Promosso da Gaynet e dall’Ordine dei giornalisti del Lazio in collaborazione con Link Sapienza, si è tenuto il 23 novembre a Roma il corso di formazione Orientamenti sessuali e web

87 i giornalisti partecipanti e tante le persone che, presenti nell’Aula Congressi della Facoltà di Scienze politiche de La Sapienza o collegate con la diretta streaming, hanno seguito le otto relazioni.

Dopo la relazione del direttore di Gaynews Franco Grillini pubblichiamo oggi il video intervento Chi ha paura della transessualità? Qualche esempio di pratiche buone e meno buone della giornalista e scrittrice Delia Vaccarello.

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In corso a Roma nella Sala Tirreno della Regione Lazio il convegno Le varianze di genere in età evolutiva. Organizzato dall’Onig (Osservatorio nazionale sull’identità di genere) in collaborazione con il Saifip (Servizio di adeguamento tra identità fisica e identità psichica) dell’Azienda ospedaliera San Camillo-Forlanini e con l’Istituto Metafora, l’incontro prevede quattro tavole rotonde e la presentazione pomeridiana del libro Sconvolti. Viaggio nella realtà transgender di Chiara Dalle Luche e Roberta Rosin.

Tra i relatori tanti nomi illustri tra cui Paolo Valerio, presidente dell’Onig, Vittorio Lingiardi, professore ordinario di psicologia dinamica presso l’università La Sapienza di Roma, Polly Carmichael, direttrice del Servizio di sviluppo dell’identità di genere per bambini e adolescenti presso l’istituto psichiatrico di Tavistock.

Nell’affrontare le complesse tematiche dell’identità di genere e delle sue “varianze”, che possono emergere durante l’infanzia e l’adolescenza, il convegno è finalizzato a fornire agli operatori sanitari e sociali nformazioni che permettano di ottenere un quadro ampio e, quanto più chiaro possibile, relativo a tali tematiche per poter attuare, quando necessario, interventi specifici mirati alle reali problematiche emergenti.

Impossibilitati a partecipare, i senatori Sergio Lo Giudice e Monica Cirinnà hanno inviato un videomemessaggio augurale che pubblichiamo in esclusiva.

 

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Ricapitolando... Nel 2005 avevo domandato al Circolo Pink di Verona uno spazio per creare un punto di riferimento per le persone trans. Mi fu dato e fondai il Transgender Pink. Finalità di questo sportello scalcinato era quella di rendere tutte e tutti noi persone trans scienziate/i di noi stessi. Avevo la sensibilità di Antonietta Bernardoni, che conobbi personalmente negli anni ‘70 personalmente, e la conoscenza delle sue attività terapeutiche popolari. Avevo allora ben presente che, se fossi riuscita, avrei costituito un consultorio fatto da persone trans per le persone trans. Per una transizione medico-pedagogica senza il supporto di psicologi/psicologhe e psichiatri/psichiatre.

Ma non vi riuscii o meglio non ne fui capace, perché eravamo nella fascistissima Verona e perché io allora avevo appena fatto la mia transizione sociale e lavorativa perdendo il lavoro a 55 anni. Non conoscevo il mondo Lgbti. Ero perciò tutta presa a creare contatti e a capire cosa volesse dire vivere concretamente da trans come ero ma anche da gay, da lesbica, da donna. E gli eventi mi presero la mano. Sulla base del mio lavoro presso il Transgender Pink, scalcinato ma importantissimo, il Pink organizzò il Sat: tutta un'altra cosa da quello che io avrei voluto sul territori, cioè un consultorio con pedagoghi e con persone trans. Invece al primo corso di formazione ci furono quasi tutte presenze di studenti e laureati in psicologia.

In quegli anni scoprii che anche tutto il mondo Lgbti era psichiatrizzato – e lo è ancora – e frammentato. Personalmente leggo tutto ciò come la coda del capitalismo perché esso porta alla specializzazione e alla divisione tra gli esseri umani attraverso diagnosi. Infatti, se vogliamo tutt’oggi un diritto alla cura o cambiare nome sui documenti, è necessario avere presso  tutti i consultori d’Italia una diagnosi psichiatrica di disforia di genere. Quindi un diritto personale mi costa una diagnosi. E a tale prezzo non è più  un diritto o una conquista dal momento che dietro c’è una diagonsi psichiatrica. Diagnosi che è indice di eteronormatività. Checché se ne vogliamo pensare, la realtà, tragica realtà, è questa. Ma è da qui che bisogna partire: rifarsi cioè a Maria Montessori, ad Antonietta Bernardoni, a Leslie Feinberg, a Paul B. Preciado. Ma anche una bella analisi marxista e transfemminista non guasterebbe.

Io ho serie difficoltà di lettura e scrittura. Vado soggetta a blocchi, frutto di cattivi insegnanti che, invece di vedere perché non studiavo e mettersi a ragionare con me, mi mandarono, complice la mia famiglia, da psichiatri e psicologi con un netto peggioramento nel campo dello studio. Ora cerco di riscattarmi ma è dura. Vorrei però dare, visto l’imminente arrivo della mia anzianità. Vorrei apportare un contributo in tale senso, sebbene non sia laureata. Ma, avendo pure fatto l’operaio di fonderia per trenta anni, credo di avere un’ampia conoscenza di mondo lavorativo e sociale. Credo soprattutto di poter dare un valido contributo perché sono una trans che può pensare, scoprire, scrivere ed essere scienziata delle proprie esperienze.

Insomma, più pedagogia, meno psichiatria e psicologia. Più autodeterminazione e più libertà di espressione dei nostri generi e dei nostri sessi. Lasciatemi dire, anche più antifascismo e anticapitalismo. Mi riprometto di sviluppare in futuro questi concetti con delle pubblicazioni, se ne avrò forza e coraggio e se riuscirò a superare i blocchi di cui parlavo. Ora, già scriverne per la prima volta mi sembra positivo.

In fine ho un sogno: formare un movimento su questi concetti che sono nelle mia mente da molti anni. Movimento che si chiamerebbe TRANSFORMAZIONE e che parte da noi persone trans ma che vuole andare a tutto il genere umano. Movimento che, mi si passi l’ardire dichiarativo, conieremmo per futuro genere umano composto da 7 miliardi di persone in trans. Che, sulla scorta del termine originario latino, si riferisce a un transito permanente e continuo. Ne parleremo anche perché dovremmo iniziare una grande rivoluzione sociale anticapitalista per una cultura e una scienza dal volto umano. Per dei consultori trans dal volto umano.

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Due sono gli intellettuali cui più mi sento vicina. Sono Leslie Feinberg e Paul B. Preciado: il primo americano, il secondo spagnolo. Nessuno dei due, in ogni caso, proveniente da studi psichiatrici. Feinberg, nato donna e morto 65nne nel 2014, rifiutava la divisione eteronormativa. Preferiva i pronomi neutri e combatteva nell’ambito del femminismo le donne che rifiutavano le donne nate biologicamente maschi. Preciado, anche lui nato donna, è uno scrittore e filosofo contemporaneo, il cui lavoro si concentra su tematiche applicate e teoriche in materia di identità, sesso, pornografia, architettura. Preciado esamina la politicizzazione del corpo sotto la categoria del “farmacopornografico” denunciando le multinazionali del farmaco perché cause di molte delle difficoltà nonché delle morti delle persone trans.

Ho preferito fare un breve sunto storico/contemporaneo significativo ma di denuncia esplicita del sistema economico capitalista e delle connesse correnti di pensiero nonché della psichiatria e psicologia in una con buona parte del mondo medico e accademico. Sì, lo so: è una denuncia forte ma che faccio con tutto il cuore e l’amore che mantengo intatto per tutto il genere umano. Ho anche altresì citato quali movimenti e quali  persone stanno lottando per far emergere la vera essenza del genere umano attraverso la liberazione della propria identità condannando il sistema neoliberista stesso.

Io sono una persona trans. Da ora in poi mi definirò di identità di genere neutro o omnicomprensivo di tutti i generi e di tutti gli orientamenti sessuali, lottando per la liberta di espressione del mio corpo ma soprattutto della mia mente. Questa scelta la faccio a 67 anni dopo decenni di esperienze sul territorio veronese e italiano. Infatti per me i termini transessuale e transessualità sono vocaboli che esprimono una diagnosi psichiatrica e vogliono paragonarmi o a un uomo o a una donna. Fortunatamente al momento io, nato biologicamente maschile col nome di Lodovico, non ho mai fatto alcuna perizia di disforia di genere, come prevista da tutti protocolli, per ottenere il cambio dei documenti o qualsivoglia diritto sul posto di lavoro sotto il nome di Laurella. Negli ultimi dieci anni, attraverso buone e significative relazioni umane, sono riuscita a far apporre un tale nome d’elezione su tutta la documentazione lavorativa nonché sul cartellino personale identificativo dall’azienda ospedaliera di Verona presso la quale ho lavorato sino al gennaio 2017 prima della pensione. Purtroppo non sono ancora riuscita all’interno dell’azienda a far sì che la direzione ospedaliera veronese emani una delibera o un regolamento perché possano godere anche gli/le altre dipendenti quanto ho personalmente ottenuto. E magari con estensione a tutta la sanità regionale venata. Ma ci sto ancora lavorando con i sindacati, il Circolo Pink  e alcuni docenti dell’università.

La storia ci insegna che il nome transessuale/transessualità deriva da studi psichiatrici e che, da Hirschfeld a Cauldwell a Benjamin, sono i portatori dell’invenzione del termine transessualità come patologia psichiatrica di disforia di genere, cioè diversità di genere, e, come tale, inserita nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentalie (DSM), di cui ho prima parlato. Questo manuale venne approntato nel 1952: in esso sono fatti passare per malattie psichiatriche stati facilmente affrontabili dalla persona stessa, dai genitori e dalla pedagogisti. Quindi un manuale, il DSM, che sembra quasi prefabbricato per poi dare pazienti a medici e psichiatri e aumentare soprattutto la vendita di psicofarmaci.

Come si può facilmente notare e capire, non solo il transessualismo ma molte patologie sono inventate per il bene delle multinazionali del farmaco e per far lavorare più psichiatri e psicologi. Voglio qui riportare quanto afferma un mio caro amico, il prof. Ermanno Tarracchini, biofarmacologo, insegnante di sostegno nonché docente universitario, sulle strategie biopedagogiche e antropoevolutive. «Certamente è più facile – scrive in un suo articolo – permettere allo psicologo o allo psichiatra di etichettare con pseudo-disturbi le persone tutte e, visto che insegno, i nostri figli studenti piuttosto che ammettere le responsabilità del mondo adulto e di una scuola non adeguata a rispondere alle nuove esigenze formative e ai bisogni specifici di apprendimento dei bambini e degli adolescenti di oggi. È più facile permettere e favorire, fare leggi per la caccia sfrenata di pseudo-disturbi in bambini poco più che neonati con il pretesto di diagnosi precoci, per prendere cattedre e finanziamenti,piuttosto che pretendere il cambiamento dell’adulto e riconoscere la responsabilità di una società clinico/medicalizzante». E, continuando il suo discorso, mi permetto di osservare che è più facile il permettere l’invasione totale di equipe medico-psichatriche nel mondo della scuola italiana con il totale abbandono della pedagogia.

Quindi la domanda che mi pongo è la seguente: perchè la psichiatria e la psicologia già nella scuola ma anche nel mondo lavorativo e sociale nonché per noi persone trans (poi spiegherp però in che senso siamo tutti tran) hanno soppiantato la pedagogia? Per interessi, come dicevo, di profitto?

Antonietta Bernardoni, medica pedagogista e scienziata di Modena degli anni ’70, affermava: «Nel campo dei giusti rapporti interpersonali tutti dovremmo essere ricercatori e scienziati affinchè nessuno lo debba essere in maniera specialistica e separata». Auspicava inoltre la necessità di una pedagogia dei genitori e degli insegnanti che è anche pedagogia dei figli studenti. Bernardoni è ora in Italia ricordata come la succeditrice di Maria Montessori, la più grande e famosa pedagogista del secolo scorso. Due grandissime donne. In anni non sospetti Antonietta Bernardoni mosse una vera critica alla psicologia, psicanalisi e psichiatria definendole quali false scienze. Ha fondato, proposto e poi realizzato assemblee di attività terapeutiche popolari, dove gli scienziati e gli animatori  erano le persone partecipanti stesse. Assemblee da non confondere con nessun gruppo Ama e varie forme simili di stampo psicanalitico non improntate a una caratteristica pedagogica.

(- continua)

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Di origini taorminesi ma da tempo vivente a Firenze, Elena Sofia Trimarchi è un'attivista transgender molto conosciuta sui social per i post ironici e talora caustici dedicati ai temi politici, sociali, culturali nonché, ovviamente, a quelli del mondo Lgbti. Il 24 luglio è stata pubblicata su L'Espresso una lettera aperta che, cofirmata con Sabrina Ancarola e recante il titolo Noi transessuali, uccise due volte, prendeva spunto dalla reazione esultante d'un giovane cagliaritano all'uccisione a martellate d'una donna trans

Nella giornata d'ieri Elena è stata indondata «da messaggi - come lei stessa ha scritto sul suo profilo fb - degli amici di questo signore. Il più carino dice: Muori». Per saperne di più l'abbiamo raggiunta telefonicamente.

Elena, hai ricevuto nelle ultime ore insulti e messaggi di morte sui social. Perché?

Mi sono accorta degli insulti e dell' augurio di morte perché sono andata a guardare su Facebook i messaggi con filtri. Cosa che ogni tanto faccio. Perché tutto ciò? Ho una sola spiegazione: la lettera che io e Sabrina abbiamo scritto al direttore de L' Espresso sulla presenza massiccia di transfobia sui social. 

 

C'è secondo te un legame tra l'uomo sardo che inneggiava a uccidere le persone trans e la tua lettera aperta?

Nessun legame col tipo sardo - scusa, ma chiamarlo uomo mi pare troppo, perché offenderei la categoria degli uomini - se non la mia leggerezza nel postargli l'articolo in bacheca augurandogli di imparare qualcosa dallo stesso. D' altronde lui si diceva orgoglioso di essere finito sui giornali. Però l'ha rimosso.

Un certo Luca Zanet ha poi pubblicato una tua foto su un gruppo Fb chiamato 69 sfumature di sesso. Che cosa è succeso di preciso?

Zanet - che credo sia la stessa persona o un amico - ha rubato una mia foto pubblica e l' ha postata nel gruppo 69 sfumature di sesso con questa introduzione: Salve..... Sono entrato a far parte di questo gruppo da poco tempo ed è giunto il momento che anche io pubblichi una fotografia....Vi presento mia moglie Giorgia. Ditemi cosa ne pensate di lei, accetto critiche. Buona serata a tutti.

Ho avuto un calo di pressione e ho dovuto far venire il medico a casa. Sono stata davvero male.

Intendi denunciare tali persone?

Sì, stavolta denuncio dal primo all' ultimo. Credo che essere stata la prima donna transgender candidata al Comune di Firenze, la città di Renzi, abbia fatto di me, nel suo piccolo, un personaggio pubblico. Il danno di immagine è enorme 

Pensi che la tua vicenda lanci un allarme? 

Certo. Si tratta di un allarme lanciato da tempo e da persone molto più autorevoli di me. Facebook censura una vignetta ma non chiude, ad esempio, pagine inneggianti al Duce. Comunque dopo ieri io non so più se rimanere su Facebook o meno.

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Proprio nei giorni in cui il giovanissimo calciatore Gianluigi Donnarumma ha deciso di “marinare” il proprio esame di maturità per correre a divertirsi a Ibiza, c'è chi invece ha fatto della scuola e dell'esame di Stato un'occasione di riscatto sociale e orgoglio individualeQuella che vi raccontiamo è la storia di Rosa Rubino, donna transessuale di 60 anni, che vive a Napoli e, qualche anno fa, ha deciso di tornare a scuola per darsi una seconda opportunità.

Rosa, che aveva interrotto gli studi a 14 anni, vedendosi poi costretta, suo malgrado, a prostituirsi, ha conseguito il diploma tessile presso l'Istituto Leonardo da Vinci di Napoli, dopo aver frequentato un anno di Ctp (Centro territoriale permanente) e tre di studi serali.

Incontriamo Rosa poche ore dopo il colloquio d'esame: la sua voce trema dalla gioia e dalla commozione.

Rosa, cosa significa per te questo diploma?

Significa moltissimo. Diplomarmi era il mio sogno e ora è diventato realtà. La maturità mi ha regalato una grande emozione.

Quando hai deciso di tornare a scuola?

Qualche anno fa, cioè quando avevo 55 anni, dopo aver fatto alcuni colloqui con gli operatori della cooperativa Dedalus, ho compreso che dovevo trovare il coraggio di mettermi di nuovo in gioco e perseguire il mio sogno.

Hai incontrato problemi nella realtà scolastica?

Certo, chi non incontra problemi a scuola? Ma bisogna saperli superare. Nel complesso, sono stata accolta molto bene dalla classe. Con un prof, a dire il vero, ho avuto problemi, probabilmente dovuti al fatto che fossi trans. Però alla fine ho vinto io e mi sono diplomata. I miei compagni invece sono stati meravigliosi. Condividere i giorni prima della maturità, condividere l'ansia e la paura, piangere e prendersi in giro, stare insieme: sono stata così bene che io rifarei daccapo la maturità.

Cosa diresti a una giovane persona trans che ha abbandonato gli studi?

Direi di essere forte e di non abbandonare né gli studi né i sogni. Non è facile, lo so, ma dopo si è più ricchi. 

E adesso cosa farai?

Intanto ora sto lavorando presso la cooperativa Dedalus. Sto facendo tirocinio e a breve inizierò a lavorare in segreteria. Ho paura ma sono anche soddisfatta ed euforica per quest'occasione.  E poi vorrei iscrivermi all'università. Sarebbe davvero bellissimo! 

A chi dedichi questo diploma?

Lo dedico agli uomini della mia vita: a mio padre e al mio compagno Nando. 

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Lisa Williamson, classe 1980, è una scrittrice e attrice inglese. Conosciuta come attrice con lo pseudonimo di Lisa Cassidy, recita in molte pubblicità televisive. Tra il 2010 e il 2012 ha lavorato come amministratrice del Gender Identity Development Service (Gids), aiutando i minorenni alla ricerca della propria identità di genere. Questa esperienza ha ispirato la storia de L’arte di essere normale, opera prima e di grande successo dell’autrice inglese, vincitore del Waterstone’s Book Prize 2016 e del Leeds Book Award 2016, pubblicata in Italia da Il Castoro.

L’arte di essere normali racconta la storia del giovanissimo David Piper. David Piper ha quattordici anni e il tempo gli rema contro. I suoi genitori credono sia omosessuale. A scuola è vittima dei bulli. I suoi due migliori amici sono gli unici a sapere la verità. Leo Denton, al suo primo giorno alla prestigiosa scuola di Eden Park, ha un solo obiettivo: passare inosservato. Ma ben presto cominciano a circolare voci sulla sua espulsione dalla scuola precedente. E il fatto che la bella e popolarissima Alicia si innamori di lui non aiuta a tenerlo lontano dai riflettori e dai guai. Quando Leo prende le parti di David in un diverbio, tra i due nasce un’inaspettata amicizia. Ma le cose stanno per diventare ancora più complicate perché alla Eden Park i segreti non rimangono tali a lungo.

Con l’aiuto di Paola Malgrati abbiamo intervistato Lisa Williamson qualche giorno dopo la sua partecipazione al  Festival dei Ragazzi che leggono “Mare di Libri” di Rimini.

Lisa, Il tuo romanzo si chiama L'Arte di essere Normale. Cosa è per te la normalità? 

“Normale” è una parola che usiamo molto ogni giorno ma il suo significato è unico e personale per ognuno di noi, difficile da definire. Per me “normale” significa sentirsi a proprio agio e liberi.

Il tuo romanzo si rivolge a lettori anche molto giovani. Ma la lettura è sufficiente a salvare gli adolescenti, e soprattutto gli adolescenti Lgbti, dal pregiudizio e dall'isolamento? Cosa diresti a un adulto che non comprende i silenzi e la solitudine di un adolescente?

Ho ricevuto molte email davvero speciali da giovani lettori Lgbti che dopo aver letto il libro si sono sentiti meno soli. Riuscire a identificarsi nel personaggio di un libro è qualcosa che molti danno per scontato, ma per tanti adolescenti Lgbti, specialmente trans, è qualcosa che accade raramente. E credo che forse sia questo il motivo per cui il mio libro ha avuto un impatto così forte. Io spero che questo romanzo possa incoraggiare i più giovani a chiedere aiuto e, nello stesso tempo, possa diffondere consapevolezza e promuovere accettazione e sostegno in una più ampia comunità. Tuttavia i libri sono solo una parte di questo percorso e devono essere di un movimento più grande.

Gli adulti devono imparare ad ascoltare. È molto comune e frequente ridurre i sentimenti degli adolescenti a una “fase” piuttosto che prenderli sul serio. Essere ascoltati ha un’importanza vitale per il nostro benessere di esseri umani e può davvero fare la differenza. Può essere molto faticoso per gli adolescenti parlare dei loro sentimenti. Perciò cercate di creare uno spazio sicuro in cui possano aprirsi senza paura. Chiedete loro che cosa leggono o quali canzoni ascoltano. Molto spesso avere una conversazione su un libro o un film o una canzone può essere un ottimo stimolo per iniziare a toccare argomenti difficili.

Il tuo romanzo è anche un romanzo sulla forza dell'amicizia. L'amicizia salva davvero?

Sicuramente. Una vita senza amici sarebbe davvero triste. Per il personaggio di Leo l’amicizia rappresenta qualcosa a cui ha cercato di resistere per lungo tempo. Sebbene al principio esiti, l’aprirsi poi agli altri innesca in lui davvero una trasformazione.

In quest'era in cui prevale l'immagine e la moltiplicazione dell'immagine (i social ne sono esempio evidente), stiamo perdendo di vista l'universo emotivo di chi ci sta vicino? E gli adolescenti stanno "disimparando" a comunicare in maniera autentica tra loro?

Penso che abbiamo sempre la stessa capacità di emozionarci, ma la esprimiamo in modi diversi e questo non è necessariamente negativo. Detto questo, mi rattrista osservare quanta comunicazione avvenga oggi online a scapito di ogni sfumatura. Preferirò sempre una telefonata o un incontro faccia a faccia a una riga di un messaggio di testo. Comunque non credo che questo tipo di comunicazione debba necessariamente essere letta come poco autentica. Incontrando ragazzi adolescenti e ascoltando come si rapportano ai libri, è così chiaro quanto siano in connessione con le loro emozioni. Mi chiedo solo se oggi sia maggiore la tendenza a interiorizzare le nostre emozioni o a non mostrarle per quello che sono. Allo stesso modo dobbiamo però tenere presente che per molti giovani Lgbti internet può essere un’ancora di salvezza, che li aiuta a connettersi con altri che stanno avendo esperienze simili. Ho incontrato molti ragazzi che attribuiscono agli amici online il merito di aver loro salvato la vita.

Cosa diresti a un genitore che non accetta la propria figlia o il proprio figlio perché transgender o omosessuale? Ti è capitato di essere testimone di casi di transfobia e omofobia?

In qualità di responsabile del centro Gender Identity Development Service a Londra, ho incontrato molte famiglie alcune delle quali in seria difficoltà nell’accettare la transizione dei loro figli. Fortunatamente, però, questi casi erano una minoranza e ho spesso assistito a cambiamenti radicali nell’atteggiamento di genitori o parenti a mano a mano che comprendevano la realtà. È sempre molto emozionante vedere un genitore, inizialmente preoccupato, sciogliere ogni riserva e sostenere poi con grande sincerità la scelta dei loro figli. Parlare aiuta. Così come rivolgersi ai servizi disponibili e cercare di essere disposti il più possibile a mettersi in discussione.

Che ruolo dovrebbe avere la scuola nella lotta alle discriminazioni fondate su orientamento sessuale e identità di genere?

L'istruzione è la chiave. Non solo le scuole dovrebbero attuare delle politiche di tolleranza zero nei confronti del bullismo in ogni sua forma, ma i ragazzi hanno necessità di capire perché è sbagliato. Gruppi Lgbti che coinvolgano sia studenti Lgbti sia i loro sostenitori possono essere davvero fantastici in questo, oltre a rappresentare un modo molto efficace attraverso il quale i ragazzi possono suggerire alle scuole come migliorare le loro politiche interne.

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Sembra strano, ma dopo anni di studi, attivismo e politica, bisogna impegnarsi ancora a difendere quelle che comunemente vengono chiamate tette. In particolare, si parla delle temibili “tette al vento” durante i Pride che fanno ancora tanto discutere, come è successo al Basilicata Pride dello scorso 3 giugno. 

Ma facciamo un passo indietro. Il Pride è fondamentalmente il ricordo dei moti di Stonewall e, per sua natura, presuppone che nessuna organizzazione possa dire a chi sta in piazza come vestirsi o non vestirsi. Altrimenti sarebbe una parata militare, una manifestazione in divisa sindacale o un flash mob con una direzione artistica. Premesso che trovare persone al Pride con le tette al vento sia sempre più difficile, vista la meravigliosa invasione degli ultimi anni di famiglie, passeggini e persone di ogni tipo, cosa c'è dietro a chi sceglie liberamente di mostrare il seno a un Pride

Prima di tutto c'è sofferenza. La maggior parte delle tette in questione appartengono alle persone trans, che hanno attraversato le più svariate vessazioni, violenze e discriminazioni per il semplice fatto di non riconoscersi nel proprio corpo e adesso rivendicano la libertà di essere quello che sono. Se appartengono invece a una donna, credo che basti pensare a quanto questa donna potrebbe essere accusata di essere z......la per il semplice fatto di mostrarsi. A far l'amore comincia tu, diceva molto semplicemente Raffaella Carrà

In secondo luogo c'è libertà. Le persone trans sono state tra le prime a ribellarsi a Stonewall nel lontano 1969 contro un sistema che condannava i rapporti omosessuali e imponeva per legge di vestirsi in maniera consona al proprio sesso. Questo è avvenuto perché erano, e sono tuttora, le persone che più sentono il peso degli stereotipi, dei pregiudizi, del fatto che un uomo non è uomo se non si comporta e non segue certi schemi e una donna non può certamente essere altro che un donna biologica. 

In terzo luogo c'è la sessualità. Il corpo al Pride è un valore. È uno strumento politico contro l'ipocrisia di una società che di sesso non vuole ancora parlare, nonostante nell'epoca della connettività di massa è purtroppo la pornografia a fare scuola a bambini e bambine sul sesso. Quelle tette, tra i molteplici significati, stanno lì a dire: "Vogliamo parlare di sessualità invece di fare i moralisti di giorno e i consumatori di porno e prostituzione di notte?". È una provocazione che, specialmente nel nostro Paese, è più che legittima, considerando anche il fatto che la maggior parte dei bambini e delle bambine, oggi, non hanno gli strumenti concettuali per distinguere la pornografia dalla realtà con conseguenze pericolosissime in termini di salute e bullismo, come spiega anche l'Organizzazione Mondiale della Sanità (e non le pericolose trans a seno nudo). Siamo davvero sicuri che le trans a seno nudo siano pericolose per i più e le più giovani, quando non ci curiamo minimamente della quantità di violenza e messaggi negativi a cui oggi sono sovraesposti e sovraesposte ogni giorno? Blue Whale dovrebbe insegnarci qualcosa. Il bullismo a sfondo sessuale è una delle prime cause di depressione e perdita di autostima nelle giovani generazione e si alimenta con chat e social media. 

In quarto luogo c'è la parità. Spesso si sente dire: "A che serve sfilare con le tette al vento per chiedere uguali diritti? Gay e trans non fanno certo questa vita tutti i giorni". 

La parità non è fatta solo di leggi. Le leggi sono solo un pilastro. Poi c'è la sostanza, la cultura, l'immaginario, le opportunità concrete. Non è un caso che nonostante la Costituzione repubblicana del 1948, il diritto di famiglia sia stato riformato solo nel 1975. Perché il petto di un uomo non fa scandalo e il seno di una donna sì? A pensarci bene, la nostra sessualità è costruita intorno al concetto di virilità maschile. La donna deve coprirsi perché è sessualmente complementare all'uomo ed è sconveniente che prenda l'iniziativa. L'idea di un seno scoperto ci turba perché scuote un sostrato culturale fatto di maschilismo e patriarcato

Non si tratta allora solo di un banale spogliarello, solo di un'esibizione. Quello spogliarsi e quell'esibirsi al Pride hanno un valore: sono il ricordo di una battaglia di liberazione che deve essere tramandato e di cui oggi abbiamo  più che mai bisogno. Qualcuno dice che i tempi sono cambiati e che le persone trans come anche le associazioni Lgbti devono rivendicare la quotidianità, la possibilità di svolgere qualunque tipo di lavoro e di educare dei figli. 

Siamo d'accordo, ma esistono marce, sit in e tantissime altre manifestazioni che non sono il Pride. Il Pride, ricordiamolo, è orgoglio di se stessi, del proprio corpo e della propria identità.  Nessuno e nessuna di noi vorrà trovare un lavoro in cui i colleghi insultino chi si traveste o ha manifestato in passato con le famose tette al vento. Nessuno e nessuna di noi vorrà vivere un quotidiano in cui rinnega il momento della lotta e della provocazione. Nessuno e nessuna di noi vorrà nascondere al proprio figlio o figlia le foto di anni e anni di Pride rinunciando a spiegare il valore di quelle tette. 

La provocazione serve ancora oggi, perché non c'è solo un'identità da affermare, ma un tema che riguarda la consapevolezza, la libertà e l'educazione al corpo e alla sessualità. Proibire, creare il senso della vergogna, costruire il meccanismo della colpa sono purtroppo strumenti del potere che ci portiamo addosso da secoli, nei quali viviamo e con i quali ci esprimiamo, anche senza rendercene conto. Per questo, si tratta di un tema sul quale c'è una lunghissima strada da fare, affrontando moltissime forze che remano in direzione contraria per portarci indietro rispetto a quanto conquistato: per compiere questa strada abbiamo bisogno anche delle tette. 

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