Il 28 luglio scorso l’ex senatore Sergio Lo Giudice è stato nominato responsabile del Dipartimento Diritti civili del Pd.

Un incarico di particolare significato per un uomo da sempre impegnato (prima in qualità di attivista e presidente di Arcigay, quindi in quella di parlamentare della XVII° legislatura) nelle lotte di rivendicazione per la piena parità delle persone Lgbti e inclusione delle stesse.

Nonostante la sensibilità, la determinazione e l’attenzione con cui Lo Giudice ha affrontato tali battaglie, la sua nomina ha destato critiche e reazioni anche all’interno della stessa collettività arcobaleno.

Non senza punte di parossismo, come nel caso di ArciLesbica Nazionale, che ha nuovamente agitato lo spettro di un conseguente sostegno alla pratica della gpa (volutamente indicata coi termini spregiativi di utero in affitto).

A poco più di due settimane dall’assegnazione della carica abbiamo contattato il neoresponsabile del Dipartimento Diritti Civili, per raccoglierne valutazioni e fare il punto sull’attuale situazione politica del Paese.

Professore Lo Giudice, con quali aspettative e quali prospettive ha accolto una tale nomina?

La nomina mi ha fatto certamente piacere: ha significato un riconoscimento delle esperienze collettive da cui provengo e un segno di attenzione del Pd a un tema troppo spesso  trascurato. Dai diritti dei detenuti a quelli delle minoranze etniche e religiose, dai temi Lgbti a quelli legati al fine vita sono tante le questioni aperte che riguardano il rispetto della sfera personale nel rapporto con lo Stato.

C’è tanto da fare anche se, in un momento in cui il Pd si avvia a congresso, il ruolo dei dipartimenti tematici si giocherà molto sulla attivazione di idee ed energie per ridisegnare il profilo di un partito rinnovato.

Come ha vissuto le critiche che le sono giunte da una parte del movimento Lgbti?

Alle critiche ci sono abituato: i temi legati ai diritti civili, soprattutto quelli che investono la sessualità o le relazioni familiari, creano dibattito, spesso acceso. Per quel che mi riguarda continuerò a usare le leve del dialogo e del confronto fra tutte le posizioni. Il Pd deve avere l’ambizione di essere il perno di un campo largo della sinistra. Il confronto fra posizioni diverse è inevitabile: è da qui che possono nascere sintesi nuove.

Questo governo sta mostrando un atteggiamento decisamente reazionario e retrivo rispetto ai diritti civili: secondo lei le persone Lgbti stanno correndo concreti pericoli?

Io non credo che questo governo riuscirà a realizzare granché di quello che minaccia e, comunque, i temi relativi ai diritti Lgbti non fanno parte dell’accordo di potere fra Lega e M5s. Ho un altro timore, che già vedo concretizzarsi: che la propaganda del governo nazionalpopulista e lo sdoganamento in atto dell’egoismo sociale e dell’odio verso le minoranze avvelenino i pozzi della convivenza civile. Si rischia di compromettere nel profondo quella cultura democratica e solidale fondata sulla Costituzione, che da 70 anni rappresenta il collante morale degli italiani.

Nel quadro politico attuale quale “ricetta” politica consiglierebbe per ristabilire un rapporto di fiducia tra elettorato e centrosinistra?

Il Pd ha già aperto un percorso congressuale che si concluderà entro il prossimo inverno. Sarà fondamentale che si dia vita a una discussione aperta a tutte quelle forze sociali, gruppi politici, cittadine e cittadini oggi senza appartenenza ma che sarebbero pronti a rimettersi in gioco di fronte a un progetto credibile per il Paese.

Secondo lei qual è stato l’errore maggiore che ha determinato un evidente scollamento tra le due parti?

Negli ultimi anni il Pd non è stato in grado di dare risposte adeguate a bisogni sociali nuovi, a un impoverimento crescente, alla frammentazione del mercato del lavoro. Su questi temi vanno ripensate le parole d’ordine e le ricette economiche, con la radicalità di chi vuole decisamente ridurre le diseguaglianze.

Guai però a pensare che un ritardo sulle questioni sociali sia conseguenza di quell’impegno sui diritti civili che nell’ultima legislatura ha prodotto leggi attese da troppo tempo come le unioni civili o il testamento biologico. Diritti civili e diritti sociali si tengono assieme, contrapporli sarebbe un errore da ogni punto di vista.

A novembre ci sarà il Congresso nazionale elettivo di Arcigay. Cosa si aspetta al riguardo?

Da quel congresso mi aspetto una riflessione a tutto campo su come stare in questa fase nuova. Arcigay rimane la più grande e strutturata associazione Lgbti italiana in un contesto in cui i bisogni della comunità sono sempre più articolati.

Secondo lei, su quale piano e in quale direzione dovrebbero essere intensificati gli sforzi di Arcigay per resistere al clima omotransfobico incalzante?

In questi anni sono emerse nuove identità prima nascoste, come quelle delle persone intersessuali, nuove realtà sociali come le famiglie arcobaleno, nuove risorse normative e giurisprudenziali.

Credo che questa complessità chiami Arcigay a un’azione intensa. Un’organizzazione così strutturata non ha pari in Europa: è una risorsa per l’intera comunità e per il Paese. Questo è un punto di forza, ma anche una bella responsabilità, che va assunta fino in fondo.

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Un’informazione mirata alle tematiche Lgbti è diventata sempre più importante nel panorama giornalistico dei nostri tempi. Non solo perché la collettività rainbow è riuscita a esprimere in maniera decisa le proprie istanze di rivendicazione. Ma anche perché si è registrata, nel tempo, una graduale e costante richiesta di notizie puntuali e corrette su la vita, la cultura e le politiche relative all’universo Lgbti.

Uno dei massimi riferimenti nazionali per tale informazione è, da qualche anno a questa parte, Francesco Lepore, latinista, saggista ed ex sacerdote: spirito brillante e anticonformista, dal maggio 2017 è caporedattore del quotidiano Lgbti online più “antico” d’Italia, cioè Gaynews.it, diretto da Franco Grillini, leader storico del movimento Lgbti italiano.

A lui Giovanni Caloggero, presidente di Arcigay Catania e consigliere nazionale di Arcigay nonché figura di spicco della lotta di rivendicazione per i diritti Lgbti in Italia, ha voluto porre alcune domande.

Francesco, com’è nato in te il desiderio di svolgere questo lavoro di informazione?

La passione per il giornalismo mi accompagna dall’adolescenza, trascorsa a Benevento. Scrivevo articoli di cultura per alcuni quotidiani e settimanali locali. Tale passione è stata poi coltivata negli anni di sacerdozio. Sì, perché ho esercitato il ministero presbiterale per sette anni, prima di deporre “la tonaca” nel 2006, per vivere apertamente la mia condizione omosessuale.

Durante il triennio di permanenza in Vaticano (2003-2006), dove sono stato officiale prima della Segreteria di Stato quale latinista poi della Biblioteca Apostolica Vaticana quale segretario del card. Jean-Louis Tauran, sono stato collaboratore della Terza Pagina de L’Osservatore Romano (il cui direttore dell’epoca Mario Agnes mi voleva bene come un figlio) e ho scritto, a volte, recensioni di libri per La Civiltà Cattolica.

Una volta abbandonato il ministero, è stato per me quasi conseguenziale dedicarmi a tempo pieno all’attività d’informazione. Ho fatto il mio praticantato presso la redazione di Sky TG24.it. Quindi il concorso per giornalista professionista, cui sono successivamente seguiti il master in Digital journalism presso la Pul, lo stage presso Huffington Post e l’impegno come caporedattore presso Pride Online.it e, a partire dal maggio 2017, presso Gaynews.it.

Tu non sei associato, crediamo, a nessuna organizzazione politica Lgbti: questo elemento costituisce per te un fattore positivo?

Sì, è così. Ciò costituisce, a mio parere, un fattore enormemente positivo, perché mi permette autonomia e indipendenza valutativa su quanto attiene al variegato universo associativo Lgbti italiano.

Il lavoro di giornalista richiede una deontologica equidistanza da ogni soggetto “politico” e, quindi, la massima oggettività nel racconto editoriale. Quanto ti impegna questa attività soprattutto nella ricerca delle fonti e dei fatti oggettivi?

Premesso che ognuno è soggetto a condizionamenti di vario tipo, pongo personalmente la massima cura nel garantire un’informazione che si attenga il più possibile all’oggettività. La ricerca è la stessa che attua qualsiasi giornalista innamorato della propria professione. Occupa, dunque, la maggior parte di ogni singola giornata.

Recentemente nell’accesissimo dibattito sulle ben note posizioni di ArciLesbica abbiamo rilevato toni assai forti e posizioni nettamente contrapposte da tutte le parti ivi comprese quelle di chi fa informazione. Quale è la posizione di Gaynews in merito? In particolare, ritieni questa vicenda come un momento dialettico forte dentro il movimento o pensi che ArciLesbica sia e debba essere considerata fuori dal movimento?

La posizione di Gaynews è totalmente scevra da ogni sorta di preclusione alla questione gpa, da cui appare invece ossessionata in maniera unilaterale ArciLesbica Nazionale. La dice lunga che a polarizzare quasi esclusivamente la loro attenzione sia la condanna di quanto, al pari di Lega, Fratelli d’Italia e cattoreazionari, chiamano con toni spregiativi “utero in affitto” – complesso lemmatico che connota negativamente a priori tale pratica di pma – . Condanna che va di pari passo con una visione biologistica non solo della maternità ma anche della femminilità, da cui scaturiscono i ben noti attacchi alle donne transgender non sottoposte a intervento chirurgico di riattribuzione del sesso. Sul resto, da parte loro, ne verbum quidem. Non meraviglia pertanto che, dopo l’ultimo congresso elettivo, molti circoli si siano disaffiliati e abbiano costituito quella nuova realtà che è Alfi.

Contrariamente a quanto vanno dichiarando nei loro comunicati – come l’ultimo sulla nomina di Sergio Lo Giudice a responsabile del Dipartimento Diritti civili del Pd – la maggior parte delle donne lesbiche italiane non si sente e non è affatto rappresentata da un’entità sempre più esigua ed esangue, che condivide le proprie vedute con partiti/enti parapolitici di destra e alcune frange conservatrici del femminismo italiano. Quindi più che considerare ArciLesbica al di fuori del movimento, ritengo che sia ArciLesbica ad essersi posta automaticamente fuori dal movimento con tali prese di posizione antilibertarie e antidialogiche.

Hai seguito, durante questa stagione di Onda Pride oramai quasi al termine, tutti i Pride dandone per ciascuno ampie informative senza tralasciarne nessuno. Quale è la tua valutazione di questa stagione?

L’Onda Pride 2018 è stata d’eccezionale importanza non tanto per il numero delle singole marce dell’orgoglio Lgbti e dei rispettivi partecipanti. Elemento, questo, non da poco, se si considera che il Roma Pride con le sue 500.000 presenze ha suscitato una reazione piccata da parte di Salvini. Ma è stato soprattuto d’eccezionale importanza, perché ha ricordato che le persone Lgbti non sono unicamente ricurve su sé stesse. Ma sentono come proprie le battaglie di tutte quelle minoranze, che vedono conculcati i propri diritti e la propria dignità da politiche sempre più fascisteggianti.

Catania e Siracusa sono state da te raccontate nei minimi dettagli prima, durante e dopo i rispettivi Pride. Hai rilevato delle peculiarità in queste due manifestazioni?

I Pride gemellati di Catania e Siracusa mi hanno affascinato per il loro documento politico e la scelta dello slogan quanto mai attuale Mare, Umanità, Resistenza. Quella resistenza, che le forze dell’ordine hanno tentato a Siracusa di arginare con la rimozione di un innocuo cartello contestatorio nei riguardi del ministro dell’Interno. Perché alla fine, ieri come oggi, è la manifestazione del proprio pensiero a suscitare timore. Ma quel gesto ha avuto un solo effetto: la riproposizione dello stesso cartello in molti Pride successivi, per ribadire che niente e nessuno potranno soffocare il dissenso.

Tu non sei siciliano, anche se hai un compagno sicilianissimo. Cosa ti ha spinto a dedicare attenzione così puntuale sia ai Pride siciliani sia alle attività che si svolgono in Sicilia?

L’attenzione è dovuta al fatto che considero la Sicilia un po’ come la mia seconda casa dopo aver conosciuto Michele. Senza dimenticare l’elemento storico, per me sempre fondamentale. La nascita del primo circolo di quella che sarebbe diventata la prima realtà associativa Lgbti italiana, cioè Arcigay, è infatti correlata al tristemente noto delitto di Giarre.

Arcigay andrà a congresso a novembre a Torino. Cosa ti aspetti e cosa vorresti da questo congresso?

Credo che quanto vorrei sia di nessuna importanza. In ogni caso mi aspetto che Arcigay trovi un rinnovato slancio all’indomani del congresso di Torino. Ho notato negli ultimi anni un certo appiattimento a livello centrale – differentemente da quello locale contrassegnato da una forte dinamicità – e una scarsa incidenza sul piano politico rispetto al passato. Colpa non certamente attribuibile ai vertici dell’associazione. Si tratta in realtà di un riflesso delle condizioni generali in cui versa l’intero movimento.

Sarebbe forse opportuna anche una certa “creatività” nella scelta delle cariche. Mutatis mutandis, mi sento di citare, a tal proposito, le parole spesso dette da un vescovo a parroci anziani che, attaccati al privilegio dell’inamovibilità, non volevo essere destinati altrove. «Il ricambio – osservava – farà bene alle realtà in cui siete stati e farà bene a voi stessi. Altrimenti sarebbe la morte per entrambi».

Cosa vorresti e ti aspetti dalla Sicilia Lgbti?

Un impegno fedele alle linee delle tante e tanti attivisti del passato. La Sicilia ne annovera veramente tante e tanti. Sarebbe poi auspicabile che le tante persone omosessuali – che ancora per diversi motivi celano la propria condizione – abbiano il coraggio di spezzare il muro dell’omertà personale, fare coming out e collaborare per rendere questa terra sempre più libera da ogni forma di discriminazione.

Tu sei un latinista: sappiamo che scrivi anche in latino e, avendoti letto anche in questa lingua, abbiamo visto che scrivi correttamente e con stile latino diremmo perfetto. Raccontaci qualcosa di questa tua passione.

La mia passione per la lingua latina è la più bella eredità che mio padre mi ha lasciato. Sin da piccolo mi ha educato all’amore non solo per i classici ma anche per il latino medievale. Da seminarista e, poi, da sacerdote – a fronte di una progressiva ignoranza del sermo patrum da parte dei chierici – ho coltivato una tale passione per il desiderio di andare direttamente alle fonti e comprenderne il genuino significato.

C’è poi stata l’accennata quanto proficua esperienza presso la Sezione Lettere Latine in Segreteria di Stato, accompagnata da pubblicazioni e cura di edizioni critiche come quella data alle stampe nel 2003 e relativa a un sermone di Davide di Benevento (fine VIII° secolo). Uno dei miei hobby è tuttora quello di “andare a caccia” di epigrafi sepolcrali in latino come anche quella di comporne su commissione. Infine curo su Huffington Post un blog in latino, Gaia Vox. Un passatempo piacevole, che mi permette di scrivere ironicamente e provocatoriamente di questioni Lgbti in quella che di fatto resta la lingua ufficiale della Chiesa.

Spesse volte hai toccato il tema della fede e omosessualità, tema abbastanza delicato e forse anche divisivo. Quale è la tua posizione in merito e quanto in essa influisce la tua esperienza personale?

La mia posizione è quella di un osservatore della realtà ecclesiale che, piaccia o no, non si può altezzosamente liquidare come di nessun rilievo. Ritengo di non essere più credente – o, almeno, non nel senso cattolico del termine – ma questo non mi porta a condannare aprioristicamente quanto dicono o fanno papa, vescovi e preti. I tunicati hanno pieno diritto di dire la loro su ogni questione. Noi, però, abbiamo pieno diritto di valutare tutto e, all’occorrenza, criticare. Soprattutto, quando, in ambiti, squisitamente attinenti alla vita privata degli individui e alla laicità dello Stato, si nota una volontà di condizionare l’azione degli uomini e delle donne delle istituzioni.

Resto, comunque, sempre del parere che, se ciò avviene, la colpa non è tanto di Oltretevere quanto di parlamentari proni ad Petri pedes e pronti a rendere più vicine quelle rive che, invece, dovrebbero sempre restare ben distanziate.

E, infine, qual è il tuo rapporto con Franco Grillini e quanto la figura di questo gigante del movimento influisce sulla tua attività?

Il mio rapporto con Franco è quello di reciproca stima e affetto. Per me è punto di riferimento quotidiano. Ci sentiamo e scriviamo via WhatsApp più volte al giorno. Anche perché lui è il direttore di Gaynews. Resto piacevolmente sorpreso della pressoché totale comunanza di vedute. Aspetto, questo, che ha permesso al quotidiano di affermarsi sempre più sul piano dell’informazione Lgbti italiana. Non è un caso che, a fronte dei reiterati proclami giustizialistici a seguito della ben nota vicenda della Locanda Rigatoni, la linea del dialogo e del confronto sia stata e resti quella condivisa da entrambi sin dal primo momento.

Franco costituisce poi per me un punto di riferimento quale memoria storica degli ultimi decenni di attività del movimento. Da parte sua noto, invece, un grande interesse per il latino e questioni ecclesiali con quesiti e valutazioni, che costituiscono momenti veramente piacevoli delle nostre conversazioni

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A Gerusalemme circa 22mila persone hanno ieri partecipato alla March for pride and tolerance, organizzata dalla Jerusaleme Open House for Pride and Tolerance. Giunto alla 17esima edizione, il Pride di Gerusalamme si è svolto in un clima di particolare tensione.

Partiti dal Liberty Bell Park, i partecipanti sono giunti all'Independence Park tra imponenti misure di sicurezza, dopo che nel 2015 l'attacco di un giovane ultraortodosso, Yishai Shlissel, costò la vita a una 16enne, accoltellata a morte, e al ferimento di altre cinque persone.

«Non permetteremo alcun disturbo all'ordine pubblico e assicureremo la sicurezza della marcia e dei suoi partecipanti», aveva fatto precedentemente sapere la polizia. Gli agenti sono così riusciti  a tenere lontano dal percorso del Pride vari contestatori, tra cui decine di persone del gruppo di estrema destra Lehava recanti un cartello in ebraico con la scritta: Divieto d'ingresso a questo abominio nella città santa. Tre di loro sono stati fermati dalla polizia.

Gli attivisti hanno rivendicato più diritti per la comunità Lgbti: «È da un mese che il governo ci ha dichiarato guerra e siamo nelle strade di tutto il Paese – ha sottolineato un manifestante del gruppo delle Pantere Rose –. Siamo arrivati nella capitale per gridare con voce forte che meritiamo l'uguaglianza non solo a parole ma quella vera, nelle leggi e nei bilanci. Non staremo zitti fino a quando la violenza contro di noi non si fermerà».

Un chiaro riferimento allo sciopero nazionale, indetto a seguito dell’approvazione della legge che ha esteso il programma statale di surrogacy alle donne single e ne ha escluso unicamente gli uomini single e le coppie di persone omosessuali.

Aspetto, questo, che è stato rimarcato anche da Tzipi Livni, parlamentare e leader del partito d’opposizione HaTnuah, che ha esortato a «unire le forze in una battaglia che non è mai stata così importante». E ha poi spiegato di essere al Pride per dire al governo che «lo Stato d'Israele deve essere uno Stato con valori come uguaglianza e libertà».

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Si sono conosciuti 13 anni fa e da allora non si sono mai separati. Una storia d’amore, quella tra il regista Marco Simon Puccioni e il produttore cinematografico Giampietro Preziosa, suggellatasi, il 28 giugno 2017, con l’unione civile in Campidoglio.

Unione cui erano presenti anche i loro figli David e Denis. Dei due gemelli Marco e Giampietro sono diventati papà grazie alla gestazione per altri, cui sono ricorsi, otto anni fa, in California.

Un’esperienza, la loro, che hanno voluto raccontare nel documentario Prima di tutto, assegnatario di una menzione speciale ai Nastri d’Argento nel 2016. È in cantiere un altro lavoro che sarà dedicato a storie di surrogacy negli Usa.

A pochi giorni dalle dichiarazioni di Lorenzo Fontana alla Camera il regista romano ha deciso di narrare all’Agi qual è la vita di una famiglia arcobaleno. Non senza un attacco diretto al ministro leghista: «O è ignorante o fa finta di essere ignorante – questa la dura replica –. Mi sembra che Fontana abbia preso questa posizione solo per compiacere il suo elettorato. Evidentemente non sa che la trascrizione dei diritti di nascita di un bambino compete al potere giudiziario».

Marco Puccioni ha ribadito all’agenzia di stampa come sia del tutto «legittimo che uno Stato proibisca la pratica della gestazione per altri. Ma non può impedire ai cittadini di recarsi in altri Paesi e fare quello che vogliono per realizzare la loro vita. Quello che mi dispiace è che le sparate del ministro sono fonte di stress per gli stessi bambini. I nostri figli non sono affatto traumatizzati dalla mancanza della mamma: hanno frequentato la 3ª elementare e a scuola sono ben inseriti con i compagni e con il corpo docente».

Il regista è poi passato a parlare di David e Danis: «Sanno che due uomini non possono far nascere biologicamente un bambino ma lo possono far nascere con il loro amore, mettendo in moto un processo».

Marco e Giampietro si sono rivolti a un'agenzia californiana, che ha fatto loro conoscere Cynthia, la donna che ha portato avanti la gravidanza, e Amanda, che ha donato l'ovulo. «Non abbiamo incontrato nessuna donna povera né sfruttata, ma persone che si sentono arricchite dall'aiutare gli altri a realizzare il sogno della paternità». Sogno per la cui realizzazione hanno dovuto spendere circa 75mila euro tra il pagamento dell'agenzia, dei medici, degli avvocati e delle due donne.

Ma «Cynthia non considera quello che ha fatto un lavoro. Il denaro che è arrivato a lei non le cambia certo la vita. Ha una casa con la piscina, un marito e tre figli. È orgogliosa di quello che ha fatto per noi, lo racconta a tutti. Si è subito creato un feeling che l'ha convinta ad accettare il percorso. Con altri, invece, aveva rifiutato. Ci sentiamo spesso al telefono: è venuta in Italia nel 2010 per il battesimo dei gemelli celebrato alla Chiesa valdese di Roma e anche l'anno scorso per la nostra unione civile».

Puccioni è consapevole che nel mondo Lgbti non mancano voci contrarie alla gpa. «Anche noi avevamo dubbi sulla nostra scelta - racconta - perché va a toccare convinzioni ataviche, come quella che la mamma è sempre certa. Invece si affronta un percorso che scompone la maternità in più parti, tra la donatrice, la gestante e chi cresce il bambino».

Essendo lui il padre biologico, al momento è l'unico genitore riconosciuto in Italia. Giampietro, soggiunge, «soffre questo stress da minoranza. Se il bambino si ricovera in ospedale o deve subire un'operazione devo firmare io, lui non può fare nulla senza la mia delega».

Alla domanda finale sui ruoli da rispettare in una famiglia arcobaleno questa la risposta: «Ognuno si comporta secondo le proprie inclinazioni. Giampietro è più portato per la cucina e la casa ma è più severo di me: pretende il rispetto delle regole di comportamento. Io mi occupo dell'istruzione dei ragazzi, della loro educazione. Ma sono meno severo e più accogliente».

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«Per anni Lega e 5 Stelle continuavano a dirci che ci sono priorità più grandi rispetto ai diritti dei singoli, che bisogna guardare le cose che contano veramente. Oggi scopriamo che le cose che contano veramente sono limitare i diritti dei singoli, come se un diritto in meno a te volesse dire qualcosa in più a me».

A scriverlo su Facebook l’ex pentastrale Federico Pizzarotti, sindaco di Parma dal 2012, che ha voluto oggi commentare le dichiarazioni del ministro della Famiglia e della DisabilitàLorenzo Fontana sul riconoscimento dei figlie delle coppie omosessuali e sulla gestazione per altri.

«Caro ministro, si metta il cuore in pace –  aggiunge – : Parma è città dei diritti, e noi continueremo a difenderli. Se doveste continuare su questa strada, invece di rendere più chiare le modalità di riconoscimento, in modo ragionato ma fermo alzeremo la nostra voce e faremo presente che togliere un diritto al singolo non vuol dire automaticamente vivere in un mondo migliore».

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Si riapre lo scontro sulle famiglie arcobaleno. A dare nuovamente fuoco alle polveri i ministri Salvini e Fontana.

Il titolare del Viminale si è espresso, nel corso del Question Time pomeridiano alla Camera, a seguito d’una specifica interrogazione parlamentare del senatore leghista Simone Pillon.

Interrogazione parlamentare che si è aperta con un gustoso siparietto. «Senatore Pillon, prego. Ci tengo alla differenza di genere»: questa la risposta piccata dell’avvocato di Gandolfini a Maria Elisabetta Alberti Casellati, che l’aveva presentato erroneamente quale senatrice.

Rivolgendosi al sodale leghista, Salvini ha dichiarato: «L'articolo 12 della legge n. 40 del 2004 considera le pratiche dell'utero in affitto e della compravendita di gameti umani e di bambini quali fattispecie delittuose. Sono dei reati.

Finché campo e finché sarò membro di questo Governo, l'utero in affitto e i bambini in vendita non esisteranno in Italia, come pratica che lede il diritto del bambino, della mamma e del papà.

Quindi attendiamo la sentenza dell'Avvocatura dello Stato. Nell'interesse collettivo e in particolare dei bambini, il diritto ad avere una mamma e un papà è un diritto a cui io e il Governo daremo fiato, voce e difesa in ogni sede possibile e immaginabile».

Simile posizione anche da parte  del ministro della Famiglia Lorenzo Fontana che, in audizione presso la Commissione Affari sociali della Camera sulle linee programmatiche del suo dicastero, ha dichiarato: «Rilevo come l'attuale assetto del diritto di famiglia non possa non tenere in conto di cosa sta accadendo in questi ultimi mesi in materia di riconoscimento della genitorialità, ai fini dell'iscrizione dei registri dello stato civile di bambini concepiti all'estero da parte di coppie dello stesso sesso facendo ricorso a pratiche vietate dal nostro ordinamento e che tali dovrebbero rimanere».

La gpa, ha aggiunto, è vietata in Italia «anche penalmente» perché non si possono «mercificare bambini e donne». Ed è vietato, «e tale dovrebbe rimanere», riconoscere «i bambini concepiti all'estero da parte di coppie dello stesso sesso».

Immediata la reazione della presidente di Famiglie Arcobaleno Marilena Grassadonia: «La fecondazione eterologa, oggi non prevista nella legge 40 per le coppie omosessuali, prevede però che lo status dei figli debba essere riconosciuto e tutelato, qualunque sia il sesso dei genitori. Se la società va più avanti della politica, allora vuol dire che la politica è un problema. Rimandiamo le parole del ministro, piene di pregiudizi, ideologie e convinzioni personali, al mittente perché non si muovono nell'interesse del minore».

E, poco fa, è intervenuto anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alle Pari Opportunità Vincenzo Spadafora, che ha dichiarato: «Su questi temi è necessario andare al di là delle battaglie identitarie, perché tutto questo incide realmente nella nostra società e coinvolge i più indifesi, i bambini.

Non esistono infatti, bambini di serie A o di serie B, tutti devono essere tutelati. Per questo la Corte Costituzionale, con la sentenza 162 del 2014, ha superato il principio espresso dalla legge 40 del 2004, per il quale vi doveva essere coincidenza fra genitorialità biologica e genitorialità sociale. Secondo la Corte Costituzionale infatti, questo principio è illegittimo sul piano costituzionale e non costituisce un bene giuridico meritevole di protezione».

Ha poi aggiunto: «Il preminente interesse del minore è l'unico principio che deve guidare tutte le scelte nella materia dello status familiare. Proprio per questo, secondo la giurisprudenza, è illegittimo il rifiuto dell'Ufficio di Stato Civile di iscrivere nei registri i bambini concepiti con tecniche di procreazione medicalmente assistita da coppie dello stesso sesso.

Invito il ministro Fontana a fermare la propaganda ed aprire un dialogo culturalmente serio, di riflessione e di discussione, per evitare che il nostro Paese torni 10 anni indietro, contravvenendo anche alle indicazioni della Corte Costituzionale».

Propaganda che sembra anche fatta per accontentare quella fetta d’elettorato cattolico leghista, di cui Pillon è punto di riferimento in Senato. Un Pillon, fra l’altro, che nel suo intervento a difesa d’una concezione biologistica di genitorialità è arrivato oggi ad affermare: «Madre è solo colei che partorisce, padre è colui che concepisce».

Cassando così secoli di riflessione teologica su Giuseppe di Nazareth, che per Agostino, Beda, Tommaso d’Aquino fu verus Christus pater, pur non avendolo concepito

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La nascita del piccolo tre anni fa in Canada grazie alla gpa col riconoscimento anagrafico del solo padre biologico, il cui matrimonio col proprio compagno era avvenuto nello stesso Paese nordamericano. Poi il ricorso alla Corte Suprema della British Columbia, che riconosceva ad entrambi i ricorrenti lo stato di genitorialità del minore e il conseguente emendamento del certificato di nascita col dato della doppia paternità.

La richiesta, infine, all’Ufficio Anagrafe del Comune di Verona – dove la coppia è residente – di correggere l’atto sulla base della sentenza canadese. Ma è a questo punto che i due papà si sono visti opporre un netto rifiuto.

Da qui la decisione di ricorrere alla Corte d'Appello competente, quella cioè di Venezia, che, il 28 giugno (ma l’ordinanza è stata depositata in Cancelleria il 16 luglio), ha riconosciuto la piena efficacia in Italia del provvedimento canadese e disposto che il Comune di Verona corregga l’atto con l’annotazione di copaternità.

Emessa dal collegio giudicante composto da Maurizio Gionfrida, Fabio Laurenzi e Giovanna Sanfratello, l’ordinanza ha sollevato immediate reazioni a partire dal ministro della Famiglia e della Disabilità Lorenzo Fontana, che ha sostenuto la necessità d’impugnazione da parte del Comune di Verona.

Per saperne di più, abbiamo raggiunto l’avvocato Alexander Schuster, legale della coppia.

Avvocato Schuster, perché al Comune di Verona ci si è rifiutati di emendare l’atto di nascita secondo quanto disposto dalla sentenza canadese?

Sono stati accampati motivi di ordine pubblico. La correzione dell’atto di nascita non sarebbe consentita perché prevede due padri e un percorso di maternità surrogata.

Quali sono, a suo parere, i punti salienti dell’ordinanza della Corte d’Appello di Venezia?

La sentenza è molto concisa. Da una parte, in realtà, c’è un punto su cui non risultiamo vincenti ed è quello per cui si riconosce il diritto al ministero dell’Interno e al Comune di Verona di essere parte di questo processo. È insomma la grande questione che è stata posta all’attenzione delle Sezioni Unite della Cassazione già col caso di Trento.  

Però nel merito risultiamo vincitori, perché la Corte riconosce che il bambino ha un diritto a mantenere la natura di figlio di due padri, come in Canada così anche in Italia, e riconosce che non c’è nulla che possa ostacolare questo risultato. C’è quindi questo primario rispetto di quanto già stabilito dalla Corte Suprema della British Columbia: non è contrario all’ordine pubblico il fatto di avere due genitori dello stesso sesso.

E poi dice che il fatto di essere nato all’estero, dove le tecniche di fecondazione utilizzate sono lecite – l’ordinanza le menziona un po’ tutte – non costituisce, in realtà, un motivo per ritenere che ci sia stata una violazione dell’ordine pubblico. Da ultimo viene affermato che l’interesse appunto del minore è di mantenere questo status.

Che cosa si dice in riferimento alla gpa?

Sulla gpa il giudice fa intendere che ritiene nella disponibilità del Parlamento cambiare o meno il divieto e, quindi, non è un dato costituzionalmente imposto. Il che consente di dire al giudice che, se un domani il Parlamento volesse modificare la legislazione in tale materia, non è un qualcosa di così essenziale nel nostro ordinamento da bloccare addirittura il riconoscimento di un bambino che è frutto di un tale percorso.

Ciò è detto in maniera sottintesa, non entrando nel pieno della questione della gestazione per altri.

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Migliaia di attivisti e attiviste Lgbti sono scesi oggi nelle strade in diverse città di Israele per protestare contro la legge che, approvata il 18 luglio dalla Knesset, ha esteso i programmi di gpa (accessibili dal 1996 alle sole coppie eterosessuali sposate) alle donne single con problemi medici.

Legge a loro parere discriminatoria e omofoba, dal momento che esclude dalla possibilità di fruire della surrogacy gli uomini single e le coppie di uomini gay.

A Tel Aviv centinaia di dimostranti si sono dati appuntamento alle 10:00 (ora locale) lungo Rotschild Boulevard e hanno invaso la superstrada Ayalon, bloccando il traffico. Altri dimostranti si sono raccolti a Gerusalemme, a breve distanza dalla residenza del premier Benyamin Netanyahu.

Le loro proteste - che proseguiranno per l'intera giornata - sono sostenute fra l'altro dal sindacato centrale Histadrut nonché da decine di aziende che hanno deciso di concedere oggi una giornata di libertà a tutti i dipendenti Lgbti.

Ma non solo. Microsoft Israel, ad esempio, erogherà 60.000 shekel come contributo ai suoi impiegati che desiderano ricorrere alla gpa e non possono farlo nel Paese.

È il primo sciopero rainbow nella storia di Israele ed è una significativa prova di forza del movimento di fronte alle istituzioni politiche del Paese.

Alle manifestazioni israeliane hanno aderito componenti della comunità ebraica in varie parti del mondoParticolarmente significativa quella in corso a New York su Times Square.

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Uomini single e coppie gay non potranno avvalersi della gpa in Israele. Lo ha deciso la Knesset respingendo un emendamento, a firma Ohana (Likud), alla legge, approvata ieri, che estende alle donne single la possibilità di accedere ai programmi di surrogacy supervisionati dallo Stato.

La precedente norma del 1996 consentiva la gpa solo alle coppie eterosessuali sposate, e fissava ulteriori, stringenti paletti. Troppi, se è vero che moltissimi israeliani hanno preferito in questi due decenni utilizzare agenzie in Paesi stranieri (fra cui il Nepal).

Gioiscono i partiti religiosi indispensabili alla maggioranza di governo, si infuriano le associazioni Lgbti e i loro sostenitori, specialmente presenti nei partiti laici e di sinistra, da Meretz al Labour al centrista Yesh Atid, che ne hanno approfittato per attaccare Netanyahu, bollato come banderuola per aver prima appoggiato le rivendicazioni gay e poi votato contro l’emendamento di Amir Ohana, suo compagno di partito ora accusato di fare da foglia di fico in un Likud sempre più prono ai diktat dell’estrema destra.

Andò così anche sul compromesso del Kotel, ovvero il piano di apertura di un terzo settore, non ortodosso, al Muro del Pianto: accordo sponsorizzato da Netanyahu e senza preavviso cestinato quando i partiti religiosi minacciarono di far cadere il governo.

Adesso Bibi promette su Facebook di sostenere un eventuale progetto di legge che estenda la surrogacy “ai padri”. Legge che non potrebbe mai passare senza provocare una crisi di governo e che, quindi, non giungerà mai in aula.

Mentre il movimento Lgbti chiama per Tisha BeAv, il giorno di lutto per eccellenza del calendario ebraico, cioè dopodomani, quando tutti digiunano in ricordo della distruzione del Tempio e varie altre tragedie nazionali, una giornata di sciopero simbolico. Ma già ieri centinaia di attivisti hanno inscenato a Tel Aviv una prima manifestazione. Nell'ora di punta serale un corteo di dimostranti ha bloccato il traffico automobilistico nel centrale incrocio stradale delle Torri Azrieli, dove si trovano diversi uffici governativi.

Più che piangere su Echà, il Libro delle Lamentazioni, si rifletterà sull’appannarsi dei record “civili” di Israele, che su questi temi campa di rendita dagli anni '90, mentre nell’ultimo decennio è stato superato da gran parte del mondo occidentale e non solo, dove il matrimonio same-sex è realtà e anche le adozioni sono diritti acquisiti. Italia esclusa naturalmente.

In Israele per le coppie gay adottare è teoricamente possibile, ma quasi impossibile nella pratica. Grave discriminazione per una società in cui quasi tutti, gay o etero che siano, vogliono avere figli, come si vede osservando per le strade di Tel Aviv decine di coppie gay con passeggino: per la maggior parte figli avuti all’estero. E così continuerà ad essere per il prevedibile futuro.

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No al riconoscimento della doppia genitorialità d’una coppia di uomini così come è attestata  negli atti di nascita Usa dei loro due bambini fino a esplicite direttive contrarie del ministero dell’Interno. Questa la posizione controcorrente – a fronte di quella maggioritaria dei sindaci delle principali città italiane come anche di piccoli Comuni – assunta da Domenica (detta Mimma) Spinelli, prima cittadina di Coriano in provincia di Rimini.

«Il sindaco – come spiegato a Il Resto del Carlino- è un ufficiale del governo e deve rendere conto al ministro degli Interni. Questo ho fatto. In una situazione di vuoto legislativo ho scritto al ministro Salvini e al ministro per la Famiglia Fontana presentando loro il caso in attesa di un pronunciamento».

Per Mimma Spinelli la sua non sarebbe una decisione di tipo «politico. È un tema etico e così come è stato per l’aborto o il divorzio credo che vada sottoposto a una consultazione referendaria. Io, come semplice sindaco, non posso assumere una simile decisione».

Ma a sollevare non pochi dubbi sulla veridicità di tali affermazioni e a connotare invece politicamente tale presa di posizione un dato incontrovertibile: la partecipazione, cioè, della sindaca di Coriano alla conferenza stampa Basta bugie nelle anagrafi che, organizzata da CitizenGo e Generazione Famiglia su iniziativa poltica del senatore leghista Simone Pillon, si è tenuta il 20 giugno a Roma presso Palazzo Madama. Conferenza stampa, nel corso della quale sono stati annunciati gli esposti alle procure della Repubblica presso i tribunali di Torino, Milano, Bologna, Firenze, Pesaro contro i sindaci che hanno proceduto alle iscrizioni anagrafiche di "bambini arcobaleno".

Ma sono molteplici gli aspetti che conducono a una tale valutazione, come suggerito dall’avvocato trentino Alexander Schuster, legale della coppia di Coriano, che ha parlato espressamente di «strumentalizzazione politica».

Per Schuster una tale volonta emerge dall’«irritualità seguita nel richiedere il parere. Infatti, per legge il referente dei Comuni è la prefettura o meglio l’ufficio territoriale del Governo. Quindi, nel caso di Coriano, la Prefettura/Utg di Rimini. Per contro, la Sindaca Spinelli ha ritenuto di ignorare gli uffici della Prefettura preposti ai rapporti con gli enti territoriali e di rivolgersi subito e direttamente agli uffici del Viminale.

Inoltre, come appreso per le vie brevi, è stato fatto pervenire addirittura un sms sul telefono cellulare del Ministro dell’interno Matteo Salvini, indice di una attenzione non puramente tecnica verso la questione.

Ancora, nella comunicazione in cui si informava della sospensione del procedimento si affermava che il Comune avrebbe dato una risposta una volta ricevuto il parere. Poiché in altri casi seguiti dallo scrivente studio la richiesta di parere è stata riscontrata dal Ministero dell’interno a distanza di moltissimi mesi, la decisione del comune significava mantenere consapevolmente «sulla graticola» questa famiglia per un tempo indefinito, un limbo di incertezza a cui nessun minore, che abbisogna di una carta di identità e di un pediatria, dovrebbe essere condannato.

Infatti, la posizione dell’Amministrazione di Coriano appariva non garantire nemmeno la trascrizione del solo padre genetico.

A quel punto è apparso opportuno revocare l’istanza di trascrizione per trovare altre soluzioni in amministrazioni che affrontano questi temi da un punto di vista tecnico e scevro da altre finalità».

Ed è proprio la chiara intenzionalità a non registrare neppure il solo padre genetico che mette maggiormente in luce la motivazione squisitamente politica sottesa alla presa di posizione di Mimma Spinelli. La quale, come dichiarato a Il Resto del Carlino, si è detta contraria alla genitorialità di persone omosessuali e alle tecniche procreative realizzate che, nel caso specifico, rimandano alla gpa.

Non a caso la conferenza stampa di Palazzo Madama si è risolta – con una voluta confusione tra casi di iscrizione e trascrizione anagrafica nonché delle diverse pratiche di pma – in una martellante condanna dell’”utero in affitto” da rendere perseguibile quale reato universale.

Per lo stesso avvocato Schuster «il tema della gestazione per altri è un tema delicato, che non può essere però risolto ricercando visibilità politica sulla pelle dei bambini. Ho sempre compreso le difficoltà di Comuni a trattare questioni nuove e complesse, accettando anche motivati rifiuti, ma mai mi è successo che una questione tecnica venisse strumentalizzata da un sindaco in questa maniera».

Sulle mire politiche di Domenica Spinelli si è infine espresso anche Marco Tonti, presidente di Arcigay Rimini, che, quale conoscitore delle realtà amministrative dell’intera provincia romagnola, ha ricordato come, nella precedente legislatura, la sindaca di Coriano «millantasse in privato aperture sui temi dei diritti Lgbti».

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