È ancora polemica per la partecipazione del rapper romano Pretty Solero (nome d’arte di Sean Michael Loria) al Lovefest, la maratona di musica rap/trap, in programma il 12 ottobre presso l'Ex Dogana di Roma.

Giorni fa l’artista aveva infatti annunciato su Instagram che, durante la serata, avrebbe apostrofato come frocio il giornalista de Il Messaggero Marco Pasqua, reo di essere nemico di Roma

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Ieri è arrivata la ferma condanna da parte di Sebastiano Secci, presidente del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli, che ha auspicato una «netta presa di posizione e conseguente dissociazione da parte degli organizzatori dell'Ex Dogana»» e il conseguente «allontanamento dall'evento di Pretty Solero, perché Roma tra i suoi nemici non ha di certo i froci ma i bulli come Pretty Solero».

Nel pomeriggio di oggi è anche intervenuta l’attivista Imma Battaglia, che in un post su Facebook ha scritto: «Sta accadendo qualcosa di improbabile e succede proprio nelle ore in cui tutti noi celebriamo il #ComingOutDay.

L'Ex Dogana è la location che si prepara ad organizzare una #kermessefondamentale per la rinascita della #Sinistra. La grande piazza pubblica scelta da Nicola Zingaretti per quest'occasione, non può e non deve poter ospitare artisti che inneggiano all'odio, alla violenza e all'omofobia.

Per tanto chiediamo a gran voce l'annullamento di questa data e chiediamo l'intervento di #NicolaZingaretti contro questo vergognoso #attaccoomofobo di cui è vittima il giornalista e amico Marco Pasqua, da sempre impegnato nelle lotte a favore dei #dirittiLGBT.

La mia #solidarietà a #MarcoPasqua e tutto il mio sdegno per questi artisti (se così possiamo definirli). Trap, rap, dj. Qualsiasi sia la vostra identità artistica, poco importa d'innanzi all' #omofobia di cui vi siete macchiati».

Ma dai responsabili dell’Ex Dogana nessuna risposta, mentre Pretty Solero su Instagram ha rincarato la dose: «Domani è il giorno. Sono il creatore, l'inventore dell'amore. Mi danno dell'omofobo sui giornali, del fascista, del violentoCavolate. Domani penseremo solo a divertirci, a ballare, a sognare».

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Ieri elezioni alle cariche sociali del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli con un cambio significativo. Il mandato avrà una durata triennale (fino al 2021) anziché annuale com’è stato finora.

Riconfermato quale presidente della storica associazione della capitale Sebastiano Secci, che fra l’altro è da anni portavoce del Roma Pride. Ad affiancarlo nel ruolo di vice sarà Valerio Colomasi Battaglia, già tesoriere. Ruolo, questo, che sarà ricoperto da Daniele Di Girolamo. Eletti, invece, consiglieri Claudio Mazzella e Massimo Marra mentre il Comitato di controllo sarà composto da Antonello Sollo, Luca Lobuono, Marco Mancini.

Secci ne ha dato così notizia in un post su Facebook.

«Continua l’avventura alla presidenza del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli fino al 2021 – si legge – con l’insostituibile compagno di lotta Valerio e i nuovi compagni d’avventura Daniele, Claudio e Massimo. I miei complimenti anche ai tre nuovi membri del Comitato di Controllo Antonello, Luca e Marco.

Un pensiero speciale a chi questo progetto politico l’ha sostenuto dall’inizio, condividendone con me e Valerio la responsabilità politica Rossana Praitano. È stato fondamentale iniziare questa esperienza con la ‘’scuola Praitano’’ ma ancora più importante è sapere che continuerà ad essere un punto di riferimento per me e per tutta l’associazione.

Grazie a tutte le socie e i soci del Circolo, ci aspettano tre anni difficili di grandi lotte e conquiste, che il potere della favolosità sia con noi!».

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A dieci giorni dalla scomparsa di Andrea Berardicurti, in arte La Karl du Pigné, Muccassassina gli dedica la serata del 14 settembre, che si terrà a Roma, presso Largo Venue, in via Biordo Michelotti, 2. Un omaggio all’icona delle drag queen italiane e allo storico militante del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli, che dell’evento dancing Lgbti più conosciuto in Italia è stato anima e punto di riferimento per un trentennio.

Abbiamo raggiunto Sebastiano Francesco SecciDiego Longobardi per sapere di più di tale iniziativa.

Prendendo spunto dalle proverbiali parole de La Karl: Dateve ‘na carmata, il presidente del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli ha dichiarato: «Questa calmata proprio non ce la vogliamo dare. Siamo tutti ancora profondamente scossi per la morte di Andrea, una delle colonne portanti del Circolo e punto di riferimento di tutta la comunità Lgbt+.

Le reazioni della settimana scorsa, i messaggi che ancora continuano ad arrivare sui social del Circolo e sui nostri personali, rimarcano un’incredibile voglia di parlare e ricordare Andrea. Anche con questo spirito abbiamo pensato alla serata tributo di venerdì, occasione in cui amiche, colleghe e artisti vari si esibiranno per ricordare questa incredibile artista e lo faranno proprio sul palco di Muccassassina, quello stesso palco in cui 30 anni fa nasceva il mito de La Karl Du Pigné in tutta la sua favolosità».

E a proposito del mito de La Karl du Pigné e del suo rapporto con Muccassassina è il direttore artistico Diego Longobardi a spiegarci nei dettagli la serata commemorativa: «Con questo omaggio Muccassassina intende rivivere i momenti più significativi di questo poliedrico artista come i suoi Drag ShowMa soprattutto ballare e stare insieme a tanti amici, anche con la sua musica preferita.

Non possiamo non rammentare che il percorso artistico iniziò proprio a Mucca, dove spesso era lei a spingere i ragazzi con doti artistiche a cimentarsi nel trasformismo. E, poi, alla porta del club, sul palco spesso con spettacoli irriverenti e provocatori che affrontavano anche temi attualissimi.

Un festoso happening, dunque, di musica pop (DJS Paola Dee, Bradshaw Dj, João Turchi) e drag show (# FUXIA, #MARYLINBORDEAUX, #CARAMELLA #TSUNAMI, #MISSTRESS, #SKANDALORSA).

Non dimentichiamo che La Karl du Pigné non aveva non paura di nulla e di nessuno. Era sempre spontanea e sincera. Questo il pubblico lo percepiva subito e lo ricorderà per sempre».

Ma, secondo Sebastiano e Diego, quale sarebbe stata la battuta de La Karl su questa serata?

Nun ve prendete troppo sur serio.

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«Ho visto due ragazzi che si stavano baciando e ho provato un senso di schifo».

Queste le parole che, pronunciate, venerdi 7 settembre, dal conduttore radiofonico Roberto Marchetti durante il Morning Show di Radio Globo, ha suscitato le reazioni di Nunzia, un’ascoltatrice: «L’Italia così non andrà mai avanti. Verso la civiltà, la tolleranza. Sei incivile, intollerante».

Ma Marchetti, anziché scusarsi, ha prima ribattuto: «Qui non diamo nessun messaggio, questo non è un programma educativo, io personalmente nel momento in cui vedo due uomini che si baciano provo un senso di ribrezzo». Per poi uscirsene, di fronte a ulteriori osservazioni di Nunzia, con un «Sti cazzi».

A seguito di ulteriori repliche è arrivata, alla fine, l’interruzione della telefonata con la motivazione di andare in pubblicità.

Le uscite di Marchetti e il suo comportamento con l’ascoltatrice hanno sollevato una reazione indignata che è esplosa nelle ultime ore. Tanto più che non si è registrata nessuna presa di distanza da parte di Radio Globo che, con il proprio atteggiamento, ha così avallato quanto detto durante il Morning Show, di cui ha la piena responsabilità editoriale. 

Durissima la reazione di Sebastiano Secci, presidente del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli e portavoce del Roma Pride, che in un comunicato ha dichiarato: «Quando Radio Globo si è offerta come media partner del Roma Pride eravamo felici che una radio generalista si impegnasse a divulgare i valori del Pride. Per questo la vicenda ci ha provocato delusione e rabbia: non solo per la gravissima affermazione del conduttore ma anche, e soprattutto, per il silenzio colpevole dell’editore.

Il Roma Pride, nei suoi ormai quasi 25 anni di storia, ha fatto della propria piattaforma valoriale e politica l’elemento centrale della sua azione, senza aver timore di rifiutare sponsorship e partnership con aziende e marchi noti ma che non avevano delle policy rispettose dei diritti e della dignità di tutte e tutti. Per questo abbiamo intenzione di interrompere qualsiasi partnership con Radio Globo riservandoci di agire in ogni sede per tutelare il nostro nome e la nostra storia.

Nel merito della vicenda ci dispiace dover spiegare a professionisti che lavorano nel campo della comunicazione che la libertà di espressione non è libertà di insulto e che si esercita contro chi è detentore di potere, non contro le minoranze oppresse della società. Questa è solo vigliaccheria che qualifica chi se ne rende autore e complice.

Quelle parole gravissime possono avere un impatto ingiustamente doloroso sulle tante persone che ancora oggi lottano per accettarsi pienamente e per ottenere piena dignità nella nostra società. Dispiace che si sia scelto di speculare sulle loro vite e sulle loro difficoltà per ottenere qualche momento di visibilità».

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Una fila ininterrotta di persone ha fatto ieri visita alla camera ardente di Andrea Berardicurti, in arte La Karl du Pigné, deceduto la sera del 4 settembre dopo dolorosa malattia.

Accolto sulle note di Dancing Queen, il feretro dell’artista è stato collocato tra fiori, foto e abiti da spettacolo (i suoi abiti da spettacolo) nella sala centrale del Circolo di Cultura omosessuale Mari Mieli, di cui era stato socio dalla fine degli anni ’80.

Sulla bara, avvolta in una bandiera arcobaleno, una grande corona di rose bianche con un nastro verde recante la proverbiale frase de La Karl: Datte na' carmata.

Tra le tante persone accorse a salutare la storica figura del movimento Lgbti romano anche Vladimir Luxuria, che ha dichiarato: «Ci siamo conosciuti 25 anni fa nel quartiere dove vivevano, il Pigneto. Al Circolo lo portai io e fui sempre io a chiedergli di salire sul palco e di travestirsi.

Andrea fa parte della mia vita e il suo più grande successo è stato il suo altruismo: si è sempre preoccupato degli altri e riusciva sempre a distendere con le sue battute. Non verrà mai dimenticato».

Per Sebastiano Secci, presidente del Mieli, «se ne va una delle nostre colonne. Se ne va un punto di riferimento per tutta la comunità. Ci ha insegnato che anche con l'ironia si può fare attivismo».

Alle 15:00 si è tenuto il rito laico di commiato, caratterizzato dalle commosse testimonianze di chi è stato accanto e ha amato «un'artista e un'icona Lgbt di forte impegno, di squisita umanità, rara sagacia. Il suo ricordo – così il direttore di Gaynews Franco Grillini in un messaggio di cordoglio al Mieli – sarà soprattutto legato alle serate di Muccassassina, di cui fu ideatore e anima, e al Roma Pride, di cui negli anni era divenuto simbolo e immagine».

Un battimano lunghissimo ha poi accompagnato l’uscita del feretro dalla sede del Mieli mentre risuonavano le parole di Why? di Annie Lennox.

Andrea/La Karl è stato infine ricordato ieri sera sul palco del Padova Pride Village, dove la senatrice Monica Cirinnà, al termine della presentazione del suo libro L’Italia che non c’era, ha invitato i presenti a osservare un minuto di silenzio in memoria di chi ha segnato e contribuito a fare la storia del movimento Lgbti italiano.

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L'episodio dello scontrino recante la dicitura No pecorino, Si frocio ha suscitato una giusta quanto corale indignazione e un'ondata di solidarietà nei riguardi dei due giovani, vittime d'un tale pubblico insulto.

All'allontanamento del cameriere colpevole dell'atto e alla pubblica, sia pur tardiva, richiesta di scuse da parte della dirigenza della Locanda Rigatoni, è seguito , tra  il 22 e il 23 luglio, un atto significativo da parte dello stesso ristorante romano. L'appello, cioè, «alla comunità Lgbti di costruire insieme un percorso per riaffermare i valori di tolleranza, rispetto e apertura». Appello che, accolto da Gaynews su incoraggiamento di Franco Grillini, leader storico del movimento Lgbti italiano, si è concretato, il 25 luglio, in un primo incontro in via Domenico Fontana tra dirigenza della Locanda Rigatoni e delegazione Lgbti

Dal lungo confronto si è giunti alla conclusione di lavorare determinatamente perchè simili episodi non avvengano più.

«Abbiamo accolto - dichiara Sebastiano Secci, presidente del Circolo Mario Mieli -, insieme col gruppo social In piazza per il Family Gay e Gaynet (presieduto da Franco Grillini) la richiesta dei responsabili della Locanda Rigatoni di incontrarci per individuare insieme gli strumenti necessari a evitare che questi episodi gravissimi si ripetano in futuro. Vogliamo, sia chiaro, che non c'è stata alcuna intenzione di ridimensionare l'accaduto da parte dei responsabili del ristorante che hanno ribadito più volte il loro rammarico e la loro determinazione a rimediare all'accaduto.

La nostra idea è che la repressione, ossia l'allontanamento del responsabile degli insulti, non può essere l'unico provvedimento ma debba accompagnarsi a politiche aziendali che formino il personale sulle tematiche della diversità per fare in modo che mai più nessuno debba subire episodi di questa gravità».

«Per questa ragione - continua Secci - abbiamo predisposto un percorso di formazione per il personale del locale. Il corso si svolgerà a partire da settembre e consisterà in quattro moduli in cui parleremo di comunità LGBT+ e Pride, politiche antidiscriminatorie e responsabilità sociale delle aziende, elementi di diritto antidiscriminatorio e, cosa fondamentale, chiederemo a vittime di omo-transfobia di condividere le proprie esperienze, perché crediamo sia fondamentale che tutti capiscano gli effetti concreti che queste violenze hanno sulla vita delle persone.

Ad affiancarci in questo percorso ci saranno i formatori, gli psicologi e i legali della nostra associazione che da 35 anni è impegnata nella contrasto a episodi odiosi di discriminazione».

«L'importanza di questi interventi formativi nella lotta all'omo-transfobia - conclude Secci - ci spinge inoltre ad aprire il corso a tutti gli esercenti che possano essere interessati per loro e per il proprio personale. Chiunque volesse partecipare può farne richiesta con una mail all'indirizzo This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.».

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A dare inizio al Roma Pride, poco dopo 15:00, lo striscione del Mit, la cui delegazione è stata guidata dalla presidente Nicole De Leo e dalla presidente onoraria Porpora Marcasciano. Hanno percorso un breve tratto, prima che in testa al corteo si ponessero i rappresentanti del Coordinamento Roma Pride. Ma un gesto, quello del Mit, altamente simbolico per ricordare che i moti di Stonewall e il conseguente movimento contemporaneo di liberazione Lgbti non ci sarebbero stati senza Sylvia Rivera e le drag di Greenwich.

Dietro di loro una colorata marea umana, che si è ingrossata sempre di più durante il percorso fino a raggiungere le 500.000 persone.

18 i carri, tra cui quelli delle ambasciate di Canada e Regno Unito. E poi le associazioni Lgbti (dal Mieli ad Arcigay, dal Mit a TGenus, da Famiglie Arcobaleno ad Agedo, da Rete Genitori Rainbow al Colt, da Globe-Mae a Plus, da Gaynet a Gaylib, da Senes ai Leather Club italiani, da Di'Gay Project a Gaycs), le organizzazioni umanitarie nonché sigle sindacali come la Cgil, rappresentata dalla segretaria Susanna Camusso.

Presenti esponenti del mondo politico come l'europarlamentare Daniele Viotti, il segretario reggente del Pd Maurizio Martina, la senatrice dem Monica Cirinnà – che, salita sul carro del Mieli durante il percorso, ha fatto cantare ai partecipanti l’Inno di Mameli –, la deputata di +Europa Emma Bonino, il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti. Assente, invece, la sindaca Virginia Raggi, anche se per l’amministrazione capitolina c’erano il vicesindaco Luca Bergamo e alcuni assessori.

Il Roma Pride, che ha avuto due testimonial d'eccezione nei partigiani Modesto (92 anni) e Tina Costa (93 anni), è stato il primo (insieme a quelli di Pavia e Trento) a essere celebrato dopo le discusse dichiarazioni del ministro Lorenzo Fontana e il voto di fiducia al governo.

Un’occasione, dunque, per reagire a chi nella Lega vorrebbe relegare al silenzio e all’inesistenza le persone Lgbti, come sottolineato con fermezza in Piazzale Madonna di Loreto dal presidente del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli Sebastiano Secci.

Un’occasione per ribadire al M5s che non è possibile non prendere le distanze da tali posizioni fascisteggianti, che non è possibile – come ripetuto da tanti loro esponenti negli ultimi giorni – contrapporre diritti civili a diritti sociali, essendo gli uni strettamente correlati agli altri.

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Alla vigilia del Roma Pride si è svolta ieri sera, a partire dalle 20:30, presso il Teatro Quirinetta la cerimonia di gala in occasione del 35° anniversario di fondazione del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli. A fare gli onori di casa Sebastiano Secci, presidente della storica associazione romana, insieme con la sua vice Rossana Praitano.

Tanti i momenti salienti della manifestazione ma il più toccante è stato costituito dalla rievocazione che, dei sette lustri di attività del Circolo, ha fatto un socio fondatore dello stesso nonché militante storico quale Vanni Piccolo. E per farlo Vanni ha fatto ricorso al genere epistolare attraverso la struggente lettura d’una lettera a una “giovane amica” sull’esempio – benché con motivazioni ovviamente differenti – dell'Alexis ou le Traité du vain combat di Marguerite Yourcenar.

Di quella lettera, che ha portato alla fine un’intera platea, visibilmente commossa, ad alzarsi in piedi e applaudire per più minuti, Gaynews offre ai lettori e alle lettrici il testo completo.

Mia giovane amica,

Uso volutamente il femminile ribaltando la grammatica di genere perché il femminile ha rappresentato la dimensione di ispirazione della nostra rivoluzione ed è al femminile che il movimento ha iniziato le sue battaglie quella notte del 28 giugno del 1969 nello storico Stonewall.

Non è senza emozione, ma è anche con un certo imbarazzo, che irrompo nella tua giovinezza nella tua spensieratezza nei tuoi sogni nei tuoi progetti di vita. E forse anche nei tuoi amori, per parlarti del passato, della storia del nostro movimento, della nascita del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli, al quale tu oggi ti stai avvicinando.

Sono passati ben 35 anni. Difficile rappresentare ad un ventenne di oggi le condizioni storiche degli inizi degli anni 80, ma ci provo.

La tua è la generazione dei social, la nostra quella del passaparola, la tua quella dei WhatsApp, la nostra quella delle cartoline illustrate, la tua quella dei viaggi con Ryanair, Blablacar e Airbnb, la nostra quella dell’autostop e del sacco a pelo, la tua quella delle mail, la nostra quella dei comunicati stampa consegnati a mano, sempre lo stesso itinerario: l’Unità e Paese sera a via dei Taurini, Repubblica a Piazza Indipendenza, il Messaggero a via del Tritone, il Manifesto  e il Corriere della Sera a via Tomacelli, per chiudere con Il Tempo a Piazza Colonna. Per fortuna proprio dietro Piazza del Parlamento c’era il Cinema Olimpia, con proiezioni di film d’essai, e anche uno dei posti d’incontro all’epoca più frequentati a Roma, e con sicuro successo.

Purtroppo è un doloroso fatto di sangue che dà impulso al movimento romano agli inizi degli anni 80. Salvatore Pappalardo, un giovane operaio torinese in vacanza a Roma, nel maggio del 1982 viene selvaggiamente ucciso a bastonate a Monte Caprino.

Questo fatto scuote le coscienze omosessuali romane e nazionali. Le reazioni furono immediate e tali da consentirci di organizzare in poco tempo una emozionante manifestazione nazionale.

Piazza del Campidoglio, quel pomeriggio era proprio stupenda.

C’erano proprio tutti e da Piazza Venezia a Piazza Navona fu una trionfo di striscioni e di slogan,  i nostri famosi slogan. Mille persone, una folla per il 1982, tra cui molti esponenti e militanti dei partiti della sinistra, ma soprattutto tantissimi omosessuali che portavano in piazza il loro dolore e la loro rabbia, ma anche, per la prima volta, la loro identità e le loro rivendicazioni. Grande la commozione  alla fiaccolata che chiuse la manifestazione a Monte Caprino.

Il sostegno delle Istituzioni e della politica ci convinse ad aprire il dialogo, per incalzare i partiti sull’attenzione alla condizione omosessuale e transessuale e venne rinnovata al Comune la richiesta di un Centro Polivalente di Cultura omosessuale.

Quel “sì” del Sindaco Vetere alla Sala Borromini accese molte speranze, ma dovemmo aspettare molti anni.

Ci chiamammo Movimento Unitario omosessuale romano, ma la sigla MUOR  non apparve beneaugurante e si trasformò in CUOR, Coordinamento unitario omosessuale romano.  Via via nacque l’esigenza di essere riconosciuti giuridicamente. Il dibattito fu animato e appassionante sulla scelta del nome da dare alla nascente associazione.

Mi piace ricordare Ugo Bonessi che subito fece il nome di Mario Mieli, conosciuto e amato da tutti, che si era suicidato qualche mese prima.

Sicuramente, la lettura di “Elementi di critica Omosessuale”, l’affettuosa ammirazione e condivisione del suo provocatorio impegno politico, l’originalità del personaggio, convinsero tutti. Ed è così che nel maggio del 1983 nasce il CIRCOLO DI CULTURA OMOSESSUALE “MARIO MIELI”.

Bruno Di Donato, infaticabile attivista del FUORI ne fu il primo Presidente. E Marco Bisceglia, l’ispiratore di Arcigay il primo Vice presidente. A loro è dovuto un doveroso ricordo di affetto e gratitudine.

Io fui il primo segretario.

Il movimento era impegnato in un fermento di programmazione culturale. L’opinione pubblica più attenta, i partiti della sinistra più sensibili, le istituzioni più disponibili. Furono segnali incoraggianti la nascita di Babilonia e la presa del Cassero a Bologna. Indimenticabili i campeggi gay! A Roma vengono celebrate le tre giornate dell’orgoglio omosessuale con il patrocinio e il contributo del Comune di Roma. Voglio trasmetterti l’emozione di un ricordo di quei giorni: su tre enormi striscioni nelle vie del centro la parola omosessuale usciva dalla clandestinità e trionfava scritta in alto nel cielo di Roma.

Stavamo vivendo la nostra favolosità tra discussioni, ironie, ienate, travestimenti, raduni, affetti. Eravamo immersi in una dimensione di orgoglio e di entusiasmo, migrando ovunque ci fosse un’occasione di incontro, di confronto, e soprattutto di conoscenza reciproca delle nostre vite che ha costituito il collante affettivo della nostra militanza, programmando iniziative culturali per abbattere il muro dell’ignoranza e del pregiudizio, senza perdere di vista i piaceri della seduzione e della sessualità, tra tacchi a spillo, parrucche e boe di struzzo. Eravamo irresistibilmente FAVOLOSE!

All’improvviso siamo stati costretti a prendere coscienza che l’Aids, quella strana novità che arrivava da oltroceano, non era solo una parola astratta che i ragazzotti napoletani storpiavano in Adidas, ma una malattia reale che aveva già mietuto molte vittime nella comunità omosessuale americana.

All’improvviso tutto si ferma.

La nostra liberazione sessuale perde di senso reale, bisogna confrontarsi con un nuovo spaventoso nemico: fu il panico, lo smarrimento, la paura, soprattutto per la carenza di informazioni e di punti di riferimento.

La nostra avanzata subisce una profonda battuta d’arresto, e fummo costretti ad organizzarci per far fronte a un bisogno di informazione ancora molto vaga e sicuramente poco rassicurante. La società omofoba e bigotta conia il binomio omosessuale=malato di Aids. Eravamo visti come moderni untori del morbo gay, del castigo di dio, come ebbe a esprimersi il cardinale di Genova Giuseppe Siri. E la chiesa tuonò: “l’Aids lo prende chi se lo va a cercare!” 

Una immensa triste solitudine sociale.

Per questo vorrei raccomandarti il rispetto delle persone sieropositive e la condanna di chi oggi parla di loro come “di persone che si sono fatte allegramente sborrare nel culo senza preservativo”. Queste posizioni bigotte e moralistiche offendono i nostri morti, il nostro impegno, la nostra storia.

Fortunatamente l’Istituto Superiore di Sanità per conto dell’OMS ci chiese di collaborare per un’indagine su un campione di 50 persone da sottoporre a delle analisi. Ci sentimmo cavie, ci sentimmo umiliati, ci sentimmo fragili, ma capimmo l’importanza di questa collaborazione e senza esitazione decidemmo di sostenere la ricerca contro questa malattia.

Non era ancora il tempo del kit ELISA, quindi era necessaria, oltre al prelievo di sangue, l’offerta di urina e di sperma. Non avevamo sedi adeguate come quelle di oggi ma sottoscala di partiti, così in pratica ridendo come pazze sulle foto di giornaletti porno, i video non erano ancora di moda, ci siamo fatti delle grandi seghe nella sede del PDUP che ci ospitava in quel momento,  molestando i compagni del partito per potere arrivare all’orgasmo e donare come fossimo delle mucche la nostra dose di sperma fresco di giornata.

Alla fine la nostra collaborazione diventò un servizio per la comunità.

Informammo con un depliant su tutte le pratiche a rischio, chiamandole  con il loro nome perché la gente capisse, e credimi, quello fu un esaltante momento di grande coraggio.

Perché contrapponemmo la nostra attenzione alla salute, all’approccio moralistico delle istituzioni, che forse in cuor loro speravano che l’AIDS facesse sparire i froci dalla faccia della terra.

Furono momenti terribili. Molti dei protagonisti della nostra rivoluzione non c’erano più. Voltandoti indietro all’improvviso erano spariti. E ci sentimmo ogni giorno più soli.

Ma continuammo nel nostro impegno.

Due nomi per tutti consegno alla tua memoria: Bruno Di Donato e Marco Sanna.

Assistemmo a funerali umilianti senza spazio né per il dolore, né per il rispetto, celebrati frettolosamente tra omelie moraliste e famiglie ansiose che tutto finisse in fretta.

Ho assistito, personalmente, all’allontanamento sprezzante, umiliante e doloroso dal letto di morte della persona amata, del compagno di vita di  tantissimi anni. Ho visto la disperazione negli occhi di entrambi, mentre la famiglia genitoriale si riappropriava cinicamente di quel figlio vergogna, che finalmente la morte cancellava, ripristinandone la rispettabilità sociale.

E’ da questa disperazione che nacque l’esigenza di lottare per ottenere un riconoscimento giuridico dell’amore tra persone dello stesso sesso, perché quella disperazione non si ripetesse più. Perché nessuna madre nessun padre, nessuno, potesse allontanare il compagno del proprio figlio dalle sue braccia e dalla sua vita. E perché quel legame assumesse la dignità, il rispetto e i diritti della famiglia.

Tu oggi ama senza paura, senza riserve, e lotta perché nessuno irrida o addirittura neghi l’esistenza del tuo amore e il tuo desiderio di genitorialità.

Intanto il Circolo Mario Mieli era diventato un importante punto di riferimento per la comunità romana. Siamo stati proprio bravi e così siamo diventati Centro di Sorveglianza dell’Osservatorio Epidemiologico Regionale, diretto da Carlo Perucci e grazie a lui fu aperto il Centro Aids presso l’ospedale San Giovanni Addolorata, con la collaborazione del Circolo Mario Mieli. Pur con pochi mezzi e con una organizzazione improvvisata  credo di poter affermare che la nostra risposta si possa definire “eroica”.

Dalla sede provvisoria di Piazza  Vittorio finalmente occupammo uno spazio in via Ostiense, tra Mangiafuoco e l’Agesci. Ricordo ancora quel tardo pomeriggio quando scaricammo le poche cose , tra cui tutto l’occorrente per allestire uno studio medico che ci aveva fornito l’Assessora alla Sanità del Comune di Roma, Franca Prisco, tra la curiosità e la diffidenza dei vicini. Quello spazio oggi è conosciuto a livello nazionale.

Alla fine degli anni '80, grazie al nostro impegno e al nostro lavoro, il Circolo ebbe un cospicuo contributo da destinare alla informazione e alla comunicazione. Stampammo tanto materiale, ma le strutture ricreative non furono collaborative. E non potevamo certo andare nei luoghi d’incontro a offrire il nostro depliant, spiegare il corretto uso del preservativo, mentre il nostro potenziale interlocutore era intento  a soddisfare altre voglie.

E così per poter incontrare direttamente la popolazione gay cominciammo a gestire una serata  a via dei Fienaroli a Trastevere.

Creativo animatore Francesco Simonetti, che qualche anno dopo, a soli trentatré anni, l’aids si porterà via.

Io intanto facevo la spola da Parma perché avevo vinto il concorso per preside gay, e animavo le serate col mio personaggio surreale, la divina presentatrice Messalina, che si era già sbattuta abbondantemente in tutti i favolosi campeggi gay.

Dopo poche settimane a via dei Fienaroli c’è la fila.

A settembre del '90 ci fu la indimenticabile festa al Mattatoio, chiamata Muccassassina, con riferimento alla grafica molto dark che rappresentava delle mucche con la falce che erano tornate per vendicarsi di essere state mattate.

Grande successo che indusse a cercare uno spazio discoteca individuato al Castello, vicino al Vaticano, dove prima c’era un cinema porno, il Mercury, paradiso dei militari, in particolari dei marinai che…

Mi fermo mi rendo conto che sto inseguendo ricordi , sì  tanti  ricordi…. Ma intanto era nata Muccassassina, che col suo grande successo, che continua ancora oggi, ci aiutò a fare informazione, a distribuire preservativi, e a offrire realmente un luogo di aggregazione.

Per la cronaca la sera dell’inaugurazione alla cassa c’era Messalina, vestita tale e quale come la cassiera del cinema porno, con una splendida cotonatura bionda e un maglioncino rosa con fiori stampati:

“Prenda pure un preservativo, prego. Porta fortuna”.

Ma devi sapere che l’aids non è ancora sconfitto. Come non è sconfitta l’omofobia.  Non sacrificare il tuo piacere ma salva la tua salute, con ogni mezzo che la scienza ti offre a sua tutela. E non sacrificare il tuo amore. In quegli anni, in una scuola, una ragazza mi disse: “ma cosa mi vorresti dire, che la prima volta che lo faccio devo usare il preservativo?” Le risposi: “mi piange al cuore, ma devo risponderti “sì”. E se tu oggi mi chiedessi: “cosa vorresti dirmi, che io non posso baciare per strada la persona che amo?”, ti risponderei: “ne hai tutto il diritto ma mi piange il cuore dirti che nella la società ancora c’è tanta omofobia che spesso si manifesta in violenza contro la nostra felicità”.

Questa è la testimonianza che ti consegno.

Con lo stesso impegno con la stessa gioia con lo stesso amore con lo stesso orgoglio.

Ti voglio bene.

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Sono tre i Pride in programma per domani, sabato 9 giugno. Si sfilerà a Pavia, a Trento e  a Roma. In tutte e tre le città l’appuntamento è fissato alle ore 15:00.

A Pavia la marcia dell’orgoglio Lgbti si muoverà da piazza Italia per terminare in piazza Guicciardi, dove si terranno i discorsi dei portavoce. A Trento, invece, che si appresta a vivere il suo primo Dolomiti Pride organizzato con cura, soprattutto, grazie all’impegno del presidente del locale comitato Arcigay Paolo Zanella, si partirà da piazza Dante per raggiungere il Parco delle Albere, dove la festa proseguirà fino a notte inoltrata.

A Roma, infine, ci si muoverà da Piazza della Repubblica. Sarà soprattutto quello della capitale a caricarsi di particolare significato politico, essendo i Pride di domani i primi a essere celebrati dopo le discusse dichiarazioni del neoministro Lorenzo Fontana e il voto di fiducia al governo Conte.

Oltre alle adesioni delle ambasciate di Canada, Francia, Regno Unito, Germania il Roma Pride vedrà la presenza del presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, della consigliera regionale Marta Bonafoni, della capogruppo M5s Roberta Lombardi alla Regione Lazio, del vicesindaco di Roma Luca Bergamo con vari assessori della Giunta capitolina. Ma non quella della sindaca Virginia Raggi.

Parteciperanno altresì, fra gli altri, l’europarlamentare Daniele Viotti, il segretario reggente del Pd Maurzio Martina, l’ex presidente della Camera Laura Boldrini, il deputato di +Europa Riccardo Maggi e, ovviamentew, la senatrice Monica Cirinnà, madrina della legge delle unioni civili nonché socia del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli.

Ed è stato il presidente del Mieli, Sebastiano Secci, a coordinare, in qualità di portavoce del Roma Pride, l’organizzazione della parata e degli eventi previ che si sono tenuti alla Gay Croisette nello spazio di Largo Venue. Una settimana di spettacoli e dibattiti – tra i quali, ieri, quelli con la segretaria della Cgil Susanna Camusso e con Daniele Viotti e Franco Grillini -, la cui conclusione si avrà oggi con la serata di gala presso il Teatro Quirinetta in occasione del 35° anniversario di fondazione del Circolo.

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Lorenzo Fontana non ha fatto in tempo a giurare quale ministro della Famiglia che ha già esplicitato il suo pensiero sull’ambito di competenza di tale dicastero.

Facendo il verso alle dichiarazioni di Salvini, il vicesindaco di Verona ha oggi dichiarato a Il Corriere della Sera: «Voglio intervenire per potenziare i consultori così di cercare di dissuadere le donne ad abortire. Sono cattolico, non lo nascondo. Ed è per questo che credo e dico anche che la famiglia sia quella naturale, dove un bambino deve avere una mamma e un papà».

Pur assicurando che «quando verranno presi provvedimenti in favore dell'infanzia, saranno estesi a tutti i bambini, indistintamente e indipendentemente dai genitori», ha affermato poi lapidariamente: «Perché esistono le famiglie arcobaleno? Per la legge non esistono in questo momento».

Nessuna sorpresa, invero, da chi, contiguo a ProVita, CitizenGo (sul suo sito campeggia la foto del Bus No-Gender), ai gandolfiniani del Family Day e alla galassia dei gruppi tradizionalisti cattolici (le sue nozze sono state benedette secondo il rito tridentino da don Vilmar Pavesi, sacerdote della Fraternità San Pietro, noto per aver scagliato anni fa un pubblico anatema in Sardegna augurando ai figli dei nemici del parroco di Gesico di rimanere orfani e alle loro mogli di diventare vedove), è noto per le sue dichiarazioni passate sui gay: «La famiglia naturale è sotto attacco. Vogliono dominarci e cancellare il nostro popolo».

Salvini prende le distanze

Tra i primi a plaudire alle affermazioni di Fontana sulle famiglie arcobaleno Giancarlo Cerrelli, segretario nazionale del comitato Sì alla famiglia, con un tweet.

Ma, a fronte delle lodi sperticate da parti tanto di cattoreazionari quanto di politici come Gasparri e Meloni, è montata sin dal mattino una tale polemica da spingere Matteo Salvini a prendere le distanze affermando che, pur essendo libero ognuno d’avere le sue idee, quelle di Fontana «non sono priorità e non sono nel contratto di governo. Unioni civili e aborto non sono leggi in discussione».

Affermazioni rilanciate in serata a Vicenza, dove ha dichiarato: «Non ho nessuna intenzione di rivedere leggi del passato come l'aborto e le unioni civili: da papà sono convinto che i figli devono avere un papà e una mamma ma la questione delle famiglie non è all'ordine del giorno di questo governo, ci hanno votato per avere meno immigrati e più sicurezza». Tanto che lo stesso Fontana, intorno alle 18:30, è stato costretto a esprimersi ribadendo le parole di Salvini e schernendosi in nome di presunte strumentalizzazioni delle sue parole.

Polemiche a catena: il j'accuse delle associazioni

Tra i primi a contestare Fontana in mattinata il gruppo Dems Arcobaleno che in un post ha affermato: «Invitiamo il ministro a farsi un giro nel Paese reale, uscendo per un attimo dalla sua isola reazionaria, ma soprattutto a un rapido ripasso della legge n. 76/2016 - che definisce l’unione civile in termini di “famiglia” e non esclude la presenza di figli - dei principi costituzionali sulla pluralità dei modelli familiari, della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, della Corte di Cassazione, delle Corti di merito che ampiamente riconoscono il valore della vita familiare omosessuale».

Marilena Grassadonia, presidente di Famiglie Arcobaleno, si è chiesta: «Come fa un ministro della Repubblica ad affermare che noi e i nostri figli non esistiamo, quando non solo i nostri bambini sono perfettamente inseriti nella società, nella scuola, tra i loro coetanei, ma decine di sentenze della Corte Costituzionale, della Cassazione e sempre più comuni che riconoscono i nostri figli alla nascita, certificano che noi esistiamo a tutti gli effetti, anche giuridicamente, per lo Stato italiano?».

Sebastiano Secci, portavoce del Roma Pride, ha risposto in questo modo al ministro: «Sabato 9 giugno vedrà che le nostre famiglie esistono e quanto sono numerose, belle allegre e chiassose, rivendicheremo i nostri diritti ancora con più insistenza di prima».

Se per Gabriele Piazzoni, segretario nazionale di Arcigay, è necessario che il presidente del Consiglio assegni al più presto «la delega alle Pari Opportunità, investa sulle politiche dell'uguaglianza, risolva le diseguaglianze e le discriminazioni», dal comitato La Gioconda di Reggio Emilia è stato lanciato un appello quanto mai incisivo e significativo che correla giustamente le istanze xenofobe di Salvini con quelle naturalfamilistiche di Fontana.

«È necessario sfruttare politicamente – così nella parte finale il presidente Alberto Nicolini - i cortei e i palchi dei pride, e dobbiamo parlare chiaramente alle persone che sono pronte a ascoltarci e a lottare con noi. Non per dire che siamo delusi e arrabbiati, ma per dire che noi ci siamo, che non ci fermiamo, che siamo rifugio e luogo di azione vera. Ora che la Lega governa, dobbiamo creare gruppi di incontro e supporto migranti in tutto il paese. Dobbiamo far sapere che siamo casa per le famiglie arcobaleno, per le vittime di bullismo.

Dobbiamo accelerare, e dobbiamo farlo ora. La nostra associazione deve cambiare passo, diventare davvero L; G; B; T; I; e non solo G. Deve parlare con voce chiara, e agire con coraggio».

Per Enrico Oliari, fondatore e presidente di GayLib, «il nuovo governo deve fare molta attenzione a non fare scivoloni sui diritti civili delle coppie gay e lesbiche. Siamo già arrivati una volta alla Corte europea dei diritti dell'uomo che con la sentenza che porta il mio nome ha condannato l'Italia appena tre anni fa. È  chiaro che di fronte a ulteriori violazioni si arriverebbe a nuove condanne che sottolinerebbero quello che in realtà le associazioni gbt continuano a sostenere da sempre: la pur ottima legge Cirinnà sulle unioni civili tra persone dello stesso sesso manca di una reale e definitiva parificazione in termini legislativi, lacuna dentro cui rigurgiti di omofobia trovano un apparentemente facile appiglio».

La condanna della poltica: le voci forti di Alessandro Zan e Monica Cirinnà

Non sono mancate parole dure di condanna da parte di esponenti della classe politica. Da Morani a Orfini, da Serracchiani a Bersani, da Fratoianni a Boldrini fino al sindaco di Milano Giuseppe Sala (per citarne alcuni) è stato un coro unanime di proteste contro le dichiarazioni di Fontana.

Tra queste sono da segnalare quelle del deputato Alessandro Zan, già dirigente di Arcigay e fondatore del Padova Pride Village, che ha dichiarato: «Fontana inizia il suo lavoro al servizio del Paese negando la realtà. In 12 ore da ministro ha già dimostrato non solo di essere totalmente inadeguato al ruolo, ignorando tutte le sfumature che compongo la nostra società, ma anche di essere irresponsabile e complice di una scia di odio crescente verso le persone Lgbt.

Fontana forse non si rende conto che con sparate come questa, dal ruolo di ministro, legittima e autorizza discriminazioni e violenze. È vergognoso che un ministro della Repubblica apra il mandato contro una parte di cittadine e cittadini, a cui la Costituzione riconosce diritti che lui tenta di negare. Fermi in fretta questo gioco pericolosissimo, o gli sfuggirà di mano».

Sulle dichiarazioni di Fontana si è espressa reiteratamente in giornata la senatrice Monica Cirinnà, che ha fra l’altro detto: «Negare l'esistenza di chi chiede diritti e riconoscimento equivale a voler oscurare dei cittadini, sileziarli, relegarli fuori dal dibattito politico e sociale. La legge 76/2016 ha finalmente, dopo 30 anni di attesa, riconosciuto diginità e uguaglianza alle coppie gay definendole come famiglia, riconoscendo giuridicamente la loro vita familiare non escludendo la presenza di figli.

La pluralità dei modelli familiari non è solo riconosciuta dalla legge 76 ma anche da consolidate giurisprudenze europee e della Corte di Cassazione. Il ministro ha giurato sulla Costituzione e non può disconoscerla nei suoi articoli 2 e 3 e deve assumersi la responsabilità di essere il ministro di tutti e non solo della sua parte politica».

Ma già ieri sera la madrina della legge sulle unioni civili aveva lanciato dal palco del Gay Village di Roma un appello al ministro Fontana, di cui si potevano presagire le dichiarazioni odierne.

Un silenzio, invece, assordante quello del M5s, rotto soltanto dopo le 19:00 dal laconico commento del senatore Nicola Morra: « Le leggi le fa il Parlamento e anche un ministro è tenuto a rispettare le leggi dello Stato. Lo stesso Salvini è intervenuto per porre argine a una dichiarazione non felicissima».

Conte, presago: «Lo terremo a bada»

Nessuna parola, invece, da parte del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il quale ha dato prova d’essere in ogni caso consapevole delle riserve che hanno accompagnato la nomina di Fontana al ministero della Famiglia sin dal suo annuncio.

Come raccontato da un giovane vivente a Roma, «mentre mangiavo un gelato in via del governo vecchio, ecco spuntare Giuseppe Conte. Mi sono subito avvivinato per fargli gli auguri e chiedergli una foto. Lui è stato gentile e disponibile.

Ne ho approfittato per palesargli i miei timori circa i provvedimenti del nuovo governo in tema di diritti civili. Lui è andato subito al cuore della questione: "Si riferisce al ministro Fontana?". Io: "Sì". Conte: "Non si preoccupi: lo terremo a bada!». Si starà a vedere.

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