È da oggi al vaglio dell'Alta Corte del Botswana un ricorso per depenalizzare i rapporti omossessuali, attualmente perseguiti dalla Sezione 164 del Codice penale del 1965 con pene fino a 7 anni di reclusione.

A leggere la petizione di L. M. davanti ai magistrati l'avvocato Gosego Lekgowe. «Questi articoli – così il soggetto icorrente - mi impediscono di avere contatti con altre persone che s'identificano come me per timore di essere incarcerate. Non vogliamo che la gente sia d'accordo con l'omosessualità ma che sia tollerante». Abrogare la legislazione in materia consentirebbe alle persone Lgbti di vederne affermati «i diritti umani fondamentali».

Negli ultimi anni il Paese dell’Africa del Sud ha assunto posizioni più distensive in materia d'omosessualità. Nel 2016, ad esempio, la Corte d'appello del Botswana ha stabilito che il ministero dell'Interno ha sbagliato a rifiutarsi di registrare Legabibo, un'organizzazione a tutela delle persone Lgbti.

L'opinione pubblica si è evoluta al riguardo e le leggi sull’impiego hanno bandito le discriminazioni basate sull'orientamento sessuale. In novembre, inoltre, il presidente Mokgweetsi Masisi è intervenuto in un incontro sulla violenza di genere, nel corso del quale ha affermato: «Ci sono molte persone omosessuali in questo Paese che sono state violentate e che hanno anche sofferto in silenzio. Proprio come gli altri cittadini, meritano di vedere tutelati i propri diritti». 

Come rilevato in febbraio da Neela Ghoshal, componente di Human Rights Watch, in 28 dei 49 Paesi subsahariani vigono leggi che criminalizzano i rapporti omosessuali. In base alla Shari'a la pena di morte è prevista in Mauritania, Sudan e Nigeria settentrionale, ma nessuna esecuzione è stata recentemente segnalata. Nella Somalia meridionale, invece, si sono invece registrate esecuzioni in un'area controllata dal gruppo jihadista sunnita Al-Shabaab

A partire dal 2015 Mozambico, Seychelles e Angola hanno invece abrogato le leggi penali contro le persone omosessuali, mentre l'Alta Corte di Nairobi sta valutando una simile soluzione per il Kenya. Per quanto infine riguarda il Sudafrica, direttamente confinante col Botswana, la sua Costituzione proibisce la discriminazione basata sull'orientamento sessuale e identità di genere.

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Malak al-Kashif, donna transgender, è stata arrestata all’alba d’ieri nella sua casa a Giza e tradotta in una prigione maschile. Prossima a sottoporsi a intervento di riassegnazione chirurgica del sesso, Malak non ha ancora ottenuto la rettifica dei dati anagrafici ed «è perciò registrata come uomo».

A denunciare l’accaduto Amnesty International, che informa come Malak sia stata incarcerata per aver pubblicato appelli a manifestare pacificamente in seguito al recente disastro ferroviario presso la stazione centrale del Cairo.

Non è chiaro dove sia detenuta ma, come rilevato da Magdalena Mughrabi, responsabile di Amnesty International per il Medio Oriente e il Nord Africa, «ci sono reali timori per l'integrità fisica e il benessere psicologico di Malak al-Kashif. A causa della sua identità di genere Malak è ad alto rischio di tortura da parte della polizia, incluso lo stupro e la violenza sessuale, come anche di aggressioni da parte di altri detenuti.

Le autorità egiziane sono responsabili della sua sicurezza fisica e psicologica. Devono immediatamente rivelare dove si trova e, in attesa della sua liberazione immediata e incondizionata, assicurarsi che sia protetta dalla tortura e da altri abusi». Torture che, come denunciato dalla stessa Magdalena Mughrabi, includono il test anale forzato.

Come ricordato dal sito Egyptian Streets, la giovane transgender, che ha oggi 19 anni, aveva già fatto parlare di sé nel 2017, quando postò su Facebook foto relative al suo percorso di transizione, nonché lo scorso anno quando, dopo aver tentato il suicidio, ebba a denunciare: «La società mi ha ucciso». 

La condizione delle persone Lgbti in Egitto s'è progressivamente aggravata a partire dal 2017 quando un giovane, che aveva sventolato una bandiera arcobaleno nel corso del concerto della band libanese Mashrou' Leila, fu arrestato. Ne seguì, all'epoca, una vasta campagna di repressione contro persone sospettate di essere omosessuali.

Solo poco più d'un mese fa il noto conduttore tv Mohammed al-Gheiti è stato invece condannato a un anno di carcere da un tribunale di Giza per aver intervistato, nel 2018, una persona omosessuale.

Benché in Egitto i rapporti omosessuali non siano formalmente vietati dal Codice penale, un articolo della legge anti-prostituzione, varata oltre mezzo secolo fa, commina da tre a cinque anni di reclusione a chi «incita alla dissolutezza e all'immoralità»: una normativa anfibola che consente di fatto il perseguimento giuridico delle persone Lgbti. 

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La tematica della Schiavitù sarà al centro dell’appuntamento romano di Strane Coppie, la rassegna culturale itinerante ideata e condotta dalla scrittrice Antonella Cilento che, giunto al terzo incontro di quest'edizione, avrà luogo oggi pomeriggio, alle 18:00, nella splendida cornice di Palazzo Altieri.

Per l’occasione si racconteranno i romanzi Jane Eyre di Charlotte Brontë, Il grande mare dei Sargassi di Jean Rhys e Il colore viola di Alice Walker. Ospiti dell’evento ad ingresso gratuito, This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it., saranno lo scrittore e sceneggiatore Francesco Costa e la scrittrice e saggista Valeria Viganò, mentre le letture saranno affidate all’attrice Margherita Di Rauso. Immagini e musica a cura di Marco Alfano. 

Di schiavitù e discriminazioni, in terre e epoche passate, si parlerà ripercorrendo le storie raccontate da grandi scrittrici che ancora possono illuminare il presente e la cultura contemporanea. Tra i personaggi del capolavoro di Charlotte Brontë, Jane Eyre (1847), un classico della letteratura e anche del cinema, di rado si nota quello in apparenza secondario di Bertha Antoinetta Mason, prima moglie folle e segregata di Rochester. Pochi considerano che Bertha viene dalla Jamaica e che rappresenta il lato oscuro della politica colonialista e schiavista inglese e un oggetto di censura sociale e umana da parte di Rochester. 

Ci ha pensato nel 1966 Jean Rhys, scrittrice britannica di origine caraibiche, che con Il grande mare dei Sargassi compone un vero e proprio prequel a Jane Eyre, occupandosi appunto della vicenda di Antoinette Cosway, di fatto la Bertha narrata da Charlotte, in chiave postcoloniale e femminista.

Il terzo romanzo, Il colore viola di Alice Walker (1982), anch’esso divenuto un grande film girato da Spielberg, sposta il tema negli Stati Uniti dove schiavitù non è solo oppressione di bianchi su neri, ma anche di uomini neri su donne nere.

La violenza di genere e l’omosessualità femminile sono centrali nel romanzo dI Walker, la cui protagonista, Celie, vive una relazione con Shug, donna anticonformista: ed è proprio questo amore a offrirle un’importante svolta esistenziale, liberandola dalla sottomissione e da legami fasulli, che può così sostituire con sentimenti veri.

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Rinviata al 24 maggio la decisione da parte della Corte Suprema del Kenya se abrogare o mantenere in vigore le Sezioni 162-165 del Codice Penale, che vietano esplicitamente i comportamenti omosessuali tra uomini (anche se il termine "persona" presente nella Sezione 162 è interpretato come inclusivo delle donne).

L’ha dichiarato oggi a Nairobi il giudice Chacha Mwita, che ha rilevato come il collegio investito della questione abbia bisogno di più tempo per approntare la sentenza, prevista inizialmente per la giornata di oggi: «I giudici interessati - ha affemato - siedono anche in altri tribunali. Abbiamo bisogno di più tempo».

I rapporti tra persone dello stesso sesso sono illegali in 69 Paesi (l'ultimo ad averli depenalizzati è stato l'Angola il 24 gennaio), di cui quasi la metà in Africa, dove l'omosessualità è ampiamente tabù e la persecuzione delle persone Lgbti è diffusa.

In Kenya, dove i rapporti «contro natura» sono condannati fino a 14 anni di prigione, gli attivisti per i diritti Lgbti sono diventati sempre più frequenti negli ultimi anni. Nel Paese sono state arrestate, tra il 2013 e il 2017, 534 persone per «comportamenti innaturali».

L'Alta Corte del Kenya ha iniziato le udienze sulla questione l'anno scorso. Gli attivisti dicono che le Sezioni 162-165, basate su una legge dell'era coloniale, violano la nuova Costituzione del Kenya, che, promulgata nel 2010, garantisce l'uguaglianza, la dignità e la privacy per tutti i cittadini. Hanno anche presentato argomenti basati sull’abrogazione d’una legge consimile da parte dell'India in agosto scorso.

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C’è grande attesa per Sodoma l’ultimo libro-inchiesta di Frédéric Martel. Edito in Italia dalla Feltrinelli e tradotto in otto lingue, il volume sarà nelle librerie di 20 Paesi a partire dal 21 febbraio. Giorno in cui avrà inizio, in Vaticano, l’incontro tra il Papa e i presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo in tema di abusi su minori e adulti vulnerabili.

Fil rouge del volume è, in realtà, non la pedofilia clericale ma la doppia vita omosessuale tanto di semplici sacerdoti quanto di prelati capace d’influire - nell’ottica di quel clericalismo costantemente deprecato da Bergoglio - sulla gestione del potere ecclesiastico.

Ad aiutare l’autore nella decifrazione di una realtà così complessa cardinali (41), vescovi e monsignori (52), nunzi apostolici e officiali del corpo diplomatico (45), sacerdoti e seminaristi (oltre 200) nonché 11 Guardie Svizzere.

Forte d’un curriculum di tutto rispetto, che lo ha visto negli anni ’90 collaboratore del primo ministro francese Michel Rocard e consigliere di gabinetto dell’allora ministra della Solidarietà Martine Aubry, Martel ha avuto porte aperte ovunque.

A Roma ha soggiornato anche in palazzi della Santa Sede (compresa la Domus Internationalis, il cui direttore è il prelato dello Ior Battista Ricca) e ha raccolto le confidenze di porporati di diverso orientamento: da Burke a Tauran, da Sarah a Martino, da Sandri a Camillo Ruini, solo per citarne alcuni. Pochi i no ricevuti: tra questi quello di Angelo Sodano, potente Segretario di Stato sotto Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, a differenza d’un altro wojtyliano di ferro, quale Stanisław Dziwisz, che, da arcivescovo di Cracovia, ha spalancato a Martel le porte del proprio episcopio in Polonia.

Con l’aiuto d’un’équipe linguistica di 80 collaboratori, sparsi per il mondo, Martel ha incontrato non solo componenti del clero. Ma anche laici di rilievo come Benjamin Harnwell, collaboratore di Steve Bannon e fondatore del Dignitatis Humanae Institute, il think thank conservatore (il presidente del cui Comitato consultivo è il cardinale ultraconservatore Raymond Burke), che nella certosa di Trisulti (Fr) vuole preparare i futuri leader mondiali nell’ottica della lotta alla cristianofobia e della promozione del concetto antropologico dell’uomo imago Dei.

A parlare con lui anche ex-sacerdoti, spinti da un’idiosincrasia verso il doppiopesismo dei superiori gerarchici d’un tempo e l’omofobia di non pochi d’essi. Soprattutto, poi, se a esternarla sono quanti, nello slang clericale, vengono indicati come “praticanti” o “della stessa parrocchia”.

Già, perché, come appare anche nel libro, più un prelato tuona in pubblico contro le persone omosessuali, più è probabile che conduca in privato una spensierata vita gaia. Insomma, quella doppia vita, per chiosare Bergoglio, di cui la rigidità è comodo paravento e della cui validità valutativa proprio il Papa avrà ulteriore contezza nel leggerlo.

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Sono state oggi approvate per alzata di mano a Strasburgo due risoluzioni che, per quanto non legislative, sono di particolare significato per le persone Lgbti, ancora oggetto di violenza e discriminazione in Europa. Motivo per cui l'Ue e i suoi Stati membri dovrebbero fare di più per proteggere i loro diritti.

È quanto ha messo nero su bianco il Parlamento europeo adottando la risoluzione sulle azioni Lgbti dal 2019 al 2024. Con essa si invita la Commissione europea a garantire che i diritti delle persone Lgbti rappresentino un’assoluta priorità nel suo programma di lavoro per il prossimo quinquennio. 

Come ricordato da Daniele Viotti, copresidente dell'Integruppo per i diritti Lgbti al Parlamento europeo, «i diritti delle persone Lgbti non sono tutelati in modo uniforme in tutta Europa. L’Ue non dispone ancora di una protezione globale contro la discriminazione basata sull'identità di genere, sull'orientamento sessuale o sulle caratteristiche sessuali.

Le unioni omosessuali non sono riconosciute o tutelate in tutti gli Stati membri. La sterilizzazione è un requisito per il riconoscimento giuridico del genere in 8 Stati membri e 18 Stati membri richiedono una diagnosi di salute mentale. Nel frattempo, l'elenco delle azioni rimane limitato in termini di priorità e di impegno e le risposte innovative dell'Ue, come il pilastro dei diritti sociali, non vengono integrate».

L’altra risoluzione approvata a Strasburgo denuncia le violazioni dei diritti umani delle persone intersessuali e chiede alla Commissione e agli Stati membri di intervenire per garantire l'integrità fisica, l'autodeterminazione e l'autonomia dei bambini intersessuali.

In 21 Stati Ue minori intersessuali vengono sottoposti a interventi chirurgici di "normalizzazione" sessuale, senza il consenso della persona interessata. Per questo motivo insistendo sulla necessità d’armonizzare a livello europeo la legislazione in materia sull’esempio di leggi come quella portoghese e maltese, che proibiscono gli interventi chirurgici, la risoluzione ricorda come le identità intersessuali debbano essere depatologizzate e come le persone intersessuali debbano beneficiare dei più alti standard di salute previsti nella Carta delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo.

Viva soddisfazione è stata espressa dall’europarlamentare Viotti per tali risultati, che segnano anche il termine dell’incarico di copresidente dell’intergruppo.

«Con grande orgoglio – ha commentato - ho guidato, prima con Ulrike Lunacek e poi con Terry Reintke, il più grande integruppo presente al Parlamento europeo, portando all'attenzione di questa istituzione situazioni di grave pericolo per le persone omosessuali, come quella in Cecenia, partecipando ad iniziative in giro per il mondo, come al Pride di Instanbul e alla prima conferenza sui diritti gay in Tunisia»

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Un’audizione conoscitiva di cinque ore sul pdl regionale contro l’omotransnegatività e le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere quella verificatasi stamani in Commissione Parità in Regione Emilia-Romagna.

Ad anticipare il dibattito sono stati i due relatori di maggioranza e di minoranza: rispettivamente, Roberta Mori del Partito Democratico («Le competenze della Regione sono ristrette, ma fondate su azioni di prevenzioni e quindi su azioni culturali») e Michele Facci del Movimento sovranista («Non credo che questo progetto di legge sia indispensabile, credo che le discriminazioni possano essere perseguite con i mezzi che già esistono»). 

Il progetto di legge regionale poggia le basi su quello presentato dai Consigli comunali di Bologna, Parma, San Pietro in Casale e Reggio Emilia. Ed è stata l'assessora alle Pari opportunità del Comune di Bologna, Susanna Zaccaria, a rilevare come «questa legge dovrà essere di coordinamento per azioni che vengono già svolte». Una legge, però, che sul versante politico, è avversata non solo dalle opposizioni (escluso il M5s, che è convinto sostenitore d’una tale normativa anche se ha presentato un proprio pdl specifico) ma anche da ben cinque consiglieri del Pd.

Una cinquantina le persone audite, soprattutto, a nome di associazioni.

Sul fronte avverso le associazioni cattoliche, che in blocco vedono il pericolo di introdurre una discriminazione al contrario nei confronti di altre categorie 'deboli' e chiedono correttivi, come, ad esempio, Acli e Associazione Giovanni XXIII. Totalmente contrari i rappresentanti del Family Day e di Generazione Famiglia. Mentre il gandolfiniano David Botti ha voluto domandare provocatoriamente: «Che non sia più urgente una legge contro l'eterofobia e contro chi odia la famiglia naturale?», per Matteo Di Benedetto, in rappresentanza dell’associazione presieduta da Jacopo Coghe, si tratterebbe di una «legge ideologica e indottrinante, pericolosamente liberticida e autoritaria».

A favore, invece, Cgil e Uisp ma soprattutto le associazioni Lgbti, per le quali sono stati auditi: Valeria Savazzi (Ottavo Colore), Alberto Nicolini (Arcigay Reggio Emilia), Tony Andrew (Arcigay Reggio Emilia/MigraBO), Valeriano Scassa (Il Grande Colibrì), Samantha Picciaiola (Educare alle differenze - Bologna), Maurizio Betti (Telefono Amico - Bologna), Cira Santoro (Ater- Teatro Arcobaleno), Marco Tonti (Arcigay Rimini), Cristina Contini (Ass. Nazionale Sentire le voci - Reggio Emilia), Carlo Samlaso (Presidente Piazza Grande - Bologna), Michele Giarratano (Gay Lex e Famiglie Arcobaleno), Christian Cristalli (Gruppo Trans), Anita Lombardi (Lesbiche Bologna ), Valeria Roberti e Giuseppe Seminario (Centro Risorse LGBTI e Gruppo Scuola Cassero), Flavio Romani (Cild), Sara De Giovanni (Centro di documentazione Cassero), Valentina Coletta (Mit), Nicoletta Manzini (Mondinsieme - RE), Antonella Parrocchetti (Agedo - Modena), Francesco Donini (Arcigay Modena), Stefano Pieralli (Plus), Andrea Zanini (UniLgbtq). 

Particolarmente applaudito l’intervento di Franco Grillini, direttore di Gaynews e padre storico del movimento, che, richiamando l’ultima inchiesta de L’Espresso intitolata Caccia all’omo, ha affermato: «La situazione è drammatica: c'è una recrudescenza dell'omofobia e nessuna città è immune. Nessuno si illude che una legge faccia sparire la discriminazione. Ma si deve dire che è sbagliato discriminare». L'ex parlamentare ha inoltre aggiunto: «Questa legge già esisterebbe, se la passata legislatura non fosse stata interrotta. Purtroppo, non è una legge contro l'omofobia, perché la Regione non ha competenze nell'ambito del diritto penale. Ma di sicuro è utile per tutelare le persone».

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Epilogo drammatico per Anas, il 22enne tunisino, aggredito, violentato e derubato il 2 gennaio da un uomo, che aveva conosciuto su Facebook, e da un complice. Recatosi, lo stesso giorno, presso la stazione di polizia di Sidi el Bhari per sporgere denuncia, il giovane è stato arrestato per omosessualità e sottoposto a test anale.

L’altroieri il tribunale di prim'istanza di di Sfax lo ha condannato a otto mesi di prigione, con esecuzione immediata della sentenza, per sodomia (sei mesi) e falsa testimonianza (due mesi). Medesima condanna anche per i due aggressori ma, nel loro caso, sei mesi per sodomia e due per aggressione.

L’arresto del giovane (durato 40 giorni) dopo la denuncia, la sottoposizione a test anale forzato e la condanna ultima per omosessualità hanno suscitato la ferma reazione di Human Rights Watch nonché delle associazioni tunisine Damj e Shams. A essere coralmemte condannati l’imprigionamento di una vittima di stupro, l’applicazione dell’art. 230 del Codice penale criminalizzante i rapporti omosessuali e il persistere del ricorso a test anali forzati nonostante l’impegno del governo tunisino, nel 2017, presso il Consiglio dei diritti dell’uomo di porre fine a una pratica assimilata alla tortura.

Il giorno stesso della condanna di Anas All Out ha fatto pervenire al primo ministro tunisino Youssef Chahed le oltre 25.000 firme, raccolte in una specifica campagna realizzata con Shams e volta a chiedere l’immediata scarcerazione del 26enne.

Nella giornata d’ieri ha espresso il suo sdegno per la condanna emessa dal tribunale di Sfax anche l’attivista francese Guillaume Mélanie, fondatore e copresidente di Urgence Homophobie, che il 16 ottobre 2018 è stato vittima di pestaggio a Parigi.

Sempre l'11 febbraio altri due uomini sono stati condannati a sei mesi di carcere per sodomia oltre a sei settimane per furto e due settimane per comportamento violento. Come denunciato da Shams, sta aumentando vertiginosamente in Tunisia il numero delle condanne di persone omosessuali: ben 127 nel 2018, rispetto alle 79 dell'anno precedente e alle 56 nel 2016.

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Nato Bordj Bou Arreridj (a circa 200 km da Algeri) il 9 marzo 1997, Assil Belalta frequentava il 3° anno della Facoltà di Medicina presso l’Università d'Algeri 1 in Ben Aknoun. Parlava arabo, francese, inglese e tedesco e s’identificava come bisessuale. Ma la sua vita è stata spezzata domenica scorsa a soli 21 anni d’età.

Il 10 febbraio, infatti, dopo essere rientrato nella sua camera presso la città universitaria Taleb-Abderrahmane 2 a Ben Aknoun (comune a 7 km dal centro di Algeri), è stato aggredito e sgozzato da due uomini. Col suo sangue gli assassini hanno vergato su un muro della stanza la scritta in inglese He is gay, per poi dileguarsi con le chiavi dell’auto del 21enne.

A scoprirne il cadavere, la sera di domenica, alcuni amici, che hanno sporto denuncia alla polizia, la quale è arrivata sul posto intorno alle 22:30.

Nel condannare «l'atto ignobile e motivato da un sentire omofobo», l’associazione algerina Lgbti Alouen ha rilevato come «esso sia avvenuto due settimane dopo le dichiarazioni del presidente del sindacato dei magistrati algerini Laudouni.

Egli ha dichiarato che le associazioni per i diritti umani e le ong, richiedenti la depenalizzazione dell'omosessualità in Algeria e la lotta contro l'omofobia, stanno "calpestando i valori e le fondamenta del popolo algerino, che non mostra tolleranza verso le persone omosessuali", e i magistrati agiranno "contro chiunque voglia far stabilire leggi che vanno contro le peculiarità del popolo algerino".

Qualche tempo prima il primo ministro Ouyahia, intervistato da una giornalista tedesca sui diritti delle persone omosessuali e la lotta contro l'omofobia in Algeria, s'è rifiutato di trattare la questione, poiché "l'Algeria è una società che ha le sue tradizioni" e che "non non siamo coinvolti nell'universale corrente d'evoluzione".

Questa omofobia istituzionale e statale è banalizzata. E l'incitamento all'odio contro le minoranze sessuali in Algeria diventa moneta corrente per fare scalpore e scadere nel populismo. I politici e alcuni mezzi di comunicazione omofobi sono i veri colpevoli di questo crimine omofobo, che ieri ha scosso la città universitaria».

L’omicidio di Assil ha suscitato un’ondata di sdegno a partire dalla realtà universitaria di Ben Aknoun. Ieri, dalle 11:00 alle 12:00, si è tenuto un sit-in nel cortile della Facoltà di Medicina con un minuto di silenzio e la recita dei sette versetti della Fātiḥa, prima sura del Corano, per commemorare il 21enne.  

Al grido di Justice pour Assil tantissime persone, soprattutto studenti, hanno preso parte alla manifestazione, finalizzata anche a denunciare la mancanza di sicurezza nella città universitaria. Soltanto alcuni giorni fa è stato infatti ucciso uno studente proveniente dallo Zimbabwe.

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Non si placa in Spagna la polemica sull'imminente disseppellimento della salma di Francisco Franco dalla Valle de los Caídos e l’interramento in altro luogo. Ma non certamente nella cattedrale madrilena dell’Almudena, come vorrebbero i familiari. Disposto da un decreto del Consiglio dei ministri in data 24 agosto 2018 e approvato dal Congresso dei Deputati il 13 settembre successivo, il trasferimento delle spoglie del Caudillo è considerato necessario dal governo Sánchez. 

Fatto costruire dal regime – non senza il lavoro forzato di detenuti politici – per accogliere i resti di José Antonio Primo de Rivera, fondatore della Falange Spagnola, e dei 33.872 caduti di entrambi gli schieramenti durante la Guerra Civile del 1936-39, l’imponente complesso mausoleico, dove Franco è sepolto dal 1975, è considerato dal governo spagnolo un monumento al regime dittatoriale del Generalísimo. Cosa, questa, che, come detto recentemente dal primo ministro Pedro Sánchez Pérez-Castejón, in «una democrazia quale quella spagnola non può permettersi».

Ma per molte vittime Lgbti del franchismo ci sono preoccupazioni più urgenti. La questione della riesumazione ha infatti spinto molte di esse ad avanzare nuovamente richieste d’indennizzo per le vessazioni e torture, cui sono state sottoposte in 36 anni di regime e nei tre successivi fino al 1979.

Antoni Ruiz, ora 60enne, aveva 17 anni, quando fu detenuto per tre mesi nel 1976 a seguito della Ley de Peligrosidad y Rehabilitación Social del 1970 che, in vigore fino al 1979 e sostitutiva di quelle anteriori del 1933 e 1953, considerava le persone omosessuali un «pericolo sociale». Mentre era in prigione, fu stuprato da un altro detenuto per ordine di un agente di polizia.

«È stato un inferno». Queste le parole rilasciate alla Fondazione Thomson Reuters di Madrid da Antoni, che nel 2004 ha fondato l'Asociación de Ex Presos Sociales de España a tutela del diritto delle vittime omosessuali e transgender al risarcimento. Come messo in luce dallo storico Arturo Arnalte, circa 5.000 persone, per lo più uomini gay e bisessuali nonché donne trans, sono state condannate secondo detta legge.

Nel 2008, durante il governo socialdemocratico di José Luis Rodríguez Zapatero, il Parlamento spagnolo aveva approvato uno stanziamento di 2 milioni di euro per risarcire le vittime Lgbti. Con la salita al potere del Partido Popular (PP) nel 2011, fu fissata al 31 dicembre 2013 il termine ultimo per le domande. Ciò, alla fine, ha comportato un’erogazione di soli 624.000 euro.

Da allora Ruiz, che ne ha ricevuto 4.000 euro, sta cercando di persuadere l'attuale governo a liberare la restante parte dei fondi stanziati per le 116 vittime ufficialmente riconosciute.

Uno stipendio mensile per le persone, che hanno subito lo stigma per il loro orientamento sessuale o identità di genere e non hanno potuto avanzare nella carriera lavorativa, «permetterebbe alle stesse - come detto da Ruiz - di vivere decentemente i loro ultimi giorni». Una portavoce del governo ha rifiutato di commentare i piani specifici per compensare le vittime omosessuali e transgender sotto Franco. 

Della questione risarcimento ha parlato alla Reuters anche Mar Cambrolle, presidente dell'Asociación de Transexuales de Andalucía (Ata), per la quale è stato dato un buon segnale in Spagna ma che «ovviamente non si è fatto abbastanza. La maggior parte del denaro non è stato speso perché molte vittime erano già morte o non volevano scavare nel passato. È un modo ingiusto di stanziare i soldi». Secondo Cambrolle le persone transgender «hanno probabilmente sofferto le peggiori forme di repressione».

Ma molte delle vittime, anche quelle che hanno combattuto per il diritto al risarcimento, si sono stancate di questa battaglia apparentemente senza fine. E, nel frattempo, sono anche invecchiate. «Ho già parlato abbastanza», ha detto una donna transgender di Siviglia sempre alla Reuters.

La questione del disseppellimento dei resti di Franco continua intanto a dividere. A opporsi non soltanto la Chiesa ma anche i partiti di opposizione Ciudadanos e PP, i quali accusano il Psoe di Sánchez e i partner di sinistra di voler riaprire ferite passate. Per le organizzazioni a tutela dei diritti umani la riesumazione è, invece, un dovere democratico.

A interessare, infine, alle persone più colpite dal regime di Franco è la dimensione morale. A quasi 43 anni dalla sua condanna, Ruiz ritiene che il trasferimento dei resti di Franco dalla Valle de los Caídos «sarebbe una grande vittoria, non solo per le vittime, ma anche per la democrazia stessa».

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