Alle 21:00 di stasera, presso l’Off/Off Theatre di Roma, Pino Strabioli presenterà una serata di teatro-documento dedicata a Non sono una donna, il libro dello scrittore transgender Andrea R. Baldestein, che racconta le vicissitudini, gli scontri, le frustrazioni e le delusioni che hanno attraversato la vita di Francesca, che «capisce di essere nata in un corpo sbagliato».

Ogni episodio è scandito dalla tristezza e dall’amarezza di Francesca per non essere nata nel corpo che desiderava. Una tristezza che si acuisce quando il suo cuore inizia ad avere le prime palpitazioni d’amore. La determinazione di Francesca la spingerà, però, a perseguire ad ogni costo la via della felicità e la possibilità di realizzare il suo sogno. Un sogno che accarezzava fin da quando era piccola. 

Quella di Andrea R. Baldestein, autore emergente nato a Roma nel 1961, è una storia autobiografica e affronta un tema di grande attualità: il bisogno di chi percepisce l’urgenza di trasformarsi e rinascere, riappropriandosi della propria identità.

A presentare il libro di Baldestein sarà proprio Pino Strabioli, uomo di cultura e spettacolo da sempre attento alle tematiche sociali e ai diritti delle minoranze.

«Quando Sivano Spada, direttore artistico dell’Off/Off Theatre di Roma  mi ha chiesto di introdurre e accompagnare Andrea in questa serata-confessione – ci racconta Strabioli a telefono -  non ho esitato a dire di sì.

Soffia un vento che non ci piace e mai come in questo momento mi sembra importante dare spazio e voce a storie così profondamente vere, difficili ma anche di riscatto e conquista. Andrea è un uomo come tanti ma come pochi ha dovuto combattere discriminazioni e abbattere muri per raggiungere alla sua “felicità».

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Già da più di un mese attivist@ ed associazioni per i diritti delle persone trans, ma anche endocrinologi, medici e farmacisti, denunciano l'indisponibilità di reperire alcuni farmaci a base di testosterone indispensabili sia per la salute di uomini cis affetti da alcune patologie, che per gli uomini trans che effettuano la Tos (Terapia ormonale sostitutiva).

Diversi politici sono stati attenzioni tant'è che in Parlamento sono state presentate ben tre interrogazioni, da parte di Rossella Muroni di LeU, Monica Cirinnà del Pd, Roberto Novelli di Forza Italia e addirittura una da parte di Daniele Viotti al Parlamento Europeo.

Le risposte da parte dell'Aifa e del ministero della Sanità non sono state così chiare come avremmo voluto, e questo procrastinare continuo lancia molti dubbi sul lavoro delle case farmaceutiche coinvolte, per cui un gruppo di attivist@ per i diritti delle persone trans definitosi Collettivo Identità InTransigenti ha deciso di spingersi oltre ed organizzare un flash mob domenica 14 aprile alle ore 16:00, in Piazza del Popolo.

Don't play with my life, Non giocare con la mia vita è il nome dell'evento che inizia a vedere l'adesione di varie realtà associative e di attivist@ da tutta Italia. Dopo anni di silenzio, le persone trans hanno deciso di riprendersi la parola e non hanno alcuna intenzione di tacere, soprattutto se ne va di mezzo la loro salute.

Di seguito il comunicato ufficiale:

Il collettivo “Identità intransigenti" è stato costituito da un gruppo di attivist@ che si occupano dei diritti civili delle persone LGBTQIA+ in generale e delle persone transgender in particolare. 

Già da diverso tempo ci si sta interessando, a vario titolo ed in modo differente, riguardo l'irreperibilita' di alcuni farmaci a base di testosterone. Nello specifico Testoviron, Testogel e Nebid prodotti dalla casa farmaceutica Bayer e Sustanon prodotto dalla Aspen, i quali, pur essendo di fascia C, sono, comunque, di vitale importanza sia per uomini cisgender affetti da patologie che richiedano l'utilizzo di farmaci a base di testosterone, sia per uomini trans come trattamento ormonale sostitutivo (TOS). Varie forze politiche hanno presentato interrogazioni parlamentari rivolte alla Ministra della salute Giulia Grillo per avere spiegazioni in merito, ma ad oggi non ci sono risposte ufficiali da parte del Ministero. Le spiegazioni ricevute a voce dall'Aifa ( Agenzia italiana del farmaco) e dal Ministero non sono esaustive e danno l'idea che ci sia una sorta di rimpallo di responsabilità tra i due enti. Attualmente sul mercato italiano sono reperibili dei farmaci a base di testosterone simili a quelli su citati, ma non identici , con effetti più blandi e, soprattutto, costi molto più elevati. Posto che l'assunzione costante di questi farmaci è di vitale importanza sia per gli uomini cis che per gli uomini trans e che la sospensione della somministrazione del farmaco per periodi di tempo lunghi potrebbe provocare danni irreparabili alla salute, ci si interroga sull'immobilismo del Ministero e del'Aifa. Ci si chiede, inoltre, se dietro possa esserci un qualche disegno da parte delle case farmaceutiche volto a inserire sul mercato italiano farmaci più costosi e, quindi, meno fruibili da parte di un'utenza per la quale sono indispensabili.
Stanch@ di non avere risposte, il collettivo ha deciso di organizzare un Flash Mob che si terrà domenica 14 aprile alle ore 16 presso Piazza del popolo a Roma, al quale sono invitate tutte le associazioni LGBTI, i gruppi transfemministi e tutte le realtà sensibili a questo tema per dire ad alta voce “Don't play with my live”, Non giocate con la mia vita!
Seguite la pagina e restate in contatto. La riuscita dell'evento ha bisogno della più ampia partecipazione.

Daniele Bianchi
Francesco Brodolini
Mariella Fanfarillo
Gioele Hyland
Cristina Leo

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Non si arresta l’ondata d’odio omotransfobico in Francia con un crescendo preoccupante. Questa volta vittima di pestaggio e insulti Julia, giovanne donna transgender, aggredita domenica scorsa in Place de la République a Parigi durante una manifestazione contro il regime algerino.

«Spero sia fatta giustizia. Spero che la gente capisca e apra gli occhi affinché questo genere di aggressioni non avvenga mai più». Con queste parole Julia ha oggi commentato ai microfoni di Bfm-Paris quanto accadutole. Scena fra l’altro filmata e messa on line da Lyes Alouane, esponente regionale dell'associazione Stop Homophobie, prima di diventare virale sui social.

Nel video si vede la giovane presa di mira da insulti e sberleffi mentre si trova sulle scale della metro. Ad accanirsi contro di lei, sola, sono in parecchi. Julia riesce ad aprirsi un varco tra la folla ma viene raggiunta e colpita da un individuo che le sferra diversi pugni.

 

«C'è stata tanta umiliazione - ha dichiarato oggi in una trasmissione televisiva su Lci -: l'ho vissuta abbastanza male. Le immagini parlano da sé. È traumatizzante che questo accada a Parigi nel 2019. Se fate attenzione non cerco mai di fuggire ma di difendermi. Guardando in faccia il mio aggressore dico: 'Non mi fai paura'».

Una dura condanna per quanto accaduto è stata espressa da larga parte del mondo politico e dalla sindaca di Parigi Anne Hidalgo.

«Questa aggressione chiaramente transfobica in piena Parigi - ha twittato ieri Marlène Schiappa, segretaria di Stato per l'Uguaglianza tra le donne e gli uomini e la Lotta contro le discriminazioni - è inammissibile! Gli autori vanno identificati e portati in tribunale. Le Lgbt+ fobie non sono opinioni ma stupidità e odio. Assaltano e uccidono».

Uno di loro è già stato rintracciato e posto in stato di fermo, prima di venire rilasciato in attesa della conclusione dell'inchiesta. Sulla vicenda indaga la polizia della capitale.

Intanto sui social network Julia ha ricevuto migliaia di messaggi di sostegno. Anche se lei continua a deplorare che molti «associno la sua aggressione all'Algeria. Ho visto messaggi di odio, di razzismo. Non bisogna confondere tutto. Chi mi ha aggredito sono persone ignoranti, nulla a che vedere con le religioni o col fatto che siano algerini». Quanto alla denuncia che ha sporto in commissariato, plaude al lavoro della polizia: «Mi hanno trattato molto bene, chiamandomi: Madame».

Julia ha poi parlato della sua vita, dei non facili rapporti con i genitori, del fatto che in molti la percepiscano ancora come "un uomo travestito", ma anche della "fortuna" di essere stata compresa dal suo datore di lavoro.

«Ha accettato la mia transizione - ha concluso -. Mi ha accompagnata, sostenuta, e non ho perso il posto come invece succede a tante persone nella mia situazione». 

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È stata oggi celebrata la 6° edizione della Giornata internazionale della Visibilità Transgender (TDoV), che fino al 2014 ha mantenuto un carattere prettamente locale. La ricorrenza era stata istituita nel 2009 da Rachel Crandal, attivista trans del Michigan, per sopperire alla mancanza di una data specifica dedicata alla visibilità delle persone transgender all’interno della collettività Lgbti e alla sensibilizzazione contro le discriminazioni verso le stesse.

Su il significato, i valori e i limiti di una tale giornata abbiamo contattato tre voci autorevoli e diversificate del panorama nazionale dell’attivismo trans.

Per la psicologa Cristina Leo, coordinatrice del Coordinamento Lazio Trans (Colt), «in una società patriarcale, maschilista,  etero-sessista e cisessista in cui è imposto il binarismo di genere, ossia la divisione della società in due generi, rivendicare la propria visibilità, per una persona trans, è un atto politico, rivendicazione dell'essere e dell'esserci, di un modo, il mio/il nostro delle persone trans (ma non solo) di essere nel mondo.

Rivendico il diritto all'esistenza e all'identità non solo per me e per le mie/i miei compagn@ di battaglie, ma soprattutto per chi questa possibilità di esprimersi non ce l'ha, perchè vive situazioni o contingenze che le/gli impediscono di esprimere pienamente se stess@, cercando di dare voce a chi questa voce non ce l'ha.

Non siamo ideologia o teoria, siamo storia, siamo cultura, siamo esperienza che si ripete nel mondo, in diverse forme, da millenni..

Siamo un modo altro di essere nel mondo, un modo spesso condannato e ostracizzato (non sempre), ma che merita dignità, rispetto, diritti, al pari di quanto spetterebbe a tutt@ le/gli esseri umani».

Pur essendo d’accordo sulla bontà delle motivazioni sottese all’istituzione di una tale ricorrenza, la giovane attivista transfemminista Valentina Coletta ritiene «che sia una giornata inutile, perché tutti i giorni le persone trans e femminelle sono visibili con i propri corpi fuori dalla norma. Le trans e i trans fanno i conti con l'eterocisnorma dei corpi in ogni momento. La visibilità è 365 giorni all'anno.

Quelli che non sono visibili ai più sono le esigenze delle persone trans, dall'accesso al diritto allo studio, al lavoro, al diritto all'identità fino al diritto alla salute che in queste settimane in Italia è sospeso per alcune persone per la difficoltà a reperire i farmaci per la terapia ormonale sostitutiva per chi fa un percorso dal femminile verso il maschile, nonostante il continuo interfacciarsi delle maggiori associazione trans del nostro paese con l'Agenzia per il farmaco».  

Alla luce di tali elementi l’attivista d’origini beneventane rinominerebbe «questa ricorrenza in Giornata mondiale della Visibilità delle Esigenze Trans senza dimenticare che la lotta per il riconoscimento per i nostri diritti avviene tutto l'anno». 

A dare una lettura della visibilità delle persone trans nell’ottica del connesso tema dell’orgoglio è invece l’attivista d’origine catanese Sandeh Veet (ma da anni residente a Torino), per la quale «orgoglio trans è una parola che ha perso di significato nel mio percorso di vita. Non trovo orgoglio nell’essere usata come oggetto per abbellire i carri dei Pride. Non trovo orgoglio nell'apparire nelle trasmissioni tv per impietosire i telespettatori sul dramma di essere trans. Non trovo orgoglio nel sentire usare la frase “sono nata in un corpo sbagliato”. Non trovo orgoglio nell'osservare di quanta superficialità è intriso il mondo trans.

Non trovo orgoglio leggere commenti inneggianti a Salvini da molte donne trans. Non trovo orgoglio nell’inconsapevolezza del momento storico che l’Italia sta attraversando specialmente per le donne e le donne trans. Per tutto ciò non ho nulla per essere orgogliosa».

Per questo motivo l’attivista 55enne, che è l’ideatrice della Trans Freedom March, cofondatrice del Divine Queer Film Festival e presidente di Sunderam Identità Transgender Torino Onlus, conclude: «È il momento di capovolgere i paradigmi: basta con l’orgoglio, basta con la presunzione di essere “normali”, basta con la sudditanza. Quando questo sarà realizzato, sarò felice di celebrare una giornata in onore dell’essere trans».

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Venerdì 22 marzo la 24enne transgender Lua Lamberti de Abreu ha discusso la tesi di master in Arti dello Spettacolo presso l'Università statale di Maringà. E lo ha fatto presentandosi in aula vestita da drag queen.

Lua ha spiegato di aver scelto un tale abbigliamento per difendere un'istruzione pubblica più sensibile alle differenze

Nella sua tesi, intitolata Pe-Drag-Ogia como modo de Tensionar/Inventar Territórios Educacionais Heterotópicos (Pe-drag-ogia come mezzo per sottolineare/inventare gli spazi educativi eterotopoci, ndr), la giovane ha considerato come generalmente le persone trans non siano benvenute negli spazi educativi sì da ritenersi necessaria una visione più inclusiva del sistema scolastico.

Relatrice e correlatrice della tesi sono state rispettivamente le docenti Eliane Maio e Roberta Stubs Parpinelli, anche grazie alla cui profonda sensibilità Lua è potuta diventare la prima donna transgender a conseguire una laurea magistrale presso l'Università statale di Maringà.

All'indomani della discussione della tesi la 24enne ha descritto su Facebook la sua gioia per essersi risvegliata da maestra "con i postumi di una sbornia felice e leggera" per concludere senza ironia: "A revolução é travesti!".

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In linea con le direttive del presidente Trump e la sentenza della Corte Suprema del 22 gennaio il Dipartimento statunitense della Difesa ha ieri varato una serie di restrizioni per le persone trans, che prestano servizio nelle forze armate.

Le nuove regole, che entreranno in vigore il 12 aprile, consentiranno alle persone transgender attualmente in servizio e alle stesse arruolate entro quella data di poter continuare a sottoporsi a trattamenti ormonali o a eventuali interventi di riassegnazione chirurgica del sesso.

Dopo il 12 aprile nessuna persona con diagnosi di disforia di genere potrà essere arruolata a meno che non serva in base al genere di nascita. Sarà conseguentemente esclusa dall’accesso ai trattamenti ormonali o all’intervento chirurgico, pena l’immediata dimissione.

Anche se le normative non rispondono pienamente alla volontà di Trump, che voleva una totale messa al bando delle persone trans dalle forze armate, esse sono state ampiamente  condannate da Adam Smith, presidente della Commissione dei Servizi armati presso la Camera dei Rappresentanti, che ha ha chiesto al Pentagono di astenersi dall'attuarle. «Chiunque sia qualificato e disponibile – ha dichiarato - dovrebbe essere autorizzato a servire apertamente il proprio Paese: questo è un divieto discriminatorio per le persone transgender e continueremo a lottare contro questa politica bigotta».

Critiche anche dalla no-profit Gay & Lesbian Alliance Against Defamation (Glaad), che ha affermato: «L'amministrazione Trump è ancora una volta crudele e ingiustamente rivolta contro le persone transgender che hanno servito questo Paese per anni».

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Malak al-Kashif, donna transgender, è stata arrestata all’alba d’ieri nella sua casa a Giza e tradotta in una prigione maschile. Prossima a sottoporsi a intervento di riassegnazione chirurgica del sesso, Malak non ha ancora ottenuto la rettifica dei dati anagrafici ed «è perciò registrata come uomo».

A denunciare l’accaduto Amnesty International, che informa come Malak sia stata incarcerata per aver pubblicato appelli a manifestare pacificamente in seguito al recente disastro ferroviario presso la stazione centrale del Cairo.

Non è chiaro dove sia detenuta ma, come rilevato da Magdalena Mughrabi, responsabile di Amnesty International per il Medio Oriente e il Nord Africa, «ci sono reali timori per l'integrità fisica e il benessere psicologico di Malak al-Kashif. A causa della sua identità di genere Malak è ad alto rischio di tortura da parte della polizia, incluso lo stupro e la violenza sessuale, come anche di aggressioni da parte di altri detenuti.

Le autorità egiziane sono responsabili della sua sicurezza fisica e psicologica. Devono immediatamente rivelare dove si trova e, in attesa della sua liberazione immediata e incondizionata, assicurarsi che sia protetta dalla tortura e da altri abusi». Torture che, come denunciato dalla stessa Magdalena Mughrabi, includono il test anale forzato.

Come ricordato dal sito Egyptian Streets, la giovane transgender, che ha oggi 19 anni, aveva già fatto parlare di sé nel 2017, quando postò su Facebook foto relative al suo percorso di transizione, nonché lo scorso anno quando, dopo aver tentato il suicidio, ebba a denunciare: «La società mi ha ucciso». 

La condizione delle persone Lgbti in Egitto s'è progressivamente aggravata a partire dal 2017 quando un giovane, che aveva sventolato una bandiera arcobaleno nel corso del concerto della band libanese Mashrou' Leila, fu arrestato. Ne seguì, all'epoca, una vasta campagna di repressione contro persone sospettate di essere omosessuali.

Solo poco più d'un mese fa il noto conduttore tv Mohammed al-Gheiti è stato invece condannato a un anno di carcere da un tribunale di Giza per aver intervistato, nel 2018, una persona omosessuale.

Benché in Egitto i rapporti omosessuali non siano formalmente vietati dal Codice penale, un articolo della legge anti-prostituzione, varata oltre mezzo secolo fa, commina da tre a cinque anni di reclusione a chi «incita alla dissolutezza e all'immoralità»: una normativa anfibola che consente di fatto il perseguimento giuridico delle persone Lgbti. 

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Loredana Rossi, vicepresidente di Atn (Associazione Transessuale Napoli) e storica voce dell’attivismo trans a Napoli, ha ieri ottenuto dal Tribunale civile partenopeo la rettifica dei dati anagrafici senza previo intervento chirurgico di riassegnazione del sesso. Ad assisterla legalemente l’avvocata Ilena Capurro, presidente di Atn, che ne ha sostenuto le parti presso il giudice Stefano Celentano.

A darne notizia la diretta interessata in un post su Facebook: «Finalmente è giunto anche il mio momento. Oggi in tribunale con l'avvocata Ileana Capurro mi è stato riconosciuto il mio diritto ad avere il nome Loredana anche sui documenti. Voglio ringraziare il giudice Stefano Celentano per l'umanità nella gestione della causa». E poi con quel tocco di veracità e ironia, che la contraddistingue, ha scritto: «Ue' ue' so femmena».

Un passo che la 58enne Loredana Rossi non considera primario ma bensì altamente significativo e simbolico. 

«Mi si chiede – così a Gaynews – perché ho deciso solo ora per il cambio anagrafico del nome. Ti dirò che non era per me un bisogno primario ma una, seppur necessaria, formalità. Dentro sono Loredana da sempe e il mio percorso di transizione  esteriore è compiuto da anni.

Ma da quando la Cassazione ha emesso una storica sentenza sul cambio del nome anche senza intervento chirurgico, mi sono data molto da fare. Ma non per me. Ho aiutato tantissime ragazze.

Non bisogna dimenticare che, oltre a essere e sentirmi favolosa, sono un'operatrice sociale. L'ho fatto ora perchè ho avuto tempo da dedicare a me. Sono ovviamente orgogliosa che anche sulla carta d’identità compaia finalmente il mio vero nome: Loredana.  Insomma, anche per lo Stato adesso so femmena». 

Non ha mancato, infine, d’auspicare una legge specifica sulla questione della rettifica dei dati anagrafici per le persone trans nonché quella contro l’omotransfobia, «perché assistiamo a un’escalation di aggressioni fisiche e verbali, di fronte alle quali non è più possibile volgersi dall’altra parte. Le più vulnerabili restano al solito le persone trans, che sono oggetto di maggiori discriminazioni in tutti gli ambiti. Maggiormente maltrattate anche dai media attraverso una narrazione spesso insultante».

Una mattinata d'emozioni quella di ieri anche per Ileana Capurro, che ha dichiarato: «Loredana si è inserita in un percorso oramai standardizzato a Napoli e, in particolare, presso il Tribunale di Napoli Nord, i cui giudici hanno una grande sensibilità al riguardo.

Bisogna ricordare come in virtù di un protocollo, che Atn ha attivato col Policlinico di Napoli grazie all'interessamento del prof. Paolo Valerio, vengano redatte delle perizie psicologiche con valenza legale. Ciò permette una velocizzazione del processo, il che evita il passaggio attraverso i Ctu.

Ci tengo a dire che Loredana è un pezzo della mia vita e una maestra di vita. Devo confessare che ho dovuto insistere molto con lei per presentare il ricorso presso il Tribunale, perché lei pensa sempre prima agli altri e poi a sé stessa».

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S'intitola Vladyland, il primo album di Vladimir Luxuria, che ne ha così spiegato genesi e fini: «Fino a quando ci saranno infinite possibilità di combinare note musicali per nuove melodie, ci sarà sempre una buona ragione per svegliarsi la mattina sapendo che una nuova canzone ti accarezzerà il cuore.

La serie infinita di note ha prodotto anche questo disco, pensato, suonato e cantato con semplicità e verità. Lo dedico a chi non smette di credere nell'amore».

Disponibile da oggi su Spotify, Apple Music e tutte le piattaforme streaming per IndiehopVladyland è il primo disco ufficiale dell'artista transgender. Esso si compone di nove tracce (Sono un uomo, Un'altra via, Bossa folle, Mi voglio tradire, Frasi via d'uscita, Vorrei essere la moda, Gommapiuma, Nuvola e Venus), che aprono una fessura nel mondo più intimo di Vladimir anche in riferimento al suo attivismo Lgbti.

Un album in cui amori, desideri, sogni e ambizioni, cantati da Vladimir con leggerezza e spensieratezza, si uniscono a tematiche sensibili e più che mai attuali quali l'emancipazione da una visione di machismo e di mascolinità, che costringe il genere maschile all'interno di un recinto fatto di emotività celata e repressa.

La produzione dei brani rimanda al sound e alle atmosfere degli anni '70, alle piste da ballo e alla Italo-disco, cercando di rievocare l'immaginario sonoro che ha fatto da cornice alle vicissitudini amorose degli scorsi decenni.

Vladyland è il diario sentimentale di una donna che, per la prima volta, decide di mettersi in gioco attraverso la nuova veste della musica ma con la genuinità espressiva di sempre.

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Simbolo non solo dei Quartieri Spagnoli, dove abita da oltre 60 anni, ma dell’intera città di Napoli, la Tarantina è stata recentemente raffigurata in un ampio murale di Vittorio Valiante

Realizzata in via Concezione (lungo un muro di Palazzetto Urban) e inaugurata dal sindaco Luigi De Magistris il 18 febbraio, l’opera è un omaggio non solo a una delle più note figure iconiche dei Quartieri ma anche a colei che è considerata l’ultimo femminiello napoletano.

Ma ieri pomeriggio il murale è stato vandalizzato da ignoti: imbrattato di nero il viso di Tarantina, alla cui sinistra una mano anonima ha vergato con vernice dello stesso colore la scritta: Non e (sic!) Napoli

A darne per primi la notizia è stata l’organizzazione artistico-sociale Miniera, con un post comparso sulla relativa pagina Fb: «Vandalizzato il #murale raffigurante la Tarantina. Un gesto ignobile e meschino che rappresenta non una parte di #Napoli ma, purtroppo, una parte di umanità ottusa e retrograda dalle vedute troppo ristrette.

"Non è Napoli" lo rivolgiamo a chi compie gesti come questi. Lo schifo è un sentimento troppo intenso per essere riservato a gente come voi. Neanche questo meritate».

Tantissimi i post che si sono susseguiti nelle ore successive a condanna dell’accaduto e in solidarietà tanto alla Tarantina quanto a Vittorio Valiante. Tra questi quello dello street artist Carlo Oneto, che ha scritto: «La stupidità è rapida, violenta ed esteticamente sgradevole. Essere costruttivi richiede tempo dedizione e fa avvicinare al bello. Vandalizzato il murale di Tarantina Taran appena fatto».

La deturpazione del murale ha suscitato soprattutto lo sdegno di Atn (Associazione Transessuale Napoli), per la cui vicepresidente Loredana Rossi essa è da leggersi quale offesa a tutte le persone trans.

«Quel nero – così la storica attivista - sul viso di Tarantina Taran è la cancellazione delle nostre facce e la negazione della nostra esistenza: è un attacco a tutte noi. Quindi, scetateve». Atn ha annunciato per lunedì, alle 16:00, un presidio di denuncia all’esterno di Palazzetto Urban.

Ferma condanna è stata anche espressa dall’intero direttivo di Arcigay Napoli, la cui presidente Daniela Lourdes Falanga ha dichiarato: «Napoli resiste anche oggi a un clima ostile in virtù di differenze che sono la ricchezza politica ed umana di questa città. A 50 anni da Stonewall, 50 anni di Resistenza del mondo Lgbt, molti di più, invece, da quelle Quattro Giornate che liberarono la città e iniziarono uno straordinario riscatto, Napoli resiste ancora.

Prima un vuoto storico, una distinzione intellettuale che definiva tutto secondo le ragioni del potere maschile. Poi la rielaborazione dei fatti, la verità di un orgoglio che fa parte da sempre del tessuto sociale di una delle più ricche metropoli del mondo. Oggi assistiamo sgomenti alla vandalizzazione dell’opera che rappresenta la Tarantina a pochissimi giorni dall’inaugurazione».

Ha invece annunciato il ripristino dell’opera il sindaco De Magistris, che ha affermato: «Lo sfregio all’opera di street art, compiuta da Vittorio Valiante ai Quartieri Spagnoli, raffigurante Tarantina, è un fatto indegno e barbaro commesso da mani sporche di inciviltà ed antinapoletanità. L’opera verrà ripristinata, sperando che l’autore del danneggiamento venga individuato e si penta della sua squallida ignoranza».

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