In AbruzzoCalabriaCampaniaEmilia-RomagnaLazio e Puglia è in corso l'iter procedurale per il raggiungimento di una legge regionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere.

L'esito positivo dei relativi dibattimenti allungherebbe così la lista delle Regioni che si sono già dotate d'interventi normativi analoghi: Toscana (legge regionale n. 63 del 2004), Liguria (legge regionale n. 52 del 2009), Marche (legge regionale n. 8 del 2010), Sicilia (legge regionale n. 6 del 2015), Umbria (legge regionale n. 3 del 2017). Un caso a parte è invece costituto dal Piemonte che ha affrontato il tema dell'omotransfobia nell'ambito della legge quadro regionale n. 5 del 23 marzo 2016. Ma cosa succede invece in una regione come il Veneto?

Per saperne di più, Gaynews ha raggiunto telefonicamente Alessandra Moretti, consigliera regionale dem.

Consigliera Moretti, in Veneto c’è un progetto di legge regionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere?

Dispiace dirlo ma purtroppo non ci sono attualmente propoposte di legge in merito. In realtà i temi dei diritti civili e le battaglie sulla parità di genere contro ogni forma di discriminazione trovano in Consiglio un forte ostacolo da parte di Lega, Forza Italia e Lista Tosi.

Quali sono le azioni messe finora in campo contro gli atti di omotransfobia? Insomma, la politica del governatore Luca Zaia ha dato al riguardo qualche segnale?

Il Governo di centrosinistra e, in particolare, quello guidato da Matteo Renzi ha avviato una grande stagione riformista nel nostro Paese proprio a partire dai diritti civili. Purtroppo qui in Veneto sembra che la storia si sia fermata proprio su questi temi.

Cosa ne pensa del sindaco di Venezia Luigi Brugnaro e della sua crociata contro i libri che diffonderebbero "l'ideologia gender"?

Personalmente ritengo sbagliata la censura sopratutto quando è praticata pregiudizialmente senza alcuna critica di merito. I bambini sono liberi e vivono l'amicizia senza barriere discriminatorie. L'educazione alla parità inizia dai banchi di scuola. Non è un caso che nelle scuole venete i libri “incriminati” siano stati utilizzati dalla maggioranza delle maestre proprio per affermare la diversità come ricchezza.

Qual è il suo parere sull'esperienza del Padova Pride Village? Secondo lei, in dieci anni di attività, ha contribuito a modificare l'opinione pubblica sulle persone Lgbti? 

Il Padova Village è nel Veneto è la più importante manifestazione che affronta dibattiti culturali di alto profilo. Dibattiti, fra l’altro, sempre molto partecipati. Ne abbiamo assoluto bisogno. Spero che il Village cresca ancora di più e diventi un riferimento nazionale prestigioso.

Consigliera Moretti, ultima domanda. Ma, se le forze politiche venete di centrodestra prestano scarsa sensibilità alla questione dell’omotransfobia, il suo partito che cosa pensa di fare al riguardo?

Sono orgogliosa di poter comunicare che avvierò a breve un confronto con tutte le associazioni Lgbti operanti sul nostro territorio. Con quale fine? Quello di depositare quanto prima un progetto di legge regionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere. È necessario, infatti, che anche il Veneto si allinei alle altre Regioni che hanno già adottato o stanno per adottare una specifica norma in merito.

 

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Saggista, autore di testi teatrali, giornalista, Piergiorgio Paterlini è il fondatore del periodico satirico Cuore con Michele Serra e Andrea Aloi. Tra le sue opere è da ricordare soprattutto la raccolta d'interviste Ragazzi che amano ragazzi che, pubblicata per la prima volta nel 1991 dalla Feltrinelli, è giunta alla 15° edizione. Un libro particolarmente caro allo stesso autore che, in un’intervista concessa in giugno a Gaynews, lo indicava, non senza ironia, quale classico da consigliare a un giovane che ha appena fatto coming out.

E i ragazzi con le loro passioni, sia pur colte nel lato più fosco e inquietante, tornano a primeggiare in Bambinate. L’ultima opera paterliniana, che, edita per i tipi torinesi Einaudi, è da ieri in vendita nelle librerie, affronta il tema antico e, nondimeno, sempre nuovo del bullismo.

Bambinate è sì un romanzo, anzi uno splendido romanzo, ma al contempo una lucida analisi di una realtà perennemente emergenziale qual è la violenza tra i più giovani. E tutto questo in 152 pagine, che conquidono il lettore per lo stile terso e l’impianto narrativo.

La trama è ben riassunta nella relativa scheda esplicativa del sito dell’Einaudi, dove si legge: «Metà anni Sessanta. È il Venerdí Santo in un paesino della Bassa Padana e, come da tradizione, si rappresenta la Via Crucis. Anche i personaggi sono quelli della tradizione: le Pie Donne, il Sommo Sacerdote, il Cireneo, la soldataglia. E Pilato. I protagonisti, però, sono tutti bambini e nessuno di loro sta recitando, nemmeno il piccolo Cristo che viene trascinato sul Golgota. Gli adulti guardano, ma non vedono. Cinquant'anni dopo, il ragazzo che allora era Pilato ritorna in paese.

Tutto è rimasto come quel giorno, i cambiamenti hanno intaccato soltanto la superficie. I bambini feroci di un tempo sono ora uomini sconfitti e rancorosi, e quel povero Cristo invecchiato ha imparato a portare la sua croceLa resa dei conti sarà crudele come allora fu spietato il gioco. Anche oggi è il giorno della Passione».

Bambinate, dunque, un libro da leggere e rileggere, che Paterlini presenterà per la prima volta, giovedì 7 settembre, al Padova Pride Village nel corso di un talk show dedicato a bullismo e omofobia. 

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Antonello Dose, vero mattatore radiofonico con Il ruggito del coniglio su Rai Radio2, ha pubblicato da alcuni mesi una sua interessante autobiografia in cui, con la leggerezza e l’intelligenza che lo contraddistinugono, entra nelle pieghe anche più dolorose e sofferte della sua vita.

La rivoluzione del coniglio, pubblicato per Mondadori, è un vero e proprio talismano di consapevolezza in cui, anche attraverso il filtro della fede buddista secondo la pratica di Nichiren Daishonin, Dose si racconta e si mette a nudo, narrando anche la propria esperienza da omosessuale e da sieropositivo.

Incontriamo Antonello Dose qualche giorno dopo la presentazione del suo libro al Village di Padova.

Antonello, come mai hai deciso di scrivere La rivoluzione del coniglio? La parola scritta arriva più lontana di quella parlata alla radio?

Diciamo che un libro può arrivare a persone che non ascoltano il programma alla radio.

Qual è stata la rivoluzione più importante di Antonello Dose? Scrivere e raccontarsi, in un periodo di diffusa virtualità, può considerarsi un gesto rivoluzionario?

Il termine “rivoluzione” usato nel titolo del libro vuol essere una citazione dal romanzo La rivoluzione umana del mio maestro di vita, il leader buddista Daisaku Ikeda, che racconta di una vita spesa a propagare in tutto il mondo il buddismo di Nichiren Daishonin. Nella prefazione al romanzo Ikeda scrive: «Il cambiamento nel carattere di una singola persona, porterà al cambiamento di un intero Paese e alla fine dell’intera umanità»

La rivoluzione umana è qualcosa che avviene all’interno della mente e dei cuori delle persone. Se cambiano le menti e i cuori delle persone cambiano le società. La mia rivoluzione, negli anni, è stata trovare il coraggio di raccontarmi. Nella "diffusa virtualità" in genere ci si rappresenta molto ma ci si racconta poco.

La tua affettività e il coming out sono tra i cardini del libro. Il coming out è un gesto rivoluzionario? Cosa diresti a un adolescente che ha paura di vivere alla luce del sole il suo amore?

Questa estate italiana è stata così ricca di omofobia da far paura. In questo senso direi a un adolescente di andarci cauto. Magari, all’inizio consigliere di parlarne a persone fidate. Per il buddismo noi e l’ambiente siamo un fenomeno unico. Personalmente, ho sperimentato che se hai paura e resti nascosto, l’ambiente percepisce questo come una tua debolezza e tende a infierire. Crescendo, ho scoperto che nel momento che tu stabilisci con coraggio la tua libertà di essere, l’ambiente, al contrario, si inchina e ti rispetta.

Anche la sieropositività è un argomento che affronti nel libro. Nel nostro Paese, a proposito di rivoluzioni, quanto è rivoluzionario raccontare la propria vita da sieropositivo? C'è, a tuo parere, ancora un grande stigma verso le persone hiv+ e, soprattutto, esiste una buona informazione sulla necessità di usare il preservativo o prevale un atteggiamento superficiale?

Parlando della mia sieropositività mi sono reso conto di aver scoperchiato un tombino. Semplicemente, in Italia negli ultimi lustri non si è parlato affatto di hiv. Non capisco come le nostre autorità sanitarie abbiano potuto essere così superficiali. L’effetto è che sono in grande aumento i contagi tra giovanissimi e nelle coppie eterosessuali. #viveresereniconhiv è l’hashtag che mi sono scelto per rappresentarmi su Twitter. Attualmente, un paziente in terapia, controllato dai medici, è teoricamente non più contagioso. Questo dovrebbe far crollare quell’aura drammatica delle campagne sanitarie degli anni ’90 che hanno fatto passare la sensazione che anche i rapporti umani potessero essere contagiosi. Con le cure attuali è una sciocchezza, per sé e per gli altri, non farsi il test. Da tempo è disponibile un test salivare che dà il risultato in 15 minuti. Raccontando di me ho ricevuto dall’ambiente affetto, incoraggiamento e calore umano. È stato molto liberatorio. Ai ragazzi dico di continuare a usare il preservativo che resta il presidio più sicuro insieme alla PrEP (andatevi a informare online). Eviterete tutta una serie di altre seccature.

La parte dedicata alla tua fede buddista ha grandissima rilevanza nel tuo libro. Che posizione ha il buddismo rispetto all’omosessualità?

Nel buddismo si afferma che ogni persona è degna del massimo rispetto e che ha già in sé tutte le potenzialità della Buddità, che può ottenere in questa vita, nella forma presente. Questa premessa include ogni genere di persona a prescindere dal gender, la classe sociale e l’età. Ho trovato un grande conforto in questo insegnamento che mi ha donato dignità spirituale nell’incoraggiarmi nel fatto che ognuno di noi va bene così com’è.

Infine, sei stato recentemente ospite del Padova Pride Village. Che impressione hai ricevuto da questa che è, senza dubbio, una delle realtà più attive nella diffusione della cultura lgbt?

Ci si sente coccolati quando il gruppo che organizza lavora in unità. Padova è anche un piccolo miracolo nella cultura religiosa del Nord-Est. È aperta all’Europa, è ariosa. Credo che questo bel Village sia anche espressione delle nuove generazioni, più libere, più espresse. Una bella festa la fanno gli organizzatori ma anche la gente che ci partecipa.

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Attrice, doppiatrice e scrittrice, Lella Costa porterà stasera sul palco del Padova Pride Village lo spettacolo Questioni di cuore ispirato all’omonima fortunata rubrica, che Natalia Aspesi tiene dal 1992 su Il Venerdi di Repubblica. Un emozionante viaggio attraverso la vita sentimentale e sessuale degli italiani nel corso degli ultimi 30 anni alla luce dell’ampia corrispondenza che la giornalista milanese continua a intrattenere coi propri lettori e lettrici.

Per saperne di più, abbiamo raggiunto telefonicamente Lella Costa a poche ore dall'evento padovano.

Lella, qual è il filo conduttore dello spettacolo Questioni di cuore?

L'idea dello spettacolo è nata durante la manifestazione La Repubblica delle idee, che lo scorso anno ha celebrato il 40° anniversario di fondazione del quotidiano. In quell'occasione ho avuto voglia di festeggiare Natalia con una serata caratterizzata dalla lettura della sua corrispondenza. Io leggevo le risposte e c’erano le registrazioni in video di amici attori, che davano invece lettura delle lettere inviate a Natalia. Il risultato è stato così carino che abbiamo avuto l’idea di un reading, in cui leggessi tanto i quesiti quanto le risposte. Il tutto collegato da alcuni accenni musicali di Ornella Vanoni. Non è stato facile effettuare la scelta delle lettere, che sono tantissime e abbracciano sia quelle pubblicate su Il Venerdì sia quelle raccolte nel libro Amore mio, ti odio (edito nel 2014 da Il Saggiatore) sia quelle che Natalia continua ancora a ricevere. Ho cercati di alternare le più serie e commoventi a quelle più ironiche e divertenti.

C’è qualcuna di queste lettere che l’ha particolarmente colpita?

C’è da dire che sono tutte molto belle. Quello che colpisce in primo luogo è la proprietà di linguaggio o comunque l’intensità di chi scrive. Leggerò fra l’altro anche qualche lettera critica come quella di Aldo Busi, che accusa amichevolmente Natalia di "affaturare" ossia di correggere le missive. E la risposta è meravigliosa. Ce ne sono poi alcune di persone omosessuali, che raccontano la propria storia: so che esse sono particolarmente a cuore a Natalia. Altre, invece, sono molto divertenti e Natalia risponde sempre con grande ironia senza mai essere giudicante. Senza contare la lettera finale d’una 60enne vicentina, che è davvero una poesia struggente. 

Ha appena detto che le persone omosessuali stanno particolarmente a cuore a Natalia Aspesi. Per Lella Costa, invece, che ruolo esse hanno avuto e hanno nel corso della propria vita?

Citando il titolo del libro dell’amico Filippo Maria Battaglia, mi verrebbe subito da dire: Ho molti amici gay. Battuta a parte, a me risulta davvero incomprensibile come possano sussistere difficoltà a causa dell’orientamento sessuale o identità di genere di una persona. Per mia fortuna sono cresciuta in un ambiente familiare in cui l’omosessualità non è mai stata percepita come un problema se non per il fatto che era un problema per il mondo esterno. Ciò ha fatto sì che io vada particolarmente fiera, ad esempio - rispetto a tanti riconoscimenti ricevuti -, d’essere socia onoraria di Arcigay o di aver ricevuto il premio Queen of Comedy. Ho educato alla stessa sensibilità e attenzione verso tutte e tutti anche le mie figlie. Fra l'altro le coppie più solide di amici sono proprio quelle di persone omosessuali.

Tra i tanti episodi uno in particolare è per me significativo in riferimento al mio rapporto con la collettività Lgbti. Lo scorso anno a Milano ho fatto da "madrina" a una bellissima manifestazione di cori rainbow. C’erano anche cori di bambini. A un tratto un coro tutto maschile, proveniente da Bologna, ha eseguito Va, pensiero – al cui ricordo ancora adesso mi commuovo – e ho pensato: Porca miseria. Se lo ascoltasse Salvini, si indignerebbe contro "questa manica di gay". Quell’evento mi ha dato una sintesi perfetta del mondo e mi ha fatto maggiormente comprendere la necessità di aprire i cuori prima ancora di aprire le menti delle persone.

Lo scorso anno è stata promulgata la legge sulle unioni civili tra persone dello stesso sesso. Che cosa ne pensa?

Penso che in Italia ci fosse bisogno d’una legge che normasse, per altro, una realtà esistente. Si è trattato dunque di sanare una situazione che dal punto di vista giuridico era spaventosamente carente. Credo che non sia una legge perfetta come credo che sulla questione dell’adozione del figlio del partner o della partner si sia persa una grande occasione.  In un tale ambito emerge davvero la spietatezza di chi, in in nome di una superiore religione o ideologia, ha a cuore tutto tranne che la tutela e il benessere dei bambini. Credo perciò che si possa e si debba fare meglio. È chiaro ovviamente che una legge non basta perché deve cambiare il sistema educativo e culturale.

Il tema della genitorialità di coppie di persone dello stesso sesso chiama in causa anche quello della gestazione per altri. Qual è il suo parere al riguardo?

Ho da poco scritto la prefazione a un libro di un amico - che conosco da quando era piccolo – che tre anni fa ha avuto col proprio compagno una bambina ricorrendo alla gestazione per altri negli Usa. Ho ribadito innanzitutto come quella della gpa sia una questione molto delicata. La maternità, infatti, oltre ad avere delle implicazioni fisiche, biologiche ne ha anche di emotive e molto profonde.

Ciò detto, ritengo che, fatta salva l’autentica libertà della donna – che non ci sia cioè un ennesimo sfruttamento del suo corpo. Il che sarebbe aberrante -, non vedo in tutta sincerità perché dire a priori no. Tanto più che l’adozione è impraticabile in Italia per coppie di persone omosessuali. Fra l’altro bisogna notare come le coppie lesbiche abbiano un’agevolazione in più perché possono molte volte concepire con le donazioni amichevoli di persone conoscenti.

Non capisco dunque perché si debba precludere la genitorialità a coppie di uomini e perché soprattutto si debba generalizzare. Come esistono tante coppie di persone etero che non desiderano diventare genitori così ce ne sono altrettante di persone omosessuali che non desiderano esserlo. Ma è necessario garantire ciò a chi invece lo desidera senza porre differenze. Ecco perché anche sulla gpa sarebbe necessaria una regolamentazione legislativa. Come cittadina mi auguro che si arrivi a dibattere ciò in Parlamento per avere una norma ponderata ed equilibrata quanto imprescindibile.

Affrontiamo la questione delle persone trans. Alcuni giorni fa si sono verificati a Rimini due casi di violenza a danno di una donna polacca e di una donna transgender peruviana. Come giudica il fatto che noi giornalisti abbiamo liquidato in poche battute la vicenda dello stupro della giovane peruviana e, soprattutto, utilizzato termini scorretti, quando non offensivi, come trans o addirittura viado?

A me è venuto il magone nel leggere una tale notizia: il dato dello strupro della donna transgender è stato dato solo in quanto corroborava la versione della giovane polacca. Ma lo stupro è sempre un crimine odioso. Solo che nel nostro Paese si fa fatica a rubricarlo come reato perché noi siamo quelli che affermano: Ma lei ha detto no, però intendeva sì. Per cui sarebbe necessario non stabilire una graduatoria di stupri.

Auspicherei inoltre che i giornalisti o comunque chi si occupa di comunicazione avessero più cura nello scrivere e nel parlare di determinati accadimenti. Le parole sono importantissime. Inoltre mostrare chiarezza verbale nonché pietas anche verso la vittima, partendo dalla considerazione che apparteniamo tutti allo stessa grande famiglia umana, sarebbero già un grande passo in avanti. 

Che cosa, in conclusione, si aspetta stasera Lella Costa al Padova Pride Village?

Far suonare in primo luogo le parole di Natalia e dei suoi lettori, che sono un bellissimo ritratto del nostro Paese. E poi sarò in un contesto a me molto caro, dove sono sicura che certe sfumature, certi dettagli, certe “questioni di cuore” saranno colte e apprezzate in maniera particolare dal pubblico presente.

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Nel decennale di fondazione il Padova Pride Village ha vissuto ieri sera un momento di particolare importanza e commozione.

A intervenire, nell’ambito d’una conversazione con Alessandro Zan, deputato dem nonché ideatore del festival, e Claudio Malfitano, giornalista de Il Mattino di Padova, il direttore di Gaynews Franco Grillini, che ha ripercorso la storia del movimento Lgbti italiano alla luce della propria esperienza attivistica e politica. Esperienza ultratrentennale che è stata soprattutto caratterizzata dall’ideazione di Arcigay Nazionale – di cui è stato presidente dal 1987 al 1998, conservandone successivamente l’incarico onorario –, dalla collaborazione alla nascita della Lila (Lega italiana per la lotta contro l'Aids) e dall’impegno come parlamentare perché fosse iscritta all’ordine del giorno della Camera (in Commissione Giustizia) l’allora proposta di legge sui Pacs.

Abituato a ogni sorta di sorprese, Franco Grillini non si sarebbe però mai aspettato di ricevere al termine dei suoi interventi il Premio per la persona Lgbt dell’anno e di esserne il primo destinatario in assoluto. Il riconoscimento è stato infatti istituito quest'estate nel decimo anniversario del Padova Pride Village e continuerà negli anni seguenti. 

Alla presenza di Daniel N. Casagrande, ideatore e organizzatore del Queer Lion Award, Mattia Galdiolo, presidente del circolo Arcigay Tralatro di Padova, Zeno Menegazzi e Michele Breveglieri del circolo Arcigay Pianeta Urano di Verona, l’onorevole Zan ha letto le motivazioni dell’assegnazione del premio: «Se oggi anche io posso essere quello che sono il merito va a Franco Grillini e alle sue mille battaglie. È la frase detta dal giovane presidente di Arcigay Vicenza Thomas Tedesco.

Una frase che tutti possiamo sottoscrivere e che è stata confermata da tutto il movimento Lgbt, anche con la presidenza onoraria di Arcigay attribuita a Franco ancora diversi anni fa. E tutto il movimento è stato e vuole essere accanto a Franco nella sua lotta contro una malattia che nell’ultimo anno lo ha indebolito e gli ha tolto un po’ di agibilità, ma non la voglia di lottare e di sorridere.

Siamo accanto a Franco come lui era a fianco a tutti noi nel 1982 quando ci fu l’occupazione del Cassero a Bologna, nel 1985 con la fondazione dell’Arcigay e nel 1987 quando creò la Lega italiana per la lotta all’Aids, nel 1997 con l’idea della Linfa (Lega italiana nuove famiglie) per mettere all’attenzione del parlamento una legge sulle unioni civili.

Nell’ultimo anno la battaglia di Franco si è fatto più personale e forse più difficile. Il suo sorriso, la sua determinazione, la sua lotta sono un esempio per tutti noi. Ma soprattutto per quei (purtroppo ancora troppi) giovani che sentono addosso la fatica di accettarsi, di dichiararsi e di lottare contro i pregiudizi. 

Per queste motivazioni il Padova Pride Village, nel corso della sua decima edizione, ha deciso di nominare Franco Grillini persona Lgbt dell’anno».

Visibilmente commosso, il direttore di Gaynews ha ringraziato per l’inaspettata premiazione dichiarando: «Questo riconoscimento del Padova Pride Village mi rende particolarmente orgoglioso e soprattutto mi fa dire che questi 30/40 anni di militanza sono stati utili.

Ogni tanto, quando si fa politica, ci si chiede se si è riusciti a portare a casa qualche risultato. Se la politica significa ancora ideali, credere in qualcosa, credere in un mondo migliore, la risposta è sì. La buona politica è questa.

Questo riconoscimento va a tutti quelli che hanno iniziato la lotta con me negli anni ’80 e che hanno contribuito in modo determinante alla nascita, alla crescita e al consolidamento di questo movimento che ha cambiato l’Occidente per sempre e – io sostengo – in modo irreversibile. Sono conquiste non solo per noi ma per tutti, perché qualsiasi diritto che viene garantito, anche a una minoranza, migliora la vita di tutti.

Quindi grazie al Padova Pride Village. Grazie a questa storia che c’è stata e che ci rende tutti orgogliosi di aver dedicato la vita a una rivoluzione culturale che è stata gentile: non c’è stata violenza, non ci sono state forzature. Tutti hanno potuto partecipare discutendo di come cambiare il mondo e soprattutto di come cambiarne la mentalità, che è la cosa più difficile. Ci siamo riusciti: di questo dobbiamo essere orgogliosi. La nostra vita è stata spesa bene. Comunque vada, è stato bello».

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Il Padova Pride Village giunge quest’anno alla decima edizione e festeggia alla grande i primi due lustri di vita con un fittissimo programma di concerti, serate disco ed eventi culturali con figure di spicco del mondo del giornalismo, del teatro, del cinema, della musica, della letteratura.

A poche ore dall’opening party, che avrà come madrina Simona Ventura e sarà caratterizzato dal live di Cristina D’Avena, abbiamo incontrato Alessandro Zan, parlamentare dem e ideatore del più importante festival Lgbti del Nord Italia

Onorevole Zan, guardando ai dieci anni del Padova Pride Village, quali sono state le difficoltà organizzative incontrate agli inizi e e quali gli obiettivi raggiunti nel tempo?

Il Village negli anni è cresciuto moltissimo in termini di presenze, superando i 100mila ingressi, e in termini di eventi svolti al suo interno. Diversificare l’offerta delle manifestazioni e mantenere sempre un’alta qualità d'intrattenimento, sia culturale sia musicale, e soddisfare un pubblico sempre più variegato non è stato semplice. Ma il numero crescente di visitatori ci dice che abbiamo fatto un buon lavoro. L’obiettivo che più mi rende orgoglioso è quello di aver reso un festival Lgbti un evento ormai atteso da chiunque: è diventato un punto di riferimento trasversale. È davvero la festa di tutti, non solo del mondo Lgbti. È un punto d'incontro tra anime diverse della società, che altrimenti difficilmente potrebbero venire a contatto.

Come si caratterizzerà il Padova Village 2017?

Lo slogan di quest’anno è L’estate migliore che c’è e vogliamo renderla tale. Iniziando dagli allestimenti degli spazi, che per questa decima edizione sono decisamente più curati e attenti ai dettagli, passando per gli eventi culturali, che toccheranno temi importanti di attualità con ospiti di spicco, fino all’intrattenimento notturno e all’animazione, che vedrà oltre trenta dj dar vita alle nostre notti estive.

Qual è il messaggio che si vuole lanciare col video promozionale?

L’interprete della sigla è Cristina D’Avena, idolo di generazioni di bambini e famiglie, ma anche icona gay, che si è sempre spesa per i diritti civili. Questa doppia anima rispecchia proprio il Padova Pride Village, un festival Lgbti, sempre molto frequentato anche da famiglie di ogni tipo. Però il video ha un’impostazione diversa, che prende spunto dai look metal e rock, proprio a voler simboleggiare il continuo cambiamento che ogni anno vogliamo dare al Village e che in questi anni abbiamo portato nella nostra città.

Padova è al bivio con le amministrative. Di contro a messaggi politici improntati a esterofobia e discriminazioni quale quello che proviene dal Village?

Questa città ha ancora ferite aperte da tre anni di amministrazione leghista omofoba, razzista, cieca, in una parola: medievale. Padova ha una tradizione secolare di cultura e arte: è una città di animo europeo e cosmopolita. Il messaggio che viene dal Village ha un significato di inclusione, tolleranza e libertà. Qui noi facciamo di ogni diversità, etnica, di orientamento sessuale o di genere, una fonte di ricchezza. Sono certo che il 25 giugno i Padovani sapranno scegliere un modello che segue l’indole della loro stessa città, una città che ha reso possibile la nascita e il successo del nostro Village.

L'islamofobia scuote anche la collettività Lgbti. L'attivista pakistano gay Wahajat Abbas Kazmi è stato contestato da molte persone omosessuali per aver sfilato al Roma Pride col cartello "Allah loves equality". Cosa pensa di una tale contestazione?

Voglio esprimere la mia più totale solidarietà a Wahajat Abbas Kazmi. I valori di libertà, tolleranza e democrazia che stanno alla base di ogni Pride non possono essere sospesi nei confronti di nessuno. Ognuno ha il diritto di manifestare essendo pienamente sé stesso, in questo caso musulmano e omosessuale. Si deve garantire a chiunque di professare la propria religione e, comunque, il messaggio che ha lanciato è di pace e apertura. Fare di tutta l’erba un fascio è una peculiarità della destra e dei populismi. Sarebbe un errore enorme che anche la comunità Lgbti cadesse in questi luoghi comuni.

Un'ultima domanda ad Alessandro Zan che, pur parlamentare, resta un attivista. Cosa ne pensa delle annuali polemiche sul come sfilare ai Pride? 

I Pride sono nati come forma di protesta e di lotta, per rompere quegli schemi bigotti e antichi che contrastavano l’affermazione dei diritti. L’autodeterminazione del proprio corpo è uno di questi tanto più durante una sfilata di un Pride. Ognuno deve poter sfilare come meglio crede, per evitare che il movimento Lgbti cada in dinamiche moraliste che contraddicono la sua stessa storia e le sue vittorie. Ogni diversità nella società va rispettata e valorizzata. Cercare di normalizzare elementi di diversità è un atto inaccettabile di violenza verso una minoranza. Invece, ciò che auspico è che si giunga presto a una vera e piena equiparazione dei diritti e che i Pride divengano manifestazioni di tutela e supporto degli stessi, non più di lotta.

 

 

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