Debutta in anteprima, al Napoli Teatro Festival, il nuovo progetto drammaturgico di Fortunato Calvino, regista e autore da sempre vicino al mondo alla comunità Lgbti, che ha più volte raccontato la vita e le esperienze delle persone omosessuali e transessuali con un’attenzione particolare per il mondo dei femminielli napoletani.

Il nuovo lavoro, Fuoriscena, oltre ad avvalersi della partecipazione di una protagonista della scena teatrale napoletana e italiana, come Antonella Morea, nei panni di un’attrice sul viale del tramonto, vede la presenza di un noto mattatore della commedia brillante quale Gino Rivieccio che intepreta, per la prima volta, il ruolo di un omosessuale.

Incontriamo Gino Rivieccio a poche ore dal debutto.

Ci può brevemente descrivere il suo personaggio nello spettacolo Fuoriscena?

Premetto che è un lavoro carico di emozioni, e per questo bellissimo, con punte di leggerezza. Manuele è un uomo gay che vive da solo, lacerato dalla morte del compagno avvenuta anni prima. Ha una vicina di pianerottolo, Gloria, un’ex attrice omofoba e insofferente verso gli omosessuali e il loro mondo. Dopo violenti scontri iniziali il loro rapporto cambierà. Sarà la vita con i suoi accadimenti a far scattare quella sensibilità e quella solidarietà, facendo cadere tutte le barriere e i pregiudizi che entrambi hanno verso il mondo dell’altro.

Il finale a sorpresa rivelerà tutto il crogiolo di sentimenti e di emozioni nascoste fino a quel momento. 

È la prima volta che lei interpreta la parte di personaggio omosessuale? Quanto è difficile non cadere nel cliché e realizzare, invece, un personaggio credibile e reale?

Sì, è la prima volta che mi è stato proposto un personaggio omosessuale. Oggi riconosco che ad ogni attore dovrebbe capitare l'occasione di misurarsi in un ruolo simile. Forse era quello che mi mancava nella mia lunga carriera e mi rendo conto dell'arricchimento interiore che questo ruolo mi ha donato.

Io credo di aver affrontato questa prova semplicemente da attore, immedesimandomi nel personaggio ed evitando qualsiasi macchiettizzazione del gay come, invece, è stato fatto troppo spesso in un certo deprimente cinema commerciale.

Fuoriscena è una pièce che parla anche di esclusione e solitudine. Lei crede che oggi l’Italia sia un Paese che include le persone omosessuali o invece le discrimina? 

Personalmente frequento un ambiente, quello artistico, dove non esistono esclusioni: siamo tutti un po’ matti e un po’ strani, per cui non viviamo il problema dell'accettazione. Ho tanti amici gay tra cantanti e attori, per cui proprio non sento il problema dell'omofobia. Però ti posso dire che spesso c'è un atteggiamento, al contrario, molto selettivo da parte dei gay: probabilmente è un modo di mantenere alte le difese e proteggersi da una società che non è ancora del tutto matura all'accettazione dell'altro.

Ma i tempi sento che sono maturi. Mi auguro che lo diventino anche quelli che finora hanno mostrato un crescente strabismo verso il tema.
 

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Massimo Verdastro è sicuramente uno degli artisti più eclettici e originali del panorama teatrale italiano. Ha lavorato con grandi nomi della scena nazionale e internazionale da Ronconi a Stein, da Cauteruccio ad Avogadro, passando per Tiezzi, Andò e Perriera.

Nel 1991 inizia a collaborare con Nino Gennaro, poeta e politico di strada impegnato nella lotta alla mafia e nella rivendicazione delle istanze di liberazione della comunità Lgbti, raccogliendone, dopo la prematura scomparsa, l'eredità culturale e diffondendone l’opera.

Verdastro ha portato in scena, in questi giorni, il dramma di Christopher Marlowe Edoardo II, nell’ambito del Napoli Teatro Festival, vetrina teatrale di rilievo internazionale giunta ormai alla sua 11° edizione.

La tragedia, la cui regia è firmata da Laura Angiulli, narra il declino e la morte del re d’Inghilterra Edoardo II, a cui sia la moglie che i nobili non perdonano la relazione amorosa con il favorito Gaveston.

Incontriamo Massimo Verdastro poco prima dell’inizio della seconda e ultima replica dell’evento, presso il suggestivo spazio della chiesa di Donnaregina Vecchia, nel centro storico di Napoli.

Massimo, come è il tuo Edoardo II?

In primis, devo dire che questa è stata un’occasione straordinaria che mi ha offerto la regista di questo progetto teatrale, Laura Angiulli. L’Edoardo II è un’opera di grande impatto emotivo scritta da Christopher Marlowe, grande drammaturgo elisabettiano morto a soli 29 anni. Oggi, di quest’opera, colpisce la forza straordinaria di questo re che contrappose i propri sentimenti ai meccanismi del potere. Edoardo II affermò se stesso, la propria persona e il proprio sentire in maniera estrema. Edoardo è un sovrano mosso da sentimenti d’amore più che dagli interessi del regno. È l’amore che spinse Edoardo II a opporsi agli interessi del potere costituto, rappresentati dai nobili della corona e verrà punito con una morte atroce proprio per questo.

E qual è il delitto di Edoardo II? Amare un giovane. Il suo delitto è la sua natura: essere omosessuale. E, naturalmente, essere anche un uomo di profondi sentimenti.

Secondo te, oggi, un componente di governo potrebbe amare liberamente in Italia una persona del proprio stesso sesso o sarebbe un problema?

Purtroppo, credo potrebbe essere ancora un problema. Abbiamo lottato anni e anni per permettere a ognuno di esprimere liberamente la propria persona e i propri sentimenti. Mi sembra che adesso stiamo tornando indietro e questo mi rammarica molto. Noi però continuiamo a lottare.

La coppia dei due amanti costituita, appunto, da Edoardo II e Gaveston, in questa messinscena, sembra diversa rispetto a quella proposta tradizionalmente in teatro e ripresa anche dal film di Derek Jarman. Infatti Gaveston, interpretato da Gennaro Maresca, non è un ragazzo vanitoso e imberbe. Qual è la forza di questa scelta?

Laura Angiulli si è allontanata dal cliché del sovrano che ama il giovinetto sfrontato, interessato al potere ed efebico. In questa messinscena tra i due amanti esiste un sentimento vero e profondo. E il pubblico segue l’amore vero di Edoardo per un uomo giovane, ma non giovanissimo, che non corrisponde all’immagine sdolcinata dell’iconografia tradizionale. Il Gaveston di questa messinscena ha un aspetto virile, insomma, e questa è una nuova e interessante chiave di lettura.

Al centro di quest’opera c’è anche il tema dell’esclusione. L’esclusione è una condizione ricorrente nella fenomenologia esistenziale delle persone omosessuali…

Spesso gli uomini sono costretti a reprimere i propri sentimenti e non manifestarli liberamente. Io ho voluto creare un Re Edoardo che grida il suo amore: lo grida in maniera esagerata, folle. Ho voluto espormi in maniera molto libera per ricordare la libertà che merita l’amore.

 

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Perché mi definisco essere umano. Questo il titolo della manifestazione che ieri sera ha portato centinaia di persone nella piazza centrale di Angri (Sa) a reagire all’evento Perché non mi definisco gay che, organizzato da Punto Famiglia e dalla Comunità di Emmaus in collaborazione con l’associazione Courage, si è svolto in contemporanea presso la Cittadella della carità “Don Enrico Smaldone”, rigorosamente a porte chiuse (nonostante la locandina parlasse esplicitamente di ingresso libero).

Ciò che ha spinto da giorni i cittadini angresi e tante associazioni alla mobilitazione di piazza è senza dubbio il contenuto dell’incontro, ispirato all’omonimo titolo del libro di Daniel Mattson che, presente ad Angri, ha testimoniato la propria esperienza di negazione dell’identità omosessuale quale viatico per trovare la pace come uomo creato a immagine e somiglianza a di Dio.

La presentazione del volume è stata inoltre caratterizzata dalla proiezione del documentario Il desiderio delle colline eterne, che narra la storia di tre persone omosessuali impegnate nel cammino della castità e raggiunte dalla pace grazie all’amore di Cristo. Un evento, insomma, che eleva l’esperienza individuale della castità a norma di comportamento universale per le persone omosessuali che, nell’astensione dalla concreta realizzazione del proprio legittimo desiderio di amare e essere amati, troverebbero un presunto riscatto esistenziale.

Anche se rivolta direttamente alle persone omosessuali cattoliche, l’operato di Courage veicola, di fatti, il generale messaggio d’un esercizio negativo della sessualità al di fuori dell’ambito matrimoniale, che riguarda esclusivamente due persone di sesso opposto. Una visione, quella dell’organizzazione internazionale diretta dal sacerdote Paul Ceck (ex capitano dei Marines) e fatta propria da Mattson, in totale antitesi a quella espressa dal gesuita James Martin, consultore della Segreteria per la Comunicazione, nel suo libro Building a bridge.

Nonostante una pubblica dichiarazione di smentita di Courage International con riferimento all’evento di Angri, le istanze dell’organizzazione sono implicitamente correlate alle cosidddette terapie riparative come, d’altra parte, testimoniato da una specifica inchiesta de L’Espresso. Ecco il perché della mobilitazione delle associazioni che hanno partecipato a Perché mi definisco essere umano.

Tantissime le voci che hanno ricordato che, in uno Stato laico e democratico, le differenze devono essere valorizzate e ogni essere umano deve essere incluso e deve legittimamente godere di pari diritti senza distinzione e senza discriminazioni fondate su orientamento sessuale e identità di genere.

Erano presenti in piazza e hanno preso la parola le associazioni angresi Diparipasso, Officine delle idee, Controra e Stay Angri, La Bottega del consumo critico di Nocera Inferiore, il Collettivo transfemminista Autodeterminiamoci di Salerno, Human Gender di Salerno, Zap! di Napoli, Agedo Napoli con la presidente Carmela Smaldone, Arcigay Salerno con il presidente Francesco Napoli, Arcigay Napoli con i delegati Daniela Lourdes Falanga, Claudio Finelli e il presidente Antonello Sannino, l’Associazione di Omosessuali Cristiani Ponti Sospesi con il presidente Antonio De Chiara, la dissacrante e goliardica Chiesa Pastafariana e tanti altri.

Preziosi contributi alla realizzazione della mobilitazione di piazza sono stati anche quelli di Maria Sole Limodio, Nicola Ingenito, Chiara e Francesca Postiglione, dei consiglieri comunali di Angri, Carmen Fattoruso, Eugenio Lato e dell’artista Gerardo Amarante.

Infine, va segnalato che al termine della manifestazione, un piccolo gruppo di militanti di Arcigay Napoli e Agedo si sono recati davanti ai cancelli della Cittadella della Carità per ricordare, a quanti erano presenti all’evento , la violenza implicita in una manifestazione che sostiene la via della castità come unica possibilità di felicità per chi scopre di essere omosessuale o transessuale.

Tanto più che alla presentazione del libro di Mattson erano presenti don Silvio Longabardi, esperto di pastorale familiare, e il vescovo locale Giuseppe Giudice, la cui diocesi è stata anch’essa interessata dalla recente questione dei sacerdoti impegnati in una via del tutto opposta a quella della castità tanto decantata da Courage e Mattson.

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Sacerdozio, accesso al seminario e omosessualità. Un tema in sé antico ma trattato solo recentemente da Oltretevere con determinati pronunciamenti disciplinari. Non si va infatti al di là del 2005 quando Benedetto XVI approvò una specifica Istruzione della Congregazione per l’Educazione cattolica, i cui contenuti sono stati ripresi ed esasperati nei toni dalla recente Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis della Congregazione per il Clero dal titolo Il dono della vocazione presbiterale (approvata l'8 dicembre 2016 da Francesco).

Si scorrano i precedenti documenti vaticani o conciliari. Si compulsino pure i classici manuali di telogia morale – soprattutto quelli di Alfonso de’ Liguori per oltre due secoli (a partire dal XIX secolo) punto “canonico” di riferimento per quella che Ratzinger ama chiamare ortoprassi –. Ma al riguardo non si troverà parola alcuna. Per il patrono dei moralisti, appunto Liguori (noto ai più per aver scritto Tu scendi dalle stelle), a contare è unicamente la castitas probata, di cui il vocato deve dare prova prima di accedere agli Ordini per lo spazio minimo di un anno. Castità provata, ossia non esercizio della sessualità (compresa la masturbazione) senza alcuna distinzione tra rapporti con persone di sesso opposto o dello stesso sesso.

È pur vero che quelli dell’orientamento sessuale e della condizione omosessuale sono dati su cui psicologia e antropologia hanno fatto luce solo in un passato relativamente recente. Il che spiega l'unico concentrarsi di teologi e magistero, fin quasi ai nostri giorni, su quello che veniva, e da taluni ancora definito, “vizio nefando o innominabile”. Ma è pur vero che, posta una dettagliata classificazione delle varie inadempienze al sesto comandamento secondo una scala di progressiva gravità (ma al di sotto della sodomia c’erano pur sempre la bestialità, la necrofilia e il “coito coi demoni”), a interessare con riferimento a seminaristi e sacerdoti era, stringi stringi, soltanto un aspetto: l’osservanza della castità e, ovviamente per gli ordinati, l’obbligo celibatario.

Il trasgredirlo con uomini poneva unicamente il problema morale della species peccati. Ma da un punto di vista sanzionatorio nessuna differenza con chi l’avesse fatto con donne: rinvio dell’ordinazione o dimissioni dal seminario per gli aspiranti, sospensione o dimissioni dallo stato clericale «per il chierico concubinario […] e il chierico che permanga scandalosamente in un altro peccato esterno contro il sesto precetto del Decalogo». Citazione, quest’ultima, che, tratta dal vigente Codice di Diritto Canonico (can. 1395, §1), non fa altro che ricalcare i precedenti disposti canonici compresi quelli del Codice piano-benedettino.

Le prese di posizione da Ratzinger a Bergoglio in tema di formazione seminariale e omosessualità inaugurano dunque una nuova stagione – in totale rottura col passato –  che per i difensori di Oltretevere risponderebbero a un mutato clima. Quello, cioè, affermatosi con il contemporaneo movimento di liberazione omosessuale, sprezzantemente indicato dalla citata Ratio fundamentalis (nr. 199) con la «cosiddetta cultura gay», ai cui sostenitori devono essere sbarrate le porte dei seminari secondo la Ratio fundamentalis bergogliana. Ma non solo.

Stesso trattamento non solo per chi pratica l’omosessualità (come, d’altra parte, l’eterosessualità: il che è pienamente comprensibile col vigente obbligo celibatario dei presbiteri) ma anche per chi presenta «tendenze omosessuali profondamente radicate». Affermazioni, quest’ultime, non solo ambigue (che cosa intendono per tendenze Bergoglio, il cardinale Beniamino Stella e i componenti della Congregazione per il Clero si piacerebbe capirlo) ma pericolose in quanto sottendono una concenzione patologizzante dell’omosessualità da cui, in molti casi, “si potrebbe guarire”. Non a caso le teorie riparative di Nicolosi e associazioni come Courage sono viste con benevolenza da Oltretevere e larga parte dell’episcopato.

In questo scenario s’innestano le recenti dichiarazioni di Bergoglio alla 71° Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana. Dichiarazioni che sono anche da leggersi alla luce degli scandali che hanno travolto numerose diocesi del Sud Italia a seguito del “dossier Mangiacapra”. Ma una cosa è riflettere sulle cause che portano seminaristi e sacerdoti a non vivere la castità, un’altra è problematicizzare il tutto sull’omosessualità.

La questione di fondo resta soltanto una: l’obbligo celibatario per i chierici. Obbligo che, come la storia bimillenaria della chiesa insegna, prescinde dall’orientamento sessuale. Le parole bergogliane: «Se avete anche il minimo dubbio che siano omosessuali, è meglio non farli entrare» o, peggio ancora, «Abbiamo affrontato la pedofilia e presto dovremo confrontarci anche con quest'altro problema: l’omosessualità» suonano non solo offensive ma fortemente ipocrite. E qui non c’è bisogno di scomodare Dante, Lutero o le carte d’archivio per provare, oggi come per il passato, il numero elevatissimo di seminaristi, preti e vescovi omosessuali. Chiunque potrebbe addurre qualche testimonianza in tal senso a partire da un diffuso costume clericale di parlare al femminile.

Qui si tratta, soprattutto per Bergoglio (a meno che la sua non sia un’operazione di whitewashing o di cerchiobottismo), di conciliare affermazioni come quelle rivolte alla Cei e le altre, quasi in contemporanea, su «Dio ti ha fatto in questo modo e ti ama in questo modo. Devi essere felice di chi tu sia» (ma se ne potrebbero citare altre, cui la stampa ha dato spesso, con acritico entusiasmo, risonanza) rivolte al cileno Juan Carlos Cruz.

Giustamente il teologo gesuita Paolo Gamberini ha scritto su Facebook: «Se l'astinenza dall’esercizio della sessualità è richiesta nei candidati al sacerdozio (omosessuali ed eterosessuali allo stesso modo), i formatori in seminario dovrebbero valutare in quelli tale capacità e non esaminare se sono omosessuali o eterosessuali».

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Una denuncia singolare ma icastica quella che l’accademico 60enne Andrea Cozzo, ordinario di lingua e letteratura greca presso l’Università di Palermo, ha pubblicamente sporto contro l’annullamento della giornata di studi Lgbt: richiedenti asilo, orientamento sessuale e identità di genere prevista ieri all’ateneo di Verona. Giornata di studi che, presa di mira da Forza Nuova e CasaPound, era per il rettore Nicola Sartor oggetto di troppe strumentalizzazioni.

E così, ieri mattina, il professore Cozzo si è presentato a lezione con una t-shirt recante, sul davanti, la scritta Io sono omosessuale e, sulle spalle, quella Siamo tutti omosessuali. L’aveva annunciato con un post su Facebook, cui ne è seguito un secondo con tanto di foto in aula dalla ore 12:00 alle 14:00: Oggi, a lezione, per dire no all'omofobia.

Per saperne di più, lo abbiamo raggiunto telefonicamente

Professore Cozzo, lezione in t-shirt dal messaggio inequivocabile. Ma facciamo un passo indietro. Qual è stata la sua prima reazione quando ha sentito dell’annullamento del convegno sui migranti Lgbt da parte del rettore dell’Università di Verona?

Francamente stentavo a credere alle mie orecchie o, meglio, ai miei occhi visto che ho letto la notizia. Ho sperato a lungo che fosse una bufala. Anzi, continuo a illudermi che sia così per non dare una valutazione troppo negativa dell’università italiana. E, qui, non si tratta di chiudere gli occhi ma di guardare in positivo. Non voglio dunque criticare ma guardare avanti e dire: No, l’università italiana è un’altra cosa. Se esiste quella, non lo so. Ma se esistesse, dev’essere compensata dall’altra università. Quella che, invece, crede che cultura ed emancipazione sociale sono la stessa cosa e non due realtà differenti.

Ha deciso allora d’indossare l’oramai famosa t-shirt?

In realtà, l’ho indossata per la prima volta il 22 maggio in università al convegno sulla natura Forme, parole e metafore della physis. Ho tenuto una relazione su sessualità naturale e sessualità non naturale in un’opera delle Pseudo-Luciano. Sono abituato a far interagire il lavoro specialistico col presente, occupandomi di temi antichi che abbiano una risonanza nel presente.

Sapevo che era una tema che avrebbe suscitato discussione. Ho voluto, dunque, esplicitare il rapporto coi presenti non soltanto con la lettura dell’analisi dell’operetta pseudolucianea ma anche con la mia pelle, per così dire, col mio corpo mostrando cosa volevo dire con riferimento al presente. E, visto che in quest’operetta si contrappongono due tesi, una che sostiene l’innaturalità dell’omosessualità, l’altra che la difende come elemento culturale superiore alla necessità della natura, ho esplicitato così il mio pensiero.

Qual è stata la reazione dei colleghi e degli studenti?

Da parte dei colleghi non c’è stata alcuna opposizione. Alcuni di loro, piuttosto, si sono limitati a guardarmi tra lo stranito e il severo. Da parte degli studenti c’è stata invece un’accoglienza positiva tanto più che alcuni di essi sono dichiaratamente omosessuali. Ho visto davvero brillare i loro occhi. Per me è stato un momento bellissimo. Ho subito pensato: Ho fatto del bene, perché sono persone che non trovano appoggio nella società e un tale gesto è stato per loro significativo. Per la prima volta è come se avessero sentito di non essere soli. Non appena ho letto la notizia del covegno annullato, non ho avuto nessun dubbio che era il caso di replicare.

E le reazioni?

Anche, in questo caso tutte positive.

Professore, riallacciandoci al tema di natura, è noto come si faccia spesso riferimento in area cattolica al concetto d’innaturalità dell’omosessualità con riferimento al parà fusin di Paolo. Da filologo qual è la sua valutazione?

Si tratta d’un’espressione da contestualizzare in un periodo ben determinato e in una cultura ben determinata: quella ebraica che era molto diversa da quella greca. Il monoteismo ebraico era la religione dogmatica d’allora perché, mentre i politeisti erano disponibili ad accogliere qualsiasi altra divinità, i monoteisti (ossia gli ebrei e i cristiani che, in qualche modo, ne erano una costola) erano gli unici dogmatici non disposti a ciò.

Essi adoperavano piuttosto dei mezzucci - mi si consenta il termine - per cercare d’inserirsi in maniera soft nel politeismo. Paolo, quando va ad Atene, fa riferimento al Dio ignoto (θεὸς ἄγνωστος), di cui aveva letto su un’ara, per dire: Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio. Insomma, anziché parlare con chiarezza, cerca d’intrufolarsi all’interno del politeismo inaugurando quella linea che sarà perseguita fino a Costantino e che avrebbe portato all’affermazione del monoteismo cristiano.

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Il cambiamento per dirsi tale deve passare attraverso gesti concreti. In caso contrario le parole di preannuncio resteranno flatus vocis e suoneranno da scherno a chi ne attendeva l’attuazione.

Gli ultimi due giorni resteranno a tal riguardo indicativi d’un effettivo mutamento di relazionarsi con le persone Lgbti da parte di alcuni esponenti dell’episcopato italiano. E, per giunta, di rilievo.

A partire dall’agire felpato del vescovo di Bergamo Francesco Beschi che, senza pronunciamenti formali, ha spinto il guardiano del convento dei cappuccini orobici ad annullare l’adorazione eucaristica del 21 maggio in riparazione del Pride locale.

Promosso dal Circolo del Popolo della Famiglia di Seriate con l’adesione del Comitato provinciale bergamasco dello stesso partito adinolfiano, del Movimento per la Vita della Val Cavallina, di Intercomunione Bergamo/Brescia, dei circoli locali de La Croce e del Movimento Preghiera delle mamme, il momento paraliturgico non avrà più luogo.

«Il Pdf, per il senso di responsabilità che nutre nei confronti della diocesi di Bergamo - si legge nel comunicato ufficiale del circolo promotore –, ha ritenuto opportuno annullare l’iniziativa, fatto che non impedirà di proseguire il proprio impegno a tutela e salvaguardia della vita e della famiglia».

Da atti inibitori ad atti propositivi: come quello di Corrado Lorefice, arcivescovo metropolita di Palermo, che ha composto il testo d’una preghiera da leggersi al termine delle messe festive del 12 e 13 maggio.

In essa, mentre si deplorano con fermezza le «espressioni malevole e azioni violente» nei riguardi delle persone omosessuali, si invoca per i cristiani un’adesione «alla grazia dell'Evangelo, perché testimonino e annuncino, con audacia profetica, l'incondizionato rispetto dovuto ad ogni persona e denuncino ogni forma di discriminazione ed emarginazione».

Preghiera che, scritta in prossimità della Giornata internazionale contro l’omotransfobia, sarà appunto letta la sera del 17 maggio nel corso della specifica veglia ecumenica itinerante tra Piazza Politeama e la Parrocchia di S. Lucia al Borgo.

Un gesto consimile ma più fortemente significativo arriva da Reggio Emilia, dove il 20 maggio si terrà presso la parrocchia di Regina Pacis la seconda edizione della veglia di preghiera per il superamento dell’omofobia, della transfobia e ogni forma di intolleranza voluta da don Paolo Cugini.

Veglia che, fortemente osteggiata nel 2017 dallo stesso vescovo locale Massimo Camisasca e con toni di corale protesta da gruppi di cattolici tradizionalisti, è stata nelle scorse settimane nuovamente al centro di polemiche infuocate e attacchi reiterati da parte del neonato Gruppo di preghiera-riparazione 20 Maggio.

Tanto più che quest’anno l’iniziativa – agli occhi dei contestatori nostalgici d’un cattolicesimo piano – sarebbe aggravata da un «orientamento interreligioso-pancristiano» dovuto alla partecipazione della pastora battista Lidia Maggi. Ma a finire questa volta nel mirino del presidente Alessandro Corsini e dei suoi sodali lo stesso ciellino Camisasca per aver preso parte, il 16 aprile, a un incontro col Gruppo Cristiani Lgbt presso la parrocchia Regina Pacis.

Dopo le dichiarazioni di Don Paolo Cugini a Gaynews i toni hanno raggiunto un tale parossismo da indurre alcuni quotidiani cattolici conservatori a rilanciare per l’occasione i concetti di omosessualismo e omoeresia e spingere taluni a un’operazione di mailbombing nei riguardi di Camisasca perché vietasse “l’indegna veglia”.

Ma gli effetti sono stati esattamente contrari a quelli sperati. Tanto più che il forzare la mano all’autorità episcopale suona ancor più inaccettabile se di quella autorità ci si va proclamando vindici e difensori menzionando Tridentino, Sillabo e Catechismo di S. Pio X. Infatti non solo il vescovo Camisasca non ha annullato la veglia del 20 maggio ma ha ufficialmente comunicato che a presiederla sarà proprio lui.

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In vista della XV° Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia (anche conosciuta con l’acronimo Idahobit), che si celebrerà al solito il 17 maggio secondo il tema dell’anno Solidarietà e alleanze, si è tenuta stamane a Roma, presso Palazzo Madama, la presentazione della raccolta di racconti Storie Fuorigioco. Omosessualità e altri tabù nel mondo del calcio, scritta dall’attivista catanese Rosario Coco.

La manifestazione, organizzata da Gaynews e promossa in collaborazione con Gaycs, è venuta anche  a cadere nel ciclo di eventi in preparazione ai prossimi Eurogames, che si terranno a Roma nel 2019.

Edita per i tipi catanesi Villaggio Maori e prefata da Francesco Lepore, la raccolta di sei racconti ha offerto lo spunto per affrontare in Sala Nassirya il tema delle discriminazioni omo-transfobiche, la loro connessione con il sessismo e con le altre forme di intolleranza attraverso la lente di ingrandimento dello sport.

Ad aprire gli interventi la senatrice Monica Cirinnà che, ricordando l’imminente anniversario dell’approvazione della legge sulle unioni civili e fornendo i relativi dati numerici forniti dal ministero dell’Interno in riferimento alle celebrazioni effettuate fino al 31 dicembre 2017, ha rilevato come proprio il senso di responsabilità (tanto invocata quanto verbalmente abusata negli ultime mesi da politici dei diversi schieramenti) debba animare ciascuno a procedere nel cammino dei diritti. Cammino che, con ogni probabilità, si annuncia tutto in salita per i prossimi anni.

Significative altresì le dichiarazioni della giornalista Delia Vaccarello e del presidente di Aics Bruno Molea, al cui impegno nella scorsa legislatura è da attribuire l’ottenimento della legge conosciuta sotto il nome di ius soli sportivo.

Vari gli esponenti del mondo associativo che hanno indirizzato parole di incoraggiamento all’autore: Adriano Bartolucci (presidente di Gaycs), Leonardo Monaco (segretario di Certi Diritti), Sebastiano Secci (presidente del Circolo Mario Mieli e portavoce Roma Pride), Angela Nava (presidente Coordinamento Genitori Democratici e portavoce del Coordinamento Laicità Scuola Salute), Mattia Di Tommaso (responsabile Nazionale italiana calcio gayfriendly) e Riccardo Russo (componente del gruppo universitario Prisma Sapienza). Il tutto intervallato dalla coinvolgente lettura di alcuni brani del volume presentato da parte di Tom Dacre, Alessandro Paesano nonché di una figura storica del movimento Lgbti italiano quale Vanni Piccolo.

A concludere lo stesso autore che, fra l’altro, ha fatto proprie le parole rilasciate da Franco Grillini, direttore di Gaynews e presidente di Gaynet, a commento dell’iniziativa: «Proprio nel mondo sportivo si concentra la più ampia somma di pregiudizi, di tabù e di vera e propria omofobia. Per questo libri e studi su questo argomento sono importantissimi. Cambiare mentalità nel mondo dello sport significa quasi fare una rivoluzione».

 

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Per il secondo anno a Reggio Emilia si terrà presso la parrocchia di Regina Pacis una veglia di preghiera “per il superamento dell’omofobia, della transfobia e ogni forma di intolleranza”.

Fissata al 20 maggio in occasione della Giornata mondiale contro l’omotransfobia (17 maggio), la manifestazione religiosa sarà caratterizzata dalla riflessione della teologa e pastora battista Lidia Maggi. Un evento, al contempo, in linea di continuità con quel ciclo di lezioni sulla teologia delle donne che, organizzato dal Gruppo Amiche di Reggio Emilia in collaborazione con Cammini di speranza e l’associazione Fondo Samaria, ha visto susseguirsi (dal 18 dicembre 2017 al 23 aprile scorso) presso l’Hotel Astoria nomi dal calibro di Selene Zorzi, Teresa Forcades, Antonietta Potente e Maria Soave Buscemi.

Ma la veglia di preghiera è stata presa d’attacco da alcuni cattolici tradizionalisti che, costituitisi per l’occasione nel Gruppo di preghiera “20 maggio”, hanno annunciato un’opposizione «all'evento in maniera attiva, anche con preghiera di riparazione» alla luce di quanto stabilito in maniera definitiva dal Catechismo di San Pio X.

Una riedizione di quanto già verificatosi nel 2017 allorquando, sotto il nome di Comitato Beata Giovanna Scopelli, per lo più le stesse persone indissero pubbliche preci soddisfattorie, il cui culmine fu costitutito dalla processione in concomitanza col REmiliaPride del 3 giugno. Non senza attacchi reiterati a don Paolo Cugini, responsabile dell’Unità pastorale 5 di Reggio Emilia e parroco pertanto di Regina Pacis, colpevole ai loro occhi d’aver organizzato la veglia di preghiera e aver costituto un gruppo di cristiani Lgbt.

I toni assunsero una tale virulenza da costringere il vescovo di Reggio Emilia Massimo Camisasca a uscire da un riserbo attendista: fu così che il presule, nello scendere in difesa del sacerdote e della bontà della veglia di preghiera da lui organizzata, spese al contempo parole di vicinanza agli organizzatori della susseguente processione riparatrice (pur sconfessandone però la personale partecipazione) e ribadì la dottrina cattolica in materia di omosessualità con riferimento al Catechismo del 1997. Un non facile equilibrismo per il vescovo d’estrazione ciellina e sostenitore di Courage in diocesi che, giorni dopo il REmiliaPride, era  pur sempre a Correggio a partecipare a una delle tante tappe delle conferenze-concerto di Amato-Povia.

Ma ciò non ha salvato quest’anno Camisasca dalle accuse di cerchiobottismo da parte dei cattolici tradizionalisti locali. Per il 31enne Alessandro Corsini, infatti, responsabile del Gruppo di preghiera-riparazione 20 Maggio, se la partecipazione della pastora Maggi aggrava il tutto per «l’orientamento interreligioso-pancristiano dell’evento» sulla base di testi magisteriali quali il Sillabo di Pio IX, la Mortalium animos di Pio XI e l'Orientalis ecclesiae di Pio XII, è parimenti insostenibile la precedente partecipazione del vescovo di Reggio Emilia all’incontro del 16 aprile coi cristiani Lgbt presso la parrocchia di Regina Pacis. Perché per Corsini «a chiamata alla santità per una persona con tendenze omosessuali passa inevitabilmente dallo sposare la castità assoluta».

Sulla questione è intervenuto Alberto Nicolini, presidente del locale comitato d’Arcigay, che ha dichiarato ai nostri microfoni: «Non ci interessano le diatribe interne a correnti ecclesiastiche, ma i fatti: da una parte uno sparuto gruppetto di reazionari, nel senso che non esistono se non quando reagiscono ad altri, e dall'altra un parroco che ascolta le persone e offre comprensione e guida nell'accettare sé stessi o un familiare. Arcigay Reggio Emilia non può che abbracciare un gruppo di sostegno alle persone Lgbti e in particolare un evento che pone la visibilità e la lotta all'omofobia interiorizzata al centro.

Personalmente ho grande stima di Don Paolo, conosco diverse persone che partecipano al gruppo e ne traggono enorme giovamento, e accompagnerò alla veglia alcuni ragazzi nigeriani gay che sono molto religiosi, e che sono sconvolti e felici che esista una chiesa che anziché perseguitarli, li accoglie e li chiama per nome».

Per sapere il parere del diretto interessato, abbiamo contattato il parroco di Regina Pacis.

Don Paolo, com’è nata l’idea di una veglia per superare l’omofobia e la transfobia?

Organizzata per la prima volta lo scorso anno in occasione della Giornata mondiale contro l’omotransfobia, la veglia è stata voluta quale momento forte di preghiera e condivisione alcuni mesi dopo la costituzione in parrocchia del Gruppo di Cristiani Lgbt. È stata fortemente osteggiata al pari di ogni attività connessa al Gruppo.

Come si è costituito il Gruppo di Cristiani Lgbt?

Il gruppo è stato costituito nel settembre 2016. È nato dalla richiesta di una coppia di genitori che avevano scoperto d’avere un figlio omosessuale. Dopo uno stato iniziale di disperazione si sono rivolti ad Agedo Parma e, rasserenatisi, mi hanno proposto di fare qualcosa a Reggio Emilia a sostegno di persone Lgbti e dei loro familiari. E così da un primo momento conviviale seguito da un incontro di preghiera si è sviluppata progressivamente quella realtà che è appunto il Gruppo di Cristiani Lgbt. Secondo uno stile ben preciso: mettere al centro la persona prima della dottrina.

Noi accogliamo le persone e le ascoltiamo indistintamente: non c’interessa da dove vengano e che cosa facciano. Lo stile, insomma, indicato da Bergoglio nell’Evangelii gaudium e nell’Amoris laetitia. Siccome tutti provengono da esperienze di discriminazione o di maltrattamento da parte di sacerdoti in Confessionale, abbiamo voluto dar loro l’idea di trovare uno spazio di Chiesa umana. Le persone che bussano alla nostra porta sanno di poter trascorrere delle ore in serenità tra una pizza e momenti di preghiera in comune. Sanno di potersi raccontare in tranquillità.

Che cadenza hanno tali incontri e come sono strutturati?

I nostri sono incontri mensili. Ci ritroviamo un lunedì alle 19:30: si mangia una pizza e poi si prega nella chiesa parrochiale. E arrivano sempre persone nuove: si avvicinano sia genitori di figlie o figli omosessuali – soprattutto mamme – sia coppie di gay e lesbiche. Il nostro gruppo ha due caratteristiche peculiari: la presenza numericamente significativa di donne lesbiche e l’inquadramento dello stesso (un caso quasi unico in Italia) nella pastorale ordinaria. Vengono al riguardo affissi gli avvisi sulle attività del gruppo e se ne dà notizia sul bollettino parrochiale, dove sono pubblicati anche articoli scritti da componenti del Gruppo dei Cristiani Lgbt. Da quest’anno accanto al percorso spirituale abbiamo avviato anche quello formativo: ogni 15 giorni ci si incontra, si leggono testi teologici e si avvia una proficua discussione. Incontri traseversali perché aperti a tutte e tutti i parrocchiani.

Qual è stata la reazione del clero reggiano?

La veglia dello scorso anno, anche se osteggiatissima da gruppi di destra, ha visto la partecipazione di dieci sacerdoti, alcune suore e tantissima gente. Durante l’anno la collaborazione scarseggia anche se agli ultimi incontri mensili hanno preso parte due sacerdoti.

E quella di mons. Camisasca?

Camisasca osserva con attenta cautela. Il vescovo ha partecipato in realtà a due incontri. Dopo una posizione molto rigida in occasione della veglia del 2017, lui ha accettato il mio invito a rendersi conto di persona di quanto avviene nei nostri incontri. La prima volta si è fermato solo per la pizza. La seconda volta, cioè il 16 aprile, ha preso anche parte al momento di preghiera. Ha detto cose molto belle sul mistero della persona, sulla necessità dell’accoglienza.

Che cosa pensa degli attacchi ricevuti dal Gruppo 20 Maggio?

Sono affermazioni che m’intristiscono soprattutto alla luce dei grandi atteggiamenti di apertura messi in campo da Papa Francesco.

E delle affermazioni sull’assoluta castità quale unica via d’uscita per le persone omosessuali alla luce anche di testi magisteriali?

Facciamo fatica noi preti a vivere la castità. Immaginarsi se la si può imporre a vita a persone laiche pur credenti.

È poi interessante il dato dei testi citati da questi soggetti con riferimento, ad esempio, alla partecipazione della pastora Maggi. Si dichiarano supercattolici e poi sono contro il Vaticano II, contro Papa Francesco. I testi che Corsini cita sono tutti antecedenti ai documenti conciliari. Ci bollano come eretici e poi loro stessi sono contro il Concilio e contro il Papa.

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Una lettera con insulti omofobi e minacce di morte. Il tutto corredato d’una foto di due uomini con cappio al collo pronti per essere impiccati. Questa la missiva che, indirizzata al noto massmediologo Klaus Davi (opinionista del programma tv L’Arena condotto da Massimo Giletti su La7) e recapitata nella sede della sua agenzia milanese, viene pubblicata in esclusiva da Gaynews.

Il giornalista è da tempo bersaglio di lettere minatorie e aggressioni fisiche. Episodi sui quali pendono inchieste della Dda di Reggio Calabria e della Procura di Vibo Valentia. Recante il timbro di Lamezia Terme, l’ultima lettera è stata recapitata al suo staff nei giorni scorsi. Tra i vari insulti, anche, Hai rotto il cazzo brutto pezzo di merda frocio

È noto come tra i temi più volte affrontati da Davi ci sia anche la spinosissima questione dell’omosessualità nella 'ndrangheta. A questo proposito il massmediologo si è battuto per fare intitolare a Gioia Tauro una via a Ferdinando Caristena, ucciso nei primi anni '90 del secolo scorso per aver avuto una lunga relazione con l’esponente di una famiglia ndranghitista e per aver tentato di sposarne la sorella. L’inaugurazione è avvenuta il 5 novembre a Gioia Tauro alla presenza dell'attuale procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho, che ha pubblicamente ringraziato il giornalista.

Davi ha anche pubblicato un’intervista a un ragazzo gay che ha rivelato di essersi prostituito nel quartiere di Archi a Reggio Calabria, regno dei boss.

Minacce di morte e insulti omofobi sono all’ordine del giorno. Molti commenti si possono leggere tranquillamente  sulle bacheche dei filmati di Davi e non lasciano adito a dubbi: uno vero e proprio stillicidio di insulti, ingiurie, attacchi omofobi e minacce alla sua incolumità. Interpellato, il  giornalista preferisce non commentare: “Sono all’ordine del giorno per chi fa questo lavoro. Sarò presto a Rosarno e nella Locride per continuare le mie inchieste.” 

Proprio in questi giorni sta per iniziare un processo a Vibo Valentia per le percosse subite da Davi ad opera di esponenti d'un clan locale dopo che aveva tentato di intervistare la mamma di un pentito. 

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La platea e il palco sono ricoperti da foglie di carta, rosse e gialle. Sulla scena la testiera in metallo di un letto, e una finestra montata su una cornice autoreggente su ruote.

Quando lo spettacolo inizia una giovane donna, illuminata solamente da una lampadina tascabile, si rivolge al giudice in quella che sembra la deposizione per un crimine da lei commesso.

Poi, un giovane uomo, in divisa della prima guerra mondiale, si rivolge a sua moglie Louise, augurandosi di tornare presto da lei mentre la vita della trincea lo attanaglia e lo vince.

Ecco dunque un’altra donna, una ferita sanguinante alla tempia, che si avvicina al giovane soldato, cantando le parole di Parle moi d’amour, accovacciandosi per stare alla sua altezza mentre lui saggia il sangue che le esce dalla ferita.   

Chi sono questi personaggi? Sono il giovane Paul Grappe e sua moglie Louise Landy passati alla cronaca lui come disertore che per evitare l’arresto e la fucilazione ha assunto identità femminile, con lo pseudonimo di Suzanne Landgard, lei per aver sparato a morte al marito, nel 1928, per difendere se stessa e il loro figlioletto di due anni, che morirà a causa di una meningite pochi giorni dopo il padre.

Conosciamo questa storia dalle pagine dei giornali, che si occuparono del caso di Paul che, presentatosi alle forze dell’ordine per beneficiare dell’amnistia, ottenne notorietà per il suo passato en-travesti, e per l’istruttoria della polizia in seguito all’omicidio di Paul per mano di Louise.

Il loro caso, celebre in Francia alla stregua di quelli successivi delle Sorelle Papin e di Violette Nozière, è stato portato ala ribalta nel 2011 dal libro La garçonne et l'assassin: Histoire de Louise et de Paul, déserteur travesti dans le Paris des années folles di Fabrice Virgili e Danièle Voldman, ed. Payote. Il libro è stato pubblicato in italiano nel 2016, mantenendo il titolo originale, La garçonne e l'assassino. Storia di Louise e di Paul, disertore travestito, nella Parigi degli anni folli per Viella editore, con l’aggiunta preziosa di un approfondimento storico di Teresa BertilottiChloè Cruchadet nel 2013 ne trae la graphic novel Mauvaise Genre (t.l. Genere cattivo) pubblicata in Italiano nel 2014 col titolo Poco raccomandabile per la Cocconino Press.

La storia di Paul/Suzanne è molto semplice nella sua eccentricità. Non potendo essere uomo e disertore in tempo di guerra Paul assume identità femminile come Suzanne senza per questo cambiare il proprio orientamento sessuale (come potrebbe?) continua infatti a prediligere le donne. Essendo però, almeno esternamente, donna anche lui, per potersi permettere storie con donne. Suzanne deve frequentare donne che cercano altre donne e inizia a frequentare così locali per lesbiche e posti di incontro e rimorchio come il parco Bois de Boulogne.

In quel contesto Paul/Suzanne scopre anche gli uomini senza che il suo comportamento omosessuale metta in discussione la sua eterosessualità. Non basta infatti andare a letto con qualcuno dello stesso sesso per essere omosessuali. Non è il sesso che ci fa etero gay o lesbiche quanto, piuttosto, l’affetto, i sentimenti, la sfera relazionale.

Anche per questo la psicologia e la sessuologia distinguono tra comportamento sessuale (con chi facciamo sesso) e orientamento sessuale (di chi ci innamoriamo, con chi, oltre al sesso, costruiamo relazioni affettive). È interessante vedere come questa storia venga trattata nei testi che Tamara Balducci, Linda Gennari e Lorenzo Garozzo hanno consultato per scrivere Suzanne portato in scena per la compagnia Le città visibili e la regia di Cèsar Brie.

Nel libro di  Fabrice Virgili e Danièle Voldman, tutto sviluppato su un racconto romanzato non comprovabile, più affine alle ricostruzioni tutte torbidi dettagli e malcelati (pregiu)dizi di certi programmi televisivi  che al rigore di una ricostruzione storica che possa dirsi tale, Il travestitismo di Paul è visto come un indice di omosessualità secondo il trito cliché dell’inversione sessuale. Paul/Suzanne è presentato come un personaggio ambiguo, al di là dei due generi, senza mai uscire però dall’ambivalenza del binarismo,  arrivando a suggerire che Paul non sia il padre del figlio di Suzanne data la sua scarsa virilità (sic!) comprovata dalla sua diserzione.

Cruchadet nella sua graphic novel è convinta invece che Paul volesse proprio essere donna, come fa dire a Louise. Il testo teatrale di Tamara Balducci, Linda Gennari e Lorenzo Garozzo, ha invece un approccio molto più rispettoso e attento ai personaggi, con una visione scevra da pregiudizi e niente affatto interessata al sensazionalismo o al dettaglio sessuale (come nella graphic novel).

Nello spettacolo viene sottolineato molto bene (senza i dettagli grandguignoleschi del fumetto) lo shock che Paul subisce durante i due anni di guerra in trincea e che lo hanno indotto a disertare (non certo per la poca virilità). L’orrore della guerra è evocato da Suzanne quando spiega a Louise i motivi per cui lei nel libertinaggio che pratica al Bois de Boulogne fiorisce e si sente libera e amata.

Peccato che la riduzione teatrale si soffermi di più sugli uomini che Suzanne frequenta e non sulle donne (una delle quali abitò per un poco con lei e sua moglie…): crediamo più per esigenze drammaturgiche che per un (pre)giudizio “omosessuale” su Paul.

Dopo la trasformazione di Paul in Suzanne, che lo spettacolo risolve più sul piano del portamento e dell’attitudine che su quello fisico (Paul eliminò la barba con l’elettrocoagulazione, una tecnologia già esistente negli anni 20 che nello spettacolo viene nominata ma non portata in scena) è una donna a interpretare Suzanne mentre l’attore che interpreta Paul rimane come doppio quasi sempre presente in scena.

Una bella intuizione drammaturgica che sposta l’attenzione dal fatto che Suzanne sia una donna travestita al fatto che sia una donna tout court senza mettere in atto quella critica al binarismo di genere o all’eterosistema che sono temi contemporanei ma estranei agli anni '20 quando si sono svolti i fatti.

Lo spettacolo vuole restituire il dolore interno di Paul che non è certo quello di un uomo tormentato dalla sua omosessualità, ma quella di un giovane traumatizzato (come tanti) dalla guerra che ha trovato nell’attenzione che donne e uomini gli davano ne panni di una donna come a un risarcimento per una vita altrimenti dura e faticosa.

Una presentazione dei fatti intellettualmente onesta e delicata che non violenta personaggi e situazioni ma appronta un discorso mesto, profondo e doloroso ma mai cupo o morboso. Molto molto meglio delle fonti di cui autrici e autore si sono serviti per scriverlo. Tamara Balducci fa di Suzanne una vera regina del Bois (com’era ricordata), invitando il pubblico, al quale si rivolge direttamente, a entrare nel parco raggiungendo una intensità indimenticabile ed emozionante.

Linda Gennari interpreta una Louise innamorata e timida (splendida la scena quando Suzanne la accompagna al Bois e le due donne  osservano gli e le astanti attraverso il vetro di un’anta della finestra che si trasforma in una sorta di “lente di osservazione” e dove viene spiegato bene che a frequentare il Bois non c’erano talmente balordi e balorde ma anche l’alta società di Parigi) mentre Lorenzo Garozzo sa restituire il trauma del giovane soldato Paul con un dolore talmente vivo che anche il pubblico può toccarlo con mano.

La regia riesce a gestire in maniera esemplare il punto di vista cangiante dello spettacolo che passa elegantemente e senza soluzione di continuità da quello di Louise che trova in Suzanne una complice e una sorella (non manesca come suo marito Paul) e quello di Paul/Suzanne che rappresenta le due facce di una molteplicità di specchi: quello sociale uomo donna che serve a Paul per disertare, quello culturale che permette.a Suzanne comportamenti altrimenti preclusi a Paul e quello intimi e privato di un uomo così attratto dalle donne da eccitarsi a vestine egli stesso i panni.

Uno specchio scenicamente illustrato dalla finestra le cui ante ora chiuse ora aperte rappresentano il limine tra un interno borghese e un esterno altro da esplorare scavalcandone il confine. Una macchina scenografica di una elegante semplicità perché quando si hanno cose da dire non servono coup de théâtre o istallazioni complesse e macchinose.  

Suzanne è uno spettacolo riuscitissimo che evoca situazioni emozioni e contesti con una misura anche nella durata (che sfiora l’ora). Uno spettacolo prezioso che costituisce anche una risposta coraggiosa alle esegesi fin troppo disinvolte piene di pregiudizi e luoghi comuni sull’omosessualità, l’inversione sessuale e il libertinaggio.

LE CITTÀ VISIBILI

SUZANNE

Liberamente tratto da La Garçonne et l'assassindi Fabrice Virgili e Danièle Voldman

drammaturgia di Tamara Balducci, Linda Gennari e Lorenzo Garozzo

regia César Brie

con Tamara Balducci, Giacomo Ferraù e Linda Gennari

luci e spazio scenico César Brie

scenografia Matteo Fiorini

costumi Ree Do Lab di Cristiana Curreli

sound designer Marco Mantovani

assistenti Vera Dalla Pasqua e Nicola Sorcinelli

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