Wajahat Abbas Kazmi è un pakistano di fede islamica e omosessuale dichiarato, che collabora con il sito d'informazione Lgbti Il Grande Colibrì. Ha lanciato, lo scorso anno, il progetto #allahlovesequality finalizzato alla realizzazione d'un docufilm sulle persone Lgbti in Pakistan e a una serena informazione sui musulmani. Le sue foto con tanto di cartello promozionale al Roma Pride sono rimbalzate sui media e sui social, dove sono state al centro d'un'ampia e spesso penosa polemica.

A distanza di giorni Gaynews ospita una sua riflessione sull'argomento.

Dopo le critiche e i messagi di insulto, dopo gli apprezzamenti e gli articoli scritti sia favore sia contro, ora vorrei dire la mia sul progetto Allah loves equality.

Dispiace quando vieni preso in giro. Dispiace sopratutto quando si parla di una causa. Quella di essere accettati come omosessuale e musulmano allo stesso tempo. Già, perché non basta l’essere musulmano che ti porta a essere attaccato per islamofobia. Ma quando sei un musulmano omosessuale allora non devi afforontare solo l’islamofobia ma anche l’omofobia. A fare male, troppo male sono le critiche da parte della tua comunità. A fare male, troppo male sono le discriminazioni all’interno della comunità Lgbti.

A dispiacermoi è anche il silenzio che, nonostante tutte le foto e i selfie apprezzatissimi, continua a circondare il progetto Allah loves equality. Progetto per il quale avevo partecipato e sto partecipando in tutti i Pride: abbiamo bisogno dell’aiuto di tutte e tutti per una causa che è anche la causa di ognuno. Quella cioè di difendere i diritti delle persone Lgbti, che vivono nei Paesi islamici, attraverso il racconto delle loro storie con un docufilm, la cui prima parte sarà girata nel mio Pakistan. Ecco il fine di Allah loves equality.

Purtroppo si parla solo del cartello ma sembra che nessuno voglia capirne il significato, i fini e l’impegno sotteso di tutto il gruppo del Grande Colibrì. Non voglio vivere con la sola etichetta di gay musulmano. Non sono diventato un attivista per caso essendo da tanti anni impegnato con Amnesty International. Sono un regista indipendente e un produttore. Quattro anni fa ho girato due lungometraggi che parlano di diritti umani: il primo racconta le vicende delle persone scomparse in Pakistan, il secondo la questione dei diritti delle minoranze che vivono nel mio Paese natale, dove cristiani e sciiti vengono uccisi. 

Il cartello ha due dimensioni. Le foto hanno due dimensioni. Ma io ho tre dimensioni. Ho una una storia e delle posizioni politiche ma nessuno parla di ciò, forse perché i media non sono abituati a parlare degli stranieri come persone a 3D. Ormai sono etichettatto come il gay musulmano. Non che me ne dispiaccia poiché lo sono. Ma io, oltre al cartello Allah Loves Equality, ho realizzato in passato tanti lavori e ne voglio fare ancora tanti per il futuro.

Sia la foto condivisa da Nina Morić con l’insulto Salvini loves Rom sia quella con la senatrice Cirinnà, postata dalla pagina fb Sinistra cazzate e libertà non hanno fato altro che dare pubblicità al progetto. Ma una pubblicità negativa a un progetto, per il quale tutto il gruppo del Grande Colibrì si impegnato e per il quale rischiamo le nostre vite. Ma nessuno ci pensa. Si critica, si ride e si va a dormire.

Circa le critiche d’una parte della comunità Lgbti italiana, che mi dice di non portare temi religiosi nei Pride, dico solo questo: le religioni non finiranno mai. Bisogna saper accettare questa realtà. Poi nei Pride si parla di libertà, della necessità di essere liberi e di accettare ognuno per quello che è. Bene, io sono un gay musulmano. Quindi accetatemi.

L’amore vince sempre sull’odio e per questo sono sempre ai Pride. Piango di gioia quando ricevo messaggi da parte di ragazzi arabi, che mi dicono d’essree anche loro omosessuali e di sentirsi riconosciuti attraverso la mia presenza. Una lesbica musulmana ha partecipato per la prima volta al Pride dopo aver visto alcune mie foto col cartello e mi ha scritto in privato: «Questo di oggi a Roma sarà il mio primo Pride. Lo condividerò con i miei coinquilini, che hanno vissuto i miei timori e le mie ansie in questi anni. Perciò per me sarà simbolicamente ancora più potente. Ti ringrazio, perché se oggi marcerò, è anche grazie a te e a tutto ciò che stai facendo per il mondo Lgbti»,

Personalmente continuerò a portare avanti la mia battaglia per tutte queste persone. Ormai nessuno mi potrà più fermare e, se qualcuno vorrà dare un contributo al progetto, l’invito a sostenerlo concretamente attraverso la raccolta fondi su Produzioni dal basso

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Il 5 giugno si è tenuto in preparazione al Roma Pride il dibattito Diritti umani: One Struggle, One Fight. Una sola lotta, una sola battaglia, moderato dal giornalista di Huffington Post Simone Alliva. Tra i relatori l'ex ministra Emma Bonino, il senatore Luigi Manconi, l'attivista di All Out Yuri Guaiana e il portavoce del Roma Pride Sebastiano Secci.

Al termine dell'incontro Gaynews ha intervistato il senatore dem Manconi, che ricopre a Palazzo Madama l'incarico di presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani.

Senatore, parliamo di unioni civili. Quando in Senato si dovette votare la fiducia al ddl Cirinnà, lei annunciò la non partecipazione nell'intervento del 25 febbraio 2016 invocando la questione della dignità della persona e dicendo: "La dignità non può essere dimidiata. La dignità o è o non è". A distanza di un anno la sua posizione è cambiata?

La mia posizione non è cambiata. Non dicevo che era meglio che non ci fosse nessuna legge. Diceva con grande rammarico che avrei preferito una legge più aperta, che rispettasse davvero i diritti di tutti: una legge ispirata alla parità, che discriminava addirittura tra figlio e figlio (aspetto questo per me il più oltraggioso), mi sembrava una cosa molto brutta. Poi è ovvio che esiste il senso di responsabilità, esiste il senso storico, esiste un interesse. Per cui meglio che quella legge sia stata approvata piuttosto che fossimo ancora senza nessuna legge.

Si torna a discutere ciclicamente di gestazione per altri. Alcune settimane fa un gruppo di femministe e componenti di qualche associazione Lgbti hanno diramato il comunicato Utero in affitto in reazione a un passaggio del documento politico del Roma Pride. Secondo lei è possibile una gpa etica?

Mi attengo alle sue parole. È possibile una gestazione per altri che rispetti un fondamento etico? È possibile. Dev’essere così perché, qualora così non fosse, le mie perplessità resterebbero. Personalmente assecondo una domanda che mi sembra legittima ma che mi lascia perplesso per un motivo molto semplice: perché non vedo bilanciati i diritti in gioco. Tutte queste leggi sono delicatissime e complicatissime da elaborare e da approvare, perché non c’è un solo diritto da accogliere o da respingere. Ma più diritti che devono essere combinati insieme per essere rispondenti a un interesse comune. C’è un desiderio di paternità e maternità, che è un diritto. Però c’è anche la necessità di evitare che questo diritto provochi la subordinazione d’una donna a semplice esigenza di mercato e, dunque, un’impostazione classista. Io, di fronte a questa contraddizione, finora ho esitato a dirmi favorevole. Se fosse realizzabile una gestazione per altri che rispetti i parametri tecnici, io sarei favorevole. Tenga però in conto che personalmente tutti questi diritti li colloco entro una dimensione etica, proprio perché penso che la loro forza dipende dal fatto che non rispondano esclusivamente a un interesse privato, e nemmeno a un interesse di gruppo, e nemmeno a un interesse di minoranze ma insieme rispondono all’interesse della collettività, cioè della piena realizzazione della cittadinanza.

Ricorre quest'anno il decennale del decreto legislativo sulla protezione internazionale, che recepì nella sostanza un emendamento alla legge comunitaria sul diritto d'asilo avanzato dal senatore Silvestri non senza l'apporto dell'on. Grillini e riferentesi alle richieste presentate per motivi legati all'orientamento sessuale. Come giudica tale normativa?

Si tratta d’una legge molto importante ma resta ancora da fare tantissimo. Tantissimo perché, come sappiamo, appena un mese fa abbiamo avuto il problema degli omosessuali in Cecenia e anche in Italia la possibilità di tutelare i profughi per ragione di persecuzione sessuale è tutt’altro che garantita. C’è molto da fare per evitare che questo sia il punto debole, su cui si concentrino politiche di discriminazione e di respingimento.

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Il 6 giugno, nell'ambito della settimana d'eventi in preparazione alla Pride di Roma, è stata presentata la proposta di legge regionale  Norme contro le discriminazioni e le violenze determinate dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere, il cui testo è stato redatto dal Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli. Nella stessa circostanza è stata anche resa nota la decisione dei responsabili dell'Ex Dogana di annullare il concerto del cantante reggae Sizzla (previsto per il 2 luglio), alcuni dei cui brani sono violentemente omofobi.

Sul significato di questo duplice annuncio nonché sull'annuale questione delle modalità con cui sfilare ai Pride (questione nuovamente esplosa dopo quanto accaduto durante il Basilicata Pride) Gaynews ha intervistato Sebastiano Secci, portavoce del Roma Pride.

 

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Le polemiche seguite agli appelli alla sobrietà nel corso del Basilicata Pride hanno avuto un effetto catalizzatore su molta parte della collettività Lgbti e non, che ha reagito con decisione al mai sopito clima moralistico, sessuofobico e codino del Belpaese. Più che mai azzeccata, dunque, la scelta attuata dai coordinamenti di Torino, Napoli e Roma Pride di rifocalizzare l'attenzione sul corpo e sulle istanze a quello connesse quale nucleo tematico delle prossime parate.
 
 Al Pride romano del 10 giugno parteciperanno con un loro carro anche i collettivi e spazi sociali della Capitale, che hanno scelto come slogan dell'anno Sconfiniamo. Frocie femministe senza decoro. Diverse ed eterogenee le anime organizzatrici, che abbracciano l'universo dell'occupazione e autogestione, del femminismo, del transfemminismo nonché quello queer al fine di porre l’attenzione sulle varie forme d'oppressione. Oppressioni, la cui origine è ricondotta dai collettivi e spazi sociali alle attuali norme socio-culturali, economiche e politiche.
 
Tra essi bisogna ricordare Degender Communia, Astra, ESC Infosex, Lab Puzzle, La Torre, Lucha Y Siesta, Strike, che da alcuni anni si sono messi in rete con Decide Roma per difendere i propri spazi, messi da anni sotto attacco, e per disegnare in un cammino congiunto nuove proposte per Roma. Ulteriore percorso comune di lotta è quello femminista, caratterizzato dalla partecipazione attiva in Non Una Di Meno con le grandi manifestazioni del 26 novembre 2016, lo sciopero globale delle donne dell’8 marzo 2017 e la scrittura del Piano nazionale antiviolenza dal basso.
 
In vista della parata i collettivi e spazi sociali hanno diramato il documento politico Pride 2017 - Sconfiniamo. Frocie femministe senza decoro, di cui ecco il testo integrale:
 
Il 10 giugno una marea orgogliosa tornerà a invadere le strade di Roma. Come ogni anno centinaia di migliaia di persone scenderanno in piazza portando la loro favolosità e per ricordare che dal 1969, con la rivolta di Stonewall, trans, gay, lesbiche e queer hanno deciso di non abbassare più la testa.
 
Sarà una parata di “Corpi senza confini”: “nella loro molteplicità e diversità, i nostri corpi superano i confini imposti dal binarismo di genere, da modelli e ruoli stereotipati di femminilità e di mascolinità, dalle identità nazionali, dal perbenismo, dalle norme e dalle classi sociali”.
 
Siamo collettivi LGBTQI e femministi e spazi sociali di Roma e anche quest’anno parteciperemo con i nostri corpi, i nostri desideri e la nostra favolosità. Siamo consapevoli delle criticità che manifestazioni come i Pride portano necessariamente con sé, soprattutto rispetto alla ricerca di "benedizioni" istituzionali e di sponsorizzazioni private. Ma non possiamo non notare gli avanzamenti che il Roma Pride sta facendo sul piano dell’inclusione di altri movimenti. Anche grazie al nostro contributo, da anni il Roma Pride ha fatto proprie lotte a noi più vicine denunciando la violenza sulle persone e sugli spazi sociali “non conformi”. Passi in avanti segnati anche da slogan come quello dell’anno scorso, “Chi non si accontenta lotta”, e quello di quest’anno, “Corpi senza confini”.
 
Rilanciando su questo slogan, abbiamo chiamato il nostro carro “Sconfiniamo. Frocie Femministe Senza Decoro” perché vogliamo andare oltre qualsiasi confine che ci viene imposto. Con la nostra partecipazione vogliamo richiamare l’attenzione sulle forme di oppressione che il sistema delle frontiere, della sicurezza e del decoro generano sulle nostre vite.
 
Sconfiniamo, innanzitutto, superando le frontiere geografiche e i muri che dividono le persone. Siamo indecoros* e rifiutiamo i confini imposti dai decreti legge Minniti-Orlando che, dietro una demagogica definizione di "decoro", generano nuove forme di eslcusione spingendo ancor più ai margini soggetti e soggettività già deboli.
 
Rifiutiamo le politiche di decoro urbano che marginalizzano, braccano, sgomberano ed espellono i/le migranti e chiunque fuoriesca dai confini di accettabilità che queste leggi impogono. Rifiutiamo le politiche securitarie perché le strade sicure non le fanno le telecamere e le operazioni militari, ma le frocie che le attraversano. Rifiutiamo le politiche anti-degrado che favoriscono solo gli interessi di costruttori e rivendichiamo le nostre esperienze di occupazione, autogestione e restituzione alla città degli spazi abbandonati o aggrediti dalla speculazione.
 
Siamo frocie femministe e sconfiniamo oltre i confini del binarismo di genere e delle norme sociali che ci dicono come dobbiamo essere femmine e maschi.
Sconfiniamo dall’eteronormatività che confina gli uomini e le donne in ruoli di genere e modelli relazionali tradizionali, rivendicando nuove forme di affettività e di famiglia.
Sconfiniamo dall’omonormatività che impone dei modelli preconfezionati LGBT che, inseguendo l’accettazione dalla cultura dominante, riproducono valori e comportamenti omo-lesbo-transfobici e misogini che danneggiano e marginalizzano molte persone all'interno della stessa comunità LGBTQI.
 
Sconfiniamo dalle rivendicazioni esclusivamente LGBTQI e ci uniamo alle lotte femministe che da quest’autunno, con il movimento “Non Una Di Meno”, hanno riempito le piazze per dire basta a tutte le forme di violenza maschile sulle donne. Sconfiniamo dai rapporti di potere generati dal patriarcato che producono la violenza sulle persone trans, lesbiche e lesbiche e su tutti quei corpi che eccedono la norma e i ruoli di genere imposta.
 
Siamo indecoros*, siamo antifascist*, siamo autodeterminat*.
Siamo liber* di essere ciò che desideriamo.
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In via San Giovanni in Laterano (nota come Gay Street) è in corso conferenza stampa di presentazione della proposta di legge regionale Norme contro le discriminazioni e le violenze determinate dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere, esemplata dal Circolo Mario Mieli su quella da poco approvata in Umbria nonché sul testo di quella emiliana, frutto dell'impegno tenace del direttore di Gaynews Franco Grillini. Né bisogna dimenticare il relativo cammino da poco intrapreso in Campania grazie alla volontà di Antonello Sannino e Arcigay Napoli.

A intervenire alla'evento Mario Colamarino, presidente del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, Sebastiano F. Secci, portavoce del Roma Pride, Marta Bonafoni, consigliera regionale di Art. 1 Movimento democratico e progressista e Simone Lupi, consigliere regionale del Pd. Nel prendere la parola Sebastiano Secci ha letto il messaggio augurale del gruppo perugino Omphalos, alla cui tenacia si deve il conseguimento della recente approvazione della legge regionale umbra.

Lo stesso portavoce ha anche annunciato che i responsabili dell'Ex Dogane hanno comunicato d'aver deciso d'annullare il concerto del cantante reggae Sizzla previsto per il 2 luglio. Concerto che aveva spinto l'attivista Andrea Maccarrone a lanciare su All Out una petizione e aveva anche suscitato non poche polemiche. Ma in realtà era stato proprio Sebastiano Secci ad annunciare il 31 maggio scorso, nel corso della conferenza stampa di presentazione del Roma Pride, che si sarebbe impegnato per fare in modo che il concerto fosse sospeso. Un risultato per il quale si deve ringraziare lo stesso portavoce del Roma Pride e l'intero coordinamento. 

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Con il taglio del nastro in via S. Giovanni in Laterano è iniziata il 3 giugno la Gay Croisette che, sotto la direzione artistica di Diego Longobardi, costituisce la settimana di eventi preparatori alla grande parata del 10 giugno. Tra questi è apparso d'indubbia importanza il dibattito Diritti umani: One Struggle, One Fight. Una sola lotta, una sola battaglia, tenutosi ieri sera e moderato dal giornalista di Huffington Post Simone Alliva. Tra i relatori l'ex ministra Emma Bonino, il senatore Luigi Manconi, l'attivista di All Out Yuri Guaiana e il portavoce del Roma Pride Sebastiano Secci.

Emma Bonino, che dal palco ha invitato le persone Lgbti a essere meno autorefenziali e ad aprirsi maggiormente per fare rete, ha espressamente indicato come esempio al riguardo la sensibilizzazione al tema della procreazione medicalmente assistita. Al termine del suo intervento Gaynews ha chiesto un suo parere sulla pratica della gpa anche a seguito del comunicato Utero in affitto, sottoscritto da alcune femministe della differenza, dal presidente di Equality Italia e dalla presidente di Arcilesbica Nazionale in reazione alla chiara presa di posizione del documento politico del Coordinamento Roma Pride.

«Trovo tutto ciò assurdo - ha dichiarato la leader storica dei Radicali -. Bisogna innanzitutto dire che la legge 40 oramai non esiste più grazie alla testardaggine di alcune coppie, che sono arrivate fino alla Corte Costituzionale aiutate e sostenute dall’Associazione Coscioni.. L'idea del “se a me non piace, non si deve fare” è una posizione che ha guidato tutte le repressioni storiche sui diritti civili o non civili. In più io non credo al proibizionismo. È molto semplice. Orbene, sarà difficile (ma non è vero perché è stato fatto in altri Paesi) ma è necessario regolamentare questa pratica. Regolamentazione, che cerchi di limitare lo sfruttamento della donna.

C’è chi vorrebbe renderla un reato mondiale. Finché a farlo sono politici di determinate aree, uno lo dà per scontato perché fa parte d’una loro consistente idea pseudoculturale o culturale che sia. Quello che trovo assolutamente surreale è che gruppi, anche di femministe (da qualcuno definite da caverna), assumano questa posizione proibizionista. Ora l'assunto dell'io non lo farei trasformato nel tu non lo devi fare è totalmente da superare come si è sempre fatto. Per questo il femminismo ha superato l'idea dell’io non abortirei, quindi tu non devi abortire. E adesso si torna paradossalmente al principio personalistico dell'io non lo farei, per altro legittimo, per arrivare a quello del tu non lo devi fare. Da un punto di vista culturale mi è completamente estraneo. Dal punto di vista dell’efficacia è assolutamente impossibile»

 

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