Ogni anno, dal 1998, il 20 novembre ricorre il “Transgender day of Remembrance” (TDoR), evento realizzato su iniziativa di Gwendolyn Ann Smith, attivista transgender, per ricordare Rita Hester, il cui assassinio in Massachussets diede avvio al progetto web Remembering Our Dead, e nel 1999 a una veglia a lume di candela a San Francisco.

Quest’anno la città di Napoli, in occasione del TDoR, ha ospitato la Trans Freedom March (celebrata anche a Torino), evento co-organizzato dall’Associazione Transessuali Napoli (ATN), sostenuto dal Comune di Napoli, dal Comitato Arcigay di Napoli, dalle associazioni Lgbti campane e dal Mit  e dalle associazioni trans nazionali.

La marcia, che è iniziata alle 17 a Piazza Dante, dopo il saluto del sindaco di Napoli Luigi de Magistris, sempre sensibile alle urgenze della comunità Lgbti, ha fatto irruzione nelle strade del centro cittadino per focalizzare l’attenzione sulla voce delle persone trans e sull’agognata libertà che la comunità rivendica.

«Il diritto al lavoro, all’emancipazione negata, allo studio, alla ‘scelta’, ad una vita serena, restano ancora speranze per molti, e per questo diventano atti dirompenti e necessari di rivendicazione del proprio orgoglio – dichiara Daniela Lourdes Falanga, delegata ai diritti delle persone trans di Arcigay Napoli –. Tante ancora le persone transgender assassinate, condannate ad un atroce destino solo perché intercettate nel loro coraggio e negate alla vita e Napoli, purtroppo, ha il triste primato che vide, solo nel 2016, tre vittime transgender a fronte di sette persone in tutta Italia. Non a caso la marcia diventa, per questo, un importante messaggio nella città “madre” della comunità Trans».

«La marcia deve servire a scardinare il pregiudizio invisibile che è latente in tutti – afferma Porpora Marcasciano, leader storica del Movimento transessuale italiano – in tutti quelli che pensano che la transessualità sia un capriccio o uno scimmiottamento della femminilità perché questo tipo di pregiudizio, silente e invisibile, fomenta la violenza».

Paolo Valerio, docente di Psicologia clinica, presente alla marcia come rappresentante dell’Onig (Osservatorio nazionale identità di genere) e dell’Università di Napoli Federico II, non ha dubbi sull’importanza dell’evento: «Questa marcia rappresenta un’occasione in cui la città può entrare in contatto con un mondo che, di solito, è colpito dal pregiudizio ed è bello vedere marciare insieme tante persone che chiedono pari opportunità e pari diritti soprattutto rispetto al lavoro e alla salute. L’Università di Napoli Federico II - ricorda il prof. Valerio - ha voluto creare un identità alias per consentire a tutti gli studenti transgender di vedersi riconosciuto sul libretto un nome in sintonia con l’identità di genere a cui sentono di appartenere». 

«La Trans Freedom March è importante perché è un momento di confronto – sostiene Ileana Capurro, Presidente dell’Atn - un momento i cui la stessa comunità trans si incontra e riscopre una coesione importante. La risposta della città è certamente positiva e devo ammettere che anche in fase di organizzazione c’è stata grande disponibilità delle Istituzioni all'organizzazione dell'evento». 

Infine la parola a Regina Satariano, leader storica del mondo transessuale che dichiara: «Questa marcia serve a prendere consapevolezza di quanto accade a livello mondiale, questa marcia ricorda le 327 vittime trans che ci sono state nel mondo nell’ultimo anno, una cosa intollerabile! Non si può essere ciechi e sordi su queste cose».

La marcia si è conclusa a Piazza Municipio, davanti a Palazzo san Giacomo, dove un palco ha accolto le testimonianze di diversi attivisti delle associazioni coinvolte, l’esibizione di alcuni artisti e la consueta veglia a lume di candela in cui si sono evocati i nomi delle 327 persone trans vittime di odio transfobico.

Infine, bisogna ricordare che, in concomitanza con la Marcia, nel carcere di Poggioreale si è svolto un evento legato al TDoR particolarmente toccante e coinvolgente, coordinato da Daniela Lourdes Falanga perché anche negli spazi più marginali del mondo la comunità di persone transgender e omosessuali possano ricordare le vittime di odio transfobico e percorrere un percorso di consapevolezza atto a garantire un primo vero atto di emancipazione dal carcere stesso.

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Le persone trans, come scriveva oggi Rosario Murdica, sono spesso vittime di emarginazione e forte esclusione da diversi contesti sociali e civili. Nel mondo del lavoro subiscono misure discriminatorie e anche in Italia, nonostante si siano realizzati alcuni passi in avanti attraverso il lavoro di associazioni in termini di inclusione, resta ancora molto lavoro da fare.

Motivo per cui domani mattina a Milano, presso la sede di AnlAids Lombardia in Via Monviso, saranno premiati persone ed enti, che si sono distinti per il loro impegno contro ogni forma di discriminazione e intolleranza transfobica in un'ottica di inclusione sociale. Occasione dell’iniziativa, voluta da Consultorio Transgenere in collaborazione con il Mit di Bologna e Ala Onlus Milano, la 25° edizione del concorso Miss Trans Italia e Miss Trans Sud America, che avrà luogo invece in serata.

In realtà la premiazione sarebbe dovuta avvenire altrove, cioè presso la Casa dei Diritti. Il cambio di location è avvenuto per il fermo diniego dei responsabili dell’istituto milanese, le cui motivazioni sono state rese note nel comunicato del Mit che di seguito pubblichiamo

Domani a Milano si terrà la venticinquesima edizione di Miss Trans Italia. La manifestazione è nata nel 1992, come reazione all'esclusione da Miss Italia di una donna trans.  Da allora, per protestare contro l'invisibilità e lo stigma sui corpi trans, un gruppo di attiviste organizza questo evento ogni anno. Un evento che non è un concorso di bellezza, bensì una serata di visibilità, per celebrare la dignità e l'orgoglio dei percorsi di vita trans. Nella stessa giornata di domani, al mattino, è prevista la premiazione di alcune personalità che si sono contraddistinte per la tutela dei diritti.

Per questa premiazione avevamo scelto la città di Milano e in particolare la Casa dei Diritti: Mit e Transgenere hanno chiesto uno spazio per la premiazione e indicato le personalità che vi avrebbero partecipato fra cui giornalisti, attivisti, psicologi, personaggi dello spettacolo. Ci aspettavamo un'accoglienza a braccia aperte, come del resto abbiamo avuto dalla città di Bologna, che un anno fa ha ospitato il Concilio Trans d'Europa a Palazzo Re Enzo.

Invece la Casa dei Diritti ci ha detto NO.

E sapete perché? Perché contraria a Miss Trans, manifestazione che "sfrutterebbe i corpi, e veicolerebbe canoni di bellezza". La motivazione denota una totale ignoranza su come i corpi trans siano oggetto di stereotipi e stigma, tanto da dover rivendicare uno spazio, anche attraverso una manifestazione ludica. Ma anche se così fosse, perché negarci la sala per un evento autonomo alla manifestazione stessa?

La Casa dei Diritti che nega i diritti è veramente un ossimoro. Noi vogliamo che questa storia non passi inosservata.

Perciò attiviamoci tutt* per manifestare la nostra indignazione.

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Eravamo verso la fine degli anni '80 del secolo scorso. Mi accingevo, dopo la laurea in medicina e chirurgia e le specializzazioni in pediatria e in igiene e medicina preventiva conseguite presso l'università di Padova, a iniziare un nuovo percorso accademico per conseguire la terza specializzazione. Quella, cioè, in psicologia e sessuologia presso la scuola per la Formazione e la Ricerca in sessuologia diretta a Genova dalla didatta formatrice professoressa Jole Baldaro Verde, prima donna in Italia allora sessuologa e psicoterapeuta.

In quel periodo ero ancora un "velato" e pur non "esprimendomi" mai in termini ortodossamente eterosessuali nel linguaggio e nei gesti, cercavo comunque di far trasparire il meno possibile di me stesso e delle mie inclinazioni ovvero della mio vero orientamento sessuale. La mia didatta formatrice mi aveva perfettamente capito ma aspettava che fossi io stesso a manifestarmi. Pensò di agevolare il mio coming out affidandomi, come allievo della scuola in questione, la collaborazione nello stilare le perizie per rendere attuabile la correzione chirurgica del sesso (Ccs), come allora si chiamava la serie di interventi medico-chirurgici cui venivano sottoposte le persone in transizione.

Fu in quel periodo che ebbi modo di parlare più volte con Marcella Di Folco, che a noi, come scuola per la Ricerca e la Formazione in sessuologia, si rivolgeva per vari motivi. Vale a dire:

- per cercare, come Presidente del Mit, di trovare nuove attività e nuove energie innovative per il Movimento da rifondare; 

- per trovare idee e conferme in vista dell'apertura del Consultorio per l'identità di genere, che, a Bologna, sarà il primo consultorio al mondo coordinato da persone trans. 

Marcella, però, inviava soprattutto al nostro centro persone "in transito" per la perizia che avrebbe loro permesso il successivo iter chirurgico.

Con me Marcella è stata sempre una persona estremamente distinta ed educata. Forse fin troppo riservata (mi vedeva troppo maschio!!?? ) ma comunque sempre pronta al sorriso discreto e direi a volte malizioso, che mi faceva sussultare non poco. Mentre con la mia didatta formatrice, che conosceva da parecchio tempo, Marcella era molto più loquace e disinvolta.

Se penso a Marcella, la ricordo, attraverso i sensi, come un soffio di profumatissima cipria Coty, come una dolce soave melodia sulle note della celebre Anonimo Veneziano di Stelvio Cipriani, come una luminosa stella cadente ricca di sogni e di promesse. Provo forti emozioni nell'evocare questi ricordi nello struggente tentativo di riesperimentare le stesse vaghe ed intense emozioni che mi facevano trasalire e sussultare quando parlavo con lei. Quando parlavo con te, Marcella.

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In occasione del 7° anniversario della scomparsa di Marcella Di Folco (Roma, 7 marzo 1943 – Bentivoglio (Bo), 7 settembre 2010) pubblichiamo con piacere la nota commemorativa del Movimento identità trans (Mit). Associazione che l’attrice, attivista e politica diresse dal 1988 alla morte. Un tributo doveroso a chi spese l’ultimo ventennio della propria vita per i diritti e la tutela delle persone transgender:

Sono sette anni che Marcella ci ha lasciato, sette anni durante i quali non abbiamo mai smesso di pensare a lei, ai suoi modi fare, ai suoi insegnamenti sempre straordinariamente attuali. Parole di lode e riconoscimento nei suoi confronti ne sono state dette tante, ma sono i fatti che continuano a dimostrare la sua grandezza. La sua impronta indelebile, nel Mit e in tutto il movimento Lgbtiq, resta impressa nel nostro percorso, le nostre lotte, le nostre azioni quotidiane.

Il Mit resta pieno di lei e condividere il suo orgoglio resta per noi fondamentale. È un riconoscimento unanime che con lei la voce trans ne sia uscita più sonora e potente. La sua insubordinazione, il non volere mai essere seconda a nessuno ha insegnato al Mit e a tutto il mondo trans, ad alzare la testa, tenere le spalle dritte per raggiungere obiettivi e vittorie. Abbiamo ancora tanto da fare, e Marcella ci manca. Solo con la dolcezza dei ricordi, con le tante risate che abbiamo fatto insieme a lei, riusciamo a riempire quel grande vuoto che ci ha lasciato.

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Le persone trans continuano a subire doppia discriminazione spesso anche a opera di alcuni media. I recenti casi dello stupro di Rimini e del decesso di Carlotta nel Salento – entrambi legati a due donne transgender – sono stati ancora una volta narrati con termini stereotipici e offensivi dell’identità di genere delle interessate come l’utilizzo del maschile “un trans”.

Doppia discriminazione, che vede talora responsabili anche le persone Lgb. Risale solo ad alcune settimane fa l’accesa polemica relativa alle posizioni “separatiste” o “essenzialiste”, che dir si voglia, di ArciLesbica Nazionale cui hanno fatto eco le dichiarazioni di qualche femminista. Posizioni atte a rimarcare una sorta di necessaria rivendicazione di “spazi politici” separati tra donne cisgender e donne transgender.

La querelle, come abbiamo raccontato anche dalle colonne di Gaynews, ha suscitato la reazione sia di alcuni circoli provinciali di ArciLesbica sia di una leader storica del movimento transessuale taliano quale Porpora Marcasciano.

Per restare nel solco della stessa discussione, Gaynews ha deciso di raccogliere la testimonianza di un’altra esponente di spicco del movimento trans, cioè Roberta Ferranti.

Roberta, cosa ne pensi della posizione di chi rivendica l’urgenza di distinguere e separare spazi politici dedicati alle donne cisgender da quelli dedicati alle donne trans?

Fare queste distinzioni mi sembra ridicolo. La scelta di essere una donna è una scelta ben precisa per una donna trans. Io rifiuto completamente la mia mascolinità. Con le femministe abbiamo avuto spesso delle incomprensioni perché, casomai, non accettavano la nostra scelta, senza dubbio rivoluzionaria, di voler far parte del mondo femminile. Quando facevamo le proteste a Roma, a pochi metri dalla sede dell’Udi (Unione donne italiane), nessuna ci veniva ad aiutare. Non si affacciavano neppure alla finestra. Del resto, è capitato anche a me di sentirmi dire da una donna cisgender che non sono una vera donna. E perché? Perché non posso procreare?

Invece, bisognerebbe che tutti tenessero ben presente che per una donna transessuale come me la scelta di entrare a far parte del mondo femminile è una scelta molto seria e consapevole perché non è facile rinunciare alla virilità e al potere che questa può conferire in una società maschile e maschilista.

Cosa ricordi delle prime lotte delle persone trans?

I ricordi sono veramente tanti ma ho a cuore la figura di Gianna Parenti, che collaborò alla fondazione del Mit. Col passare degli anni, poi, il Mit si è sempre più giovato del ruolo di Porpora. È stata lei, a mio parere, quella che ha sempre creato le situazioni più interessanti dal punto di vista sia politico sia culturale.

Di Marcella Di Folco, predecessora di Porpora Marcasciano alla guida del Mit, che ricordo hai?

Marcella non partecipava alla lotta in maniera molto attiva perché era un’attrice e non voleva “mischiarsi” troppo con proteste e sit-in. Poi si è presa dei meriti, facendo certamente delle cose molto importanti.

Nella recente polemica qualche femminista della differenza ha sostenuto che è anche merito proprio se nel 1982 fu approvata la legge 164 relativa alla riattribuzione anagrafica di sesso. Cosa ne pensi?

Sarà anche vero ma, in ogni caso, ultimamente leggo di persone che si caricano di successi e traguardi per il cui raggiungimento non hanno davvero fatto nulla.

Cosa pensa, infine, Roberta Ferranti della gpa, altro motivo di grande conflitto in seno al mondo femminile e femminista?

In linea di massima sono d’accordo. Se si fa con amore, con generosità, col consenso informato delle parti e senza sfruttamento della donna gestante, non vedo davvero quale sia il problema.

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Nell'ambito della polemica, scatenata dalla condivisione dell'articolo I am a woman. You are a Trans Woman. And that distinction matters (Io sono una donna. Tu sei una donna transessuale. E questa differenza conta) sulla pagina fb di ArciLesbica nazionale, Gaynews ha ospitato una lunga intervista a Porpora Marcasciano.

Alla domanda Marina Terragni dice che il problema nel 2017 è ancora solo il patriarcato. Che cosa ne pensi?, la presidente onoraria del Mit (Movimento identità transessuale) aveva così risposto: Sì, ne sono convinta. E lei, come quelle che attaccano trans, gpa, prostituzione sono le degne rappresentanti di quel patriarcato. Usano la stessa logica, gli stessi metodi, le stesse parole. Dopo anni di negazione sinceramente delle “Essenzialiste” (da non confondere con le separatiste… favolose) ne possiamo e ne vogliamo fare a meno.

Ritenute "sconcertanti e offensive" tali parole dalla giornalista e femminista milanese, abbiamo pubblicato nella giornata d'ieri una sua lettera aperta al direttore Franco Grillini.

Alla luce di alcuni passaggi di questa missiva Porpora Marcasciano è tornata sull'argomento per meglio esplicitare il suo pensiero e aggiungere ulteriori chiarificazioni. Eccone il testo:

Provo a riformulare la mia posizione che, nella sua sostanza, resta la stessa. Per quanto mi sforzi, non riesco a cogliere il carattere di sconcertanti e offensive che Marina Terragni ritrova nelle mie affermazioni. Affermazioni che - ci tengo a sottolineare - restano una sacrosanta “presa di parola Trans su questioni Trans”. Non mi sono mai permessa e mai mi permetterei - i miei scritti e i miei discorsi lo testimoniano - di sindacare sulle questioni del femminismo che riconosco essere esperienza imprescindibile e fondamentale. Non voglio inoltre confondere o generalizzare le posizioni di Terragni con quelle del femminismo che, a mio modesto avviso, non sono la stessa cosa.

Di lei ricordo unicamente la sua esperienza presso Il Corriere della Sera. Della sua militanza nel Mit a Milano non ho memoria alcuna ma solo perché operavo nel Mit laziale. Con tutto il rispetto per Pina Bonanno, a cui tutte, me compresa, riconosciamo i meriti e il ruolo di leadership, mi preme far notare a Terragni che evidentemente non si è mai accorta in quegli anni dell’esistenza del Mit (Movimento italiano transessuali) anche in altre città e, in particolare, a Roma. In quella città, sotto la presidenza di Roberta Franciolini (di cui spero ella si ricordi, sempre che l’abbia conosciuta), ricoprii in maniera alterna ma ininterrotta i ruoli di segretaria e vicepresidente dal 1983 al 1991.

In quell’anno mi trasferii a Bologna, dove, sotto la presidenza di Marcella Di Folco, ho ricoperto le stesse cariche dal 1992 al 2010, quando le successi in quell'incarico. La storia è importante ma per essere tale deve essere validata da fonti documentali. Le stesse su cui baso le mie dichiarazioni.

A parte gli anni della rivolta trans (caratterizzante, più o meno, gli anni 1979-1982) che vissi da giovanissima (22–26 anni) e quindi in maniera poco visibile da un punto di vista di militanza, lascio proprio ai documenti ogni possibile testimonianza. Testimonianza che, ripeto, non debbo dimostrare ad alcuna perché sono proprio quei documenti a parlare per me.

Ci tengo a sottolineare che il femminismo, nella sua grandezza e importanza, non può essere ridotto a quanto riportato da Terragni: sarebbe estremamente ingiusto e riduttivo nonostante le di lei rivendicazioni. Rispetto al più o meno tormentato rapporto tra femministe e persone trans invito tutt* a leggere Altri Femminismi (Manifestolibri, 2005), la cui ristampa arricchita uscirà nel novembre prossimo non senza il mio contributo al dibattito.

Rivendico la presa di parola Trans sulle questioni Trans come atto altamente politico. L’ordine del discorso (trans) non può essere deciso da persone non trans. Chiamasi ermeneutica e quella Trans la stiamo faticosamente ricostruendo.

 

 

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La collettività Lgbti è stata interessata nella scorsa settimana da una forte polemica a seguito d'un articolo che, recante il titolo I am a woman. You are a Trans Woman. And that distinction matters (Io sono una donna. Tu sei una donna transessuale. E questa differenza conta), è stato postato sulla pagina Fb di ArciLesbica nazionale. Si sono susseguite forti reazioni non solo da parte di persone transgender ma anche di moltissime donne e, in particolare, della maggior parte dei comitati locali di ArciLesbica (10 su 16) che hanno lanciato la campagna #unaltrArciLesbica «per prendere le distanze dalle modalità comunicative e dalle scelte unilaterali operate dall'attuale segreteria nazionale».

Gaynews ha seguito la vicenda con articoli e interviste, una delle quali, rilasciata da Porpora Marcasciano, presidente onoraria del Mit e figura di spicco del movimento rainbow italiano, ha visto muovere qualche critica anche a una femminista quale Marina Terragni. Sollecitati dalla stessa giornalista a poter replicare, pubblichiamo il testo pervenuto alla nostra redazione mantenendo dettato e punteggiatura originari.

 

Caro Direttore Grillini, 

       vorrai certamente consentire una breve replica alle affermazioni sconcertanti e offensive contenute nell’intervista a Porpora Marcasciano, in particolare là dove si parla della mia persona. 

"E lei (cioè io)” dice Marcasciano “come quelle che attaccano trans, gpa, prostituzione sono le degne rappresentanti di quel patriarcato. Usano la stessa logica, gli stessi metodi, le stesse parole".

Quando si cancella o si misconosce la storia e la vita di una persona, come fa Marcasciano, si esercita un intollerabile sopruso. 

Non solo non ho mai “attaccato trans” – vera e propria calunnia - ma ho partecipato attivamente alle lotte del Mit insieme alla fondatrice Pina Bonanno e a tutte le altre/i, fino all’approvazione della legge 164/82, quando l’esistenza del fenomeno trans era noto solo ai clienti di prostituzione.

Senza il femminismo e senza la vicinanza delle donne fin dalla notte dei tempi, verosimilmente le persone transgender sarebbero ancora inchiodate a un destino di emarginazione e persecuzione. 

Più in generale: in quale mondo alla rovescia, mi domando, chi resiste allo sfruttamento delle donne nella prostituzione -oggi quasi solo vittime di tratta dai paesi poveri- e all'orribile mercato della surrogacy rappresenterebbe il patriarcato? 

Sono invece d’accordo con Marcasciano quando afferma: “Abbiamo smesso di confrontarci, dibattere, affrontare le contraddizioni…Guardare le nostre contraddizioni, approfondirle per crescere”. 

Mentre il femminismo continua a produrre pensiero –opinabile, discutibile, ma pensiero- grande parte del movimento Lgbt sembra oggi inchiodato a una logica dirittistica esasperata, oltre che a un’ossessione classificatoria, tassonomica e diagnostica, intenta a produrre sempre nuove e minuziose identità sessuali, inversamente proporzionali alla libertà. 

Una carenza di autoriflessione che produce fenomeni mostruosi come, in queste ore, il violento attacco misogino ad ArciLesbica –una violenza maschile davvero inaudita- su cui varrebbe la pena che Gaynews esercitasse la sua critica ed eventualmente esprimesse il suo disappunto e la sua condanna.

Cordiali saluti

Marina Terragni

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Il post Lei dice: I am angry, pubblicato sulla pagina di ArciLesbica nazionale e relativo all'articolo I am a woman. You are a Trans Woman. And that distinction matters, ha suscitato un'ondata d'indignazione sui social. L'invito di Marina Terragni - rappresentante della rete Rua (Resistenza utero in affitto) - alle donne e, in particolare, a quelle tanto lesbiche quanto trans a "non lasciarsi incastrare nel Lgbt" ha provocato ulteriori reazioni all'interno del movimento. A scendere in campo con un duro comunicato anche il Mit (Movimento identità trans), cui ArciLesbica ha risposto rinfocolando ulteriormente gli animi.

Gaynews ha deciso di sentire al riguardo Porpora Marcasciano, presidente onoraria del Mit e figura storica del transfemminismo italiano.

L'altro ieri ArciLesbica ha postato un articolo che ha sucitato un'ampia discussione sui social. Cosa pensi della relativa posizione che distingue le donne cisgender e le donne trans? 

Il post di ArciLesbica non mi sorprende. I suoi contenuti non sono nuovi ma rappresentano posizioni antiche ben radicate in certo femminismo che ultimamente sta ritornando in auge. Eviterei di chiamare in causa il femminismo nella sua totalità e nella sua straordinaria importanza tantomeno il separatismo che è tutt’altra cosa. Parlerei piuttosto di quel suo filone “essenzialista” assolutamente minoritario. Ultimamente questa parte si è posizionata su parecchie questioni importanti quali la gpa, la prostituzione, il genere e ora il transessualismo. È una parte molto chiusa, sorda a tutti i cambiamenti che i tempi pongono, indifferente alla complessità del mondo. È una parte che ultimamente sta influenzando anche l’agenda politica europea e mondiale con effetti nefasti. Il problema è che quel femminismo nella sua visione non considera neanche il lesbismo. Per cui mi chiedo cosa muova le donne di ArciLesbica a posizionarsi così rigidamente. Se volevano essere serie, le distinzioni che paventano le avrebbero poste/proposte in un seminario, un convegno e non su Facebook dove la risposta mi sembra scontata.

Secondo te perché si è voluta questa distinzione che sembra distruggere ogni rifermento alle lotte e alle posizioni politiche di un tempo? È un pensiero che è rimasto nascosto oppure una necessità per una visibilità politica?  

Se volevano stuzzicare il dibattito o la riflessione (come dicono loro) hanno sbagliato modalità. In questo modo hanno lanciato un fiammifero acceso sulla paglia secca. Conosco molto bene le donne che dirigono ArciLesbica nazionale da anni e conosco le loro provocazioni che in tempi passati hanno prodotto lacerazioni nel movimento e nella stessa ArciLesbica. Le questioni poste, rispetto al “pene”, all’essere donna ed essere trans sono questioni delicate intorno alle quali c’è un intenso e creativo dibattito, di cui loro se ne sono infischiate, buttando all’aria tutto. È da quando venne in Italia Leslie Feinberg nel 2005, attivista transfemminista americano/a, che si aprì il contenzioso, tutto interno al mondo trans e femminista sulle questioni poste. Le stesse questioni che da anni attraversano il movimento internazionale e i Gender Studies. Io stessa posi la questione in Nuovi Femminismi (Ed. Manifestolibri) che sarà ristampato in autunno.

E loro cosa fanno? Lanciano la bomba! Non mi sembra una modalità seria e accettabile. Lo hanno fatto su altri temi come la gpa proponendo/imponendo un documento molto categorico che per fortuna hanno sottoscritto in pochi, nei riguardi del quale  bisognava essere pro o contro. Ma siamo impazzite? Una questione così importante con un sì o con un no? A un movimento che da anni ha smesso di riflettere, confrontarsi, approfondire le signore milanesi propongono il loro pensiero, accusando poi noi del Mit di pensiero unico? ArciLesbica è una grande associazione con cui ho collaborato per anni. Ricordo i miei articoli per Towanda il loro bellissimo giornale lesbico. Ma da Towanda a oggi l’acqua ha rovinato i ponti.

Abbiamo letto tutti la risposta del Mit: cosa si può dire di più?  

Che se non stiamo attente l’ordine del discorso ossia il registro narrativo (come è stato da anni) viene sempre ripreso da altri, in questo caso da altre. È fondamentale e di estrema importanza che sulle nostre questioni la parola torni alle persone trans. Lo sottolineo alle signore milanesi che rivendicano il loro percorso femminista. Lo ribadisco, anche provocatoriamente, a tutte quelle femministe (minoritarie) che ci accusano di scimmiottare la femminilità. Se la tenessero la loro femminilità, che noi ci teniamo la nostra favolosità. Mario Mieli docet.

Marina Terragni dice che il problema nel 2017 è ancora solo il patriarcato. Che cosa ne pensi?  

Sì, ne sono convinta. E lei, come quelle che attaccano trans, gpa, prostituzione sono le degne rappresentanti di quel patriarcato. Usano la stessa logica, gli stessi metodi, le stesse parole. Dopo anni di negazione sinceramente delle “Essenzialiste” (da non confondere con le separatiste… favolose) ne possiamo e ne vogliamo fare a meno.

Cosa pensi degli uomini gay o etero che hanno risposto sui social affermando di non essere per nulla d'accordo con le posizioni di  Arcilesbica?

Penso che bisognerebbe ritornare a usare e promuovere le intelligenze e circoscrivere i social. Questo tipo di confronto (che non è un dibattito) è molto poco produttivo. Come movimento, se di questo si può ancora parlare. Abbiamo smesso di confrontarci, dibattere, affrontare le contraddizioni e i risultati sono questi. Guardare le nostre contraddizioni, approfondirle per crescere. Storicizzare i nostri preziosi percorsi, è questo di cui abbiamo tanto bisogno.  

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