Tribunale che con una pronuncia del 20 febbraio, pur lasciando libertà agli uffici di decidere per l’accettazione o il diniego, ha ordinato di provvedere entro trenta giorni, “riservando all’esito ogni determinazione". Il Comune ha deciso di trascrivere senza attendere la pronuncia del Tribunale, del quale comunque è noto l'orientamento favorevole».

Al riguardo così si è espressa Marilena Grassadonia, presidente di Famiglie Arcobaleno: «Per noi è un’importante passo in avanti in una città dove sono numerose le famiglie con due padri.

Avremmo sperato che il sindaco Giuseppe Sala si muovesse in questa direzione prima, ma oggi quello che conta è che sia stato raggiunto un importante risultato che, ci auguriamo, indichi un cambio di rotta di cui potranno beneficiare altre coppie, senza dover più intraprendere la lunga strada dei ricorsi legali».

Raggiunta telefonicamente, Diana De Marchi, consigliera comunale (Pd) e presidente della Commissione Pari Opportunità e Diritti Civili, ha espresso viva soddisfazione dichiarando a Gaynews: «Condivido e apprezzo la scelta del nostro sindaco di procedere senza aspettare il Tribunale come avevamo chiesto a maggioranza».

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Ennesimo richiamo da parte del Tribunale di Milano al sindaco Giuseppe Sala, che, ha ricevuto, nel giro di pochi mesi, l’ordine di trascrivere i certificati di nascita esteri d’una coppia di gemelli, figli di due papà. Si tratta per l’esattezza della quinta volta.

Divenuto definitivo il 26 febbraio scorso, il provvedimento emesso rileva come, senza l’immediata trascrizione, vengano così negati a bambini e bambine diritti fondamentali quali l’identità personale, la bigenitorialità, «la vita privata, la sicurezza del mantenimento dei legami con la propria famiglia (intesa in senso sociale e non biologico - genetico)».

Il caso in questione presenta un indubbio elemento di novitas dal momento che il ricorso è stato presentato in assenza di un formale rifiuto del Comune di Milano di trascrivere il certificato di nascita integrale, formato negli Stati Uniti. Il Comune - nonostante i solleciti della coppia di padri - non ha provveduto ad adottare alcun provvedimento entro il termine stabilito dalla legge. Pertanto, il Tribunale ha sottolineato che il silenzio del Comune equivale, di fatto, a un rifiuto.

I legali dei genitori, Giacomo Cardaci, Manuel Girola, Luca Di Gaetano, soci di Rete Lenford-Avvocatura per i diritti Lgbti, hanno affermato al riguardo: «La decisione del Tribunale di Milano, arrivata dopo 13 giorni dal deposito del ricorso, dimostra che per garantire i diritti fondamentali, specie dei bambini, servono decisioni rapide e che esiste ormai un orientamento consolidato». 

Sulla questione è intervenuta anche l'avvocata Myriam Camilleri, presidente di Rete Lenford, che ha dichiarato: «Le molteplici decisioni del Tribunale di Milano rendono chiaro che il rifiuto, così come il silenzio del Comune di Milano sono diventati incomprensibili. Non vogliamo entrare in conflitto con l’Amministrazione, ma è necessario farle arrivare chiaro il messaggio che non può più costringere le coppie di padri a dover ricorrere alla magistratura per garantire i diritti fondamentali dei loro figli e delle loro figlie».

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A due anni di distanza dalla nascita è stata finalmente riconosciuta a Ethan Dvash-Banks la cittadinanza statunitense da parte di John F. Walter, giudice federale della California. Anzi, secondo il magistrato, il piccolo sarebbe dovuto essere considerato cittadino americano sin da quando venne alla luce al pari di suo fratello gemello Aiden.

Nati in Canada nel 2016 a seguito di gpa, Ethan e Aiden sono stati concepiti attraverso la rispettiva donazione di sperma da parte della coppia di coniugi Elad e Andrew, israeliano l’uno, statunitense l’altro. Ma quando, alcuni mesi dopo la nascita dei gemelli, la famiglia si trasferì negli Stati Uniti, a Ethan fu negata la cittadinanza statunitense, non essendone Elad, il padre biologico, in possesso

«Questa è una grande vittoria per Ethan Dvash-Banks e la sua famiglia - ha detto Aaron C. Morris, direttore esecutivo di Immigration Equality -. Ethan non sarà più considerato il fratello gemello, senza identità, di Aiden».

Nel negare all’epoca lo status di cittadino americano a Ethan, il Dipartimento di Stato aveva sostenuto che stava semplicemente seguendo la regola secondo cui un bambino, nato all'estero, dev’essere biologicamente imparentato con un genitore statunitense per essere a sua volta considerato tale. 

«Sebbene questa sentenza non invalidi esplicitamente la normativa del Dipartimento di Stato, è un segnale forte in tal senso – ha aggiunto Morris -. Continueremo a combattere fino a quando tutte le coppie dello stesso sesso vedranno le loro famiglie riconosciute a pieno titolo». 

I genitori, da parte loro, hanno espresso grande soddisfazione e sollievo. «Per due anni è stato un peso quotidiano - ha detto Andrew Dvash-Banks -. Ogni notte è stata per noi un’angoscia non sapere se a Ethan sarebbe stato permesso o meni di rimanere negli Stati Uniti».

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Sgozzate quella cagna comunista e parassita.

In quelle parole scritte si concentrano i più classici degli stereotipi maschilisti e razzisti: la donna presentata come donnaccia (letteralmente cagna, ndr), la punizione violenta da parte dell’altro, identificabile in chi, nell'immaginario comune, proviene da Paesi, dove lo sgozzamento è subito associato al terrorismo islamici.

Un messaggio di morte che lo scorso lunedì è stato indirizzato alla consigliera dem del Comune di Milano Diana De Marchi - che presiede la Commissione Pari Opportunità e Diritti Civili -, ospite di una locale trasmissione televisiva di Milano. Episodio che De Marchi ha denunciato pubblicamente in un post sul suo profilo Facebook e alle autorità.

A sette giorni esatti da quell’episodio l’assessora Diana De Marchi parla a mente più serena e lucida di quello che le è successo, di violenza contro donne, di discorso di odio e di differenze come valore.

Un lunedì come oggi, proprio sette giorni fa, è stata vittima di minacce di morte. A distanza di tempo, come rivede e giudica quell’episodio?

Quelle parole mi hanno subito sconvolta, ma devo dire che dopo, riflettendoci sopra, ho trovato quei termini interessanti, con rimandi spaventosi ai quali, a dire il vero, subito non avevo pensato a fondo. Quelle parole sono scelte ben precise, così come la definizione di “cagna” per dire donnaccia. Insomma, è stato messo dentro di tutto, dalla religione alla violenza sulle donne. Ecco, credo che dobbiamo ribellarci fortemente a questo. Se ci riflettiamo, anche nel contrasto del dibattito politico noi donne finiamo sempre con l’essere isolate perché tentano di metterci in una condizione di debolezza, dicendo cose gravissime a livello personale, intimo. Diventa un modo per evitare che una donna possa reagire, una forma di maschilismo spaventoso.

Se fosse identificata, non so cosa direi a quella persona, che immagino sia un uomo. Ritengo però che farò, come mi è stato suggerito, un’azione condivisa, costituendomi parte civile assieme ad associazioni donne e di uomini che lavorano per i diritti. Non cerco vendetta, mi metterei al suo stesso livello. 

Una cosa la voglio dire: al di là della solidarietà importante che mi ha espresso il mio partito, e una parte del centro destra, la cosa che mi ha più meravigliato e mi ha fatto piacere è stato ricevere attestati di solidarietà da associazioni come Agedo, Anpi, Non una di meno, Se non ora quando, la Rete delle Reti, realtà con le quali il Pd non ha dei veri contatti. Ma soprattutto dalle persone comuni. Ho trovato che per fortuna c’è una società civile che reagisce e che non apprezza un certo modo di stare e di rapportarsi con gli altri, ed è contraria a una deriva culturalmente orribile che sta dilagando nel quotidiano di parlarsi usando parole aggressive e violente. Occorre responsabilizzare di più le persone, a tutti i livelli, Non è la prima volta che sono stata attaccata in quel modo, ma è la prima volta che ho apertamente raccontato com’è andata, perché credo che la condivisione sia ciò di cui abbiamo bisogno. 

Eppure, nonostante gli attestati di solidarietà, nei vari commenti dei social la violenza verbale ha raggiunto livelli altissimi. 

Non credo si possa parlare di sovraesposizione. Mi rendo conto che ormai un po’ tutti quanti noi ci lasciamo trascinare, non dico dall’odio, ma dall’aggressività, ad esempio quando veniamo attaccati o provocati. È un modo di rispondere che forse prende tutti. 

Sul come fare a contrastare queste forme di violenza, anche se ripeto c’è una società civile diversa che si contrappone a tutto questo, non lo so ma è qualcosa che voglio capire per prima io stessa. Nelle scuole, dove lavoro, c’è una mobilitazione e c’è una risposta nei ragazzi i quali spesso usano questo linguaggio non per dire davvero quelle cose ma perché sono istintivi o più semplicemente perché si è abituati a sentire alcune espressioni.

Per quanto riguarda i social, non vedere una persona concreta di fianco fa pensare di essere autorizzati a dire cose che altrimenti non si direbbero di presenza. Per questo occorre intervenire facendo capire che anche nei social si parla sempre con una persona e di conseguenza si è responsabili delle proprie parole.  

Rimanendo ancora nei social, tra i commenti più ricorrenti contro la “vecchia politica” c’è l’immancabile “e allora il Pd”?. Ma non sarà che, negli ultimi anni, il Pd e la sinistra si sono scollegati dalla realtà lasciando di fatto un vuoto?

Non nego che il Pd abbia fatto errori enormi che si sono visti coi risultati delle elezioni, tuttavia credo che questo chiudersi in se stesso non sia stato una scelta di slegarsi dalla realtà, ma che ci sia veramente persi, anche in una battaglia di impegno e di convinzione di essere sulla strada giusta, però senza ascoltare chi dava una opinione diversa. Il risultato è stato diventare troppo distanti, indipendentemente dall’obiettivo giusto e guidati dall’idea del “ci siamo noi che ci stiamo lavorando, poi capirete”. 

Tuttavia, secondo me, l’elemento delle relazioni avvicina tutte quelle persone che sono contrarie al clima che si è creato e che, indipendentemente dall’orientamento politico anche di chi ha fatto una scelta di protesta e oggi si pente, insieme vogliono cambiare questo modo aggressivo di stare insieme. Le donne, poi, in questi discorsi di odio sono sempre le prime vittime perché la differenza viene fatta diventare diseguaglianza, mentre invece dobbiamo riportarla come ricchezza. Un lavoro che proprio a partire dalle donne diventa preziosissimo e che vale per tutte le differenze. 

In tema di differenza, donne e rifiuto dell’aggressività e dell’odio, lei si è schierata apertamente per la trascrizione in anagrafe dei bambini figli di due papà. Questo, mentre da una parte il sindaco Sala ancora temporeggia in attesa di una sentenza della Corte di Cassazione a Sezioni Unite e, dall’altra, qualche associazione Lgbti e alcune femministe si sono dette fortemente contrarie, fino a osteggiarla. A che punto è la trascrizione e cosa pensa di queste critiche così aspre? 

Come Consiglio comunale abbiamo deciso, a maggioranza, di portare avanti queste trascrizioni, di muoverci per quelle che hanno fatto richiesta e di lavorare perché siano recepite senza barriere e ostacoli, anche per dare il segnale che non siano le sentenze a darci le indicazioni. Purtroppo, al momento, siamo bloccati con il Piano di Governo del Territorio che sta richiedendo più tempo del previsto e poi deve esserci un passaggio in Aula. 

Parliamo di un tema molto dibattuto e non mi riferisco tanto a quello della trascrizione, quanto proprio a quello della gestazione per altri, un tema che non è mai stato affrontato in modo approfondito anche all’interno dello stesso Pd e sul quale quindi siamo impreparati.

Personalmente non mi aspettavo che ci fossero anche all’interno del partito tante difficoltà, ma mi sono resa conto che manca la conoscenza e quindi, proprio perché non si hanno gli strumenti, alcuni slogan si acquisiscono con più facilità. Non credo si tratti di contrarietà, quanto piuttosto di non conoscenza di cosa si parla davvero. Per fortuna il nostro partito, secondo me, ha al suo interno posizioni diverse che fanno comprendere le visioni e i bisogni di più parti. Però è chiaro che alla fine occorre prendere delle decisioni e scegliere, ma non vogliamo restare ostaggio della non conoscenza. Io ho preso l’impegno di lavorare proprio su questo tema.

Per quanto riguarda, invece, gli attacchi, Marina Terragni ha fatto proprio su di me anche un blog che ha portato ovunque. Ma credo che anche quello non sia un modo di confrontarsi. Non si può dire “se accetti le trascrizioni allora sostieni lo sfruttamento del corpo delle donne”, perché le due cose non vanno assolutamente in automatico. Oltretutto è una cosa gravissima, anche nella dichiarazione, perché rivela una incapacità di conoscere le situazioni e di capirle e una non volontà di confrontarsi. Insisto invece che su questo bisogna lavorare. 

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In vista delle elezioni regionali del 10 febbraio Matteo Salvini, con lo slogan Mandiamo a casa la sinistra anche in Abruzzo, sta oggi percorrendo per i relativi comizi la provincia di Teramo.

Mentre è in corso quello di Atri, stamani il segretario della Lega ha visitato prima il mercato comunale di Campli (mostrandosi ora in giacca della Polizia di Stato ora in felpa azzurra con la scritta Abruzzo), quindi si è spostato a Sant’Egidio alla Vibrata (dove, alla fine del suo intervento, ha indossato una giacca della Polizia Penitenziaria, corpo delle forze dell'ordine, che, fra l'altro, dipende dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia).

In una piazza gremita il ministro dell’Interno ha arringato la folla con un discorso in cui si sono intrecciati temi diversi: dallo smantellamento della riforma Fornero alle politiche messe in campo in materia migratoria, indicando costantemente le persone fuggite su imbarcazioni di fortuna e, spesso tratte in salvo dalle ong, come clandestine. Discorso, interrotto da applausi scroscianti, misti ad acclamazioni osannanti, in una piazza dominata dalla croce, simbolo cristiano per eccellenza di carità, sormontante la facciata della chiesa parrocchiale.

«Ripartiamo dalla vita reale, dalle mamme… Attenzione! - ha detto a un tratto -. Ho detto mamme e papà, perché è uno dei primi scontri che ho dovuto sostenere quando sono arrivato al ministero dell’Interno e a costo zero. Perché al di là del lavoro, che è fondamentale, dei soldi, del mutuo, della bolletta della luce, l’uomo e la donna, però, sono anche dei valori reali, dei simboli.

Io ho reintrodotto sui moduli per chiedere la carta d’identità elettronica due parole, che qualcuno aveva tolto perché davano fastidio: mamma e papà. Non c’è genitore 1, genitore 2, genitore 32. C’è la mamma e c’è il papà. E io, finché campo, mi batterò perché ognuno sia libero di vivere la sua vita privata come vuole, con chi vuole e facendo quello che vuole. Nel senso che voi, finito questo incontro, tornate a casa, non mi interessa con chi sarete a pranzo, con chi guarderete la televisione, con chi farete l’amore questa sera. Ognuno a casa sua fa quello che vuole, con chi vuole.

Ma il diritto dei bambini ad avere una mamma e un papà lo difenderò finché campo. Combatterò l’utero in affitto, le adozioni gay, i bambini in vendita come al centro commerciale, le schifezze indegne di un Paese civile. L’egosimo degli adulti sulla pelle dei bambini, no».

Al di là dell’accostamento ancora una volta indebito tra “utero in affitto” – ignorando o volutamente omettendo che la gestazione per altri è una pratica medica, cui ricorrono in percentuale maggioritaria le coppie eterosessuali sterili – e “adozioni gay”, Salvini è tornato a mentire sulla questione modulistica, dove fra l’altro non è mai comparsa la dicitura genitore 1, genitore 2.

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