Fondata in febbraio a meno di un mese dalle elezioni del 4  marzo, Futura si sta progressivamente imponendo alla pubblica attenzione come una delle voci nuove e radicali della sinistra. Una delle cifre del movimento politico è l’attenzione ai diritti delle minoranze e, in particolare, delle persone Lgbti.

Ad alcuni giorni dal sit-in romano Stop Gay Persecution in Tanzania, che ha visto anche Futura tra le associazioni aderenti nonché tra quelle firmatarie delle lettera aperta al ministro Enzo Moavero Milanesi sulla situazione tanzaniana, abbiamo raggiunto Marco Furfaro, fondatore e coordinatore del neonato organismo politico.

Dall’insediamento del governo gialloverde si registrano non poche violenze nei confronti di minoranze e, in particolare, delle persone Lgbti. A suo parere cosa sta accadendo? 

Sta succedendo quello che mai avremmo auspicato: il coniugarsi delle peggiori forze conservatrici con il populismo d’accatto per tenere la maggioranza delle persone dentro un cono di consenso fondato su odio e paura. Non riescono a dare risposta alla sofferenza sociale. Per questo perseguono l’unico disegno possibile a costo zero: teorizzare che la crisi sociale, la disoccupazione, la precarietà è dovuta al fatto che in questi anni si è pensato troppo ai diritti civili e poco a quelli sociali. Una stupidaggine che purtroppo trova consenso anche in alcune parti della sinistra. Così, in maniera pelosa e strisciante, a volte esplicita, a volte meno, si nega la società di oggi e si colpevolizzano le persone Lgbti e non solo. È uno schema che riguarda i migranti, ma anche le donne. Prendete il ddl Pillon, la nascita dell’intergruppo dei “parlamentari per la vita”, l’attacco alla 194, le violenze che vengono deprecate solo quando a commetterle è uno “straniero”. Altro non sono che tasselli di una precisa idea di società: patriarcale, sessista, a misura di uomo etero, virile, rigorosamente bianco e italiano. Per questo femminicidi e episodi di intolleranza nei confronti delle persone Lgbti, non sono d’interesse per questo governo. Basti pensare al ministro Fontana, il cui primo intervento è stato il disconoscimento delle famiglie arcobaleno. Un attacco alla libertà di tutti, ma subdolo perché fa finta di colpire solo alcuni. Rendendoci tutti più poveri e precari. Però penso anche che la fantastica onda pride che ha riempito le piazze quest’estate, le manifestazioni e i cortei delle donne, la resistenza civile di sindaci e amministratori locali, dimostrino che siamo ancora in tanti e dobbiamo organizzarci al più presto.

In Italia ci sono più di 4 milioni d’indigenti, una quantità impressionate di precari ed è sempre più alto il numero di giovani italiani migranti. Cosa è che fa sempre più povero questo Paese? 

Il fatto che tutti o quasi si sono arresi all’idea che l’unica speranza nella vita non è studiare, lavorare, impegnarsi, ma avere la fortuna di crescere in una famiglia ricca. Lo ha sancito pure l’Istat: l’ascensore sociale è fermo al piano zero. Così, se nasci povero, ben che vada rimarrai povero. Non conta più niente aver studiato, essersi impegnato, rimboccato le maniche. Se non sei raccomandato da qualcuno, è difficilissimo emanciparsi. La povertà di questo Paese non è data solo dal fattore materiale, cioè quanti soldi possiedi, ma dal fatto che una volta i genitori facevano sacrifici per far studiare i figli, i figli facevano gli acrobati nella vita per poter finire gli studi, prendersi una laurea e finalmente accedere a migliori opportunità. Oggi non è più così, perché quelle opportunità sono state cancellate dalle cattive politiche di questi ultimi venti anni. Sta tutta qui la povertà del Paese. Abbiamo milioni di persone che rinunciano agli studi o vivono una tremenda precarietà di vita, altri, su cui si è investito in formazione e istruzione, se ne vanno dall’Italia. Chi vuole bene all’Italia dovrebbe ripartire esattamente da qua, da un investimento straordinario in scuola, innovazione, ricerca e sviluppo. Il tutto in un quadro di sostenibilità e di conversione ecologica. Purtroppo ci troviamo di fronte all’ennesimo governo che fa il contrario di questo, che risponde ai bisogni della povera gente dandogli in pasto i migranti da cacciare o minoranze da odiare. Proprio come in passato facevano i regimi. Ma a maggior ragione dobbiamo avere parole chiare sul futuro. Che non può che essere con salari dignitosi, ecologicamente improntato, innovativo, non solo economicamente, ma anche socialmente.

La vittoria di Bolsonaro in Brasile, le politiche  di Trump in Usa, le destre che crescono in Europa, un Salvini che in Italuia inneggia a figure Putin. C’è ancora spazio per opporsi?

È proprio quando tutto è più nero che abbiamo bisogno dei colori no? È il movimento Lgbti a insegnarcelo. Ed è proprio in questa situazione che l’opposizione deve ritrovarsi, ma non su “accordicchi” o parole d’ordine desuete, ma proprio su una visione radicalmente diversa del futuro. È vero c’è Bolsonaro, Trump, Putin e Orban. Ma ci sono anche Alexandria Ocasio-Cortez, Sanders, Corbyn, Costa in Portogallo e Sanchez/Iglesias in Spagna, Tsipras in Grecia, gli ecologisti di tutta Europa che avanzano. Insomma, manchiamo solo noi. Ma vedrà che nuove generazioni politiche si prenderanno presto il campo e sostituiranno le classi dirigenti sconfitte il 4 marzo scorso con idee all’altezza dei tempi.

La caccia all’immigrato sembra essere ormai continua a seguito anche di certi proclami di chi è al governo. Cosa nasconde una tale politica razzista e xenofoba?

Nasconde incapacità e il vuoto più totale su che direzione dare al Paese. L’aver inventato un nemico, il più semplice perché il più indifeso, in modo tale da distogliere l’attenzione dai problemi veri del Paese che restano insoluti, è il modo migliore per assecondare la rabbia delle persone. Ma dimostra l‘inconcludenza di una classe dirigente che non riesce a dare risposte e dunque soffia sul fuoco della sofferenza diffusa e offre a quella sofferenza un capo espiatorio. Facile quanto aberrante. All’inizio erano i “terroni” come me, poi gli albanesi, poi i marocchini, i rumeni, gli stranieri, i migranti. La Lega fa questo giochino da venticinque anni. La cosa terribile di questo meccanismo è che non si ferma davanti a niente, arriva ai bambini, presto toccherà a chi la pensa diversamente dal governo, ai critici, alle minoranze, ecc. Se la tua politica è nascondere i problemi dando la colpa agli altri, non ha mai fine. Si arriva alla barbarie.

I media riportano spesso di manovre o litigi in quella che viene indicata quale area di “sinistra”. Sembra inoltre non esserci una vera opposizione. Secondo lei siamo messi così male? 

Se penso alla sinistra rappresentata in Parlamento, direi di sì. Autoreferenziale, incapace di ascoltare la sofferenza sociale, di abitarla, fuori dal tempo e dalla storia. Ma quella sinistra è già stata sconfitta il 4 marzo. La sinistra poi non è un partito, ma un’idea di società. Quella oggi va ricostruita, assieme a tutti coloro che vogliono costruire una storia diversa da quella sconfitta alle elezioni. In realtà, c’è tanto di buon nel Paese che mi lascia ben sperare. Penso alle piazze di Milano e di Catania a fine estate, penso a Mimmo Lucano e a quanti sono schierati al suo fianco, penso alle manifestazioni di Non una di meno, ai comitati NoPillon, penso all’onda pride, come dicevamo. Penso alla raccolta di fondi per i bambini di Lodi., a chi fa impresa rispettando le regole, a chi si inventa nuovi lavori, a chi fatica da pazzi in una fabbrica ma non si arrende all’odio. Penso all’Italia che resiste, nonostante tutto.

C’è ancora per la creazione di una forza democratica, pluralista e di sinistra che rimetta al centro della politica la persona, il lavoro, la salute, il welfare, i diritti e tanto altro? 

Se mettiamo un po’ tutti da parte il nostro io per fare uno sforzo condiviso sono sicuro che sia possibile. Più che una forza politica, visto che ce ne sono a decine, oggi serve un’idea di società, una passione che faccia battere il cuore, che sia così netta e percepibile da far scendere le persone in strada e lottare. La gente si smuove perché sente dentro di sé le ingiustizie, la voglia di riscatto sociale. La sinistra una volta era questo, non solo e soltanto un partito. Per farlo, bisogna battere le idee che c’hanno portato alla sconfitta. Serve coraggio, quel coraggio che hanno le Ocasio-Cortez d’America di scendere nell’agone politico e prendersi tutto il campo, di egemonizzarlo, di vincere su classi dirigenti inadeguate e ridare speranza con programmi radicali e innovativi. Questo serve oggi alla sinistra, non partiti che si parlano addosso, ma coraggiosi che hanno voglia di ricostruire un pensiero, una proposta politica. Attorno a quella, poi, si costruirà una naturale unità per battere le destre e quindi una forza che torni a dare speranza e rappresentatività. Dobbiamo farlo a partire dalle elezioni europee.

Se si rompesse con l’Unione Europea cosa succederebbe al paese e ai diritti conquistati grazie, anche, al lavoro svolto in questi anni dalla stessa Europa? 

Sarebbe una catastrofe. Perché chi ha a cuore l’emancipazione delle persone, sa che l’unico modo per raggiungerla è unirsi, non dividersi. Dividersi fa il gioco di chi comanda, dei potenti, non certo degli sfruttati. Certo, l’Europa di oggi è inservibile. Proprio per questo serve uno scatto in avanti, non il ritorno alle piccole patrie. Faccio parte di una generazione che nemmeno sa immaginarsi fuori da una cittadinanza europea. Ma non è nostalgia di futuro, la mia. In un mondo così interconnesso, come potrebbe uno Stato nazionale da solo ad affrontare sfide globali come l’evasione fiscali, la (pre)potenza delle multinazionali, le migrazioni, i cambiamenti climatici? I diritti conquistati, come dimostra ciò che accade in Ungheria, verrebbero meno. Perché la società che hanno in mente in nazionalisti prevede un ridimensionamento dei diritti e delle libertà individuali. Noi vogliamo un’altra Europa, non un ritorno al passato.

Come coordinatore nazionale di Futura cosa può dirci di questa esperienza? 

Una piccola grande comunità di persone che non vuole arrendersi alla rassegnazione e nemmeno a questa copia triste e sbiadita che è diventata la sinistra in Italia. Abbiamo fondato Futura a febbraio, perché tante persone appartenenti a liste civiche, realtà sociali, associazioni, non si ritrovavano in Pd e LeU, perché sono stufe delle divisioni della sinistra e vorrebbero contendere il campo con le proprie idee. Che sicuramente sono più radicali del Pd, ma anche più innovative di LeU. Vorremo costruire un’alternativa alla destra che non perda tempo a discutere se stare o meno in Europa o se i diritti civili vengono prima o dopo i diritti sociali. Significa non aver capito niente della società di oggi. A volte mi chiedo se un politico di sinistra ha mai conosciuto la ricattabilità che vive una persona transgender, gay o lesbica sul proprio posto di lavoro. Come fa a non capire che diritti civili e sociali sono inscindibili? Ci batteremo per liberare la sinistra dalla subalternità culturale della destra, che subisce il Pd quanto la sinistra radicale. Futura è una comunità che non ha rendite di posizione da difendere, per questo ci proveremo con coraggio. A costruire un’alternativa larga, unitaria, ma sicuramente radicale. In poche parole, di sinistra. 

e-max.it: your social media marketing partner

Il 28 luglio scorso l’ex senatore Sergio Lo Giudice è stato nominato responsabile del Dipartimento Diritti civili del Pd.

Un incarico di particolare significato per un uomo da sempre impegnato (prima in qualità di attivista e presidente di Arcigay, quindi in quella di parlamentare della XVII° legislatura) nelle lotte di rivendicazione per la piena parità delle persone Lgbti e inclusione delle stesse.

Nonostante la sensibilità, la determinazione e l’attenzione con cui Lo Giudice ha affrontato tali battaglie, la sua nomina ha destato critiche e reazioni anche all’interno della stessa collettività arcobaleno.

Non senza punte di parossismo, come nel caso di ArciLesbica Nazionale, che ha nuovamente agitato lo spettro di un conseguente sostegno alla pratica della gpa (volutamente indicata coi termini spregiativi di utero in affitto).

A poco più di due settimane dall’assegnazione della carica abbiamo contattato il neoresponsabile del Dipartimento Diritti Civili, per raccoglierne valutazioni e fare il punto sull’attuale situazione politica del Paese.

Professore Lo Giudice, con quali aspettative e quali prospettive ha accolto una tale nomina?

La nomina mi ha fatto certamente piacere: ha significato un riconoscimento delle esperienze collettive da cui provengo e un segno di attenzione del Pd a un tema troppo spesso  trascurato. Dai diritti dei detenuti a quelli delle minoranze etniche e religiose, dai temi Lgbti a quelli legati al fine vita sono tante le questioni aperte che riguardano il rispetto della sfera personale nel rapporto con lo Stato.

C’è tanto da fare anche se, in un momento in cui il Pd si avvia a congresso, il ruolo dei dipartimenti tematici si giocherà molto sulla attivazione di idee ed energie per ridisegnare il profilo di un partito rinnovato.

Come ha vissuto le critiche che le sono giunte da una parte del movimento Lgbti?

Alle critiche ci sono abituato: i temi legati ai diritti civili, soprattutto quelli che investono la sessualità o le relazioni familiari, creano dibattito, spesso acceso. Per quel che mi riguarda continuerò a usare le leve del dialogo e del confronto fra tutte le posizioni. Il Pd deve avere l’ambizione di essere il perno di un campo largo della sinistra. Il confronto fra posizioni diverse è inevitabile: è da qui che possono nascere sintesi nuove.

Questo governo sta mostrando un atteggiamento decisamente reazionario e retrivo rispetto ai diritti civili: secondo lei le persone Lgbti stanno correndo concreti pericoli?

Io non credo che questo governo riuscirà a realizzare granché di quello che minaccia e, comunque, i temi relativi ai diritti Lgbti non fanno parte dell’accordo di potere fra Lega e M5s. Ho un altro timore, che già vedo concretizzarsi: che la propaganda del governo nazionalpopulista e lo sdoganamento in atto dell’egoismo sociale e dell’odio verso le minoranze avvelenino i pozzi della convivenza civile. Si rischia di compromettere nel profondo quella cultura democratica e solidale fondata sulla Costituzione, che da 70 anni rappresenta il collante morale degli italiani.

Nel quadro politico attuale quale “ricetta” politica consiglierebbe per ristabilire un rapporto di fiducia tra elettorato e centrosinistra?

Il Pd ha già aperto un percorso congressuale che si concluderà entro il prossimo inverno. Sarà fondamentale che si dia vita a una discussione aperta a tutte quelle forze sociali, gruppi politici, cittadine e cittadini oggi senza appartenenza ma che sarebbero pronti a rimettersi in gioco di fronte a un progetto credibile per il Paese.

Secondo lei qual è stato l’errore maggiore che ha determinato un evidente scollamento tra le due parti?

Negli ultimi anni il Pd non è stato in grado di dare risposte adeguate a bisogni sociali nuovi, a un impoverimento crescente, alla frammentazione del mercato del lavoro. Su questi temi vanno ripensate le parole d’ordine e le ricette economiche, con la radicalità di chi vuole decisamente ridurre le diseguaglianze.

Guai però a pensare che un ritardo sulle questioni sociali sia conseguenza di quell’impegno sui diritti civili che nell’ultima legislatura ha prodotto leggi attese da troppo tempo come le unioni civili o il testamento biologico. Diritti civili e diritti sociali si tengono assieme, contrapporli sarebbe un errore da ogni punto di vista.

A novembre ci sarà il Congresso nazionale elettivo di Arcigay. Cosa si aspetta al riguardo?

Da quel congresso mi aspetto una riflessione a tutto campo su come stare in questa fase nuova. Arcigay rimane la più grande e strutturata associazione Lgbti italiana in un contesto in cui i bisogni della comunità sono sempre più articolati.

Secondo lei, su quale piano e in quale direzione dovrebbero essere intensificati gli sforzi di Arcigay per resistere al clima omotransfobico incalzante?

In questi anni sono emerse nuove identità prima nascoste, come quelle delle persone intersessuali, nuove realtà sociali come le famiglie arcobaleno, nuove risorse normative e giurisprudenziali.

Credo che questa complessità chiami Arcigay a un’azione intensa. Un’organizzazione così strutturata non ha pari in Europa: è una risorsa per l’intera comunità e per il Paese. Questo è un punto di forza, ma anche una bella responsabilità, che va assunta fino in fondo.

e-max.it: your social media marketing partner

Mare, Umanità, Resistenza. Fedele al suo motto programmatico è stato tutto questo il Catania Pride che, partito alle 18:00 da Piazza Cavour e snodatatosi lungo l’elegante Via Etnea, si è da poco concluso davanti al Teatro Massimo.

Una marea arcobaleno, composta da 10.000 persone, si è infatti riversata lungo le strade della città siciliana per ribadire non solo il proprio orgoglio Lgbti ma la ferma opposizione a ogni forma di discriminazione, razzismo, insensibilità verso i migranti.

Una rivoluzione gentile – per usare le storiche parole di Franco Grillini – contro i fascismi e le prese di posizione di chi brandisce rosari e poi inneggia alla chiusura dei porti, al censimento dei rom, alle “famiglie tradizionali”

Differentemente da quanto successo al Siracusa Pride del 16 giugno, la Digos non ha applicato alcun intervento censorio nei riguardi di manifesti antisalviniani. Anzi è stato portato in parata lo striscione con la scritta X sempre in lotta contro Salvini, l’omofobia e tutti i confini che, proprio a Siracusa, era stato rimosso per intervento delle forze dell'ordine.

salvini

Ma quello di Catania è stato anche un Pride all'insegna della memoria, volto a ricordare un pioniere del movimento Lgbti quale Dick Leitsch che, morto nella notte a New York, è stato definito dal consigliere nazionale d'Arcigay Giovanni Caloggero «patrimonio della nostra storia gay, lesbica e transessuale».

Ed è soprattutto all'impegno di Giovanni Caloggero che si deve il felice esito della marcia catanese dell'orgoglio Lgbti che, quest'anno, è stata gemellata con quella di Siracusa. A sfilare in testa al corteo, insieme coi rappresentanti di altre associazioni, il portavoce dei due Pride Armando Caravini

Tante le delegazioni presenti, tra cui quelle di Amnesty International e Cgil. Tra i partecipanti anche il sindaco uscente Enzo Bianco.

Guarda la GALLERY

e-max.it: your social media marketing partner

Le dichiarazioni di Lorenzo Fontana sull’inesistenza delle famiglie arcobaleno continuano a far discutere nonostante la moderata sconfessione di Matteo Salvini che, oscurato mediaticamente da una polemica andata ben al di là del previsto, ha cercato di prenderne le distanze pur ribadendo di condivedere le posizioni del ministro della Famiglia.

Nella giornata di oggi si sono registrate le critiche di tre noti cantanti che, molto amati soprattutto dal pubblico giovanile, hanno affidato ai social il proprio pensiero.

Tiziano Ferro su Instagram, rilanciando l’hastag #gayfamily, ha risposto così alle affermazioni di Fontana: «Non voglio supporto, mi basterebbe smettere di sentirmi invisibile».

Schermata 2018 06 03 alle 17.46.04

Ha scelto invece twitter Emma Marrone. L'artista 34enne, pubblicando una foto che la ritrae mentre canta con un bimbo in braccio dalle guance dipinte coi colori dell’arcobaleno, ha scritto: «Ciao, Fontana #arrestatecitutti».

Ha puntato infine su Facebook Ermal Meta. «Rientro oggi - così si legge sul suo post - e leggo di dichiarazioni da parte del ministro #fontana che in nome del suo essere cristiano dichiara invisibili le unioni arcobaleno. Ma davvero credete che al buon Dio interessi come raggiungete l’orgasmo? Non gli interessa nemmeno di cosa vi rende felici, ma che siate felici.

E allora Siate persone felici, di questo c’è bisogno. Di persone felici. A qualsiasi costo»

e-max.it: your social media marketing partner

Di Maria Elisabetta Alberti Casellati si continua a parlare tanto dal giorno dell’elezione a presidente del Senato. E non potrebbe essere diversamente per la seconda carica dello Stato.

Ma negli ultimi giorni l’attenzione s’è particolarmente incentrata su di lei in riferimento al mandato esplorativo per sciogliere il nodo gordiano del momento. Quello, cioè, relativo all’eventuale formazione del nuovo governo, per il quale ancora domenica a Sky TG24 era tornata a riproporsi e che oggi le viene affidato - sia pur limitatamente a soli due giorni - dal Capo dello Stato.

Ma negli scorsi giorni la “berlusconiana ‘senza se e senza ma’” – come l’ebbe a definire Guido Quaranta – ha dato prova di diverse disponibilità. Riaffermando soprattutto (in una con l’assoluta fedeltà) quella all’ex presidente del Consiglio, i veti nei cui confronti ha detto di non capire perché «lui ha ricevuto voti da milioni di italiani e fa parte della nostra democrazia».

Dichiarazioni che, rilasciate il 10 aprile nel salotto amico di Porta a Porta, sono state accompagnate da un duplice ribadimento. Quello, scontato, d’essere “orgogliosamente berlusconiana” e quello, prevedibile, di voler essere chiamata “il presidente del Senato”. Aspetto, quest’ultimo, riaffermato anche nella due giorni (12-13 aprile) sulla violenza di genere, tenutasi a Roma presso la Biblioteca Nazionale e organizzata dal Csm.

«Non c'è bisogno – ha spiegato a Bruno Vespa – di mettere un articolo o di usare vocaboli anche cacofonici come ministra per affermare la parità di genere. Sono battaglie veterocomuniste superate dai tempi».

Se la battuta finale fa sorridere per l’antistoricità – la battaglia per il linguaggio non sessista non ha nulla a che spartire col primigenio quanto successivo comunismo – e la piena consentaneità con l’armamentario lessicale, questo sì, veteroforzista (dal golpe alla giustizia ad orologeria, dalle toghe rosse alla dittatura mediatica), fanno invece piangere le argomentazioni previe.

Perché indicative di quanto Maria Elisabetta Alberti Casellati sia a digiuno dei ripetuti pronunciamenti dell’Accademia della Crusca sull’uso della forma femminile per i titoli professionali e per i ruoli istituzionali riferiti alle donne. Perché indicative di quanto ella ragioni per slogan dal momento che la cacofonia o presunta bruttezza della nuova forma – come nel caso di ministranon è affatto un argomento di tipo linguistico.

Maria Elisabetta Alberti Casellati, d’altra parte, avrebbe certamente da ridire se qualcuno definisse, ad esempio, Bianca Balti modello anziché modella o la sua maestra delle elementari maestro. Perché allora modella, maestra, infermiera, sarta, cuoca (e via discorrendo) non suscitano in lei – come in tanti – obiezione alcuna a differenza di ministra, sindaca, medica, avvocata?

La resistenza all’uso del genere grammaticale femminile per molti titoli professionali o ruoli istituzionali è spiegabile se correlata alla preclusione degli stessi cui le donne, fino a tempi recenti, sono state generalmente soggette in ambiti ritenuti esclusivamente maschili e, di fatto, riservati a uomini.

Meraviglia inoltre che un’ex docente di diritto canonico, formatasi nelle austere aule della Pontificia Università Lateranense, non sappia che tali forme sono utilizzate da secoli in riferimento a Maria, considerata dai cattolici la donna per antonomasia. Le basterebbe dare una scorsa a volumi come la seicentesca Polyanthea Mariana di Ippolito Marracci o, più semplicemente, pensare all’invocazione Advocata nostra della conosciutissima antifona medievale Salve, Regina, che è stata sempre tradotta in italiano con Avvocata nostra.

Per quanto riguarda poi l’uso dell’articolo da premettere al termine presidente, di cui parlava Maria Elisabetta Alberti Casellati con Vespa, sarà opportuno ricordare che sono linguisticamente ambigenere, anche se tradizionalmente attribuiti a uomini, i nomi professionali/istituzionali uscenti in -ente (come presidente o dirigente) e derivati dal participio presente dei verbi. A far variare il loro genere sarà appunto l’articolo che li precede come nello specifico caso riguardante l’attuale seconda carica dello Stato.

Ma adesso, norme linguistiche a parte, non resta che augurarsi un felice esito per il mandato esplorativo affidato a Maria Elisabetta Alberti Casellati. Cosa che, in realtà, sembra improbabile ai più.

e-max.it: your social media marketing partner

Se si digita il nome di Beppe Ramina sul sito di Radio Città del Capo, della quale è stato uno dei fondatori, si legge: «Giornalista che nel 1977 era un dirigente di Lotta Continua e da militante del movimento gay prese le chiavi del Cassero nell'82».

Ma chi lo conosce aggiungerebbe che è da sempre una persona molto attenta al tema dei diritti con uno guardo un po’ ironico e un po’ serio. Tra i suoi scritti non è possibile non ricordare Ha più diritti Sodoma di Marx - Il Cassero 1977/1982, pubblicato nella collana Quaderni di critica omosessuale

Beppe, a tuo parere, quanto le unioni civili hanno portato avanti il Paese sul­ piano dei diritti?

Le unioni civili costituiscono il parziale riconoscimento del diritto, assicurato dalla Carta Costituzionale, all’uguaglianza di ogni cittadino nelle leggi. Quel diritto, dunque, c’era già, tanto che la Corte Costituzionale era intervenuta più volte sul punto, ma non era riconosciuto dalle leggi. È un'affermazione parziale, ma significativa, dei movimenti per i diritti civili e del movimento Lgbtqi. In quanto tale, rientra tra quei provvedimenti (dal divorzio all’aborto, dall’abolizione dei manicomi al diritto al fine vita) che affermano il diritto alla libera scelta di ogni individuo e che hanno costituito un punto di svolta nella cultura e nella vita sociale del Paese.

Eppure, secondo molti la cosiddetta legge Cirinnà rappresenterebbe anche un passo indietro marcando la differenze tra unione o matrimonio?

Nessun passo indietro: è un riconoscimento di uguaglianza (per quanto parziale) e, come tale, andrebbe valorizzato. Chi non desidera utilizzarla - per esempio, io e il mio attuale compagno - fa ciò che vuole. Trovo stucchevoli i commenti su un presunto arretramento culturale indotto da questa legge: chi la pensa diversamente ha lo stesso spazio di prima per sviluppare le proprie posizioni culturali e politiche.

Non mi convince chi denigra il lavoro di altri per affermare il proprio punto di vista. Purtroppo, in Italia, questa tendenza ad accentuare gli aspetti che dividono è forte. Al primo congresso mondiale sull’Aids che si tenne a Stoccolma (1988), nell’assemblea delle organizzazioni non governative alla quale partecipavo come presidente della Lila, venne fatto un elenco di temi. Scartati quelli su cui c’era disaccordo, ci si concentrò su quelli sui quali si era d’accordo. In Italia avremmo fatto l’opposto, trascorrendo ore a litigare.

Nel 1982, anno della presa del Cassero a Bologna, essere gay era sicuramente diverso rispetto a oggi e diverse erano le modalità d’approccio. Oggi ci sono Grindr e i social. Cosa ne pensi?

Mio figlio, che ha 14 anni, conosce internet da quando è nato: le sue manine hanno afferrato un mouse quando aveva pochi mesi e ancora non parlava, ma già sapeva dove trovare dei giochi. Il supporto carteceo per lui è confinato in parte all’area scolastica e in pochi libri. Ciò non significa che non conosca le cose del mondo e che non abbia sue opinioni anche su questioni complesse: ha una mente aperta e vivace, creativa. Tuttavia, è evidente che il suo modo di relazionarsi sia diverso dal mio. Non si deve essere diffidenti verso ciò che non conosciamo e che non capiamo. Il mondo di oggi è abbastanza diverso – per alcuni tratti radicalmente diverso –  da quello che ho conosciuto io. Ma restano e, anzi, si ampliano le ingiustizie sociali, i conflitti armati, la crisi ecologica.

I temi di fondo sono gli stessi di un tempo, ma nelle generazioni più giovani è diverso il modo di relazionarsi ad essi. Sono un uomo del Novecento: per me Marx, Bakunin, Rosa Luxemburg, Gramsci sono figure famigliari. Per molte persone giovani, anche attive nelle parti più radicali del movimento Lgbtqi, si tratta di sconosciuti, mentre sono più famigliari Foucault o Judith Butler. Per molti giovani gay ad essere popolari sono certe figure di serie televisive o di videogiochi o degli anime giapponesi. Questa differenza toglie valore alle esperienze delle generazioni più giovani? Sono convinto di no.

Oltre alle rivendicazioni della parità dei diritti su quali altri temi dovrebbe rivolgere la sua attenzione il movimento Lgbti?

Ogni movimento è fatto dalle persone che lo compongono. Nei movimenti Lgbtqi ci sono persone dalle sensibilità e dalle storie culturali e politiche diverse: ogni organismo associativo e politico al quale danno vita ha una propria specificità. Più che di obiettivi dei movimenti, posso dire il mio punto di vista, peraltro per nulla originale. Ritengo che non vi possa essere liberazione dai ruoli e dai generi se non ci sarà giustizia sociale, se le disuguaglianze economiche terranno prigioniera la gran parte delle popolazioni, se non ci si batte per contrastare le guerre e i terrorisimi.

Per dirla con parole novecentesche, non ci sarà liberazione della persona se non ci sarà liberazione dal bisogno e non ci sarà liberazione dal bisogno se non ci sarà libertà piena per ogni individuo. Per dirla ancora più semplice, i movimenti Lgbtqi dovrebbero essere in relazione stretta con quanti si ribellano a questa società dove il capitale finanziario spadroneggia e accentua le diseguaglianze, conduce al disastro ecologico, calpesta con guerre disumane e col terrore la vita di milioni di persone.

Qual è secondo te il punto di maggiore forza e maggiore debolezza dell’associazionismo italiano Lgbti?

I punti di forza e di debolezza, a mio parere, hanno la stessa radice: la grande frammentazione che, se permette a tante soggettivtà diverse di esprimersi arricchendo le noste vite, altrettano spesso non consente di unirci su alcuni punti cruciali per il buon vivere, qui e ora, delle persone Lgbtqi.

Negli anni ’70 si diceva: La fantasia distruggerà il potere e una risata vi seppellirà. Oggi ci sono ancora nascoste da qualche parte una fantasia e una risata?

C’è sempre. Nel 1968 si diceva che “sotto il cemento cresce l’erba”. Fa parte dell’umanità il desiderio di non essere oppressi.

Omogenitorialità. Cosa significa per te essere padre?

Premetto che mio figlio non fa parte di una famiglia omogenitoriale: ha un padre e una madre oltre ad altre figure adulte di riferimento, come i miei compagni che ha conosciuto nel tempo e ai quali è molto affezionato. Non so definire cosa sia la paternità. So cosa è per me essere padre di una persona di grande forza interiore, amabile, simpaticissima qual è mio figlio: una grande gioia, frequenti sorprese.

Non hai nascosto di aver votato alle ultime elezioni Potere al Popolo: c’è in te il ragazzo “rivoluzionario” di sempre?

Votare Potere al Popolo non è un gesto rivoluzionario: mi sono recato al seggio e ho fatto due croci sulle schede elettorali. Poi sono tornato a casa senza avere rischiato nulla. Più che altro è una presa di posizione. Dei razzisti del centrodestra neppure vale la pena parlare. Dei restauratori di un capitalismo più efficiente a targa 5 Stelle mi importa ben poco. Il Pd ha da tempo smarrito quel poco di consapevolezza che restava sulle condizioni di vita di milioni di persone. Liberi e Uguali ha fatto la scelta di preservare alcuni gruppi dirigenti in sintonia con quanto fatto da Sel alle politiche del 2013.

Ho votato PaP senza farmi illusioni (consapevole che a fatica avrebbe raggiunto l’1%) perché potrebbe essere uno strumento per raccordare realtà di base che esistono in tutta Italia ma che sono frammentate, senza una voce comune. Non mi aspetto che questo accada. Ma il progetto aveva e ha un suo valore.

Arcigay 1984-2018. Sono trascorsi più di 30 anni e sono oltre 50 i comitati sparsi in tutta Italia. C’è qualcosa che vorresti suggerire alle nuove generazioni di attiviste e attivisti?

Ad Arcigay sono inevitabilmente affezionato: con Franco Grillini ho contribuito a rifondarla e ne sono stato presidente nazionale. Successivamente, pur riconoscendone aspetti di utilità sociale, sono spesso stato molto critico nei confronti dell’associazione e per alcuni anni non mi sono iscritto. Mi considero un socio del Cassero: mi trovo spesso in sintonia con le sue prese di posizione politiche e apprezzo le tante attività culturali e sociali che si svolgono al suo interno e all’esterno, ad esempio con i migranti e i senza fissa dimora.

Non ho messaggi o suggerimenti, se non che la vita è migliore se vissuta a testa alta, godendola e sentendosi a proprio agio in ogni luogo e in ogni circostanza.

e-max.it: your social media marketing partner

Giornalista e direttrice di Sanniopage, Teresa Ferragamo è nota per i suoi articoli dai toni caustici nei riguardi della classe politica beneventana. Non meraviglia, perciò, che il 29 marzo ne abbia dedicato uno all’avvocata Nunzia De Girolamo.

Tanto più che l’ex parlamentare forzista, non rieletta il 4 marzo alla Camera dei deputati, ha continuato sui media a muovere accuse ai vertici del partito. Riprendendo così gli argomenti già sfoderati in campagna elettorale, quando i j’accuse erano stati soprattutto indirizzati a Carfagna e De Siano, responsabili, a suo dire, del declassamento da capolista nel collegio di Avellino-Benevento.

Trombata e incazzata, De Girolamo si reinventa una populista di risulta. Questo il titolo dell’articolo che Teresa Ferragamo ha dedicato, per l’appunto, all’ex ministra beneventana dell’Agricoltura. La quale, anziché controbattere nel merito, ha pensato bene di rispondere con toni minatori e sessisti: «Dottoressa Ferragamo – così nella mail resa pubblica su Sanniopage –, leggo che spesso, negli ultimi tempi, si diletta ad articolare retroscena sulla mia persona. Pur non condividendola, rispetto i Suoi pensieri, anche quelli di infondata matrice. Vorrei chederLe, se fosse possibile, di darmi spazio sul Suo giornale, sebbene poco seguito, poiché avrei anche io un pezzo sulla libertà di stampa e sull’informazione distorta.

Per correttezza le anticipo che verterà sul rapporto particolare fra una giornalista ed un noto politico, dettagli che ho appreso da alcuni sms intercettati dalla magistratura e recapitati al mio studio da qualche gentile benefattore. Sono sicura che le piacerà  molto. Nel frattempo le auguro buon lavoro».

Da sempre attento al tema del sessismo e delle discriminazioni nei riguardi delle donne, Gaynews ha perciò raggiunto la giornalista sannita per raccogliere, in merito all’accaduto, impressioni e valutazioni.

Direttrice Ferragamo, che cosa l’ha spinta, a quasi un mese dal voto, a scrivere di un'ex parlamentare quale Nunzia De Girolamo?

L’onorevole De Girolamo è stata parlamentare della Repubblica per due legislature. Un tempo molto lungo rispetto al quale, a mio avviso, è giusto e perfino opportuno esprimere un giudizio o un'opinione. Due giorni prima di scrivere di Nunzia De Girolamo, ho pubblicato un articolo molto duro, inclemente direi, su Liberi e Uguali, rispetto al quale pure ci sono state reazioni aspre. Ma sempre entro i limiti del rispetto delle reciproche opinioni.

Lei ha utilizzato toni irriverenti e caustici. Sembrerebbe quasi un unicum nel panorama d’un giornalismo locale fin troppo prono nei riguardi della classe politica...

Chi mi segue sa che il mio è uno stile caustico e irriverente, dissacrante con il potere. Non so se il giornalismo locale è prono, sicuramente dimostra, troppo spesso, poco coraggio. È come se talvolta abdicasse al suo ruolo, che non è solo di informazione, ma anche di formazione di un’opinione pubblica consapevole. Purtroppo, in una provincia in cui tutti conoscono tutti, in cui il giornalista e il politico si incontrano al bar anche più volte al giorno, è complicato fare un giornalismo intransigente, che faccia le pulci al potere, che dica pane al pane.

Con Sanniopage, da poco più di un anno, sto provando a uscire dalla gabbia di un giornalismo accomodante, allineato, filogovernativo e, in alcuni casi, mediocre. Lo faccio “senza padrini e senza padroni" per usare la celebre massima di Montanelli, e non nego di sentirmi spesso sola e isolata. Ma è un prezzo che uno mette in conto. Sono, infatti, convinta che, oggi più di ieri, con la perdita di credibilità della politica, i giornalisti non debbano più solo limitarsi a raccontare il mondo, ma debbano provare a cambiarlo con la forza invincibile delle loro convinzioni.

La risposta dell’avvocata De Girolamo ha suscitato in non pochi sconcerto. Qual è stata la sua prima reazione?

Quando ho letto la mail privata di Nunzia De Girolamo non ho avuto alcuna esitazione: andava pubblicata. Se le avessi risposto solo privatamente, sarei apparsa intimorita da quella malcelata minaccia. E così ho pubblicato la sua mail e la mia risposta. Una politica non può permettersi di utilizzare certi metodi con chicchessia, meno che mai con una giornalista. Quando accade, va pubblicamente inchiodato alle sue responsabilità.

Toni minatori e parole allusive suonano come sessiste e conculcatrici della libertà d’informazione. Da giornalista che cosa ne pensa?

Penso che in questo Paese, nonostante le apparenze, le donne abbiano compiuto passi indietro nel contrasto ad atteggiamenti sessisti che, spesso, sono trasversali e non conoscono genere. La libertà di opinione non si tocca: è un valore costituzionale. E una donna, che è stata parlamentare in due legislature, dovrebbe saperlo meglio di chiunque altro. Considero di inaudita gravità la reazione di De Girolamo: provare a mettere il bavaglio a una giornalista minacciando di pubblicare conversazioni private, peraltro non si capisce bene di quale natura, è un metodo fascista o di stampo camorristico, scelga lei.

Nella sua mail di risposta ha fatto riferimento all’offesa che nella sua persona è arrecata a ogni donna. Può spiegarne il senso?

Nunzia De Girolamo nella sua mail parla di un “ rapporto particolare tra una giornalista e un noto politico". Non chiarisce la natura del rapporto tra i due, non dice chi sia la giornalista o il politico. Allude, lascia aperti spazi per fraintendimenti e per pettegolezzi pruriginosi da bar dello sport. E questo personalmente non lo consento a nessuno: ne vale la mia dignità di donna, madre e professionista.

Se il mio articolo fosse stato scritto da un uomo, sono sicura che De Girolamo non avrebbe utilizzato questi “argomenti”. Le sue allusioni sono figlie di un pregiudizio sessista. Quello per cui una donna con un ruolo nella società debba necessariamente essere legata a un uomo potente che ne muove i fili. È la negazione del pensiero di una donna libera, indipendente e autonoma.

Sta ricevendo tanti attestati di solidarietà, tra cui è da segnalare quello del consigliere comunale pentastellato Nicola Sguera. Ne ha ricevuto da parte del sindaco Mastella e della senatrice Lonardo?

Nicola Sguera è stato il primo a cogliere la gravità di quello che stava accadendo e apprezzo molto chi sa tenere alta l'asticella dell'indignazione. Per questo motivo, sento di doverlo ringraziare.

Ho ricevuto la telefonata della senatrice Lonardo, con la quale non ho mai scambiato una parola nella mia vita e con la quale non sono stata di certo generosa in alcuni miei articoli. Ma, da donna intelligente, ha compreso subito che ci sono battaglie che sono comuni e sulle quali le donne dovrebbero ritrovarsi unite; purtroppo, però, questo non sempre accade. Ho accolto positivamente il gesto di attenzione della senatrice Lonardo, che ha voluto censurare la reazione arrogante e prevaricatrice di Nunzia De Girolamo. Anzi, mi lasci dire che su questa questione è stato doloroso verificare come del tutto assenti siano le donne di sinistra, che storicamente su certi temi sono state più vigili.

Ma forse davvero non è più il tempo di dare nulla per scontato in politica e nella società. I cambiamenti, anche delle categorie e dei posizionamenti tradizionali, ci stanno investendo con una velocità tale da renderli impercettibili durante la corsa: è come se ormai non potessimo fare altro che subirne solo gli effetti. Silente, poi, è stato tutto il Pd, ormai quasi vittima della sua irrilevanza. Mentre ho ricevuto attestati di stima, con conseguenti prese di distanza da De Girolamo, anche da esponenti di Forza Italia.

De Girolamo ha accennato a intercettazioni di cui è in possesso. Giustamente si è chiesto da qualcuno che la Procura della Repubblica indaghi. Che cosa ne pensa?

Nunzia De Girolamo dice di essere in possesso di "sms intercettati dalla magistratura", di cui è venuta a conoscenza tramite un “generoso benefattore”, che di certo non può essere un avvocato, visto che gli avvocati, per professione, non sono né “benefattori" né “generosi”. Dovrebbe dirci da quale inchiesta provengono quelle intercettazioni e che rilevanza penale hanno (perché le intercettazioni che non hanno rilevanza penale andrebbero distrutte) e perché questo “generoso benefattore” le avrebbe consegnate a lei, per farne cosa, per farle diventare strumento di minacce?

Insomma, come ha scritto Gabriele Corona, presidente di Altrabenevento (associazione contro il malaffare molto attiva in provincia di Benevento), credo che ci potrebbero essere gli estremi per un’indagine della Procura su queste dichiarazioni di Nunzia De Girolamo. Io sicuramente sporgerò denuncia per minaccia e violenza privata. Bisogna essere severi nel censurare questi metodi soprattutto se vengono utilizzati da un parlamentare. Inoltre, la Procura non può consentire un uso intimidatorio di intercettazioni frutto di un'inchiesta.

In questo caso, De Girolamo minaccia di usarle per chiudere la bocca a una giornalista. Ma chi ci dice che non potrebbe usarle per inquinare la vita democratica o un'azione amministrativa? Insomma, ad essere sotto attacco potrebbero essere l'intero sistema democratico, la politica e le istituzioni. Secondo me, è proprio questo il punto di rilevanza pubblica di questa incresciosa vicenda.

Per concludere: questa legislatura è contrassegnata da una forte presenza femminile. Qual è il suo parere in merito anche alla luce dell’affaire De Girolamo?

La rafforzata presenza femminile in Parlamento è un'ottima notizia. Sono convinta da sempre che le donne posseggano un'innata forza riformatrice e che per questo siano in grado di migliorare la politica e la società. Non sarà una Nunzia De Girolamo a smontare questa mia convinzione. Oltre che giornalista, sono madre di tre bambine: la mia è una famiglia di donne, la mia tavola a mezzogiorno è un piccolo parlamento dove ciascuna rappresenta un punto di vista.

Ovviamente, va anche detto che, ora più che mai, abbiamo bisogno di donne libere e capaci, in tutti gli ambiti della società, e, quindi, anche in politica. Spero che la stagione della cooptazione femminile sia alle  nostre spalle.

e-max.it: your social media marketing partner

Se l’elezione del pentastrale napoletano Roberto Fico (considerato dell’ala sinistrorsa del M5s) a presidente della Camera non ha suscitato reazioni di rilievo ma è stata anzi accolta pressoché positivamente, non può dirsi lo stesso per quella della forzista Maria Elisabetta Alberti Casellati alla seconda carica dello Stato.

Eletta al terzo scrutinio con 240 voti, la 71enne avvocata matrimonialista d’origine rodigiana (ma vivente da decenni a Padova) è la prima donna a sedere sullo scranno più alto di Palazzo Madama.

Un primato indubbiamente importante nella storia della Repubblica italiana ma non tale da far dimenticare i numerosi aspetti critici della sua lunga carriera politica.

«Sono entrata per la prima volta in questa aula nel 1994, ai tempi dell’ingresso in politica di Silvio Berlusconi», ha ricordato lei stessa nell’odierno discorso d’insediamento. Ed è appunto l'assoluta fedeltà all’ex presidente del Consiglio a essere contestata alla neopresidente del Senato. La successora di Piero Grasso è colei che Guido Quaranta non esitò a definire «la berlusconiana più berlusconiana di tutte, una berlusconiana ‘senza se e senza ma’».

Sostenitrice di tutte le leggi ad personam volute dal fondatore di Mediaset, gridò al golpe quando lo stesso decadde da senatore e fu tra quanti manifestarono contro le "toghe rosse" sui gradini del Palazzo di Giustizia di Milano. In tv sono noti i suoi interventi in cui si rifaceva costantemente ai concetti di giustizia a orologeria,  dittatura mediatica o persecuzione giudiziaria con riferimento sempre a Berlusconi.

Due volte sottosegretaria alla Sanità (30 dicembre 2004 – 16 maggio 2006) - durante il cui mandato fu accusata d'aver fatto assumere proprio al ministero di Lungotevere Ripa la figlia Ludovica (tornata poi a lavorare in una delle aziende berlusconiane) - e alla Giustizia (12 maggio 2008 – 16 novembre 2011), è stata da ultimo componente laica del Csm in quota Forza Italia (15 settembre 2014 – 23 marzo 2018). Celebre il confronto tv con Marco Travaglio del 9 settembre 2013 sul processo Mediatrade e la condanna di Berlusconi.

Laureata in giurisprudenza presso l’Università di Ferrara e in utroque iure presso la Pontificia Università Lateranense (quella che nel gergo ecclesiastico è indicata come l’Università del Papa), Maria Elisabetta Alberti Casellati è anche nota per le sue posizioni conservatrici in materia matrimoniale e giusfamiliare.

Il 28 gennaio 2016, a pochi giorni dall’inizio del dibattito parlamentare dell’allora ddl Cirinnà, partecipò a Roma al convegno La famiglia è una. I diritti sono per tutti, nel corso del quale ebbe a dire: «La famiglia non è un concetto estensibile. Lo Stato non può equiparare matrimonio e unioni civili, né far crescere un minore in una coppia che non sia famiglia. Le diversità vanno tutelate ma non possono diventare identità, se identità non sono». Per poi ammonire: «Non si può fare confusione, parola usata dal Papa pochi giorni fa: ogni omologazione sarebbe un’improvvida sovrapposizione e un offuscamento di modelli non sovrapponibili».

Approvata alla Camera la legge sulle unioni civili e le convivenze di fatto, andò all’attacco della normativa in un’intervista rilasciata a Il Giornale il 13 maggio del medesimo anno.

La sua elezione è stata perciò salutata con entusiasmo da molte aree del cattolicesimo. Non è un caso se tra le prime a plaudire a una tale elezione sia stata la deputata opusdeiana Paola Binetti che fra l’altro ha affermato: «Apprezzo le idee di Maria Elisabetta Alberti Casellati sulla famiglia».

Raggiunto telefonicamente, ecco cosa ha invece detto a Gaynews il deputato dem Alessandro Zan: «Rivolgo i miei auguri di buon lavoro a Maria Elisabetta Alberti Casellati, eletta presidente del Senato: da padovano sono felice che una mia concittadina ricopra la seconda carica dello Stato.

Ma auspico anche che sappia rappresentare tutti gli italiani e le italiane, date le sue precedenti posizioni sulle unioni civili, senza fare differenze retrograde e anacronistiche, che andrebbero a ledere il lavoro di civiltà fatto in questi anni. Dallo scranno più alto di Palazzo Madama si dovranno garantire quei diritti costituzionali che vogliono una piena equiparazione dei diritti delle persone. Mi aspetto quindi collaborazione piena sulle nostre proposte di legge per garantire i diritti di tutti».

Auguri di buon lavoro anche al «neopresidente della Camera Roberto Fico, di cui ho apprezzato il contenuto antifascista del discorso e il richiamo all’autonomia del lavoro della Camera dei deputati, che mi auguro valga anche nei confronti della Casaleggio Associati».

e-max.it: your social media marketing partner

Da quando Zola intitolò La débâcle il romanzo ispirato alla disfatta di Sedan, il termine è invalso ovunque nell’uso per indicare una grave sconfitta in campo politico o sociale. E tale sono state per il Pd le elezioni del 4 marzo.

Nonostante tutto tra i candidati della cosiddetta pattuglia arcobaleno dem è risultata rieletta al Senato Monica Cirinnà, il cui nome è legato alla legge sulle unioni civili. Gaynews l’ha raggiunta telefonicamente per raccogliere le sue prime impressioni.

Senatrice Cirinnà, lei è stata rieletta. Che emozioni ha provato alla notizia?

La certezza della mia rielezione l’ho avuta solo stamani attraverso il sito del ministero dell’Interno. Nella giornata d’ieri avevo già in realtà una solida speranza legata al fatto di essere capolista.

La sensazione è indubbiamente agrodolce: senzazione di gioia perché comunque la fatica è stata tanta, l’impegno è stato tanto, il sostegno ricevuto è stato tanto. Il dolore è legato al crollo del mio partito, che non è altro che il risultato di errori infiniti degli ultimi tempi. Errori pesanti della Segreteria e della classe dirigente del Pd.

È stato anche il risultato orribile della “notte dei lunghi coltelli” in direzione: dalla composizione delle liste al paracadutamento di personaggi improbabili su collegi probabili. E sicuramente del fatto che il Pd non è apparso un partito plurale, inclusivo. Una sensazione dunque di tristezza e di dolore. Fra poco tornerò in Senato e non troverò la maggior parte di quei colleghi meravigliosi e fantastici coi quali ho fatto la legge sulle unioni civili e tante battaglie importanti. Penso ovviamente a Sergio Lo Giudice ma anche a Luigi Manconi.

La sua candidatura è avvenuta in due collegi non facili. A fronte della débâcle del Pd a cosa ascrive la sua vittoria elettorale?

Sono stata candidata in due immensi collegi proporzionali del Lazio. La scelta di non candidarmi nella mia città, Roma, la dice lunga su quanto, in realtà, si volesse mettere alla prova in qualche modo il mio consenso tra i cittadini. Essere capolista a Lazio Nord e a Lazio Sud, in quelle province enormi in cui ha stravinto il populismo dei M5s, è per me una prova difficilissima.

Ascrivo la mia vittoria elettorale all’essere stata capolista. Per cui il crollo del Pd non è andato al di sotto del 15%. È evidente che molti cittadini nel trovare  il mio nome riportato sulla scheda hanno avuto quella speranza che, nel votare una lista da me guidata, ci fosse anche una speranza di ripresa per il Pd. Io ho sempre ragionato in questo modo: per me il partito è una comunità plurale. Una comunità che include diversità e valorizza le diversità. Il partito è però anche un luogo d’ascolto. Un luogo di condivisione. Il partito non è l’insieme di potentati locali. Il partito non è il luogo del mio ma il luogo del noi. Personalmente ho messo in campo questa scelta di essere appunto una che ascolta e tiene le pluralità all’interno delle sue scelte. Atteggiamento da me condiviso con tanti cittadini durante il lavoro sulle unioni civili o sul referendum e anche durante la campagna elettorale. E vedo che, ogniqualvolta il noi viene messo davanti, la comunità viene messa davanti, la valorizzazione di due parole chiave: libertà e uguaglianza viene messa davanti, i cittadini tornano a riconoscere il partito e a premiarti.

Il dopo voto ha causato una bufera in casa Pd. Quali le sue valutazioni in merito?

Come scritto ieri in un post su Fb, si tratta di un crollo annunciato da tempo, causato da varie crepe che piano piano si sono ampliate creando danni irreparabili.

Queste crepe hanno nomi chiari, nomi di persone del gruppo dirigente ben note. Meglio parlare di temi, pochi esempi:

- la buona scuola ha una storia paradossale, abbiamo stabilizzato oltre 100.000 precari, eppure è una delle riforme più invise a studenti, professori, presidi e sindacati, con i quali nessuno ha dialogato;

- la riforma del lavoro, non è stata condivisa e spiegata ai cittadini, è stata percepita solo come un modo per rendere ancora più instabile la vita lavorativa di molti, e di fatto un favore alle grandi imprese;

- non abbiamo dato segnali forti sui diritti e le politiche sociali, e l’obolo degli 80€ non è stato sufficiente perché non strutturale e di servizi, avremmo potuto fare molto di più visti i buoni dati di ripresa dell’economia e del recupero dell’evasione fiscale;

- sulla sicurezza abbiamo solo inseguito sul tema dell’immigrazione e non è bastato fermare gli sbarchi, a fronte per altro dei lager in Libia, quando non abbiamo risposto all’insicurezza sociale, quella che erode giorno per giorno le certezze di vita di persone e famiglie.

Ora servono giustizia, coraggio e coerenza.

Chi ha sbagliato passi la mano, ci consenta di ricostruire la casa comune del centro sinistra.

Quella casa che in tanti abbiamo scelto dando vita al Pd, non la Ditta, non il Partito di Renzi, ma un luogo plurale e inclusivo, che sappia ascoltare, rappresentare e proporre al Paese quella sana opposizione che servirà per sconfiggere il radicamento delle tante destre che si accingono a governare l’Italia.

Servono ora decisioni rapide ed efficaci, che guardino al bene comune e vadano al di là degli interessi e dei destini personali di ognuno di noi.

Quali battaglie porterà in Senato a sostegno dei diritti delle persone Lgbti?

Le battaglie per i diritti sono il fondamento della mia azione politica. Per tutti i diritti e per tutte le comunità.

La comunità Lgbti è quella che sento più vicina alla mia ultima esperienza politica. Quella che mi ha ricambiato con un infinito affetto. Un’infinita stima, facendomi sentire davvero parte di quella comunità. Immediatamente depositerò vari testi. È chiaro che bisogna parlare subito di legge contro l’omotransfobia, adozione per tutti, matrimonio egualitario.

È chiaro che il contesto politico sarà complicatissimo. È chiaro che nulla si può dire adesso senza sapere se ci sarà un governo e come sarà composto questo governo. Io mi auguro che ci sia comunque la possibilità di andare avanti sui diritti e, se non si riesce ad andare avanti, almeno rimanere su quanto guadagnato. Il terrore sparso nella campagna elettorale da persone che dicono: Torniamo indietro sulle unioni civili è qualcosa che spero non si palesi nel prossimo governo. Certo nel prossimo Parlamento sono state elette persone che sostengono di voler fare questo. Il mio ruolo sarà quello di guardiana. Quello di sentinella in difesa di quanto abbiamo conquistato.

e-max.it: your social media marketing partner

Ivan Scalfarotto è in corsa per il secondo mandato parlamentare. Candidato alla Camera dei deputati nel collegio plurinominale Lombardia 1 - 03 tra le file del Pd, il sottosegretario di Stato allo Sviluppo economico ha accettato di rispondere ad alcune domande nell’imminenza del voto del 4 marzo.

On. Scalfarotto, nel suo video elettorale lei parla di parametrici economici tutti migliorati: in che senso e secondo quali dati?

Sono i dati dell’Istat, quelli che fanno prova quando le cose vanno male e dunque anche quando le cose vanno bene. In questi anni il nostro Paese, che era in recessione, ha ricominciato a crescere: nel 2016 +0,9%, nel 2017 +1,5%, che è il rialzo massimo dal 2010. Il rapporto deficit-Pil nel 2017 è sceso all'1,9%, a fronte del 2,5% dell'anno precedente. Il rapporto debito-Pil si è prima stabilizzato e ha cominciato poi a scendere, sebbene solo lievemente, dal 132% al 131,5%. La pressione fiscale è scesa nel 2017 al 42,4% del Pil, in calo rispetto al 42,7% del 2016. 

Allo stesso modo sono cresciuti gli occupati, da 22 milioni a 23 milioni; la disoccupazione giovanile che era al 44% all’arrivo di Renzi al governo nel 2014, è oggi al 31,5%; l'occupazione femminile ha fatto appena registrare un record storico, salendo al 49,3%. È aumentata la produzione industriale: +3% nel 2017 rispetto al 2016, così come gli ordinativi (+6,6%) e fatturati (+5,1) dell’industria. L’indice complessivo del fatturato è tornato al livello più alto dall’ottobre 2008. Sono dati positivi, il che non significa che non ci sia ancora moltissimo da fare, certo. Ma che indiscutibilmente, oggettivamente, segnala che in questi anni di governo è stato fatto un ottimo lavoro. 

Lei è sottosegretario allo Sviluppo economico e, infatti, come detto nel video, dichiara di essersi occupato di “internazionalizzazione delle imprese”. Può spiegare più dettagliatamente che risultati ha raggiunto?

Quando ho ricevuto la responsabilità del Commercio internazionale e dell’attrazione investimenti, all’inizio del 2016, l’Italia aveva appena realizzato il suo record delle esportazioni con 414 miliardi. Nel 2016 e 2017 abbiamo migliorato questo record, arrivando l’anno scorso a 448 miliardi e con un avanzo della bilancia commerciale di quasi 50 miliardi. Una crescita del nostro export di quasi l’8% rispetto all’anno precedente, meglio di Francia e Germania. Per fornirle un altro dato, quest’anno siamo passati dall’11° all’8° posto tra i più forti esportatori negli Usa, il principale mercato del mondo, superando anche i francesi, nostri storici concorrenti.

Sempre nel 2017, siamo cresciuti più del 20% sia in Cina che in Russia, nonostante il permanere delle sanzioni in quest’ultimo mercato. In questi anni abbiamo quintuplicato i fondi per la promozione del Made in Italy, e abbiamo dato una spinta decisa alla nostra diplomazia economica in sostegno ai nostri esportatori, che sono in realtà i veri detentori del merito di questa straordinaria crescita. Io stesso, in meno di due anni, ho effettuato 45 missioni internazionali, visitando 29 Paesi diversi. 

In tale veste è stato in Iran, dove ha incontrato il presidente Rohani. Qualche attivista Lgbti le contestò d'aver stretto la mano a un Capo di Stato, in cui le persone omosessuali sono mandate a morte. Cosa ne pensa?

Che sono orgoglioso di essere cittadino di un Paese, come l’Italia, che va in visita di Stato in un Paese come l’Iran con una delegazione composta così: un capo del Governo di 40 anni, una ministra donna e un sottosegretario al commercio gay. Vede, in Iran, in casa loro, per poter trattare con l’Italia - com’è nel loro interesse - hanno soprattutto dovuto stringere la mano a me, non il contrario.

Se seguissimo fino in fondo la logica che sta dietro alla sua domanda, dovremmo stabilire due pericolose conseguenze: la prima, visto che il rilievo è stato mosso solo a me e alla ministra Giannini e non al resto della delegazione, è che la discriminazione di donne e gay non è un problema di tutto il governo, ma solo un problema dei membri di governo donne e gay. La seconda, corollario della prima, è che politica estera e quella commerciale possono farla solo gli uomini eterosessuali, perché a membri di governo donne e gay sarebbero preclusi i viaggi in qualche decina di paesi del mondo.

La scelta di andare in Iran non è stata facile neanche per me: sapere che cammini, circondato da uomini armati, per strade nelle quali se non avessi la tua immunità diplomatica saresti arrestato e probabilmente ucciso non è una sensazione confortevole, mi creda. Ma penso che vedere gli onori di Stato riservati a un dignitario gay di un Paese occidentale sia stato anche un messaggio importante per la comunità Lgbti iraniana. 

Diritti civili e programma Pd: è un dato di fatto che esso sia veramente striminzito in riferimento alle persone Lgbti. Qual è il suo parere in merito? 

I programmi elettorali, con una legge proporzionale che costringe necessariamente a un accordo di coalizione, purtroppo valgono fino al giorno delle elezioni. Guardi quello che succede in Germania: è dopo le elezioni, non prima, che si scrive il programma di governo. Per questo posso assicurarle che migliore sarà la performance del Pd, maggiori saranno le speranze di fare passi avanti nell’agenda dei diritti civili. Bene che ci diciamo una cosa con estrema chiarezza: se la destra o M5s avessero da soli la maggioranza per governare l’Italia avremmo il rischio, nel primo caso, di una proposta di legge di abrogazione delle unioni civili e, nel secondo caso, le decisioni sarebbero nelle mani di una forza politica che si è schierata contro la stepchild adoption e contro lo ius soli

Quanto ai partiti alla nostra sinistra, bisogna sapere che il voto per loro è un voto di pura testimonianza: servirà ad avere in aula qualcuno che parla di parità dei diritti, ma che le parole sulla parità non potrà mai trasformare in leggi che cambiano la vita delle persone, perché non hanno i numeri in aula e senza numeri in aula le leggi non si fanno. Aggiungo che sia in Regione Lombardia che nei collegi uninominali il voto a LeU serve a favorire l’elezione di un presidente di regione razzista e di parlamentari leghisti o neofascisti che certamente a Roma non favoriranno leggi di progresso civile. Bisogna dunque che l’elettore ponderi attentamente le conseguenze dirette del proprio voto. 

Passiamo al tema delle misure di contrasto all’omotransfobia. Al riguardo difende ancora il suo ddl o ritiene oggi che andrebbe presentato un nuovo testo come chiesto da più parti della collettività Lgbti?

Difendo certamente il mio disegno di legge contro l’omofobia e la transfobia così come lo presentai nella scorsa legislatura. E, se sarò eletto, lo ripresenterò tale e quale. Quanto invece alla legge così come uscì dal voto della Camera dopo gli emendamenti Verini e Gitti, penso che fosse una legge non perfetta ma di cui avremmo avuto comunque un estremo bisogno.

Il progresso del Paese procede per leggi non perfette: per ottenere il divorzio, all’epoca dell’approvazione della legge, erano necessari ben sette anni di separazione; la legge sull’interruzione volontaria di gravidanza è appesantita dal meccanismo dell’obiezione di coscienza. Ma lei farebbe a meno di queste due leggi di progresso per questi motivi?  È stato veramente paradossale vedere insieme nelle piazze sia le associazioni Lgbti che le “Sentinelle in piedi” unite, anche se per motivi opposti, contro l’approvazione della legge sull’omofobia. Alla fine hanno entrambe raggiunto il risultato che si prefiggevano: la legge non si è fatta. Ma secondo lei hanno fatto un miglior affare le “Sentinelle in piedi” o le persone Lgbti? Chi ha potuto veramente festeggiare?

Da ultimo... Nel suo video afferma che grazie alla legge sulle unioni civili “tutte le famiglie hanno la stessa dignità”. Non le sembra un po’ esagerato visto che proprio la legge definisce tali unioni una formazione sociale specifica e non riconosce la potestà genitoriale alle coppie di persone dello stesso sesso?

Non è esagerato: è sostanzialmente così. Ci sono ancora dei passi da fare per la piena parità, e vanno assolutamente fatti (lo ripeto: ma si potranno fare rafforzando il Pd, non indebolendolo), ma non si può riconoscere che oggi chi si unisce civilmente ha le stesse protezioni di chi si sposa. Un risultato che nessun governo, né di destra né di sinistra, ha mai portato a casa e che non si può non riconoscere alla ferma volontà, alla testardaggine, mi viene da dire, di Matteo Renzi e del suo governo. Non so se lei ricorda D’Alema che diceva che “Il matrimonio è un sacramento finalizzato alla procreazione”, ma io non l’ho mai dimenticato.

Quello che non va bene nella legge 76 non è certamente la formula di “formazione sociale specifica”, perché anche il matrimonio è una “formazione sociale specifica”. Quello che manca è la parità dei figli. Questa lacuna gravissima la dobbiamo soltanto al fatto che la maggioranza che avrebbe dovuto approvare la legge (Pd+Sel+M5s) si sgretolò per il tradimento in Senato dei grillini, che quella volta mostrarono per la prima volta la propria impronta di partito di destra.

Però io ho sempre in mente Franco e Gianni, la coppia di Torino che si sposò ad agosto 2016 dopo 52 anni insieme. Avessimo fatto quella legge anche soltanto per Gianni e per consentirgli di vivere in dignità e libertà dopo la morte di Franco pochi mesi dopo, avremmo comunque fatto la cosa giusta. 

e-max.it: your social media marketing partner

happyPrince2

Featured Video