"Ha cambiato la mia vita, orgogliosa di aver fatto parte della famiglia di playboy".  “Avevo 20 anni e ho visto la prima donna in top sul tuo giornale. Grazie”. "Rispettava le donne molto più di tanti uomini di oggi". Sono solo alcuni fra le migliaia di tweet che commentano l'annuncio della scomparsa di Hugh Hefner, fondatore della storica rivista Playboy, che si è spento la scorsa sera all'età di 91 anni. 

Scorrendo i commenti su Twitter si trova anche "Uomo disgustoso" o altre opinioni negative. A testimonianza dello shock e dell'enorme portata innovativa che potesse avere l'idea di una rivista come Playboy negli Stati Uniti del 1953, un Paese che criminalizzava la sodomia in generale, (fino al 2003 in 13 Stati), vietava i rapporti orali (ancora fino agli anni ‘90 in oltre 20 Stati) e imponeva alla popolazione di vestire in modo corrispondente al sesso anagrafico. Un Paese che, insomma, come il resto del mondo “occidentale”, o forse ancora di più, doveva ancora scoprire quella rivoluzione sessuale che ha caratterizzato gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso. Di quella rivoluzione Hafner è certamente uno degli artefici e pochi sanno che ancora oggi ha qualcosa da dirci, nonostante il mondo sia radicalmente cambiato. 

In un'intervista a The Advocate del 1994, Hafner rispose alla domanda: “Pensi sia perfettamente logico per un uomo eterosessuale avere esperienze sessuali omosessuali?” Questa la risposa: “Se sei sessualmente intraprendente, non penso che l’eterosessualità debba precludere a qualcuno l’idea di provare qualsiasi cosa ci sia lì fuori”.

Alla domanda, invece, su eventuali sue esperienze omosessuali, Hefner rispondeva: “Nel contesto di un’oscillazione dell’eterosessualità sì. In realtà si trattava di comportamenti bisessuali”. Idee e risposte che farebbero discutere ancora oggi nel nostro Paese, in cui la differenza tra orientamento e comportamento sessuale è quasi sconosciuta. E, intanto, il re delle conigliette si dichiarava “Very heterosexual” in riferimento alla Scala Kinsey e ammetteva tranquillamente, nel ’94, che un etero può fare sesso con un uomo. Un manifesto di liberazione sessuale.

Non a caso Hefner è stato sempre un grande sostenitore delle battaglie sui diritti civili e della causa Lgbti. L’immaginario costruito da Hafner ha dato a milioni di persone, per la prima volta, un modo nuovo e meno ipocrita di rapportarsi con il sesso.

Di contro, è un immaginario che risente dello spirito maschilista del proprio tempo e costruisce un’immagine della donna comunque subalterna all’uomo: da un lato le donne venivano per la prima “legittimate” nel potersi mostrare, nonostante si trattasse comunque di personaggi dello spettacolo. Dall’altro lo facevano chiaramente per compiacere il maschio. Da questo punto di vista la rivoluzione sessuale di Hafner va storicizzata: anche le copertine di playboy hanno dato la loro spinta, nel bene e nel male, all'emancipazione sessuale delle donne. Alcune le definirebbero quasi un male necessario. È evidente che da diversi decenni a questa parte hanno perso questa valenza.

Il tema della subalternità della donna nell’erotismo è tuttavia una questione ancora aperta. Mutatis mutandis, nelle rappresentazioni erotiche e pornografiche che si moltiplicano in rete l’immaginario è ancora quello legato al “maschio dominante”, con una serie di estremizzazioni a volte imbarazzanti e a tratti violente, che al giorno d’oggi sono tutt’altro che rivoluzionarie. 

Oggi la sfida è immaginare una sessualità paritaria, in un mondo che tende ancora a riproporre pesanti narrazioni conservatrici sulla sessualità e la famiglia, narrazioni che nascondono puntualmente ingombranti scorie di ipocrisia. Basti pensare a certe dichiarazioni sulle donne di Donald Trump, tuttavia sostenuto dai movimenti più reazionari americani. A pensarci bene, gran parte dell'omofobia viene dal maschilismo ovvero dalla paura di sembrare o essere "meno uomini" e quindi "un po' donne". Forse un'idea diversa di sessualità, anche tra gli etero, avrebbe un impatto positivo anche sul modo di vedere l'omosessualità. Insomma, Hugh Hefner passa alla storia della liberazione sessuale con qualcosa ancora da dire e con un’eredità che ha invece già detto tutto. In un mondo che corre velocissimo, ma corre spesso a velocità troppo diverse, la sfida è saper cogliere ogni sfaccettatura.

e-max.it: your social media marketing partner

«Mi sorprende che un ex parroco di Nichelino trovi il tempo per dissertare sulla sessualità umana. Sarebbe molto più utile se aiutasse la comunità concretamente, perché non sono sicuramente questi i "problemi" che chiede di risolvere. Anche perché non sono più problemi, grazie a dio». Così lo scrittore e conduttore radiofonico Luca Bianchini, che proprio a Nichelino è vissuto per circa 30 anni, ha commentato ai microfoni di Gaynews la distribuzione del libro di don Paolo Gariglio Ti amo. La sessualità raccontata agli adolescentiDistribuzione avvenuta nel corso dei campi estivi organizzati dalle comunità parrocchiali del grande centro della prima cintura torinese

Quella di Bianchini tiene dietro alla ferma reazione del Coordinamento Torino Pride che, nella persona di Alessandro Battaglia, aveva negli scorsi giorni stigmatizzato la consegna ad adolescenti d’una pubblicazione contenente affermazioni inaccettabili sull’omosessualità. Come, ad esempio, le definizioni di fenomeno fuorviante o malattia da curare. Parole che il salesiano Livio Demarie, direttore dell'ufficio per le Comunicazioni Sociali della diocesi di Torino, non ha esitato a qualificare come inaccettabili alla luce della della decisione dell'Organizzazione mondiale della Sanità del 17 maggio 1990. «Sono però certo – ha anche aggiunto telefonicamente – che l’autore abbia superato queste posizioni dal momento che il libro in questione risale a dieci anni fa».

In realtà Ti amo ha un’origine ancora più lontana, trattandosi d’una ristampa sotto diverso titolo del volumetto Amare l’amore, edito nel 1999 dall’Elledici. A ricordarcelo è stato lo stesso don Gariglio (oggi 87enne e in pensione dal 2005) che, raggiunto telefonicamente, ha dichiarato: «Ti amo fu pubblicato dieci anni fa dall’editrice Effatà, che diede alle stampe senza modifica un mio precedente opuscolo del ’99. Si tratta d’una pubblicazione fuori catalogo, di cui possiedo cinque o sei copie. Negli scorsi giorni sono inizati i campi estivi delle parrocchie di Nichelino presso la Maison de Chamois, un rifugio da me fondato nel 1956 in Valle Stretta a oltre 2mila metri d’altitudine. Gli animatori hanno trovato presso la Maison 68 esemplari di Ti amo, depositati lì da anni. Hanno così pensato di distribuirli al gruppo dei ragazzi della parrocchia della SS. Trinità, di cui sono stato parroco per tre decenni». Una parrocchia di frontiera, come ha ricordato lo stesso sacerdote, che si è fatto apprezzare per la sua vicinanza alle famiglie operaie e l’ideazione di numerose strutture assistenziali.

Eppure quelle affermazioni sull’omosessualità gettano un’ombra sull’immagine di prete riformatore e solidale. Affermazioni, però, che don Gariglio oggi rigetta. «Dico una sola cosa – così ha continuato -: mi sono sempre impegnato per tutti senza discriminare e con spirito d’accoglienza. Sì, ho scritto dell’omosessualità come “malattia da curare”. Ma si tratta di un libro scritto 18 anni fa e ristampato nel 2007 senza revisione. Oggi, se dovesse essere ripubblicato, eliminerei tutte quelle espressioni, che riconosco inaccettabili. L’amore è per tutti. Lo ripeto: per tutti. Ora è chiaro che come cristiano non accetto il matrimonio tra persone dello stesso sesso. È quanto d’altra parte ha detto alcune settimane fa Angela Merkel. Però apprezzo e condivido la posizione politica della cancelliera che, pur personalmente contraria, ha lasciato libertà di coscienza al suo partito quando si è votata la legge sul matrimonio egualitario».

e-max.it: your social media marketing partner

128 pagine. Quattro capitoli. Prefazione del card. Severino Poletto, arcivescovo di Torino all’epoca della pubblicazione. Questo in sintesi il libretto Ti amo. La sessualità raccontata agli adolescenti di Paolo Gariglio, scrittore e storico parroco della SS. Trinità a Nichelino. Un grande centro, cioè, della prima cintura torinese, dove il don (classe 1930 e in pensione dal 2005) è stato per tre decenni a stretto contatto con le famiglie operaie.

Ma di questo suo essere sacerdote di frontiera poco o nulla traspare dall’opuscolo citato, che sembra piuttosto risentire della teologia morale studiata da Gariglio nei seminari di Torino e Pisa negli anni ’50 del secolo scorso. Anche se l’introduzione sembra promettere bene (Caro ragazzo e ragazza carissima, queste pagine nascondono in sé un desiderio affettuoso, quello di aiutarti a scoprire il significato stupendo della sessualità umana e di convincerti a non sciupare il dono più grande che la vita ti ha offerto: la sessualità e, di conseguenza, la capacità di amare), l’incanto dura poco.

Già a pag. 14 si legge: «Lo scorretto rapporto tra uomo e donna che, in nome di una tendenziosa emancipazione femminile, scatena da un lato una pericolosa rivalità dei sessi e dall’altra l’assurda determinazione a cancellarne le differenze». Ma è sull’omosessualità che Gariglio dà il meglio di sé, definendola come «fenomeno fuorviante» (pag. 115), «tendenza a trovare la gioia sessuale con persone dello stesso sesso. Non è un orgoglio l’essere gay, ma una sindrome che va pazientemente curata, decisamente combattuta, possibilmente guarita» (pag. 121) o ancora «una fatica, un disagio e spesso un semplice vizio. Come qualsiasi carenza o malattia o difetto va sostenuta, curata, guarita» (p. 124). 

Un libretto destinato a finire nel dimenticatoio se non fosse stato ripescato a dieci anni di distanza e distribuito ai circa cento adolescenti che stanno frequentando l’oratorio estivo della parrocchia della Trinità di Nichelino.

Immediata la reazione di Alessandro Battaglia, responsabile del Coordinamento Torino Pride, che ha dichiarato: «I libri che a noi piace leggere sono indiscutibilmente altri ma quello che più ci ha lasciati attoniti dalla lettura del libercolo in oggetto non sono tanto i contenuti, ai quali siamo abituati da molto tempo, quanto i destinatari e le destinatarie. Le parrocchie della città di Nichelino hanno pensato di fare un favore agli adolescenti dei loro campi estivi con il chiaro intento di aiutarli nella loro crescita consapevole, guidandoli con menzogne e affermazioni anti scientifiche scritte da un anziano uomo di fede che forse nello scrivere non ha immaginato il male che avrebbe provocato a ragazzi e ragazze in una fase della vita così delicata. Il germe della discriminazione e del non amore purtroppo nasce sempre dalla non conoscenza che nel caso specifico tende a fare solo del male gratuito. 

Immaginiamo che ci fossero dei fondi di magazzino del suddetto libercolo che crediamo avrebbero avuto maggiore utilità nell'evitare il traballamento di tavoli e sedie usurati presso le parrocchie di Nichelino e dei comuni limitrofi

Chiediamo ufficialmente alla Città di Nichelino - da sempre Nichelino ai temi Lgbt e presente ai pride con il proprio gonfalone -  di prendere posizione. Chiediamo, altresì, di poter affrontare i temi della crescita e dello sviluppo degli e delle adolescenti insieme e in modo serio, confrontandoci si ciò che ci divide ma senza raccontare menzogne e senza spargere il seme dell'odio».

In difesa invece di Gariglio è sceso oggo il sito Nichelino online che scrive: « E allora che cosa vogliamo fare? Sequestrare tutte le copie in circolazione? Bruciarle? Vietarne la lettura ai minori?  Spedire l’autore  in un campo di rieducazione? In un mondo in cui in tema di sesso ognuno  scrive quello gli pare vorrete mica impedire a un prete di periferia di dire la sua?».

e-max.it: your social media marketing partner

Sense8 non è una serie ma è la serie. Scritta, come si sa, a sei mani da Lana e Lilly Wachowski - autrici di Matrix e Cloud Atlas - e da J. Michael Straczynski, sceneggiatore di film, fumetti e serie tv come Babylon5. Sarebbe complicato spiegarla in due parole. Ma è una delle cose più strane e narrativamente innovative che si sia mai vista negli ultimi anni nel contesto della narrativa audiovisiva seriale. È contemporaneamente un tech-thriller, un'avventura sci-fi e una ingarbugliata serie action. 

La storia? In breve, è l'avventura di otto personaggi, legati tra loro da un legame sensoriale molto più che telepatico e appartenenti a una specie umana parallela alla sapiens, l'homo sensorium. Sense8 è anche una narrazione che scardina il concetto di genere sessuale ed etnia e ci mette sul tavolo, senza che ci rendiamo nemmeno conto ancora di quanto ci serve, l'arma per superare il sessismo e i pregiudizi dilaganti

Il primo giugno scorso, però, Netflix, la piattaforma streaming mondiale, famosa per le sue serie originali e innovative come Orange is the new black, 13 Reasons Why e Narcos, aveva annunciato a sorpresa la cancellazione della serieMilioni di fan in tutto il mondo si sono mobilitati con petizioni e cascate virali di twitt per protestare e cercare di convincere le "alte sfere" della società americana a dare un seguito alla serie. Il 29 giugno un twitt di Lana Wachowski comunica al mondo che Netflix produrrà un episodio conclusivo di 120 minuti entro il 2018. 

A tal proposito, abbiamo avuto il piacere di raggiungere Roberto Malerba, uno dei produttori di Sense8, e di rivolgergli alcune domande. 

Puoi raccontarci la tua esperienza come produttore di Sense8

Su questa domanda potrei scrivere un libro. Diciamo che andare in 17 città e, per farlo, lavorare 100 ore a settimana per 9 mesi è stato da una parte molto affaticante ma ha unito cast e troupe in una maniera unica e indimeticabile: è un'esperienza di vita che non si può ripetere. Sapevamo che era per qualcosa di molto speciale e diverso dal solito lavoro. Questo ci ha dato la volontà mentale per mettere da parte le nostre vite private per nove mesi per fare qualcosa di importante. Una grande soddisfazione. 

La scelta di trattare temi scottanti come l'omosessualità, la diversità di razza e tanti altri che in molti Paesi sono ancora tabù, come è avvenuta? Netflix non ha avuto nessun tentennamento in merito?  

Quando è cominciato Sense8, Netflix faceva streaming in 8 Paesi. Adesso sono 180. Devo dire onestamente che Netflix ci ha dato il massimo del supporto e ci ha sempre creduto.

In un periodo socio/culturale come quello di oggi, dove poni Sense8? 

È una serie di importanza sociale e di temi attuali nel mondo che è unica sotto questo profilo. Merito delle sorelle Wachowski. 

Avete avuto qualche problema nel realizzare e distribuire Sense8, viste le censure che vigono in alcuni Paesi? 

No, però è ovvio che in certi Paesi arabi e asiatici non è stato possibile girare, purtroppo.

Sei stato uno dei primi "attivisti" del #RenewSense8. Ti ha colpito la grande risposta a livello globale per avere un seguito di questa serie unica nel mondo dello spettacolo? Ti aspettavi una mobilitazione del genere? 

Sì, mi ha colpito il grande sentimento di tantissimi individui che si sono identificati in uno o più personaggi della serie. Come se adesso anche loro avessero i loro supereroi. Leggere la disperazione quando la serie è stata cancellata mi è dispiaciuto enormemente a livello umano ed è per quello che la lotta mi sembrava più che giusta. Specialmente come persona e non come produttore. Penso che questa protesta, se si può chiamare così, non abbia precedenti: è anche stata appoggiata dalla stampa americana e, in meno di un mese, è riuscita a far cambiare una decisone finale che era già stata presa. Pertanto sono molto fiero di farne parte. D'altronde è, giustamente, il significato della parola Pride. 

I vari comunicati stampa ufficiali di Netflix hanno sempre ribadito la fermezza del web network a non dar seguito alla serie. Anche i contratti degli attori sono stati recessi. Adesso, la notizia ufficiale e confermata di un episodio conclusivo di due ore. Erano state date motivazioni di budget e scarsa audience. Cos'è successo? Cos'è cambiato? 

Netflix ha cancellato le due serie più costose Sense8 e The Getdown: una decisione puramente finanziaria. Quando abbiamo cominciato la prima stagione facevano cinque serie originali. Adesso ne fanno una quarantina. Questa non è certo una giustificazione e non sono certo d'accordo con loro. Mentre al cinema si  contano i biglietti in una società di streaming si contano gli abbonamenti e, pertanto, è molto difficile capire come fanno questi conteggi. Quello che è cambiato è che non si immaginavano, ma neache noi, una protesta cosi forte. Ne hanno preso atto. Tanto di cappello a chi ha protestato e a chi ha accolto la protetsta e cambiato idea. È così che il mondo dovrebbe funzionare. 

L'annuncio del cambio di rotta con la realizzazione dell'episodio conclusivo è stato dato durante il mese dei Pride e proprio alla vigilia della parata del Word Pride di Madrid. Non sarà stata un'operazione di marketing?

Sicuramente l'annuncio della cancellazione di Sense8 il 1 giugno, che è il primo giorno di Pride in America, non è stata una scelta felice.  Ma né il giorno di cancellazione né l'annuncio di un final episode sono state operazioni di marketing. Una cosa solo è certa: senza protesta non ci sarebbe stato un episodio finale di Sense8. Questo decisone è merito dei fans e basta, come scritto nella lettera di Lana.

Cosa dovremo aspettarci da questo episodio speciale? 

Un degno finale che tutti i fans si meritano. Lana ancora deve cominciare a scriverlo pertnato più di questo non so…

e-max.it: your social media marketing partner

Si terrà domani presso la Sala Aldo Moro della Camera dei Deputati l'incontro Migranti Lgbti. Organizzato dal nostro quotidiano in collaborazione con Arcigay, l'evento vuole fare il punto sulla situazione di quanti hanno ottenuto lo status di rifugiato da quei Paesi, in cui vige la penalizzazione dell'omosessualità, a 10 anni dall'approvazione del decreto legislativo sulla protezione internazionale. A intervenire saranno soprattutto quanti si sono direttamente occupati negli anni di migranti Lgbti e i protagonisti, che hanno ottenuto o che stanno chiedendo la protezione internazionale.

In preparazione di tale appuntamento Gaynews pubblica la testimonianza di Farzan Farzanegan che, fuggito dall'Iran, ha ottenuto lo status di rifugiato grazie anche al supporto del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli di Roma.

Mi chiamo Farzan e sono iraniano. Come saprete, l'Iran è uno di quei 79 Paesi in cui le persone omosessuali possono essere condannate a morte o subire altre forme punitive. Spesso ragazzi omosessuali sono perciò costretti a dichiararsi transessuali e intraprendere un percorso sanitario. La transessualità è infatti considerata una malattia e, come tale, nel mio Paese è possibile solo essere operati così da essere accettati.

Non sono qui per parlare della mia storia personale, di cosa mi sia accaduto o dell'Iran. Voglio invece dirvi alcune cose che hanno riguardato la mia vita come richiedente asilo e, ora, come rifugiato. Condizioni che, credo, tanti altri come me hanno sperimentato e sperimentano in questo percorso che porta a fuggire dal proprio Paese fino a quando non si ottiene - anche con un po' di fortuna, se nel nostro percorso troviamo persone, associazioni, istituzioni competenti - il diritto di poter rimanere nel nuovo Paese.

Molti di noi lasciano il proprio Paese probabilmente con una consapevolezza di chi si è, della possibilità di andare altrove e chiedere protezione (anche se non si sa bene come funziona e quali siano le regole, i diritti, i doveri) ma senza sapere come realmente sarà, chi incontreremo, quali possibilità si avranno. In Iran, pur non essendoci un associazionismo gay visibile e ufficiale, vi sono però diverse persone che in qualche modo e con attività diverse, cercano di portare avanti le richieste delle persone Lgbti.

Per quanto mi riguarda, avevo paura di venire in Italia. Sapevo che non ci sono leggi che proteggono i gay e che non ci sono leggi che riconoscono i matrimoni delle persone Lgbti. Avevo sentito dire che l'Italia non ha buone politiche per i richiedenti asilo e i rifugiati. Che molto probabilmente la mia domanda sarebbe stata rifiutata e mi avrebbero rimandato in Iran. Queste paure le abbiamo in tanti. Ma io ho avuto la fortuna di essere messo in contatto con un'associazione che mi ha spiegato come sarebbe stata la procedura della mia domanda di asilo e che avrei avuto un aiuto per questa. Un'associazione, che mi ha dato una mano per trovare un posto dove stare e che mi ha dato l'occasione di frequentare altre persone Lgbti.

Ma questo non accade sempre. Molti di coloro che scappano dal proprio Paese non sanno nulla della possibilità della domanda di asilo in quanto persone Lgbti. Molti hanno paura di dichiararsi tali. Spesso non sono in grado di entrare in contatto con chi potrebbe aiutarli e restano molto isolati. In questo modo la loro domanda può essere rifiutata proprio perché non sono stati in grado di spiegare bene cosa è successo. Entrare in contatto con le associazioni Lgbti non è poi sempre facile. Sia per problemi linguistici sia per problemi organizzativi in quanto non sono sempre aperte o hanno orari particolari. Molte non sono neppure preparate ad accogliere migranti Lgbti e non sembra abbiano neppure l'interesse a farlo.

A Roma, fortunatamente, c'è un progetto del Mario Mieli, che dà la possibilità d'incontrarsi un giorno alla settimana. Questo permette di entrare in contatto con l'associazione, conoscere persone ed avere anche eventualmente un aiuto per la domanda di asilo. Le associazioni possono essere molto importanti per i richiedenti asilo e rifugiati gay. Offrono la possibilità di conoscere nuovi amici a chi non ha altri contatti in Italia. Noi che scappiamo dal nostro Paese, difficilmente abbiamo nel nuovo Paese dei connazionali disposti ad aiutarci se sanno che siamo gay. Poter frequentare le associazioni aiuta a toglierci dall'isolamento, che per tanto tempo abbiamo avuto. 

e-max.it: your social media marketing partner

Lo scorso 19 maggio si è tenuto al cinema Aquila di Roma la conferenza Percorsi di Spiritualità LGBTQI dove cattolici, cattolici cristiani, ebrei, musulmani e buddisti si  sono raffrontatisul tema Fede e Omosessualità

A seguito dell’incontro mi fermo a parlare con i ragazzi buddisti scoprendo ancora di più la loro filosofia di vita, o meglio, la loro fede e religione come tengono a precisare; sì perché quando pensiamo al buddismo subito la nostra idea va verso una dimensione prettamente filosofica o ad un modo quasi aureo di vivere e interpretare la vita. Il buddismo invece è una religione vera e propria con propri principi, precetti e aspetti mistici ossia aspetti e fenomeni della vita che si verificano grazie alla preghiera, fuori da una logica razionale o dalla concezione della mente.

Grazie ad un amico in comune ceno insieme a loro ed entro quasi subito in contatto con lo shakubuku ossia il momento in cui un fedele buddista parla per la prima volta della pratica buddista ad una persona nuova: ne rimango affascinato. Semplice come una chiacchierata tra amici davanti ad una birra senza sentire il peso di un qual si voglia proselitismo, mi descrivono la loro religione e ciò in cui credono facendo crollare uno stereotipo su di loro: non vestono di arancione e non fanno vita monacale, sono tutti laici e non puntano all’eliminazione dei desideri terreni per essere felici e per raggiungere l’illuminazione (come insegnano molte altre scuole buddiste) anzi, sono proprio i desideri essi stessi illuminazione ossia il carburante verso la felicità attraverso la loro trasformazione.

Il loro è il buddismo di Nichiren Daishonin un monaco giapponese vissuto nella seconda metà del XIII secolo che dopo una vita di studio e preghiera proclama che la preghiera Nam Myoho Renge Kyo è la legge dell’universo e che la sua recitazione conduce alla felicità e all’illuminazione di tutti gli esseri viventi ora e in questa vita ma soprattutto esattamente così come siamo indipendente dalla nostra condizione sociale, vitale, sessuale o di genere.

Il discorso torna subito sul rapporto tra fede buddista e omosessualità e la conferma è che nel buddismo esiste un profondo rispetto della dignità e natura di ogni essere vivente e che non esiste né alcuna differenza ma neanche alcuna forma di accettazione o accoglienza perché il punto di osservazione non guarda alla persona in sé ma alla sua buddità (anima) indipendentemente da qualsiasi altra cosa, dal sesso, dall’età, dalla diversità di genere o dalle preferenze sessuali. Questo spostamento dall’individuo e dai suoi comportamenti verso l’interiorità di ognuno permette di guardare all’umanità della persona e alla cosiddetta, rivoluzione umana verso la felicità. È una religione fortemente umanistica dove l’uomo e la donna sono al centro della vita e godono di profondo rispetto indipendentemente dalla loro natura e condizione.

Mi fanno leggere l’estratto di un gosho (scritto) del monaco Nichiren preparato per la conferenza. Esso recita: «I fiori del ciliegio, del pesco e del susino selvatico hanno ognuno le proprie qualità, e manifestano le tre proprietà della vita del Budda originale senza cambiare le loro caratteristiche» senza cambiare le loro caratteristiche significa proprio che andiamo bene così come siamo e che fioriremo nella vita ognuno con le proprie caratteristiche in maniera naturale, serena e appropriata alle proprie identità uniche di genere.

Raccontano quanto sia importante nel buddismo il valore della diversità e di quanto questo principio riguardi tutti, esseri viventi senzienti e insenzienti tutti preziosi e indispensabili nelle loro differenze e che risposte come quella di ritirarsi e isolarsi nel proprio mondo protetto senza aprirsi al diverso, oppure quella di uniformarsi a una serie di valori imposti per piacere agli altri, sono risposte assolutamente inadeguate e dannose per la vita ed escludono il principio che ogni singolo essere vivente è una manifestazione unica di vita e che il carattere unico e peculiare di ognuno rappresenta un aspetto necessario all’universo vivente. 

Questo buddismo fondato da Nichiren Daishonin è oggi portato avanti dall’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai e dalla Soka Gakkai Internazionale in 192 paesi nel mondo. Il loro presidente (sensei ovvero maestro) è Daisaku Ikeda è un fervido 90 enne che ancora oggi porta avanti messaggi di pace, educazione e cultura e che ogni anno invia alle Nazioni Unite per la Soka Gakkai Internazionale, una Proposta di Pace per il disarmo e umanizzazione del mondo.

I ragazzi buddisti della Soka Gakkai Italia, gay, lesbiche, bisex e transgender da ormai più di vent’anni fanno attività all’interno del loro Istituto religioso come Gruppo Buddista Arcobalena e questo pomeriggio saranno in parata al Pride con uno loro striscione e magliette personalizzate che riporteranno proprio un estratto dall’ultima Proposta di Pace 2017 di Daisaku Ikeda:

Lo scopo dell'eguaglianza di genere serve a far sì che ogni persona, indipendentemente dal genere, possa far risplendere la luce della sua dignità e umanità intrinseca in modo aderente al suo proprio e unico sé.

 

e-max.it: your social media marketing partner

Featured Video