Autorizzata dalla Prefettura e Questura di Prato la manifestazione indetta da Forza Nuova il 23 marzo in occasione del 100° anniversario della nascita dei Fasci di Combattimento. Una decisione presa da tutti i componenti del Comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica dopo il via libera del ministro dell’Interno Matteo Salvini.

Al corteo, che partirà alle ore 15:00 da piazza della Stazione per arrivare in piazza del Mercato Nuovo, prenderà parte anche il leader nazionale di Forza Nuova, Roberto Fiore.

Nella nota diffusa dalla Prefettura si è fatto appello «al senso di responsabilità di tutti, Istituzioni e società civile, nel rispetto della legalità e dei principi di libertà di riunione e di libera manifestazione del pensiero sanciti dagli artt. 17 e 21 della Costituzione».

Ed è scoppiata immancabilmente la bagarre. Tra i primi a scagliarsi contro la decisione è stato il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi che ha dichiarato: «Il ministro degli Interni Salvini ha dato la sua risposta. Ha deciso di dare diritto di tribuna pubblica a una formazione di estrema destra in una città che non la vuole. Trovo sconcertante e inaccettabile che si possa autorizzare nei fatti la celebrazione dei cento anni del fascismo». 

Un’autorizzazione ancora più sconcertante per Rossi dal momento che Prato è «città medaglia d'argento della Resistenza» e, dunque, «non può essere teatro di una manifestazione dove troveranno spazio richiami al fascismo e al razzismo». 

Contrari al corteo, ancor prima della decisione, il sindaco di Prato, Matteo Biffoni,e i veritici la Diocesi pratese, che avevano espressamente chiesto il divieto della manifestazione. 

Il via libera non ha fatto che alimentare un clima già rovente a Prato dopo che alla vigilia ignoti avevano vandalizzato la sede dell'Anpi e del Pd con svastiche e scritte inneggianti al fascismo.

Condanna durissima per il permesso della manifestazione da parte dell’Anpi Nazionale, che ha aderito alla mobilitazione antifascista (In)tolleranza zero - Prato città aperta, solidale, antifascista. Mobilitazione, che indetta da una cinquantina tra associazioni, gruppi, partiti e movimenti, si terrà in contemporanea con quella dei forzanovisti. 

A gettare benzina sul fuoco ci ha pensato, il 19 marzo (appena un giorno prima del permesso di Prefettura e Questura), Massimo Nigro, candidato sindaco di Fn a Prato e promotore del corteo di sabato. 

Intervistato da La Zanzara, Nigro ha esaltato Mussolini come il miglior statista che il Paese abbia avuto. Ha poi detto di essere incuriosito da Hitler, aggiungendo: «Vorrei studiarlo di più» e minimizzando contemporaneamente l’Olocausto col dire: «Muore un sacco di gente in questo mondo».

Attacchi poi a raffica contro le persone omosessuali e i Pride quali parata di «scimpanzé: Se vogliono sbaciucchiarsi, lo facciano dentro casa loro. Non per strada».

Clicca per ascoltare l'audio integrale delle dichiarazioni di Nigro

 

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Volli fortissimamente volli. Non poteva essere scelto slogan migliore delle celebri parole di Vittorio Alfieri per il Pride in quell’Asti, che gli diede i natali. La città del “gran tragico d’Italia” ospiterà per la prima volta, il 6 luglio, la marcia dell’orgoglio Lgbti, promossa da Nuovi Diritti Cgil Asti e Love is Love Arcigay Asti.

E, mentre per la giornata odierna s’attende la pubblicazione del documento politico, ieri pomeriggio si è tenuta presso il Palazzo Civico una movimentata seduta della Giunta sulla questione patrocinio comunale al Pride.

Ma, a sorpresa, nonostante l’annunciato no da parte di Fratelli d’Italia e Lega, è stata approvata la concessione con sei voti favorevoli e quattro contrari.

A guidare la cordata dell’opposizione il consigliere di Fratelli d’Italia nonché vicesindaco Marcello Coppo, che aveva ieri presentato il rifiuto del patrocinio come «decisione di buon senso e rispettosa della libertà di espressione e di uguaglianza tra tutti gli attori politici», poiché i Pride «hanno annacquato la loro funzione di tutela delle istanze 'Lgbt', per sfociare in un messaggio chiaramente appiattito sulle posizioni più estreme della peggior sinistra radical chic che ha l'abitudine di utilizzare le istituzioni per la propria propaganda».

Con lui hanno espresso voto contrario l'assessore alla Sicurezza Marco Bona (Lega), l'assessore alla Cultura Gianfranco Imerito (Lista civica centrodestra) e l'assessore al Bilancio Renato Berzano (Lista civica centrodestra).

Di diverso avviso il sindaco forzista Maurizio Rasero, per il quale «su alcuni temi non ci sono destra e sinistra», spiegando come la città avesse già fatto richiesta alla Regione Piemonte per l’apertura del Nodo antidiscriminazioni al fine di «combattere ogni forma di discriminazione».

Ha quindi aggiunto che l’Asti Pride «è una manifestazione per la quale non abbiamo speso nulla, ma che porterà gente e farà lavorare le nostre attività commerciali".

Il primo cittadino non ha mancato però di paragonare la seduta a una battaglia, arrivando a indossare scherzosamente i guantoni da boxe prima della conferenza stampa, in cui ha offerto anche alcune informazioni tecniche indicando, ad esempio, il luogo di partenza e quello d'arrivo della parata.

Successivamente con un post su Fb ha tenuto però a precisare come il confronto, sia pur serrato, si sia sempre svolto in maniera pacata e costruttiva.

«Prima della conferenza stampa - ha così scritto - nella quale ho spiegato le posizioni dell’amministrazione comunale a proposito dell’organizzazione del Pride, ho scherzosamente indossato i guantoni fingendo una dura lotta in giunta per arrivare alla fine di un percorso di riflessione che va avanti da mesi.

In realtà mi complimento con tutti i colleghi di giunta e con tutti i consiglieri di maggioranza per come hanno condotto il confronto attraverso un dialogo pacato e costruttivo seppur su posizioni diverse. Era per me un voto più di coscienza che politico e come tale si è manifestato.

A differenza di molte volte in cui si chiede agli assessori contrari di uscire dalla giunta per non far vedere la loro contrarietà, oggi tutti quelli che non gradivano il patrocinio (Berzano, Bona, Coppo, Imerito) hanno potuto manifestarlo palesemente e meritano comunque il mio rispetto».

L'ufficializzazione dei luoghi di partenza e di arrivo della marcia dell'orgoglio Lgbti ha suscitato stupore e perplessità negli enti promotori del Pride «dal momento che il percorso - come hanno spiegato sulla pagina ufficiale Fb - è ancora al vaglio delle istituzioni e autorità competenti per la sicurezza e che, Piazzale De André, non è stato affatto condiviso dalle parti, tanto meno proposto, come punto di arrivo.

Ci auguriamo una rapida convocazione dei tavoli tecnici al fine di giungere, quanto prima, all'individuazione di un percorso che rispetti e tuteli le necessità ed i diritti di tutti».

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Probabilmente ai più le parole Gay Pride e Thailandia faranno immaginare un evento abituale, ad alto tasso di favolosità. E sono sicura che siano davvero pochi i ben informati in grado di sapere che a Chiang Mai negli ultimi dieci anni non è stato possibile organizzare un Pride.

Il 2009 infatti può essere definito l’anno nero della comunità Lgbtiq thailandese. Il 21 febbraio 2009 l’orgoglioso corteo venne interrotto con violenza dagli esponenti della fazione politica delle "Magliette Rosse", che esponevano cartelli offensivi e contestavano la battaglia per il riconoscimento dei diritti. Va ricordato anche che pochi giorni prima, nel corso di un talk show televisivo, uno dei principali esponenti dell’attivismo Lgbtiq, Natee Teerarojanapong, attaccò il presidente del comitato organizzatore del Chiang Mai Gay Pride, Pongthorn Chanleun, allora direttore di MPlus Chiang Mai.

Questo creò una grave divisione interna e una delegittimazione dell’operato del comitato organizzatore del Pride di Chiang Mai. Da allora le associazioni locali hanno continuato ad operare, mantenendo un basso profilo, con poche apparizioni pubbliche, ma lavorando in ambito formativo ed informativo.

E finalmente si arriva alla giornata di ieri! A dieci anni esatti da quel triste 21 Febbraio 2009!

Sicuramente un Pride che non dimenticheremo, carico di emozioni e assolutamente liberatorio, organizzato alla perfezione. Base di partenza il Chiang Mai Religion Practice Center, un centro di aggregazione interreligioso. Sono arrivata in anticipo rispetto all’orario di partenza e ho potuto così assistere alla parte finale dell’organizzazione. Molti i giovani impegnati a creare cartelloni colorati e a coordinare i gruppi per la sfilata. Una ragazza giovanissima si avvicina per darci le informazioni principali e ci spiega che abbiamo diritto a due bandierine e alle bottigliette di acqua gratuite. Nell’attesa vedo arrivare i diversi gruppi, il piazzale si affolla con la presenza delle varie anime del nostro mondo. Poi finalmente si parte, finalmente il Pride torna ad attraversare le strade di Chiang Mai preceduto dalla banda musicale in un tripudio di arcobaleni

Lungo il percorso non incontriamo magliette rosse o alcun tipo di contestazione ma soltanto volti un po’ stupiti, ma molti accolgono il corteo con applausi e sorrisi. Il corteo termina nel piazzale del Tapae Gate, sul palco si susseguono momenti di varietà e poi alcuni interventi dei rappresentanti delle varie organizzazioni. Tutti ricordano gli eventi di dieci anni fa, quella violenza che sembra pesare ancora come una ferita aperta. Questa parte istituzionale si conclude con l’accensione delle candele che andranno a ornare il simbolo della pace formato con petali di fiori al centro della piazza. Poi il rintocco di un piccolo gong segna l’inizio di tre minuti di meditazione silenziosa nel ricordo delle vittime della violenza omotransfobica.

Al termine il palco si rianima per la parte conclusiva, prima il gruppo Youth propone una messa in scena degli eventi del 2009 in forma di balletto, che termina con la pacifica conversione dei soggetti omofobi.

Poi a concludere c’è l’elezione del titolo di Chiang Mai Gay Pride Ambassador.

Ci sono Pride che non potrai dimenticare, di solito il primo a cui si partecipa, quelli in città con cui hai un legame particolare, per me Napoli e Bologna, ma questo di Chiang Mai è stato davvero particolare per l’intensità emotiva, potrei definirlo il Pride del riscatto. Questa sensazione era davvero palpabile nel momento in cui siamo arrivati nel grande piazzale, quasi una riconquista dello spazio e della visibilità. Ma a riportarmi a terra è bastato cogliere al volo una frase in italiano scambiata in un gruppetto di giovani turisti: “Va be’ mo’ se quello è un trans, è un trans che je voi di’?” Quanta strada ancora da fare!

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«La Disney aderirà ufficialmente alla causa Lgbt. Infatti, Disneyland Parigi farà diventare il Magical Pride un evento ufficiale della Disney, e questa sorta di Gay Pride avrà luogo nel famoso parco il 1 giugno 2019. La notizia è gravissima se pensiamo quanto la Walt Disney Company tocchi da vicino i bambini e quale potere abbia su di essi».

Così Toni Brandi, presidente di ProVita, ha oggi protestato contro la decisione del colosso multimediale aggiungendo: «Se lasciamo che la Walt Disney Company manifesti sostegno alla causa Lgbt, senza fare nulla, utilizzeranno i film e i cartoni per indottrinare i bambini e anche i nostri figli potrebbero essere coinvolti».

Un assillo, questo, che ha portato il copromotore del World Congress of Families di Verona a chiedersi: «I cartoni preferiti dei nostri figli saranno contaminati dalla propaganda Lgbt? Già l'anno scorso la Disney aveva pubblicizzato le 'orecchie arcobaleno di Topolino' e ha più volte ospitato - in modo non ufficiale - diversi Gay Day. Inoltre le ambiguità di alcuni cartoni erano state al centro del dibattito. Tuttavia, con l'annuncio del Magical Pride abbiamo superato il livello di allarme. È urgente far sentire la nostra voce di protesta».

A tal riguardo ProVita ha lanciato una petizione online per protestare contro la decisione della Disney, invitando le persone firmatarie a inviare il link relativo ai propri contatti chiedendo di fare altrettanto.  

Secondo il presidente la campagna avrebbe il solo fine di far sì «he i bambini possano continuare a godersi le creazioni degli autori di Topolino e compagnia senza indottrinamenti, senza strumentalizzazioni politiche e condizionamenti immorali... Insomma lasciamo che i bambini siano bambini e conservino la loro innocenza».

Esplicitamente richiamata da Brandi, l'accusa di "ambiguità di alcuni cortoni" non è certo nuova per la Disney.

Nei decenni addietro si contestava al celebre fumettista, quando ancora era in vita, l'intenzione di voler inviare messaggi massonici (ma la palese simbologia latomistica resta incontestabile) attraverso i suoi cartoon: da Biancaneve ad Alice nel Paese delle Meraviglie, da La bella addormentata nel bosco a La Bella e la Bestia. Ma, soprattutto, attraverso quel Topolino, tanto ricordato da Brandi.

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Il 2019 è un anno significativo per la collettività arcobaleno mondiale.

Il 28 giugno ricorrerà, infatti, il 50° anniversario dei Moti di Stonewall, da cui ebbe inizio la collettiva riscossa delle persone Lgbti. Motivo per cui Madonna, nell’esibirsi il 1° gennaio, presso lo Stonewall Inn Bar di New York (dove scoppiò la rivolta, raccontata per la prima volta, da The Village Voice), ha parlato di «storico anno».

E storiche saranno le celebrazioni anniversarie che si terranno nella Città della Grande Mela, perché in esse la memoria si farà profezia, annuncio, monito a riguardare il passato come inizio e stimolo per un rinnovato movimento di liberazione dalle forme contemporanee d’oppressione.

Un passato cui riandare costantemente perché, come ricordato da Sylvia Rivera nel corso del Pride di New York del ’94 con tanto di cartello Justice for Marsha (in riferimento a Marsha P. Johnson, protagonista dei Moti di Stonewall, deceduta 26 anni fa in circostanze sospette), “Noi siamo la vostra storia”. 

Un appuntamento, dunque, di primaria importanza quello del World Pride del 30 giugno, cui parteciperà anche una delegazione italiana che, promossa dal Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, si comporrà di oltre 50 associazioni Lgbti: Agedo, Alfi, Arc Cagliari, Arcigay Antinoo – Napoli, Arcigay Catania, Arcigay Makwan Messina, Arcigay Palermo, Arcigay Pisa, Arcigay Rainbow Vercelli Valsesia, Arcigay Rovigo, Arcigay Siracusa, Arcigay Tralaltro Padova, Arco - Associazione Ricreativa Circolo Omosessuali, Associazione Frame, Associazione Libellula, Associazione TGenus, Azione Gay e Lesbica Firenze, Beyond Differences, Cassero Lgbti Center, Certi Diritti, Chimera Arcobaleno - Arcigay Arezzo, Circolo Red Bologna, Colt - Coordinamento Lazio Trans, Comitato Bologna Pride, Coordinamento Liguria Rainbow, Coordinamento Palermo Pride, Coordinamento Torino Pride, Cromatica - Associazione Nazionale Cori Arcobaleno, Di’Gay Project, Edge. Excellence and Diversity by Glbt Executives, Famiglie Arcobaleno, Gaycs, Gaynet, Globe-Mae, Gruppo Trans* Bologna, I-Ken, I Mondi Diversi, Ireos, I Sentinelli di Milano, La Fenice Gay, L.E.D. Libertà e Diritti Arcigay Livorno, Lesbiche Bologna, Mit - Movimento Identità Trans, Mos - Movimento Omosessuale Sardo, NovarArcobaleno, Nudi - Associazione Nazionale di Psicologi per il benessere Lgbtiq, Omphalos Lgbti Perugia, Pinkriot, Pochos Napoli Asd, Polis Aperta, Politropia, Pride Vesuvio Rainbow, Rete Genitori Rainbow, Rete Lenford, Roma Eurogames 2019, Stonewall Siracusa, Toscana Pride, Vicenza Pride.

Un appuntamento significativo, dunque, per celebrare un pezzo della loro storia comune proprio «nella città – come recita il comunicato congiunto oggi diffuso - dove tutto ha avuto inizio: New York». Ma senza dimenticare che «il 2019 sarà una data importante anche per noi in Italia. Nel 1979, infatti, si tenne a Pisa il primo Corteo del Movimento Omosessuale Italiano e quest’anno ne ricorre il 40esimo anniversario.

Nel 1994, poi, a 25 anni dalla rivolta che ha cambiato la nostra storia, a Roma si è tenuto il primo Pride unitario. Migliaia di persone si sono riversate per le strade della Capitale dando inizio a una manifestazione che, nel corso degli anni, si è affermata come il più grande evento di piazza LGBT+ italiano e uno dei maggiori tra del Paese.

Nel corso di questi 25 anni Roma ha ospitato il primo World Pride della storia, nel 2000. Ideato, organizzato e fortemente voluto contro tutto e tutti dal Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli che ha candidato la Capitale per ospitare di nuovo, dopo 25 anni, il World Pride del 2025».

Un’iniziativa, questa, a riprova del dinamismo del Mieli soprattutto negli ultimi anni, segnati, in particolare, dal fondamentale contributo alla stesura del testo del primo progetto di legge regionale in Lazio contro l’omotransfobia che, avente come prima firmataria la consigliera Marta Bonafoni e presentata nel giuno 2017 (ma ripresentata nell'aprile 2018), è adesso al vaglio della Commissione preposta.

Nei prossimi giorni, infine, sarà resa nota anche la composizione della delegazione organizzata da Arcigay Nazionale.

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Le bandiere arcobaleno sono sventolate nel corso del primo Pride in Birmania, che si è tenuto ieri a Yangon (o Rangoon) nell’ambito del Yangon Pride Festival. Circa 600 persone hanno manifestato sotto il sole nella capitale di un Paese in cui i rapporti omosessuali sono puniti fino a dieci anni di carcere, come previsto dalla Sezione 377 del Codice penale (anche se negli ultimi anni nessuna pena è stata mai irrogata).

"I componenti della comunità Lgbti, in particolare i giovani – ha dichiarato Hla Myat Tun, co-direttore dell’associazione &Proud - sono ora più coraggiosi e meno timorosi di mostrarsi in pubblico".

Lo scorso anno ha rappresentato al riguardo un punto di svolta: per la prima volta le autorità  birmane avevano infatti acconsentito che si tenesse una manifestazione Lgbti in un parco pubblico. Manifestazione, questa, partecipata da oltre 12.000 persone.

Galvanizzati da un tale successo, gli organizzatori hanno deciso, quest’anno, di chiamare ufficialmente l’evento Pride, pur mancando ancora le condizioni per una sfilata all'aperto per le strade di Yangon. Manifesti con coppie di persone dello stesso sesso sono stati affissi nella capitale per annunciare il festival.

Svoltosi su una grande imbarcazione lungo il fiume, il Pride è durato due ore.

Esso è stato il primo di una serie di eventi costituenti il festival che, col tema “Eroi”, vuole celebrare l'impegno della locale collettività Lgbti nell'affermare la propria visibilità e nel conseguire diritti umani e civili. Iniziata il 25 gennaio e terminante oggi, la kermesse ha compreso proiezioni di film, gare, dibattiti e conferenze, alcune delle quali ospitati presso l'Istituto francese di Birmania.

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Classe 1985 e d’origine triestina, Andrea Ciarlatano o Ciarla (come ama farsi chiamare) è un artista al di fuori degli schemi. Ciarla è un personaggio barbuto, atletico e mezzo nudo. Il suo motto è mettersi le cose in testa, oppure stare a testa in giù, e così facendo mettersi in testa il mondo. I suoi riferimenti sono il barbone, l'idiota, lo scemo del vilaggio, il genio e la Santona. 

La sua prima mostra Clutter è stata allestita il 17 giugno 2018 a Milano presso la Galleria Lanteri. Per il 2019 ha realizzato un calendario con le sue opere intitolato Ciarlendar.

Lo abbiamo raggiunto per saperne qualcosa di più.

Andrea, come nasce Ciarla?

Ciarla è una creazione spontanea con un funzionamento elementare. In primo luogo, usare ciò che ho: tecniche rudimentali e materiali di scarto, il proprio corpo, le mani, la testa. In secondo luogo, mettersi le cose in testa è prendere un posto nell'universo, addentare il mondo, fare esperienza del reale in prima persona. Oggi c’è una passività dilagante. C’è un abisso tra autore e pubblico, tra creatore e consumatore. Tutti si accontentano di materiali pronti e preconfezionati: non solo cibo e vestiti, ma esperienze, sentimenti, sessualità, relazioni. Ciarla incarna il desiderio di scardinare questo sistema attraverso la parodia e l’assurdo, con strumenti semplici usati in prima persona. 

Pur rifuggendo da incasellamenti, ti senti molto vicino al pensiero queer. Perché?

Essere queer è un buon vaccino contro il sistema. Siamo cresciuti in un mondo in cui non venivamo rappresentati: al massimo, se proprio c’era un frocio in tv, era un eccentrico, un esteta. Ognuno di noi ha dovuto fare uno strappo, almeno in parte, con quel modello per rivendicare la propria presenza. Oggi siamo maggiormente riconosciuti, ma finché restiamo nell’ottica del consumo siamo solo l’ennesimo “client profiling”: l’omosessuale bello, la lesbica in carriera, con reddito medio-alto e buona disponibilità di spesa, possibilmente inquadrati in modelli di comportamento tradizionali. Se questi sono i modelli in cui ci vogliono appiattire, allora va fatto un’altro strappo. Che senso ha essere riconosciuti, se per farlo devo uscire dalle darkroom, comprare una mini, vestire Armani, votare Salvini? La visibilità è importante, ma i diritti sono un altra cosa: bisogna partire dai diritti dei più deboli, che per i grandi resteranno sempre invisibili. Per fortuna dal mondo Lgbti continuano a partire forti iniziative sui diritti: I Sentinelli, ad esempio, o i Pride, che sono diventati un movimento di solidarietà civile. E forse questi movimenti diventeranno una vera forza politica. 

Cosa conta veramente per Ciarla?

Per me il punto non è essere queer o gay o etero. È pensare con la propria testa. Molti non fanno che parlare, ad esempio, di famiglia. Ma alla fine intendono un modello di consumo. La vera famiglia è un luogo spirituale: basti vedere quanti tipi ne esistono nelle tradizioni del mondo, tutte attraversate da eventi sacri e rituali. Mentre l’unico rito della nostra “famiglia moderna tradizionale”, che tradizionale non lo è più da tempo, è andare al centro commerciale. Così come quando dicono “Arte”, intendono l’arte commerciale: ti spiegano nero su bianco chi è bravo e chi vale cosa. È facile fare distinzioni culturali, perché la cultura la puoi impacchettare e mettere su un piedistallo e dire: Questa è cultura. Molto più difficile fare distinzioni creative: la creatività è grezza, primordiale, non si impacchetta e non sta su un piedistallo. Chi è più creativo: chi espone nei musei o chi dipinge le madonne sui marciapiedi? Chi scolpisce il marmo o chi fa le statuine dei presepi? Queste sono alcune delle distinzioni che la gente ha dimenticato. Per questo dico che non sono un artista ma un creativo. 

A chi ti ispiri per le tue opere?

Mi ispirano Caravaggio, ma anche gli ex voto che si vedono in certe chiese, disegnati con tecniche rudimentali da gente qualunque. Le statue di Bernini come quelle di Bomarzo. Riconosco in queste opere un offerta creativa e riconoscente, e questo mi basta. 

Insomma, che cos’è l’arte per Ciarla?

L’arte dev'essere generosa, catartica, non stitica come in certi spazi dell’arte contemporanea. Questi spazi mi annoiano a morte. Molti invece mi dicono che le mie foto li fanno ridere e questa, per me, è una cosa buona. C’è molto dolore nel mondo: perché quello che facciamo non può avere una funzione consolatoria? Uno degli usi della creatività potrebbe essere proprio questo: creare un riparo che sia alla portata di tutte e tutti.

Guarda le foto del Ciarlendar 2019

 

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È iniziato il 2019, l’anno in cui si celebrerà il 50° anniversario dei moti di Stonewall.

E proprio laddove, il 28 giugno di dieci lustri fa, ebbe inizio la collettiva riscossa delle persone Lgbti si è esibita stanotte Madonna per «dare il benvenuto allo storico anno». La popstar, di cui alcuni giorni fa è stato anche annunciato il ruolo di “ambasciatrice” delle celebrazioni anniversarie, ha infatti cantato presso lo Stonewall Inn Bar di New York.

A darne l'annuncio su Facebook Pride Live, l'ente organizzatore della marcia dell'orgoglio Lgbti nella città della Grande Mela.

A unirsi con Madonna presso lo storico locale di Christopher Street, anche loro nelle vesti di ambasciatori dello Stonewall Day, il cantante Ryan Jamaal Swain e il fotografo Levi Jackman Foster.

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Utilizzando il grido urdu di vittoria Zindabad – che significa Lunga vita – all’indirizzo della Corte Suprema, un colorato corteo di alcune migliaia di persone ha percorso, nel pomeriggio, il centro di New Delhi a pochi passi da Connaught Place. 

Ad aprire la parata uno striscione dorato con la scritta Delhi Queer Pride 2018, seguito da giovani che cantavano e danzavano in abiti arcobaleno. Gran parte delle persone partecipanti indossavano maschere gliterrate. Alcune, inoltre, sfoggiavano sari, altre abiti da sposa.

La parata, a differenza delle passate edizioni, si è configurata come una vera festa e si è svolta in un clima molto disteso sotto gli occhi di pochi agenti di polizia.

La marcia dell’orgoglio Lgbti è stata la prima nella capitale indiana dopo la sentenza della Corte Suprema che, il 6 settembre, ha cancellato la sezione 377 del Codice penale (sulla base della quale le "offese contro natura" sono state perseguite per 157 anni con pene di reclusione fino a dieci anni) e ha così depenalizzato l'omosessualità nello Stato più popolato al mondo dopo la Cina.

A indirla quale tributo alla Corte Suprema le associazioni per i diritti delle persone Lgbti ma anche attivisti e legali, che hanno combattuto per il raggiungimento dello storico verdetto. 

«L'India ha appena festeggiato Diwali, che celebra l'uscita dall'ignoranza verso la luce. Per noi questi due mesi dopo la sentenza della Corte sono stati la stessa cosa - ha detto il celebre avvocato nonché attivista Vivek Divan -. Molti sono usciti allo scoperto, hanno rivelato la loro vera identità in famiglia, sul lavoro, agli amici. Molti occhi si sono aperti».

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Il lupo nero, ex capitano dell’esercito, ha vinto in Brasile e non per poco: 55,49% contro il 44,51 di Fernando Haddad del Partito del lavoro (Pt), che è comunque la prima forza politica in Parlamento mentre Jair Messias Bolsonaro ha “solo” 52 deputati. Motivo per cui il neo presidente dovrà allearsi con partiti minori per formare il governo. 

Ma quei 57,6 milioni di elettori hanno votato per un signore, si fa per dire, che non ha mai nascosto di essere un troglodita politico con affermazioni razziste, omofobe, misogine né di professare idee antiabortiste in linea con l'integralismo cattolico e, più in generale, cristiano.

Non a caso il nuovo governo sarà disseminato di esponenti d’area evangelicale (la moglie Michelle è infatti una fervente battista) e di militari, i quali hanno festeggiato per le strade esibendo mitra e fucili.

Ma perché i brasiliani hanno voluto questa svolta reazionaria?

Uno degli elementi è sicuramente rappresentato dai numerosi scandali, che hanno coinvolto il leader del Pt Luiz Inácio Lula da Silva, condannato a 12 anni di carcere per corruzione (si sarebbe fatto pagare dall’industria statale del petrolio Petrobas 1.200.000 dollari per un attico sul mare a Rio De Janeiro). Una sorta di mani pulite in versiona brasiliana.

In realtà Bolsonaro ha costruito il suo ampio consenso sulla questione sicurezza. Tema, questo, su cui ha insistito per tutta la campagna elettorale, promettendo maggiore libertà nell’acquisto di armi e l’abbassamento dell’età della punibilità. Quello della della sicurezza è un ambito vissuto in modo drammatico in molte aree dell’America Latina, dove è facile essere rapinati in qualunque ora del giorno e della notte: basti leggere al riguardo i consigli allarmati delle agenzie di viaggio per chi si reca in Brasile, Venezuela, Colombia.

Ho parlato direttamente con diverse persone latinoamericane che mi hanno espresso la loro esasperazione per questa situazione sociale, una cui riprova è anche ravvisabile nella marcia dei centroamericani dal Messico ai confini Usa.

Non è un caso che i paladini delle politiche securitarie e xenofobe di solito siano tutti clericali, fanatici, violenti. Le “perle” di Bolsonaro al riguardo sono innumerevoli e sconcertanti: si va dal meglio un figlio morto che gay alle nostalgiche affermazioni per la vecchia dittatura militare brasiliana, in un periodo in cui buona parte dell’America Latina era dominata da regimi filofascisti in stretta correlazione con una dissennata politica Usa in materia estera.

Caduti i regimi dittatoriali, le democrazie latino-americane si sono aperte alle tematiche dei diritti umani: hanno, ad esempio, legiferato sulle unioni civili e il matrimonio egualitario ancor prima che l’Italia approvasse definitivamente nel maggio del 2016 la legge sui diritti delle coppie omosessuali. Abbiamo paraltro già parlato su Gaynews del caso del Costarica, dove inaspettatamente un laico di sinistra ha battutto al secondo turno elettorale un evangelicale non lontano dalle posizioni del caudilho brasiliano.

Ora, dopo la vittoria di Bolsonaro, le cose sembrano cambiare e profilarsi sull’America Latina gli spettri dei vecchi regimi con tutto il loro bagaglio di violenza e di violazione dei diritti umani. Ovviamente ci si augura che non sia affatto questo lo scenario generale e che la società democratica reagisca nel suo insieme contro una tale prospettiva.

La domanda vera da porsi a tre giorni dalla vittorua di Bolsonaro è: Stiamo assistendo al ritorno del fascismo? La storia che si ripete diventa una farsa, come diceva Karl Marx. Ma, mentre fortunatamente nel nostro Paese non ci sono le condizioni per l’instaurazione di una dittatura (l’Europa ha garantito 70 anni di pace e libertà), in Brasile ci sono già formazioni paramilitari (quelle che scorrazzano nelle favelas) e l’estrema destra non si vergogna di inneggiare ai precedenti regimi nonché fare esplicito riferimento al fascismo.

Nel Paese amazzonico esiste una forte opposizione, una terribile disuguaglianza sociale: una parte molto rilevante della popolazione vive in assoluta povertà. Le politiche ultraliberiste proposte dal neopresidente, perciò, non faranno che acuire le distanze e le disuguaglianze sociali.

In tutto ciò la questione Lgbt deve essere vista con molta preoccupazione. È vero che a San Paolo si svolge ogni anno quello che è stato definito il più grande Pride del pianeta. E, infatti, il movimento Lgbt ha una potente arma nella sua capacità di mobilitare centinaia di migliaia di persone. Finora i ritorni indietro nella legislazione a favore delle persone Lgbt li abbiamo visti in Russia e nei Paesi del vecchio blocco sovietico.

Anche la società brasiliana è fortemente contraria a mettere mano alla legislazione sui diritti civili: prova ne è il sondaggio – citato nell’articolo odierno di Francesco Lepore su Gaynews – dell’istituto di ricerca Datafolha, secondo il quale il 55% è contrario alla libera circolazione delle armi e addirittura il 74% non vuole un ritorno indietro sui diritti delle persone Lgbt. Ciò significa che a un cambio di governo non corrisponde un cambio di società ovvero della percezione che la popolazione ha dei diritti delle minoranze. Evidentemente questi anni di svolte a sinistra nel Paesi latinoamericani hanno lasciato un segno profondo a livello sociale e culturale.

Ma è paragonabile la situazione in Brasile con quella italiana?

Gli auguri entusiasti di Salvini e Fontana a Bolsonaro potrebbero farci dire di sì. Ma in realtà non si sta vivendo in Italia un’emergenza reati che sono andati via via calando: l’elettorato, prima o poi, si accorgerà quindi che non siamo nel Bronx. Anche la questione immigrati è del tutto sotto controllo nonostante la campagna ossessiva del leader della Lega. In Italia, inoltre, non ci sono squadre paramilitari e nemmeno partiti capaci di strategie a lungo termine e d’ideologie con cui plasmare il popolo.  

Da questo punto di vista sono personalmente tranquillo, perché la società è quella che ha riempito con noi le 100 piazze del 27 gennaio 2016 con la manifestazione per i diritti delle coppie Lgbt. Manifestazione che ha ridicolizzato la pagliacciata del Family Day di una settimana dopo.

Poi c’è l’ombrello europeo che ci ha consentito di ottenere giustizia dagli organismi comunitari. A maggio del prossimo anno si terranno le elezioni europee dove i sovranisti cercheranno di fare il colpo grosso. Ma credo che non ci riusciranno. In ogni caso non ci potremo non schierare con chi difende l’Europa e i suoi 70 anni di pace, prosperità, libertà.

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