«Leggendo Lodi e Riace insieme, si comprende l'allarme. C'è il rischio di creare una contrapposizione tra italiani e non, tra buoni e cattivi. Problemi complessi richiedono il tempo dell'analisi, non della comunicazione social». 

Non usa mezzi termini Vincenzo Spadafora, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri con delega alle Pari opportunità e ai Giovani, nella lunga intervista rilasciata a Il Corriere della Sera.

Di argomenti ne affronta in verità tanti ben al di là di quello immigrazione, che gli consente, in ogni caso, un'elegante stoccata a Lorenzo Fontana per le relative dichirazioni su una presunta diluizione dell’identità italiana: «Per tutti noi ora è il momento di lavorare. Il ministro ha un compito difficile, aiutare le famiglie e i disabili».

E al leghista veronese, figlio spirituale del tradizionalista don Vilmar Pavesi tutto anatemi e messa tridentina, si rivolge ancora una volta in maniera chiara sia pur indiretta: «Non possiamo non vedere che esistono le famiglie arcobaleno».

Già, perché è proprio in tema di diritti che per Spadafora esiste una differenza abissale tra M5s e gli alleati verdi (o bleu) di governo.

«Nella maggioranza – spiega Spadafora - ci sono sensibilità culturali molto diverse, a cominciare dai diritti. Noi dobbiamo restare alternativi alla Lega, siamo una cosa diversa». Diritti, sui quali «il contratto non prevede un arretramento culturale. Il M5S deve assumersi la responsabilità fortissima di tenere alta l’attenzione su questi temi. Noi difenderemo tutte le conquiste fatte. Abbiamo sensibilità forti nei gruppi parlamentari e nell’elettorato di cui dobbiamo tener conto. Non possiamo cadere nella trappola di alimentare un clima di discriminazione verso chi è considerato diverso, immigrati, persone di colore, omosessuali».

Durissima, inoltre, la valutazione sul ddl Pillon: «È un episodio che desta allarme. Proposta antistorica – ribatte Spadafora -, perché non tiene presente l’interesse dei bambini e riduce tutto a chi è a favore dei padri e chi delle madri».

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Sindaca arcobaleno. Potrebbe definirsi così Stefania Bonaldi, la prima cittadina di Crema, che, dopo aver registrato anagraficamente, il 9 maggio, due fratellini quali figli di due uomini e, il 2 agosto, una bambina quale figlia di due mamme, ha provveduto a riconoscere, il 12 ottobre, la genitorialità di due donne in riferimento alla lora piccola nata alcuni giorni fa.

Come se non bastasse, Stefania Bonaldi ha ieri presieduto la celebrazione dell'unione civile di «altre due mamme  alla presenza della loro bimba di qualche mese, fortemente voluta e cercata», annunciandone al più presto l’ufficiale riconoscimento quale «figlia della coppia».

La sindaca di Crema, che è fra l’altro candidata alle imminenti elezioni provinciali a Cremona nella lista Insieme per il territorio, ha poi dichiarato sempre su Facebook con chiaro riferimento al ministro della Famiglia e della Disabilità Lorenzo Fontana: «Ditemi se questi non sono legami veri, solidi, spontanei, che meritano di essere riconosciuti e riempiti di diritti. Ditemi se queste non sono famiglie, il cui unico, vero, stupefacente fondamento sono l'amore e il rispetto. E un supplemento di coraggio.

Non sarò mai abbastanza grata dei miei privilegi di sindaco».

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Dopo aver ieri incontrato Luca Zaia, presidente della Regione Veneto, e Federico Sboarina, sindaco di Verona, Toni Brandi, Massimo Gandolfini, Jacopo Coghe, rispettivamente presidenti di Pro Vita onlus, Comitato Difendiamo i nostri figli e Generazione Famiglia, e Brian Brown, presidente del Congresso Mondiale delle Famiglie, hanno stamani incontrato a Roma Matteo Salvini e Lorenzo Fontana.

Ad accompagnarli il senatore leghista Simone Pillon, il cui ddl sull’affido condiviso si appresta a essere oggetto di oltre 120 audizioni in Commissione Giustizia.

Motivo degli incontri il World Congress of Families, che si terrà a Verona dal 29 al 31 marzo 2019 e che sarà appunto organizzato dalle tre associazioni promotrici del Family Day sotto la guida di Brian Brown.

Nel riceverli, il ministro dell'Interno ha dichiarato: «Siamo orgogliosi di ospitare le famiglie del mondo a Verona: questa è l'Europa che ci piace». A lui Brown ha chiesto «di riflettere tutti assieme sul sostegno da dare alle famiglie e l'Italia, per la sua storia, è il luogo più adatto per farlo».

Anche il ministro per la Famiglia e le Disabilità si è detto «fiero di ospitare in Italia, e a Verona in particolare, le famiglie di tutto il mondo. La famiglia sarà per noi l'asse dell'Europa del futuro».

Al termine dei due incontri Gandolfini, Coghe e Brandi hanno visto nella giornata di oggi «un segno che il vento in Europa sta cambiando. Sta crescendo l'attenzione su un maggiore sostegno ai nuclei familiari, alla natalità e alla giustizia sociale». I tre presidenti sono certi «che da Verona partirà la controrivoluzione del buonsenso e della ragione»

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Una coppia di donne ha avuto ieri la gioia di vedere riconosciuta dal Tribunale dei minori di Venezia l’adozione coparentale per la madre non biologica.

Nel 2017 la medesima corte si era già espressa allo stesso modo in riferimento a Silvia e Miriam, due giovani donne che, unitesi nel 2016 e residenti a Marghera, hanno una figlia di sei anni. Un sospirato traguardo, coronatasi poi, nel giugno scorso, con l’anteposizione del cognome di Silvia a quello di Miriam sull'atto di nascita della loro figlia, cui è stato conseguentemente assegnato il doppio cognome

Ma quello d’ieri rappresenta un unicum, essendo il primo caso di adozione coparentale in riferimento a una coppia di gemelli.

Viva soddisfazione è stata espressa da Umberto Saracco e Valentina Pizzol (la quale è anche componente di Rete Lenford), legali della ricorrente, per la sentenza emessa dal collegio presieduto da Maria Teresa Rossi e composto da Alessandra Maurizio, Giorgio Mattei, Antonella Pietropoli. In essa è rilevato come «la ricorrente e la madre dei minori costituiscaono una coppia coesa, con un legame solido che si protrae da più di vent’anni» e «come entrambe vivano la relazione genitoriale con i bambini in modo adeguato». 

Sta suscitando invece reazioni, a partire da quelle di Mattia Galdiolo (presidente di Arcigay Padova), il seguente inciso: «Consapevoli che dovranno avere un atteggiamento aperto verso la loro identità di genere per permettere loro uno sviluppo adeguato e l’opportunità di relazionarsi con persone ad orientamento non omosessuale». Una tale frase, è in ogni caso, un virgolettato nel testo della sentenza ed è stata tratta dalla relazione redatta dall’Equipe Adozioni.

Sul caso veneziano abbiamo raggiunto il deputato Alessandro Zan (Pd), che ha dichiarato: «La prima stepchild adoption di due gemelli da parte di una coppia omosessuale di Venezia è una notizia storica. Ancora una volta una sentenza ha sostituito il vuoto lasciato dalla politica sul tema dei figli di coppie omogenitoriali: questo caso deve ricordare al Parlamento che è urgente riconoscere gli stessi diritti a tutte le famiglie, e garantire uguali tutele a tutti i bambini. La realtà è più forte di qualche dichiarazione omofoba del ministro della medievalità Fontana.

Trovo però insensato e discriminante che il Tribunale dei Minori di Venezia abbia dovuto specificare – pur rimandando a un passo della relazione dell’Equipe Adozioni – l’obbligo di frequentare persone eterosessuali, come se l’orientamento sessuale possa modificarsi in base all’ambiente in cui vive una persona: è una visione retrograda e priva di basi scientifiche. Questi due bambini vivranno la loro vita, cresceranno e frequenteranno i loro compagni di scuola, di sport, di giochi esattamente come tutti gli altri. Congratulazioni a queste due madri, a questa splendida famiglia, sapranno crescere i propri figli nel migliore dei modi».

Non sono mancate, in giornata, le voci critiche contro la sentenza del Tribunale dei Minori di Venezia.

Se il senatore Antonio De Poli (Udc) ha parlato di «decisione creativa che viola il principio della Costituzione secondo cui una famiglia è formata da un uomo e una donna», il suo omologo forzista Maurizio Gasparri ha detto «basta con le adozioni da parte di coppie omosessuali a colpi di sentenze. A Venezia un'altra decisione temeraria apre alla stepchild adoption, approfittando dell'ambiguità della legge voluta dalle sinistre, che non la prevede ma lascia spazio a iniziative assurde.

Occorre un'azione politica e legislativa che proponga l'abolizione dell'utero in affitto ovunque e che vieti le adozioni gay. Chiedo alla Lega, che condivide queste posizioni, di associarsi a una decisa iniziativa parlamentare.

Chiedo al ministro della Famiglia Fontana di prendere posizione e di assumere iniziative. Ha fatto un paio di interveniste apprezzabili e poi? Scenda in campo con chiarezza e coraggio e dica cosa vuole fare. Non taccia»

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Si sono conosciuti 13 anni fa e da allora non si sono mai separati. Una storia d’amore, quella tra il regista Marco Simon Puccioni e il produttore cinematografico Giampietro Preziosa, suggellatasi, il 28 giugno 2017, con l’unione civile in Campidoglio.

Unione cui erano presenti anche i loro figli David e Denis. Dei due gemelli Marco e Giampietro sono diventati papà grazie alla gestazione per altri, cui sono ricorsi, otto anni fa, in California.

Un’esperienza, la loro, che hanno voluto raccontare nel documentario Prima di tutto, assegnatario di una menzione speciale ai Nastri d’Argento nel 2016. È in cantiere un altro lavoro che sarà dedicato a storie di surrogacy negli Usa.

A pochi giorni dalle dichiarazioni di Lorenzo Fontana alla Camera il regista romano ha deciso di narrare all’Agi qual è la vita di una famiglia arcobaleno. Non senza un attacco diretto al ministro leghista: «O è ignorante o fa finta di essere ignorante – questa la dura replica –. Mi sembra che Fontana abbia preso questa posizione solo per compiacere il suo elettorato. Evidentemente non sa che la trascrizione dei diritti di nascita di un bambino compete al potere giudiziario».

Marco Puccioni ha ribadito all’agenzia di stampa come sia del tutto «legittimo che uno Stato proibisca la pratica della gestazione per altri. Ma non può impedire ai cittadini di recarsi in altri Paesi e fare quello che vogliono per realizzare la loro vita. Quello che mi dispiace è che le sparate del ministro sono fonte di stress per gli stessi bambini. I nostri figli non sono affatto traumatizzati dalla mancanza della mamma: hanno frequentato la 3ª elementare e a scuola sono ben inseriti con i compagni e con il corpo docente».

Il regista è poi passato a parlare di David e Danis: «Sanno che due uomini non possono far nascere biologicamente un bambino ma lo possono far nascere con il loro amore, mettendo in moto un processo».

Marco e Giampietro si sono rivolti a un'agenzia californiana, che ha fatto loro conoscere Cynthia, la donna che ha portato avanti la gravidanza, e Amanda, che ha donato l'ovulo. «Non abbiamo incontrato nessuna donna povera né sfruttata, ma persone che si sentono arricchite dall'aiutare gli altri a realizzare il sogno della paternità». Sogno per la cui realizzazione hanno dovuto spendere circa 75mila euro tra il pagamento dell'agenzia, dei medici, degli avvocati e delle due donne.

Ma «Cynthia non considera quello che ha fatto un lavoro. Il denaro che è arrivato a lei non le cambia certo la vita. Ha una casa con la piscina, un marito e tre figli. È orgogliosa di quello che ha fatto per noi, lo racconta a tutti. Si è subito creato un feeling che l'ha convinta ad accettare il percorso. Con altri, invece, aveva rifiutato. Ci sentiamo spesso al telefono: è venuta in Italia nel 2010 per il battesimo dei gemelli celebrato alla Chiesa valdese di Roma e anche l'anno scorso per la nostra unione civile».

Puccioni è consapevole che nel mondo Lgbti non mancano voci contrarie alla gpa. «Anche noi avevamo dubbi sulla nostra scelta - racconta - perché va a toccare convinzioni ataviche, come quella che la mamma è sempre certa. Invece si affronta un percorso che scompone la maternità in più parti, tra la donatrice, la gestante e chi cresce il bambino».

Essendo lui il padre biologico, al momento è l'unico genitore riconosciuto in Italia. Giampietro, soggiunge, «soffre questo stress da minoranza. Se il bambino si ricovera in ospedale o deve subire un'operazione devo firmare io, lui non può fare nulla senza la mia delega».

Alla domanda finale sui ruoli da rispettare in una famiglia arcobaleno questa la risposta: «Ognuno si comporta secondo le proprie inclinazioni. Giampietro è più portato per la cucina e la casa ma è più severo di me: pretende il rispetto delle regole di comportamento. Io mi occupo dell'istruzione dei ragazzi, della loro educazione. Ma sono meno severo e più accogliente».

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«Si sono radunate 30.000 persone per sfilare sul lungomare al tramonto per i diritti e per la dignità di tutti. Un corteo coloratissimo, pieno di musica e di allegria». Così Marco Tonti, dinamico presidente di Arcigay Rimini, ha commentato, poco dopo le 19:00, la partenza del Summer Pride nella capitale della movida romagnola.

Un numero straordinario, al cui confronto scompare la processione riparatrice del mattino che, indetta dal Comitato Baeta Giovanna Scopelli, ha visto la partecipazione di 250 persone provenienti da Parma, Reggio Emilia, Forlì, Ravenna e Modena.

Molte di esse indossavano t-shirt recanti la scritta Instaurare omnia in Christo, motto programmatico di Pio X (il papa fustigatore del modernismo, tanto amato dal ministro della Famiglia Lorenzo Fontana). In maglietta nera, invece, con tanto di scritta Identità, Tradizione attivisti di Forza Nuova Rimini e tre componenti dell’associazione femminile forzanovista Evita Perón.

Al canto delle Litaniae Sanctorum e alle volute d’incenso dai turiboli fumiganti – che hanno dato l’impressione di una Rimini balzata indietro nel tempo – si è contrapposta in serara l’esplosione di colori e musica del Summer Pride. Oltre ai numerosi carri anche i furgoncini dell'Anpi di Santarcangelo e del movimento Non una di meno tra lo sventolio delle bandiere arcobaleno.

Dietro lo striscione d'apertura, invece, presenti, tra gli altri, il presidente d’Arcigay Flavio Romani, il direttore di Gaynews e storico leader del movimento Lgbti Franco Grillini nonché l’avvocata Cathy La Torre.

Una marcia dell’orgoglio Lgbti, quella riminese, che ha assunto anche un importante significato politico col «numero impressionante di patrocini e di sostegno da parte delle istituzioni locali (in particolare Comune di Rimini, Comune di Ravenna e Regione Emilia Romagna) – come affermato da Marco Tonti – e anche una lettera del presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani».

Tonti ha anche ricordato «il sostegno delle Pari opportunità della Repubblica di San Marino, dove si sta discutendo una legge per le unioni civili. Anche in Regione Emilia Romagna è in discussione una legge regionale contro l'omofobia e ci auguriamo che questa travolgente partecipazione gli dia slancio».

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Nel pomeriggio di oggi sono stati resi noti i nomi dei nuovi Responsabili dei 28 Dipartimenti tematici del Pd, che affiancheranno il Segretario e la Segreteria nazionale in vista del lavoro dei prossimi mesi. Tra questi l’avvocata Andrea Catizone alle Pari Opportunità e Sergio Lo Giudice ai Diritti civili.

L’ex senatore, già presidente d’Arcigay, ha così commentato una tale nomina su Facebook: «Sono stato nominato da Maurizio Martina responsabile del Dipartimento Diritti civili del Partito Democratico. Ringrazio il Segretario per la fiducia data a me e all’esperienza che rappresento.

Spero di essere utile nell’unico modo in cui i dipartimenti tematici Pd potranno svolgere un ruolo efficace nella fase che si apre: contribuire alla costruzione di un percorso congressuale vero e partecipato, in cui tante voci, interne ed esterne al partito, possano ricostruire un progetto di cambiamento.

In questi mesi si sente dire spesso che il Pd avrebbe dovuto spendersi più per i diritti sociali e meno per i diritti civili. È vera solo la prima parte: l’aver trascurato di trovare le risposte adeguate ad alcuni bisogni sociali non ha a che vedere con quelle importanti (ma comunque ancora insufficienti) azioni sui diritti civili, peraltro a basso costo, messe a segno in questi anni.

I diritti civili vanno intesi per quel che sono: una parte della più ampia famiglia dei diritti umani fondamentali - penso oggi ai diritti dei migranti di cui questa squadra dovrà riuscire a farsi carico - intrecciati, mai contrapposti ai diritti sociali, con cui viaggiano assieme.

Buon lavoro a tutti/e noi, a quel popolo della sinistra che insieme dovrà trovare una nuova strada per assolvere al suo compito maestro: ridurre le ingiustizie e le diseguaglianze di ogni tipo».

Soddisfatto e contento di una tale scelta Franco Grillini, direttore di Gaynews e presidente di Gaynet, che ha dichiarato: «Esprimiamo i nostri più sentiti auguri nonché viva soddisfazione per la nomina di Sergio Lo Giudice a responsabile nazionale del Dipartimento Diritti civili del Partito Democratico. Crediamo che Maurizio Martina, segretario del Pd, abbia fatto molto bene a scegliere Sergio Lo Giudice per un incarico che, di per sé, connota chiaramente il partito in materia di diritti della persona.

D’altra parte Martina, partecipando il 7 giugno all’imponente Roma Pride, aveva riaffermato che il Pd è apertamente schierato per la laicità dello Stato e i diritti civili».

Per Franco Grillini «quella di Sergio Lo Giudice è una storia di militanza di lungo corso. Storia che lo qualifica, a mio parere, come la persona più adatta per svolgere un compito particolarmente impegnativo in questo difficile momento politico.

Tale militanza si è soprattutto concretata in tre grandi battaglie. Quella per una legge efficace contro l’omofobia e la transfobia a partire dall’estenzione della legge  Mancino a tali specifici reati.

Quella per la conquista della piena uguaglianza delle coppie omosessuali attraverso il matrimonio egualitario e il riconoscimento dell’omogenitorialità con buona pace dei ministri Fontana e Salvini. Quella, infine, per la concessione di servizi alle persone Lgbti in difficoltà».

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«Per anni Lega e 5 Stelle continuavano a dirci che ci sono priorità più grandi rispetto ai diritti dei singoli, che bisogna guardare le cose che contano veramente. Oggi scopriamo che le cose che contano veramente sono limitare i diritti dei singoli, come se un diritto in meno a te volesse dire qualcosa in più a me».

A scriverlo su Facebook l’ex pentastrale Federico Pizzarotti, sindaco di Parma dal 2012, che ha voluto oggi commentare le dichiarazioni del ministro della Famiglia e della DisabilitàLorenzo Fontana sul riconoscimento dei figlie delle coppie omosessuali e sulla gestazione per altri.

«Caro ministro, si metta il cuore in pace –  aggiunge – : Parma è città dei diritti, e noi continueremo a difenderli. Se doveste continuare su questa strada, invece di rendere più chiare le modalità di riconoscimento, in modo ragionato ma fermo alzeremo la nostra voce e faremo presente che togliere un diritto al singolo non vuol dire automaticamente vivere in un mondo migliore».

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Si riapre lo scontro sulle famiglie arcobaleno. A dare nuovamente fuoco alle polveri i ministri Salvini e Fontana.

Il titolare del Viminale si è espresso, nel corso del Question Time pomeridiano alla Camera, a seguito d’una specifica interrogazione parlamentare del senatore leghista Simone Pillon.

Interrogazione parlamentare che si è aperta con un gustoso siparietto. «Senatore Pillon, prego. Ci tengo alla differenza di genere»: questa la risposta piccata dell’avvocato di Gandolfini a Maria Elisabetta Alberti Casellati, che l’aveva presentato erroneamente quale senatrice.

Rivolgendosi al sodale leghista, Salvini ha dichiarato: «L'articolo 12 della legge n. 40 del 2004 considera le pratiche dell'utero in affitto e della compravendita di gameti umani e di bambini quali fattispecie delittuose. Sono dei reati.

Finché campo e finché sarò membro di questo Governo, l'utero in affitto e i bambini in vendita non esisteranno in Italia, come pratica che lede il diritto del bambino, della mamma e del papà.

Quindi attendiamo la sentenza dell'Avvocatura dello Stato. Nell'interesse collettivo e in particolare dei bambini, il diritto ad avere una mamma e un papà è un diritto a cui io e il Governo daremo fiato, voce e difesa in ogni sede possibile e immaginabile».

Simile posizione anche da parte  del ministro della Famiglia Lorenzo Fontana che, in audizione presso la Commissione Affari sociali della Camera sulle linee programmatiche del suo dicastero, ha dichiarato: «Rilevo come l'attuale assetto del diritto di famiglia non possa non tenere in conto di cosa sta accadendo in questi ultimi mesi in materia di riconoscimento della genitorialità, ai fini dell'iscrizione dei registri dello stato civile di bambini concepiti all'estero da parte di coppie dello stesso sesso facendo ricorso a pratiche vietate dal nostro ordinamento e che tali dovrebbero rimanere».

La gpa, ha aggiunto, è vietata in Italia «anche penalmente» perché non si possono «mercificare bambini e donne». Ed è vietato, «e tale dovrebbe rimanere», riconoscere «i bambini concepiti all'estero da parte di coppie dello stesso sesso».

Immediata la reazione della presidente di Famiglie Arcobaleno Marilena Grassadonia: «La fecondazione eterologa, oggi non prevista nella legge 40 per le coppie omosessuali, prevede però che lo status dei figli debba essere riconosciuto e tutelato, qualunque sia il sesso dei genitori. Se la società va più avanti della politica, allora vuol dire che la politica è un problema. Rimandiamo le parole del ministro, piene di pregiudizi, ideologie e convinzioni personali, al mittente perché non si muovono nell'interesse del minore».

E, poco fa, è intervenuto anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alle Pari Opportunità Vincenzo Spadafora, che ha dichiarato: «Su questi temi è necessario andare al di là delle battaglie identitarie, perché tutto questo incide realmente nella nostra società e coinvolge i più indifesi, i bambini.

Non esistono infatti, bambini di serie A o di serie B, tutti devono essere tutelati. Per questo la Corte Costituzionale, con la sentenza 162 del 2014, ha superato il principio espresso dalla legge 40 del 2004, per il quale vi doveva essere coincidenza fra genitorialità biologica e genitorialità sociale. Secondo la Corte Costituzionale infatti, questo principio è illegittimo sul piano costituzionale e non costituisce un bene giuridico meritevole di protezione».

Ha poi aggiunto: «Il preminente interesse del minore è l'unico principio che deve guidare tutte le scelte nella materia dello status familiare. Proprio per questo, secondo la giurisprudenza, è illegittimo il rifiuto dell'Ufficio di Stato Civile di iscrivere nei registri i bambini concepiti con tecniche di procreazione medicalmente assistita da coppie dello stesso sesso.

Invito il ministro Fontana a fermare la propaganda ed aprire un dialogo culturalmente serio, di riflessione e di discussione, per evitare che il nostro Paese torni 10 anni indietro, contravvenendo anche alle indicazioni della Corte Costituzionale».

Propaganda che sembra anche fatta per accontentare quella fetta d’elettorato cattolico leghista, di cui Pillon è punto di riferimento in Senato. Un Pillon, fra l’altro, che nel suo intervento a difesa d’una concezione biologistica di genitorialità è arrivato oggi ad affermare: «Madre è solo colei che partorisce, padre è colui che concepisce».

Cassando così secoli di riflessione teologica su Giuseppe di Nazareth, che per Agostino, Beda, Tommaso d’Aquino fu verus Christus pater, pur non avendolo concepito

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La nascita del piccolo tre anni fa in Canada grazie alla gpa col riconoscimento anagrafico del solo padre biologico, il cui matrimonio col proprio compagno era avvenuto nello stesso Paese nordamericano. Poi il ricorso alla Corte Suprema della British Columbia, che riconosceva ad entrambi i ricorrenti lo stato di genitorialità del minore e il conseguente emendamento del certificato di nascita col dato della doppia paternità.

La richiesta, infine, all’Ufficio Anagrafe del Comune di Verona – dove la coppia è residente – di correggere l’atto sulla base della sentenza canadese. Ma è a questo punto che i due papà si sono visti opporre un netto rifiuto.

Da qui la decisione di ricorrere alla Corte d'Appello competente, quella cioè di Venezia, che, il 28 giugno (ma l’ordinanza è stata depositata in Cancelleria il 16 luglio), ha riconosciuto la piena efficacia in Italia del provvedimento canadese e disposto che il Comune di Verona corregga l’atto con l’annotazione di copaternità.

Emessa dal collegio giudicante composto da Maurizio Gionfrida, Fabio Laurenzi e Giovanna Sanfratello, l’ordinanza ha sollevato immediate reazioni a partire dal ministro della Famiglia e della Disabilità Lorenzo Fontana, che ha sostenuto la necessità d’impugnazione da parte del Comune di Verona.

Per saperne di più, abbiamo raggiunto l’avvocato Alexander Schuster, legale della coppia.

Avvocato Schuster, perché al Comune di Verona ci si è rifiutati di emendare l’atto di nascita secondo quanto disposto dalla sentenza canadese?

Sono stati accampati motivi di ordine pubblico. La correzione dell’atto di nascita non sarebbe consentita perché prevede due padri e un percorso di maternità surrogata.

Quali sono, a suo parere, i punti salienti dell’ordinanza della Corte d’Appello di Venezia?

La sentenza è molto concisa. Da una parte, in realtà, c’è un punto su cui non risultiamo vincenti ed è quello per cui si riconosce il diritto al ministero dell’Interno e al Comune di Verona di essere parte di questo processo. È insomma la grande questione che è stata posta all’attenzione delle Sezioni Unite della Cassazione già col caso di Trento.  

Però nel merito risultiamo vincitori, perché la Corte riconosce che il bambino ha un diritto a mantenere la natura di figlio di due padri, come in Canada così anche in Italia, e riconosce che non c’è nulla che possa ostacolare questo risultato. C’è quindi questo primario rispetto di quanto già stabilito dalla Corte Suprema della British Columbia: non è contrario all’ordine pubblico il fatto di avere due genitori dello stesso sesso.

E poi dice che il fatto di essere nato all’estero, dove le tecniche di fecondazione utilizzate sono lecite – l’ordinanza le menziona un po’ tutte – non costituisce, in realtà, un motivo per ritenere che ci sia stata una violazione dell’ordine pubblico. Da ultimo viene affermato che l’interesse appunto del minore è di mantenere questo status.

Che cosa si dice in riferimento alla gpa?

Sulla gpa il giudice fa intendere che ritiene nella disponibilità del Parlamento cambiare o meno il divieto e, quindi, non è un dato costituzionalmente imposto. Il che consente di dire al giudice che, se un domani il Parlamento volesse modificare la legislazione in tale materia, non è un qualcosa di così essenziale nel nostro ordinamento da bloccare addirittura il riconoscimento di un bambino che è frutto di un tale percorso.

Ciò è detto in maniera sottintesa, non entrando nel pieno della questione della gestazione per altri.

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