Un pugno in pieno volto con la minaccia di dargli fuoco. È quanto successo ieri sera, nel centro di Parigi, a Guillame Mélanie, fondatore e copresidente di Urgence Homophobie, ong impegnata nel contrasto alle violenze contro le persone Lgbti e nel loro sostegno.

Così ne ha dato lui stesso notizia via Twitter: 

A denunciare l'accaduto la stessa vittima, che ha dichiarato di essere stato assalito all'uscita da un ristorante insieme con un gruppo di attivisti.

La comitiva era uscita per festeggiare il permesso di soggiorno in Francia, rilasciato a un immigrato che, vittima di violenza omofobica nel Paese d'origine, si era rivolta a Urgence Homophobie ed era stato aiutato in tal senso. 

«Stavamo in qualche modo intralciando la strada - ha raccontato Mélanie ad Agence France Press - e un uomo ci ha spinto piuttosto violentemente. Gli ho risposto di stare tranquillo. Allora un altro uomo, che era con lui, mi ha detto: Sei solo uno sporco frocio e Dovreste essere tutti bruciati. Quindi mi ha colpito con un violento pugno».

L'attivista, che ha riportato la frattura del setto nasale, ha ricevuto messaggi di solidarietà da numerose personalità del mondo politico francese. 

Quella a Mélanie è solo l'ultima delle aggressioni a danno delle persone Lgbti che, come dichiarato dall'associazione nazionale Sos Homophobie, si sono registrate nelle ultime settimane a Parigi.

Manifestando il suo sostegno al fondatore di Urgence Homophobie, la sindaca di Parigi Anne Hidalgo ha invocato una «scossa collettiva»di fronte all'escalation di violenza omofoba e ha invitato Mélanie a lavorare per un piano di contrasto in collaborazione con il Comune e le altre associazioni.

In un successivo tweet la prima cittadina ha aggiunto che non ci si può «rassegnare di fronte a questa violenza. La sicurezza delle persone LGBTQI + deve essere garantita».

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«La sindaca di Roma Virginia Raggi ha richiesto agli uffici competenti la rimozione dei manifesti omofobi riconducibili all'associazione onlus Pro Vita».

Con tali parole una nota del Campidoglio ha reso noto la presa di posizione della prima cittadina M5s in riferimento alle gigantografie che, affisse ieri non solo nella capitale ma anche a Torino e Milano, rappresentano due giovani uomini, indicati come genitore 1 e genitore 2mentre spingono un carrello con dentro un bambino disperato  Accanto la scritta: «Due uomini non fanno una madre. #StopUteroinAffitto».

Una campagna che, promossa da Pro Vita e Generazione Famiglia (due delle tre associazioni promotrici del Family Day e del Congresso mondiale delle Famiglie di Verona) per riaffermare «il diritto dei bambini a una mamma e un papà», ha incassato nella tarda serata d'ieri i plausi del senatore leghista Simone Pillon, della scrittrice Costanza Mirianodella deputata nonché presidente di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni.

Ciò non ha fatto indietreggiare la sindaca Raggi perché, come si legge nella nota capitolina, «il messaggio e l'immagine veicolati dal cartellone, mai autorizzato da Roma Capitale e dal Dipartimento di competenza, violano le prescrizioni previste al comma 2 dell'art. 12 bis del Regolamento in materia di Pubbliche affissioni di Roma Capitale, che vieta espressamente esposizioni pubblicitarie dal contenuto lesivo del rispetto di diritti e libertà individuali».

Una campagna inaccettabile quella di Pro Vita e Generazione Famiglie agli occhi di Virginia Raggi, che ha dichiarato: «La strumentalizzazione di un bambino e di una coppia omosessuale nell'immagine del manifesto offendono tutti i cittadini».

La posizione della sindaca è stata salutata con soddisfazione a partire dagli organismi rainbow, due dei quali, il Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli e Famiglie Arcobaleno, nelle persone dei rispettivi presidenti Sebastiano Secci e Marilena Grassadonia, hanno lavorato in prima linea per l'ottenimento di un tale risultato sì da salutarlo come «vittoria delle associazioni Lgbti».

Ieri anche la sindaca pentastellata di Torino Chiara Appendino si era espressa contro la campagna via Twitter: «Ma due persone che si amano fanno una famiglia. Continuerò le trascrizioni e non smetterò di dare la possibilità a questo amore di realizzarsi».

 

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Oltre 5.000 persone hanno partecipato ieri a Verona alla manifestazione organizzata da Non una di meno per protestare contro la mozione 434 che, approvata in Consiglio comunale il 4 ottobre e subito ribattezzata mozione anti-aborto, è divenuta un caso politico nazionale a seguito del voto favorevole della capogruppo del Pd Carla Padovani

La mobilitazione, cui hanno aderito numerose associazioni femminili e umanitarie, è partita intorno alle 15:00 da piazzale XXV Aprile (davanti alla stazione di Porta Nuova) e, dopo aver attraversato piazza Bra, ha raggiunto la zona di Porta Vescovo. Moltissime le persone giunte da ogni parte d’Italia. 

Cospicua inoltre la presenza di attiviste e attivisti Lgbti, che hanno sostenuto Non una di meno Verona nella campagna contro la mozione 434 e sono stati a loro volta colpiti delle dichiarazioni omofobe del consigliere Alberto Zelger, primo firmatario del discusso provvedimento. Tra i partecipanti anche Andrea Gardoni e Angelo Amato, la coppia di Stallavena (Vr), vittima in agosto e settembre di lettere minatorie e aggressioni.

D’altra parte nel comunicato ufficiale di convocazione la sezione scaligera di Nudm aveva già rilevato: «Verona è la città che da decenni si è imposta come laboratorio di ciò che ora vediamo in opera al governo. L'azione della giunta Sboarina riassume in sé tutta la violenza che in questi anni ha contraddistinto il clima politico della città contro donne, gay, lesbiche, trans, migranti.

Per queste ragioni la nostra lotta sarà oltre i confini delle organizzazioni tradizionali: Non una di meno sarà in piazza per riprendere parola insieme a movimenti LGBTQI e studenteschi, ai collettivi universitari e alle altre associazioni che lavorano per aprire spazi di libertà. La data di Verona segna l'inizio dello Stato di agitazione permanente lanciato da Non una di Meno verso il 24 novembre, manifestazione nazionale a Roma, e lo sciopero globale dell’8 marzo.»

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A 20 anni dall’uccisione di Matthew Shepard la legge federale che ne porta il nome è oggetto di valutazioni differenti da parte delle associazioni per i diritti Lgbti e il contrasto alla violenza. Adottata il 22 ottobre 2009 dal Congresso degli Stati Uniti, la risoluzione fu promulgata in legge il 28 ottobre dall’allora presidente degli Stati Uniti Barack Obama.

Il Matthew Shepard Act (il cui nome ufficiale è Matthew Shepard and James Byrd, Jr. Hate Crimes Prevention Act) ha esteso la legge federale del 1969 sui reati d'odio ai crimini motivati da orientamento sessuale, identità di genere o disabilità. Ha inoltre conferito alle autorità federali una maggiore capacità di impegnarsi nella lotta ai crimini d'odio e ampi finanziamenti per aiutare le agenzie sia statali sia locali a indagare e perseguire tali crimini.

Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha reso noto che, a partire dal gennaio 2017, delle 32 condanne per crimini d’odio sette sono relative ad atti di violenza contro persone omosessuali e transgender. Il rapporto 2017, compilato dalla Matthew Shepard Foundation, ha documentato 25 casi giudicati sotto la legge Shepard / Byrd fino alla metà di quell’anno: nove di loro hanno coinvolto vittime Lgbti.

Alcuni attivisti e attiviste sono stati delusi dal numero relativamente basso di casi anti-Lgbti perseguiti a norma di legge. Ma David Stacy, direttore degli affari governativi di Human Rights Campaign, lo considera un successo dal momento che il Matthew Shepard Act spinge i procuratori statali e locali a prendere sul serio la violenza contro le persone Lgbti.

Secondo la medesima organizzazione, di cui Stacy è componente, sono 30 gli Stati ad aver adottato leggi che perseguono reati basati sull'orientamento sessuale. Leggi che, in 18 dei medesimi 30 Stati, si estendono a crimini contro le persone transgender. Cinque Stati, incluso il Wyoming (dove fu torturato Matthew Shepard), non hanno legge alcuna sui crimini di odio. 15 Stati, infine, hanno tali normative ma non estese a motivi legati all’orientamento sessuale e all’identità di genere

L’utilità della legge federale è stata ribadita anche da Judy Shepard, madre di Matthew e cofondatrice della fondazione a lui intitolata, che si è detta però fiduciosa in ulteriori passi come una più ampia denuncia dei crimini di odio alle autorità federali da parte delle forze dell’ordine e una migliore formazione per gli agenti che si trovano ad affrontare tali casi.

Il Progetto Antiviolenza di New York è tra i gruppi che hanno inizialmente sostenuto la legge Shepard/Byrd ma hanno ora hanno perplessità.

«C'è stata una vera trasformazione nel modo in cui pensiamo di porre fine alla violenza e di come sia fatta giustizia - ​​ha dichiarato Audacia Ray, direttrice dell’organismo newyorkese –. Volevamo che il sistema risolvesse le cose attraverso la giusta pena. Ora crediamo che la punizione non metta fine alla violenza ma la perpetui». Ray ha dichiarato che la violenza anti-LGBT potrebbe essere ridotta attraverso seri risarcimenti economici e migliori opzioni abitative per le persone Lgbti emarginate. 

Per l’avvocata Jenny Pizzer, dirigente dell’organizzazione per i diritti Lgbti Lambda Legal Defense and Education Fund, le leggi statali e federali relative ai crimini d’odio si sono rivelate importanti in termini sia numerici sia simbolici. Pur mettendone in discussione l’effetto deterrente sugli autori di reati spinti da odio irrazionale, Pizzer ha fatto notare come esse abbiano avuto, in ogni caso, un effetto positivo sulle forze dell'ordine statali e locali.

Ha anche affermato che tali norme hanno potuto essere d’aiuto alle persone Lgbti nel sentirsi meno emarginate dallo stigma sociale. «Non trasformano gli atteggiamenti da un giorno all'altro per alcune persone - ha detto Pizer - Ma aiutano e questo è importante».

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Il 12 ottobre 1998 moriva a Fort Collins il 21enne Matthew Shepard. Il 7 ottobre lo studente universitario 21enne era stato rapito da James McKinney e Russell Arthur Henderson, che lo avevano derubato, torturato e legato alla staccionata di un ranch a Laramie (Wyoming) per il solo fatto d'essere omosessuale.

Shepard fu trovato 18 ore dopo, vivo e in stato d’incoscienza, da un ciclista. Ma il trasporto in ospedale non avrebbe salvato il giovane dalla morte, sopraggiunta dopo cinque giorni d'agonia.

Il suo decesso scosse gli Usa ma sollevò anche fiere proteste omofobe. Sia durante i funerali sia durante il processo agli aggressori numerosi manifestanti, guidati dal pastore battista Fred Phelps, protestarono infattii con cartelli recanti le scritte Matt Shepard marcisce all'inferno, L'Aids uccide i finocchi morti e Dio odia i froci.

Ciò spinse i genitori di Matthew a non rivelarne il luogo della sepoltura per evitare che venisse dissacrato.

20 anni dopo da quelle drammatiche giornate i resti dello studente universitario saranno interrati nella capitale statunitense presso la Cattedrale episcopaliana dei SS. Pietro e Paolo, generalmente conosciuta come Cattedrale Nazionale di WashingtonLa comunità episcopaliana della capitale è da tempo attenta alle questioni Lgbti. Nella cattedrale è stato celebrato il primo matrimonio tra persone dello stesso sesso in città e uno dei suoi pastori è apertamente gay.

«È il posto perfetto - ha dichiarato Dennis Shepard, padre di Matthew -. Siamo sollevati per aver trovato per lui l'ultima dimora: un posto che anche lui avrebbe amato».

La sepoltura avverrà in forma privata il 26 ottobre, cui seguirà una pubblica commemorazione.

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Il Teatro Off/Off in via Giulia a Roma apre questa sera la seconda stagione di programmazione con Roma caput mundi, il nuovo lavoro scritto e diretto da Giovanni Franci, già noto per L’Effetto che fa sull’omicidio di Luca Varani. 

I protagonisti della pièce sono tre 20enni (interpretati da Valerio Di Benedetto, Riccardo Pieretti e Fabio Vasco) che vivono in una periferia senza regole: un luogo caratterizzato dalla presenza della criminalità organizzata, in cui vige la legge del più forte.

A questi giovani è stato inculcato il mito del machismo: ogni orientamento sessuale non conforme è da condannare e da ciò nasce tanto loro violenza omofoba quanto l’odio per le minoranze e gli immigrati.

A poche ore dalla prima abbiamo contattato il regista e drammaturgo Giovanni Franci per saperne qualcosa di più.

Maestro, il suo nuovo spettacolo focalizza l’attenzione sull’emergenza violenza giovanile nelle periferie romane. Secondo lei, la capitale è una città razzista e omofoba? E com’è cambiata negli ultimi anni? 

Roma è una città amministrata da gente impreparata, in cui le periferie sono ostaggio della criminalità organizzata.  Una sorta di far west in cui l'unica legge vincente è quella del più forte. Tutto ciò che non è conforme, tutte le minoranze, ogni tipo di diversità sono viste come minaccia. Qualcosa da cui difendersi per affermare un io spaventato.

Il machismo raccontato in Roma caput mundi è, a suo parere, un fenomeno tipicamente italiano? Come si destruttura il machismo “culturale” nell’immaginario delle giovani generazioni? 

Il machismo è tipico di ogni Paese, in cui germina  un'ideologia di stampo fascista. È una maschera rudimentale per celare le proprie paure sottraendosi allo sforzo di provare ad affrontarle. Paradossalmente è un atteggiamento che denuncia una grande fragilità

Quali sono, secondo lei, i modelli “responsabili” dei violenti 3.0? 

I poteri forti che sono vigliacchi e da sempre sfruttano i momenti di crisi. Chi non si trova da solo strumenti per immunizzarsi e difendersi è ostaggio del modello prestabilito, che è vuoto, acritico e deve sentirsi costantemente minacciato.

Il clima politico attuale a livello nazionale incentiva, secondo lei, comportamenti violenti e aggressivi? 

Certo. Non solo li incentiva, ma li sfrutta.  Anche il fascismo salì al potere sfruttando la crisi le amarezze successive alla prima guerra mondiale. È spaventoso pensare che stia accadendo un'altra volta esattamente con le stesse modalità.

Il giorno prima del debutto del suo spettacolo, cioè ieri, è stata la Giornata mondiale del Coming Out. Cosa si sentirebbe di consigliare a un ragazzo che vuole fare coming out?

Gli direi di non avere paura. Non c'è niente di cui avere paura. Quelli che dovrebbero provare ad analizzarsi un po', perché evidentemente hanno un problema, sono gli omofobi. Loro dovrebbero risolvere la paura che provano, quantomeno per crescere un po' come uomini.

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È ancora polemica per la partecipazione del rapper romano Pretty Solero (nome d’arte di Sean Michael Loria) al Lovefest, la maratona di musica rap/trap, in programma il 12 ottobre presso l'Ex Dogana di Roma.

Giorni fa l’artista aveva infatti annunciato su Instagram che, durante la serata, avrebbe apostrofato come frocio il giornalista de Il Messaggero Marco Pasqua, reo di essere nemico di Roma

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Ieri è arrivata la ferma condanna da parte di Sebastiano Secci, presidente del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli, che ha auspicato una «netta presa di posizione e conseguente dissociazione da parte degli organizzatori dell'Ex Dogana»» e il conseguente «allontanamento dall'evento di Pretty Solero, perché Roma tra i suoi nemici non ha di certo i froci ma i bulli come Pretty Solero».

Nel pomeriggio di oggi è anche intervenuta l’attivista Imma Battaglia, che in un post su Facebook ha scritto: «Sta accadendo qualcosa di improbabile e succede proprio nelle ore in cui tutti noi celebriamo il #ComingOutDay.

L'Ex Dogana è la location che si prepara ad organizzare una #kermessefondamentale per la rinascita della #Sinistra. La grande piazza pubblica scelta da Nicola Zingaretti per quest'occasione, non può e non deve poter ospitare artisti che inneggiano all'odio, alla violenza e all'omofobia.

Per tanto chiediamo a gran voce l'annullamento di questa data e chiediamo l'intervento di #NicolaZingaretti contro questo vergognoso #attaccoomofobo di cui è vittima il giornalista e amico Marco Pasqua, da sempre impegnato nelle lotte a favore dei #dirittiLGBT.

La mia #solidarietà a #MarcoPasqua e tutto il mio sdegno per questi artisti (se così possiamo definirli). Trap, rap, dj. Qualsiasi sia la vostra identità artistica, poco importa d'innanzi all' #omofobia di cui vi siete macchiati».

Ma dai responsabili dell’Ex Dogana nessuna risposta, mentre Pretty Solero su Instagram ha rincarato la dose: «Domani è il giorno. Sono il creatore, l'inventore dell'amore. Mi danno dell'omofobo sui giornali, del fascista, del violentoCavolate. Domani penseremo solo a divertirci, a ballare, a sognare».

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Dopo la denuncia sporta ai carabinieri Christian Murgo ha raccontato su Facebook, nella mattinata di ieri, la drammatica aggressione subita a Pisa in Borgo Stretto da tre adolescenti.

Il pestaggio è avvenuto ai suoi danni e a quelli del compagno Marco Barone, mentre entramni passeggiavamo per le strade della città toscana. Marco, inoltre, ha rischiato di perdere un occhio per i pugni ricevuti. 

A due giorni dall’aggressione abbiamo raggiunto Christian per coglierne stati d'animo e prime valutazioni.

Christian, ti era mai capitato, prima d’ora, di subire un’aggressione a sfondo omofobico? 

Non mi era mai capitato di essere vittima di un'aggressione omofoba, né tantomeno osservarne una. L'accaduto mi ha sorpreso, infatti, in un certo senso, mai avrei pensato di assistere in vita mia a cose del genere.

Quanto influisce, a tuo parere, il clima politico attuale nell’aumento di violenza omofobica nel nostro Paese? 

A mio parere in buona parte, le nostre classi politiche dando il cattivo esempio agli altri, danno automaticamente agli ignoranti la possibilità e la giustificazione per compiere questi atti.

Quale atteggiamento hai riscontrato, quando hai raccontato l'aggressione? Quando avete denunciato l’accaduto, come hanno reagito le forze dell’ordine? 

Non mi sarei mai aspettato tanto calore e tanto interesse dalle persone e dalle comunità che abbiamo attorno. La notizia si è sparsa a macchia d'olio e abbiamo ricevuto tanto sostegno da molte persone. Le forze dell'ordine ci hanno accolto con molta professionalità e sono già all'opera per trovare i colpevoli.

Pensi che questa storia influirà in qualche modo sui tuoi comportamenti in futuro? 

Assolutamente no. Sarò sempre il solito: non avrò paura di continuare a camminare in giro per Pisa, perché non sono colpevole di niente. Sono come tutti gli altri.

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«Siete finocchi?». E, senza neanche dar loro il tempo di reagire, tre adolescenti hanno ieri assalito con sputi e pugni una coppia di giovani fidanzati.

Il pestaggio è avvenuto in Borgo Stretto a Pisa in pieno giorno a danno di Christian Murgo e Marco Barone, che ha rischiato di restare cieco a seguito della frantumazione delle lenti degli occhiali.

Dopo essere stati portati in pronto soccorso, i due giovani hanno sporto oggi denuncia ai Carabinieri, fornendo una descrizione degli aggressori e gli abiti indossati. 

E, in mattinata, Christian così ha raccontato l’accaduto su Facebook: «Questo è quello che succede in questo Paese di merda, dove essere omosessuali e camminare vicini senza nemmeno toccarsi consegue nel vedere il proprio ragazzo prendersi un pugno in faccia da 3 ragazzi.

Ci tengo a specificare che erano italiani, prima che girino le solite stronzate sugli immigrati tanto per cambiare, ragazzi più piccoli di noi, che si sono divertiti a sputarci in faccia, a dirci che gli facevamo schifo ed infine a spaccare gli occhiali in faccia a marco rischiando di fargli perdere un occhio. 

L'unico rimorso che ho è quello di non essere riuscito a prendere più botte di quelle che ho preso per difenderlo e non aver spaccato la faccia a quei 3 imbecilli che stanotte dormiranno nei loro letti divertiti della loro grande conquista. La denuncia è stata fatta e spero vivamente che questi dementi paghino per quello che hanno fatto. Questa è l'Italia».

Nel tardo pomeriggio ha commentato l'accaduto anche Marco Barone, che su Facebook ha scritto: «Sto provando sentimenti contrastanti. Da un lato sono sinceramente lieto per tutto il supporto che sto ricevendo dai miei cari, dall'altro è la prima volta che ricevo attenzione mediatica e, oltre all'essere impacciatissimo nel gestirla, mi fa davvero rabbia che sia per una cosa tanto infame.

Ripeto quel che avevo già scritto sotto il post di Christian: vi prego, non usate quest'occasione né come pretesto per far passare messaggi politici che non mi appartengono, né in particolar modo per propagandare la repressione violenta dei violenti.

Nella mia vita e nelle mie scelte sono sempre stato guidato dall'amore e dalla non violenza. Vi prego, fate altrettanto, o farete il loro gioco, non il nostro».

Ferma condanna dell'accaduto è stata oggi espressa dalla Scuola Superiore Sant'Anna, presso la quale Marco sta concludendo il suo percorso di studio.

In una specifica nota del prestigioso ateneo pisano si legge: «È superfluo ribadire la condanna verso questo gesto, come per ogni atto che implica violenza. Ma è sconcertante notare come gli autori siano tre giovani che, in quanto tali, dovrebbero avere il rifiuto di ogni discriminazione come uno dei riferimenti, civili e culturali, alla base di ogni comportamento.

L'aggressione conferma anche la necessità di proseguire azioni educative per contrastare l'intolleranza, che, nel caso specifico, si è espressa con un'escalation di violenza nei confronti di persone giudicate estranee rispetto al proprio modo di pensare e di agire.

La nostra comunità troverà l'occasione per manifestare la propria vicinanza ai due giovani, rilanciando quel messaggio di rispetto che caratterizza il mondo di pensare e di agire di chi vive e lavora alla Scuola Superiore Sant'Anna. Soltanto dal confronto, leale e corretto, derivano progresso e convivenza pacifica e fruttuosa, a beneficio di tutta la nostra società».

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Sarà presentato questa sera al Florence Queer Festival il documentario Il calciatore invisibile che, scritto e diretto da Matteo Tortora, è stato realizzato grazie alla raccolta fondi per Produzioni dal Basso e al sostegno di Toscana Film Commission, Livorno Film Commission, Regione Toscana e Comune di Livorno. 

Come Rafiki (proiettato il 2 ottobre) Il calciatore invisibile è una delle due anteprime che, nell’ambito dell’importante rassegna giunta alla 16° edizione e diretta da Bruno Casini e Roberta, gode della partnership del Festival dei Diritti promosso dal Comune di Firenze. Incentrato sul tema tabù dell’omosessualità nel calcio, il documentario sarà infatti presentato alle 21:30, presso il Cinema La Compagnia, dal regista, dai giocatori della squadra Revolution Team insieme con gli assessori comunali Sara Funaro e Andrea Vannucci.

Saranno proprio i calciatori della Revolution Team a essere i veri protagonisti della serata, dal momento che la pellicola documentale ripercorre la storia della squadra amatoriale fiorentina composta da giocatori omosessuali.

È noto come negli ultimi anni sempre più atleti, anche di fama mondiale, facciano coming out in quei Paesi dove i diritti della minoranza arcobaleno sono tutelati. Nuoto, atletica, tennis, pallavolo, rugby sono tra le discipline sportive col maggior numero di atleti/e Lgbti a differenza del calcio, dove i coming out effettuti si contano sulle dita.

Il documentario racconta l'attuale stato delle cose, ricordando al pubblico la breve ma complessa lista degli episodi legati alla discriminazione, accaduti in campo, negli spogliatoi o in varie occasioni pubbliche.

Con un impianto classico le interviste ad alcuni dei protagonisti della Serie A italiana, tra cui Alessandro Costacurta, Cesare Prandelli, il vicedirettore della Gazzetta dello Sport Andrea Di Caro, si alternano alle testimonianze dei calciatori della Revolution Team: una squadra da anni in campo, per dimostrare al pubblico che il proprio orientamento sessuale o la propria identità di genere non possono e non devono rappresentare un limite per lo sport che si ama. 

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