Nell’ambito della nona edizione di Poetè, la rassegna letteraria ideata e diretta da Claudio Finelli, è stato ieri presentato il romanzo Cronaca di un delitto annunciato di Adriana Pannitteri, telegiornalista del Tg1. Come già preannunciato dal dinamico intellettuale partenopeo in un post su Facebook, l’evento è stato caratterizzato dagli interventi della filosofa Simona Marino e dall’«intensa testimonianza dell'attivista Arcigay Carmn Ferrara».

Compagno della responsabile delle politiche trans per Arcigay Nazionale Ottavia Voza, il giovane FtM ha iniziato da poco il suo percorso di transizione. Ma il toccante testo da lui scritto e letto dall’attore Antonio della Croce ha dischiuso un passato di sofferenza personale caratterizzato, in età minorile, da abusi sistematici. Abusi e violenze compiute da un vicino di casa in un clima di silenzio, paure e disinteresse familiare.

Ecco in esclusiva per Gaynews il testo integrale

Billy era il mio pupazzo di pezza ed era sempre con me. Lo portavo dal dottore, ai giardinetti e dormiva nel letto con me. Per fortuna me ne ero già sbarazzato quando ero ancora una bambina, ma avevo smesso di giocare. Nelle palazzine era tutto grigio, i muri senza intonaco, l’asfalto su cui mi sbucciavo spesso le ginocchia e la cantina del vecchio. Billy, invece, era rosa e bello. Non ricordo quando ho smesso di giocarci, ma avrei voluto tenerlo con me quando è iniziata la fine della mia infanzia. I miei genitori erano sempre assenti per motivi di lavoro.

Mia mamma era incinta di mio fratello quando io andavo in quinta elementare e mio padre era sempre in cerca di qualcosa da fare. Entrambi raccomandavano al vecchio “ve la guardate voi a Carmen?”. Lo vedevo come un nonno, sì, un nonno buono. Le sere d’estate uscivo fuori al palazzo e lui mi raccontava le storie. Storie di janare e lupi mannari, io non sono mai stato particolarmente coraggioso e mi faceva sedere in braccio a lui per darmi conforto.

Una volta mi raccontò una storia strana che faceva così: c’era una volta una principessa che cercava un principe. Il re esaminò una serie di pretendenti ai quali chiese di trovare un fagiolo, un chicco d’uva e una zucchina. Per non portarvela per le lunghe – anche perché non era affatto una storia avvincente – vi dico subito che questi pretendenti dovevano mettere nell’ordine: il fagiolo, il chicco d’uva e la zucchina nel deretano della principessa. A quell’età non capivo cosa ci fosse di divertente nel ficcare una zucchina in culo a una ragazza, ma il vecchio, toccandomi, mi disse che alla principessa piacque. Iniziavo così a silenziarmi e a divenire incapace di raccontare quelle storie assurde.

Non avevo paura di dire a mia mamma che Mastu Michele mi aveva parlato delle streghe janare e dei lupi mannari, ma avevo vergogna di quella zucchina e di quella mano sul seno che non avevo e tra le gambe.

Una sera in cui ero fuori al palazzo per giocare con gli altri bambini, mastu Michele mi chiese di aiutarlo per portare una cosa in cantina. Nelle palazzine non ci sono luci, soltanto tante ombre e tanti fantasmi. Scesi dunque con lui senza torcia e me lo ritrovai addosso. Scugnato – a Napoli si chiamano così le persone senza denti - , puzzolente e tanto tanto più grande di me. Mi baciò con la lingua. Ricordo ancora la sensazione di schifo. Gli dissi “cosa fate?” – gli davo del voi per educazione. Lui mi disse “non so cosa mi sia successo”. Io scappai, sputai e tornai a casa mia.

Qualche anno dopo riprendemmo a parlarci. In realtà non so se abbiamo mai smesso di farlo. Rammento che lui mi domandò una volta se fossi vergine e io gli risposi che ero bilancia. 

Avevo iniziato a fumare. Sarà stato il 2006, credo. Andavo in seconda media. Chiesi alle persone che erano fuori al palazzo se qualcuno avesse una sigaretta. Lui mi disse che doveva comprarle e mi fece salire in auto con lui per andare al tabacchi. Superammo però il bar in piazza. Io gli dissi che aveva “la macchinetta” (il distributore automatico), lui mi disse che le avremmo prese da un’altra parte, e viaggiammo per parecchio tempo. Io iniziai a non riconoscere i comuni che attraversavamo, cercavo di leggere le indicazioni stradali per capire dove stessimo andando. Giungemmo in un posto che dopo tanti anni ho scoperto essere in provincia di Caserta. Precisamente san Felice a Cancello.

Svoltò in una strada secondaria che portava in una terra. Intorno era tutta campagna. Spense l’auto, abbassò il sedile anteriore su cui ero seduta e iniziò a toccarmi. Io ero immobile. Mi spogliò. Mi aprì le gambe e iniziò a leccarmi. Poi entrò con un dito. Poi poggiò il suo pisello semieretto sulla mia vagina e cacciò del liquido che successivamente ho scoperto chiamarsi sperma. Soddisfatto prese una sigaretta. “Allora ce le avevate! Perché non me l’avete detto?” – gli dissi, non sapendo che altro dire. Me ne diede una. La accesi. “Non dire niente a nessuno di quello che è successo” – mi intimò. “Ma che siete scemo?” – gli risposi. E presi a fumare, guardando fuori dal finestrino. “Adesso andiamo a casa, vero?”. “Sì”. Quanto mi costò quella Merit.

Durante tutta l’adolescenza io e il vecchio ci vedevamo assiduamente, quasi ogni giorno. Lui abita sullo stesso pianerottolo della mia famiglia. Mi aspettava all’angolo ogni dì per accompagnarmi a scuola. Veniva a casa mia a bere il caffè e a trovare mio padre. Mi diceva nell’orecchio “ti aspetto fuori” e se non uscivo tornava, ma quasi sempre uscivo. Per cinque anni ogni sera e qualche volte anche di pomeriggio lui si appropriava del mio corpo. Già a tredici anni bevevo molto. Tris di vodka, rum, tequila, cointreau, campari & gin, Tennet’s super, Du Démon.

Fumavo Marijuana e hashish. Mi stordivo in modo che tutto fosse più sopportabile. Quando tornavo a casa, a volte vomitavo fuori al portone, altre riuscivo ad arrivare al cesso, abbracciare la tazza e addormentarmi. Quando capitava che il vecchio mi beccava di pomeriggio, ricordo che quando tornavo avevo sempre la testa bassa.

Mio padre mi diceva sempre “ailloc ‘a depressa!”, mia mamma non mi chiedeva mai cosa avessi. Ma non credo che se l’avesse fatto avrei saputo spiegarglielo. Ho trascorso gli anni delle scuole medie inferiori e superiori in un mondo fantastico. Sognavo ad occhi aperti di andar via di lì, scrivevo, piangevo quasi mai, ma avevo molti attacchi di panico e fissazioni varie. Parlavo da solo e avevo molti pensieri che mi frullavano per la testa.

Non avevo ancora dato un nome a quella violenza, ma sapevo che non mi piaceva affatto. Più passavano i giorni, i mesi, gli anni e più mi chiudevo in un’analisi tutta mia. Facevo la differenza con gli altri bambini e le altre bambine, poi con i ragazzini e le ragazzine. Iniziavo a capire che non a tutti succedeva di fare sesso contro la propria volontà. C’era qualcosa che non andava, ma non sapevo come liberarmene, né ero in grado di raccontarla.

Ho iniziato ad essere consapevole grazie a Barbara D’Urso. Vi farà ridere, ma è stato a Pomeriggio 5 che per la prima volta ho sentito parlare di violenza sulle donne e pedofilia. Con la storia di Sara Scazzi iniziai a pensare sempre di più che anche il vecchio si chiamava Michele, come Michele Misseri e non erano troppo diversi tra loro. Lavoravano la terra, non parlavano bene in italiano. Iniziavo ad avere sempre più paura e contestualmente cominciavo a dare un nome alle cose che mi accadevano. Un giorno ero a La Feltrinelli di piazza Garibaldi e per caso sfogliai un libro dal titolo “Amabili resti”. Lessi solo l’introduzione e la prima pagina. Era una storia raccapricciante ed ero sempre più convinto che anche la mia potesse finire così.

Non so come, ma il 15 o il 16 ottobre del 2012 mi ruppi il cazzo e mandai a cagare il vecchio. Lo feci con un tono di supplica, telefonicamente. Gli dissi che “non me la sentivo più”. Uno o due giorni dopo avrei compiuto 18 anni. Stentavo a credere che fosse stato così semplice. Bastava così poco per liberarmi di lui? Perché non ci ho pensato prima? Perché non ho detto di no dal primo momento?

Quando ho iniziato a raccontare alle persone che mi circondavano cosa avessi vissuto, però, ho capito che non era così facile liberarmi del vecchio. Perché lo sognavo la notte, lo incontravo sempre e una volta mi fermò e mi disse “tu tieni un brutto vizio: parli <troppo assai>”.

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Francesco Napoli è il nuovo presidente del comitato provinciale di Arcigay Salerno. Succede così alla consigliera nazionale Ottavia Voza, che si è spesa in questi anni nella lotta contro le discriminazioni sul territorio locale. Avvenuta sabato 18 novembre, l’elezione ha visto altresì il rinnovo dell’intero direttivo. Per saperne di più, abbiamo raggiunto telefonicamente Francesco Napoli.

Neo presidente di Arcigay Salerno. Te lo aspettavi?

Come molti sanno il mio impegno nel comitato territoriale inizia nel 2010 quando insieme ad altri abbiamo deciso di ridare vita ad un presidio locale di tutela dei diritti delle persone Lgbti. Nel tempo il mio impegno è proseguito e prosegue in Consiglio Nazionale. Dunque dare la mia disponibilità alla presidenza in questa fase di rinnovamento è stata frutto, da un lato, della continuità del mio impegno e, dall'altro, dell'entusiasmo di innovare quanto è stato fatto fin qui prima di me.

La mia esperienza nell'associazionismo e nel volontariato mi porta a leggere questo momento come una fase storica in cui serve coraggio, determinazione, strumenti e idee chiare. Credo di poter interpretare questa responsabilità al meglio soprattutto con una squadra di amiche e amici, alcuni anche molto giovani, che saprà dare tanto per Arcigay e per Salerno.

Il tuo mandato si porrà in continuità col precedente?

Certamente ci sono note di continuità. Ma, come ovvio, anche note di profonda diversità, fosse solo per esperienza e carattere personale. Chi mi ha preceduto ha dato davvero tanto al nostro territorio. Tuttavia credo che questa fase imponga uno slancio politico e culturale. Una presa di parola radicale e coraggiosa, forse diversa da quanto è stato fatto fin qui. Il mio approccio è sempre stato quello di inquadrare le questioni delle comunità Lgbti dentro il più ampio quadro delle questioni politiche, culturali ed economiche dei contesti. Un approccio intersezionale, se vogliamo, che deve tenere conto e costruire alleanze fondate su una lotta alle precarietà, tutte le precarietà. Solo in questo modo, credo, si potranno ottenere successi come quelli ottenuti oramai molti decenni addietro dalla comunità Lgbti italiana ed internazionale.

Penso alle questioni del lavoro, al diritto alla salute, alla difesa della scuola pubblica e dell'accesso all'università, all'ambiente e alla legalità. Penso al tema dei migranti e dei lavoratori stranieri, tema molto sentito nel nostro territorio. Arcigay Salerno deve costruire alleanze con tutto quel tessuto sociale e culturale alternativo ai meccanismi e a logiche troppo cristallizzate e che, forse, è tempo di ridefinire dentro il dibattito pubblico

Qual è la situazione delle persone Lgbti nel Salernitano?

La provincia di Salerno è un territorio vasto e complesso, caratterizzato da pochi grandi centri e da ampi territori fatti di piccoli e piccolissimi comuni, spesso lontani e isolati socialmente, culturalmente e geograficamente. Questo determina condizioni di grande sofferenza per le persone Lgbti che vivono quei contesti. Omofobia e bullismo omofobico sono una vera piaga, nelle scuole e nei contesti di lavoro, anche nei centri urbani più grandi e forse socialmente più evoluti. A questo si aggiunga la condizione di vita delle persone transessuali: anche in questo caso abbiamo criticità e urgenze da affrontare a partire dai servizi, dal lavoro e dall'incisione sociale e culturale. Di fatto la priorità in questo momento credo siano i contesti scolastici e aggregativi. Da lì si deve partire per costruire una comunità più sana per il futuro.

Quali saranno le tue priorità come presidente?

Le priorità, come abbiamo anche esplicitato nella nostra mozione, "L'alternativa delle uguaglianze", sarà l'attenzione alle socie e ai soci, ragazze e ragazzi, giovani e meno giovani. Un’associazione è tale se rispetta il mandato statutario nei confronti dei propri associati. Dunque potenziamento dei servizi dedicati alle persone Lgbti tra cui lo sportello psicologico, già operativo ma da ampliare, lo sportello legale e lo sportello migranti. Sono i servizi che ritengo prioritari. Poi bisognerà potenziare i percorsi formativi, anche questi già in essere, anche con l'ipotesi di avere a Salerno una formazione regionale e interregionale di Arcigay. Questa esperienza è già stata fatta con successo e ritengo che vada replicata nel breve. Sul versante dell'impegno politico dell'associazione bisognerà sicuramente convocare una conferenza per condividere percorsi di rivendicazione di diritti e dignità con tutte le associazioni del territorio che vorranno partecipare. Penso alle associazioni studentesche, al circuito di Libera, di Legambiente, Arci, laboratori politici e culturali, associazioni universitarie e mondo della cooperazione. In questo senso credo che sia importante anche una apertura al mondo dell'impresa e del profit dove sappiamo esserci imprenditrici ed imprenditori di grande valore che potrebbero dare un contributo a questo percorso. Dobbiamo poi affrontare contestualmente il tema dell'accesso ai servizi e alla carriera alias per le persone trans.

Credo sia importante spingere per ottenere un protocollo con i servizi sanitari territoriali, ospedali compresi, per dare dignità e diritti alle persone trans che dovessero affrontare per tante ragioni percorsi ospedalieri e/o ambulatoriali. Lo stesso vale per l'accesso all'università con la richiesta di ratificare la possibilità del libretto alias, cosa per la quale siamo una delle ultime università in Italia a non averlo ancora fatto. Sempre sul tema dei servizi, visto che siamo anche a ridosso del primo dicembre, giornata mondiale di contrasto all'Hiv/Aids, il comitato continuerà la battaglia già intrapresa da qualche anno, per capire ed ottenere chiarezza sull'accesso ai servizi dedicati alle persone sieropositive. Un tema grande visto l'aumento delle infezioni. Su questo un impegno chiaro sento di poterlo e doverlo prendere: dobbiamo assolutamente potenziare gli spazi di informazione e sensibilizzazione delle nuove generazioni che sembrano davvero molto a rischio soprattutto a causa della scarsità di informazioni e consapevolezze.

Di contro alle offensive genderiste dei gruppi cattolici come pensi di regolarti?

Credo che rispetto a questo tema dovremmo armarci di pazienza e intelligenza. Di fatto queste idee sono largamente minoritarie sia nel sentire comune che all'interno del mondo laico cattolico. Talvolta siamo anche noi, forse ingenuamente, a dare visibilità a queste idee quando, nel divulgare e dare visibilità al nostro dissenso e alle nostre contrarietà, di fatto offriamo a queste idee uno spazio di visibilità e diffusione che altrimenti non avrebbero. Questo sul piano della comunicazione. Su altri piani, credo che il miglior modo per contrastarne la diffusione sia lavorare per una comunità più sana, più consapevole, più inclusiva.

Credo che dovremo affrontare difficoltà nel mondo della scuola, cosa che sta già avvenendo, ma è proprio lì che ci giochiamo la partita delle uguaglianze. Una associazione sana e consapevole dialoga con tutti quelli con cui è possibile dialogare: sicuramente no ad un dialogo con gruppi oltranzisti, fascisti, razzisti, ma sicuramente disponibilità a dialogare con quanti, anche nella chiesa cattolica, abbiano idee di rispetto della dignità e dei diritti. Non sono molti, ma probabilmente ci sono.

Un Pride a Salerno per il prossimo anno?

Sì, un Pride a Salerno già nella primavera del 2018. È uno degli obiettivi che ho posto nell'accettare questo mandato. Sarà una festa per i diritti e le libertà; una festa per dare visibilità e voce alle nostre vite e ai nostri affetti. Sarà una festa che condivideremo con tutte e tutti quanti vorranno animare il Pride e riempirlo di contenuti. Sarà un Pride del lavoro e dei migranti, delle donne e delle famiglie arcobaleno, degli studenti e degli anziani, delle persone che portano una fragilità e di quanti si sentono esclusi e messi al margine. Un Pride per la legalità e la tutela dell'ambiente e del benessere nelle nostre periferie e città. Insomma cercheremo di incarnare lo spirito di rivendicazione dello spazio pubblico che ha dato vita a questa manifestazione quasi cinquanta anni fa. Faremo memoria, come sempre, di quel momento, proiettandoci i nell'attualità delle questioni di vita emergenti per tutte e tutti.

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La redazione di Gaynews pubblica questa riflessione di Antonello Sannino, presidente di Arcigay Napoli, a margine della polemica scatenatasi dopo gli appelli alla sobrietà nel corso del Basilicata Pride.

Per ragioni di tempo non sono riuscito a dire nulla, fino a questo momento, su quanto accaduto a Potenza sabato 3 giugno. Cercherò, anche se devo partire da lontano, di essere quanto più sintetico possibile.  

Conosco e conosciamo bene tutto ciò che ha portato prima alla formazione del comitato che porta il nome di Marco Bisceglia a Potenza e, poi, al Pride di sabato scorso. Ho nel mio cuore e nella mia mentre la telefonata dell' amico Daniel, che nel 2013 mi contattò per chiederci aiuto: il suo compagno si era da poco suicidato. Dopo pochi giorni io e Ottavia Voza decidemmo di andare da Daniel, in provincia di Potenza, per ascoltare la sua storia drammatica, per scoprire il luogo dove il suo compagno si era tolto la vita e dove un 30enne omosessuale potentino aveva compiuto lo stesso gesto pochi mesi prima.

Daniel, con un'infinità umanità, ci raccontò il suo piccolo inferno, le "torture" messe in essere dalla famiglia del compagno: volevano privarlo della la corrente elettrica, del riscaldamento, della casa ... della sua dignità. Ma Daniel, non volendo assolutamente perdere la sua dignità, ci chiese aiuto. Non per se stesso ma perché si potesse costruire a Potenza e in Basilicata un presidio di libertà, un punto di riferimento per le persone gay, lesbiche e bisessuali e trans, perché Arcigay potesse vivere anche in Lucania. Dopo pochi mesi nacque il Comitato di Potenza dedicato a Marco Bisceglia, il prete potentino grazie al quale, insieme a un gruppo di altri coraggiosi attivisti e coraggiose attiviste, nacque Arcigay nei primi anni '80. 


Qui arrivò un vulcano come Nadia Girardi, che avevo conosciuto al Pride di Salerno nel 2012. Qui arrivarono Morena, Marco, Antonella e, poi, Vincenzo e tanti altri e tante altre.  Nadia è una persona che ci ha messo l'anima, il corpo, il coraggio, l'amore, la passione come pochi altri hanno saputo fare. La storia di Nadia, prima ancora di quella del Comitato di Potenza, è la storia di una donna transgender, che tra le montagne dell'Appennino lucano s'è impegnata con tutta sé stessa per difendere la dignità delle persone gay, lesbiche, bisessuali e transessuali. Nadia ha costruito, insieme al suo comitato, un sogno. Un sogno che era utopia, che era fantascienza. Ha portato il Pride, l'orgoglio della comunità Lgbti, i colori del nostro movimento di liberazione a sfilare tra le strade e tra il grigio cemento di Potenza.

Decine di ragazzi mi hanno fermato durante il corteo della Potenza dell'Amore, riconoscendomi come il presidente di Arcigay di Napoli perché mi avevano visto in tv nei Pride e nelle iniziative partenopee. Già, perchè Napoli per loro è New York o Londra. Le loro erano parole cariche di emozione e di orgoglio. "Vengo da un paesino vicino Potenza. Nessuno sa di me. Ti ho visto in tv al Pride di Napoli. Finalmente anche qui: sono felice, emozionato". Nel dirlo, Luca tremava. Tremava dalla paura, mista a un incontenibile voglia di essere tra la sua gente, dalla parte giusta. Tremava dalla paura di essere finalmente e orgogliosamente se stesso nella sua terra. Ecco, il Pride è tutto questo.

Ho anche assistito a quanto successo durante la parata. Laura Santonicola e i ragazzi di Arcigay Caserta hanno non ragione ma di più. Hanno difeso il significato di Stonewall. Hanno difeso la nostra storia di movimento di liberazione. Hanno difeso il Pride. Hanno difeso la nostra dignità: la dignità di Laura, di Daniela, di Ottavia, la mia, di Luca e di Nadia. Hanno difeso la storia di Daniel e hanno difeso la storia di Nadia. Le scuse di Nadia a mio avviso mettono una pietra su tutta questa vicenda al di là di tutte le speculazioni. Io sono orgoglioso di attiviste come Nadia, Laura, Daniela e Ottavia. Sono orgoglioso di tutte le persone transessuali che ogni giorno ci difendono dal grigiore e rendono le nostre vite sempre più rainbow. 

Persone come Laura e Nadia, con la loro passione, hanno saputo cambiare il mondo e senza di loro, anche con gli sbagli che ognuno di noi commette, saremmo tutti più tristi. Ringrazio tutti coloro e tutte coloro che hanno costruito un Pride meraviglioso in una terra difficile. Ringrazio infine Giuseppina la Delfa, l'amica Giuseppina, che con la sua faccia tosta - la faccia tosta di chi non ha mai avuto paura di urlare al mondo il proprio pensiero, la faccia tosta di chi ha saputo cambiare le nostre vite - ha saputo mandare al diavolo chi davvero vorrebbe un mondo più grigio e meno eguale. Grazie, Potenza!

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Il Basilicata Pride è stato un indubbio successo come ricordava ieri Nadia Girardi, presidente del locale comitato d’Arcigay, al termine della parata. Un successo dovuto alla tenacia e al coraggio di una donna trans che da anni si batte per i diritti Lgbti in una regione non pienamente sensibile a certe istanze come la Lucania. Quella Lucania che diede i natali a don Marco Bisceglia, uno dei fondatori dell’Arcigay, che l’attivista Morena Rapolla ha ricordato in relazione «a quei germogli lasciatici da un prete che qualcuno ha definito un prete scomodo. Invece no. Don Marco Bisceglia stasera è qui con noi. Io sento il suo spirito. Stasera fa festa qui con noi perché è tanto orgoglioso di noi. Quando i diritti non saranno più desidero allora non avremo più bisogno dei Pride. Ma la stagione dei Pride è solo iniziata».

Parole toccanti che sono state precedute dal discorso vibrante e forte di Giuseppina La Delfa, ex presidente di Famiglie Arcobaleno, che senza mezzi termini ha attaccato il comunicato Utero in affitto diramato tre giorni prima dell’inizio dell’Onda Pride: «Siamo qui con tante famiglie. Ma ci mancano ancora tanti diritti come l’accesso alla gpa per tutti. Non dobbiamo permettere a nessuno d’insultarci. Nessuno ci deve insultare. Nemmeno certe vecchie lesbiche rimbambite. Nemmeno  certi gay rimbambiti. Non dobbiamo farci insultare da nessuno».

Non sono però mancati momenti di tensione, provocati da un pubblico appello di Morena Rapolla alla sobrietà e alla compostezza nello sfilare prima della partenza del Pride. Pronunciato dal palco, l'invito si è caricato d'indubbia connotazione politica sì da indurre Laura Maria Santonicola, vicepresidente di Rain Arcigay Caserta, Daniela Falanga, componente di Arcigay Napoli, e Ottavia Voza, componente della segreteria nazionale d'Arcigay con delega per le politiche e i diritti trans, a un gesto dal forte impatto provocatorio: mostrare i propri seni quale protesta a un messaggio compromettente il principio dell’autodeterminazione e 30 anni di rivendicazioni. Rivendicazioni contro una società sessista che vuole le persone omologate e schiave d’una non meglio precisata moralità

Questo gesto ha indotto Nadia Girardi a far interrompere la musica e a prendere la parola: «Vi prego caldamente perché ho visto una mia amica che si è tolta il reggiseno. Allora: questa non è un’esibizione. Vi prego. Vi chiedo questa cortesia perché l’amministrazione comunale ci ha appoggiato e io ci tengo a portare in alto il nome di Arcigay Basilicata. Anch’io sono vestita da drag queen ma non sono volgare. Vi prego perciò di non spogliarvi e di rimanere composti perché questa è la Potenza dell’Amore e non uno spogliarello».

Parole che hanno suscitato l’immediata reazione del comitato Rain Arcigay Caserta che ha ritirato le sue diciotto bandiere in segno di protesta. «È possibile – così la stessa Laura Maria Santonicola, le cui dichiarazioni sono state riportate nell’odierno comunicato del comitato casertano -  nel paese che vanta il triste primato europeo per omicidi di persone trans, che siamo costrette da istituzioni sorde e bigotte a coprirci, ricomporci e nasconderci nel nome di una morale individuale che non è legge? In che modo un seno scoperto è dannoso, a confronto di quello che subiamo come singoli e come comunità ogni giorno? Censuriamo i nostri corpi e non le parole d’odio di chi ci vorrebbe morti e ci condanna all’inferno?».

In  ogni caso la stessa Ottavia Voza Daniela Falanga non hanno esitato  a riconoscere a Nadia Girardi il merito della non facile organizzazione del Basilicata Pride e a sottolineare come le indubbie pressioni provenenienti da più parti l’abbiano portata all’infelice appello pubblico. D’altra parte la stessa presidente di Arcigay Basilicata, interpellata da Antonello Sannino, presidente di Arcigay Napoli, ha ribadito tutto ciò e, oltre a dirsi dispiaciuta per quanto successo, ha anche comunicato d’aver chiamato personalmente Laura per chiederle scusa.

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