È ancora polemica al liceo scientifico Leonardo da Vinci di Milano sui temi Lgbti, davanti al cui ingresso è stato oggi affisso un manifesto in forma decalogica sulla correlazione tra orientamento sessuale e incidenza di infezioni sessualmente trasmissibili. Con prevedibile indignazione di studenti, genitori e docenti che hanno informato dell’accaduto il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli di Roma.

Il manifesto, che condensa in dieci punti i peggiori stereotipi sui comportamenti sessuali dei gay fornendone così l’immagine di nuovi untori– ma si vede che proprio a Milano la lezione manzoniana non sembra aver fatto scuola –, reca il titolo Gay: c’è poco da essere Pride... Come infettare il mondo con un mare di malattie legate ai comportamenti omosessuali.

immagine liceo da vinci milano

Ma facciamo un passo indietro.

I diritti delle persone gay, lesbiche, bisessuali, transgender e intersex, il valore del coming out e la prevenzione delle Ist sono state al centro, il 30 gennaio,  dell’assemblea d’istituto organizzata dagli studenti con l’approvazione della dirigente Luisa Amantia.

Ma alla vigilia dell’incontro 11 docenti (dei complessivi 72 del liceo di Via Respighi) hanno indirizzato una mail di protesta. «Il Collegio docenti - così si leggeva in essa –  ha saputo di questa iniziativa studentesca, del tema e dei relatori soltanto sabato, con la circolare pubblicata sul sito della scuola. Che gli insegnanti cui affidate i vostri figli in un patto di fiducia per la loro crescita integrale non sappiano chi siano gli adulti che parleranno loro di temi così sensibili, è francamente grave (…) e che la mattinata sia stata pensata in modo granitico, senza contraddittorio, senza la presenza di qualche voce autorevole che problematizzi le narrazioni di esperienze personali, ci pare operazione pericolosa e semplificativa». 

A dispetto di ciò, l’assemblea si è svolta in un clima sereno anche se tanti studenti hanno preferito restare in classe. Perché, come scritto dalla dirigente scolastica Amantia, «gli studenti hanno il diritto e dovere, ma non l’obbligo, di partecipare all’assemblea. Ci si può astenere, come per il voto».

D’altra parte, come rilevato dal vicepreside Guglielmo Pagani, è lo stesso Miur «a prevedere che l’assemblea sia gestita dagli studenti senza che la dirigente o gli organismi possano influire sulle loro scelte». Ma l’istituto di Via Respighi non è nuovo a certi episodi visto che nel 2015 sul dazebao studentesco La Bohème comparve un botta e risposta tra alcuni studenti e una docente (tra gli undici firmatari della mail di lunedì sera) che definiva «innaturali» le relazioni omosessuali.

Poi l’episodio odierno su cui così s’è espresso Sebastiano Secci, presidente del Mieli, in un comunicato ufficiale:  “Non possiamo non notare – dichiara il presidente del Circolo Mario Mieli, Sebastiano Secci - come questo orribile episodio si inserisca in un clima politico che sta pericolosamente virando verso odiose posizioni di divisione, intolleranza e chiusura, con l’emersione di spinte fasciste e reazionarie che preoccupano tutte e tutti noi. Dipingere la comunità LGBT+ come un gruppo di ‘untori’ vuole proprio aumentare la diffidenza e il discredito nei nostri confronti agli occhi della collettività”.

“Noi non ci stiamo – continua Secci - Il nostro movimento lavora da decenni per diffondere una cultura della sessualità libera e responsabile, lavorando con dedizione per informare tutti i cittadini sulle infezioni sessualmente trasmissibili che, spiace doverlo ricordare nel 2018, a differenza degli omofobi, non discriminano in base all'orientamento sessuale. La presenza di queste sfide educative e culturali devono spingerci a fare di più e fare meglio, premendo l'acceleratore sull'educazione sessuale e affettiva nelle scuole di ogni ordine e grado, strumento decisivo per formare adeguatamente i giovani a vivere con libertà e responsabilità la propria vita sessuale e per seppellire definitivamente i ruderi di una cultura della vergogna e della repressione sessuale malsana e anacronistica”.

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Nel corso del programma d’iniziative promosse dal Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli per celebrare il 35° anniversario di fondazione – programma conclusosi oggi con la festa del tesseramento –, venerdì 26 Gennaio, Muccassassina ha festeggiato in grande i suoi 28 anni di attività col party StracultGaynews ha intervistato Diego Longobardi, direttore artistico della storica serata romana.

Diego, grande festa a Mucca per i suoi 28 anni di successi e un appuntamento a Roma ogni venerdì. Cos’è oggi Muccassassina per chi inizia a vivere la sua vita Lgbti?

È sicuramente il posto migliore dove puoi andare ed esprimere la propria personalità senza paura di essere giudicato e dove puoi conoscere tante sfaccettature della sessualità e del modo di essere se stessi.

Muccassassina è anche un luogo politico e di informazione. Un luogo che negli anni si è caratterizzato come spazio per tutti e per parlare di tutto ciò che riguarda la dimensione Lgbti e, soprattutto, di prevenzione alle Mst. Ci sono novità in tal senso?

Tantissime novità sia per la prevenzione sia per trovare degli amici dell’Infomieli che possono indirizzarti a tanti servizi utili come: test rapidi per le malattie sessualmente trasmesse, consulti psicologici e legali fatti da esperti. Trovare un club, dove è possibile essere aiutato in questo, non è comune in Italia.

Muccassassina e il suo rapporto con la città? In questi anni hai notato dei cambiamenti?

Cambiamenti in positivo: è sempre più forte il legame e l’affetto della città per Muccassassina, che resta la festa di Roma per antonomasia.

Entri a Muccassassina e scopri un’umanità: i suoi colori, le sue differenze e le sue provocazioni. Qual è la ricetta per ottenere tante adesioni così diverse?

La professionalità ma soprattutto la semplicità e i rapporti con il pubblico. Qui nessuno si monta la testa e questo è percepito positivamente.

Quando entri in sala e senti la sigla iniziale, si prova sempre una forte emozione. Secondo te qual è il segreto?

Ancora me lo chiedo di tanto in tanto.

Muccassassina e il circolo Mario Mieli: una coppia di innamorati. Una grande collaborazione?

Un rapporto simbiotico. Forse questa è anche la risposta alla domanda precedente.

Diego Longobardi, ti ho visto drag o mi sbaglio?

Solo una volta? Ti sbagli: molte di più.

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Per festeggiare i suoi 35 anni di attività il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli ha organizzato alle 18:00 di oggi la presentazione della nuova edizione di Elementi di critica omosessuale. Luogo dell'incontro la Libreria Feltrinelli a Roma in Via Vittorio Emanuele Orlando.

Edizione approntata negli scorsi mesi dalla Feltrinelli in occasione del 40° anniversario della pubblicazione dell’opus maius dell’intellettuale milanese, cui è intitolata la storica associazione Lgbti della capitale. A moderare i vari interventi (Franco Buffoni, Francesco Gnerre, Enrico Salvatori, Gianni Rossi Barilli, Dario Accolla, Mariano Lamberti, Silvia De Laude) il giornalista di Rai3 Francesco Paolo Del Re.

Tra i presenti anche la senatrice Monica Cirinnà, da qualche mese socia del Mieli.

Ecco come Sebastiano Secci, presidente del Circolo, ha commentato l’evento odierno ai nostri microfoni:

«Da attivista ma soprattutto come presidente del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli l’evento di stasera non può che riempirmi di orgoglio. Una nuova edizione di Elementi di critica omosessuale - a 40 anni dalla prima edizione - significa rendere più fruibile un sapere che, al netto di continui tentativi di letture anacronistiche, resta espressione di principi fondamentali e capisaldi del nostro movimento.

Il Circolo, che nel corso del 2018 taglierà l’importante traguardo dei 35 anni di attività, ha voluto iniziare quest’anno così importante con una settimana ricca di eventi significativi per tutte e tutti: dopo l’evento di stasera, proseguiremo venerdì 26 con il 28° compleanno di Muccassassina, che nel corso di questi anni ha in varie forme sostenuto il nostro Circolo, consentendone l’indipendenza non soltanto economica ma anche politica e culturale e quindi domenica 28, con la festa del tesseramento del nuovo anno associativo.

Passato, presente e futuro della nostra associazione che si intrecciano per accompagnarla verso le numerose battaglie politiche e culturali che ancora ci attendono».

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Il 12 dicembre la senatrice dem Monica Cirinnà è divenuta socia del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli. Ulteriore iscrizione, dunque, a un’associazione Lgbti per la madrina della legge sulle unioni civili, già tesserata ad Arcigay a partire dal 2016 e al Wand di Benevento il 4 dicembre scorso.

A Gaynews così la parlamentare ha spiegato motivi e finalità sottese al gesto: «Sono contentissima di essermi tesserata alla più importante associazione Lgbti della capitale qual è il Mieli. Un onore essere socia di una realtà che nei decenni non ha mai perso di vitalità ma si è sempre distinta per il coraggio delle idee e l’impegno in prima linea nelle battaglie per i diritti.

Mi piace soprattutto ricordare la presentazione del pdl regionale in materia di discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere nonché il sostegno a un dialogo serio e sereno sul tema della gestazione per altri. Tema presente nel bel documento politico del Roma Pride 2017, frutto dell’opera di coordinamento svolto appunto dal Mieli e dal portavoce Secci».

E proprio Sebastiano Secci, divenuto da qualche mese presidente dell’associazione romana, ha commentato così il tesseramento di Monica Cirinnà: «È con grande piacere che abbiamo accolto la senatrice Monica Cirinnà fra le socie e i soci del Circolo Mario Mieli.

Il rapporto che il Circolo ha avuto con la senatrice è stato caratterizzato, prima, durante e dopo la discussione della legge sulle unioni civili, da estrema schiettezza e correttezza reciproca. Schiettezza e correttezza che nascono da una profonda consapevolezza e rispetto del diverso ruolo e compito svolto dal movimento Lgbt+ da un lato e dalla politica dall'altro.

Apprezziamo Monica Cirinná, fra le altre cose, anche perché è una delle poche parlamentari che, nonostante la delicatezza dell'attuale fase politica, non esita a parlare liberamente di  matrimonio egualitario, di adozioni ma anche di riconoscimento di figli dalla nascita e di gestazione per altri

Argomento, quest’ultimo, sicuramente complesso ma che noi del Circolo Mario Mieli abbiamo fortemente voluto nella piattaforma rivendicativa dell'ultimo Roma Pride proprio perché simboleggia le sfide culturali e politiche che il movimento Lgbt+ sarà chiamato ad affrontare da oggi in poi».

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Oggi presso la Sala Aldo Moro della Camera dei Deputati l'incontro Migranti Lgbti a dieci anni dall'approvazione del decreto legislativo sulla protezione internazionale. Organizzato dal nostro quotidiano in collaborazione con Arcigay, l'evento vuole fare il punto sulla situazione di quanti hanno ottenuto lo status di rifugiato da quei Paesi, in cui vige la penalizzazione dell'omosessualità

Una delle primarie attività a sostegno dei migranti e richiedenti asilo Lgbti è svolta dagli sportelli assistenziali, gestiti a livello territoriale dalle varie associazioni. Tra questi è da segnalare su Roma il Gruppo internazionale del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, della cui esperienza Gaynews pubblica la sintesi curata da Mario Colamarino e Tiziano De Masi.

Il gruppo internazionale al Mieli nasce nel novembre del 2014 a seguito della presenza sempre più frequente di persone migranti all'interno dell'associazione. Lo sportello nacque all'epoca con la principale finalità di soddisfare a esigenze di natura giuridica. Si provò con il direttivo del tempo e alcuni volontari ad andare oltre l'aiuto legale ai singoli e a creare uno spazio sicuro per rifugiati, richiedenti asilo e migranti Lgbti, che si trovavano a Roma e avevano bisogno di un aiuto, di socializzare, di parlare e stare insieme.

Da allora, a cadenza settimanale, il gruppo si è riunito presso il Circolo senza mai fermarsi negli anni. In un primo momento ognuno che passava da noi si è raccontato, aperto, iniziando un percorso di consapevolezza della propria sessualità che nel proprio Paese era negato. Abbiamo organizzato eventi, corsi e workshop sulle maggiori tematiche Lgbti: dall'Hiv all'omofobia fino al Pride. I migranti sono stati sempre insieme con noi, in prima linea, ai presidi per la legge sulle unioni civili l'anno scorso, a sventolare le bandiere del Circolo al Pride, a fare i banchetti in strada. 

Ognuno di loro, venendo al Mieli, ha trovato una famiglia, un sostegno, un posto dove poter essere se stessi senza paure e timori. In quest'ultimo anno, a fianco alle iniziative prima accennate, abbiamo avviato un corso di italiano per migranti fatto grazie alla collaborazione di volontari esperti sul tema. 

Da quando esiste il Gruppo migranti, saranno passate orientativamente un'ottantina di persone, di cui alcune spesso solo di passaggio, altre, invece, fisse a Roma e presenti ancora al Mieli. La maggior parte di loro proviene da Paesi africani o dall'ex Urss, dove essere gay può essere pericoloso o addirittura portare all'arresto a causa di un'omofobia dilagante e stratificata nella società. Alcuni di loro hanno trovato lavoro e l'amore in Italia: il primo migrante gay rifugiato, che si è  unito civilmente, è Maxim, scappato dal Crimea anni fa. Unitosi civilmente col compagno un mese fa circa a Civitavecchia, Maxim è stato tra le colonne portanti in questi anni del gruppo rifugiati del Mieli. Di questo siamo fieri nonché felici che abbia trovato l'amore e una vita migliore qui in Italia.

In quest'anno il gruppo fisso di ragazzi gay e ragazze lesbiche è stato composto da circa 15 persone, provenienti da Pakistan, Uganda, Senegal, Bielorussia, Georgia, la maggior parte dei quali sono arrivati da pochissimi mesi qui in Italia e non parlano italiano. Tra questi almeno una decina si è rivolto al Mieli come prima fonte di aiuto e sostegno alla socializzazione e all'incontro con altre persone Lgbti prima ancora di comparire davanti alla commissione per l'ottenimento dello status di rifugiati.

 

 

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Si terrà domani presso la Sala Aldo Moro della Camera dei Deputati l'incontro Migranti Lgbti. Organizzato dal nostro quotidiano in collaborazione con Arcigay, l'evento vuole fare il punto sulla situazione di quanti hanno ottenuto lo status di rifugiato da quei Paesi, in cui vige la penalizzazione dell'omosessualità, a 10 anni dall'approvazione del decreto legislativo sulla protezione internazionale. A intervenire saranno soprattutto quanti si sono direttamente occupati negli anni di migranti Lgbti e i protagonisti, che hanno ottenuto o che stanno chiedendo la protezione internazionale.

In preparazione di tale appuntamento Gaynews pubblica la testimonianza di Farzan Farzanegan che, fuggito dall'Iran, ha ottenuto lo status di rifugiato grazie anche al supporto del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli di Roma.

Mi chiamo Farzan e sono iraniano. Come saprete, l'Iran è uno di quei 79 Paesi in cui le persone omosessuali possono essere condannate a morte o subire altre forme punitive. Spesso ragazzi omosessuali sono perciò costretti a dichiararsi transessuali e intraprendere un percorso sanitario. La transessualità è infatti considerata una malattia e, come tale, nel mio Paese è possibile solo essere operati così da essere accettati.

Non sono qui per parlare della mia storia personale, di cosa mi sia accaduto o dell'Iran. Voglio invece dirvi alcune cose che hanno riguardato la mia vita come richiedente asilo e, ora, come rifugiato. Condizioni che, credo, tanti altri come me hanno sperimentato e sperimentano in questo percorso che porta a fuggire dal proprio Paese fino a quando non si ottiene - anche con un po' di fortuna, se nel nostro percorso troviamo persone, associazioni, istituzioni competenti - il diritto di poter rimanere nel nuovo Paese.

Molti di noi lasciano il proprio Paese probabilmente con una consapevolezza di chi si è, della possibilità di andare altrove e chiedere protezione (anche se non si sa bene come funziona e quali siano le regole, i diritti, i doveri) ma senza sapere come realmente sarà, chi incontreremo, quali possibilità si avranno. In Iran, pur non essendoci un associazionismo gay visibile e ufficiale, vi sono però diverse persone che in qualche modo e con attività diverse, cercano di portare avanti le richieste delle persone Lgbti.

Per quanto mi riguarda, avevo paura di venire in Italia. Sapevo che non ci sono leggi che proteggono i gay e che non ci sono leggi che riconoscono i matrimoni delle persone Lgbti. Avevo sentito dire che l'Italia non ha buone politiche per i richiedenti asilo e i rifugiati. Che molto probabilmente la mia domanda sarebbe stata rifiutata e mi avrebbero rimandato in Iran. Queste paure le abbiamo in tanti. Ma io ho avuto la fortuna di essere messo in contatto con un'associazione che mi ha spiegato come sarebbe stata la procedura della mia domanda di asilo e che avrei avuto un aiuto per questa. Un'associazione, che mi ha dato una mano per trovare un posto dove stare e che mi ha dato l'occasione di frequentare altre persone Lgbti.

Ma questo non accade sempre. Molti di coloro che scappano dal proprio Paese non sanno nulla della possibilità della domanda di asilo in quanto persone Lgbti. Molti hanno paura di dichiararsi tali. Spesso non sono in grado di entrare in contatto con chi potrebbe aiutarli e restano molto isolati. In questo modo la loro domanda può essere rifiutata proprio perché non sono stati in grado di spiegare bene cosa è successo. Entrare in contatto con le associazioni Lgbti non è poi sempre facile. Sia per problemi linguistici sia per problemi organizzativi in quanto non sono sempre aperte o hanno orari particolari. Molte non sono neppure preparate ad accogliere migranti Lgbti e non sembra abbiano neppure l'interesse a farlo.

A Roma, fortunatamente, c'è un progetto del Mario Mieli, che dà la possibilità d'incontrarsi un giorno alla settimana. Questo permette di entrare in contatto con l'associazione, conoscere persone ed avere anche eventualmente un aiuto per la domanda di asilo. Le associazioni possono essere molto importanti per i richiedenti asilo e rifugiati gay. Offrono la possibilità di conoscere nuovi amici a chi non ha altri contatti in Italia. Noi che scappiamo dal nostro Paese, difficilmente abbiamo nel nuovo Paese dei connazionali disposti ad aiutarci se sanno che siamo gay. Poter frequentare le associazioni aiuta a toglierci dall'isolamento, che per tanto tempo abbiamo avuto. 

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La stagione dei Pride è annualmente preceduta e accompagnata da polemiche. Le marce dell’orgoglio Lgbti sono dispregiativamente liquidate come carnevalate o baracconate non solo da esponenti di raggruppamenti reazionari o vip sulla via del tramonto ma anche da persone della collettività Lgbti.

Mai come quest’anno si sono succeduti e amplificati tramite i social appelli alla sobrietà e alla compostezza in nome d’un’ambigua normalità e di rispetto del sentire altrui. Un’ondata, insomma, di moralismo perbenista, che ha indotto Porpora Marcasciano a parlare di «omologazione imperante che sta ricastigando il corpo, la sessualità, il desiderio».

Gaynews è tornato sul tema con Felix Cossolo, figura di spicco del movimento Lgbti italiano e ideatore della storica libreria Babele

Ogni anno in occasione dei Pride si ripropone la questione di come sfilare. Quest’anno la querelle si è riproposta a seguito dell’appello alla sobrietà lanciato durante il Basilicata Pride. Che cosa pensi di inviti del genere?

È una querelle di lunga data. Se ne discuteva già negli anni ’70. Nel 1975 partecipai a un festival del proletariato giovanile che era stato organizzato a Licola, nei pressi di Napoli, dalla sinistra extraparlamentare. Nel movimento omosessuale c'erano allora due tendenze: quella del Fuori! (fondato da Angelo Pezzana e federato al Partito Radicale) e quella dei C.O.M. (Collettivi omosessuali milanesi, il cui leader indiscusso era Mario Mieli). In quella occasione i primi si presentarono come dei militanti seriosi. I secondi scioccarono e provocarono i partecipanti al raduno con il trucco, le parrucche e gli abiti femminili. Indubbiamente i 'maschi rivoluzionari' furono messi in discussione dall'ala creativa del movimento. Questa scelta creò contenstazioni ma fu senza dubbi vincente: lo stand dei C.O.M era sempre affollato (ma lo erano anche le loro tende), vennero vendute molte riviste e parecchi ragazzi si avvicinarono al movimento. Furono così messe in crisi molte delle loro certezze rivoluzionarie.

Alla base di tali reazioni c’è, secondo te, una sorta di non piena accettazione di sé stessi?

Mi sembra che ognuno di noi faccia delle scelte. Il movimento negli anni ‘70 riteneva la riscoperta del proprio femminile una priorità. Ci chiamavamo al femminile. E non mancavano quasi mai una riga di rimmel, gli orecchini vistosi, i tacchi alti. Non per tutti, certo, ma questo non significa che i 'maschietti' non si accettassero. L'importante, ieri come oggi, resta il rispetto del modo di porsi dell'altro.

Hai già accennato a quanto successo durante il festival di Licola. Eppure, nel parlare di manifestazioni antecedenti ai Pride qualcuno continua a richiamarsi quanto accadeva negli anni ’70 per dire che non si scendeva in piazza con piume di struzzo o culi all’aria. È veritiera una tale lettura secondo una memoria storica del movimento come Felix Cossolo?

No, non è affatto veritiera. Ai campeggi gay la metà di noi si travestiva. Io, ad esempio, nel 1984 mi 'sposai' al campeggio di Porto S. Elpidio e mia 'moglie' Marco Sanna si presentò alla cerimonia con un bellissimo abito da sposa. Al Cassero, ad esempio, c'era la Cesarina (Stefano Casagrande); a Roma la Messalina e la Serafina; a Napoli la Seggiara, la Curcione e così via.

Dopo la legge sulle unioni civili qual è a tua parere la condizione in cui versa il movimento Lgbti italiano? Non noti una sorta di appiattimento e omologazione al riguardo?

Sinceramente seguo molto meno le vicende del movimento. Non per mancanza di interesse ma perchè sono impegnato con i locali che mi ritrovo nuovamente a gestire. Certo, dovendo fare un paragone rispetto a 30-40 anni fa, non posso non dire che allora eravamo fortemente motivate, eravamo delle 'pazze', poche ma buone. Nessuno di noi aveva ambizioni politiche o di carriera nel movimento. Eravamo tutti dei volontari. Io, ad esempio, in oltre 40 anni di attività non ho mai chiesto e tanto meno percepito un centesimo da nessuna istituzione. E di iniziative ne ho organizzate (dai giornali ai campeggi, dalle librerie ai club) ma sempre pagando di persona. Non ho mai avuto un contributo. Anzi, noi militanti abbiamo sempre finanziato di tasca nostra.

Se dovessi pensare a una figura di attivista scomparso, chi citeresti nel riproporne come necessario l’esempio da seguire per i nostri tempi?

A me piaceva molto Marco Sanna (mia moglie) di Aprilia. So che a Roma gli hanno anche dedicato una fondazione. Poi ammiravo moltissimo Massimo Consoli, con cui ho collaborato per tanti anni. Stimavo inoltre Dario Bellezza e Giovanni Forti de L’Espresso. Ma penso che la nuova generazione non ne abbia sentito mai parlare. Naturalmente Mario Mieli è stato il nostro teorico oltre che grande amico.

C’è un messaggio particolare che vuoi lasciare ai lettori e alle lettrici di Gaynews e, in generale, a quanti si preparano a partecipare ai prossimi Pride?

Sì, certo. Mi piacerebbe che ci fossero meno tensioni, meno prime donne e più collaborazione. Poi portiamo al Pride le nostre famiglie, i nostri amici e divertiamoci: il Pride è soprattutto una festa.

 

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