Venerdì 22 giugno è stata inauguarata a Napoli, presso il chiostro del complesso monumentale di S. Maria La Nova, la mostra Famiglie che, ideata dalla rete Re.a.dy. (Rete nazionale delle Pubbliche amministrazioni anti discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere ), è stata realizzata grazie all’impegno congiunto di Simona Marino, delegata alle Pari opportunità del Comune di Napoli, Isabella Bonfiglio, consigliera di Parità della Città metropolitana di Napoli, nonché dei Comuni di Giugliano e di San Giorgio a Cremano.

La mostra si compone di un’interessante galleria di scatti fotografici dedicati ad alcune famiglie omogenitoriali, la cui esistenza è stata negata a più riprese nelle scorse settimane dal ministro Lorenzo Fontana.

Presso l’aula consiliare di S. Maria La Nova è stato poi presentato il volume Peccato che non avremo mai figli (Aut Aut Edizioni, Palermo 2018) di Giuseppina La Delfa, cofondatrice ed ex presidente di Famiglie Arcobaleno - Associazione genitori omosessuali. A parlarne, fra le altre, con l’autrice anche Marilena Grassadonia, attualmente alla guida dell’organizzazione.

Gaynews ne approfitta per pubblicare una presentazione del volume scritta da Alberto Pertile, socio di Famiglie Arcobaleno e già portavoce della stessa.

Il primo libro di Giuseppina La Delfa, Peccato che non avremo mai figli, è un’autobiografia dell’ex presidente di Famiglie Arcobaleno, l’associazione italiana dei genitori omosessuali e transessuali, ma è soprattutto un dichiarazione d’amore a 360°: per la moglie, Raphaëlle Hoedts; per i figli, nati dalla loro unione, Lisa Marie ed Andrea Giuseppe; e per i lettori, cui l’autrice apre il cuore e mostra senza veli pensieri e sentimenti.

Se non fosse, appunto, un’autobiografia, potrebbe essere un romanzo fantastico: che cosa di più insolito e meraviglioso ci può essere del racconto dell’amore che sboccia fra due ragazze sui banchi del liceo, a Tourcoing, al confine tra Francia e Belgio, e che accompagna per mano il lettore fino alla loro maturità, tra milioni di dubbi e incertezze, le sofferenze familiari, i sacrifici personali e professionali e la quotidiana lotta per la sopravvivenza, che diventa via via la conquista della lavatrice, del motorino, della Punto, della casa da ristrutturare con le proprie mani?

Di fronte alle difficoltà, Giuseppina e Raphaëlle seguono la voce del proprio idem sentire, che governa il loro amore ed infonde loro il coraggio di non rassegnarsi mai. Le avversità, per questa coppia di donne, sono quelle di qualsiasi altra famiglia, con in più una certa odiosa avversione, da parte di alcune persone infelici, incontrate lungo il cammino.

«Peccato che non avremo mai figli» è dunque romanzo fantastico ma vero allo stesso tempo perché, come nei romanzi dove il principe sposa la principessa, hanno tanti bambini e vissero per sempre felici e contente… Poco importa se le protagoniste sono due principesse: i loro mostri sono probabilmente più brutti, cattivi e sputafuoco di quelli finora partoriti dalla letteratura.

Come sempre, l’amore vince e la determinazione che nulla le potrà mai separarae dona loro, giorno dopo giorno, una solida unione e due splendidi figli ed i più spaventosi draghi incontrati vengono sistematicamente ridimensionati a modeste mammolette. È successo anche dopo le sentenze di fuoco contro le Famiglie Arcobaleno dal neocatecum…, pardon, dal neoministro Lorenzo Fontana. A lui che andava dicendo che le famiglie omogenitoriali non esistono, hanno messo sotto il naso una sentenza della Corte di Cassazione che sancisce invece il perfetto contrario.

Anche in questo caso, l’alito infuocato del drago è ridimensionato a flato imbarazzante, sciaguratamente rilasciato in pubblico. 

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Debutta in anteprima, al Napoli Teatro Festival, il nuovo progetto drammaturgico di Fortunato Calvino, regista e autore da sempre vicino al mondo alla comunità Lgbti, che ha più volte raccontato la vita e le esperienze delle persone omosessuali e transessuali con un’attenzione particolare per il mondo dei femminielli napoletani.

Il nuovo lavoro, Fuoriscena, oltre ad avvalersi della partecipazione di una protagonista della scena teatrale napoletana e italiana, come Antonella Morea, nei panni di un’attrice sul viale del tramonto, vede la presenza di un noto mattatore della commedia brillante quale Gino Rivieccio che intepreta, per la prima volta, il ruolo di un omosessuale.

Incontriamo Gino Rivieccio a poche ore dal debutto.

Ci può brevemente descrivere il suo personaggio nello spettacolo Fuoriscena?

Premetto che è un lavoro carico di emozioni, e per questo bellissimo, con punte di leggerezza. Manuele è un uomo gay che vive da solo, lacerato dalla morte del compagno avvenuta anni prima. Ha una vicina di pianerottolo, Gloria, un’ex attrice omofoba e insofferente verso gli omosessuali e il loro mondo. Dopo violenti scontri iniziali il loro rapporto cambierà. Sarà la vita con i suoi accadimenti a far scattare quella sensibilità e quella solidarietà, facendo cadere tutte le barriere e i pregiudizi che entrambi hanno verso il mondo dell’altro.

Il finale a sorpresa rivelerà tutto il crogiolo di sentimenti e di emozioni nascoste fino a quel momento. 

È la prima volta che lei interpreta la parte di personaggio omosessuale? Quanto è difficile non cadere nel cliché e realizzare, invece, un personaggio credibile e reale?

Sì, è la prima volta che mi è stato proposto un personaggio omosessuale. Oggi riconosco che ad ogni attore dovrebbe capitare l'occasione di misurarsi in un ruolo simile. Forse era quello che mi mancava nella mia lunga carriera e mi rendo conto dell'arricchimento interiore che questo ruolo mi ha donato.

Io credo di aver affrontato questa prova semplicemente da attore, immedesimandomi nel personaggio ed evitando qualsiasi macchiettizzazione del gay come, invece, è stato fatto troppo spesso in un certo deprimente cinema commerciale.

Fuoriscena è una pièce che parla anche di esclusione e solitudine. Lei crede che oggi l’Italia sia un Paese che include le persone omosessuali o invece le discrimina? 

Personalmente frequento un ambiente, quello artistico, dove non esistono esclusioni: siamo tutti un po’ matti e un po’ strani, per cui non viviamo il problema dell'accettazione. Ho tanti amici gay tra cantanti e attori, per cui proprio non sento il problema dell'omofobia. Però ti posso dire che spesso c'è un atteggiamento, al contrario, molto selettivo da parte dei gay: probabilmente è un modo di mantenere alte le difese e proteggersi da una società che non è ancora del tutto matura all'accettazione dell'altro.

Ma i tempi sento che sono maturi. Mi auguro che lo diventino anche quelli che finora hanno mostrato un crescente strabismo verso il tema.
 

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Quasi una risposta alle recenti esternazioni del ministro Lorenzo Fontana che ha negato l’esistenza delle famiglie arcobaleno: così potremmo sinteticamente definire lo spot del Mediterranean Pride of Naples 2018 ideato, scritto e diretto dall’attrice e regista napoletana Cinzia Mirabella con il sostegno e la condivisione del comitato provinciale Arcigay Antinoo di Napoli.

Lo spot, che ricorda l’appuntamento con il Pride di Napoli del prossimo 14 luglio, pone al centro della narrazione un momento ordinario nella vita di una coppia omogenitoriale, focalizzando l’attenzione dello spettatore sui momenti che precedono la partecipazione della coppia stessa al corteo del Pride: si tratta di una famiglia composta da due giovani uomini che, dopo aver accompagnato la figlia al parco, si avviano con gli amici verso la parata del Pride, portando con sé la propria bambina.

Insomma, un delicato e raffinato ritratto familiare declinato in “salsa Pride”, volto a ribadire i valori dell’inclusione, dell’accoglienza e del rispetto che sono valori propri dell’universo storico-sentimentale della comunità Lgbti, della città di Napoli e del Pride.

Oltre all’ideazione e alla regia di Cinzia Mirabella non si può non icordare la presenza di Fabio Marino e Ugo De Matteo in qualità di videomakers, di Andrea Axel Nobile come organizzatore generale e di Silvia Manco come make-up artist.

Interpreti dello spot sono: Amedeo Ambrosino, Andrea Finelli, la piccola Sofia Piccirillo e, in ordine di apparizione, Sara Carbone, Paolo Gentile, Valentina Iniziato, Anastasia Mamayda, Summer Minerva, Valentina Noviello, Maria Vecchioni.

Si ringraziano, poi, gli attivisti del Gruppo giovani Arcigay di Napoli: Antonio Auriemma, Gabri Capasso, Fortunatina Mastellone, Giulio Marini, Vincenzo Morlando, Silvia Schettini nonché Max Wine del Gruppo Over The Rainbow di Arcigay Napoli. Un ringraziamento particolare per la collaborazione all’attore Peppe Mastrocinque.

La grafica e il logo del Mediterranean Pride di Napoli sono firmati da Luciano Correale, responsabile della comunicazione visiva del direttivo Arcigay di Napoli.

Appuntamento, dunque, al Mediterranean Pride di Napoli, sabato 14 luglio 2018!

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Una festa dedicata ai giovani la Primavera di Bagnoli che, protrattasi dal 5 al 6 maggio, ha visto nel Parco della Conoscenza e del Tempo Libero (ex area Nato) di Napoli stand e laboratori ludico-espressivi, sportivi, culturali dei circa 80 organismi aderenti del Terzo Settore e di enti pubblici e istituzionali. A organizzare l’iniziativa la Fondazione Banco di Napoli per l'assistenza all'infanzia (Fbnai) con il sostegno dell'assessorato alle Politiche sociali della Regione Campania e della la X Municipalità di Napoli nonché con il contributo di vari sponsor.

Nell’ambito della kermesse, che è stata aperta dal sindaco Luigi De Magistris e caratterizzata ieri dall’importante tavola rotonda Le Primavere che verranno, è caduta anche la Festa delle Famiglie. Giunta alla sua decima edizione e celebrata in nove città italiane in occasione dell’International Family Equality Day (ma a Genova avrà luogo il 19 maggio), quella napoletana si è appunto caratterizzata per la durata di due giornate.

Particolarmenti significativi i lunghi momenti di condivisione presso lo stand delle Acli tra il gruppo di famiglie siriane e il gruppo campano delle famiglie arcobaleno in piena sintonia col tema nazionale dell’edizione 2018: quello, cioè, dello ius soli e omogenitorialità.

Giustamente Antonello Sannino, presidente di Arcigay Napoli – il cui stand è presente alla Primavera di Bagnoli per il Pompei Pride –, ha potuto scrivere in un post su facebook: «Bagnoli ex nato, dal Pride del 2016 questo luogo troppo a lungo di guerra è sempre più luogo di pace e di accoglienza».

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Su Il Messaggero di domenica 29 aprile è apparsa un’intervista al giurista Francesco Paolo Casavola, già presidente della Corte Costituzionale e del Comitato nazionale per la Bioetica, a seguito della decisione presa da alcuni sindaci di trascrivere gli atti di nascita dei figli di coppie omogenitoriali con l’indicazione anagrafica della doppia genitorialità.

Rispondendo a una relativa richiesta di valutazione da parte della giornalista Sara Menafra, Casavola ha dichiarato: «La domanda da porsi è: quale sarà l’avvenire di un bambino che ha due padri e due madri? Avrà le stesse opportunità di sviluppo umano di quelli che hanno avuto per millenni i padri e le madri? La costituzione del genere o altri aspetti della personalità potrebbero essere viziati dal fatto che ha avuto due madri o due padri?».

Incalzato dall’intervistatrice, che sollevava l’eventuale caso d’un bambino orfano di padre cresciuto da madre e nonna, l’ex presidente della Consulta ha ribattuto: «Un’idea è il caso eccezionale, altro è il modello che si impone a tutti, vincolante alla pari della famiglia eterosessuale (…). Questi modelli non sono fungibili, intercambiabili, hanno effetti sul caso umano o personale, non si può dire che una cosa vale un’altra». Per il giurista, infine, registrare anagraficamente bambini nati all’estero tramite la pratica della gpa altro non è se non «copertura ad azioni di mercato».

Sulle dichiarazioni di Casavola in riferimento, soprattutto, al tema dello sviluppo umano e del futuro benessere psichico dei figli di coppie omogenitoriali, abbiamo chiesto il parere del prof. Paolo Valerio, docente di psicologia clinica presso l’Università Federico II di Napoli e presidente della Fondazione Genere Identità Cultura.

Prof. Valerio, sono fondate le preoccupazioni del presidente Casavola sull’avvenire di un bambino o una bambina che ha due madri o due padri?

Le preoccupazioni del presidente Casavola non tengono conto degli esiti della ricerca scientifica che hanno ampiamente dimostrato che i figli di coppie di persone omosessuali non manifestano problemi psicologici rispetto ai figli di coppie di persone eterosessuali. Gli unici problemi che vivono i figli di coppie omogenitoriali sono i pregiudizi evidenti in dichiarazioni come quelle rilasciate da Casavola, appartenente a una generazione che approcciava l’omosessualità come una malattia. Questo tipo di dichiarazioni possono indirettamente danneggiare il benessere dei figli delle coppie omosessuali e diffondono, inoltre, stigma e discriminazioni.

Si potrebbe dunque ravvisare del pregiudizio alla base delle affermazioni di Casavola?

Penso di sì, purtroppo. Faccio un esempio: quando ero bambino e avevo 10 anni – oggi ne ho 70 – fui invitato alla festa di compleanno di un mio compagno di classe ma i miei genitori non vollero farmi andare: sa perché? Perché si trattava del figlio di una coppia di separati: all’epoca non era ancora presente il divorzio nel nostro ordinamento e i figli delle coppie di persone separate subivano un evidente pregiudizio sociale. Oggi nessun genitore vieterebbe al proprio figlio di frequentare un figlio di divorziati. Eppure in passato è accaduto. Oggi i figli delle coppie omogenitoriali subiscono lo stesso stigma e le parole di Casavola ne sono la prova.

Come è necessario fare, a suo parere, per eliminare un simile pregiudizio?

Dobbiamo essere chiari e informare in maniera corretta per promuovere una cultura della differenza che rispetti tutte e tutti sapendo che sono proprio i pregiudizi, e non il fatto di avere due genitori omosessuali, a nuocere alla salute mentale degli individui.

A supporto di quanto dico ricordo che l’Ufficio superiore di Sanità ha creato un centro specifico di medicina di genere. Centro, finalizzato a individuare e prevenire tutte le conseguenze, sul piano della salute mentale, dei pregiudizi e dello stigma con cui le persone Lgbti sono ancora costrette a misurarsi nel corso della propria vita.

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Annunciata alle 11:00 presso la Sala Pignatiello di Palazzo San Giacomo, sede del Comune di Napoli, la costituzione di Alfi (Associazione Lesbica Femminista Italiana).

Nata a seguito dalla disaffiliazione dei comitati di Bergamo, Napoli, Perugia, Treviso e Udine da ArciLesbica nazionale, Alfi – come recita il comunicato di presentazione – «è un’associazione di promozione sociale lesbica, femminista, democratica, laica, pacificista, antifascista, antimafiosa, inclusiva, antirazzista».

La sua mission principale è «la lotta alla discriminazione delle donne lesbiche, bisessuali, transessuali e intersex – nonché delle persone omosessuali, bisessuali, transessuali e intersex a 360 gradi – dall’ambito privato a quello lavorativo, dall'ambito formativo a quello della salute».

Ai nostri microfoni Chiara Piccoli, presidente nazionale della neonata associazione, ha dichiarato: «Alfi apre nuovi orizzonti nel panorama Lgbti e femminista e rappresentando una tappa fondamentale nel percorso fatto insieme, concretizzando un progetto nato nel dicembre 2017. La prima pagina di una nuova storia da scrivere e la nascita di un polo di riferimento per tutte le donne».

Chiara sarà affiancata da Angela Cattaneo quale vicepresidente, da Elisabetta Marzi in veste di segretaria e dal direttivo composto da Antonella Capone, Serena Toccagni, Fabiola Gardin, Federica Cozzella.

Presenti alla conferenza stampa Ottavia Voza e Fabrizio Sorbara a nome di Arcigay nazionale, Renata Ciannella per Famiglie Arcobaleno, Ivana Palieri per Rete Genitori Rainbow nonché la professoressa Simona Marino, delegata alle Pari Opportunità per il Comune di Napoli.

Antonello Sannino, presidente di Arcigay Napoli, ha portato i saluti dell'intera associazione, ricordando l'intesa ultradecennale tra il comitato partenopeo Antinoo e quello de Le Maree basato anche sulla vicinanza delle sedi in Vico San Geronimo, dove ci sarà da oggi anche quella nazionale di Alfi.

Hanno inoltre trasmesso messaggi di vicinanza e felicitazioni la senatrice Monica Cirinnà e l'assessora regionale alle Pari Opportunità Chiara Marciani nonché associazioni, comitati ed enti quali Coordinamento Campania Rainbow, I-Ken, Rete Lenford, Certi diritti, Ponti Sospesi, Arcigay Caserta, Arcigay Trentino, Arcigay Verona, Arcigay Caserta, Rifondazione comunista Campania, DeMA e Centro SInAPSi.

Particolarmente significativo il testo augurale inviato da Francesca Druetti e Gianmarco Capogna, coordinatori di Possibile - Gruppo nazionale Diritti Lgbti

«In un momento in cui l’attivismo femminista - si legge in esso - sta mobilitando le persone in ogni Paese (da #MeToo e il suo equivalente italiano #Quellavoltache, alle proteste di piazza delle donne polacche, alla Marcia delle Donne) contro un sistema ancora troppo patriarcale, maschilista e fallocentrico, è fondamentale che anche le donne lesbiche abbiano una voce forte e determinata nella costruzione di una società più giusta.

Dobbiamo essere uniti per contrastare i fenomeni crescenti di odio, omotransfobia e sessismo. I temi legati alle questioni di genere sono sempre stati centrali per noi di Possibile e crediamo che siano prioritari e non più rinviabili. Ecco perché guardiamo con entusiasmo alla nascita di Alfi (Associazione Lesbica Femminista Italiana) e speriamo di avere presto modo di incontrarci per confrontarci sulle battaglie da portare avanti e su come metterle al centro di un dibattito pubblico e politico.

Per troppo tempo in questo Paese le battaglie di genere sono state lasciate da parte o sono diventate terreno di scontro e baratto tutto politico – nel senso peggiore – all’insegna del “pinkwhasing” e dell’esclusione dei più vulnerabili. È arrivato il momento di costruire un grande fronte che sia capace di unire i generi, anche quelli non binari, per sconfiggere insieme un sistema che per troppi anni è stato cristallizzato in una visione patriarcale.

In Italia abbiamo estremo bisogno di femminismo e di visione di genere. Di riportare le donne, tutte le donne, senza discriminazioni, all’interno della discussione pubblica e politica riconoscendo che questo non può che essere solo fonte di ricchezza per tutte e tutti».

Guarda il Video con le dichiarazioni della vicepresidente Angela Cattaneo e la Gallery

 

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Martedì 17 Aprile, presso la Casina Pompeiana di Napoli, la Rvm Entertainment ha presentato in anteprima nazionale il cortometraggio Una semplice verità, scritto e diretto da Cinzia Mirabella e sostenuto moralmente dal Comitato Arcigay di Napoli.

Il cortometraggio mette in luce la  grave problematica dell'omofobia all'interno delle mura domestiche

La storia si svolge sull'isola d’Ischia, dove un uomo è invitato a presentarsi al distretto di Polizia per essere ascoltato come persona informata dei fatti in seguito a una denuncia a suo carico. A denunciarlo è la figlia, interpretata da Giulia Montanarini, vera e propria icona glamour dell’intrattenimento televisivo, che per la prima volta si misura con un ruolo drammatico, quello di una donna di 35 anni, picchiata dai familiari perché dichiaratasi lesbica.

Il ruolo del commissario di polizia è, invece, interpretato da Cinzia Mirabella, attrice brillante di cinema e teatro a cui, nel gioco dei silenzi e delle rivelazioni,  è affidato il colpo di scena finale del film.

Locandina 1

Nel cast del cortometraggio bisogna ricordare anche la presenza di Pietro De Silva, attore cinematografico che tutti ricordiamo per film come La vita è bella, L’ora di religione,  Anche libero va bene e Giovanni Allocca,  attore di teatro, cinema e televisione che ha preso parte anche alla fortunatissima serie televisiva Gomorra.

La direzione della fotografia è stata affidata a un grande maestro del settore, Antonio Grambone, mentre la canzone che accompagna il cortometraggio, con un motivo struggente e intenso come un mantra, è Manname l’ammore, interpretata dalla carismatica Gabriella Rinaldi.

Durante la presentazione è intervenuto il cast del film, il produttore del progetto Gaetano Agliata con la costumista Nancy D’Anna, il responsabile casting Andrea Axel Nobile, il truccatore Antonio Riccardo, il presidente di Arcigay Napoli Antonello Sannino e Daniela Lourdes Falanga, responsabile alle politiche transessuali di Arcigay Napoli.

Parliamo con Giulia Montanarini, subito dopo la kermesse napoletana.

Giulia, in primis, raccontaci come è stato lavorare nella realizzazione di questo cortometraggio.

Per me è stata un’esperienza molto importante perché per la prima volta non compaio nel ruolo consueto della soubrette. Cinzia Mirabella mi ha dato l’opportunità di confrontarmi con un ruolo intenso, forte e tormentato. Mi ha seguito con grande attenzione e ha fatto uscire queste altre note dalla mia personalità, ha tirato fuori dei sentimenti che non conoscevo. E io sono molto contenta perché il personaggio credo sia molto credibile e mi sembra sia piaciuto molto.

Giulia cosa ti aspetti in termini di riscontro dal pubblico e dalla stampa?

Il pubblico è sovrano e spero che il pubblico rimanga sorpreso nel vedermi in questo ruolo inedito per me, il cinema, come la televisione, ha un ruolo fondamentale perché ha la  possibilità di narrare ad un pubblico molto ampio storie che hanno un valore sociale e civile, storie che fanno riflettere su forme di violenze inaccettabili come quella spesso perpetrata contro le persone omosessuali e credo che Una semplice verità possa davvero aiutare a contrastare le discriminazioni contro la comunità Lgbti. Se avessi un figlio gay, sarei felice e vorrei che lui fosse felice.

Il pubblico Lgbti ti ha sempre amato molto…

E io ringrazio davvero tanto la comunità Lgbti per l’amore che mi ha sempre dimostrato. Non posso che dire grazie, grazie, grazie.

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Tvboy, al secolo Salvatore Benintende, è uno degli Street Artist più affermati e apprezzati della scena internazionale. Palermitano di nascita e milanese d’adozione, vive da diversi anni a Barcellona. Ma le sue incursioni artistiche urbane e le sue opere pop e graffianti sono diventate oggetti di culto tanto in Italia quanto negli Stati Uniti, tanto in Germani quanto in Francia e nel Regno Unito.

Tvboy è stato, negli ultimi anni, protagonista di prestigiosissime esposizioni come quella del Museo MDM di Porto Cervo (2014) o quella allestita allo Spazio OnSider di Barcellona (2015), dove le sue opere ono state presentate insieme a quelle dei padri storici della PopArt come Andy Warhol e Keith Hering.

Qualche settimana fa il suo nome è rimbalzato su tutti i media italiani per il poster del bacio tra Salvini e Di Maio (in Via del Collegio Capranica a Roma), con cui l’artista ha voluto “prefigurare” ironicamente i possibili risvolti dello scenario politico nazionale. Benché diventata virale in brevissimo tempo, l'immagine è stata censurata e rimossa.

Nonostante ciò Tvboy non si è perso d’animo e solo qualche ora fa ha colpito ancora! E l’ha fatto con un’incursione urbana che ha coinvolto la zona dei decumani di Napoli e quella del santuario di Pompei. Nella notte, infatti, Tvboy ha affisso (con la tecnica del paste-up) nei vicoli del centro storico partenopeo i suoi poster, raffiguranti Pino Daniele (vico dei Panettieri), Totò (vico Figurari) e Maradona (via San Biagio del Librai): tre colonne indiscusse della mitografia popolare napoletana.

Si è poi spostato a Pompei e, a pochi metri dal Santuario meta di migliaia di pellegrini che giungono quotidianamente da ogni parte del mondo, TvBoy ha fissato l’immagine di Papa Francesco, con il tipico volto sorridente e bonario, che, alla stregua di un militante durante un Pride, stringe nel pugno un cartello con un cuore arcobaleno, simbolo dei diritti Lgbti, e la scritta Love wins. Stop homophobia. Una chiara risposta a chi, da quando è stato convocato il Pompei Pride, prova a frenare la realizzazione della manifestazione nella città mariana per eccellenza.

Tvboy accetta di parlare ai microfoni di Gaynews proprio mentre realizza le sue opere.

Tvboy, come mai ti è venuta l’idea di dedicare un tuo poster urbano ai diritti delle persone Lgbt?

L’idea mi è venuta proprio quando ho visto che veniva censurato il mio bacio tra Salvini e Di Maio. Ho pensato che venisse censurato proprio perché in Italia c’è ancora difficoltà a parlare delle relazioni d’amore tra persone dello stesso sesso. Allora la frase che mi è venuta in mente per il post di questa immagine è questa: Papa Francesco è già pronto a manifestare in prima linea al GayPride di Pompei perché anche in Italia, come già in altri paesi d’Europa, siano riconosciuti i diritti delle coppie dello stesso sesso! #lovewins #stophomophobia.

Francesco non si è mai schierato apertamente al fianco delle persone Lgbti. Però ha fatto delle dichiarazione nuove per la Chiesa quando ha detto: “Chi sono io per giudicare un gay? Allora ho pensato che potesse essere un testimonial perfetto per il Pride. E poi l’idea mi è venuta anche leggendo delle dichiarazioni omofobe di gruppi di estrema destra, ma senza dare loro troppo protagonismo perché hanno scritto delle cazzate.

La mia opera è bella perché parla del momento che stiamo vivendo. In Spagna già da anni sono permessi i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Anche Obama ha lottato. In Italia abbiamo il bagaglio storico culturale della Chiesa: però io spero che qualcosa si muova.

Ti aspettavi o meno l’oscuramento del bacio tra Salvini e Di Maio?

In realtà non se l’aspettava nessuno ma ha contribuito al successo dell’opera. Quando vuoi censurare e nascondere un’opera, si crea un meccanismo opposto di curiosità perché la gente si chiede perché la vogliano nascondere. La censura ha dato maggiore protagonismo all’opera. Protagonismo che non avrebbe avuto se l’avessero lasciata là.

Da artista italiano che vive e lavora in Spagna, come guardi all’Italia in questo momento così difficile della nostra storia politica?

L’ho sempre detto: quando te ne vai all’estero, allora vedi i pregi del tuo Paese. Se ci vivi, vedi solo i difetti. In Italia abbiamo un grande potenziale, uno straordinario bagaglio storico, artistico, culturale. Però ci perdiamo in un bicchiere d’acqua e questo ci fa restare anni luce indietro rispetto ad altri Paesi. La Spagna era più indietro dell’Italia perché ha avuto la dittatura franchista. Però in pochi anni si è aperta al cambiamento: questo dipende anche dalla politica e da vari fattori.

Ma adesso in Italia siamo in un momento di cambiamento e quest’opera vuole che anche l’Italia si apra al tema del sociale e di come si può migliorare. Questo è il pensiero di un eterosessuale perché i diritti delle persone Lgbti sono diritti di tutti non solo di una parte.

 

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Quella delle case d’accoglienza per persone Lgbti in diverse condizioni di disagio è una questione che, pur agitata da decenni, è rimasta pressocché insoluta. Anche laddove sono state aperte, tali strutture, tranne qualche virtuosa eccezione, non sono spesso rispondenti ai criteri minimi d’idoneità abitativa. E questo per svariati motivi che finiscono per nullificare le pur buone intenzioni di chi le gestisce.

A fare le spese maggiori di tali criticità sono ovviamente le persone che, rimaste sole o abbandonate dai familari nonché senza lavoro, sono costrette a vagare da un dormitorio pubblico all’altro o a dormire all’addiaccio. In situazioni talmente inaccettabili da desiderare di morire anziché vivere. È quanto successo ad Alex, un giovane transgender partenopeo, che, allo stremo delle forze, ha minacciato di darsi fuoco davanti a Palazzo San Giacomo, sede del Comune di Napoli.

Gaynews l’ha raggiunto per raccogliere la sua testimonianza e il suo grido di dolore.

Alex, da quanto tempo sei un senza fissa dimora?

Vivo senza fissa dimora da quasi tre anni da quando sono rientrato a Napoli. Napoli è la mia città: qui sono nato e cresciuto. Ho cercato sistemazioni nel tempo e ho cercato lavoro ma dovevo fingere di essere quello che non sono. Per questo dovevo tacere, dovevo subire, dovevo acconsentire ad atteggiamenti di datori di lavoro che volevano approfittare della mia debolezza di vita: infatti, dopo aver perso i miei genitori e la casa, sono rimasto solo e mi sono dovuto guadagnare da vivere. Ho sofferto molto e ho cercato quanto più fosse possibile di evitarmi ulteriori abusi.

Ho perciò lasciato il lavoro molto precario pur di essere me stesso. Ho rinunciato a quel po' di soldi che mi davano dopo 12 ore di lavoro. Vi ho rinunciato per non subire violenze e gridare che io sono Alex e merito rispetto e dignità.

Ne hai parlato con amici?

In primo luogo devo dire che istituzioni civili e  clero sono stati totalmente sordi al mio grido di dolore. Per rispondere alla domanda devo dire che non ho molti amici, anzi ne ho davvero pochi. Nessuno di loro è a conoscenza della mia situazione perché sono molto riservato. Provo inoltre vergogna nel chiedere aiuto perché ho timore di essere giudicato o preso in giro o reputato uno debole.

Che cosa hai fatto allora?

Ho sofferto dentro e ho trascorso intere giornate girovagando per la città in attesa di entrare in uno dei dormitori urbani. In qualcuno di essi ho anche subito atti di violenza psicologica. Da una suora della congregazione San Giovanna Antida sono stato addirittura offeso e umiliato. Nella piccola casa adibita a dormitorio, gestita dalla suora per conto della Caritas diocesana, sono stato ospitato nel periodo di agosto e settembre. Ma non c’era una vera condizione abitativa poiché al mattino dovevo comunque lasciare quel luogo, e anche in fretta, e potevo rientrarvi solo la sera.

Era estate. Faceva molto caldo e dormivo per strada cercando riparo dal sole. E, pur avendo fame e non avendo soldi, non ho mai chiesto nulla a nessuno: sono rimasto chiuso e solo nella mia dignità. Non sono mancate in quei mesi altre violenze morali e psicologiche nonché proposte indecenti da parte di un uomo vicino al’ente ecclesiastico che, in cambio di prestazioni fisiche, mi avrebbe offerto dei soldi e da mangiare. Ma rifiutai ovviamente in tronco, rinunciando così al cibo. In quel periodo ho perso molti chili ma non mi sono mai arreso e ho continuato a lottare, a credere, a sperare.

Cos’è successo in seguito?

Ho trovato accoglienza presso il Rainbow Center. Ma la struttura non può in realtà ospitare nessuno perché quel luogo, che è stato presentato come una struttura residenziale e di accoglienza, non è tale. Pur frequentando il centro di giorno, ero comunque costretto a dormire in un dormitorio e non ho mai ricevuto assistenza di alcun tipo, nessun aiuto.

Alex, come si vede in futuro?

Quando penso a me mi vedo e mi sento uomo. Infatti ora sto affrontando la transizione e in futuro mi vedo un papà accanto a una donna che ho sempre sognato. Sogno di fare l’avvocato. Spero perciò di poter studiare e avere una vita diversa dallo stato di sopravvivenza in cui sono costretto a restare per mancanza di alloggio e soldi. Dalle istituzioni mi aspetto maggiori attenzioni. Maggiore considerazione dei problemi esistenziali e della tutela dei diritti basilari di una persona umana. Senza più bugie, senza più attese, senza correre più il rischio.

Vorrei che nessun ragazzo come me si tolga la vita perché si sente solo e abbandonato. Vorrei che capissero che le nostre vite contano e meritiamo rispetto. La mia vita ora è appesa ad un filo ma non sto mollando.

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Il 16 marzo si terrà a Napoli presso il Centro Congressi dell’università Federico II il convegno La salute delle persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender tra stigma e risorse: modelli a confronto. Organizzato dal Centro studi SInAPSi, diretto dal docente di psicologia clinica Paolo Valerio, e dall’Associazione italiana di psicologia, il simposio di studi si aprirà con la lectio magistralis di David M. Frost, docente di psicologia sociale presso l’University College London e già professore assistente presso la Columbia University e la San Francisco State University.

In preparazione all’evento partenopeo abbiamo rivolto alcune domande all’accademico d’origine newyorkese.

Professore Frost, le condizioni delle persone Lgbti sono indubbiamente migliorate in molti Paesi Occidentali. Che cosa resta da fare ancora a suo parere?

Nonostante sia vero che gli atteggiamenti verso le persone Lgbti stanno migliorando, almeno secondo i sondaggi di opinione, e che sia evidente che sempre più paesi stanno approvando leggi che riconoscono le relazioni tra persone dello stesso sesso, ancora molto deve essere fatto per affrontare le disuguaglianze vissute dalle persone Lgbti. Ad esempio, nonostante sempre più Paesi stiano approvando leggi che consentono alle coppie costituite da persone dello stesso sesso un accesso egualitario ai diritti e ai privilegi del matrimonio, la stragrande maggioranza dei Paesi continua a non approvare questi leggi, mentre altri forniscono livelli separati e ineguali di riconoscimento legale.

I comportamenti omosessuali continuano ad essere criminalizzati in moltissimi paesi. La maggior parte dei Paesi non riconosce le identità di genere che non corrispondono al sesso assegnato alla nascita. E nonostante gli atteggiamenti pubblici siano diventati più tolleranti, molte persone, soprattutto anziane, mostrano ancors atteggiamenti negativi nei confronti delle persone Lgbti e delle relazioni tra persone dello stesso sesso.

Da cosa nasce lo stigma di cui sono spesso vittime le persone Lgbti?

È difficile stabilire la fonte esatta dello stigma, ma molti hanno sostenuto che questo è uno stigma radicato in ideologie sociali e culturali che sono avverse alla sessualità in generale e che svalutano le sessualità non eterosessuali e il comportamento sessuale non procreativo. Queste ideologie sociali e culturali si manifestano nelle nostre vite sotto forma di leggi e politiche che limitano l’accesso alle risorse e ai benefici e alla piena partecipazione delle persone Lgbti alla società, trattandole come cittadini di seconda classe.

Certamente la religione istituzionale ha giocato un ruolo nel perpetuare questo stigma, poiché molti hanno interpretato i testi religiosi fondamentali come svalutanti e/o proibitivi nei confronti del comportamento e dell’attrazione tra persone dello stesso sesso. Tuttavia, molti studiosi di religione non sono d’accordo con tali interpretazioni, tanto che esistono diverse comunità religiose che sostengono tutti i loro membri, indipendentemente dall’orientamento sessuale.

Per prevenire le forme discriminatorie su cosa bisognerebbe puntare?

Abbiamo bisogno di una formazione continua su più livelli. Abbiamo bisogno di eliminare le leggi e le politiche che discriminano le persone Lgbti (ad es., criminalizzando il comportamento omosessuale, restringendo il matrimonio alle sole coppie eterosessuali, impedendo alle persone Lgbti di prestare servizio militare) e l’approvazione di leggi che impediscano la discriminazione nei confronti delle persone Lgbti (ad es., leggi che proibiscano la discriminazione nelle pratiche di assunzione e sul posto di lavoro, leggi anti-bullismo, ecc.).

Abbiamo anche bisogno di interventi sociali ed educativi che combattano i pregiudizi verso le persone Lgbti (ad es., campagne educative, introduzione delle questioni Lgbti nei programmi di educazione sessuale e di salute, e formazione degli insegnanti). E, per ultimo ma non meno importante, abbiamo bisogno di medici, psicologi e assistenti sociali che siano formati per una pratica rivolta alle persone Lgbti affermativa, in modo che le persone Lgbti che soffrono per lo stress indotto dai pregiudizi e dalle discriminazioni possano avere accesso a servizi medici e psicologici appropriati ed efficaci.

Quali sono i risultati raggiunti nel Regno Unito e negli Stati Uniti?

I risultati negli Stati Uniti e nel Regno Unito sono promettenti, ma finora contrastanti. Vi sono evidenti risultati politici che hanno migliorato la vita delle persone Lgbti in entrambi i paesi, ad esempio l’accesso a un equo riconoscimento del matrimonio è ora disponibile negli Stati Uniti e in gran parte del Regno Unito (ad eccezione dell’Irlanda del Nord) e le persone transgender possono modificare i propri documenti ufficiali in accordo alla propria identità di genere in tutto il Regno Unito e in alcuni stati degli Stati Uniti. I sondaggi di opinione indicano che gli atteggiamenti nei confronti delle persone Lgbti sono diventati molto più favorevoli, specialmente tra le giovani generazioni.

Tuttavia, nonostante questi risultati, è importante non perdere di vista la continua discriminazione e il continuo pregiudizio esistenti in entrambi i paesi. Ad esempio, è possibile notare un aumento delle segnalazioni dei crimini d’odio commessi contro le persone Lgbti. Solo perché i sondaggi d’opinione mostrano atteggiamenti più favorevoli nei confronti delle persone Lgbti, ciò non significa che le forme più sottili e implicite di pregiudizio siano scomparse. Ad esempio, una persona potrebbe approvare il matrimonio tra persone dello stesso sesso in generale, ma non approvare o sostenere la relazione di un proprio familiare con una persona dello stesso sesso.

In breve, anche se abbiamo indubbiamente assistito a numerosi miglioramenti del clima sociale verso le persone Lgbti negli ultimi decenni, c’è ancora molto lavoro da fare per combattere i pregiudizi e le discriminazioni e migliorare la vita delle persone e delle famiglie Lgbti.

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