Si è tenuta ieri sera a Milano, presso l’Open in viale Montenero, la 4° edizione del Premio Cild per le libertà civili

Istituito dalla Coalizione Iraliana per le Libertà e i Diritti civili (Cild), il riconoscimento «vuole contribuire a rafforzare la convinzione che il rispetto dei diritti umani sia uno degli elementi imprescindibile per una democrazia, aiutando il nostro Paese a riconoscere e valorizzare coloro che si impegnano per la loro affermazione in un momento decisivo per le libertà fondamentali».

A vincerlo, secondo otto categorie, Aboubakar Soumahoro (Attivista dell’anno), Maria Teresa Ninni (Dipendente pubblico), Nicola Canestrini (Avvocato), Saverio Tommasi (Giornalista), Sara Gama (Sportivo), Lucky Red e Cinema Undici (Media), Casa Internazionale delle Donne (Voce Collettiva).

Quello alla Carriera è invece andato al direttore di Gaynews e presidente di Gaynet Franco Grillini.

Nel tracciarne l’excursus biografico sì da indicare le motivazioni sottese all’assegnazione del riconoscimento, Patrizio Gonnella, cofondatore e presidente della Cild, ha ricordato come Grillini si sia «speso senza sosta per informare correttamente su quella che veniva chiamata la “peste gay”, cercando di arginare lo stigma sociale da un lato e di sviluppare dall’altro lato una cultura della conoscenza e della prevenzione per ciò che riguarda l’Hiv/Aids.

In anni in cui la stragrande maggioranza delle persone gay, lesbiche e bisessuali viveva in maniera nascosta, ha portato avanti con determinazione la lotta per la piena visibilità, mettendoci la faccia alla luce del sole soprattutto in programmi televisivi molto popolari, dove, al di fuori da contesti prettamente artistici, non si era mai vista una persona omosessuale parlare tranquillamente del proprio orientamento sessuale.

Eletto a vari incarichi politici ha sempre saputo unire la sua attività politica alla lotta per l’uguaglianza, la visibilità e la piena dignità delle persone gay, lesbiche, bisessuali e transgender di questo Paese».

Nel ringraziare il direttore di Gaynews non ha mancato di condire il breve discorso con una battuta improntata alla sua proverbiale lepidezza: «Spesso vengo considerato il padre storico del movimento omosessuale. Non sono solo un padre... Sono anche un po' madre».

La consegna del Premio Cild 2018 a Franco Grillini è venuta a cadere alla vigilia di quella del Nettuno d’Oro che, fissata nel pomeriggio a Bologna presso Palazzo d’Accursio, vedrà la partecipazione, fra i tanti, della senatrice Monica Cirinnà, del deputato Ivan Scalfarotto, dell’ex presidente d’Arcigay Flavio Romani, del cofondatore del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli Vanni Piccolo nonché dell’avvocato Federico De Luca in rappresentanza ufficiale del sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alle Pari Opportunità Vincenzo Spadafora.

Sempre ieri, infine, è giunta anche la proposta avanzata da GayLib al presidente della Repubblica Sergio Mattarella perché nomini il direttore di Gaynews senatore a vita.

«Franco Grillini – ha dichiarato Daniele Priori, segretario nazionale di GayLib – è la più preziosa risorsa di cui la comunità Lgbti italiana ha la fortuna di giovarsi in mondi vicini e decisivi per lo sviluppo e la promozione sociale come la politica e la comunicazione.

Dopo il nobilissimo riconoscimento della sua città, ci piacerebbe che l'Italia intera possa tributare i giusti onori a una figura da ritenersi di riferimento nella società  tutta e sarebbe davvero meraviglioso, per la comunità Lgbti, se il presidente Mattarella volesse nominare Grillini senatore a vita».

Guarda la GALLERY

e-max.it: your social media marketing partner

Con decreto del 16 novembre scorso il Tribunale civile di Milano è tornato a ordinare a Palazzo Marino di trascrivere gli atti di nascita californiani di due gemelle recante l’indicazione di entrambi i padri.

Il caso nasce dalla richiesta che i due ricorrenti, unitisi civilmente lo scorso anno, hanno avanzato all’Ufficio dello Stato civile di trascrivere gli atti di nascita delle loro figlie, nate negli Stati Uniti tramite gestazione per altri

I due papà avevano scelto di non accettare una “soluzione di compromesso” che, proposta dal Comune, avrebbe comportato di trascrivere i due atti con l’indicazione del solo genitore biologico. Le bambine, infatti, hanno il solo atto di nascita statunitense e non erano state dunque ancora registrate all’anagrafe, risultando inesistenti per lo Stato italiano.

Secondo quanto stabilito dal Tribunale di Milano, l’atto di nascita recante l’indicazione di due padri non è contrario all’ordine pubblico internazionale a differenza del diniego avanzato da Palazzo Marino, che si era così opposto al principio cardine della tutela del pro meliore minoris bono, ponendo in pericolo i diritti fondamentali delle bambine: non solo quelli di natura patrimoniale, come quelli successori, ma soprattutto l'identità personale.

Raggiunto telefonicamente da Gaynews, uno dei due papà, autore fra l’altro d’una lettera aperta a Sala, ha preferito non commentare l’accaduto limitandosi a dire: «La risposta sta tutta nel provvedimento. Resta un solo rammarico. Quello, cioè, di dover essere passati per la via giudiziaria.

Penso alle tante coppie che non sono nelle condizioni di ricorrere in tribunale. Cosa che non dovebbe avvenire: i bambini sono tutti uguali».

Soddisfazione è stata invece espressa dai legali Giacomo Cardaci, Manuel Girola, Luca di Gaetano di Rete Lenford, che hanno dichiarato: «Ancora una volta, la magistratura tutela gli interessi di due bambine che, fino ad ora, vivevano l’intollerabile condizione di ‘straniere in patria’, versando in uno stato di pura ‘clandestinità giuridica’ in cui i loro diritti e doveri sia di figlie sia di cittadine italiane era in grave pericolo: le bambine non erano registrate all’anagrafe e la loro ’invisibilità giuridica’ era fonte per loro di seri pregiudizi, destinati ad aggravarsi nel corso del tempo».

E sul decreto si è espresso in giornata anche il sindaco Giuseppe Sala a margine della presentazione a Palazzo Marino della Digital Week: «Siamo un po' obbligati a farlo, ma mi pare che, dal punto di vista politico, siamo sempre in osservazione e in verifica di quello che è da fare».

Ha quindi aggiunto: «Purtroppo questo tema può essere affrontato o perche' il governo trova un indirizzo, o perche' lo fa la magistratura, oppure perche' interviene il Comune. Secondo me, la cosa peggiore e' che ogni sindaco possa dire la sua, perche' sarebbe veramente buffo che una citta' riconosca e l'altra no. Oggi siamo ancora costretti a fare così, perché viviamo di sentenze e le seguiremo. Pero' e' chiaro che servirebbe una discussione a livello di Paese».

Affermazioni quelle di Sala che hanno suscitato la reazione di Gianni Tofanelli, il componente dell’altra coppia milanese, che aveva fatto ricorso al Tribunale perché fosse registrato sull’atto di nascita della loro figlia anche il nome del papà non biologico. Ricorso accolto il 25 ottobre con ingiunzione a Palazzo Marino di procedere in tal senso. Registrazione di fatto avvenuta il 17 novembre ma mai comunicata a Gianni e ad Andrea, che hanno dovuto apprenderla da Il Corriere della Sera.

«Sicuramente una data che ricorderò: cinque nni fa il medico procedeva con l’impianto dell’embrione e oggi ho potuto ritirare dall’Ufficio di Stato civile del Comune di Milano una copia dell’atto di nascita di nostra figlia, che finalmente riporta anche il nome dell’altro genitore – così Gianni –. Dagli atti ho scoperto che il comune di Milano ha dato seguito al decreto del Tribunale una settimana fa, ma né noi né i nostri legali di Rete Lenford avevamo avuto conferma della trascrizione e lo abbiamo dovuto leggere giorni fa sui giornali. 

Sappiamo tutti che la burocrazia è spesso nemica delle relazioni interpersonali, ma non posso negare che avremmo apprezzato essere informati direttamente dall’Amministrazione comunale del lieto fine di una storia che ci ha visti coinvolti per tanto tempo e che tanto clamore ha generato.

Siamo ovviamente al settimo cielo per il risultato raggiunto come anche per l’altra coppia di papà. Vogliamo ribadire che è arrivato il momento che il sindaco tuteli pienamente anche i diritti di tutti quei bambini che stanno aspettando il riconoscimento del Comune e dello Stato.

E che sia un riconoscimento pieno e completo: in questi giorni abbiamo visto la solita ex-giornalista (ora odiatrice professionista del genere maschile) inneggiare a una sentenza di stepchild adoption, ma solo perché questo è un modo per azzoppare il riconoscimento di piena genitorialità di entrambi e per rendere ancora più difficile, tortuoso e costoso il procedimento.

Resto inol esterrefatto per le dichiarazioni odierne del sindaco Sala, cui faccio però un ultimo appello come all’intero Consiglio Comunale: se potevano avere qualche dubbio sulla legittimità delle richieste fatte da noi papà arcobaleno, la nostra sentenza le ha fugate e quindi è arrivato il momento di procedere con tutte le richieste di trascrizione, sempre e solo nell’interesse dei bambini».

e-max.it: your social media marketing partner

Nel decennale di fondazione si è tenuto a Milano, dal 23 al 25 novembre, il XII° Congresso dell’Associazione Radicale Certi Diritti.

Finalizzata sia a promuovere e tutelare i diritti civili sia a garantire a responsabilità e la libertà sessuale delle persone, l’organizzazione si pone tra i principali obiettivi il matrimonio tra persone dello stesso sesso, la riforma del diritto di famiglia, la depatologizzazione del transessualismo, la legge che permetta alle persone trans la rettifica dei dati anagrafici senza previo intervento di riassegnazione chirurgica del sesso, la lotta al proibizionismo criminogeno in materia di prostituzione, il blocco degli interventi chirurgici sui bambini intersex.

Intitolato Non possiamo aspettare i tempi del potere, il Congresso si è svolto presso l’Open Milano (in viale Montenero, 6) e l’Unità di Produzione (in via Andrea Cesalpino, 7).

Presso la Libreria Open si è inoltre tenuta la presentazione del volume collettaneo Il lungo inverno democratico nella Russia di Putin, che ha visto gli interventi di Anna Zafesova (sovietologa e giornalista de La Stampa), Lorena Villa (Fondazione Luigi Einaudi) e Yuri Guaiana, presidente di Certi Diritti nonché curatore della raccolta di saggi edita dalla Diderotiana.

Nel pomeriggio di ieri sono state infine rinnovate le cariche statutarie. Confermati rispettivamente quale presidente e segretario Yuri Guaiana e Leonardo Monaco. Eletti, invece, Claudio Uberti a tesoriere e Carlo Maresca a revisore dei conti.

e-max.it: your social media marketing partner

Come preannunciato la scorsa settimana dal deputato Ivan Scalfarotto (Pd), il caso dell’espulsione di Felix Cossolo dall’Egitto è arrivato in Parlamento.

L’attivista milanese aveva denunciato d’essere stato qualificato quale persona non gradita al governo egiziano dopo essere atterrato, il 12 novembre, all’aeroporto de Il Cairo. Motivo del respingimento, come raccontato dal titolare del club meneghino Afterline, un suo reportage che, pubblicato nel 2007 sul periodico Clubbing, documentava gli arresti di persone omosessuali durante la presidenza di Hosni Mubarak.

Motivo per cui Scalfarotto, il 19 novembre, nel corso della seduta 86 della Camera ha presentato una specifica interrogazione parlamentare indirizzata al ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale Enzo Moavero Milanesi.

Interrogazione che, cofirmata dagli omologhi di partito Alessandro Zan e Lia Quartapelle, appare così motivata: «Si apprende da organi di stampa che Felix Cossolo, cittadino italiano regolarmente in possesso di documenti di identità validi per l’ingresso in Egitto, sia stato respinto dall’ufficio visti dell’aeroporto de Il Cairo. All’arrivo all’aeroporto egiziano, infatti, dopo aver effettuato il pagamento della tassa per il visto turistico, Cossolo sarebbe stato riaccompagnato all’area partenza in quanto cittadino non gradito a causa di alcuni articoli usciti a sua firma in Italia sulle condizioni dei componenti della comunità Lgbt in Egitto.

Sempre da organi di stampa si apprende delle difficili condizioni di vita per le persone gay, lesbiche, bisex e transessuali in Egitto».

Alla luce di tali elementi Scalfarotto, Zan, Quartapelle hanno pertanto domandato «se tale diniego di soggiorno in Egitto possa configurarsi come una ulteriore restrizione su base discriminatoria estesa anche a cittadini non egiziani e se le autorità italiane competenti in materia intendano richiedere informazioni sul caso alle omologhe autorità egiziane a  fine di fare chiarezza sulla vicenda esposta».

e-max.it: your social media marketing partner

Questa notte TvBoy ha “invaso” Milano con una nuova ondata di opere al vetriolo.

Questa volta, obiettivi del sarcasmo graffiante dell’artista autore del celebre bacio tra Salvini e Di Maio, sono stati Chiara Ferragni, ritratta con il figlio in braccio e una bottiglia d’acqua (chiaro riferimento all'edizione limitata dell'Evian firmata dalla celebre fashion blogger) nelle vesti di una Madonna Ausiliatrice dei nostri giorni; Rino Gattuso e Luciano Spalletti, rispettivamente nelle vesti di un americano e di un cinese (con riferimento alla perdita d’identità tipica dell’universo globalizzato).

E ancora Salvini e Di Maio, ripresi in un’emblematica e amara immagine da “guerra dei social”. 

Un’immagine è poi apparsa in costume rainbow ed è quella del fuoriclasse Cristiano Ronaldo

Il graffito ritrae Ronaldo in una posa che vuole ricordare i Bronzi di Riace e rimandare ai canoni di bellezza della tradizione classica greca e romana. Lo street artist gioca sull’ambivalenza del segreto e l’opera allude, palesemente, sia alla presunta omosessualità di Ronaldo sia al fatto che il calciatore dà l’impressione di essere innamorato di se stesso.

Mentre Il Segreto di Ronaldo La Guerra dei social sono comparsi in corso di Porta Ticinese, Santa Chiara con acqua benedetta in via TorinoLa Guerra fredda (ossia il poster con Gattuso e Spalletti) in via Sant'Eustorgio.

ronaldo

e-max.it: your social media marketing partner

Giunto alla settima edizione e organizzato da Barilla, si è tenuto a Milano, il 24 e il 25 ottobre, il Pasta World Championship. A contendersi il titolo di Master of Pasta 18 giovani chef provenienti da tutto il mondo. Ma la vittoria è stata conseguita dalla statunitense Carolina Diaz col suo spaghetto al pomodoro rivisitato.

E al Pasta World Championship 2018 sono stati proprio gli spaghetti ad averla fatta da padrone. In occasione dell’evento culinario, coinciso per la prima volta con il Word Pasta Day (giunto quest’anno alla 20° edizione), la disegnatrice emiliana – ma milanese d’adozione – Olimpia Zagnoli, in arte Oz, ha infatti realizzato un’illustrazione speciale per le confezioni dei celebri Spaghetti Nº5 di Barilla. Illustrazione che è un tributo alla parità dei diritti e al riconoscimento delle realtà omofamiliari.

In linea con l’inconfondibile stile coloratissimo, rétro e minimalista, che ha fatto apprezzare Olimpia Zagnoli in tutto il mondo portandola a collaborare con testate come The New York Times e The New Yorke, l’immagine scelta per i packing Barilla rappresenta una coppia di donne innamorate che condividono, nella notte, un piatto di spaghetti.

Un altro passo significativo da parte della multinazionale italiana nel percorso della sensibilizzazione di dipendenti e clienti alle tematiche dell’inclusione e della lotta alle discriminazioni. Passo che, nel 2018, si va ad aggiungere all’adesione da parte del Gruppo Barilla agli Standards of Conduct for Business dell’Ufficio dell’Alto commissariato per i diritti umani delle Nazioni Unite (Ohchr), finalizzati ad affrontare e superare il tema della discriminazione delle persone Lgbti nel mondo del lavoro.

Ma anche ulteriore riprova di una totale inversione di rotta per un’azienda, il cui presidente Guido Maria Barilla aveva dichiarato nel 2013 che non avrebbe mai fatto uno spot con una famiglia omogenitoriale

«La nostra è una famiglia tradizionale – così motivo le sue affermazioni ai microfoni de La Zanzara -. Non per mancanza di rispetto, ma perché non la penso come loro. La nostra è una famiglia classica». E ancora: «Non faremo pubblicità con omosessuali perché a noi piace la famiglia tradizionale. Se i gay non sono d'accordo, possono sempre mangiare la pasta di un'altra marca. Tutti sono liberi di fare ciò che vogliono purché non infastidiscano gli altri».

e-max.it: your social media marketing partner

Giuseppe Sala dovrà registrare sul certificato di nascita della piccola Anna, nata in California il 2 agosto 2014 grazie alla gpa, anche il nome del papà non biologico.

A deciderlo il Tribunale Civile di Milano che ha oggi accolto il ricorso presentato, in maggio, da Gianni Tofanelli e Andrea Simone contro il Comune, i cui Ufficiali di Stato civile avevano sospeso la richiesta di trascrizione e correzione dell’atto di nascita statunitense della loro figlia con esplicita menzione della doppia paternità. 

La sentenza, dunque, riconosce e tutela il supremo interesse della bambina ad avere il legame di filiazione con entrambi i papà.

A sostenerne le parti legalmente gli avvocati Manuel Girola, Giacomo Cardaci e Luca Di Gaetano di Rete Lenford. I due papà hanno espresso la loro soddisfazione a Gaynews, che proprio dal nostro giornale avevano mosso un duro j'accuse al doppiopesismo di Sala e un appello a riconoscerli entrambi come papà di Anna.

E, a distanza d'un giorno, è stato pubblicato sulla pagina Fb di Rete Lenford un comunicato, in cui fra l'altro si dice: «Il Tribunale, all’esito di una puntuale ricostruzione del concetto di ordine pubblico nell’evoluzione della giurisprudenza italiana e transnazionale, ha aderito al principio espresso dalla Corte di Cassazione nella importante sentenza n. 19599/2016 e ha confermato che non è contraria all’ordine pubblico la trascrizione dell’atto di nascita con due padri. Il provvedimento si colloca sulla scia di quanto già sancito dai Tribunali di Livorno, Pisa, Roma e ne ribadisce le motivazioni.

Per Miryam Camilleri, presidente di Rete Lenford, «la decisione dei giudici di Milano è ricca di spunti interessanti e ribadisce come la rettificazione dell’atto di nascita corrisponda al best interest del bambino rispetto alle conseguenze giuridiche ad essa connesse.

Tra queste conseguenze, il Collegio cita i ‘diritti alla bigenitorialità, alla certezza giuridica, all’unicità della propria condizione giuridica e sociale e dunque all’identità personale, nonché alla stabilità dei legami acquisiti fin dalla nascita nel contesto familiare’. Il decreto di Milano, infatti, ribadisce un sentire diffuso nella nostra società: non conta come si diventa genitori ma quanto affetto e cura si riesce a dare ai bambini».

e-max.it: your social media marketing partner

Bergoglio ha oggi canonizzato in piazza San Pietro sette beati. Tra questi anche Óscar Arnulfo Romero y Galdámez, l’arcivescovo salvadoregno ucciso da un cecchino degli squadroni della morte il 24 marzo 1980, e papa Paolo VI (1897-1978).

In un periodo come quello attuale, in cui non tendono a scemare le voci sulla presunta lobby gay in Vaticano e su prelati nonché porporati omosessuali menzionati nel dossier Viganò, non si può non ripensare a simili polemiche in riferimento alla persona di Giovanni Battista Montini.

L’omosessualità del primo collaboratore di Pio XII e poi arcivescovo di Milano – che Pacelli non volle mai elevare alla dignità cardinalizia – era vociferata al di là del Tevere ancor prima che questi fosse eletto, il 21 giugno 1963, successore di Giovanni XXIII. A farsene portavoce, attraverso chiacchiere di palazzo, fu il cosiddetto pentagono pacelliano e, soprattutto, l’allora cardinal Vicario Clemente Micara, la cui antipatia verso Montini era ben nota. 

Chiacchiere che si ingigantirono a dismisura, quando Paolo VI si fece prosecutore dei lavori del Vaticano II e ne attuò le auspicate riforme. Furono soprattutto i presuli conservatori e certa stampa libellistica a diffondere l’immagine di un pontefice progressista, omosessuale e, secondo don Luigi Villa, massone. Una ripresa del classico topos della letteratura eresiologica, che vedeva nel devius a recta fide il devius a recta praxi.

Ma a dare pubblico rilievo a un Montini omosessuale fu il celebre diplomatico e scrittore francese Roger Peyrefitte (profondo conoscitore d’Oltretevere), che nel 1976, due anni prima della morte del pontefice, parlò - nel corso di un'intervista prima al magazine francese Lui, poi al quotidiano romano Il Tempo, dove fu pubblicata il 4 aprile col titolo Mea culpa? Ma fatemi il santo piacere - di colui che ne sarebbe stato l’amante: l'attore Paolo Carlini, protagonista di celebri sceneggiati televisivi come Il romanzo di un giovane povero o L'ultimo dei Baskerville. Peyrefitte sostenne che, proprio in onore dell'amato, Montini avrebbe scelto di chiamarsi Paolo una volta eletto pontefice.

Siccome la Congregazione per la Dottrina della Fede aveva da poco emanato il documento Persona humana (29 dicembre 1975), nel cui paragrafo 8 veniva riconfermata la condanna magisteriale dei rapporti omosessuali, si volle leggere nell’accusa di Peyrefitte una reazione calunniosa a una tale dichiarazione.

Argomento, questo, che lo stesso Paolo VI utilizzò durante l’Angelus del 4 aprile 1976: «Noi sappiamo che il nostro Cardinale Vicario e poi la Conferenza Episcopale Italiana vi hanno invitati a pregare per la nostra umile persona, fatta oggetto di scherno e di orribili e calunniose insinuazioni di certa stampa, irriguardosa dell'onestà e della verità. Noi ringraziamo voi tutti di codeste dimostrazioni di filiale pietà e di morale sensibilità. Così siamo riconoscenti a quanti hanno corrisposto a queste esortazioni di spirituale solidarietà. Grazie, grazie di cuore. 

Ci siamo ricordati, quasi a nostro malgrado, d’una bellissima parola degli Atti degli Apostoli: "una preghiera saliva incessantemente a Dio dalla Chiesa per lui»", Pietro (Act. 12, 5). Ancora, grazie! Noi ricambiamo codeste attestazioni di religiosa fedeltà invocando dal Signore per tutti lo Spirito di verità e la cristiana franchezza di dare sempre a cotesto senso cristiano, con la parola e con la vita, generosa testimonianza.

Siccome questo e altri deplorevoli episodi hanno avuto pretestuosa origine da una recente dichiarazione della nostra Congregazione per la Dottrina della Fede circa alcune questioni di etica sessuale, noi vi esortiamo a dare a questo documento e al complesso di insegnamenti, di cui esso fa parte, un'attenta considerazione ed una virtuosa osservanza, tali da tonificare in voi uno spirito di purezza e di amore, che faccia argine al licenzioso edonismo diffuso nel costume del mondo odierno, e che alimenti nei vostri animi la padronanza delle umane passioni accrescendo il senso forte e gioioso della dignità e della bellezza della vita cristiana».

Le vibranti parole di Montini non bastarono a tacitare le voci tanto più che Carlini, morto nel 1979 a un anno dal pontefice, non le smentì mai. L’argomento omosessualità, come noto, è stato poi affrontato nelle Positiones compilate in vista del processo di beatificazione e canonizzazione di Paolo VI, sia pur liquidate come prive di fondamento.

A meno che non compaiano prove documentali – e gli archivi sanno sempre regalare sorprese – resterà quel dubbio, da cui all’epoca furono rosi moltissimi presuli cattolici.

È noto il caso d’un vescovo lombardo che, dopo aver tuonato dall'ambone contro l’infame di Parigi (ossia Peyrefitte), nell’attraversare il presbiterio, dove erano riuniti i canonici del Capitolo Cattedrale, si rivolse loro a bassa voce: «Ma non è che sarà vero?».

e-max.it: your social media marketing partner

Anna è nata in California il 2 agosto 2014 grazie alla gpa. Andrea Simone e Gianni Tofanelli, i due papà, hanno racconto il loro progetto e la successiva prima esperienza di genitorialità nel libro Due uomini e una culla, edito lo scorso anno per i tipi torinesi Golem.

Benché sull’atto di nascita californiano siano entrambi registrati come papà, per l’anagrafe italiana non è così. Anna risulta avere un solo padre, quello biologico, mentre l’altro non ha ufficialmente in Italia né diritti né doveri nei suoi riguardi. I tentativi di Andrea e Gianni per superare una tale situazione presso l’Ufficio Anagrafe di Milano, dove risiedono, sono purtoppo caduti nel vuoto.

Giuseppe Sala, sindaco del capoluogo lombardo, ha deciso di sospendere la trascrizione di atti di nascita esteri di bambini e bambini con due papà. Presa d’atto che, al contrario, non ha applicato nei riguardi di figli e figlie di coppie di donne lesbiche, come ha dimostrato anche con la solenne cerimonia del 6 giugno a Palazzo Marino

Il doppiopesismo attendista di Sala in tale materia è stato oggi stigmatizzato da Marilena Grassadonia, presidente di Famiglie Arcobaleno, che ha dichiarato in un comunicato: «Da mesi i nostri soci attendono invano una risposta e se ci siamo infine decisi a un appello pubblico è perché siamo ancora convinti che la situazione si possa sbloccare. Basta però rinvii e incontri interlocutori: il mancato riconoscimento sta rendendo la vita di molte famiglie difficile. Ci è stato detto che gli uffici aspettano un parere dell'Avvocatura di Stato, e quindi la sentenza della Cassazione a sezioni unite sul cosiddetto 'caso Trento'.

Ma il Comune, se c'è la volontà politica, può muoversi da subito. Chiediamo a Sala di dirci chiaramente se questa volontà politica c'è. Lo abbiamo ringraziato e lo ringraziamo ancora per i riconoscimenti delle famiglie con due madri, ma come associazione chiediamo che i diritti siano diritti per tutti. I bambini e le bambine non possono essere discriminati sulla base di come sono nati».

Nell’attesa d’una risposta concreta da Palazzo Marino, abbiamo raggiunto Gianni e Andrea, per conoscere meglio la loro situazione e raccogliere valutazioni sulla posizione di Sala.

Gianni e Andrea, qual è al momento la situazione anagrafica di Anna?

Dal nostro rientro in Italia nel settembre 2014 Anna anagraficamente risulta avere un solo padre (Gianni) in una famiglia che è riconosciuta come unita civilmente dal 29 marzo 2013… Questo miracolo “anagrafico” accade perché abbiamo trascritto il nostro matrimonio, che è antecedente all’entrata in vigore della legge sulla unioni civili. Ha doppio passaporto. Ma per la legge un solo papà, perché sul suo certificato di nascita compare solo il nome di uno dei due padri e l’altro non ha ufficialmente alcun diritto e alcun dovere nei confronti della bimba.

Che cosa vi è stato detto all’Ufficio Anagrafe, quando avete chiesto che vi fosse riconosciuta la doppia paternità?

Ci siamo rivolti all’Anagrafe del Comune di Milano non appena è uscita la notizia che avevano trascritto e corretto l’atto di nascita di due gemelli – anche loro nati in California con gpa –, permettendo ai due bambini di avere sui documenti i nomi di tutti e due i loro genitori. Abbiamo presentato la documentazione completa e seguito l’iter che, per un limitato numero di casi, aveva sortito l’effetto positivo della trascrizione. Ma dopo circa un mese abbiamo ricevuto una raccomandata dall’Anagrafe del Comune di Milano che ci informava che la richiesta era sospesa, in quanto si era deciso di richiedere chiarimenti al ministero dell'Interno. Si era quindi chiusa quella breve finestra temporale in cui l’ufficiale di Stato Civile si era dimostrato favorevole.

Vogliamo far notare che la sospensione è illegittima, in quanto il Comune di fronte alla nostra richiesta avrebbe potuto solo accettare (come ha fatto fra dicembre e gennaio per quell’esiguo numero di casi) o rifiutare la trascrizione, ma non lasciarci in un limbo che dura da quasi un anno. 

Come spiegate il diniego del sindaco Sala ad effettuare le trascrizioni degli atti di nascita esteri per le coppie dei soli papà?

Non riusciamo a spiegarci questa discriminazione. Nel mese del Pride abbiamo visto il sindaco Sala farsi paladino dei diritti delle famiglie omogenitoriali e riconoscere il diritto di tante mamme ma, parallelamente, ignorare del tutto le situazioni come le nostre. Situazioni che ormai riguardano decine di bambini, alcuni dei quali, come nel caso delle gemelle di cui hanno parlato i media alcuni giorni fa, sono trattati come dei fantasmi dal Comune e conseguentemente dallo Stato.

Credete che pesi la battaglia contro la gpa condotta in area milanese da certe femministe della differenza e da ArciLesbica?

Sicuramente non ha aiutato e sta impedendo che ci possa essere una posizione forte anche all’interno del Consiglio comunale. In esso, una ventina di giorni fa, è stato presentato un ordine del giorno a favore della trascrizione degli atti di nascita dei papà arcobaleno da parte di Angelo Turco e Diana De Marchi (presidente della Commissione Pari Opportunità e Diritti Civili del Comune), che chiedeva di porre fine  alla discriminazione in atto rispetto alle famiglie composte da due donne. Ma anche questa richiesta sembra essere al momento ignorata.

Da Palazzo Marino è stato detto che si aspetta la decisione della Cassazione a Sezioni Unite. Ma questo attendismo non sembra riguardare figli e figlie di coppie lesbiche...

Come abbiamo già detto, da luglio 2018 alcune coppie di mamme ottenuto da Palazzo Marino - e con grande visibilità mediatica del Sindaco Sala - la formazione di atti di nascita con l’indicazione di entrambe le genitrici. Quindi pare evidente che questa sospensione in attesa del 9 novembre non le riguardi.

Come giudicate la posizione delle associazioni Lgbti sul tema gpa? Sono attente o le avvertite lontane?

Ci pare che le associazioni Lgbti stiano lasciando sempre più sola Famiglie Arcobaleno nel condurre questa battaglia a favore dei nostri figli e figlie. A loro viene pregiudicato l’esercizio di numerosi diritti fondamentali, tra cui il diritto all’identità personale e al rispetto della vita privata e familiare.

Cosa pensate di femministe e attiviste che in riferimento alla gpa usano lo stesso armamentario lessicale di esponenti di estrema destra?

Abbiamo letto e sentito dire parole di una violenza inaudita - addirittura più forti di quelle pronunciate dall’estrema destra -, che hanno offeso non solo le nostre famiglie ma anche coloro che in questi anni hanno combattuto contro la discriminazione e per l’emancipazione delle donne. Riportiamo come battuta - ma testimonia come certi personaggi abbiano un visione poco chiara della realtà - l’accusa che ci è stata rivolta su un social network da una delle paladine più agguerrite contro la gpa, che ha scritto:  Voi siete abituati a sfruttare le donne in quanto clienti delle prostitute. Evidentemente l’odio nei confronti degli uomini le rende cieche e poco lucide.

e-max.it: your social media marketing partner

Il libro La piccola principe. Lettera aperta alle giovanissime su pubertà e transizione (VandA ePublishing, Milano 2018) di Daniela Danna, ricercatrice in Sociologia generale presso l'Università degli studi di Milano, analizza il fenomeno dell'aumento significativo del numero di persone che – in Paesi come Svezia, Finlandia, Regno Unito, Nuova Zelanda e Canada – accedono a percorsi di transizione di genere in direzione FtM (Female to Male) durante l'adolescenza. 

La premessa indispensabile a ogni considerazione sul testo di Danna è che nessuno - tantomeno i rappresentanti delle associazioni transgenere e gli attivisti T italiani - intende negare il fenomeno sociale a cui Danna fa riferimento: l'aumento di richieste di accesso ai percorsi di transizione e autodeterminazione FtM da parte di adolescenti e famiglie esiste, è documentato e inizia a essere una realtà anche in Italia.

Cosa, questa, che sanno bene tanto i professionisti (psichiatri, psicologi, endocrinologi, avvocati, giudici) che lavorano a stretto contatto con la realtà transgenere, quanto gli operatori e gli attivisti che da anni lavorano nelle associazioni. Tenendo conto del fatto che in gioco c'è la salute di persone adolescenti, il fenomeno merita certamente attenzione, prudenza, studio e grande cautela.

Il dibattito e il confronto su un tema così delicato necessitano di competenze trasversali (mediche, giuridiche, sociali, culturali, politiche), di una visione non dogmatica, di esperienza diretta e documentata con il fenomeno e con le persone a cui ci riferiamo e di onestà intellettuale. Elementi, questi, che nel saggio di Daniela Danna mancano

L'analisi della sociologa milanese - pur ricca di importanti considerazioni sulle conseguenze della misoginia che tutti, nessuno escluso, abbiamo introiettato - risulta infatti parziale e strumentale. Troppo spesso, inoltre, impone verticalmente, quasi muscolarmente, visioni dogmatiche («Non esistono bambini e adolescenti trans. Esistono bambini e adolescenti effemminati e bambine e adolescenti mascoline» – «Il concetto di 'cis' non ha senso»), stereotipate («Invece ci sono donne trans ipercurate, depilate al laser, manierate e seduttive, quindi molto più 'cis' di noi lesbiche anche se sono trans!») e oscurantiste («Possiamo solo rappezzare mostri come Frankenstein da pezzi di da pezzi di cadaveri: gli esseri viventi non nascono in laboratorio»).

Dalla lettura di questo saggio deriva l’impressione che i percorsi di transizione degli adolescenti vengano usati come grimaldello per scardinare l'impianto teorico legittimante la stessa esistenza delle persone T sul piano giuridico, scientifico, sociale: a essere messa in discussione è, infatti, l'identità di genere attraverso la selezione capziosa di dati e ricerche.

Danna riporta in auge l'errata identificazione del fenomeno della variabilità di genere con quello dell'omosessualità, riconoscendo nella misoginia interiorizzata la causa dei percorsi di transizione e autodeterminazione FtM. Ritorna poi - ignorando decenni di studi e letteratura scientifica che avvalorano la tesi che la variabilità di genere non rientra nel novero delle patologie mentali ma, semmai, delle variazioni naturali della concezione comune e binaria dei generi - sulla "questione delle cause", mettendo all'angolo l'autodeterminazione delle persone T. 

Mette, infine, in dubbio la stessa presa di parola delle persone T e la possibilità per le persone T di definirsi come gruppo sociale che nomina la sua stessa oppressione, cancellando decenni di movimento, di comunità e di subultura transgenere italiana e internazionale. «Questa gran confusione – si legge nel saggio - suggerisce sia meglio buttar via la parolina 'cis', e cestinare anche la credenza che chi è cis goda di un privilegio nei confronti di chi è 'trans’».

Non occorre essere sociologi per sapere che qualsiasi gruppo sociale, qualsiasi minoranza ha avuto e ha bisogno di parole per definire la propria differenza rispetto alla maggioranza: la parola cisgender potrebbestare a transgender come, ad esempio, la parola omosessuale sta a eterosessuale. E, se la parola cisgender non piace a qualcuno, ce ne sono tante altre. Negli anni '90 del secolo scorso e nel primo decennio del 2000, nel gergo della comunità T, utilizzavamo espressioni (spesso con il sorriso sulle labbra) come "donna genetica" o "uomo genetico" per definire chi non era transgenere, o "ragazze XY" o "donne XY" per definire le donne transgenere.

Il linguaggio cambia con i decenni e le generazioni. A non cambiare è il bisogno della comunità T (e di qualsiasi minoranza) di definire se stessa e di significare il mondo con il suo sguardo. Ora è proprio questo nostro bisogno di parlare di noi e per noi che nel saggio di Daniela Danna viene messo in discussione e delegittimato.

Il problema sembra non essere la parola cisgender, ma l'idea che le persone transgenere prendano la parola come gruppo sociale. Cercare di impedire e di frenare l'articolazione di nuovi linguaggi, che nascono dal bisogno di un gruppo di definire la sua oppressione nel sistema sociale, significa promuovere l'idea che il linguaggio delle minoranze e delle subculture vada, in qualche modo, riconosciuto e validato da autorità esterne, controllato, se non censurato

Danna fa, insomma, ciò che il patriarcato fa da sempre con la presa di parola delle donne, prendendo pretestuosamente un tema delicatissimo che per essere affrontato richiederebbe, più di tutto, l'assenza di posizionamenti ideologici

e-max.it: your social media marketing partner

happyPrince2

Featured Video