Il Consiglio comunale di Messina ha ieri approvato all'unanimità (17 voti favorevoli su 18 con la sola astensione del presidente Claudio Cardile per motivi di terzietà) la delibera per la concessione del patrocinio allo Stretto Pride, che si terrà l’8 giugno.

Così ne ha dato notizia su Fb il consigliere comunale del Pd Alessandro Russo, proponente e primo firmatario della delibera: «La Città, rappresentata nel suo civico consesso, riconosce che l’amore è amore. Senza distinzioni di colori, di preferenze, di sessi. Love is Love, grazie Messina!».

A plaudire al risultato anche la senatrice Monica Cirinnà, che ha scritto: «Il Consiglio Comunale di Messina ha votato all'unanimità l'adesione al primo pride della città, il Messina Pride 2019. A darne notizia sulla sua bacheca Facebook è il consigliere comunale Alessandro Russo, vicesegretario provinciale del Pd, proponente e primo firmatario, a cui va il mio plauso».

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Sabato 4 maggio, alle 16:00, si uniranno civilmente nell’elegante aula consiliare di Palazzo Mezzabarba, sede del Comune di Pavia, Davide Podavini e Giuseppe Polizzi. Al rito saranno presenti familiari e amici ma anche esponenti del movimento Lgbti italiano, tra cui l'ex parlamentare nonché direttore di Gaynews Franco Grillini e lo storico Giovanni Dall'Orto. Davide e Giuseppe hanno, infatti, anni alle spalle d’attivismo in Arcigay. A esso s’è congiunto l’impegno universitario e, per Giuseppe, quello politico in qualità di consigliere comunale e portavoce M5s presso il Comune di Pavia.

Per saperne di più li abbiamo raggiunti telefonicamente.

Davide e Giuseppe, si avvicina il gran giorno: come state vivendo la preparazione?

D. In modo allegro, caotico. Per fortuna abbiamo amiche e amici meravigliosi che pensano a tutto. Mi hanno pure regalato un viaggio a Ibiza. Sono appena tornato: mare, vento, pinete libertarie, vino. Direi che sono pronto.

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G. Nella confusione più totale. Che è la costante della nostra vita. Ogni giorno ci ricordiamo una cosa che ci siamo dimenticati e la rimandiamo al giorno dopo (c’è tempo). Ma tanti amici ci stanno aiutando. A occhi aperti cerchiamo di immaginarci “che succederà”.

Un tale atto arriva dopo un percorso di vita insieme: come si è strutturato nel tempo il vostro rapporto e perché avete deciso di formalizzarlo? 

D. Avevo capito che Giuseppe sarebbe stato il compagno della mia vita ben prima che decidessimo di unirci anche “formalmente”. Lui è allo stesso tempo la mia casa e la mia libertà, lui è una scelta ma è anche un destino. La nostra storia è stata un incessante cambio di stagione, fin dall'inizio. Abbiamo vissuto anche lunghi periodi di lontananza geografica, che hanno negato, ridiscusso, ridefinito quella quotidianità che avevamo costruito in altri momenti. Abbiamo vissuto tanti modi diversi di stare insieme, sperimentando, cercando di conoscerci attraverso la libertà. Abbiamo discusso tanto, ci siamo scontrati intimamente e politicamente. 

Ciò che abbiamo di più bello, lo abbiamo costruito insieme.

Abbiamo deciso di sposarci per celebrarci un po', per riunire gli amici spersi e fare festa, per darci un punto e continuare la pagina.

E anche perché abbiamo combattuto per i nostri diritti, e adesso ce li prendiamo, e poi perché l'unione civile è un atto pubblico, è uno dei modi che abbiamo per dire forte e chiaro che l'amore omosessuale è un amore felice, non una distorsione, non un errore.

 

G. Libertà, avere voglia di cambiare, accettare e poi rispettare lo spazio dell’altro. Se mi soffermo, dopo quasi quattordici anni di vita insieme, queste le prime cose che mi vengono in mente.

Alla luce dell’esperienza attivistica qual è il vostro giudizio sulla legge Cirinnà a tre anni, oramai, dalla sua promulgazione? 

D. Mi sono sempre sentito a mio agio nella parte più libertaria del movimento Lgbt, ma ho creduto profondamente nella battaglia per il matrimonio egualitario. Principalmente per due ragioni: perché in ballo c'era l'eguaglianza, e non è una cosa da poco; e perché ero sicuro che la gioia di una comunità che si vede riconosciuta nei propri diritti, dopo secoli di persecuzione feroce, avrebbe spinto molto avanti la battaglia contro l'omofobia. La legge “Cirinnà” è stata importantissima perché ci garantisce diritti veri che prima non avevamo, ma l'eguaglianza non è stata raggiunta, restiamo in buona compagnia nella società dei diseguali.

 

G. Quando mi sono messo con Davide “unirci” non era fra le cose immaginabili. Poi “l’inimmaginabile” si è fatto “immaginabile” e infine “reale”. Le legge sulle unioni civili è merito della comunità LGBT* che negli ultimi quattro decenni si è mobilitata per i propri diritti. Ringrazio chi ci ha messo la faccia in tempi difficili, chi col proprio impegno ci ha regalato il futuro che oggi viviamo. Siamo al punto di “partenza”: non ci dobbiamo fermare finché le “unioni civili” non si chiameranno “matrimonio”. Il resto viene da sè.

Giuseppe, una domanda specifica per te: è nota la tua militanza all’interno del M5s, che è spesso sotto attacco da parte di componenti del movimento Lgbti per l’alleanza con la Lega, le cui posizioni in tema di persone Lgbti e minoranze sono ampiamente note. Come rispondi a tali critiche e ne hai tu stesso da muovere al M5s?

Quest’anno ho concluso il mandato da consigliere comunale, che mi ha consentito di realizzare una serie di politiche a favore della comunità Lgbt* (registro unioni civili, trascrizione matrimonio celebrato all’estero, contrasto bullismo omotransfobico); alcune di queste si stanno diffondendo in tutta Italia, come ad esempio le norme antidiscriminatorie per impedire eventi omotransfobici negli spazi urbani (adottate, fra l’altro, a Torino dalla sindaca Appendino, anche grazie all’impegno dell’assessore Marco Giusta). Per diversi anni, insieme a decine di altre persone, ho cercato di radicare le battaglie LGBT* dentro il M5s. Ho perso tanto e vinto poco. Quel poco ha però migliorato il benessere della comunità: “piccoli passi”, per cui rivendico il percorso compiuto all’interno delle Istituzioni. Per farne altri serve ora, e servirà di più in futuro, la mobilitazione di piazza, e io fra le Istituzioni e le piazza, fra il Palazzo e la comunità, ho scelto per ora di stare in piazza con la mia comunità.

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Infine, nel progetto futuro di Giuseppe e Davide rientra anche quello della genitorialità?

D. No!

G. In caso, per adozione. 

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Dopo il caso delle due mamme di Fidenza la procura di Parma torna a opporsi al riconoscimento della bigenitorialità per coppie di persone dello stesso sesso.

Questa volta il procuratore capo Alfonso D'Avino e il sostituto procuratore Umberto Ausiello hanno presentato ricorso nei confronti di quattro atti di riconoscimento di bambini, compiuti, il 21 dicembre, da donne unite civilmente o conviventi con le madri naturali. I riconoscimenti erano stati fatti dinanzi al sindaco di Parma, Federico Pizzarotti, in qualità di ufficiale dello Stato civile. 

A darne notizia, anche questa volta, D'Avino in un comunicato che per uno dei casi parmensi ha espressamente richiamato la somiglianza con quello relativo al Comune di Fidenza, pur rilevando che l'ufficiale di Stato civile aveva rifiutato di ricevere l'atto di riconoscimento. Cosa che aveva portato le due donne fidentine a presentare ricorso al Tribunale e a spingere la Procura a intervenire, chiedendo il rigetto del ricorso.

Anche la vicenda di Parma si inserisce, secono la Procura, «nel solco del delicato problema della possibilità che un bambino, riconosciuto alla nascita soltanto dalla madre, venga poi riconosciuto come proprio figlio anche dalla donna, convivente o unita civilmente con la madre naturale». Possibilità «che, nell'ordinamento italiano, ad oggi - viene osservato - nessuna norma consente o prevede».

Nonostante lo sbarramento normativo i sindaci di alcuni Comuni hanno ritenuto di poter ricevere le dichiarazioni di riconoscimento successivo, mentre in altri casi, quando la richiesta non è stata accolta dal Comune, alcuni Tribunali hanno ordinato all'ufficiale di Stato civile di ricevere gli atti di riconoscimento. «La Procura di Parma, invece, rifacendosi ai principi della separazione dei poteri e del rispetto della legge - si legge ancora nel comunicato di D'Avino - ha sostenuto l'illegittimità degli atti di riconoscimento in questione».

Nel ricorso la Procura ha infatti evidenziato che, secondo le norme del Codice civile e dell'ordinamento dello Stato civile, «l'atto di riconoscimento successivo è previsto solo per il figlio nato fuori dal matrimonio e può essere effettuato esclusivamente dalla madre e dal padre che non lo abbiano riconosciuto al momento della nascita». Pertanto, visto che nei quattro casi in questione il riconoscimento originario del bambino era stato effettuato solo dalla madre, quello «successivo poteva essere effettuato esclusivamente dal padre e non da un'altra donna, che ovviamente non è madre né tantomeno può essere padre».

A sostegno della tesi contraria al riconoscimento, la Procura ha prodotto anche una relazione tecnica da parte dell'Ufficio di Stato civile di Parma, «che si è espresso nel senso di ritenere non accoglibile il riconoscimento richiesto dalle coppie omosessuali, proprio perché non previsto dal nostro ordinamento (tanto che il sindaco è dovuto personalmente intervenire per ricevere gli atti di riconoscimento successivo)».

La Procura ha poi passato in rassegna alcune pronunce giudiziarie precedenti (che avevano ritenuto ammissibili i riconoscimenti), criticandone le motivazioni, proprio per lo stridente contrasto con l'attuale normativa. Infine D'Avino è tornato, come già fatto per il caso fidentino, a dichiarare: «Neppure la legge Cirinnà, che ha introdotto le unioni civili tra coppie dello stesso sesso, ha inteso legiferare in materia di filiazione di coppie omosessuali». Il Tribunale dovrà ora fissare l'udienza per la decisione sui ricorsi.

Non si è affatta attendere la risposta di Pizzarotti, che su Fb ha scritto: «La procura di Parma ha annunciato ricorso contro il nostro riconoscimento di 4 bambini da parte di coppie dello stesso sesso. Donne che si amano con semplicità, e che al mondo chiedono soltanto di poter amare, curare e crescere i loro bambini.

Rispetto le idee e le opinioni di tutti, ma sui diritti è necessario essere coraggiosi e andare avanti. Se la politica nazionale non ha coraggio, e anzi spesso fomenta odio su questi temi creando leggi lacunose e interpretabili, sta ancora una volta ai sindaci porsi come frontiera dei diritti dei propri cittadini.

In Italia sono stati fatti decine di riconoscimenti in questi anni, ma evidentemente un confronto in punta di legge doveva vedere Parma come la prima città a dover difendere un dirittoLo faremo ancora una volta perché Parma era, è e resterà la Città dei Diritti».

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Ieri Palazzo Madama, grazie al sostegno della vicepresidente del Senato Anna Rossomando, ha ospitato la conferenza stampa di presentazione di To Housing: il progetto di co-housing sociale che, promosso dall'associazione Quore, ha aperto a Torino circa quattro mesi fa per accogliere persone Lgbt in difficoltà e in condizioni di estrema vulnerabilità.

Presenti, oltre alla vicepresidente Rossomando, la senatrice dem Monica Cirinnà, Giuseppe Vernero, responsabile Migranti per il progetto, Alessandro Battaglia e Silvia Magino, responsabili di Quore.

Prima esperienza con queste caratteristiche in Italia, To Housing può accogliere 24 ospiti in cinque appartamenti di proprietà Atc – Agenzia Territoriale per la Casa del Piemonte. Centrale di edilizia agevolata - e non destinati alle graduatorie per le case popolari. Nei primi tre mesi To Housing ha ricevuto 42 richieste – di cui 27 da parte di gay, 6 da lesbiche e 9 da donne/uomini trans – e potuto effettuare 16 inserimenti, di cui cinque da parte di persone con meno di 25 anni.

Ottimi i risultati anche nell’ambito dell’accompagnamento al lavoro previsto dal progetto, con contratti di varie tipologie (cfr. file dedicato) offerti a diversi utenti.

Il progetto nasce non solo per rispondere all’emergenza abitativa ma anche per attivare, proprio a partire da un bisogno primario e fondamentale come la casa, percorsi di reinserimento sociale. Vengono accolti eminentemente giovani tra i 18 e 26 anni allontanati dalle famiglie di origine a causa dell’orientamento sessuale; migranti erifugiati omosessuali, anziani Lgbt in condizione di solitudine o povertà, persone transessuali e transgender.

Molto soddisfatti Alessandro Battaglia e Silvia Magino, che hanno dichiarato: "Il numero di richieste che in questi primi mesi di attività ci sono giunte da tutta Italia ci hanno ulteriormente persuasi che il progetto risponda a esigenze reali e che sia necessario che lo spirito di accoglienza che lo caratterizza possa ispirare la nascita di esperienze simili in altre parte di Italia. Le persone Lgbt sono vulnerabili e ancora oggi vittime di molte discriminazioni e To Housing offre loro un posto sicuro da cui ripartire”.

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Di omofobia, transfobia, violenza e bullismo si torna costantemente a parlare soprattutto in un periodo come quello attuale, in cui sembra registrarsi un aumento dei casi di aggressione verso le persone Lgbti.

Come noto, a partire dall’inizio della XVIII° legislatura sono stati presentati vari progetti di legge volti a contrastare l’omotransfobia. Basti citare quelli della senatrice Monica Cirinnà (Pd) o dei deputati Alessandro Zan (Pd), Ivan Scalfarotto (Pd), Laura Boldrini (LeU).

La scorsa settimana ci hanno pensato 36 senatori del M5s con il ddl recante Modifiche dell’art. 604 bis del Codice penale e le istituzioni di centri antiviolenza per le vittime di omotransfobia

Per saperne di più abbiamo raggiunto la senatrice Alessandra Maiorino, vicepresidente del gruppo M5s a Palazzo Madama,  che di quel disegno di legge è prima firmataria.

Senatrice Maiorino, quali sono gli aspetti principali di questo ddl?

Innanzitutto ci tengo a dire che questo disegno di legge già al primo giro per la sottoscrizione ha raccolto l’adesione di trentacinque colleghi del mio gruppo e sono più che certa che al secondo giro ne raccoglierà ancora molte altre. Quello che facciamo con questo provvedimento è semplicemente andare a modificare l’art. 604-bis del Codice penale (che è la parte che si occupa dei “delitti contro l’uguaglianza”), aggiungendo le parole “o fondati sull’omofobia o sulla transfobia”. La parte in questione risulta quindi modificata in questo modo: “atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali, religiosi, o fondati sull’omofobia o sulla transfobia”.

Il ddl tuttavia non si limita a riconoscere e distinguere il reato di discriminazione basato sull’orientamento sessuale, ma prevede, oltre all’istituzione della Giornata Nazionale contro l’Omotransfobia nella data del 17 maggio, anche l’istituzione di case rifugio - o centri antiviolenza - dedicati alle persone Lgbti vittime di violenza o in condizioni di fragilità perché respinti dalla famiglia d’origine. È piuttosto triste infatti constatare che nell’Italia del 2019 ancora si verificano casi di giovani lesbiche, gay o transessuali rigettati dalle proprie famiglie.

Omosessualità e transessualità da molti colleghi, soprattutto della Lega, sono considerati fatti privati o addirittura “atti contro natura” e, quindi, non soggetti a tutela. Dal momento che si propone di modificare il Codice penale aggiungendo all’art. 604 bis le parole: “o fondati sullaomofobia o sulla transfobia”, come pensa di superare tale scoglio? 

In tutta onestà, non so a quali colleghi si riferisca. Io in Senato ho un ottimo dialogo con tutti e, sebbene con la nostra controparte alGoverno vi siano delle differenze di visione che sarebbe sciocco negare, un'affermazione simile non l’ho mai sentita da nessuno. Questo provvedimento non va a toccare i cosiddetti “temi eticamente sensibili” - che poi è una formula ormai standardizzata per dire sostanzialmente che certi temi è meglio non toccarli - ma è semplicemente un doveroso rafforzamento e un affinamento del contrasto alla violenza e al bullismo.

Basta fare una semplice ricerca su internet per rendersi conto in un attimo che chi ha un orientamento sessuale “minoritario” (mi passi l’espressione) è molto più esposto di chi è etero a subire forme di violenza fisica o verbale. Scoraggiare e punire queste forme di violenza - come di tutte le forme di violenza - è dovere di uno Stato e non può avere colori politici.

All’art. 6 del ddl si fa riferimento ai centri antiviolenza per le vittime dell’omofobia e della transfobia. Di che si tratta?

Si prevede l’istituzione di un fondo apposito per la creazione di centri antiviolenza dedicati alle persone Lgbti. Il funzionamento e la gestione di tali centri ricalca in sostanza quelli già esistenti per i centri antiviolenza per le donne. Centri del genere esistono già in praticamente ogni paese d’Europa. Quindi, anche in questo caso, si tratta semplicemente di colmare una spiacevole lacuna.

Al governo il M5s è con la Lega. Come abbiamo potuto osservare, da tempo e ancor oggi su questi temi il vostro alleato è sempre stato uno dei maggiori partiti ostili. Come pensa di convincerli a votare favorevolmente questo disegno di legge? 

Come ho già detto, con la Lega abbiamo divergenze di vedute sui temi cosiddetti “etici” - e anche su questi ultimi, il panorama è in realtà molto più variegato e meno monolitico di quanto una certa stanca vulgata voglia far credere. In questo caso però di “etico” non c’è un bel nulla. Affermare che le persone non si picchiano e non si insultano per via del loro orientamento sessuale è una cosa di semplice buon senso e non è una dichiarazione di appartenenza politica - come purtroppo in questo paese ci è stato strumentalmente fatto credere per lunghi anni. Sono molto fiduciosa che lo spirito di questo provvedimento verrà compreso e non troverà ostacoli.

Omofobia e transfobia rientrano nell'ambito tematico della discriminazione ma afferiscono anche a quelli delle famiglie omogenitoriali. Come si pensa di coniugare tale lotta con una situazione ancora difficile da superare, proprio in Parlamento, in materia di stepchild adoption e adozioni? 

Sono convinta - e i dati corroborano la mia convinzione - che un bambino cresca sano e forte là dove è accolto e accudito con amore, e il genere dei genitori non influisce sul suo sviluppo psichico, intellettuale e affettivo. Questo però è un tema su cui non vi è unità di visione all’interno di nessuna forza politica, anche se credo che sia dovere della politica favorire un dibattito sereno, pacato e fondato sui fatti, nel paese, per contribuire a far crescere una coscienza critica e avveduta nei cittadini.

Per anni la politica non si è distinta in questo campo, ossia nel favorire la crescita culturale del popolo. Mi auguro che tra i tanti cambiamenti che stiamo apportando, possa esserci anche questo. È probabilmente il più difficile: imparare tutti a confrontarci senza faziosità, ma attraverso lo studio della materia e il rispetto dell’altro. La politica dà l’esempio, e spesso, su temi delicati come questo, ha dato purtroppo l’esempio sbagliato. Mi auguro si possa invertire la rotta. 

La senatrice Cirinnà ha dichiarato recentemente a La Repubblica: “Non mi fido delle aperture dei 5Stelle. Sui diritti sono ambigui “. Cosa le risponderebbe?

Come le dicevo, io sono felice di dialogare con tutti i colleghi. Anche alla senatrice Cirinnà sarò felice di rispondere, quando me lo chiederà direttamente.

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«Io da cattolico penso che la famiglia sia quella con mamma e papà. Ma nel Movimento ci sono tante sensibilità». 

Con queste parole il vicepremier Luigi Di Maio, ospite ieri sera a Che tempo che fa?, ha risposto alla domanda di Fabio Fazio circa la dicitura “padre” e “madre” che è stata reintrodotta sulla carta d’identità di minori a seguito di un decreto del ministro dell’Interno, controfirmato dagli omologhi dell’Economia e della Pubblica Amministrazione.

Il capo politico del Movimento 5 Stelle ha quindi aggiunto: «In Italia non abbiamo una legge che permette adozioni di bambini a coppie dello stesso sesso. Abbiamo dei casi in cui la magistratura con delle sentenze ha riconosciuto la possibilità di adottare dei bambini o meglio ha riconosciuto dei bambini in una coppia dello stesso sesso. Il tema è questo: se dobbiamo normare questi casi, troviamo delle soluzioni.

Però oggi ci tengo a dire: quando affrontiamo questo dibattito, parliamo dei bambini. I bambini non sono un diritto. Spesso si parla solo dei genitori e noi dei bambini. Una soluzione normativa la dobbiamo dunque trovare. Ma l’Italia non ha una normativa sulla possibilità di adottare un bambino da parte di una coppia dello stesso sesso».

Immediata la reazione della senatrice dem Monica Cirinnà, che su Facebook ha scritto: «Non esiste una normativa sulla stepchild adoption per un solo motivo: il vergognoso voltafaccia del M5S e Luigi Di Maio dovrebbe saperlo bene. Per me un dolore incancellabile, per il M5S la macchia indelebile di aver calpestato i diritti di migliaia di persone, bambini, famiglie».

Sulla questione è intervenuto oggi anche il deputato Michele Anzaldi (Pd), segretario della commissione di Vigilanza Rai, che ha dichiarato: «Di Maio ha avuto il coraggio di parlare di unioni civili e stepchild adoption, ma se oggi l'Italia non ha una norma sulla stepchild adoption è perché il Movimento 5 stelle votò contro e le unioni civili passarono solo grazie al voto di Verdini».

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La Procura di Parma si è opposta al riconoscimento genitoriale di un bimbo da parte di una donna unita civilmente alla madre biologica del minore. A farlo sapere in una nota lo stesso procuratore capo Alfonso D'Avino.

La vicenda riguarda una procedura avviata davanti al Tribunale di Parma dall'avvocato della coppia di donne al fine di ottenere l'annullamento del rifiuto dell'ufficiale di Stato civile del Comune di Fidenza al riconoscimento del piccolo.

Il procuratore si è opposto alla richiesta «evidenziando che essa non sarebbe prevista dal nostro ordinamento giuridico, per cui - allo stato dell'attuale legislazione - il riconoscimento del figlio di una donna, da parte di una persona dello stesso sesso (sia essa convivente o unita civilmente alla madre del bambino), sarebbe vietata».

Il bambino, concepito con la tecnica della procreazione medicalmente assistita, è nato in Italia ed è stato riconosciuto dalla madre con regolare dichiarazione di nascita all'ufficio di Stato civile. Poi la compagna della donna, con il suo consenso, si è rivolta al Comune, chiedendo di effettuare il «riconoscimento successivo» come seconda madre e di aggiungere il proprio cognome al bambino. La richiesta però è stata respinta, «evidenziando come la normativa vigente non consenta il riconoscimento di figli da parte di coppie omosessuali». Contro tale provvedimento il difensore della coppia ha presentato ricorso al Tribunale, sottolineando che, in altre situazioni, il riconoscimento era stato consentito. Il Tribunale si è riservato di decidere.

«La vicenda si inserisce nell'ambito del delicato problema della possibilità che un bambino venga riconosciuto come figlio di una coppia omosessuale - ha dichiarato D'Avino - possibilità che, nell'ordinamento italiano, ad oggi nessuna norma consente o prevede». In considerazione del fatto che la richiesta di riconoscimento, rigettata dall'autorità amministrativa, è stata poi rivolta all'autorità giudiziaria, il procuratore ha evocato «il fondamentale principio della separazione dei poteri» con il richiamo alla distinzione tra il potere legislativo e quello giudiziario.

Inoltre, secondo la Procura, non potrebbe valere il richiamo alla legge 76/2016 su le unioni civili tra persone dello stesso sesso e la disciplina delle convivenze di fatto (la cosiddetta legge Cirinnà). A questo proposito, infatti, il procuratore ha evidenziato che «trattandosi di una legge recente (del 2016) che ha introdotto le unioni civili, se il legislatore avesse voluto, avrebbe legiferato anche in materia di filiazione; non lo ha fatto, per cui il giudice non può - a parere dell'ufficio requirente - intervenire lì dove il titolare del potere legislativo (ovvero il Parlamento) non ha inteso intervenire».

Tra le considerazioni che la difesa della coppia ha portato dinnanzi al Tribunale per chiedere l'annullamento del provvedimento, figura anche il «superiore interesse del minore». Su questo punto «dopo aver evidenziato l'assoluta condivisibilità di tale principio», il procuratore ha osservato come "tale concetto non possa essere piegato al punto tale da far ritenere (come qualche provvedimento giudiziario ha motivato) che esso verrebbe irrimediabilmente leso se non si consentisse il riconoscimento da parte della seconda madre».

L'Avvocatura dello Stato, intervenuta nel giudizio, ha eccepito l'incompetenza del Tribunale di Parma «e, comunque, ha chiesto il rigetto della istanza della difesa».

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Come fatto da Monica Cirinnà al Senato, Alessandro Zan ha presentato alla Camera una mozione relativa al logo e al patrocinio del Governo alla XIII° edizione del Congresso mondiale delle Famiglie. La mozione, che dovrebbe essere calendarizzata nelle prossime ore con l’adesione di tutti i deputati dem, potrebbe raccogliere anche il supporto di parlamentari di altri schieramenti politici.

Sulla necessità di un tale atto così si è espesso lo stesso Zan, ricordando come «a soli 10 giorni dall’inizio di questa fiera mondiale del sessismo e dell’omotransfobia, sul sito ufficiale del convegno e dell’organizzazione rimane ancora il simbolo e il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Più di una settimana fa Palazzo Chigi aveva fatto sapere di aver revocato patrocinio e logo: di fatto però l’organizzazione del Wcf continua a usarlo.

O siamo davanti all’ennesima balla di questo governo, che offende la maggior parte delle cittadine e dei cittadini di questo Paese che non vogliono un ritorno al medioevo, o il Wcf utilizza in modo abusivo i loghi delle istituzioni governative italiane, fatto di una gravità inaudita.

Era stato reso noto che il Segretario Generale di Palazzo Chigi aveva anche aperto un'istruttoria sulla questione, ma sta di fatto che il logo del governo resta. Vogliamo capire quale sia realmente la situazione».

Il deputato padovano si è dunque chiesto «se la Presidenza del Consiglio dei Ministri abbia veramente realizzato cosa significhi patrocinare questo evento, cioè istituzionalizzare un’idea della donna succube e soggiogata e condividere le idee di chi vorrebbe il carcere per le persone gay e lesbiche, se non addirittura la pena di morte.

Se i ministri leghisti parteciperanno al festival del medioevo, lo facciano come rappresentati di un partito che ormai ha assunto posizioni aberranti e fasciste, ma non come rappresentati del governo. Sarebbe un’offesa e un insulto inaccettabile ai principi costituzionali che tutelano l’autodeterminazione della persona. Di sicuro il Partito Democratico sarà in piazza a Verona a manifestare contro questa follia».

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«Noi partiamo dall'idea, suffragata dalla scienza, e lo dico anche come psichiatra, che il bambino, per avere un'adeguata costruzione della sua personalità, ha bisogno di un padre e di una madre, di due persone con le quali identificarsi e diversificarsi. L'ambiente più vantaggioso per la crescita di un figlio è la famiglia naturale. Pensare che si possa dare per via giuridica e legislativa il consenso a poter adottare dei bambini a delle coppie omogenitoriali, attraverso pratiche di alchimia biotecnologica e soprattutto attraverso quella via incivile e abominevole che è l'utero in affitto, ecco questo non può essere accettato, e mi assumo la responsabilità di quello che dico». 

Queste le parole che Massimo Gandolfini, leader del Family Day e portavoce del Comitato Difendiamo i nostri figli, ha pronunciato ieri a Firenze nel corso dell’evento Più famiglia, più Italia organizzato da Fratelli d’Italia. Richiamandosi poi espressamente al suo intervento di venerdì «in conferenza stampa a Verona», dove ha co-presentato i temi del Congresso mondiale delle famiglie, ha «chiarito la nostra posizione. Noi vogliamo difendere e portare sempre sul candelabro, in maniera che si veda, questa famiglia come società naturale. Questo non vuol dire che neghiamo i diritti civili legati alla persona e che la persona può usare in quella formazione sociale che si chiama unioni civili. Ma vogliamo tenere chiara che esiste una differenza fra l'unione civile e la famiglia come società naturale, e la differenza fondamentale riguarda i figli».

Lo psichiatra bresciano, che alle elezioni politiche del 4 marzo aveva fatto convergere i voti del Family Day sulla Lega riuscendo così a portare in Senato il suo braccio destro Simone Pillon, ha ieri invece annunciato il sostegno a Fratelli d'Italia alle europee di maggio.

«Noi riconosciamo – ha così dichiarato - che Fratelli d’Italia e Giorgia Meloni stanno portando avanti una politica a vantaggio della famiglia, per la difesa della vita dal concepimento alla morte naturale e per la libertà educativa dei genitori, assolutamente coerente rispetto al Family Day e alle nostre iniziative. Ed è per questo che alle prossime elezioni europee sosterremo i candidati di FdI perché è il partito che ha graniticamente sostenuto le istanze del Family Day».

Affermazioni che sono state salutate con entusiasmo da Giorgia Meloni, che ha ringraziato «Massimo Gandolfini per le importanti parole che ha pronunciato oggi per il sostegno a Fratelli d’Italia. Difesa della vita, centralità della famiglia naturale, libertà educativa e la lotta all’ideologia gender: sono queste le istanze che condividiamo con il popolo del Family Day e che vogliamo portare anche in Europa».

Meloni, che il 15 marzo ha presentato il simbolo con cui Fdi correrà all’europee (recante la sottodicitura Sovranisti conservatori), ha tenuto poi a ricordare la sua presenza in veste di relatrice al World Congress of Families di Verona.

«Penso che francamente - ha detto - siano deliranti alcune affermazioni su questa manifestazione che sono arrivate da esponenti del governo. Segnatamente quella secondo la quale chi va a quel congresso vorrebbe ridurre le donne in schiavitù. Segnalo che ci vado io che sono fino a prova contraria sono l’unico segretario di un partito donna che esiste in Italia e che sono noi quelli che fanno le battaglie per chiedere che le donne non debbano scegliere tra poter lavorare e avere un figlio. Su questo purtroppo il Governo non è molto presente.

Devo dire che iniziative a sostegno della natalità, della famiglia e della conciliazione tempi di vita-tempi di lavoro sono assolutamente assenti. Lo stesso reddito di cittadinanza favorisce i singoli rispetto alle famiglie numerose. Quindi se gli esponenti del M5s, invece di starnazzare cose senza senso, si occupassero di aiutare le famiglie e le donne a poter lavorare senza dover per questo rinunciare ad essere madri sarebbero più credibili».

Ma l’intervento di Gandolfini è stato anche segnato dall’attacco alla senatrice Monica Cirinnà, per aver sfilato l'8 mazro a Roma col cartello Dio, patria e famiglia, che vita de merda: «Si è trattato di un delirio paranoide – ha detto - e parlo da psichiatra. A Milano, invece, c’era un corteo di femministe che portavano un cartello che recitava: Il corpo è mio e non di quel…. Il resto lo sapete. Lo trovo di un’offesa talmente grande che offenderei me stesso se lo dicessi. Il resto lo lascio alla vostra immaginazione, ma soprattutto amici, lo lascio alle vostre preghiere».

Raggiunta telefonicamente, la senatrice Cirinnà, che oggi è stata confermata tra i 120 componenti del direttivo del Pd, ha così commentato a Gaynews l'intervento del leader del Family Day: «Gandolfini è un odiatore seriale e oggi ne ha dato ulteriormente prova. Il fatto di essere anch’io, come tante, oggetto del suo odio è per me una medaglia e non un affronto».

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Sarà revocato ogni utilizzo del logo della Presidenza del Consiglio dei ministri per il Congresso mondiale delle Famiglie, che si terrà a Verona dal 29 marzo al 31 marzo. È quanto si apprende da fonti di Palazzo Chigi.

Nei giorni scorsi il premier Giuseppe Conte aveva preso le distanze dall'iniziativa che, promossa da Family Day, Generazione Famiglia e ProVita con l'appoggio  dei ministri Marco Bussetti (Istruzione), Lorenzo Fontana (Famiglia e Disabilità), Matteo Salvini (Interno), risultava formalmente patrocinata dal Governo con tanto di logo.

«Si tratta di una iniziativa autonoma del ministro per la Famiglia Lorenzo Fontana - era scritto in una nota di Palazzo Chigi -, attraverso procedure interne agli uffici e che non hanno coinvolto direttamente la Presidenza del Consiglio».

Ciò aveva spinto la senatrice Monica Cirinnà a presentare, il 7 marzo, una specifica mozione (cofirmata da 58 senatori) al riguardo, mentre All Out aveva lanciato, il giorno prima, due campagne contro il patrocinio. 

Ora si apprende che sarà revocato anche l'uso del logo della Presidenza del Consiglio dei ministri dal materiale informativo e cartellonistica del Congresso di Verona.

Il primo a esprimersi al riguardo è stato Nicola Fratoianni, segretario nazionale di Sinistra Italiana e deputato di LeU, che ha dichiarato: «Se confermata la notizia che Palazzo Chigi oltre al patrocinio revocherà pure l'uso del logo ufficiale del Governo italiano, utilizzati dal cosiddetto Congresso Mondiale delle Famiglie che si svolgerà a Verona, è una buona cosa.

È quello che abbiamo chiesto pubblicamente e in varie interrogazioni parlamentari delle ultime settimane. Nessun riconoscimento, nessuno spazio a chi vuole riportare la condizione delle donne del nostro Paese al Medioevo».

Soddisfazione anche da parte della senatrice Monica Cirinnà che, pur attendendo una conferma ufficiale da Palazzo Chigi, ha dichiarato: «La parte più libera e laica del Paese non potrebbe che sentirsi sollevata. Vedere accomunato il logo del Governo su una locandina con tanti volti e nomi di persone note nel mondo per le loro politiche discriminatorie è un'offesa alla laicità dello Stato e alla nostra Costituzione.

La mozione presentata in Senato, a mia prima firma, era dunque fondata, oltre che ampiamente condivisa: il patrocinio del Governo avrebbe garantito alibi e coperture a tali posizioni retrograde. Se alcuni ministri si sentono vicini a tali posizioni oscurantiste e liberticide, è giusto che se ne prendano la responsabilità e partecipino a titolo personale. Sono certa che questo giusto atto di Palazzo Chigi contribuirà a svelenire il clima e a consentire uno svolgimento tranquillo delle contromanifestazioni, già indette il 30 marzo a Verona».

Ha fatto loro eco, in area associativa, Marilena Grassadonia, presidente di Famiglie Arcobaleno, che con Sebastiano Secci, presidente del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli, e Leonardo Monaco, segretario di Certi Diritti, s'era fatta portavoce, già in gennaio, della necessità d'una tale revoca presso Vincenzo Spadafora.

«Se sarà confermata, la notizia della revoca dell'utilizzo del logo della Presidenza del consiglio dei ministri per il Congresso mondiale delle famiglie che si terrà a Verona dal 29 al 31 marzo, è una vittoria delle associazioni e di chi, nella società civile e nella politica, si è attivato in queste settimane per contrastare un'iniziativa scandalosa e vergognosa - così in una nota Grassadonia -. Dietro l'asettica dicitura “Congresso mondiale delle famiglie” si nasconde una inquietante Internazionale del peggio della misoginia e dell'omofobia della galassia dell'ultradestra europea, asiatica e americana.

Per questo come Famiglie Arcobaleno, insieme ad altre associazioni, avevamo chiesto formalmente il ritiro del patrocinio e di ogni appoggio da parte del Governo durante l'ultimo incontro con il sottosegretario Spadafora.

Allo stesso modo ringraziamo i tanti e le tante parlamentari che hanno preso posizione e, in primo luogo, la senatrice Monica Cirinnà, promotrice di una mozione in Parlamento che chiedeva il ritiro del patrocinio e che ha ottenuto appunto consensi trasversali. Adesso tutte e tutti a Verona, il prossimo 29-31 marzo, per dimostrare che l'Italia non è Dio, patria e famiglia, ma un Paese inclusivo e accogliente, dove i diritti dei migranti, delle donne, delle minoranze, il valore dell'autodeterminazione sono un patrimonio che sta alle fondamenta della convivenza civile, come per altro prescrive la Costituzione».

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