Da qualche mese Franco Buffoni, poeta, narratore e saggista tradotto in varie lingue e vincitore di diversi prestigiosi riconoscimenti letterari - tra cui il Premio Viareggio per l’opera poetica Jucci (2014) - ha pubblicato per l’editore Manni Personae, suo esordio nella scrittura per il teatro.

Personae, dramma in cinque atti e un prologo, è un’opera unica nel suo genere dacché, essendo scritto in versi, pur conservando una sua peculiare tensione drammatica e narrativa, può essere letto anche come l’ultimo libro di poesie di uno dei più importanti poeti dei nostri tempi.

La storia si svolge nello spazio lirico e immaginario di una casuale sospensione della morte: infatti i quattro personaggi, rimasti uccisi in un attentato terroristico che sembra evocare la recente esperienza del Bataclan, tornano inaspettatamente in vita grazie al lapsus di un cronista televisivo. I pochi secondi, che separano il lapsus dalla conseguente rettifica, diventano lo spazio, dilatato e irreale, in cui si incontrano e si confrontano quattro diversi modelli esistenziali. Quattro prototipi d’umanità, ciascuno con le proprie credenze, le proprie scelte, i propri modelli culturali e il proprio modo di vivere l’amore e il desiderio, la vita di coppia e la genitorialità.

Franco, con Personae ti sei cimentato per la prima volta nella scrittura per il teatro. Come hai vissuto quest’esperienza?

In realtà ho frequentato molto il teatro nella mia vita: ho tradotto molto teatro, ho seguito i corsi di Orazio Costa Giovangigli e ho perfino recitato quando vivevo in Inghilterra.

Questa di Personae però è la prima opera che scrivo per il teatro anche se in versi. La voglia di scrivere per il teatro è nata anche dal fatto che ero arrivato a uno stadio di saturazione con l’io lirico di Franco Buffoni. Certo, qualcuno potrebbe pensare che scrivendo per il teatro io abbia solo moltiplicato il mio io lirico, calandolo all’interno di ciascun personaggio. Il pericolo c’era ma credo di averlo eluso, dando vita a quattro personaggi molto diversi tra loro, che ritengo importanti perché riportano punti di vista estremamente differenti. Però si tratta anche di un libro di poesia ed è fruibile anche come tale.

Lo spazio in cui è ambientata la storia è molto particolare…

Sì, perché si tratta di uno spazio sospeso che traduce perfettamente il senso di disagio. I personaggi di Personae sono prigionieri di un luogo fisico e di loro stessi perché sono personaggi del nostro tempo.  E sono anche dei ritornanti. Perché sono intrappolati nello spazio, in realtà brevissimo, che intercorre tra il lapsus di un giornalista televisivo che ne annuncia la morte “non grave”, mentre racconta il tragico attentato in cui sono rimasti coinvolti, e la successiva e tempestiva rettifica. Ecco perché i personaggi di Personae sono dei già morti che si comportano per l’ultima volta da vivi.

Ci illustri i personaggi di “Personae”?

Dunque. C’è una coppia gay formata da Narzis, professore di filosofia alsaziano, e suo marito Endy, un tecnico informatico ed ex operaio. La coppia ha due figli avuti con gpa. I nomi sono emblematici, perché Narzis richiama il romanzo di Hesse Narciso e Boccadoro e Narciso/Narzis ha in sé il narcos cioè la capacità di fare propri gli altri, ricorrendo alla virtù dialettica. Endy, invece, evoca con il suo nome il mito di Endimione, fonte di miele, legato a Saffo e anche a Keats.

Poi c’è Inigo, prete lefebvriano, che vive in una confraternita dedicata a Venner, l’uomo che si suicidò a Parigi il 21 maggio 2013 per protestare contro il matrimonio gay. Ovviamente Inigo rimanda alla figura di Ignazio da Loyola, il religioso che fondò la Compagnia di Gesù. Infine c’è Veronika, biologa di origini ucraine, il cui nome rimanda al velo della Veronica, cioè alla vera icona del Cristo ma anche a Berenice, nome greco della forma latinizzata Veronica, che vuol dire “portatrice di vittoria”.  

La coppia gay, formata da Narzis ed Endy, è certamente il nucleo positivo della vicenda ed è comunque attraversata da un interessante contraddittorio. Il prete lefebvriano è un personaggio che vive in un clima di condanna costante, un tipo di ambiente che ho conosciuto bene. Veronika è un personaggio ferito nell’amore e nell’orgoglio che rivede in Endy i tratti e le caratteristiche del suo “sposo mancato”.

Nel complesso direi che è anche un libro sulla morte perché la morte ha uno spazio importante all’interno del testo.

Come mai hai scelto come protagonisti una coppia gay che ha avuto dei figli con la gpa?

Perché la gpa è un nervo scoperto all’interno della comunità Lgbti e non solo. È un tema altamente divisivo che è piombato addosso alla comunità Lgbti quando si è discusso della stepchild adoption. Narzis ed Endy hanno fatto ricorso alla gpa in Canada e il Canada non è certo un Paese incivile. Credo che la gpa sia una pratica che andrebbe gestita con intelligenza, anche perché si tratta di una pratica transitoria. Sono infatti certo che presto si arriverà alla gestazione extrauterina per le donne che non vogliono partorire con dolore. Inoltre trovo detestabile che la gpa sia definita “utero in affitto” perché non ho mai sentito nessuno chiamare le balie, che pure hanno cresciuto e allevato tanti fanciulli,  “mammelle in affitto”.

Il fronte contrario alla gpa è spesso costituito da donne che hanno delle posizioni antimaschili e non mi piace il dogma dell’odio verso il maschio che hanno le femministe più estreme.

Il personaggio di Veronika sembra molto affascinato da Endy, che è gay...

Sì, perché Veronika, quando era in Ucraina, ha vissuto l’umiliazione della scoperta dell’omosessualità di Kosta, il suo amato. Infatti lei definisce gli omosessuali “uomini monchi” perché nutre astio verso chi l’ha fatta soffrire. Kosta, probabilmente, stava con Veronika per darsi una copertura in un Paese, l’Ucraina, certamente poco gay friendly. Veronika da un lato comprende Kosta, dall’altro non riesce a perdonarlo perché non ha superato il dolore. E guarda Endy con la medesima ambivalenza, perché Endy le evoca l’amore per Kosta.

Veronika sa che una donna può godere con un omosessuale che sappia compiacerla, perché un omosessuale può essere caldo e sensuale a letto e affettuoso compagno nella vita, mentre un eterosessuale probabilmente la userebbe solo come oggetto di sesso e voluttà.

Ti piacerebbe vedere il tuo testo anche in scena?

Certamente, mi piacerebbe moltissimo! Il libro sta circolando ma i problemi della messinscena sono sempre di tipo economico per la produzione. Comunque, se fossi il regista, nel metterlo in scena toglierei le parti più poetiche e lascerei quelle più spiccatamente “teatrali”.

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Non si sono ancora spente le polemiche di maggio sulla posizione di criminalizzazione della Gpa, chiamata da ArciLesbica utero in affitto, sulla richiesta di non adesione ai Pride che proponevano un confronto sulla gestazione per altri o sull’infame striscione contro Vendola, da poco diventato padre, srotolato al Pride di Milano davanti al trenino di Famiglie Arcobaleno. Sulla Gpa ArciLesbica nazionale nei mesi scorsi si è schierata dalla parte del femminismo della differenza, che considera la  differenza sessuale tra maschi e femmine la base per attribuire una forma di sacralità alla maternità e al rapporto tra madre e figli, fino al punto che non sembrano accettabili una famiglia senza madre o una donna che liberamente possa affidare ad altri il figlio al termine della gravidanza.

Questa posizione ha suscitato molte polemiche e reazioni talvolta molto pesanti nella comunità Lgbti, da parte di Famiglie Arcobaleno in primo luogo, ma anche all’interno della stessa ArciLesbica. Ben dieci circoli sui 16 esistenti, infatti, si sono dissociati dal comunicato della segreteria nazionale che non rispettava le tesi congressuali e chiudeva ogni possibile confonto. I dieci circoli “ribelli” ritenevano infatti «che sia possibile coniugare il riconoscimento della genitorialità di ciascun* preservando la dignità e la libera scelta delle donne da sfruttamento e forme contrattuali che ne dispongano come oggetto di scambio».

Nei giorni scorsi qualcuno dalla pagina Facebook di ArciLesbica nazionale ha iniziato a lanziare un altro tema di discussione. Il 28 luglio è stato condiviso l’articolo Coming out as ‘non-binary’ throws other women under the bus di Susan Cx, in cui l’autrice attacca la possibilità di definirsi gender queer o non binaria come idea antifemminista: «I can think of nothing more anti-feminist than an ideology that precludes the possibility of identifying and confronting patriarchal power, and instead individualizes oppression as though it is a “personal choice.” […] But feminism is not a matter of personal identity. Just like feeling pain under patriarchy is not a result of individual women’s quirks. Unfortunately, we can’t come out as “human beings” in order to convince men to treat us like equals. So please, spare us your insulting insinuations that we can identify (or “disindentify”) our way out of structural oppression. We’ll be trying to build a political movement with the specific aim of female liberation, in the meantime».

Il 6 agosto un’intervista di Luisa Muraro (massima teorica del femminismo della differenza) a Cristina Gramolini, presidente di ArciLesbica Milano, roccaforte delle femministe della differenza in cui vengono ribadite le posizioni di entrambe contro la Gpa («dicono da più parti che quanto in passato era considerato abominio, la gpa, pian piano sta entrando nel campo di possibilità di tante persone e che ci sarà un cambio culturale. È proprio così, un abominio sta diventando normale. Spero che si riesca ad evitare») ed emerge una sindrome di accerchiamento («la mancata accettazione di un’organizzazione indipendente delle lesbiche») che diventa sempre più evidente nei giorni successivi.

Tre giorni fa, con il commento Lei dice: I am angry, viene condiviso un articolo dal titolo I am a Woman. You are a Trans Woman. And That Distinction Matters (Io sono una donna. Tu sei una donna trans. E questa distinzione conta) in cui l’autrice, vittima di stupro, rivendica la necessità di spazi separati per le donne cisgender (le donne nate biologicamente donne), liberi da donne transgender, come ad esempio spogliatoi per donne-donne (I don’t want to be exposed to a penis which is why I sometimes need women changing rooms). L’autrice minimizza l’esperienza di oppressione vissuta dalle donne trans (And whether you were able to see it or not, if you looked male for part of your life, you experienced a different life than myself), costruendo un muro virtuale tra “le donne nate con una vagina (Women who were born with vaginas) e le altre, e lamentando molestie e minacce da parte di donne trans a cui riesce francamente difficile credere fino in fondo (dedicated entirely to women who dared want to express these feelings and in doing so received hundreds of threats, sexual harassments, and threats of sexual harm often by transgender individuals). L’articolo, insomma, è una decisa presa di posizione Terf (Femminista radicale Trans Escludente) di cui, in un contesto caratterizzato da una transfobia crescente, francamente non si sentiva il bisogno. 

Qualcuna in ArciLesbica ha pensato che fosse il momento di costruire un muro tra donne, basandosi esclusivamente sui genitali. Da questo discorso, come spesso accade, sono del tutto assenti gli uomini transIl post ha provocato oltre mille commenti fortemente indignati, e, come capita sui social, anche alcuni insulti. La prevedibile reazione ha peggiorato la sindrome di accerchiamento di Arcilesbica Nazionale, che ha risposto accusando tutti di lesbofobia, rifiutando nettamente di mettere in discussione queste posizioni ideologiche. Posizioni da cui hanno preso le distanze dieci circoli di ArciLesbica: Bari, Bologna, Ferrara, Livorno, Napoli, Novara, Pisa, Roma, Treviso, Udine. Circoli che sono arrivati a ufficializzare il dissenso nella campagna #UnaltrArciLesbica

Ancora una volta emerge l’immagine di un’associazione profondamente ferita, lacerata nel suo interno da polemiche roventi e dissidi insanabili, che si avvia verso un congresso anticipato a causa di una dirigenza nazionale che travalica il suo mandato e che cerca di dividere e indebolire il movimento Lgbti italiano. Perché, infatti, rivendicare spazi per le donne cisgender, quando a mancare sono proprio spazi trans-inclusivi? È quasi come chiedere la criminalizzazione di qualcosa, la Gpa, che non è legale in Italia: serve solo ad agitare le acque e a creare divisioni e polemiche, non rispondendo ad esigenze reali. ArciLesbica nazionale separa le donne cisgender (dalle donne trans, affermando che queste ultime nonsiano vere donne, e, come ha scritto Ethan Bonali, insiste sulla «negazione di un sistema etero-patriarcale che opprime le donne trans e la trasformazione delle rivendicazioni delle stesse in sistema concorrenziale ed oppressivo per le donne cisgender»). 

Di fronte alla comprensibile e ben articolata risposta del Mit (Movimento Identità Trans) l’anonima animatrice della pagina di ArciLesbica (anonima anche per le socie) risponde lamentando delle inesistenti “penalizzazioni che colpiscono tutte le donne che si ribellano al pensiero unico”, utilizzando ancora una volta lo stesso linguaggio dei fondamentalisti italiani (al pari di “utero in affitto” e “abominio”). La stessa pagina insiste rispondendo alle dure critiche del Mieli evocando una "Santa Inqueerizione che decide cosa si può pubblicare o no” e sostenendo ancora la tesi di una persecuzione nei loro confronti. Anche questa è una delle tattiche dei fondamentalisti, che di fronte a chi reagisce ai loro costanti insulti millanta persecuzioni e limitazioni del diritto di parola. Tecnica cara anche ai complottisti di tutto il mondo.

Al di là di tutto è davvero triste e desolante che ArciLesbica, che in teoria è "la più grande associazione lesbica italiana" (ma solo in teoria: Arcigay conta più lesbiche tra gli iscritti di ArciLesbica), abbia preso questa strada, solitaria e meschina, di disprezzo per la comunità Lgbti. Ed è davvero triste che ci siano persone che si definiscono attiviste ma sentono il bisogno di costruire muri, chiudersi in recinti sempre più stretti e soffocanti, assegnare giudizi, distinguere in modo autoreferenziale cosa è giusto e cosa è sbagliato. Abbiamo ancora bisogno, soprattutto in Italia, di costruire e consolidare una comunità Lgbti ampia, inclusiva, forte e consapevole.

E ancora di più, è davvero triste che, come i fondamentalisti di ogni latitudine, la voce ufficiale di ArciLesbica categorizzi le persone per pochi centimetri di carne in più in meno.  Io non sono la mia vagina e non sarei il mio pene: sono un essere umano con corpo, desideri, pensieri, emozioni. Con una storia, delle competenze, delle ambizioni. Ognuno di noi è definito da molti fattori, e non solo da quello che ha nelle mutande. Da lesbica, cofondatrice di ArciLesbica a Palermo ed ex socia di ArciLesbica, chiedo alle iscritte di farsi sentire e di decidere: se davvero siete per la criminalizzazione della Gpa contro i padri arcobaleno, contro la condivisione di spazi fisici e luoghi politici con le donne trans, allora per favore, dichiarate ufficialmente la vostra fuoriuscita dal movimento nazionale Lgbti. Se, come spero, non è così, uscite allo scoperto ed impedite che qualche Terf (femminista radicale trans escludente) parli a nome vostro. Altrimenti, ci sono molte altre associazioni in cui impegnarsi per la lotta per i diritti Lgbti.

 

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Sulle polemiche, che hanno scosso la collettività Lgbti e non per la presentazione del libro di Daniela Danna alla vigilia del Milano Pride e l'opera di volantinaggio antigpa da parte di ArciLesbica Zami durante il corso della parata, era intervenuta anche la filosofa, politica e scrittrice Michela Marzano con una puntuale intervista rilasciata a Gaynews. Sollecitati dalle stesse componenti di ArciLesbica Zami a poter replicare, pubblichiamo il testo pervenuto alla nostra redazione mantenendo la punteggiatura originaria.

Michela Marzano critica l'espressione “utero in affitto” pure usata da fior di giuristi come il compianto Stefano Rodotà: si tratta di un'espressione puramente descrittiva, dato che nella cosiddetta “gestazione per altri” o gpa si presta per denaro (compenso o rimborso) l'apparato riproduttivo di una donna. Forse, essendo l'utero non separabile dalla donna intera, potremmo più correttamente dire “donna in affitto”. Chi cerca espressioni apparentemente neutre come gpa o maternità surrogata lo fa per ragioni ideologiche, per sfuggire alla riflessione morale cui siamo chiamate da questo fenomeno e per addolcirne gli aspetti più allarmanti dal punto di vista dei diritti umani.

È bene chiarire un equivoco di fondo: la gpa non è una pratica medica perché la gravidanza non è una pratica medica, ma una potenzialità intrinseca del corpo femminile. Nella gpa, però, l’intero corpo femminile viene trattato come macchina riproduttiva.

La gpa è un (nuovo) istituto giuridico attraverso il quale si dichiara che una gravidanza non appartiene alla donna che la fa, ma a chi gliel'ha commissionata (in cambio di denaro).

Le attività che preparano i pride sono momenti appropriati per discutere di questioni che riguardano le aspirazioni delle persone lgbtia - non a caso i documenti dei pride, come ad esempio quello di Roma, contenevano riflessioni ugualmente nette, ma di segno contrario, su questo stesso tema. Forse solo i favorevoli alla gpa possono creare occasioni di dibattito?

Tutti i pride si aprono con i trenini arcobaleno di un'associazione che ha firmato la Carta di Bruxelles secondo cui la donna che partorisce come “portatrice” deve essere retribuita e deve cedere i neonati senza alcun possibile ripensamento (come invece accade).

Il dibattito sulla gpa è sviluppato in primo luogo da femministe: sono vaste le aree di femministe in Italia, in Francia, negli USA e negli altri paesi che ne hanno chiesto il bando universale e si battono contro la mercificazione di gravidanza, del parto e della nascita. Il consenso informato nulla toglie alla riduzione a cosa della gestante e di chi nascerà e quindi non può essere paragonato alla donazione di organi. In ogni caso gli organi vengono donati, non venduti o offerti dietro rimborso. Non ci pare che qualcuno chieda la libertà di scelta e l'autodeterminazione per soggetti che volessero vendere i propri organi.

Diciamo all'onorevole Marzano che non siamo certo paternaliste, al limite “maternaliste”, anche se a noi sembra di essere umaniste, nel senso della difesa dei diritti umani basilari che la gpa vìola, sebbene le immagini di famiglie sorridenti con figli acquisiti in quel modo vorrebbe farci dimenticare il fenomeno oscuro che ne è all'origine.

Siamo convinte che la genitorialità non si realizzi solo sotto forma di maternità biologica, siamo infatti sostenitrici della possibilità di adozione per gay, lesbiche e single.

La nostra non è una opposizione immotivata di chi non ha riflettuto sulla questione della genitorialità: noi ci abbiamo riflettuto a lungo e ci siamo documentate. Siamo pronte a continuare la riflessione in un incontro pubblico con l'onorevole Marzano. Siamo certe che un raffronto di questo genere potrebbe aiutare le tante persone che dicono di essere ancora in fase di riflessione e a cui assistere ad uno scambio sereno e approfondito potrebbe essere molto utile.

Cristina Gramolini, Lucia Giansiracusa, Daniela Danna – ArciLesbica Zami Milano

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Saggista, autore di testi teatrali, giornalista, Piergiorgio Paterlini è il fondatore del periodico satirico Cuore con Michele Serra e Andrea Aloi. Tra le sue opere è da ricordare soprattutto la raccolta d'interviste Ragazzi che amano ragazzi che, pubblicata per la prima volta nel 1991 dalla Feltrinelli, è giunta alla 15° edizione.

Gaynews l'ha intervistato per sapere il suo parere su alcune tematiche Lgbti da sempre al centro della sua attenzione.

Nel libro Matrimoni del 2004 hai raccontato storie gay di “normale quotidianità”. Oggi po la legge sulle unioni civili, quella  quotidianità è sempre la stessa o qualcosa è mutato?

La quotidianità, diciamo relazione, è sempre la medesima. Allo stesso tempo l’acquisizione di diritti – che sempre ha  anche un benefico effetto sul piano sociale – modifica, a volte anche molto, le relazioni interpersonali. In meglio, ovviamente.  Sembra una risposta contradditoria. Penso invece siano vere entrambe le prospettive.

La richiesta di rivoluzione nei ruoli di generi non è più quella di un tempo?

La domanda è troppo ampia per una breve intervista. Risponderò con ciò che a me sembra più importante. Non i ruoli, ma la differenza di genere per me rimane cruciale, a tutti gli effetti (e dunque sbagliata ogni cosa che tende a negare, uniformare, rendere volubile questo aspetto della persona e della personalità). La differenza di genere rimane assai diversa, e assai più significativa, anche qui sotto ogni punto di vista, rispetto alle differenze di orientamento sessuale.

Le rappresentazioni delle unioni civili (feste, inviti, torte, confetti, ristoranti) non sono un po’ troppo omologate a quelle del matrimonio "classico"?

Ci sono fasi storiche in cui è utile sottolineare la “diversità”. E fasi in cui è utile sottolineare la parità, l’uguaglianza di fondo, la “normalità” di ciò che viene ritenuto – a torto – anormale, contro natura, eccetera. Non c’è una cosa più giusta dell’altra. Al di là delle scelte personali, tutte legittime e indiscutibili, sul piano della lotta per i diritti, a decidere cosa è meglio e cosa no (ripeto: nel senso di utile o controproducente) dovrebbe guidarci una lucida e responsabile visione politica (in senso lato), una valutazione di opportunità (non opportunismo) e di congruità/efficacia rispetto all’obiettivo. Questo dovrebbe valere a maggior ragione per la “forma” dei Pride. Senza aprire qui, adesso, un’annosa ma non abbastanza approfondita discussione, colpisce e dovrebbe fare riflettere che le immagini dei Pride di oggi (quasi vent’anni dall’inizio del nuovo secolo) siano pressoché indistinguibili da quelle degli anni Settanta/Ottanta del secolo scorso.

Famiglie etero, famiglie omosessuali, famiglie allargate. Cosa è per te la famiglia?

Una mia cara amica, Luciana Castellina, ricordando le battaglie importanti e giustificate contro la famiglia degli anni Sessanta e Settanta, dice che lei alla “famiglia” preferisce la “tribù”, sottolineando con questo il valore della scelta delle persone con cui dividere la vita rispetto alle formule classiche (siano esse il matrimonio o il “sangue”). Mi piace questa immagine, ma – negli anni – mi è venuta sempre più piacendo proprio la parola “famiglia”, che io preferisco di gran lunga alla definizione di “coppia”. Famiglia dice – come la intendo e cerco di viverla io – legami forti ma anche aperti e soprattutto accoglienti in molte direzioni, coppia mi parla invece di qualcosa di chiuso e limitato a due sole persone. Ragionando così, famiglia e tribù finiscono per avere, alla fine, lo stesso significato. Scelta, appartenenza, luogo caldo. Protezione reciproca. Ma anche accoglienza. La ricerca mai data una volta per tutte fra quando chiudere la porta e quando aprirla, fra quando scaldarsi davanti al camino e quando farsi attraversare dalla forza imprevedibile, a volte sconquassante ma anche esaltante del vento (il vento che toglie il respiro mentre corri, riempirsi la bocca di vento).

C’è un ampia discussione nel mondo Lgbti, e non solo, sulla gpa. Tu cosa ne pensi?

Che la discussione sia legittima e debba continuare. Che manchi soprattutto la chiarezza, la capacità di non fare di ogni erba un fascio, di distinguere fra cose apparentemente simili in realtà diversissime fra loro. Senza questo passaggio preliminare, ogni discussione è insensata e non produce nulla, anzi fa danni enormi, oltre a essere insopportabilmente ignorante e sciocca. Allora, per esempio, un conto è una donna che sceglie liberamente e fuori da ogni logica di bisogno di donare un figlio portato nel proprio utero a una coppia/famiglia, un conto è chi lo fa in stato di schiavitù, di estrema necessità, debolezza, inferiorità. Vale anche per la prostituzione, per dire. E sono ogni giorno scandalizzato dal constatare che abbiamo dimenticato la differenza fra stuprare e uccidere un bambino di tre anni e innamorarsi di una ragazza di diciassette (“minorenne”) da parte di un uomo o una donna più grandi. Anche questo non solo non risolve nulla, ma ha tutti e due i piedi dentro la barbarie. A dirlo così sembra ovvio. Nella realtà purtroppo questa confusione estrema è ciò che domina il senso comune.

Quello che una volta si chiamava Gay Pride oggi è indicato con la sola parola Pride in quanto, si dice, è di tutti. Sei d’accordo?

Non molto. Qui sembra si vada nella direzione che io auspico ma facendo un salto inutile e che rischia il ridicolo. Hai presente quelle scene in cui volendo balzare su un cavallo si prende troppa rincorsa e si cade dall’altra parte? Ecco. Il Pride è di tutti perché i diritti di una minoranza sono questione di tutti, certo. Ma se io organizzo un corteo di disoccupati, è un corteo di disoccupati, al quale auspico partecipi più gente possibile e anche chi un lavoro ce l’ha. Ma non per questo lo chiamo genericamente “corteo” (corteo di cosa? per cosa?). Se organizzo una manifestazione contro i voucher, è una manifestazione contro i voucher. Non la chiamo genericamente “manifestazione” illudendomi che così partecipino tutti i cittadini. E via dicendo.

Nel Paese e in Europa crescono le forze massimaliste e populiste, che portano con loro i germi ancora vivi del fascismo e accrescono quelli del razzismo, dell'omofobia e della transfobia. Siamo un Paese che dimentica la propria storia?

Siamo un Paese che dimentica tutto. Il futuro, più ancora del passato. Abbiamo dimenticato il futuro e, questa, mi pare la tragedia più irreparabile.

Dalla prima uscita di quel meraviglioso libro, che è “Ragazzi  che amano i ragazzi” (1991), a oggi che cosa è cambiato?

Grazie per il “meraviglioso”. Non è mai scontato e fa sempre piacere. Anche questa domanda però abbisognerebbe almeno di un intero libro. Non tutto si può riassumere in poche righe. Quasi tutto. Ma non tutto. Ho tentato una risposta, comunque, lunga alcune pagine, nell’introduzione e nella postfazione scritte appositamente per l’edizione del ventennale, quella uscita nel 2012 appunto.

Sei scrittore, giornalista, autore televisivo e sceneggiatore. Quale testo della letteratura classica suggeriresti a un giovane che ha appena fatto coming out?

Ragazzi che amano ragazzi di Piergiorgio Paterlini (Feltrinelli). Scusami, ma te la sei cercata.

Dentro di noi, nessuno escluso, siamo tutti brutti anatroccoli, come recita il titolo di un altro tuo libro?

No.

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Filosofa, saggista, politica, accademica ma soprattutto donna. È così che ama definirsi Michela Marzano, nel cui ultimo romanzo L’amore che mi resta si affrontano con delicata sensibilità i temi della perdita, dell’amicizia, dell’affettività, della maternità. Aspetto, quest’ultimo, su cui Gaynews ha voluto ascoltarla in relazione alle ultime polemiche relative alla gpa in seno alla collettività Lgbti.

Onorevole Marzano, le parole sono importanti. Che cosa esprimono secondo lei le espressioni utero in affitto e gestazione per altri?

Partiamo da un assunto per me fondamentale. Quello della importanza assoluta delle parole secondo il pensiero di Albert Camus, premio Nobel per la letteratura. L’espressione utero in affitto è erronea perché a essa è sottesa una concezione negativa e ideologizzata d’una pratica medica. L’espressione gestazione per altri è invece neutra in quanto descrittiva di quella pratica senza che se ne dia alcun giudizio morale.

Tre giorni giorni prima dell’inizio dell’Onda Pride è stato lanciato il comunicato Utero in affitto, firmato anche da alcune femministe della differenza e dalla presidente di ArciLesbica Nazionale. Che cosa ne pensa?

Penso che si tratti di un’azione altamente scorretta e inappropriata. Ancora una volta si è agito con la volontà di creare scompiglio e non di favorire un sereno raffronto. Tale modalità ricorda infatti l’allarme che fu lanciato lo scorso anno proprio mentre in Senato si discuteva dell’ex art. 5 del ddl Cirinnà sull’adozione del configlio o stepchild adoption. Dispiace poi vedere tra le firmatarie anche alcune femministe. Riprova delle contrapposizioni e spaccature che caratterizzano il movimento femminista italiano a differenza della sua comprattezza iniziale.

In molti si è impegnati anche sui social a favorire un discussione sulla gpa ma non poche femministe della differenza muovono l’accusa che si stia facendo propaganda sulla scorta dell’art 12 (comma 6) della legge al 40. Chiusura al dialogo o manganellismo verbale?

È ovvio che si tratta di una totale chiusura al dialogo, scambiando artatamente l’esternazione delle proprie vedute con la propaganda. Si crede di poter imporre un pensiero unico al riguardo brandendo le armi delle sanzioni o, addirittura, del reato universale. Sulla gestazione per altri sarebbe ribadire una volta per tutte che una cosa è la pratica, una cosa sono le modalità con cui si effettua. Non si può liquidare la gestazione per altri - volta a realizzare il desiderio di genitorialità d’una coppia a prescindere dal loro orientamento sessuale – sulla base dell’argomento di quanto avviene nei Paesi terzo/quartomondiali. Si pensi al Canada o alla California dove la gpa è normata nel pieno rispetto dei basilari principi legali col consenso informato delle parti e senza, dunque, alcun sfruttamento della donna gestante Quanto detto potrà essere più chiaro se si pensa a un’altra pratica medica importantissima quale la donazione di organi. Donazione che può avvenire nel caso di soggetti sia morti cerebralmente sia vivi. Ora sarebbe illogico qualificare la donazione di organi una pratica illegittima e criminosa perché in Paesi estremamente poveri c’è chi si presta alla sua effettuazione per motivi d’indigenza. Tali modalità, che si configurano come sfruttamento della persona, sono da condannare con fermezza e perseguire penalmente. Ma ciò non può portare alla condanna della pratica che è legittima e altamente umanitaria.

Sabato pomeriggio è stato presentato a Milano l’ultimo volume di Daniela Danna. ArciLesbica Zami Milano ha inviato una mail alle socie annunciando la diffusione di  volantini antigpa durante il Pride del giorno dopo. Quale il suo parere?

Trovo totalemente inaccettabile quel comunicato per il contesto (il giorno prima del Milano Pride) e, soprattutto, per i contenuti. Si pensi alle parole: “Le lesbiche non sono le mogli dei gay, che tacciono e annuiscono quando gli uomini parlano”. Si tratta di parole che esprimono l’idea paternalistica e patriarcale della vita matrimoniale quale condizione di sudditanza servile per la donna. Quell’idea che il movimento femminista ha sempre combattuto e continua a combattere Per non parlare della presunzione di voler parlare a nome di tutte le altre donne lesbiche.

Per Michela Marzano, donna e politica, che messaggio deve arrivare sulla gpa dal mondo delle donne e da quello della politica?

Come donna e politica credo che sia ora di mettere da parte ogni visione ideologica sulla gpa e d'incontrarsi sul terreno del confronto iniziando a eliminare l’utilizzo di parole offensive tanto per le donne quanto per chi vuole concretare il desiderio di genitorialità. Confronto che deve partire dall’idea di genitorialità. Un’idea che non è univoca come quella imposta dalle posizioni biologistiche. L’essere genitore si realizza al di là dell’aver messo un mondo un figlio. Si realizza nell’affetto costante nei riguardi di colui alla cui crescita, formazione ed educazione ci si presta attimo per attimo con la mente e il cuore.

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Diritti senza frontiereQuesto è il claim del Milano Pride 2017 che avrà oggi la sua conclusione con la parata che partirà da P.zza Duca D'Aosta e terminerà in Porta Venezia.Un Pride all'insegna dell'orgoglio e della libertà di essere e di avere pari diritti in quanto persone. Quindi non solo un Pride Lgbti ma un Pride a 360 gradi che vuole e avrà al suo fianco anche altre realtà. Come la rete milanese Nessuno è illegale, che promuove e lotta per l'accoglienza e i diritti dei migranti. Proprio uno di loro parlerà e porterà la sua esperienza sul palco di Porta Venezia. Palco che per la prima volta non darà voce alle associazioni ma alle diverse istanze, alle varie esperienze che siano più o meno riconducibili alla comunità Lgnti. Sarà un momento più personalistico.

Purtroppo quest'edizione del Milano Pride è stata segnata da una querelle molto accesa. Quella relativa alla gpa o gestazione per altri. Infatti, il 23 giugno, proprio alla vigilia della manifestazione conclusiva e all'interno della Pride Week, ArciLesbica Zami Milano ha organizzato la presentazione con annesso dibattito del libro di Daniela Danna Fare un figlio per altri è giusto. Falso!Il mondo Lgbti si è spaccato in due e anche in modo violento.

Leonardo Meda del Coordinamento Arcobaleno, raggiunto telefonicamente da Gaynews, ha dichiarato al riguardo: «Il Coordinamento Arcobaleno ha sempre dato la possibilità a tutte le associazioni e gruppi Lgbti di inserire, all'interno della Pride Week, un evento, un dibattito. Per cui censurare un'associazione importante e storica come questa sarebbe stato impensabile. D'altro canto il tutto è stato e sarà curato esclusivamente da ArciLesbica Zami Milano; anche il dibattito sarà moderato da una loro rappresentante. Il Coordinamento Arcobaleno ha dato, come fa sempre, solo il permesso di apporre il proprio logo nella comunicazione dell'evento e nessun patrocinio».

Posizione, questa, che non fuga i dubbi sull'opportunità di eventi capaci di causare malumori e contrapposizioni all'interno d'un evento gioioso e unitario come il Pride.

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In preparazione della nuova edizione del Perugia Pride Village, che si terrà nel capoluogo umbro dal 23 al 25 giugno, Gaynews ha intervistato Stefano Bucaioni, presidente di Omphalos Lgbti.

Anche quest’anno, in vista del Pride, Omphalos Lgbti – Perugia ha messo in campo molte iniziative. Rispetto alla scorsa edizione quali sono le novità previste per il Pride Village 2017?

La strutturazione delle tre giornate del Perugia Pride Village rimane la stessa ben collaudata delle passate edizioni e le principali novità riguardano i temi e gli argomenti trattati. Si apre, come al solito, il venerdì sera con la notte arcobaleno, che coinvolge l’intero quartiere di Borgo Bello, al centro storico di Perugia, con musica, esercizi commerciali aperti fino a tarda notte e una miniparata lungo tutto il quartiere. Poi nelle giornate di sabato e domenica il Perugia Pride Village propone dibattiti, musica dal vivo, stand informativi, mostre fotografiche, proiezioni di film (quest’anno andrà in onda il premio Oscar Moonlight) e il concorso/cabaret Miss Drag Queen Umbria 2017. Il Perugia Pride Village è ormai diventato un appuntamento atteso dalla città e sempre molto partecipato.

Lo slogan dell'anno è costituito dalle parole laicità e libertà che, vicine, amplificano l'una il significato dell’altra. Perché questa scelta?

La scelta è motivata nel documento politico del Perugia Pride. Viviamo in un Paese che si dice laico, in cui l'opinione di un'istituzione religiosa è però capofila di ogni telegiornale. Un Paese in cui la discussione sui diritti umani deve passare attraverso un contraddittorio di persone che si sentono legittimate a seminare odio in virtù di un credo. È il momento che il movimento Lgbti e la società tutta diventino bandiere di un pensiero libero e laico, in cui atei e credenti di ogni religione trovino la capacità di separare la devozione individuale dalla discriminazione. Per questo abbiamo scelto lo slogan: Si scrive laico, si legge libero, che verrà affrontato nei dibattiti e nelle tante altre attività del Pride.

Da poco la Regione Umbria ha approvato una legge contro l’omotransfobia grazie anche al determinante contributo di Omphalos Lgbti. Quali suggerimenti potete offrire, sulla base della vostra esperienza, ad altre associazioni, gruppi e organizzazioni che intendono promuovere la stessa cosa nelle loro regioni ?

Il miglior suggerimento che possiamo offrire è quello di fare rete e stringere alleanze con le tante forze che con noi condividono un orizzonte di diritti e libertà. In Umbria l’alleanza tra le associazioni Lgbti e le tante altre associazioni del territorio, i sindacati, gli studenti, ecc. è stata chiave nell’operazione di pressing verso l’assemblea regionale. Poi ci vuole determinazione e ostinazione nel mantenere la barra dritta durante le fasi più delicate della discussione e della mediazione, ricordando sempre il proprio ruolo, che è quello di forza sociale che rappresenta una comunità e delle istanze ben precise.

Nel vostro sito web è presente un documento dal titolo Gestazione per altri: il documento politico di Omphalos. C’è un dibattito aperto in materia e molti sono i punti di vista. Quali sono le vostre riflessioni più significative ?

Omphalos ha fatto un lungo percorso di confronto e discussione interna sul tema, che è durato diversi mesi e che ha coinvolto a più riprese le socie e i soci di tutta l’associazione, producendo un articolato documento nel quale risulta chiaro il nostro parere favorevole alle pratiche di gestazione per altri. Uno dei punti cardine della battaglia per i diritti civili e sociali che Omphalos persegue è garantire la possibilità di autodeterminarsi, dove autodeterminazione è la decisione della singola persona di affermarsi in piena autonomia e libertà in ogni campo: sociale, economico, istituzionale, famigliare e politico. Ed è proprio seguendo il principio di autodeterminazione che non si vuole dubitare della capacità di scelta di una donna di poter fare del proprio corpo ciò che ritiene più opportuno, ma piuttosto lottare affinché si amplino i campi e i contesti nei quali possa esprimere le sue scelte nella maniera più libera e consapevole possibile. Riguardo al dibattito che si è aperto nel movimento, e che purtroppo ha registrato diversi momenti bassi, la nostra speranza è proprio il moltiplicarsi di simili percorsi di approfondimento e discussione, per evitare che il confronto sia ridotto ad un mero scontro tra personalismi.

Omphalos Lgbti è un'organizzazione che ha messo al primo posto del suo impegno  quotidiano le tematiche inerenti  all'Hiv e alle Mst. Per un territorio come quello perugino quali sono i punti forti della vostra azione e quali quelli deboli?

Il tema della salute e del benessere della comunità Lgbti è sempre stato prioritario per Omphalos e, per questo, sono numerosi i servizi che offriamo: dal centro di ascolto e accoglienza con le nostre psicologhe al gruppo salute e il suo checkpoint per i test rapidi Hiv e sifilide. Anche qui la stretta collaborazione con le strutture sanitarie ci ha permesso di offrire servizi di livello professionali. Ad esempio nel nostro checkpoint collaborano attivamente medici del reparto di malattie infettive e volontari formati grazie anche all’aiuto di esperienze pilota a livello nazionale come quella dell’associazione Plus di Bologna.

Omphalos Lgbti è impegnata sul territorio regionale da molti anni. Ci sono state ultimamente modifiche nel rapporto con le istituzioni?

Omphalos compie quest’anno 25 anni di attività e il suo è stato un percorso di costante crescita. La fiducia della comunità Lgbti e il lavoro instancabile delle tantissime volontarie e volontari che vi lavorano ogni giorno sono stati indubbiamente i fattori più importanti nel consolidamento del rapporto tra Omphalos e le istituzioni del territorio. Poi c’è la nostra indipendenza, sia politica sia economica, anche verso le istituzioni pubbliche, che rappresenta un valore al quale teniamo profondamente e che ci permettere autorevolezza e libertà nel portare avanti gli interessi di tutta la comunità.

Chi sono i vostri interlocutori privilegiati al riguardo?

Il nostro interlocutore privilegiato è e rimane la comunità Lgbtiu, che cerchiamo di intercettare e coinvolgere in tutte le attività che realizziamo, da quelle ludiche a quelle culturali. Da essa cerchiamo ispirazione e ci confrontiamo per individuare la direzione da dare all’azione dell’associazione. Poi basta partecipare al Perugia Pride Village per scoprire le oltre 40 realtà tra associazioni, gruppi, sindacati, con i quali collaboriamo tutto l’anno e che al Pride ci affiancano con i loro stand e le loro attività. Il Perugia Pride Village nasce anche dall’esigenza di celebrare una giornata importante per la nostra comunità proprio insieme ai nostri alleati di sempre.

E il rapporto con Arcigay ?

Tocchiamo un tasto per noi dolente. Sosteniamo da anni che Arcigay vada profondamente ripensata. E ultimamente anche Arcilesbica ha dimostrato di aver bisogno di una profonda riforma. L’esigenza di associazioni nazionali pesanti che controllano i loro territori e che pretendono di avere il primato di rappresentanza nel movimento Lgbti italiano non è più attuale (ammesso che mai lo sia stata). Il movimento è sempre più plurale e non si può non tenerne conto e ripensare gli strumenti di partecipazione e discussione. L’abbiamo detto al congresso di Ferrara nel 2012 e lo abbiamo ribadito al congresso di Napoli nel 2015 con il nostro documento Le ragioni del nostro NO, nel quale esprimevamo parere fortemente negativo sulla mozione che è poi risultata maggioritaria. Arcigay ha un patrimonio di risorse e competenze grandissimo che risiede nelle sue associazioni territoriali. Questo patrimonio va messo al servizio del movimento in un’ottica di servizio e di collaborazione, ripensando e allargando gli strumenti di partecipazione e isolando i vari padroncini abituati a gestire le associazioni come proprietà personali.

Una parola conclusiva sulla pallavolo, che figura nelle vostre attività. Le discriminazioni si vincono quindi con forti schiacciate o con un buon gioca di squadra?

La pallavolo è tra le nostre attività sportive principali e durante l’anno le nostre squadre organizzano tornei e partecipano a diversi eventi sportivi in giro per il Paese. Devo essere sincero però: coppe e medaglie ancora scarseggiano. Ciò che invece non scarseggia, e che anzi è in aumento costante, sono le iscrizioni e l’entusiasmo. Per questo posso dire con certezza che è il gioco di squadra a farci vincere le nostre battaglie dentro e fuori il campo da gioco. L’impegno con il quale i ragazzi e le ragazze della pallavolo, così come della squadra di nuoto, portano il messaggio della non discriminazione all’interno del mondo dello sport è per noi preziosissimo e rappresenta la più grande vittoria che potevamo sperare.

 

 

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A poco meno d'una settimana di distanza dal Pride di Reggio Emilia abbimo incontrato Alberto Nicolini, anima del coordinamento organizzatore, per raccoglierne impressioni e valutazioni
 
Alberto, in primo luogo, se dovessi presentarti, cosa diresti di te?
 
Presentarmi? Chi si loda, s'imbroda. Comunque, sono Alberto Nicolini, presidente di Arcigay Gioconda Reggio Emilia, attivista da quattro anni, da quando cioè sono rientrato in Italia dopo una decina di anni all'estero . 


A pochi giorni dal REmilia Pride, come stai vivendo la polemica degli ultimi giorni nata a seguito del Basilicata Pride sull'idea di "sobrietà"? 

L'ondata di entusiasmo per chi ha partecipato sta scemando solo ora: il REmilia Pride ha portato in piazza il triplo delle persone che ci attendevamo. Del resto non ci siamo ancora fermati un minuto: abbiamo ricevuto una serie di richieste di aiuto e abbiamo dovuto organizzare un luogo di accoglienza per due persone che, proprio in concomitanza del Pride, hanno dovuto chiedere aiuto rispetto alle famiglie. Per questo la polemica in corso ci fa arrabbiare: tutta la faccenda doveva essere gestita molto meglio sia da chi ha sbagliato con quelle parole al microfono sia da chi, a nostro avviso, ha rilanciato male, malissimo la questione con un comunicato stampa scritto in quel modo. Ora, anziché del successo di avere avuto mille persone in piazza in una città come Potenza o del fatto che in Emilia 13.000 persone hanno gridato "Sì, lo vogliamo" al matrimonio egualitario, parliamo di "sobrietà". Ecco, il Pride secondo noi non è una cosa sobria. Nadia, presidente di Potenza, che ha pronunciato quelle frasi maldestre, può essere accusata di tutto ma non di "sobrietà". Però il Pride, nel suo essere allegro, colorato, inclusivo e gioioso, è una cosa seria, tremendamente seria, perché seria, serissima è la situazione in Italia. 
 
Sembra che Vladimir Luxuria abbia in parte ritrattato le posizioni inizialmente espresse, ovvero "Non siamo più negli anni 70, la provocazione del nudo non ha più senso". Che ne pensi? 
 
Onestamente non mi interessano molto le dichiarazioni. Mi interessano di più le azioni concrete. Di tutto si può accusare Vladimir Luxuria ma non di non avere a cuore le istanze della comunità Lgbti. È innegabile che non siamo più negli anni '70. È innegabile anche che le nostre leggi, a parte le unioni civili giocate al ribasso, sono praticamente le stesse degli anni '70-'80. Di questo tema secondo noi dovremmo riempire i social (e le piazze) nella stagione pride. Essere nudi o vestiti in una manifestazione pubblica deve essere una scelta consapevole e deve essere utilizzata al meglio per raggiungere obiettivi chiari. Poi non mi risulta che nessuno sia andato in giro a piegare il braccio dietro la schiena a chi non è d'accordo, in un senso o nell'altro. 
 
Alcune realtà associative ritengono che la vera chiave per uscire dalla questione sia investire sempre di più su manifestazioni differenti rispetto al Pride, vedi ad esempio Svegliati Italia. Qual è la vostra posizione? 
 
Il REmilia Pride è nato proprio da Svegliati Italia. Ci siamo trovati improvvisamente con 500 persone in piazza (e altre 100 davanti all'ambasciata italiana a Berlino, sempre organizzata da noi) a sostenere una richiesta chiara. Abbiamo perciò deciso di costruire un Pride ambizioso, politico, basato su richieste pragmatiche: matrimonio egualitario, legge contro l'omotransfobia, riforma della legge 162, prevenzione nelle scuole di bullismo, Mts e stigma per i sieropositivi, e via discorrendo, in ambito nazionale, regionale e locale. Abbiamo fatto 170 test rapidi in piazza, distribuito 3.500 preservativi e 5.000 volantini col riassunto del programma politico. Abbiamo creato una ventina di eventi prepride da marzo a maggio, parlando di disabilità, migranti, salute, lavoro, coming out, adozione, diritto al lavoro per le persone transessuali, politiche aziendali contro la negatività, omogeniorialità, cui hanno partecipato un migliaio di persone e decine di enti e associazioni non solo Lgbti. Abbiamo firmato un protocollo con il Comune che coinvolge tutti gli enti locali, a partire dall'ospedale, le forze armate e gli asili. Abbiamo organizzato e ospitato un incontro regionale di tutte le Arcigay dell'Emilia Romagna per coordinarci nella lotta per la legge regionale contro l'omotransfobia, che da un decennio aspettiamo.
 
Secondo noi, se vogliamo ottenere leggi e azioni positive, dobbiamo conquistare alleati tra chi è disposto ad ascoltarci, strappando la popolazione alle parole di terrore su cui giocano i vari movimenti contro di noi, che solo la paura e l'ignoranza hanno come strumenti. Noi informiamo, ci mettiamo la faccia, il cuore, il corpo, andiamo in mezzo alla gente. Al REmilia Pride questo sembra aver funzionato (grazie ai comitati aderenti al progetto: Piacenza, Parma, Reggio, Modena, Bologna, Ferrara, Verona e Mantova e alle associazioni, sponsor e enti che hanno collaborato). E finalmente il giorno del Pride abbiamo fatto un corteo bellissimo, divertentissimo, seguito da un palco ricco di testimonianze. Vedere migliaia di persone rimanere ad ascoltare fino alla fine due ore e mezzo di interventi è stata una bella conferma della voglia di fare sul serio. Speriamo che il nostro Pride aiuti a portare anche più gente ai prossimi Pride della stagione e soprattutto a votare le persone giuste alle prossime elezioni. 
Che messaggio vi aspettata dai prossimi Pride su un altro tema rovente delle ultime settimane, ovvero la gpa? 
 
Ci aspettiamo che venga data voce a chi più ha subito questi attacchi: le famiglie arcobaleno. È lecito avere opinioni diverse su un tema come questo, ma non è lecito usare termini e modi che offendono i bambini nati in questo modo e che - vi assicuro - sono bambini come tutti gli altri. Su questo diventiamo delle tigri. Non si offendono i bambini. Quanto alla gpa in sé, ma parlo a titolo personale, faccio mie le considerazioni delle Famiglie Arcobaleno sulla scelta etica, rispetto a chi rivolgersi e in che modo. Se anche gli eterosessuali (il 95% degli utenti di queste procedure) avessero queste attenzioni, il mondo sarebbe migliore. Si tratta comunque di una questione complessa che non si può esaurire in uno slogan o una frase. Chi crede che il mondo in cui agiamo come attivisti Lgbti sia tutto bianco o nero, nega la complessità in cui vogliamo e dobbiamo muoverci per fare il meglio per chi verrà dopo. 
 
Che dire? Grazie dell'attenzione. Domani parto per Washingon DC, dove sarà al Pride di sabato. Se i vostri lettori hanno qualche messaggio speciale per Trump, fatemelo sapere!
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Il 5 giugno si è tenuto in preparazione al Roma Pride il dibattito Diritti umani: One Struggle, One Fight. Una sola lotta, una sola battaglia, moderato dal giornalista di Huffington Post Simone Alliva. Tra i relatori l'ex ministra Emma Bonino, il senatore Luigi Manconi, l'attivista di All Out Yuri Guaiana e il portavoce del Roma Pride Sebastiano Secci.

Al termine dell'incontro Gaynews ha intervistato il senatore dem Manconi, che ricopre a Palazzo Madama l'incarico di presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani.

Senatore, parliamo di unioni civili. Quando in Senato si dovette votare la fiducia al ddl Cirinnà, lei annunciò la non partecipazione nell'intervento del 25 febbraio 2016 invocando la questione della dignità della persona e dicendo: "La dignità non può essere dimidiata. La dignità o è o non è". A distanza di un anno la sua posizione è cambiata?

La mia posizione non è cambiata. Non dicevo che era meglio che non ci fosse nessuna legge. Diceva con grande rammarico che avrei preferito una legge più aperta, che rispettasse davvero i diritti di tutti: una legge ispirata alla parità, che discriminava addirittura tra figlio e figlio (aspetto questo per me il più oltraggioso), mi sembrava una cosa molto brutta. Poi è ovvio che esiste il senso di responsabilità, esiste il senso storico, esiste un interesse. Per cui meglio che quella legge sia stata approvata piuttosto che fossimo ancora senza nessuna legge.

Si torna a discutere ciclicamente di gestazione per altri. Alcune settimane fa un gruppo di femministe e componenti di qualche associazione Lgbti hanno diramato il comunicato Utero in affitto in reazione a un passaggio del documento politico del Roma Pride. Secondo lei è possibile una gpa etica?

Mi attengo alle sue parole. È possibile una gestazione per altri che rispetti un fondamento etico? È possibile. Dev’essere così perché, qualora così non fosse, le mie perplessità resterebbero. Personalmente assecondo una domanda che mi sembra legittima ma che mi lascia perplesso per un motivo molto semplice: perché non vedo bilanciati i diritti in gioco. Tutte queste leggi sono delicatissime e complicatissime da elaborare e da approvare, perché non c’è un solo diritto da accogliere o da respingere. Ma più diritti che devono essere combinati insieme per essere rispondenti a un interesse comune. C’è un desiderio di paternità e maternità, che è un diritto. Però c’è anche la necessità di evitare che questo diritto provochi la subordinazione d’una donna a semplice esigenza di mercato e, dunque, un’impostazione classista. Io, di fronte a questa contraddizione, finora ho esitato a dirmi favorevole. Se fosse realizzabile una gestazione per altri che rispetti i parametri tecnici, io sarei favorevole. Tenga però in conto che personalmente tutti questi diritti li colloco entro una dimensione etica, proprio perché penso che la loro forza dipende dal fatto che non rispondano esclusivamente a un interesse privato, e nemmeno a un interesse di gruppo, e nemmeno a un interesse di minoranze ma insieme rispondono all’interesse della collettività, cioè della piena realizzazione della cittadinanza.

Ricorre quest'anno il decennale del decreto legislativo sulla protezione internazionale, che recepì nella sostanza un emendamento alla legge comunitaria sul diritto d'asilo avanzato dal senatore Silvestri non senza l'apporto dell'on. Grillini e riferentesi alle richieste presentate per motivi legati all'orientamento sessuale. Come giudica tale normativa?

Si tratta d’una legge molto importante ma resta ancora da fare tantissimo. Tantissimo perché, come sappiamo, appena un mese fa abbiamo avuto il problema degli omosessuali in Cecenia e anche in Italia la possibilità di tutelare i profughi per ragione di persecuzione sessuale è tutt’altro che garantita. C’è molto da fare per evitare che questo sia il punto debole, su cui si concentrino politiche di discriminazione e di respingimento.

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Con il taglio del nastro in via S. Giovanni in Laterano è iniziata il 3 giugno la Gay Croisette che, sotto la direzione artistica di Diego Longobardi, costituisce la settimana di eventi preparatori alla grande parata del 10 giugno. Tra questi è apparso d'indubbia importanza il dibattito Diritti umani: One Struggle, One Fight. Una sola lotta, una sola battaglia, tenutosi ieri sera e moderato dal giornalista di Huffington Post Simone Alliva. Tra i relatori l'ex ministra Emma Bonino, il senatore Luigi Manconi, l'attivista di All Out Yuri Guaiana e il portavoce del Roma Pride Sebastiano Secci.

Emma Bonino, che dal palco ha invitato le persone Lgbti a essere meno autorefenziali e ad aprirsi maggiormente per fare rete, ha espressamente indicato come esempio al riguardo la sensibilizzazione al tema della procreazione medicalmente assistita. Al termine del suo intervento Gaynews ha chiesto un suo parere sulla pratica della gpa anche a seguito del comunicato Utero in affitto, sottoscritto da alcune femministe della differenza, dal presidente di Equality Italia e dalla presidente di Arcilesbica Nazionale in reazione alla chiara presa di posizione del documento politico del Coordinamento Roma Pride.

«Trovo tutto ciò assurdo - ha dichiarato la leader storica dei Radicali -. Bisogna innanzitutto dire che la legge 40 oramai non esiste più grazie alla testardaggine di alcune coppie, che sono arrivate fino alla Corte Costituzionale aiutate e sostenute dall’Associazione Coscioni.. L'idea del “se a me non piace, non si deve fare” è una posizione che ha guidato tutte le repressioni storiche sui diritti civili o non civili. In più io non credo al proibizionismo. È molto semplice. Orbene, sarà difficile (ma non è vero perché è stato fatto in altri Paesi) ma è necessario regolamentare questa pratica. Regolamentazione, che cerchi di limitare lo sfruttamento della donna.

C’è chi vorrebbe renderla un reato mondiale. Finché a farlo sono politici di determinate aree, uno lo dà per scontato perché fa parte d’una loro consistente idea pseudoculturale o culturale che sia. Quello che trovo assolutamente surreale è che gruppi, anche di femministe (da qualcuno definite da caverna), assumano questa posizione proibizionista. Ora l'assunto dell'io non lo farei trasformato nel tu non lo devi fare è totalmente da superare come si è sempre fatto. Per questo il femminismo ha superato l'idea dell’io non abortirei, quindi tu non devi abortire. E adesso si torna paradossalmente al principio personalistico dell'io non lo farei, per altro legittimo, per arrivare a quello del tu non lo devi fare. Da un punto di vista culturale mi è completamente estraneo. Dal punto di vista dell’efficacia è assolutamente impossibile»

 

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