«Ormai da anni il Pride di Palermo non è più il Gay Pride. Il Pride di Palermo è la festa dei diritti di tutti e di tutte, degli omosessuali, delle donne, dei bambini, dei migranti, degli anziani, dei lavoratori. 

Il Pride di Palermo è la festa di tutti coloro che vivono a Palermo o che scelgono di vivere a Palermo».

Queste le parole pronunciate da Leoluca Orlando, sindaco del capoluogo siciliano, a margine del Pride locale che, svoltosi ieri pomeriggio, ha visto radunate oltre 50.000 persone.

Organizzata da Arcigay Palermo, la marcia dell’orgoglio Lgbti, che ha avuto due madrine d’eccezione in Letizia Battaglia e Porpora Marcasciano, è partita dal Foro Italico alle 15:30 e si è conclusa, intorno alle 19:00, in piazza Verdi. Oltre alle associazioni Lgbti e ai sindacati hanno anche sfilato rappresentanti delle ong Sos Mediterranée e Proactiva Openarms e Forum Antirazzista Palermo in reazione alle politiche del governo in materia di migranti.

Sul valore sotteso al Palermo Pride Orlando ha dichiarato: «Una festa che quest'anno assume un significato ancora più importante nel momento in cui, così come avvenne col fascismo e con il nazismo tanti anni fa, qualcuno comincia ad attaccare i diritti di alcuni 'per scherzo'.

Ieri Mussolini comincio' 'per scherzo' ad attaccare gli ebrei, oggi qualcuno attacca 'per scherzo' i migranti. Poi arrivarono, da Mussolini e Hitler, gli attacchi contro i rom, gli omosessuali, le persone con disabilità.

Oggi siamo già in un'epoca pre-fascista in Italia e in Europa. Per questo essere al Pride è stato non solo giusto ma anche necessario».

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Si è tenuta nel pomeriggio a Palermo presso il Teatro Massimo la conferenza stampa di presentazione del Pride che, oltre al Village dal 20 al 23 settembre, avrà il suo culmine nella parata di sabato 22

Madrine dell’edizione del Palermo Pride 2018 saranno Porpora Marcasciano, figura storica del movimento transgender italiano, e la fotografa Letizia Battaglia.

Ma, come annunciato dagli organizzatori, «il Pride quest’anno ha anche scelto di capovolgere il tradizionale concetto di madrinato: oltre a chiedere a due amiche di essere testimonial del loro lavoro e delle loro battaglie ha voluto a sua volta farsi testimonial di tre meravigliose esperienze di impegno civile e di trasformazione culturale e sociali quali il Forum Antirazzista, Sos Mediterranée e Pro Activa Open Arms».

Motivo, quest’ultimo, che connota di un particolare significato la presenza del deputato di LeU Erasmo Palazzotto, attivista di vecchia data del Palermo Pride ma ultimamente protagonista della missione di Open Arms.

Presente anche il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, che a Gaynews ha parlato del significato del Palermo Pride, del clima xenofobico alimentato da rappresentanti del governo e dell’aggressione a Villa Giulia a danno di due adolescenti gay.

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Termini come favoloso/a e favolosità sono la chiave di lettura non solo dell’ultimo libro di Porpora Marcasciano L’aurora delle trans cattive ma anche della vita di colei che è una delle figure di spicco del movimento transgender e transfemminista italiano. Termini che, per imitazione dell’inglese fabulous e fantabulous, appartengono da decenni al gergo Lgbti e, come tali, sono stati risemantizzati con una finalità non solo autoironica ma anche reattiva a un lessico perdurantemente dannatorio verso soggetti considerati extra normam. 

Quando si ignora ciò, e ancor più all’interno della stessa collettività arcobaleno, il risultato è quello di cui ha dato prova la presidente di ArciLesbica nazionale Cristina Gramolini col suo articolo Cis, terf, favolosa e altre parole inappropriate comparso sul sito della Libreria delle donne.

Esistente a Milano dal 1975 e ubicata inizialmente in Via Dogana 2, essa è aperta attualmente in Via Pietro Calvi, 29 (a ridosso di Piazza Cinque Giornate). Si tratta – come si definiscono le stesse componenti – non solo di una «realtà politica e in movimento» ma anche di una «impresa femminista che non rivendica la parità, ma, al contrario, dice che la differenza delle donne c'è e noi la teniamo in gran conto, la coltiviamo con la pratica di relazione e con l'attenzione alla poesia, alla letteratura, alla filosofia».

In realtà la «differenza delle donne» tenuta in sì gran conto e difesa è ultimamente quella marcata e racchiusa nell’ambito di una visione biologistica della maternità e della femminilità. Il che si concreta nel conseguente duplice rifiuto della gestazione per altre/altri (come ricordato alcuni giorni fa anche da L’Avvenire che, nell’introdurre un’intervista a Luisa Muraro, ha presentato come «recente battaglia culturale del movimento femminista milanese (o perlomeno di quello “storico”) quella contro l’utero in affitto in nome della dignità della donna e della madre» – e del riconoscimento quali donne delle persone trans Mtf che non si sono sottoposte a intervento chirurgico. Come se l’essere e il sentirsi donna o uomo fosse questione di genitali e non primieramente d’identità di genere cui ci si sente di appartenere.

Motivo, soprattutto l’ultimo, che si ritrova nella critica di Gramolini a Porpora Marcasciano «principale ideologa transessuale italiana» con un totale travisamento, come accennato, del lemma “favolosità” non senza valutazioni moraleggianti ma non meno fumose come quando afferma: «Molto più cis-gender mi appaiono certe mtf che, giunte al genere di elezione, ne ricalcano gli schemi, tutte prese dagli accessori per signora e dai selfie continui».

Cosa che ha suscitato una reazione sui social di persone Lgbti e non che hanno postato i loro selfie con tanto di scritta Sono favolosa, lanciando gli hastag #IoSonoFavolosa o #IoStoConPorpora.

Contattata telefonicamente, Porpora Marcasciano ha dichirato a Gaynews: «Da almeno 15 anni la leader di ArciLesbica nutre odio e rancore verso l'universo mondo. Una volta era contro il mondo antagonista reo di rompere l'unità del movimento. Poi con il mondo lesbico non somigliante a loro. Poi man mano contro singole e singoli. Peccato che l'unico effetto che abbi avuto è la rottura interna ala sua associazione.

Se penso poi alle denunce, di cui è stata complice e ispiratrice, mi viene da dire che ci separano non uno ma due oceani. Abbiamo bisogno di altro e non di acredine e rancore».

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Grande partecipazione a Roma per la presentazione L’Aurora delle Trans cattive. Storie, sguardi e vissuti della mia generazione transgender.

Edito in gennaio per i tipi Alegre, l’ultimo libro di Porpora Marcasciano si pone a metà strada tra l’autobiografia e il saggio storico. Perché la storia di Porpora è coincisa e continua a coincidere da decenni con quella del transfemminismo italiano e internazionale.

Benché quella odierna non sia la prima né l’ultima delle presentazioni romane, essa assume una duplice importanza particolare.

Non solo per il luogo scelto (il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli) ma anche per i relatori che hanno dialogato con l’autrice: Paolo Patanè, ex presidente d'Arcigay, e Rossana Praitano, vicepresidente del Mieli, che con Porpora sono stati le “Tre P” – come venivano scherzosamente indicati - dell’Europride del 2011.

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Si concluderà nel pomeriggio a Roma davanti alla Corte della Cassazione il nuovo tour del Bus delle Libertà, meglio conosciuto come Bus No Gender. Organizzata da CitizenGo e Generazione Famiglia - Le Manif Pour Tous Italia, l’iniziativa ha avuto nuovamente luogo nonostante l’interrogazione parlamentare presentata lo scorso anno dai deputati Alessandro Zan e Ileana Piazzoni ai ministri Minniti e Fedeli. Dai quali, nonostante le sollecitazioni del deputato padovano, non è mai stata data risposta.

Anche la seconda edizione del Bus delle Libertà è stata accompagnata da tensioni e polemiche durante il suo percorso lungo lo Stivale. A partire da Reggio Calabria, città da cui ha avuto inizio il tour il 20 febbraio.

Lucio Dattola, presidente del locale comitato di Arcigay, ha duramente bollato l’iniziativa per chiedere in un comunicato «di quali libertà siano portatori questi cavalieri del Sacro Romano Impero, pronti a minacciare querele e a farsi pubblicità sulla pelle degli altri. E ci chiediamo anche perché alla libertà di fare propaganda a Reggio Calabria non sia corrisposta la speculare libertà di contro manifestare, negata dalla Questura».

Polemiche anche a Torino dove prima dell’arrivo del bus sabato 24 l'amministrazione comunale ha revocato il permesso di occupazione di suolo pubblico. Domenica il coordinatore del Torino Pride Alessandro Battaglia, impegnato col terzo viaggio del Treno della memoria Lgbti, così ha commentato da Cracovia l’iniziativa: «È oramai chiaro che il periodo che stiamo vivendo vede non solo un rigurgito di temi cari al tempo del fascismo ma anche vecchie forme di paure che vengono instillate giorno dopo giorno dalla peggiore politica degli ultimi 50 anni.

Al di là delle ideologie oscurantiste, noi crediamo nella Libertà, con la L maiuscola, non in quella presunta libertà che gli organizzatori del bus sostengono essere stata loro negata. Iniziative del genere devono intimorire né noi, né gli insegnanti che hanno una responsabilità enorme nell'istruire i giovani e le giovani che rappresentano il futuro di tutti e tutte noi e che mi auguro veramente riescano laddove noi abbiamo fallito.

Essendo io reduce dal viaggio del Treno della Memoria non posso non pensare ai ragazzi e alle ragazze che ho incontrato che si sono messi in gioco in un modo straordinario e che hanno inteso perfettamente il senso della Memoria come antidoto alle discriminazioni del presente… e del futuro.

Continuiamo a lavorare per una società inclusiva e che non si faccia schiacciare dalla paura... perché la paura dell'altro non ha mai portato bene a nessuno, compresi coloro che l'hanno diffusa».

Contestazioni massicce si sono invece registrate ieri a Bologna, dove alla fine il Bus delle Libertà, accolto dal senatore Carlo Giovanardi, è potuto arrivare a Piazza Malpighi. Accompagnato dalla candidata di Noi per l'Italia Maria Alessandra Molza Giovanardi ha dichiarato: «Ho amici transessuali ma questa è una patologia. Sono vicino a chi ha questi problemi ma non è la normalità e non si può raccontare ai bambini che possono essere maschi o femmine e non c'è nessuna differenza».

Ferma la risposta di Porpora Marcascaino, storica leader del Mit, che ha dichiarato: Questi sono medievali, da Santa Inquisizione. Per secoli ci hanno rinchiuso nei manicomi o nelle carceri e oggi sono qui per rifarlo. Ma non glielo permettiamo, assolutamente».

Le dichiarazioni giovanardiane sono state così commentate da Danilo Cosentino, candidato alla Regione Lazio nelle liste di Liberi e Uguali: «Questo oscurantismo rispetto all'educazione alle differenze nella nostra scuola è uno dei tanti motivi che deve rafforzare il nostro impegno a portare, anche nel Lazio, una legge regionale contro l'omofobia e la transfobia, riaprendo un tavolo di dialogo con le associazioni Lgbti in attesa di una legge nazionale».

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Presidente onoraria del Mit, dopo esserne stata a capo dal 2010 al 2017, Porpora Marcasciano è una figura storica del transfemminismo italiano e autentica voce libera della collettività Lgbti.

Il suo impegno attivistico è andato sempre di pari passo con quello culturale. Anzi l’uno ha vicendevolmente sostanziato l’altro. Tangibile riprova ne sono i volumi Tra le rose e le viole. La storia e le storie di transessuali e travestiti (Manifesto Libri, 2002), AntoloGaia. Sesso, genere e cultura degli anni ’70 (Il dito e la luna, 2007), Favolose Narranti. Storie di transessuali (Manifesto Libri, 2008).

A questi si aggiunge ora L’aurora delle trans cattive. Storie, sguardi e vissuti della mia generazione transgender, edito per i tipi romani Alegre. Porpora ce ne parla in esclusiva a poche ore dalla messa in commercio del volume

Porpora Marcasciano torna con il libro L’aurora delle trans cattive. Chi sono le trans cattive e perché l’aurora?

L’Aurora è luce, è l’inizio delle cose e quindi della visibilità. È tutta quella parte di storia trans e non solo, rimasta in penombra, che va restituita alla nostra contemporaneità. Aurora è anche il nome dell’incrociatore che bombardò il Palazzo d’Inverno dando avvio alla Rivoluzione d’Ottobre.

Nel libro affermi: “Se ti battezzano per disforica è chiaro che disforicamente ti costruisci”. Qual è il suggerimento di Porpora alle giovani generazioni trans e non solo?

È difficile dare suggerimenti specialmente nell’epoca dei social dove qualsiasi cosa, parola, azione diventa tutto e il contrario di tutto. Il suggerimento è insito nella testimonianza riportata nel mio libro ed è quella di costruire senso e significato trans che non è il mio o di qualcun altro ma responsabilità collettiva. Se si pone al centro del mondo e della propria vita il proprio transito senza collegarlo al mondo/contesto circostante diventa automatico che si resta inchiodati allo studio dello psichiatra, a quello dell’endocrinologo o alla sala operatoria. Penso che l’esperienza trans sia molto più ricca, complessa e interessante del percorso medicalizzato e medicalizzante. Non voglio assolutamente disconoscere  bisogni e  desideri che per loro peculiarità passano da quei contesti. Tantomeno disconoscere il discorso scientifico. Piuttosto togliergli centralità e allargare l’orizzonte delle proprie vite, mettendole in sinergie con tante altre esperienze altrettanto negate dal nostro sistema  

Incontri, racconti, vita quotidiana, strada, buio, luce, solidarietà, rispetto e favolosità. Queste sono le parole chiave che il mondo trans mi ha insegnato. E leggendo la premessa al tuo libro le ho ritrovate tutte. Ne manca qualcuna secondo te oggi?

Ne mancano tante! Del resto comincia a essere sotto gli occhi di tutti che il mondo (e l’Italia specialmente) si sia incarognito e imbruttito. Fino a qualche anno fa questa denuncia veniva liquidata come “retorica antagonista”. Bisognava sbatterci il muso per capire che la bellezza del mondo per essere goduta va difesa. Il fascismo, il razzismo, la violenza, la bruttura stanno dilagando, facendo scattare l’allarme. E pensare che solo qualche anno fa una delegazione Lgbt si recò in visita a CasaPound dicendo che erano bravi ragazzi e il problema era invece rappresentato dagli antagonisti: ve lo ricordate? Spero!

La foto della copertina del libro è bellissima. Perché l’hai scelta?

Intanto perché Lina Pallotta, che ne è autrice, ha seguito quasi tutta la mia vita carpendo le situazioni più importanti. E poi perché quella foto è orizzontale, evidenziando quindi il mondo attorno. Nel ritratto c’è Roberta Ferranti che è una delle pioniere dell’esperienza trans in Italia e Lucrezia che era la favolosità fatta trans.

Quando io andavo a ballare, diciamo più giovane, nei locali gay si diceva: no trans. E davanti alla porta del locale rimanevo stupito da tanta discriminazione. Esiste ancor oggi tutto questo?

Certo che esiste anche se molto più camuffato e sotterraneo. Prima era esplicito e diretto – tu non puoi -. Oggi quella stessa negazione, posta sui social viene neutralizzata dai tanti pro e contro di un infinito chiacchiericcio che permette a ognuno di sparare la propria. Il silenzio dignitoso oramai non ci appartiene più. E ritornano i mostri.

Il mondo trans con le sue problematiche , almeno qui in Italia, è sempre lasciato dietro le quinte su un politica che vede prevalentemente l’attenzione sul mondo che potremo definire prevalentemente “gay”. A tuo parere è solo una questione culturale?

Culturale e politica, visto che i due piani sono strettamente legati. Nel mio libro emerge chiaramente come la subcultura trans sia stata marginalizzata ma non dai nostri nemici storici, quanto piuttosto dai compagni di viaggio. Sylvia Rivera è l’esempio emblematico di attivista trans assorbita, neutralizzata ed esclusa dal movimento mainstream. Penso di poter dire che la stessa cosa sia successa da noi e nel resto del mondo. Fino a quando le persone trans non riprenderanno la parola e parleranno in prima persona della propria esperienza non ci sarà emancipazione. Il registro narrativo del movimento Lgbt degli ultimi 30 anni è stato diretto fondamentalmente da omosessuali maschi. Successivamente da esponenti politici che hanno neutralizzato vocabolario, attivismo, senso e significato

Anni ‘70, ‘80, ‘90, ‘2000. Dov’ è oggi la favolosità di allora “tra le rose e le viole”?

La favolosità per fortuna continua e cresce ma va rivitalizzata riprendendo confronto, dibattito e critica (quella costruttiva). Ho l’impressione che negli ultimi anni la scena trans abbia conquistato una sua centralità. La presa di parola mi sembra più centrale e centrata.

Nel tuo libro scrivi di meravigliose creature. Raccontane una.  

Ognuna di quelle creature era grande perché raccoglieva in sé tutte le altre. Raccoglievano l’essenza stessa della transessualità, rendendola collettiva. Non si  appariva se non si era e noi lo eravamo, con il corpo, con la rabbia, con la sessualità/sensualità, con le nostre parole. Eravamo collocate ai margini perché eravamo degenerate, cattive e quella era la nostra favolosa bellezza!

Quali sono ora i rapporti con le grandi o piccole associazioni Lgbt? Qual è, se c’è, il tuo rammarico più forte alla luce del mondo che rappresenti nel tuo libro e quale invece la tua gioia  più grande?

Il rammarico è quello di non incontrarsi più fisicamente ma solo virtualmente. Di non dirsi, non dibattere, non volere entrare nelle contraddizioni per risolverle. Del resto la crescita personale e collettiva passa attraverso il confronto sulle contraddizioni e mi sembra che non ci sia più attitudine a questo. Abbiamo più o meno 50 anni di storia e pensiamo di esserci detto già tutto, quando abbiamo ancora tutto da costruire.

Cosa direbbe Marcella di Folco di questo libro ai potenziale lettori?

Marcellona si sarebbe commossa e tra le lacrime avrebbe ringraziato. La caratteristica dei grandi personaggi è l’umiltà.

Dov’ è ora Porpora Marcasciano? Tra le buone  o le cattive?  

La mia risposta sarebbe scontata, quindi non la dico. Rispondo con una citazione di Michel Faucault che mi è sempre piaciuta tanto: No, non sono dove mi cercate ma qui da dove vi guardo ridendo.

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Ogni anno, dal 1998, il 20 novembre ricorre il “Transgender day of Remembrance” (TDoR), evento realizzato su iniziativa di Gwendolyn Ann Smith, attivista transgender, per ricordare Rita Hester, il cui assassinio in Massachussets diede avvio al progetto web Remembering Our Dead, e nel 1999 a una veglia a lume di candela a San Francisco.

Quest’anno la città di Napoli, in occasione del TDoR, ha ospitato la Trans Freedom March (celebrata anche a Torino), evento co-organizzato dall’Associazione Transessuali Napoli (ATN), sostenuto dal Comune di Napoli, dal Comitato Arcigay di Napoli, dalle associazioni Lgbti campane e dal Mit  e dalle associazioni trans nazionali.

La marcia, che è iniziata alle 17 a Piazza Dante, dopo il saluto del sindaco di Napoli Luigi de Magistris, sempre sensibile alle urgenze della comunità Lgbti, ha fatto irruzione nelle strade del centro cittadino per focalizzare l’attenzione sulla voce delle persone trans e sull’agognata libertà che la comunità rivendica.

«Il diritto al lavoro, all’emancipazione negata, allo studio, alla ‘scelta’, ad una vita serena, restano ancora speranze per molti, e per questo diventano atti dirompenti e necessari di rivendicazione del proprio orgoglio – dichiara Daniela Lourdes Falanga, delegata ai diritti delle persone trans di Arcigay Napoli –. Tante ancora le persone transgender assassinate, condannate ad un atroce destino solo perché intercettate nel loro coraggio e negate alla vita e Napoli, purtroppo, ha il triste primato che vide, solo nel 2016, tre vittime transgender a fronte di sette persone in tutta Italia. Non a caso la marcia diventa, per questo, un importante messaggio nella città “madre” della comunità Trans».

«La marcia deve servire a scardinare il pregiudizio invisibile che è latente in tutti – afferma Porpora Marcasciano, leader storica del Movimento transessuale italiano – in tutti quelli che pensano che la transessualità sia un capriccio o uno scimmiottamento della femminilità perché questo tipo di pregiudizio, silente e invisibile, fomenta la violenza».

Paolo Valerio, docente di Psicologia clinica, presente alla marcia come rappresentante dell’Onig (Osservatorio nazionale identità di genere) e dell’Università di Napoli Federico II, non ha dubbi sull’importanza dell’evento: «Questa marcia rappresenta un’occasione in cui la città può entrare in contatto con un mondo che, di solito, è colpito dal pregiudizio ed è bello vedere marciare insieme tante persone che chiedono pari opportunità e pari diritti soprattutto rispetto al lavoro e alla salute. L’Università di Napoli Federico II - ricorda il prof. Valerio - ha voluto creare un identità alias per consentire a tutti gli studenti transgender di vedersi riconosciuto sul libretto un nome in sintonia con l’identità di genere a cui sentono di appartenere». 

«La Trans Freedom March è importante perché è un momento di confronto – sostiene Ileana Capurro, Presidente dell’Atn - un momento i cui la stessa comunità trans si incontra e riscopre una coesione importante. La risposta della città è certamente positiva e devo ammettere che anche in fase di organizzazione c’è stata grande disponibilità delle Istituzioni all'organizzazione dell'evento». 

Infine la parola a Regina Satariano, leader storica del mondo transessuale che dichiara: «Questa marcia serve a prendere consapevolezza di quanto accade a livello mondiale, questa marcia ricorda le 327 vittime trans che ci sono state nel mondo nell’ultimo anno, una cosa intollerabile! Non si può essere ciechi e sordi su queste cose».

La marcia si è conclusa a Piazza Municipio, davanti a Palazzo san Giacomo, dove un palco ha accolto le testimonianze di diversi attivisti delle associazioni coinvolte, l’esibizione di alcuni artisti e la consueta veglia a lume di candela in cui si sono evocati i nomi delle 327 persone trans vittime di odio transfobico.

Infine, bisogna ricordare che, in concomitanza con la Marcia, nel carcere di Poggioreale si è svolto un evento legato al TDoR particolarmente toccante e coinvolgente, coordinato da Daniela Lourdes Falanga perché anche negli spazi più marginali del mondo la comunità di persone transgender e omosessuali possano ricordare le vittime di odio transfobico e percorrere un percorso di consapevolezza atto a garantire un primo vero atto di emancipazione dal carcere stesso.

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Le persone trans sono spesso vittime di emarginazione e forte esclusione da diversi contesti sociali e civili. Nel mondo del lavoro subiscono misure discriminatorie, per non parlare degli Stati dove il transessualismo è considerato un reato da perseguire con pesantissime norme penali. Le stesse persone sperimentano dunque sulla loro pelle una condizione di forte fragilità socialeIl percorso di transizione molte volte le colloca perfino ai margini del loro contesto familiare. La loro condizione di disagio può perciò raggiungere livelli molto alti.

In Italia, nonostante si siano realizzati alcuni passi in avanti attraverso il lavoro di associazioni e volontari in termini di inclusione, c’è ancora molto da fare.

Per questo motivo, in occasione del 25° anniversario del concorso nazionale Miss Trans Italia e Miss Trans Sudamerica, l’associazione Consultorio Transgenere in collaborazione con il Mit di Bologna e Ala Onlus Milano ha deciso di premiare persone ed enti che si sono distinti per il loro impegno contro ogni forma di discriminazione e intolleranza transfobica in un'ottica di inclusione sociale. L’evento avrà luogo a Milano, venerdì 13 ottobre 2017, presso la sede di AnlAids in  Via  Monviso, 8.

Le persone premiate sono: Carmen Bertolazzi, Gigliola Toniollo, don Luigi Ciotti, Giovanni Anversa, la Comunità San Benedetto (Don Andrea Gallo), Alba Parietti, Paolo PatanèPaolo Valerio, Margherita Mazzanti e Antonio Nigrelli.

Moderata da Regina Satariano, presidente di Consultorio Transgenere e vicepresidente dell'Onig (Osservatorio nazionale sull’identità di genere), l'iniziativa vedrà la partecipazione di Porpora Marcasciano, presidente onoraria del Mit, Vincenzo Cristiano, presidente di Ala Onlus Milano, Antonia Monopoli, responsabile dello Sportello Ala Milano Onlus, Roberto Bertolini, presidente di giuria per Miss Trans Italia e Miss Trans Sudamerica

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Le persone trans continuano a subire doppia discriminazione spesso anche a opera di alcuni media. I recenti casi dello stupro di Rimini e del decesso di Carlotta nel Salento – entrambi legati a due donne transgender – sono stati ancora una volta narrati con termini stereotipici e offensivi dell’identità di genere delle interessate come l’utilizzo del maschile “un trans”.

Doppia discriminazione, che vede talora responsabili anche le persone Lgb. Risale solo ad alcune settimane fa l’accesa polemica relativa alle posizioni “separatiste” o “essenzialiste”, che dir si voglia, di ArciLesbica Nazionale cui hanno fatto eco le dichiarazioni di qualche femminista. Posizioni atte a rimarcare una sorta di necessaria rivendicazione di “spazi politici” separati tra donne cisgender e donne transgender.

La querelle, come abbiamo raccontato anche dalle colonne di Gaynews, ha suscitato la reazione sia di alcuni circoli provinciali di ArciLesbica sia di una leader storica del movimento transessuale taliano quale Porpora Marcasciano.

Per restare nel solco della stessa discussione, Gaynews ha deciso di raccogliere la testimonianza di un’altra esponente di spicco del movimento trans, cioè Roberta Ferranti.

Roberta, cosa ne pensi della posizione di chi rivendica l’urgenza di distinguere e separare spazi politici dedicati alle donne cisgender da quelli dedicati alle donne trans?

Fare queste distinzioni mi sembra ridicolo. La scelta di essere una donna è una scelta ben precisa per una donna trans. Io rifiuto completamente la mia mascolinità. Con le femministe abbiamo avuto spesso delle incomprensioni perché, casomai, non accettavano la nostra scelta, senza dubbio rivoluzionaria, di voler far parte del mondo femminile. Quando facevamo le proteste a Roma, a pochi metri dalla sede dell’Udi (Unione donne italiane), nessuna ci veniva ad aiutare. Non si affacciavano neppure alla finestra. Del resto, è capitato anche a me di sentirmi dire da una donna cisgender che non sono una vera donna. E perché? Perché non posso procreare?

Invece, bisognerebbe che tutti tenessero ben presente che per una donna transessuale come me la scelta di entrare a far parte del mondo femminile è una scelta molto seria e consapevole perché non è facile rinunciare alla virilità e al potere che questa può conferire in una società maschile e maschilista.

Cosa ricordi delle prime lotte delle persone trans?

I ricordi sono veramente tanti ma ho a cuore la figura di Gianna Parenti, che collaborò alla fondazione del Mit. Col passare degli anni, poi, il Mit si è sempre più giovato del ruolo di Porpora. È stata lei, a mio parere, quella che ha sempre creato le situazioni più interessanti dal punto di vista sia politico sia culturale.

Di Marcella Di Folco, predecessora di Porpora Marcasciano alla guida del Mit, che ricordo hai?

Marcella non partecipava alla lotta in maniera molto attiva perché era un’attrice e non voleva “mischiarsi” troppo con proteste e sit-in. Poi si è presa dei meriti, facendo certamente delle cose molto importanti.

Nella recente polemica qualche femminista della differenza ha sostenuto che è anche merito proprio se nel 1982 fu approvata la legge 164 relativa alla riattribuzione anagrafica di sesso. Cosa ne pensi?

Sarà anche vero ma, in ogni caso, ultimamente leggo di persone che si caricano di successi e traguardi per il cui raggiungimento non hanno davvero fatto nulla.

Cosa pensa, infine, Roberta Ferranti della gpa, altro motivo di grande conflitto in seno al mondo femminile e femminista?

In linea di massima sono d’accordo. Se si fa con amore, con generosità, col consenso informato delle parti e senza sfruttamento della donna gestante, non vedo davvero quale sia il problema.

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Nell'ambito della polemica, scatenata dalla condivisione dell'articolo I am a woman. You are a Trans Woman. And that distinction matters (Io sono una donna. Tu sei una donna transessuale. E questa differenza conta) sulla pagina fb di ArciLesbica nazionale, Gaynews ha ospitato una lunga intervista a Porpora Marcasciano.

Alla domanda Marina Terragni dice che il problema nel 2017 è ancora solo il patriarcato. Che cosa ne pensi?, la presidente onoraria del Mit (Movimento identità transessuale) aveva così risposto: Sì, ne sono convinta. E lei, come quelle che attaccano trans, gpa, prostituzione sono le degne rappresentanti di quel patriarcato. Usano la stessa logica, gli stessi metodi, le stesse parole. Dopo anni di negazione sinceramente delle “Essenzialiste” (da non confondere con le separatiste… favolose) ne possiamo e ne vogliamo fare a meno.

Ritenute "sconcertanti e offensive" tali parole dalla giornalista e femminista milanese, abbiamo pubblicato nella giornata d'ieri una sua lettera aperta al direttore Franco Grillini.

Alla luce di alcuni passaggi di questa missiva Porpora Marcasciano è tornata sull'argomento per meglio esplicitare il suo pensiero e aggiungere ulteriori chiarificazioni. Eccone il testo:

Provo a riformulare la mia posizione che, nella sua sostanza, resta la stessa. Per quanto mi sforzi, non riesco a cogliere il carattere di sconcertanti e offensive che Marina Terragni ritrova nelle mie affermazioni. Affermazioni che - ci tengo a sottolineare - restano una sacrosanta “presa di parola Trans su questioni Trans”. Non mi sono mai permessa e mai mi permetterei - i miei scritti e i miei discorsi lo testimoniano - di sindacare sulle questioni del femminismo che riconosco essere esperienza imprescindibile e fondamentale. Non voglio inoltre confondere o generalizzare le posizioni di Terragni con quelle del femminismo che, a mio modesto avviso, non sono la stessa cosa.

Di lei ricordo unicamente la sua esperienza presso Il Corriere della Sera. Della sua militanza nel Mit a Milano non ho memoria alcuna ma solo perché operavo nel Mit laziale. Con tutto il rispetto per Pina Bonanno, a cui tutte, me compresa, riconosciamo i meriti e il ruolo di leadership, mi preme far notare a Terragni che evidentemente non si è mai accorta in quegli anni dell’esistenza del Mit (Movimento italiano transessuali) anche in altre città e, in particolare, a Roma. In quella città, sotto la presidenza di Roberta Franciolini (di cui spero ella si ricordi, sempre che l’abbia conosciuta), ricoprii in maniera alterna ma ininterrotta i ruoli di segretaria e vicepresidente dal 1983 al 1991.

In quell’anno mi trasferii a Bologna, dove, sotto la presidenza di Marcella Di Folco, ho ricoperto le stesse cariche dal 1992 al 2010, quando le successi in quell'incarico. La storia è importante ma per essere tale deve essere validata da fonti documentali. Le stesse su cui baso le mie dichiarazioni.

A parte gli anni della rivolta trans (caratterizzante, più o meno, gli anni 1979-1982) che vissi da giovanissima (22–26 anni) e quindi in maniera poco visibile da un punto di vista di militanza, lascio proprio ai documenti ogni possibile testimonianza. Testimonianza che, ripeto, non debbo dimostrare ad alcuna perché sono proprio quei documenti a parlare per me.

Ci tengo a sottolineare che il femminismo, nella sua grandezza e importanza, non può essere ridotto a quanto riportato da Terragni: sarebbe estremamente ingiusto e riduttivo nonostante le di lei rivendicazioni. Rispetto al più o meno tormentato rapporto tra femministe e persone trans invito tutt* a leggere Altri Femminismi (Manifestolibri, 2005), la cui ristampa arricchita uscirà nel novembre prossimo non senza il mio contributo al dibattito.

Rivendico la presa di parola Trans sulle questioni Trans come atto altamente politico. L’ordine del discorso (trans) non può essere deciso da persone non trans. Chiamasi ermeneutica e quella Trans la stiamo faticosamente ricostruendo.

 

 

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