Le parole chiave "Test Hiv" su Taobao, il principale sito cinese di e-commerce, rimandano a una quantità enorme di pagine di kit di test rapidi in vendita per meno di 8 dollari. Il più venduto (20mila unità al mese) è un kit multiplo che analizza sangue ed essudato gengivale.

«Ero estremamente nervoso finché non sono risultato negativo –  ha detto un utente anonimo –. L'ho comprato di nascosto». Il proliferare di questi kit permette di osservare l’attuale livello d’attenzione in Cina all’Hiv/Aids. Esperti d’epidemiologia hanno affermato che il numero annuo di persone, sottopostesi in Cina al test Hiv, si è quasi quadruplicato nell'ultimo decennio. Resta la sfida per raggiungere le persone non consapevoli del loro status di sieropositività, che sono stimate tra le 200mila e le 400mila.

Wu Zunyou, direttore del Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie (China Cdc), ha detto che nello scorso anno i fruitori del test Hiv sono stati 169 milioni e il numero continua a crescere. «Significa che una persona su tre (di quelle che hanno fatto il test Hiv nel mondo) l’ha fatto in Cina», ha dichiarato in un seminario promosso dalla Fondazione Bill e Melinda Gates a Pechino in vista della Giornata mondiale contro l'Aids. Wu, che è anche consulente di UNAids, ha affermato che nel 2008 solo 45 milioni di cinesi avevano fatto il test. Numero aumentato costantemente a seguito delle capillari campagne di sensibilizzazione.

La maggior parte delle persone, come rilevato sempre da Wu Zunyou, fa il test prima di sottoporsi a interventi chirurgici importanti, di donare il sangue o, per le donne, durante la gravidanza. La lotta proattiva della Cina contro l'epidemia di Aids ha prodotto risultati. La trasmissione di sangue infetto, una volta dilagante attraverso la vendita illegale di sangue o la condivisione di aghi tra i tossicodipendenti, è stata pressoché eliminata. I dati ufficiali mostrano che in Cina sono circa 718.270 le persone con Hiv/Aids. Al 30 giugno 221.628 persone sono morte di malattie correlate all'Aids.

Nel corso del medesimo seminario Jiang Yan, direttore del Laboratorio di riferimento nazionale per Hiv/Hcv del China Cdc,  ha detto che il Paese ha una delle reti di test Hiv più estese al mondo con copertura di oltre 30.000 laboratori, i cui servizi si estendono a quasi ogni contea.

Con riferimento alle nuove diagnosi da infezione da Hiv tra i più interessati risultano essere i giovani omosessuali. Mentre alcuni di essi si sono sottoposti al test attraverso programmi di gruppo, è probabile – come osservato da più esperti partecipanti al seminario – che non pochi evitino per timidezza o vergogna il test dopo rapporti ad alto rischio. Al riguardo Jiang Yan ha affermato che l'utilizzo del kit di auto-raccolta delle urine è ora visto come una soluzione.

Distributori automatici, che vendono un tipo di questi kit, sono stati installati in oltre 30 università a Pechino e in quattro aree provinciali. Un utente può acquistare un kit, raccogliere l'urina e lasciarne un campione nel cassetto depositario del distributore automatico. I volontari raccoglieranno i campioni e li faranno esaminare in un laboratorio autorizzato. L'utente potrà poi verificare il risultato online o tramite un'app mobile. L'intero processo è anonimo.

Jiang ha detto che sia i dirigenti universitari sia gli studenti hanno accolto favorevolmente il metodo di prova. «Prima gli esami del sangue per Hiv erano disponibili nelle cliniche universitarie ma l'affluenza era scarsa -  ha detto Jiang -. Nessuno vuole presentarsi alla clinica universitaria e chiedere un test per Hiv». Ha detto che il programma si estenderà al altre regioni nel 2018.

Wu si aspetta che l’utilizzo di kit di test rapidi diventi in futuro prassi comune. «L’obiettivo è offrire alle persone più opzioni per sottoporsi autonomamente al test», ha detto Wu. Perché «il primo step, quello cruciale, è scoprire l’eventuale condizione di +Hiv».

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Il caso Braibanti è stato, senza dubbio, uno dei casi giudiziari più clamorosi e drammatici degli anni ’60 del secolo scorso nel nostro Paese. E ha lasciato una ferita mai sanata nell’immaginario collettivo delle persone omosessuali.

Aldo Braibanti (1922-2014), filosofo, poeta, naturalista ed ex partigiano, nel 1964 fu accusato di aver plagiato il 21enne Giovanni Sanfratello. In realtà il giovane, in fuga da una famiglia autoritaria e bigotta, aveva deciso di seguire i propri desideri ed era andato a vivere a Roma con Aldo Braibanti. Non accettando l’omosessualità del figlio, il padre affidò Giovanni agli psichiatri con la speranza di guarirlo dalla “seduzione” che avrebbe subito e denunciò l’artista-filosofo con l’accusa di plagio.

Dalle colonne dei maggiori quotidiani Pier Paolo Pasolini, Elsa Morante, Umberto Eco, Alberto Moravia, Marco Pannella, Cesare Musatti e Dacia Maraini si mobilitarono con trasporto a favore di Braibanti ma i loro appelli, come quelli di molti altri, restarono del tutto inascoltati. Il processo si concluse nel 1968 con la condanna per Braibanti per un reato dichiarato poi incostituzionale nel 1981.

Negli ultimi anni Il caso Braibanti, ricostruito da Massimiliano Palmese con documenti d’archivio, lettere e testimonianze, è diventato una pièce di successo diretta da Giuseppe Marini.

Dal 9 al 19 Novembre Il caso Braibanti, spettacolo nato diversi anni fa all’interno della rassegna Garofano Verde – Scenari di teatro omosessuale, ideata da Rodolfo Di Giammarco, torna a Roma nel nuovissimo Spazio 18b della Garbatella (via Rosa Raimondi Garibaldi, 18b).

Nei panni dei due protagonisti Fabio Bussotti e Mauro Conte che sono sempre in scena con il musicista Mauro Verrone e, sempre secondo il disegno registico, recitano anche la parte degli avvocati, dei preti, dei genitori, caratterizzandoli nelle rispettive inflessioni dialettali.

«Il caso Braibanti desterebbe ancora scalpore perché parliamo di un vero e proprio processo farsa – dichiara il regista Giuseppe Marini in una recente intervista radiofonica –. Chi verrà a teatro vedrà e ascolterà le dichiarazioni veramente risibili di periti venduti: ci sono perizie psichiatriche allucinanti, inventate di sana pianta, e non bisogna dimenticare che si tratta di una tragedia che rovinò la vita di un uomo e di un ragazzo per sempre. Nonostante l’appoggio dei più grandi intellettuali del tempo, ad Aldo Braibanti fu comminata una pena di nove anni  e, cosa ancora peggiore, Giovanni Sanfratello fu sottoposto ad atroci trattamenti con elettroshock e coma insulinico».

«Se oggi il nostro Paese è sempre in coda nell’aggiornarsi in tema di diritti civili – aggiunge Massimiliano Palmese - e a distanza di oltre quattro decenni ancora si oppone all’adozione per le coppie omosessuali o a una legge contro l’omofobia, vuol dire che Il caso Braibanti non è pagina del passato ma storia presente, che può e deve, ancora, farci sussultare». 

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Il sonnacchioso mondo delle principali testate giornalistiche italiane, dove i direttori si alternano tra meno di dieci persone, è stato terremotato dalla decisione del gruppo L’Espresso di nominare Tommaso Cerno alla condirezione di Repubblica. Sembra un po’ una vicenda di addetti ai lavori, di esperti di comunicazione. In realtà si tratta di un fatto storico di grande portata e di forte cambiamento: per la prima volta un omosessuale dichiarato arriva ai vertici della testata di riferimento del mondo progressista italiano segnando un cambiamento profondo nel modo di essere del giornalismo e dell’informazione.

Quando quasi 20 anni fa demmo vita con Gaynews.it a Gaynet (Italia Gay Network), l’associazione Lgbt per il rapporto con l’informazione a tutti i livelli, non pensavamo certo che “uno di noi” poteva arrivare alla direzione di una grande testata. D’altra parte si riteneva allora che l’orizzonte delle unioni civili in Italia fosse oltre la portata della nostra vita e di questa generazione.

Si pensi quindi con che gioia tra pochi mesi festeggeremo il 20° anniversario di Gaynet con i primi due anni delle unioni civili (oltre 3000 mila celebrazioni, la percentuale più alta di tutta l’Europa in rapporto ai matrimoni tra persone eterosessuali) e il primo condirettore gay della più importante, sul piano politico, delle testate giornalistiche italiane. 

Mentre scrivo questo editoriale per Gaynews, mi viene in mente una notte di giugno del 1997 a Venezia quando ero col gruppo organizzativo del Pride nazionale di allora. Tommaso, perlustrando con altri tre il percorso del corteo, si imbattè nel putch dei “serenissimi” che con il “tanco” prese possesso del campanile di Piazza San Marco. La pagliacciata degli indipendentisti veneti di allora ci fece sorridere e scherzando con Tommaso si decise di non farne neppure oggetto di comunicato stampa. E in effetti nel giorno del Pride l’episodio era già dimenticato. Il giovanissimo militante Tommaso Cerno, dirigente dell’Arcigay di Udine, esponente di un movimento che stentava a trovare interlocutori disponibili nel mondo della politica e del giornalismo, era già allora giornalista professionista impegnatissimo sul fronte dell’informazione sui diritti civili. Non a caso è proprio su di una vicenda dolorosa come quella di Luana Englaro che ha fatto parlare di sé in tutto il Paese, tenendolo col fiato sospeso per giorni e giorni. Tommaso si rivelò già allora quel fuoriclasse del giornalismo come avremmo poi dato prova sempre più spesso nelle brillantissime presenze televisive e negli editoriali da direttore dell’Espresso.

Quando il 25 ottobre Tommaso si insedierà sulla poltrona di condirettore di Repubblica, sarà inevitabile per noi fare un bilancio sul rapporto tra informazione e omosessualità in Italia. Non tanto e non solo perché il giornalismo dev’essere capace di andare al di là dell’informazione generalista. Ma perché siamo nell’epoca dove le minoranze sono prese di mira, dove il razzismo rifà capolino con i populisti che vincono qua e là le elezioni facendosi imprenditori di paure che non hanno ragion d’essere. 

Gli omosessuali sono stati additati nel corso degli anni come distruttori della famiglia tradizionale (messa invece in discussione dalla precarizzazione del lavoro e dell’economia), come coloro che minano alla base la coesione sociale (e invece con la celebrazione delle unioni civili si è dimostrato esattamente il contrario). Addirittura si è inventato il “complotto gender”, portatore di un “pensiero unico” che vorrebbe imporre la dittatura delle identità liquide. A me questa campagna informativa distorta ricorda molto il “complotto demoplutogiudaicomassonico” di mussoliniana memoria, quando per sviare l’attenzione dal disastro delle politiche economico-sociali del regime si inventò un nemico immaginario. Ora sta avvenendo la stessa cosa sostituendo gli ebrei (di cui ricorre il 74esimo della deportazione dal ghetto di Roma) con gli omosessuali e la collettività Lgbt, additati come coloro che vorrebbero cancellare la differenza uomo-donna. In realtà sotto mentite spoglie si vuole difendere quel maschilismo criminale che porta all’uccisione di una donne ogni tre giorni. Quel maschilismo che è anche il pricipale avversario delle battaglie Lgbt.

Ecco perché ho ritenuto da sempre quella dell’informazione un campo di azione primario e decisivo per arrivare all’interno del mondo politico e per cambiare quella mentalità, quel senso comune, che come diceva il Manzoni non sempre è dotata di buon senso.

In-formare significa lottare contro l’ignoranza che alimenta il pregiudizio, quella informazione sottilmente omofoba che pensa che un “omosessuale non possa diventare presidente della Repubblica”, che la “caduta dell’impero romano sia dovuta alla decadenza omoerotica”, che i gay non possano fare gli insegnanti, che sia più facile per un cammello passare per la cruna di un ago piuttosto che per un omosessuale dichiarato diventare direttore di testata o della Rai in quanto non “rappresentativo”. 

Tommaso Cerno dimostra invece tutto il contrario rivoluzionando il concetto stesso di informazione e insediandosi come condirettore in una posizione da cui si guarda il mondo e da cui lo si può, anzi, lo si deve cambiare per rendere la vita di tutti noi più felice e più meritevole di essere vissuta perché non più escludente.

Sono finite quindi le macellerie delle cronache nere che parlano di “mondo particolare”, di “ambienti gay”, di “amicizie pericolose”, di “torbidi luoghi del vizio”.

Roma non fu fatta in un giorno, ma esistono quei giorni dove un carissimo amico entra nella stanza dei bottoni e può fare potenzialmente in poche mosse quel che abbiamo provato a fare in decenni di lotte. Auguri, Tommaso. E, soprattutto complimenti: noi ti portiamo nel cuore come spero che tu possa portare ogni giorno nel tuo lavoro due millenni di sofferenze, che finalmente possono vedere la parola fine con un nuovo inizio di libertà in un’avventura affascinante capace di conivolgerci tutte e tutti.

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Brillante, astuto, ambizioso e con una personalità unica,  è stato uno dei tanti omosessuali che hanno fatto la storia e la cui vita è ancora oggi sconosciuta a molti.

I motivi per cui va ricordato sono molteplici. In primis bisogna sottolineare il fatto che Cambacérès partecipò alla redazione dei tre progetti di Codice civile allo scopo di unificare la legislazione privatistica francese in un unico corpo normativo. Sebbene non entrassero mai in vigore, i progetti furono molto importanti per la compilazione del Codice Napoleonico che, affidata a Tronchet, Portalis, Maleville e Premenau, fu portata a termine sotto la direzione di Cambacérès. Ovviamente non possiamo tralasciare il fatto che il giursta contribuirà a togliere dal Codice penale francese ogni riferimento alla sodomia: atto molto coraggioso e azzardato ai tempi.

Per quanto riguarda la sua vita privata, in molti sospettano che sia stato l'amante del giovane Napoleone il quale lo nominò ministro della Giustizia e lo chiamò a far parte del suo triunvirato con Charles-François Lebrun: i maligni si sarebbero divertiti a chiamarli Hic, Haec et Hoc, cioè questi (Napoleone), questa (Cambacérès) e ciò (Lebrun). L'argomento era divenuto oggetto di pettegolezzo mondano visto che tutta Parigi ormai rideva delle avventure omosessuali che lo vedevano protagonista. In molti lo chiamavano spregiativamente Tante Turlurette.

Per alcuni biografi, come Chatel de Brancion, una tale reputazione sarebbe da ascrivere ai numerosi nemici politici che avrebbero congetturato al riguardo sulla base del permanente status di single. L’essere single diede del filo da torcere a Cambacérès: va ricordato che quando venne eletto presidente della Convenzione nel 1794 i suoi avversari proposero, all’art. 16 del progetto di Costituzione, che tutti i deputati fossero “o sposati o vedovi” al fine di allontanarlo. Ovviamente tutti i tentativi di mettergli i bastoni tra le ruote fallirono.

Dopo la proclamazione dell'impero fu nominato arcicancelliere e presidente del Senato. Acquisì successivamente il titolo di principe e fu nominato duca di Parma nel 1808. Dopo la restaurazione monarchica, rischiò l'arresto e, anche se fu esiliato in Belgio per un breve periodo, fu subito scagionato da ogni accusa. Successivamente nel maggio del 1818 fu reintegrato nei diritti civili di cittadino francese e visse serenamente gli ultimi anni di vita fino alla morte avvenuta nel 1824.

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Andrea e Francesco hanno detto il loro sì stamani nel Palazzo dei Capitani alla presenza di un funzionario dell’ufficio Anagrafe. Ma il clima festoso della prima unione civile ad Ascoli Piceno è stato purtroppo rovinato da insulti, indirizzati alla coppia da parte di un 50enne, la cui identità è stata rivelata da una donna presente ai carabinieri giunti sul posto.

A dare maggiori dettagli sulla vicenda anche Francesco Ameli, capogruppo Pd ad Ascoli, che sulla sul suo profilo Fb ha raccontato: «Dopo aver salutato gli sposi, tornando verso il Comune ho sentito urlare verso di me "zecca" , "ciccione" ed altre cose varie.

Chiedendo all'urlatore se si rivolgesse a me, mi è stato detto "stai zitto" e successivamente "ti spanzo". Cose leggere insomma.. Un comportamento deplorevole messo in atto da chi dovrebbe vivere con più serenità i propri giorni.

Successivamente sempre urlando verso di me mi è stato detto colpa del Pd se succedono queste cose.. Ho pensato dentro di me che piuttosto che una colpa era un merito... Spiace che l'unione civile non sia stata celebrata né dal sindaco né da un assessore né da un consigliere comunale (nonostante personalmente e pubblicamente abbia dato disponibilità a celebrarne). In questo si riconosce anche l'ideologia politica di chi governa».

Un avvenimento indubbiamente spiacevole ma che è da considerarsi un caso tuttavia isolato. A dirlo è proprio Francesco, uno dei due festeggiati, che, raggiunto telefonicamente, ha dichiarato: «Siamo stati insultati: è vero. Ma si tratta di un uomo, le cui posizioni sono note. Una nota stonata, indubbiamente, che non ha turbato minimamente la felicità mia e di Andrea. Vivo da 14 anni ad Ascoli - sono, infatti, d'origine abruzzese - e posso dire di non aver mai avuto problema alcuno in questa splendida città che, contrariamente a quanto taluni possono pensare, è accogliente e inclusiva».

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Quello che ha legato Dacia Maraini a uno dei più noti e controversi intellettuali del nostro Paese, Pier Paolo Pasolini, non era solo una vicinanza professionale tra scrittori, ma soprattutto uno legame molto stretto di amicizia, di rispetto e di condivisione di valori e di vedute della società e della vita. Dacia Maraini è una scrittrice e intellettuale molto prolifica e molto apprezzata anche all’estero, un’attentata osservatrice della nostra società, di come si sta evolvendo e dei cambiamenti culturali che si stanno imponendo nei cittadini.

Gaynews l’ha intervistata sul suo rapporto professionale e umano con Pasolini e su cosa pensi di alcune temi quali le unioni civili, la gestazione per altri e la recrudescenza di fenomeni di omotransfobia che hanno caratterizzato questa estate.

Qual era il suo rapporto con Pasolini?

Quando ho conosciuto Pasolini non era il mito che è oggi anzi, era un uomo molto attaccato, molto osteggiato e nei suoi confronti c'era tanta ostilità. Dopo la sua morte invece è diventato un personaggio proverbiale. Ma prima no, non era così. La mia conoscenza risale a un tempo difficile per lui: doveva affrontare continuamente dei processi, lo attaccavano puntualmente sui giornali e anche politicamente.

Non era tanto la sua omosessualità a disturbare i benpensanti ma il fatto che fosse provocatorio e avesse un atteggiamento di sfida. Pasolini era molto critico nei confronti della società in cui viveva, nei confronti del suo tempo, del governo democristiano, del potere in genere. Basti pensare, ad esempio, all'episodio del '68 quando nel periodo delle manifestazioni si schierò con i poliziotti difendendoli in quanto figli del popolo, contro i sessantottini che lui chiamava “figli di papà”.

Molte delle critiche rivolte a Pasolini non erano solo di tipo politico, ma si richiamavano alla sua omosessualità. Qualcuno lo definiva anche pedofilo. Lei  cosa risponde a queste accuse?

No, Pasolini non imponeva mai la sua sessualità, al contrario voleva essere punito e maltrattato. Chi legge Petrolio sa che il suo era un atteggiamento di ricezione e quindi non di imposizione. Pasolini aveva  un rapporto di gioco col sesso e non di “presa”, da predatore. Ripeto, leggendo Petrolio, si capisce esattamente qual era il suo atteggiamento con questi ragazzi con cui cercava di giocare; un gioco che sconfinava nel sesso ma che ripeto non era affatto di tipo impositivo.

Tra gli intellettuali omosessuali di oggi secondo lei c’è qualcuno che possa essere o diventare il nuovo Pasolini?

Direi che Pasolini resta abbastanza unico. Era un uomo che agiva su tanti campi: era poeta e regista contemporaneamente e non è così facile trovare una persona che abbia queste qualità, la capacità di andare a fondo in mestieri diversi. E poi era una persona che prestava grande attenzione sociale e politica al suo tempo. Non dico, ovviamente, che non ci siano tante persone di qualità oggi, però certamente lui aveva qualcosa di unico.

In tema di diritti civili, cosa pensa delle unioni civili tra persone dello stesso sesso?

Credo che sia un traguardo che è stato raggiunto ed è un bene. Ritengo che non si possa restare ancorati a delle idee prestabilite. Il mondo va avanti e prima o poi sarebbe accaduto. Non si può pensare di anteporre  i principi alla realtà concreta. Si deve tenere conto di quello che accade, delle nuove esigenze e delle richieste che vengono fatte dalle persone, dai cittadini.

Questa estate ci sono state diverse polemiche all’interno del movimento Lgbti sul tema della gestazione per altri vista quale ulteriore sfruttamento del corpo femminile. Qual è la sua posizione in merito alla Gpa?

Se si tratta di un accordo fatto per generosità non ci trovo niente di male, se invece viene fatto per denaro allora qualcosa di ambiguo c’è. Tuttavia ci sono cambiamenti che rientrano nell’evoluzione del nostro secolo, pertanto vanno elaborati pubblicamente senza idee assolutiste. Occorre vedere qual è la prassi: una persona saggia ascolta gli altri, valuta il comportamento delle persone e in particolare se questo non provoca danni ad altri.

Questa estate è stata segnata anche da molti episodi di omotransfobia. Come interpreta questo rigurgito di violenza nei confronti delle persone Lgbti?

Viviamo in un momento di ritorno della destra e della conservazione, dovuti a paura, a nuovi movimenti di popolo che portano le persone a chiudere le porte e a difendersi, e non solo per la crisi economica o l’immigrazione. Tutto questo non fa altro che suscitare allarmi e sentimenti di rivolta. La paura è la peggiore consigliera in quanto conduce all’intolleranza, all’odio che finiscono per governare la vita delle persone.

Spero che la parte sana del Paese prevalga. Di solito succede così, che alla fine i cambiamenti siano più forti delle paure. Ma nel frattempo questi atteggiamenti possono  fare danni.

D’altra parte il fatto che ci sia un ritorno della destra lo dimostra il presidente americano Trump, che rappresenta un esempio di grave svolta a destra ed è inquietante che questo accada in un grande Paese che abbiamo sempre considerato democratico e aperto: si direbbe che l’America stia seguendo le involuzioni della  Cina e della Russia.

Tuttavia voglio essere ottimista: se si pensa che non c'è niente da fare, la reazione finisce per vincere sull’intelligenza. 

È sempre importante impegnarsi in una resistenza di tipo culturale e sono convinta che alla fine questa vincerà su chi vuole che la realtà  si fermi. Ci possono essere periodi bui in cui una società prende paura e questo la porta a essere intollerante nei confronti di tutto e tutti quelli che sembrano strani, diversi. Il pericolo ripeto viene da movimenti reazionari, di chi vuol tornare indietro, di chi mette in campo l’intolleranza religiosa o morale legato com’è alla tradizione. Alla fine però perderanno, anche se nel frattempo i conflitti possono portare  danni alle persone più deboli socialmente come accade per gli omosessuali.

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Da qualche mese Franco Buffoni, poeta, narratore e saggista tradotto in varie lingue e vincitore di diversi prestigiosi riconoscimenti letterari - tra cui il Premio Viareggio per l’opera poetica Jucci (2014) - ha pubblicato per l’editore Manni Personae, suo esordio nella scrittura per il teatro.

Personae, dramma in cinque atti e un prologo, è un’opera unica nel suo genere dacché, essendo scritto in versi, pur conservando una sua peculiare tensione drammatica e narrativa, può essere letto anche come l’ultimo libro di poesie di uno dei più importanti poeti dei nostri tempi.

La storia si svolge nello spazio lirico e immaginario di una casuale sospensione della morte: infatti i quattro personaggi, rimasti uccisi in un attentato terroristico che sembra evocare la recente esperienza del Bataclan, tornano inaspettatamente in vita grazie al lapsus di un cronista televisivo. I pochi secondi, che separano il lapsus dalla conseguente rettifica, diventano lo spazio, dilatato e irreale, in cui si incontrano e si confrontano quattro diversi modelli esistenziali. Quattro prototipi d’umanità, ciascuno con le proprie credenze, le proprie scelte, i propri modelli culturali e il proprio modo di vivere l’amore e il desiderio, la vita di coppia e la genitorialità.

Franco, con Personae ti sei cimentato per la prima volta nella scrittura per il teatro. Come hai vissuto quest’esperienza?

In realtà ho frequentato molto il teatro nella mia vita: ho tradotto molto teatro, ho seguito i corsi di Orazio Costa Giovangigli e ho perfino recitato quando vivevo in Inghilterra.

Questa di Personae però è la prima opera che scrivo per il teatro anche se in versi. La voglia di scrivere per il teatro è nata anche dal fatto che ero arrivato a uno stadio di saturazione con l’io lirico di Franco Buffoni. Certo, qualcuno potrebbe pensare che scrivendo per il teatro io abbia solo moltiplicato il mio io lirico, calandolo all’interno di ciascun personaggio. Il pericolo c’era ma credo di averlo eluso, dando vita a quattro personaggi molto diversi tra loro, che ritengo importanti perché riportano punti di vista estremamente differenti. Però si tratta anche di un libro di poesia ed è fruibile anche come tale.

Lo spazio in cui è ambientata la storia è molto particolare…

Sì, perché si tratta di uno spazio sospeso che traduce perfettamente il senso di disagio. I personaggi di Personae sono prigionieri di un luogo fisico e di loro stessi perché sono personaggi del nostro tempo.  E sono anche dei ritornanti. Perché sono intrappolati nello spazio, in realtà brevissimo, che intercorre tra il lapsus di un giornalista televisivo che ne annuncia la morte “non grave”, mentre racconta il tragico attentato in cui sono rimasti coinvolti, e la successiva e tempestiva rettifica. Ecco perché i personaggi di Personae sono dei già morti che si comportano per l’ultima volta da vivi.

Ci illustri i personaggi di “Personae”?

Dunque. C’è una coppia gay formata da Narzis, professore di filosofia alsaziano, e suo marito Endy, un tecnico informatico ed ex operaio. La coppia ha due figli avuti con gpa. I nomi sono emblematici, perché Narzis richiama il romanzo di Hesse Narciso e Boccadoro e Narciso/Narzis ha in sé il narcos cioè la capacità di fare propri gli altri, ricorrendo alla virtù dialettica. Endy, invece, evoca con il suo nome il mito di Endimione, fonte di miele, legato a Saffo e anche a Keats.

Poi c’è Inigo, prete lefebvriano, che vive in una confraternita dedicata a Venner, l’uomo che si suicidò a Parigi il 21 maggio 2013 per protestare contro il matrimonio gay. Ovviamente Inigo rimanda alla figura di Ignazio da Loyola, il religioso che fondò la Compagnia di Gesù. Infine c’è Veronika, biologa di origini ucraine, il cui nome rimanda al velo della Veronica, cioè alla vera icona del Cristo ma anche a Berenice, nome greco della forma latinizzata Veronica, che vuol dire “portatrice di vittoria”.  

La coppia gay, formata da Narzis ed Endy, è certamente il nucleo positivo della vicenda ed è comunque attraversata da un interessante contraddittorio. Il prete lefebvriano è un personaggio che vive in un clima di condanna costante, un tipo di ambiente che ho conosciuto bene. Veronika è un personaggio ferito nell’amore e nell’orgoglio che rivede in Endy i tratti e le caratteristiche del suo “sposo mancato”.

Nel complesso direi che è anche un libro sulla morte perché la morte ha uno spazio importante all’interno del testo.

Come mai hai scelto come protagonisti una coppia gay che ha avuto dei figli con la gpa?

Perché la gpa è un nervo scoperto all’interno della comunità Lgbti e non solo. È un tema altamente divisivo che è piombato addosso alla comunità Lgbti quando si è discusso della stepchild adoption. Narzis ed Endy hanno fatto ricorso alla gpa in Canada e il Canada non è certo un Paese incivile. Credo che la gpa sia una pratica che andrebbe gestita con intelligenza, anche perché si tratta di una pratica transitoria. Sono infatti certo che presto si arriverà alla gestazione extrauterina per le donne che non vogliono partorire con dolore. Inoltre trovo detestabile che la gpa sia definita “utero in affitto” perché non ho mai sentito nessuno chiamare le balie, che pure hanno cresciuto e allevato tanti fanciulli,  “mammelle in affitto”.

Il fronte contrario alla gpa è spesso costituito da donne che hanno delle posizioni antimaschili e non mi piace il dogma dell’odio verso il maschio che hanno le femministe più estreme.

Il personaggio di Veronika sembra molto affascinato da Endy, che è gay...

Sì, perché Veronika, quando era in Ucraina, ha vissuto l’umiliazione della scoperta dell’omosessualità di Kosta, il suo amato. Infatti lei definisce gli omosessuali “uomini monchi” perché nutre astio verso chi l’ha fatta soffrire. Kosta, probabilmente, stava con Veronika per darsi una copertura in un Paese, l’Ucraina, certamente poco gay friendly. Veronika da un lato comprende Kosta, dall’altro non riesce a perdonarlo perché non ha superato il dolore. E guarda Endy con la medesima ambivalenza, perché Endy le evoca l’amore per Kosta.

Veronika sa che una donna può godere con un omosessuale che sappia compiacerla, perché un omosessuale può essere caldo e sensuale a letto e affettuoso compagno nella vita, mentre un eterosessuale probabilmente la userebbe solo come oggetto di sesso e voluttà.

Ti piacerebbe vedere il tuo testo anche in scena?

Certamente, mi piacerebbe moltissimo! Il libro sta circolando ma i problemi della messinscena sono sempre di tipo economico per la produzione. Comunque, se fossi il regista, nel metterlo in scena toglierei le parti più poetiche e lascerei quelle più spiccatamente “teatrali”.

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Francesco Mangiacapra non necessita di presentazioni. Il giovane napoletano di buona famiglia, che si è lasciato alle spalle toga e tribunali per intraprendere la libera professione di escort, si è raccontato in una sorta di memoriale autobiografico che, scritto in collaborazione col regista Mario Gelardi e intitolato Il numero uno. Confessioni di un marchettaro, è divenuto un caso nazionale.

Avendo conosciuto Vincenzo Ruggiero e il suo assassino, Gaynews ha deciso di raccogliere in merito il suo parere.

Francesco, tu hai conosciuto Ciro Guarente. Quando lo incontrasti la prima volta che impressione ne avesti?

Ero venuto in contatto con Guarente già molti anni fa ma volutamente - e fortunatamente – lo avevo sempre tenuto a distanza: aveva dei modi di fare volgari e violenti. Ad esempio, parcheggiava sempre la sua decappottabile in divieto di sosta e si vantava ripetutamente di aver avuto in passato una relazione con la figlia di un camorrista. Quando ho appreso che l'assassino fosse lui, non me ne sono affatto meravigliato. Una tragedia che già aveva avuto qualche avvisaglia quando, tempo addietro, lo stesso Ciro aveva schiaffeggiato Vincenzo pubblicamente. 

Evitarlo mi divenne più difficile quando, circa tre anni fa, iniziai a notare delle sue inserzioni dove si proponeva come escort sugli stessi siti dove anche io da tempo già mi proponevo. Me ne sorpresi – non certamente per la sua scelta di vendersi –, piuttosto per il fatto che lui stesso, pochi anni prima, aveva discriminato e criticato il fatto che io, pur laureato in giurisprudenza, preferissi prostituirmi. Fu curioso notare come proprio lui che per questo mi aveva vilipeso, avesse iniziato a prostituirsi in coppia con un ragazzo che aveva da poco iniziato il suo percorso di transizione e che io avevo conosciuto prima di ciò. Una persona dolce: quella che oggi conosciamo come la bellissima Heven Grimaldi. Negli annunci lui si faceva chiamare Lino, lei Eva Petrova. Nel corso degli anni notai anche delle inserzioni separate dei due: non saprei dire se Ciro abbia indotto o favoreggiato la sua compagna a prostituirsi prima che rinascesse come Heven. Certamente gli oltre dieci anni di differenza avranno avuto un peso nell'impostazione del rapporto e nella fiducia reciproca. 

Come valuti il fatto che proprio chi ti aveva criticato avesse poi deciso di fare l'escort?

Si tratta di quell'ipocrisia legata al moralismo  di chi, essendo mentalmente poco strutturato, stigmatizza la prostituzione soltanto per assecondare quello stesso sentire comune di cui poi ogni minoranza diventa vittima. E i titoli dei giornali in questi giorni ci fanno riflettere proprio su quanto possano essere pregiudizievoli talune etichette. Parlo di ipocrisia perché, come ho affermato anche nel mio libro, molte sono le persone che, segretamente perseguono e ambiscono ciò che pubblicamente tanto vilipendono. Ciro resta per me un esempio emblematico.

Quando anche lui iniziò a prostituirsi, mi cercò con l'intento di reclutarmi perché un suo cliente avrebbe voluto organizzare un'orgia con più ragazzi a pagamento. Ma mi rifiutai, non volendo avere nulla a che fare con lui e con le persone che orbitavano intorno al suo mondo. Per mia fortuna abbiamo sempre avuto un target di clientela totalmente diversa: le persone che cercavano la mia compagnia non avrebbero avuto interesse in una persona di quel livello. Anzi mi ha meravigliato leggere commenti sui social di suoi ex-amici che hanno la leggerezza di affermare che lo avevano conosciuto come "persona di sani principi": addirittura qualcuno ha trovato il coraggio di giustificare il suo gesto come preterintenzionale.

Sui social si sta puntando molto sul fatto che Guarente facesse l'escort. Ciò ha suscitato una reazione perbenistica nel giudicare il fenomeno della prostituzione. Qual è il tuo parere?

Il fatto che lui si prostituisse, è ovviamente ininfluente ai fini della ricostruzione del suo identikit di omicida. Nonostante ciò anche molte persone della comunità Lgbti hanno voluto vedere nella sua scelta di vendere il corpo un comprova di degenerazione: questo è fuorviante perché così non solo si rischia di accomunare a un delinquente chi invece fa del proprio corpo e della propria vita una scelta libera e autodeterminata, ma soprattutto è deleterio perché distrugge anni di battaglie fatte anche dalla stessa comunità Lgbti a sostegno di quella emancipazione sessuale che è alla base di qualunque libertà.

Diverso, e più giusto, invece, fare emergere il fatto che Guarente si prostituisse come tassello utile alla ricostruzione del suo movente, soprattutto per chi non ha conosciuto questa persona: se la circostanza di prostituirsi è irrilevante ai fini della dignità personale e dello spessore morale e umano,può tuttavia risultare un cogente fattore di valutazione delle circostanze e della ricostruzione dei fatti quando si parla di un delitto avvenuto per gelosia. Un’occasione, dunque, per poterci interrogare su quanto e come una persona con una vita sessuale promiscua possa vivere la gelosia in coppia, a maggior ragione se uno o entrambi i partner si prostituiscono. E un modo per riflettere su come la gelosia in alcuni casi, più che temperamentale, sia un alibi per conservare quell'atteggiamento da bullo che porta alcune persone a rovinare sé stesse e chi le circonda in un vortice dove amore e morbosità si confondono: ricordo un suo video emblematico girato a Capodanno in cui accoglieva il nuovo anno sparando dei colpi di pistola. Questo mi sembra molto più significativo del fatto che si prostituisse.

Credi anche tu che Ciro abbia avuto dei complici come anche i quotidiani importanti stanno evidenziando? 

La mia idea è che ci sia molto di più dell'impeto passionale di un amante geloso del migliore amico della propria compagna. Quello che immagino è piuttosto la frustrazione e l'ossessività di un uomo che si stava rendendo conto come la crisalide che aveva conosciuto – grazie all'incontro con una persona come Vincenzo e a una ritrovata consapevolezza delle proprie sembianze fisiche – stesse scoprendo forti stimoli aspirativi ad accompagnarsi a qualcuno di più civile e stava per volare via in libertà come una farfalla. Ma non mi convince che sia così semplice commettere da solo tante efferatezze con modalità così simili a quelle della criminalità organizzata. Di certo, scavare nel passato d’una persona capace di arrivare a compiere gesta così disumane è difficile anche per gli inquirenti.

E a ciò non contribuisce l'omertà di chi sa e non parla, di chi anche con poco, potrebbe fornire un tassello utile alla ricostruzione di questo puzzle dell’orrore che ha reso vittima non soltanto un giovane ragazzo che non ha potuto reagire, ma un'intera comunità che oggi giustamente reagisce al suo posto. Quell'omertà complice del conformismo di chi non vuole mai esporsi, che io da sempre combatto mettendoci la faccia e prendendomi la responsabilità delle mie dichiarazioni, come faccio anche in questa sede. 

La rabbia per una vita spezzata mi tiene attonito da giorni. Ora desidero solo verità e giustizia per Vincenzo.

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Gentile Direttore,

     Le scrivo a nome mio personale e dell’intera redazione di Gaynews, quotidiano online Lgbti da me fondato nel 1998, in riferimento ai numerosi articoli che Il Mattino ha dedicato alla morte di Vincenzo Ruggiero. Fa piacere constatare l’attenzione e la solerzia con cui i giornalisti di codesta testata hanno seguito e continuano a seguire una vicenda così dolorosa, di cui restano ancora da chiarire numerosi aspetti.

Nello stesso tempo non si può non rilevare con preoccupazione e rammarico la scelta adottata nel titolare i relativi articoli. Si va da “delitto gay” a “delitto a sfondo omosessuale”, dal “giallo del gay ucciso per gelosia” a “uccide un gay e lo butta in mare. «Stava con la mia ragazza trans» fino a “raptus della gelosia, gay ucciso. L’assassino è l’amante di una trans”.

È vero che espressioni similari sono state adottate anche da agenzie di stampa e da altri quotidiani nazionali. Ma, nel caso dell’omicidio d’un ragazzo campano, Il Mattino assurge a un ruolo principale nel servizio d’informazione in quanto storico giornale napoletano.

Ora non è ammissibile che nel 2017 la testata fondata da Scarfoglio e Serao riproduca nella titolatura un lessico scandalistico e discriminatorio degno d’una narrazione giornalistica degli anni ’50 del secolo scorso. Non esiste un delitto gay o a sfondo omosessuale come non esiste un delitto etero o a sfondo eterosessuale, di cui d’altra parte nessun giornale si sognerebbe mai di parlare. Le persone omosessuali e transessuali non possono continuare a essere considerate un mero oggetto per alimentare la morbosa curiosità dei lettori o per ottenere un numero maggiore di click. Né tanto meno è accettabile che si parli genericamente d’un gay e al contempo d’una trans sì da favorire quel clima d’omotransfobia purtroppo ancora imperante. Per di più parlare di “delitto gay” fa passare il messaggio che la vittima in qualche modo se l’è cercata, che è comunque corresponsabile di ciò che è successo con un sottofondo di omofobia nemmeno tanto velato.

Ben diverso e giustissimo è invece ricordare l’appartenenza della vittima alla collettività omosessuale al pari del suo attivismo Lgbti ma mettendone primariamente in luce la sua identità. A essere stato ucciso non è un gay ma Vincenzo Ruggiero, attivista gay. Una scelta lessicale come quella operata da Il Mattino è non solo un’offesa alla memoria del 25enne di Parete ma quasi una seconda uccisione attraverso le parole. Uccisione morale che coinvolge ciascuno e ciascuna di noi, in cui Vincenzo vive e continua a lottare.

Nell’attesa d’un suo riscontro, la salutiamo cordialmente.

 

Franco Grillini, direttore di Gaynews

Francesco Lepore, caporedattore

Redazione

Elisabetta Cannone

Rosario Coco

Claudio Finelli

Alessandro Grieco

Valerio Mezzolani

Alessandro Paesano

Rosario Murdica

Michele Sacco

Marco Tonti

 

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Sabato 29 luglio si è spento a Brescia Tony Patrioli, il fotografo italiano per antonomasia dei nudi maschili. Nato a Minerbio (Bs) il 9 giugno 1941, il maestro dello scatto softcore e del nudo artistico s'indirizzò subito al mondo omosessuale, dichiarandosi esplicitamente tale negli anni '70 del secolo scorso sulla rivista Homo. A poche ore dal rito funebre, che si terrà alle 15.00 di oggi nel tempio crematorio bresciano di Sant'Eufemia, Gaynews ha raccolto la testimonianza di Felix Cossolo, figura di riferimento del movimento Lgbti italiano, ideatore della libreria Babele e già direttore di riviste storiche come Lamba e Babilonia.

Ho visto per l'ultima volta Tony Patrioli più di un mese fa. Ivan Teobaldelli (già condirettore di Babilonia e amico da lunga data con il fotografo) mi aveva chiesto di accompagnarlo a Brescia: sapevamo che Tony stava molto male e soffriva tanto. Volevamo perciò salutarlo per l'ultima volta.

Dopo il suo trasferimento da Milano, dove aveva avuto lo sfratto, Tony era ritornato a vivere a casa sua a Brescia con suo fratello. Un rapporto problematico d'incompatibilità reciproca, ma non aveva alternative. Tony era ormai solo. Aveva pochi amici e una difficile situazione economica. Viveva dalla sua pensione: recentemente aveva chiesto all'Inps l'integrazione per l'accompagnamento. Ormai non era più autonomo nei movimenti. Per fortuna un suo vecchio amico bresciano, Ivano, lo sosteneva e accudiva nell'ultimo periodo.

Ci siamo ritrovati a Brescia una domenica di giugno. Tony non voleva assolutamente incontrarci a casa sua e del fratello: per lui era una vera prigione. Ha preferito, perciò, fare uno sforzo sovrumano e scendere le scale per raggiungerci al posteggio auto in strada. È arrivato molto dimagrito, sofferente, con le stampelle. Abbiamo allora deciso di dirigerci a casa di Ivano che abita a pochi passi. Faceva fatica. Quel centinaio di metri per spostarci sono stati un'eternità. Ivano lo sosteneva e finalmente siamo giunti a destinazione. Abbiamo iniziato a conversare.

Tony per fortuna era ancora molto lucido. Ci ha parlato del progetto di un nuovo libro con la casa editrice tedesca Bruno Gmunder: se ne stava occupando Giovanni Dall'Orto, ma dopo anni il volume non vede ancora la pubblicazione e lui era un po' demoralizzato per questo. Abbiamo parlato delle nostre avventure ma anche delle aggressioni subite. Io e Tony una volta l'abbiamo vista brutta al canale Villoresi, dove fummo aggrediti da una banda di teppistelli. Io ebbi la fratture di alcune costole. Lui rischiò anche il furto della sua preziosa macchina fotografica, ma per fortuna con ostinazione riuscì a recuperarla.

Abbiamo parlato dei nostri viaggi e dei nostri amori. Lui era contentissimo per l'approvazione recente della legge sulle unioni vicili, avrebbe voluto sposarsi e aveva anche un suo fan che era disposto a unirsi civilmente con lui. Aveva fotografato il mio più grande amore, Nichi.

Durante l'ultimo periodo Bruno, un suo modello torinese che aveva immortalato 30 anni prima, lo aveva cercato ed era riuscito a contattarlo. Tony era entusiasta per questo incontro e avevano iniziato a frequentarsi (Bruno aveva 17 anni quando si erano conosciuti, ma poi si erano persi di vista). Era la sua storia più importante e ora Bruno, pur essendo sposato e con figli, aveva deciso di stargli vicino visto che Tony era gravemente malato. Purtroppo anche questa storia era finita male. Tony si era sentito usato perchè Bruno chiedeva costantemente soldi: aveva quindi intuito che la disponibilità mostrata da Bruno era semplicemente calcolata per interessi economici. Questo aveva demoralizzato ancora di più Tony.

Al termine dell’incontro io e Ivan Teobaldelli abbiamo salutato con calore Tony. Ci siamo riproposti di rivederlo al più presto ma eravamo a conoscenza delle diagnosi mediche: a Tony non sarebbero restati che pochi giorni di vita. L'ultimo mese era stato trasferito da casa in una clinica per malati terminali ma, sedato, non ha resistito ancora per molto. Ci ha lasciati. Restano le sue foto eccezionali e la nostra voglia di ricordarlo con una grande esposizione dei suoi lavori. Speriamo quanto prima. Intanto vogliamo solo dirti: Tony non ti dimenticheremo mai.  

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