To Housing è il nuovo progetto di co-housing sociale che apre a Torino per accogliere persone Lgbti in difficoltà e in condizioni di estrema vulnerabilità. 

Prima esperienza con queste caratteristiche in Italia, To Housing potrà accogliere 24 ospiti in 5 appartamenti di proprietà di Atc – Agenzia Territoriale per la Casa del Piemonte Centrale non destinati alle graduatorie per le case popolari.

Due parole chiave ispirano il progetto: riproducibilità e extraterritorialità. Il modello di lavoro del progetto, infatti, è sviluppato per consentirne la replicabilità anche in altri contesti e, sebbene l’epicentro del progetto sia Torino, To Housing ha carattere regionale e nazionale grazie al continuo scambio con le altre realtà regionali e nazionali del movimento Lgbti.

To Housing nasce non solo per rispondere all’emergenza abitativa ma anche per attivare, proprio a partire da un bisogno primario e fondamentale come la casa, percorsi di reinserimento sociale. Verranno accolti giovani tra i 18 e 26 anni allontanati dalle famiglie di origine a causa dell’orientamento sessuale; migranti e rifugiati omosessuali, anziani Lgbti in condizione di solitudine o povertà, persone transessuali e transgender.

To Housing è stato pensato per tutte e tutti coloro che vivono una condizione di doppia discriminazione – orientamento sessuale, origine etnica, età, condizione sociale – e si trovano in condizione di povertà e/o esclusione sociale. In questa prospettiva assicurare un luogo sicuro dove poter vivere rappresenta l’occasione per intraprendere un percorso di uscita dal disagio e di (re)inserimento socio-lavorativo.

Un’equipe di accoglienza composta da educatori, psicologi e assistenti sociali esaminerà le segnalazioni (che potranno arrivare anche in modo diretto contattando Quore al numero dedicato, che sarà attivo dalle 13:00 alle 18:00 e indicato sul sito da lunedì 17 dicembre, o scrivendo alla mail This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.), svolgerà il primo colloquio e valuterà l’accesso degli ospiti. La permanenza media prevista di 8 mesi potrà essere eventualmente estesa per completare il percorso di autonomia degli utenti.

Il progetto è realizzato dall’associazione Quore e può contare su una cooperazione virtuosa tra pubblico e privato. To Housing può contare sul supporto del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, della Regione Piemonte, del Consiglio Regionale del Piemonte, della Città di Torino, di Atc – Agenzia Territoriale per la Casa del Piemonte Centrale e sul sostegno di Ikea, Iren, Bentley Soa, Philips, Cooperativa Di Vittorio, La Banca delle Visite e Medi.ca.

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Cassata a Udine l'identità alias per dipendenti comunali transgender, che non hanno ancora ottenuto la rettifica dei dati anagrafici. A revocare quanto deliberato nel merito dalla precedente amministrazione dem Giacomello la Giunta, guidata dal sindaco leghista Pietro Fontanini.

Quel Fontanini, che già senatore, presidente della Regione autonoma del Friuli-Venezia Giulia e, poi, della provincia di Udine, sostenne anni fa di aver sognato Padre Pio e d'essere stato aiutato dall'intercessione del cappuccino pietrelcinese a battere il cancro.

«Si tratta di un istituto che non è in sintonia con gli indirizzi politici dell'attuale amministrazione comunale - ha spiegato l'assessora leghista alle Pari Opportunità Asia Battaglia - e quindi lo abbiamo tolto anche perché, a oggi, non è mai utilizzato.

In questa decisione abbiamo tenuto conto anche che la Commissione Pari Opportunità ritiene di declinare la propria mission in un contesto caratterizzato da una distinzione e differenziazione di genere generi maschile e femminile di tipo tradizionale».

Su tale decisione Gaynews ha raccolto la valutazione di Daniela Lourdes Falanga, delegata d'Arcigay Napoli per le Politiche Trans e candidata presidente del medesimo Comitato:  «Ciò che rende pienamente saldi i diritti costituzionali sono quelle norme che rendono inviolabili le peculiari identità di tutte le cittadine e cittadini. Non esiste alcun indirizzo politico che debba intendersi a discriminazione del politico corrente. Nessun vincolo morale e ideologico se si esce al di fuori del perimetro vincolante della Costituzione italiana, che determina i principi democratici e laici nonché rende significativamente saldo il valore autentico di ogni individuo.

Quindi diventa assurdo e ignorante non riconoscere quanto realizzato dalla passata amministrazione così da riportare la democrazia alla sovranità di un potere ideologico e prevaricatore».

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Sarà ancora aperta al pubblico fino al 7 dicembre, presso Officine Fotografiche a Roma, la retrospettiva fotografica che Lina Pallotta, da sempre attratta dalla cultura underground e dalle storie di rivalsa e riscatto, ha dedicato all’amica e attivista Porpora Marcasciano, figura di spicco del transfemminismo internazionale e presidente onoraria del Movimento Identità Trans (Mit).

La mostra, che intreccia evocazioni biografico-affettive con le trasformazioni socio-culturali della società contemporanea, è un’occasione importante per riflettere sulla potenza dell’immagine e sul valore dell’esperienza, ora umana e ora artistica, che si realizza nel sodalizio tra due sguardi profondi: quello di Lina Pallotta e quello di Porpora Marcasciano.

Incontriamo Lina Pallotta per avere qualche notizia in più sulla mostra.

Lina, se dovessi restituire, in maniera sintetica, il senso  della mostra fotografica su Porpora, cosa ti sentiresti di dire?

È un viaggio personale nella vita di Porpora: una visione, intima, personale e soggettiva. Un tentativo di restituire attraverso questo approccio una visione che restituisca una dimensione umana e complessa a una figura e a un mondo, marginalizzato e stereotipato dalla maggior parte delle immagini che lo rappresentano. 

Quanto deve, a tuo parere, l’emancipazione sociale e culturale di questo Paese a Porpora  Marcasciano? 

Questa è una domanda difficile per me, perché non voglio dire cose imprecise. Le figure che rappresentano il variegato paesaggio dei movimenti possono rispondere in maniera adeguata meglio di me. Personalmente penso che Porpora e tante altre figure e associazioni, hanno determinato un cambiamento profondo e positivo del panorama socio-culturale del nostro Paese. L'attivismo, le lotte hanno cambiato leggi che penalizzavano e ghettizzavano queste categorie. Nonostante ci sia ancora tanto lavoro da fare, il muro di segretezza e paura della mia infanzia è crollato.

Porpora, oltre al suo lavoro di attivismo attraverso il Mit e altre situazioni, ha contribuito con i suoi libri a diffondere verità sul tema e a dare voce e dignità a tante persone che hanno fatto la storia e l'hanno cambiata. Le narrative dal basso sono la fonte a cui Porpora attinge e anche il mio approccio al tema. 

Tra gli scatti che sono presenti nell’allestimento, quale credi sia più rappresentativo o a quale sei più affezionata umanamente e artisticamente? 

Non ho scatti preferiti e ho difficoltà a scegliere un singolo scatto. Anche la selezione delle immagini presenti nella mostra è stato un processo complicato per me. Lavoro su storie e quindi l'insieme per me è sempre più importante del singolo scatto. Credo nella costruzione di uno spazio visivo dove le persone possano usufruire di una visione ampia e libera di mondi che non sempre conoscono.  

Infine, come definiresti la tua fotografia? Che valore credi di poterle attribuire? 

La mia fotografia si inserisce all'interno della tradizione documentaristica, personale, soggettiva e intima. Credo che solo la vicinanza e i momenti di intimità possano restituire brandelli di verità difficili da cogliere data la sovraesposizione mediatica del nostro momento storico. Ovviamente è complicato attribuire alla mia fotografia del valori, preferisco lasciare agli altri questo compito. Siamo in tanti ad attribuire al nostro lavoro concetti e virtù che sono solo nella nostra testa! Posso solo sperare che attraverso le mie immagini, le persone sentano il bisogno di rivalutare i loro pregiudizi, di avvicinarsi  e cercare informazioni approfondite e specifiche sul tema.

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Daniela Lourdes Falanga, prima donna transessuale alla guida del comitato Arcigay di Napoli, dedicato alla figura di Antinoo, amante dell'imperatore-poeta Adriano? Questa è la scommessa che intende vincere il gruppo di attiviste e attivisti, formato da alcuni consiglieri uscenti, noti a livello locale e nazionale, tra cui il presidente Antonello Sannino

Daniela Falanga, il cui impegno è stato più volte riconosciuto anche oltre il territorio campano, è la candidata presidente della mozione La Lotta Continua, mozione che intende continuare il lavoro iniziato con la presidenza di Sannino. L'altra mozione, recante il titolo chiAma Napoli 4.0, vede invece quale candidato presidente Marco Marocco, attuale delegato Salute per il medesimo comitato.

Il lavoro di Daniela, punto di riferimento di una comunità trans, quella partenopea, tra le più numerose, è stato sempre volto ad aiutare i soggetti che vivono in condizioni di estrema marginalità. A tal proposito non si può non ricordarne l'azione di sensibilizzazione, svolta nelle carceri, tra le persone transgender e omosessuali della Casa Circondariale di Poggioreale. 

La candidatura è sostenuta, tra l’altro, da un appello pubblico che, in pochi giorni, ha ottenuto l’adesione di nomi di spicco della cultura e dell’attivismo: da Pino Strabioli a Franco Buffoni, da Porpora Marcasciano ad Antonella Cilento, passando per Ivan Cotroneo, Paolo Valerio, Flavio Romani, Gianni Simioli, Regina Satariano, Luca Baldoni e tanti altri. 

L’appuntamento è per il prossimo 15 dicembre, giorno in cui si terrà il Congresso territoriale del Comitato Arcigay Napoli. 

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In vista del TDoR Transgender Day Of Remembrance (20 novembre), giornata internazionale di commemorazione delle vittime della transfobia, il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli con il Co.LT (Coordinamento Lazio Trans), costituito da Associazione Libellula, Beyond Differences Onlus, Gruppo Amati, Sportello Lili e Tgenus Lazio, organizzano a Roma una manifestazione stanziale per porre all’attenzione dei media e della società civile il tema dei diritti negati alle persone trans e sulle violenze perpetrate ai loro danni. 

La giornata del Tdor è fondamentale per la lotta contro il pregiudizio e la transfobia e a sostegno dei diritti civili delle persone trans. Non si tratta solo di un momento di denuncia della violenza di cui sono vittime le persone trans nei vari Paesi del mondo, ma anche un’occasione per riflettere sui diritti negati, sui pregiudizi e sulle discriminazioni che le persone trans incontrano ancora oggi in ogni aspetto della vita quotidiana: in famiglia, a scuola, nelle università, nel mondo del lavoro. 

Dal 1 ottobre 2017 al 30 settembre 2018 sono state 369 le persone trans e gender variant uccise nel mondo, nella maggioranza assoluta dei casi le vittime sono donne trans, si tratta di veri e propri femminicidi, che molto spesso non assurgono alle cronache.

Per Cristina Leo, portavoce del Co.LT, «queste vittime sono solo la punta di un iceberg, perché in molti Paesi non c’è una registrazione dei casi e alle vittime viene attribuito semplicemente il genere assegnato alla nascita, ignorando di fatto la loro vera identità».

Come dichiarato da Sebastiano Secci, presidente del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, «più volte negli ultimi mesi abbiamo denunciato il clima pesante che stiamo vivendo nel nostro Paese. Aggressioni e minacce ai nostri attivisti,  alle sedi delle nostre associazioni, discriminazioni sui posti di lavoro, nella ricerca di una casa. Le persone trans sono purtroppo le prime a subire quotidianamente il peso della discriminazione, arrivando troppo spesso a perdere la vita per mano dell’odio transfobico.

È dovere di tutta la nostra comunità lottare in prima linea e, per questo, domenica, insieme alle amiche e agli amici del Co.LT ricorderemo ancora una volta tutte le vittime dell’odio transfobico. Abbiamo il dovere di esserci, non possiamo e dobbiamo lasciare indietro nessuno».

Al riguardo sempre Cristina Leo ha dichiarato: «Sarà l’occasione per chieder giustizia per Ximena Garcia e per tutte le vittime dimenticate della transfobia e della transmisoginia».

All’evento sarà presente Valeria Catania, che presenterà l'installazione Le pagine che non ho scrittoSecondo l’artista «la battaglia contro la transfobia e l’omofobia deve partire dal mondo dell’arte. È una strage continua, in Italia e a Roma, quella che registriamo ogni giorno: e chi sopravvive alle violenze subisce per tutta la vita le conseguenze di atti che mortificano la sensibilità di ogni essere umano.

La lotta della cultura contro l’ignoranza della sopraffazione e del disprezzo, e anche del bene contro il male, deve avere come protagonisti coloro che ogni giorno creano grazie alla loro mente quadri, sculture, danze, musiche, spettacoli, film. Lo scrittore sudcoreano ha detto che “la bellezza dell'arte salva dalla crudeltà della vita". Facciamoci tutti promotori di questo messaggio, non lasciamo altro spazio alla violenza. L’arte ci salverà: può salvare l’umanità. Dobbiamo volerlo, con tutte le nostre forze».

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Oggi a Torino, presso le sale settecentesche di Palazzo Graneri della Roccia, sede del Circolo dei Lettori, è stata presentata la Trans Freedom March 2018, che si terrà, sabato 17 novembre, con partenza da piazza Vittorio Veneto alle ore 16.30.

Alla conferenza stampa sono intervenuti Monica Cerutti, assessora alle Pari Opportunità della Regione Piemonte, Marco Giusta, assessore comunale alle Famiglie e ai Diritti, Sandeh Veet, presidente di Sunderam Identità Transgender Torino OnlusMaurizio Gelatti e Alessandro Battaglia del Coordinamento Torino PrideFrancesca Caston e Mako Pilati hanno invece portato la propria preziosa testimonianza di persone T che vivono a Torino.

La Trans Freedom March nasce per celebrare il Transgender Day of Remembrance (TDoR): una ricorrenza della comunità Lgbtqi per commemorare le vittime dell'odio e del pregiudizio anti-transgender. La commemorazione fu isituita in ricordo di Rita Hester, il cui assassinio nel 1998 diede avvio al progetto web Remembering Our Dead e, nel 1999, a una veglia a lume di candela a San Francisco. Da allora l’appuntamento è cresciuto fino a comprendere manifestazioni in centinaia di città in tutto il mondo.

Durante il corteo e sul palco della Trans Freedom March, che è organizzata dal Coordinamento Torino Pride in collaborazione con Sunderam Identità Transgender, la commemorazione sarà accompagnata musicalmente dalla voce di Elisa Fagà, dalla celebre violinista H.E.R. (esibitasi, fra gli altri, con Franco Battiato e Lucio Dalla), dall’arpista Cecilia Lasagno, protagonista di una felice esperienza al Festival di Sanremo 2018, dalla vocalist, performer e dj Tischy Mura e dalle folli note dei giocolieri di pentagrammi che compongono la fanfara di musica da strada Bandaradan.

Al termine, sul palco allestito in piazza Castello, come di consueto, verranno letti i nomi delle persone decedute a causa dell'odio transfobico. Inoltre, sempre sabato 17, alle 9:30, presso la Sala Carpanini di Palazzo di Città si svolgerà il convegno Minori e identità di genere, organizzato in collaborazione con il Servizio Lgbt del Comune di Torino, che sarà seguito da Gaynews.

«La Trans Fredoom March - ha dichiarato a Gaynews Giziana Vetrano, coordinatrice del Torino Pride - è per noi molto importante, così come lo sono le molte attività organizzate dal Coordinamento Torino Pride per combattere ogni forma di discriminazione. Stiamo vivendo in momenti molto bui, in cui la nostra comunità è continuamente sotto attacco e per questo è necessario non abbassare mai la guardia. Con l’obbiettivo di arrivare al momento in cui si comprenderà davvero che non esistono diritti di singole categorie ma che ogni diritto conquistato è un patrimonio prezioso di tutte e tutti».

«Questo è un anno importante per tutto il movimento Lgbtqi+ - ha invece affermato Sandeh Veet, presidente di Sunderam - e il movimento femminista, al cui interno si configurano, in Italia, cambiamenti, riequilibri e progettualità. In un'Italia, dove sembra che il cambiamento promesso non abbia futuro, dove i diritti acquisiti vengono minacciati da un governo palesemente salviniano e fascista.

Questa marcia è delle persone trans ma è anche la marcia di tutte quelle donne che quotidianamente vengono barbaramente assassinate da mariti, fidanzati e amanti. Femminicidi che includono le persone transgender, perché è il femminile che viene attaccato e brutalmente assassinato».

ll TDoR e la Trans Freedom March si svolgeranno con il patrocinio della Regione Piemonte, del Consiglio Regionale del Piemonte e del suo Comitato per i Diritti Umani e della Città di Torino.

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Ha stupito ancora una volta Paola Egonu, più che per il coming out, per la semplicità e la serenità con cui ha dichiarato di essersi confortata con la sua ragazza dopo la finale del mondiale di pallavolo, persa contro la Serbia in Giappone. Il suo coming out si aggiunge a quello di Rachele Bruni e va a inserirsi nell'ancora ristrettissima cerchia di atleti e altlete di alto profilo, che hanno manifestato liberamente il proprio orientamento sessuale.
 
Di alto profilo, già, perché non possiamo chiamare Paola professionista, in quanto le donne in Italia, unico Paese europeo, non sono riconosciute come atlete a livello professionale
 
Paola è divenura, quindi, un'atleta simbolo per quell'Italia che ancora combatte per i diritti, i diritti delle persone Lgbti, i diritti dei migranti, i diritti delle atlete. E simbolo di quelle persone, non a caso, che si trovano a subire più di una discriminazione
 
A questo proposito, è proprio notizia di questo weekend la presentazione dei primi risultati della ricerca, promossa dal progetto Outsport di Aics e Gaycs e coordinata da Rosario Coco, nell'ambito della conferenza Diversity in Sport 2018 conclusasi sabato a GlasgowSi tratta della prima indagine di questo genere condotta a livello europeo e ha raccolto risposte da oltre 5.500 partecipanti dai 28 Paesi dell'Ue.
 
Come ha spiegato il team di ricerca dell'Università dello Sport di Colonia, partner scientifico del progetto Outsport diretto dalla docente Ilse Hartmann Tews, la maggioranza delle partecipanti si sono identificate di genere femminile (48%), seguite da un 39% di genere maschile e dal 13% di non binari. Il campione vede partecipanti dai 16 ai 78 anni con un età media piuttosto bassa di 27 anni e una forte adesione di under 25.
 
Quanto all'orientamento sessuale il 32% si sono definiti gay, il 25% lesbiche, il 25% bisessuali e il 18% altro.
 

Dalle risposte emerge che 9/10 del campione totale considera l'omofobia e la transfobia nello sport un problema attuale. Il 12% di coloro che praticano regolarmente attività sportiva riporta esperienze negative a causa del loro orientamento sessuale e/o identità di genere negli ultimi 12 mesi. Tra queste quelle più frequenti sono insulti omofobici e transfobici (82%) e discriminazione (75%), ma allarmanti sono anche i casi dichiarati di maltrattamenti e violenze fisiche vere e proprie (38%) e le minacce verbali (45%).

La percentuale di chi ha subito esperienze negative negli ultimi 12 mesi sale fino al picco del 31% per le donne transgender (MtF).

I dati completi saranno resi noti nei prossimi mesi. Ma questi numeri bastano a focalizzare lo sport come un insieme di spazi sociali che necessita di grande attenzione, specie per il suo carattere intrinsecamente intersezionale, che unisce persone, temi e discriminazioni di ogni tipologia e provenienza. 

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A metà novembre arriverà nelle sale italiane il documentario di Alessandra Celesia Anatomia del Miracolo.

Suggestioni, ferite, credenze e miracoli si intrecciano nella vita di tre protagoniste femminili: Sue, una pianista di fama mondiale; Giusy, un'antropologa atea nata con una grave disabilità; Fabiana, una donna transessuale molto devota. Il fil rouge di queste tre donne, che non si incontreranno mai, è la Madonna dell'Arco.

Vincitore del prestigioso riconoscimento Les Ètoile de la Scam, il docufilm ha avuto la sua première al prestigioso Festival di Locarno. In Italia è stato presentato al Festival dei Popoli, festival di rilievo dedicato al cinema documentario, che nella sua 54edizione ha visto proprio Alessandra Celesia, con Il libraio di Belfast, aggiudicarsi il Premio Miglior Film e Premio del Pubblico.

Per saperne di più, abbiamo contattato la regista, italiana di nascita e parigina d’adozione, che da sempre investiga la fragilità e l’umanità nella società contemporanea.

Come è nata l’idea di Anatomia del Miracolo e quale “messaggio” ti interesserebbe esprimere con questo docufilm?

L’idea è nata per caso. Un mio amico mi fece conoscere il rito della Madonna dell’Arco, di cui il nonno era fedele. Io mi ci avvicinai da turista ma rimasi colpita dal fatto che questa madonna avesse un livido e che proprio questo livido, questa ferita, le conferisse un potere miracoloso. Questa circostanza mi ha interessato non per motivi religiosi ma perché ci ho letto qualcosa che riguarda tutti noi, cioè le nostre ferite sono in qualche modo miracolose perché ci insegnano come fare a rimettersi in piedi dopo un grande trauma. Ecco perché ho cercato poi dei personaggi che avessero una propria ferita interna ma che manifestano apertamente la propria volontà di essere vivi e stare al mondo.

Il film affronta in vario modo anche il rapporto di relazione tra gli individui e la fede. C’è qualcosa di veramente sorprendente che hai scoperto perlustrando il “corpo” del miracolo? Come definiresti, da artista e filmaker, la natura del miracolo?

Ho lavorato al film avvicinandomi al concetto di miracolo in maniera laica e non religiosa. Ho però constatato che, comunque tu lo inquadri, io miracolo ha sempre qualcosa che ha a che fare con il mistero e il soprannaturale. Alcuni lo chiamano Dio, altri lo chiamano il mistero della vita. Per me il mistero della vita è fatto di tanti piccoli miracoli quotidiani. Come quello verificatosi durante le riprese del film, quando abbiamo scoperto che il nipotino di Fabiana ha una passione e un talento innato per la musica. Da dove nasca questa propensione non lo sappiamo ma intanto se il ragazzino continuerà a studiare musica forse potrà davvero diventare un bravissimo musicista. Il miracolo è quotidiano se lo sai vedere nelle piccole cose ed è sempre legato a un senso di mistero. Per quanto riguarda la Madonna dell’Arco, il miracolo è atteso durante la processione tra i corpi che si genuflettono. A Napoli il miracolo ha un significato che è decisamente fisico, non si tratta di preghiere bisbigliate. A Napoli è come se ci fosse proprio un legame tra il corpo degli esseri umani e l’Altissimo. C’è bisogno del corpo per far passare il grumo di emozioni e sensazioni che possono generare il miracolo. Per chi crede, è la madonna che genera il miracolo. Per chi, come me, guarda con un occhio esterno, è proprio la fitta convergenza di energie che si verifica in situazioni come quella della processione della Madonna dell’Arco che genera miracoli. C’è una forza e un’energia nello spazio che è davvero impressionante e colpisce anche una persona laica come me.

Ricordo di aver chiesto ad alcuni medici napoletani se erano stufi di sentire dai pazienti che le loro guarigioni erano frutto di intercessioni miracolose e non del loro impegno professionale e questi medici mi hanno risposto che, se credere in un miracolo aiuta chi soffre, a loro sta bene perché loro sono ogni giorno davanti al mistero della vita e della morte e non si sentono di escludere a priori nessun campo di indagine. È stata una bella lezione per me, perché mi ha ricordato che le nostre pretese razionali non possono molto davanti al mistero di qualcosa che razionale non è, come la vita.

Il docufilm ha tra le sue protagoniste una donna trans. A pochi giorni dall’uscita nelle sale della pellicola e dal Transgender Day of Remebrance, la società in cui viviamo ti sembra cambiata o la transfobia resta un grande problema della realtà contemporanea? 

Fabiana è un personaggio che ho trattato con grande attenzione e delicatezza e ho capito che nella comunità trans napoletana c’è una grande commistione tra sacro e profano. E la grande lezione che ne ho tratto è che a Napoli c’è un’inimmaginabile inclusione delle differenti identità esistenziali. Fabiana, cresciuta nel suo quartiere come ragazzino, oggi da donna transessuale è a capo dell’associazione di fedeli della Madonna dell’Arco ed è anche una leader del suo quartiere perché le viene riconosciuta una grande finezza intellettiva. Abituata a vivere al nord, abituata ad osservare la grande reticenza che c’è al nord rispetto a queste tematiche, sono rimasta positivamente sorpresa dalla realtà napoletana. Mi ha poi colpito come a Napoli sia molto più difficile accettare la realtà di una ragazza disabile, cioè Giusy, che vive su una sedia a rotelle, che è atea e non crede nei miracoli piuttosto che la realtà di Fabiana, in quanto quella di Fabiana è una condizione totalmente verificata nella stessa tradizione antropologica e culturale della società napoletana.

Si può dire che la città di Napoli è una delle protagoniste del film? 

Certo, Napoli da questo punto di vista è stata una vera scoperta per una nordica come me. A Napoli è normale che una donna transessuale porti a messa i suoi nipotini con il beneplacito del sacerdote e di tutta la comunità. Al nord non sarebbe ipotizzabile. Da questo punto di vista la grandiosità di Napoli sta proprio nelle contraddizioni interne che permettono la convivenza di dimensioni estremamente differenti tra loro. Napoli è un caotico spazio per la libertà.

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Nella notte tra il 1° e il 2 novembre 1975 veniva ucciso, in circostanze che sono ancora poco chiare, uno dei più grandi poeti del '900 italiano, Pier Paolo Pasolini

Intellettuale eretico e profetico – tanto profetico da riuscire a predire perfino la propria stessa morte –, Pasolini fu anche il primo intellettuale italiano dichiaratamente omosessuale. Circostanza, questa, che visse con grande coraggio sia nel modo in cui affrontò la società del tempo sia nell’umiltà gnostica con cui seppe trovare, nelle sue stesse conflittualità emotive, chiavi d’accesso per un’humanitas scevra da qualsiasi dogmatica adesione ideologica.

Per ricordare Pasolini, abbiamo scelto di intervistare Giovanna Cristina Vivinetto, giovanissima poetessa transessuale, che, con il suo lavoro Dolore Minimo (Interlinea), premiato qualche giorno fa con il Premio Lord Byron Porto Venere Golfo dei Poeti, ha raccontato in versi già maturi l’esperienza della sua transizione. 

Giovanna, Pier Paolo Pasolini è stato il primo intellettuale italiano dichiaratamente omosessuale, circostanza che all’epoca risultava decisamente scandalosa. Tu sei una poetessa che racconta in versi la propria transessualità: hai mai percepito fastidio o riprovazione nel pubblico a cui ti rivolgi?

Se 40 anni fa Pasolini destava clamore e disapprovazione in quanto intellettuale omosessuale, oggi una scrittrice transessuale, grazie anche al mutato scenario socioculturale e ai diritti ottenuti dopo immani fatiche, può professarsi tale senza troppi problemi. Eppure, a ben vedere, forme di resistenza, opposizione e sottile discriminazione ancora purtroppo esistono, anche se in forma minore e certamente più subdola perché sottile, ben camuffata. Ad esempio, a parte i beceri attacchi dei sostenitori di ProVita, ho notato una qualche forma di resistenza soprattutto nei miei colleghi coetanei: se, infatti, i poeti maturi hanno apprezzato all'unisono la mia poesia, le critiche sono piombate, e provengono, soltanto dai giovani, che mi accusano soprattutto di aver fatto leva sulla tematica "forte" per ottenere il successo e la visibilità che posseggo.

Mi sembra un tentativo di detrimento, di silenziamento che passa attraverso la forma lecita della "critica al libro", quando invece sottintende una certa svalutazione di una tematica fondamentale, necessaria oggi più che mai. E questo voler sottolineare a più riprese la "trovata furba" ci testimonia come, anche nel mondo illuminato della letteratura, siamo ancora lontani dalla piena accettazione delle minoranze e delle diversità.

Pasolini, in maniera profetica, prefigurò già negli Scritti Corsari la progressiva massificazione delle nuove generazioni. Tu sei una poetessa e sei molto giovane. Come ti sei rapportata e come ti rapporti, in virtù della tua giovane età, con la costante omologazione culturale dei nostri tempi? 

La risposta a questa domanda si riallaccia a quanto detto sopra. Certamente Pasolini aveva ragione nella sua chiarissima profezia: oggi l'omologazione è un dato di fatto. La poesia italiana contemporanea soffre di un grave morbo: l'attaccamento spasmodico alla forma, il vezzo della rima, la passione feticista per la metafora e l'immagine ad effetto, tutto a detrimento, invece, del contenuto, ossia della narrazione dei fatti. Ecco, questo è un male che colpisce soprattutto i poeti più giovani, attirati, come falene alla luce piena (ma artificiale) di un lampione: l'abbaglio della perfetta forma metrica, il dover trovare a tutti i costi una struttura, imporre ai versi una gabbia dorata ma priva di qualsiasi efficacia nei contenuti, incapace di reggersi in piedi tolta la "struttura". Aveva ragione Pasolini: andiamo in brodo di giuggiole davanti a una rima baciata.

Pasolini è stato anche un poeta antifascista, un cultore della libertà. Cosa è per te l’antifascismo? Cosa la libertà?

Per me antifascismo significa resistere e persistere nel valore della verità e perseguirla ad ogni costo con le proprie forze intellettuali. Solo con l'esercizio disinteressato della verità si può cogliere appieno il significato di ogni libertà, che altro non è che agire con coerenza, dare alla propria esistenza un concreto sostrato etico e morale.

 

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«Una volta era andato a Milano dal commercialista e poi ho fatto fatto una seratina in discoteca. Ma niente, niente. Anzi, ho ballato con un trans e mi hanno fotografato con questo trans».

Così Jerry Calà ha parlato ieri a Che tempo che fa di un episodio di presunto tradimento nei riguardi dell’allora moglie Mara Venier, il cui matrimonio è terminato nel 1987. L’attuale conduttrice di Domenica in, anche lei presente negli studi di Fazio, ha spiegato che lo scatto fu pubblicato su Eva Express e ha commentato: «Ho visto questa foto e ho detto: Chi è questo pu…, se po' di'? Una donna molto procace». 

A quel punto, prima che Calà raccontasse l’epilogo della vicenda (l’irruzione di Mara Venier su un set di Marco Risi, con cui lui stava girando un film, per picchiarlo con un rotolo di riviste), si è sentito Fazio, in riferimento alla persona fotografata in discoteca, dire: «Non si vedeva nei dettagli». Il tutto tra le risate del pubblico.

Non poche persone trans si sono sentite offese da una tale narrazione e interlocuzione. A sentirsi particolarmente toccata Mariella Fanfarillo, mamma di una 18enne transgender e autrice di Senza rosa né celeste, che ha fatto pervenire alla nostra redazione una lettera aperta a Fabio Fazio, di cui pubblichiamo il testo:

Egregio Dott. Fazio,

    le scrivo riguardo a un momento della puntata di Che tempo che fa di ieri sera, durante il quale il sig. Calà, per difendersi da un presunto tradimento nei confronti della sig.ra Venier, ha asserito: "Avevo fatto una seratina in discoteca. Ma niente, niente. Anzi, ho ballato con 'un' trans e mi hanno fotografato con 'questo' trans".

A questo punto la signora Venier ha aggiunto: "Ho visto questa foto e ho detto chi è questo pu…, se po' di'?”. Probabilmente senza riflettere sulle parole pronunciate, lei ha chiarito che non si vedevano i dettagli della persona fotografata.

Vede Fazio, poco prima di questa intervista, avevo ascoltato con molto interesse l’emozionante discorso di Andrea Camilleri, che definiva le parole pietre, pallottole, sottolineando come ci sia necessità di soppesarne il significato. “L'altro non è che me allo specchio”, ha affermato questo grande scrittore ormai non vedente.

Mi chiedo se durante il racconto del sig. Calà lei abbia riflettuto sull’effetto che quelle parole avrebbero sortito in tante persone trans all'ascolto, ferendone la sensibilità e la dignità di esseri umani. Persone che, ancora una volta, sono state poste su un livello inferiore a quello delle persone cisgender e descritte come prostitute in virtù del proprio essere trans. 

Senza commentare oltre tali parole, vorrei, con molta umiltà, farla riflettere sulle sue di parole, su quella frase nella quale parla di dettagli non visibili.

Mi sarei aspettata che lei intervenisse in difesa della dignità di una categoria di persone, utenti peraltro di un servizio pubblico, dal pagamento del quale non sono esentate, e non che amplificasse il senso di mortificazione suscitando l'ilarità del pubblico in sala, ironizzando sui dettagli nascosti.

Lei aveva il dovere, come essere umano e come padrone di casa di una trasmissione pubblica che spesso si occupa di tematiche sociali, di correggere il tiro della conversazione e di non cadere negli stereotipi di una società omotransfobica che quasi sempre associa la transessualità alla prostituzione o a uno stile di vita lascivo.

Mi perdoni, sig. Fazio, mi rendo conto solo ora di non essermi presentata: sono la mamma orgogliosa di una giovane ragazza trans, una mamma che lotta per il futuro della propria figlia e di tantissime altre persone che  vengono quotidianamente discriminate e umiliate da individui come il sig. Calà, che non hanno l'abitudine e la sensibilità di pesare le parole e che non conoscono neanche la differenza tra un e una transessuale.

So che lei, Fazio, è un padre molto orgoglioso dei propri figli, per cui sono sicura che capirà il significato di questa lettera e il motivo che mi ha spinto a scriverla.

Per chiudere, spero che presto vorrà concedere uno spazio anche a chi voce non ne ha, per poter parlare si sé e far capire a questo paese che ha ragione il grande Camilleri quando dice che le parole sono pietre e vanno sempre soppesate.

Mariella Fanfarillo, madre di una ragazza trans.

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