Mentre i rappresentanti del Coordinamento Torino Pride erano a Roma per il tour promozionale del libro Franco & Gianni - 14 luglio 1964, dedicato alla prima coppia di persone dello stesso sesso unitesi civilmente a Torino (tour che ha previsto due tappe nella Capitale, una in Senato e una presso la fiera Più Libri più Liberi) sono stati raggiunti da un'importante notizia. Notizia che segna un importante traguardo. È stato riferito loro dal proprio avvocato Nicolò Ferraris che la Giudice dell'indagine preliminare Paola Boemio ha deciso di respingere la richiesta del pm Enrico Arnaldi Di Balme di archiviare il loro procedimento legale contro l'endoscopista Silvana De Mari diventata nota per le violente affermazioni contro la comunità Lgbti. 

«Siamo molto contenti della decisione presa dal Gip di respingere la richiesta di archiviazione del Pubblico Ministero – afferma Alessandro Battaglia, coordinatore Torino Pride – e che per la prima volta sia stato individuato in un'associazione di secondo livello come il Coordinamento Torino Pride il soggetto diffamato in una triste vicenda che ha visto me e migliaia di persone omosessuali diffamate e offese nella nostra.

Adesso si aprirà una vicenda giudiziaria triste e dove la nostra comunità sarà esposta in modo importante ma crediamo fermamente che non tutte le esternazioni siano effettivamente delle opinioni. Crediamo nella giustizia e ci auguriamo che il corso della vicenda veda finalmente chiarite posizioni e atti. Le parole hanno sempre un peso ed è nostro dovere difendere tutti e tutte coloro che, in qualche modo, soffrono per la propria condizione e certamente non possono essere aiutate da una società e da soggetti che rivendicano il diritto all'odio».

Raggiunto telefonicamente, il penalista Stefano Chinotti, coordinatore del comitato scientifico di Rete Lenford, ha spiegato perché sia da considerarsi importante il provvedimento della giudice Paola Boemio, una cui piena valutazione sarà in ogni caso possibile solo dopo la lettura dello stesso: «Per quanto è dato sapere, allo stato e in mancanza di notizie certe che potranno giungere solo dopo la lettura del provvedimento, sembrerebbe plausibile ritenere che il gip di Torino abbia superato l’orientamento giurisprudenziale maggioritario seguito, sino ad oggi, dai magistrati.

Ovvero quello di non considerare reato le affermazioni diffamatorie rivolte nei confronti di un soggetto passivo in forma collettiva per invece abbracciare la tesi, già fatta propria dalla Cassazione nel lontano 1986, alloquando essa aveva ritenuto essersi concretizzata una fattispecie delittuosa nel caso della pubblicazione di una lettera diffamatoria, su un quotidiano romano, ai danni della comunità israelitica. Si tratta  però solamente di un’ipotesi in attesa di conferma che potrà avvenire solo dopo la lettura della decisione».

Intanto procede il tour del Franco & Gianni - 14 luglio 1964 che per il Torino Pride rappresenta una battaglia di civiltà e che a Roma ha visto la partecipazione, fra gli altri e le altre, anche della ministra Valeria Fedeli, della senatrice Monica Cirinnà e della sindaca di Torino Chiara Appendino tutte molto coinvolte dalla bellissima storia di Franco Perrello e Gianni Reinetti.

Fedeli, Appendino e Cirinnà si sono complimentate con il Torino Pride per il successo contro la dottoressa De Mari.

franco e gianni 14 luglio 1964 libro

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Sconosciuto ai più, il nome di Silvana De Mari è salito alla ribalta nel gennaio scorso. Endoscopista, psicoterapeuta, scrittrice di romanzi fantasy, la collaboratrice della testata adinolfiana “La Croce” si era lasciata andare, prima sui social e poi nel corso d’un’intervista a “La Zanzara” (arrivando a rincarare la dose senza soluzione di continuità nei mesi successivi) molteplici dichiarazioni sull’omosessualità: dalla medicalizzazione ai danni per la «condizione anorettale»; dall’innaturalità alla contiguità col satanismo. Senza dimenticare l’esistenza d’un «diritto all’omofobia».

Ciò aveva spinto il Coordinamento Torino Pride ad avviare, il 19 gennaio, un’azione legale contro la medica d’origine casertana (ma da anni vivente nel capoluogo sabaudo). Alla denuncia per diffamazione aggravata dalla finalità della discriminazione e dell’istigazione all’odio razziale si era aggregato anche il Comune di Torino. Non senza dimenticare l’avvio d’un provvedimento disciplinare da parte dell’Ordine dei Medici del capoluogo piemontese a carico della chirurga specializzata in endoscopia.

Ma la scorsa settimana il pm Enrico Arnaldi Di Balme ha chiesto al gip l’archiviazione. La dottoressa non sarebbe imputabile: le sue offese sarebbero rivolte “a una pluralità indiscriminata di persone” e non sarebbe possibile quindi individuare “il destinatario dell’offesa”. Affermare, quindi, pubblicamente quindi “i gay sono malati”, o che “non esistono”, ipotizzando collegamenti tra satanismo e sesso anale, non costituirebbe reato perché mancherebbe un destinatario specifico con nome e cognome.

Sconcerto al riguardo ha espresso il prof. Paolo Valerio, ordinario di Psicologia Clinica presso l’Università Federico II di Napoli, direttore del Centro di Ateneo SInAPSi presso l’Università di Napoli Federico II, presidente dell’Osservatorio nazionale sull’identità di genere e della Fondazione Genere Identità Cultura. Ecco l’articolata dichiarazione che ha rilasciato a Gaynews:

Ho letto con enorme tristezza e costernazione la notizia che la Procura della Repubblica di Torino ha chiesto l’archiviazione delle accuse rivolte alla dottoressa Silvana De Mari per le sue affermazioni aberranti e prive di ogni fondamento scientifico relative a una supposta condizione di malattia associata all’omosessualità.

È inutile ricordare che la comunità scientifica internazionale e quella del nostro Paese hanno ampiamente ribadito l’assenza di qualunque forma di patologia associata all’orientamento sessuale di tipo omosessuale e che le così dette terapie riparative, finalizzate a “curare” le persone omosessuali, sono molto dannose per le persone che vengono ad esse sottoposte. Non si può “curare” una persona per una malattia che non esiste!

Ricordo con orrore la storia di Giovanni Sanfratello, amico del filosofo Aldo Braibanti, rapito dai familiari e fatto “visitare” dallo psichiatra dell’Università di Modena prof. Rossini e da lui “curato” per  omosessualità con elettroshock e coma insulinici e costretto al ricovero coatto nell’ospedale psichiatrico  di Verona per circa un anno.

Questo accadeva a metà degli anni ’60. Oggi l’Ordine degli Psicologi della Lombardia ha radiato uno psicologo che proponeva “terapie riparative” per l’omosessualità.

Mi ha molto colpito un’affermazione della dottoressa de Mari che, nel corso di una trasmissione radiofonica, ha affermato: I gay vivono in una condizione tragica. Questo purtroppo è dolorosamente vero, visto che in Italia non esistono leggi che sanzionino con aggravanti i crimini d’odio omo/transfobico.

L’assenza nella legge Mancino di discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere fa si che aumenti il rischio del così detto “stigma strutturale o istituzionale” che è riferito a quelle condizioni sociali, norme culturali e/o politiche istituzionali che limitano le opportunità, le risorse e il benessere delle persone gay, lesbiche  e transgender, quando sono loro a essere vittime di tale forma di stigma.

Lo stigma strutturale perpetua, quindi, le differenze di stato e di potere delle persone Lgbt, operando anche in assenza del pregiudizio del singolo individuo membro di quella istituzione. Auspico che sia accaduto proprio questo nel caso del PM Enrico Arnaldi di Balme che, per i ben noti limiti previsti dalla legge Mancini, non ha potuto portare la dott.ssa De Mari a processo.

Quindi, in assenza di pregiudizi soggettivi nei confronti delle persone Lgbt da parte del Pm, l’Istituzione Giudiziaria quale entità  a sè stante ha finito con lo stigmatizzarle, creando un conflitto tra il parere soggettivo del Pm e le logiche istituzionali. Fino a quando non è stata fatta una legge contro il “matrimonio d’onore” i giudici non erano messi in grado di sanzionare tale aberrante comportamento!

Purtroppo lo stigma strutturale ha gravi conseguenze sulla qualità della vita delle persone Lgbt e sul loro stato di salute.

Varie ricerche hanno dimostrato che adulti Lgbt che vivono in stati dove è assente una specifica legislazione nei confronti dei crimini d’odio omofobico e transfobico presentano una prevalenza di disturbi psichiatrici significativamente più elevata di coloro che vivono al contrario in paesi dove questa regolamentazione è presente. 

Altre recenti ricerche hanno riscontrato che nelle persone gay che vivono in comunità con elevati livelli di stigma strutturale, ovvero con alti livelli di pregiudizio anti gay, lesbiche  e transgender, il rischio di mortalità, misurato attraverso il suicidio, l’omicidio e le malattie cardiovascolari, è più elevato rispetto a coloro che vivono in contesti a basso livello di stigma strutturale.

Infine, altre ricerche fatto nel mondo adolescenziale, hanno rilevato livelli più elevati di ideazione suicidaria  o di tentativi di suicidio nei giovani gay, lesbiche e transgender che vivono in quartieri a elevato tasso di crimini omofobici e transfobici.

Quindi, è vera l’affermazione della dott.ssa De Mari che “i gay vivono in una condizione tragica”, ma se questo accade è perché viviamo in un Paese dove persone, medici come la dott.ssa De Mari fanno gravi affermazioni senza alcun riscontro scientifico, in assenza di leggi in base alle quali si possa sanzionare il loro comportamento.

Speriamo che l’Ordine del Medici accerti la gravità delle sue affermazioni e che, come quello degli Psicologi della Lombardia, la radi dall’albo.

Speriamo però soprattutto che finalmente anche nel nostro paese vengano puniti con sanzioni aggiuntive i  crimini d’odio omo/transfobico. 

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Ci si aspettava di sapere qualcosa di più dalla presidente Laura Milani sul piano di riorganizzazione del Museo nazionale del Cinema e dei festival a esso connessi quali il Torino Film Festival, Lovers Film Festival - Torino LGBTQI VisionsCinema Ambiente. Un piano legato alla necessità di far quadrare il bilancio di previsione che, tradotto in cifre, vuol dire 200mila euro.

Dai fasti, dunque, d’un progetto di rilancio dello storico istituto torinese ci si è improvvisamente incagliati, ad appena un anno di distanza, nelle secche del ridimensionamento. Ridimensionamento che ha già interessato il Torino Film Festival e interesserà anche i due festival minori, destinati a un umiliante accorpamento.

Ci si aspettava soprattutto di più dalla dichiarazione di Laura Milani a seguito dell’incontro tenutosi con i soci fondatori il 29 novembre. Ma invece si sa: il cambiamento richiede tempo e questo, come ribadito dall’Assertiva (secondo la definizione di Gabriele Ferraris su Il Corriere della Sera), «lo abbiamo chiarito sin dall’inizio. E si fa un passo per volta» Anche perché «trasformare problemi in opportunità era e rimane un obiettivo, e i Soci Fondatori lo hanno compreso appieno».

Sarà ma è pur vero, che Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur. O meglio, riadattando il detto liviano al caso specifico, Dum Augustae Taurinorum consulitur, Musaeum ac manifestationes cinematographicas expugnantur.

Ma l’assessore Marco Giusta non ci sta e muove il suo j’accuse in riferimento soprattutto al festival Lgbti, ideato da Ottavio Mai e Giovanni Minerba.

«Apprendo da fonti stampa – ha detto senza giri di parole - possibili problemi relativamente al Lovers. Oltre trent'anni di storia di un festival nato per dare voce alla comunità Lgbt non possono essere cancellati con un colpo di spugna. E non vedo perché nel momento in cui si procede ad una razionalizzazione delle spese del museo, dovute ad opacità degli anni passate, sia il Lovers a dover pagare lo scotto.

I progetti ci sono e sono importanti: da una possibilità di costruire una rete nazionale ed europea dei festival Lgbt che abbia sede a Torino così come promuovere un progetto di industry che metta assieme produttori, distributori e filmakers. Come Comune di Torino abbiamo già iniziato a promuovere il festival presso la rete delle città europee arcobaleno (Rainbow Network Cities), ma tutto si ferma alle porte del Museo Nazionale del Cinema per quanto riguarda la progettualità futura.

Ad oggi mi risulta che i fundraiser abbiano già iniziato a trovare sponsor per il Lovers, e la macchina è pronta a partire con le persone che hanno competenze decennali nell'organizzazione del Festival. C'è un problema di bilancio? Bene, apriamo il piano economico ed andiamo ad analizzare le singole voci di costo, provando anche a fare economie. Ma mettiamo il presidente e la direttrice in condizione di iniziare a lavorare subito per il festival, senza fare l'errore dell'anno passato di costruire un festival in tre mesi.

Altrimenti può nascere il sospetto che esista una volontà di annegare in un pantano il rilancio del Lovers e perdere un'eccellenza della città e delle regione, distribuendo altrove le colpe per poi riuscire nell'operazione di dismettere il festival, magari appaltandolo all'esterno. Perché stiamo parlando di cultura, altra, ribelle, non egemone forse ma forse per questo ancora più da tutelare e sulla quale scommettere. Da un Museo del Cinema che vuole appunto sostenere l'arte cinematografica come espressione culturale della comunità nella quale si inserisce non mi aspetto nulla di meno».

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Un piano di totale riorganizzazione quello che Laura Milani, presidente del Museo nazionale del Cinema, si appresta a varare all’ombra della Mole.  Piano che, riguardante tanto la storica istituzione torinese quanto i festival connessi (dal Tff a Lovers Film Festival e Cinema Ambiente), sarà presentato domani in conferenza stampa. Ma sul quale al momento nessuno sa veramente nulla se non in linee generali.

La cosa sta mettendo in allarme tutti. Anche perché l’idea di colei, che Gabriele Ferraris ha definito su Il Corriere della Sera con toni sarcastici la "solitaria Assertiva”, è quella di accorpare i due festival minori a quello principale del Torino Film Festival (o Tff). Per cui anche lo storico Lovers Film Festival - Torino LGBTQI Visions, fondato da Ottavio Mai (di cui ricorre quest’anno il 25° anniversario della morte) e Giovanni Minerba nel 1986 col nome Torino Glbt Film Festival - Da Sodoma a Hollywood, rischia così di essere condannato a una lunga agonia.

Meglio la chiusura immediata perciò per il Coordinamento Torino Pride, che nella Lettera aperta a tutte e tutti coloro che hanno a cuore le sorti del Festival Lovers già Cinema Gay ha attaccato la presidente Milani, avendo lei assicurato, all’assunzione del mandato, previe convocazioni delle associazioni Lgbti in riferimento alla storica manifestazione. Eccone il testo:

Il Coordinamento Torino Pride - membro di Ilga Europe (l’organizzazione internazionale non governativa che riunisce 422 realtà LGBTQI di 45 Paesi europei) e costituito dalle associazioni lesbiche, gay, bisessuali e transgender operanti sul territorio della Regione Piemonte, insieme a realtà non LGBT impegnate nel sostegno dei valori della laicità, del rispetto delle differenze - ha da sempre a cuore le sorti del Festival Lovers già Cinema Gay: la manifestazione culturale che, più di ogni altra, è stata e rimane il riferimento per la comunità LGBT non solo torinese. 

Leggendo quanto scrivono alcuni media rispetto a Lovers e, più in generale, rispetto ai due festival “minori” del Museo Nazionale del Cinema di Torino, siamo francamente tutte e tutti in forte apprensione e, per questo, nei giorni scorsi abbiamo scritto alla presidente del museo Laura Milani che ci riceverà volentieri a partire dal 5 dicembre dopo che il suo piano sulla riorganizzazione del Museo e dei suoi festival sarà già stato presentato.

Progressisti, come necessariamente sono tutti coloro che fanno attivismo, siamo apertissimi all’idea di un festival in evoluzione che però mantenga intatta la sua autonomia e  la sua declinazionePer evitare che, con un sol colpo di pennello, vengano cancellati i due più importanti atout della più che trentennale manifestazione:

- il valore sociale, oltre che culturale,  e il ruolo che ha, non solo per la comunità ma per tutte le persone intelligenti;

- e la storia che porta con sé e che ora è patrimonio, non solo del Museo del Cinema ma di tutte le cittadine e i cittadini. Un valore che il festival ha e che gli è riconosciuto a livello mondiale. Snaturarlo, trasformarlo in una sezione o chissà cos’altro, farebbe evaporare un patrimonio acquisito - al netto di edizioni più o meno riuscite - che sarebbe folle disperdere.

Si abbia piuttosto il coraggio politico di sostenerlo davvero o di prendere la decisione di chiuderlo. Invece di condannarlo a un’agonia lenta e a spese dei contribuenti. 

La Comunità LGBT - come il Festival, il Museo e la politica sanno bene - è pronta a fare la sua parte qualora voluta.

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Ogni anno, dal 1998, il 20 novembre ricorre il “Transgender day of Remembrance” (TDoR), evento realizzato su iniziativa di Gwendolyn Ann Smith, attivista transgender, per ricordare Rita Hester, il cui assassinio in Massachussets diede avvio al progetto web Remembering Our Dead, e nel 1999 a una veglia a lume di candela a San Francisco.

Quest’anno la città di Napoli, in occasione del TDoR, ha ospitato la Trans Freedom March (celebrata anche a Torino), evento co-organizzato dall’Associazione Transessuali Napoli (ATN), sostenuto dal Comune di Napoli, dal Comitato Arcigay di Napoli, dalle associazioni Lgbti campane e dal Mit  e dalle associazioni trans nazionali.

La marcia, che è iniziata alle 17 a Piazza Dante, dopo il saluto del sindaco di Napoli Luigi de Magistris, sempre sensibile alle urgenze della comunità Lgbti, ha fatto irruzione nelle strade del centro cittadino per focalizzare l’attenzione sulla voce delle persone trans e sull’agognata libertà che la comunità rivendica.

«Il diritto al lavoro, all’emancipazione negata, allo studio, alla ‘scelta’, ad una vita serena, restano ancora speranze per molti, e per questo diventano atti dirompenti e necessari di rivendicazione del proprio orgoglio – dichiara Daniela Lourdes Falanga, delegata ai diritti delle persone trans di Arcigay Napoli –. Tante ancora le persone transgender assassinate, condannate ad un atroce destino solo perché intercettate nel loro coraggio e negate alla vita e Napoli, purtroppo, ha il triste primato che vide, solo nel 2016, tre vittime transgender a fronte di sette persone in tutta Italia. Non a caso la marcia diventa, per questo, un importante messaggio nella città “madre” della comunità Trans».

«La marcia deve servire a scardinare il pregiudizio invisibile che è latente in tutti – afferma Porpora Marcasciano, leader storica del Movimento transessuale italiano – in tutti quelli che pensano che la transessualità sia un capriccio o uno scimmiottamento della femminilità perché questo tipo di pregiudizio, silente e invisibile, fomenta la violenza».

Paolo Valerio, docente di Psicologia clinica, presente alla marcia come rappresentante dell’Onig (Osservatorio nazionale identità di genere) e dell’Università di Napoli Federico II, non ha dubbi sull’importanza dell’evento: «Questa marcia rappresenta un’occasione in cui la città può entrare in contatto con un mondo che, di solito, è colpito dal pregiudizio ed è bello vedere marciare insieme tante persone che chiedono pari opportunità e pari diritti soprattutto rispetto al lavoro e alla salute. L’Università di Napoli Federico II - ricorda il prof. Valerio - ha voluto creare un identità alias per consentire a tutti gli studenti transgender di vedersi riconosciuto sul libretto un nome in sintonia con l’identità di genere a cui sentono di appartenere». 

«La Trans Freedom March è importante perché è un momento di confronto – sostiene Ileana Capurro, Presidente dell’Atn - un momento i cui la stessa comunità trans si incontra e riscopre una coesione importante. La risposta della città è certamente positiva e devo ammettere che anche in fase di organizzazione c’è stata grande disponibilità delle Istituzioni all'organizzazione dell'evento». 

Infine la parola a Regina Satariano, leader storica del mondo transessuale che dichiara: «Questa marcia serve a prendere consapevolezza di quanto accade a livello mondiale, questa marcia ricorda le 327 vittime trans che ci sono state nel mondo nell’ultimo anno, una cosa intollerabile! Non si può essere ciechi e sordi su queste cose».

La marcia si è conclusa a Piazza Municipio, davanti a Palazzo san Giacomo, dove un palco ha accolto le testimonianze di diversi attivisti delle associazioni coinvolte, l’esibizione di alcuni artisti e la consueta veglia a lume di candela in cui si sono evocati i nomi delle 327 persone trans vittime di odio transfobico.

Infine, bisogna ricordare che, in concomitanza con la Marcia, nel carcere di Poggioreale si è svolto un evento legato al TDoR particolarmente toccante e coinvolgente, coordinato da Daniela Lourdes Falanga perché anche negli spazi più marginali del mondo la comunità di persone transgender e omosessuali possano ricordare le vittime di odio transfobico e percorrere un percorso di consapevolezza atto a garantire un primo vero atto di emancipazione dal carcere stesso.

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Da diversi anni sotto la Mole si svolgono molti eventi per commemorare il Transgender Day of Remembrance: la ricorrenza della comunità Lgbti  per commemorare le vittime dell'odio e del pregiudizio transfobico.

Domani  il Coordinamento Torino Pride, come ormai di consuetudine, ha deciso di celebrare il TDoR con una marcia che partirà da Piazza Vittorio Veneto alle 16 30 per arrivare, poi, in Piazza Castello. Durante il corteo e sul palco di piazza Castello la commemorazione sarà accompagnata dal coro Free Voices Gospel Choir, dalle folli note dei giocolieri di pentagrammi che compongono la fanfara di musica da strada Bandaradan e dal pianista Alberto Cipolla, noto anche per aver arrangiato e prodotto musiche per programmi tv nazionali e colonne sonore di molti film e documentari.

Proprio in piazza Castello, luogo di arrivo della marcia, lo scorso 9 novembre è stata allestita la mostra Tra le Nuvole ♥ Elovun el Art, allestita sotto i portici del Palazzo della Giunta della Regione Piemonte. Il progetto fotografico – come affermano le artiste Paola Arpone e Georgia Garofalo «è una storia di conquista e di orgoglio. Un progetto che vuole metterci di fronte all’anacronismo culturale della nostra società, in cui la “norma” è ancora regola, l’identità di genere è un tema sospeso nel limbo della disinformazione e termini come transessuale e transgender sono ancora percepiti come lontani se non addirittura grotteschi».

Per la Trans Freedom March torinese il 2017 è una data importante perché per la prima volta una società multinazionale – car2go – ha deciso di schierarsi a fianco di una manifestazione di difesa dei diritti delle persone trans sostenendola economicamente.

«Il 20 novembre dal 1999 è la data che ricorda le persone transessuali e trans gender che sono state  uccise proprio a causa della loro condizione – dichiara Alessandro Battaglia, Coordinatore Torino Pride –. Partita da San Francisco questa commemorazione ha pian piano preso piede in tutto il mondo  perché lo stigma che accompagna le persone trans non conosce frontiere. Dal 2014 il Coordinamento Torino Pride Glbt ha deciso di commemorare questa giornata con una marcia con l’intento di attraversare una città rendendo visibile la realtà trans aldilà di come viene dipinta dai media.

Troppo spesso assistiamo a una visibilità delle persone trans come fenomeni da baraccone, come persone malate, come vite che si situano ai margini della società. Troppo spesso dimentichiamo che la libertà di esprimere la propria identità riguarda tutti, non solo chi affronta un difficile percorso di transizione per affermarla. Le vittime della transfobia non sono solo quelle delle quali leggeremo i nomi in piazza, ma anche tutte coloro alle quali non viene dato accesso al mondo del lavoro, alle quali non viene affittata la casa, quelle che vengono derise e insultate quotidianamente».

Appuntamento, quindi a Torino, per manciare tutte e tutti insieme per una società più giusta.

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Da sempre attivista per i diritti delle persone Lgbti. In Arcigay da molti anni, del cui comitato torinese è stato anche presidente. Attualmente assessore con delega alle Pari opportunità del Comune di Torino. A più d’un anno dall’inizio dell’incarico ammininistrativo Marco Alessandro Giusta rilegge le sue battaglie per i diritti civili nel capoluogo piemontese.

Assessore Giusta, come ci si sente in questa veste?

Sicuramente il cambio è di quelli da togliere il fiato. Un giorno sei con coloro che fuori dal palazzo chiedono ascolto, il giorno dopo ti ritrovi ad ascoltare i tuoi compagni e compagne di battaglia. E spesso la voglia di girare intorno al tavolo e sedersi dalla stessa parte è tanta. Però resto convinto della scelta che ho fatto di mettermi a disposizione della città e garantire che i diritti delle persone Lgbti siano non solo rispettati, ma valorizzati e inseriti nel programma complessivo della città, continuando il trend estremamente positivo che vede Torino come uno dei centri più friendly d'Italia, se non il più esperto su questi temi.

A Torino nasce il movimento negli anni ‘70 con il F.U.O.R.I. A Torino si costituisce il primo servizio Lgbti del Comune. Torino ha la segreteria della Rete Ready ed è stata scelta per attuare la strategia nazionale Lgbti. Nasce qui il più importante festival cinematografico Lgbt Da Sodoma a Hollywood ora Lovers su iniziativa di Ottavio Mai e Giovanni Minerba. Nasce qui il Coordinamento Torino Pride Glbt dal Comitato Torino Pride 2006 e dal Coordinamento Glt. Qui nasce CasArcobaleno. Il lavoro quotidiano e costante tra istituzioni e associazioni del territorio e nazionali continua a produrre risultati importanti.

Torino è una città da sempre in prima fila  nella lotta per i diritti di tutti. Una città che ha visto negli anni  passati le lotte operaie come punta  di diamante per i diritti a lavoro. Oggi che città ci può raccontare? 

I diritti a Torino sono qualcosa di vero, concreto, percepito. Sono stati sudati in fabbrica e nelle strade durante le lotte operaie. Sono diventati il traguardo da raggiungere e difendere. Ma soprattutto hanno iniziato a parlare tra di loro. Durante la manifestazione I diritti sono il nostro Pride del 2010 ricordo la bellezza e la fatica della costruzione di una piattaforma comune tra il movimento delle donne, quello dei migranti e quello Lgbti, con la compenetrazione dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori.

Da allora ho scoperto l'intersezionalità: termine coniato dall'attivista e giurista afroamericana Kimberlé Williams Crenshaw per descrivere che differenti identità sociali possono sovrapporsi ed incrociarsi, così come le discriminazioni che si portano dietro. Scoperta che ha avuto successivi insegnamenti nei percorsi costruiti in Arcigay, con i sindacati, nel Coordinamento Torino Pride, nel nodo provinciale Unar e in CasArcobaleno. Ora questo approccio lo abbiamo portato in Comune, dove proviamo a lavorare con quest'ottica e coinvolgere i diversi gruppi a rischio discriminazione a lavorare tra loro l'uno per l'altro. Sarà un percorso lungo e complesso, ma siamo sulla strada giusta. 

Si parla da tempo di famiglie e non più di famiglia. Quali sono le principali azioni che il suo assessorato sta portando avanti in questo senso?

Sul tema delle unioni civili abbiamo fatto una corsa contro il tempo. Ci tenevamo da un lato a essere tra le prime città a celebrare le unioni, dall'altro avevamo alcune famiglie con gravi problemi di salute per cui l'urgenza era massima (ricordo il caso di Franco e Gianni, la prima unione civile a Torino celebrata dalla sindaca. Franco ora non c'è più, ma Gianni ha scritto un libro, è venuto al Pride per la prima volta e ora sta portando avanti la campagna #vietatoarrendersi con l'aiuto di Stefano e altri amici). Immediatamente dopo siamo stati la prima città in Italia a garantire ai dipendenti l'equiparazione delle unioni ai matrimoni (come previsto per legge) per i congedi, anticipando la circolare dell'Inps e ampliando inoltre anche la possibilità di fruire dei permessi 104 sia alle unioni civili che ai e alle conviventi more uxorio come stabilito dalla sentenza della corte costituzionale. Infine, proprio in questi giorni abbiamo un pezzo del Piano Azioni Positive proposto dal Cug del Comune di Torino dando la possibilità alle e ai dipendenti di "prestarsi" delle ore di ferie per venire incontro a chi ha necessità particolari. Da qui in poi cercheremo di lavorare principalmente sugli orari dei servizi al fine di venire incontro alle necessità delle famiglie torinesi, in modo da migliorare la qualità della vita.

Lavoreremo ancora, immaginando appunto di servire tutte le famiglie. Ricordo ancora quando con la sindaca modificammo a mano il nome della delega da famiglia a famiglie. Tempo una settimana ed ebbi la prima manifestazione contro questa scelta da parte del Popolo della Famiglia. Solo per aver ricordato che le famiglie ormai sono moltissime e diverse: oltre alle famiglie tradizionali vi sono quelle ricomposte, monoparentali, allargate, omogenitoriali, formate da due uomini o da due donne, separate, vedovi e vedove, miste, adottive, affidatarie, etc etc. L'amministrazione deve pensare a tutte loro, non solo a una parte o un'altra.

A Roma in alcuni quartieri periferici, con manifestazioni anche molto accese, sono state mandate via famiglie di immigrati a cui era stata assegnata una casa dal Comune. A Torino qual è situazione e  quali  le urgenze per la lotta  al razzismo? 

A Torino, per fortuna, la situazione è molto diversa rispetto a quella che raccontate nella domanda. Episodi di razzismo e discriminazione sono purtroppo quotidiani e onnipresenti, ma non raggiungono picchi così violenti e visibili. Questo, ovviamente, non deve farci abbassare la guardia: il razzismo e la discriminazione sono fenomeni non solo in ascesa, ma che stanno cambiando dinamiche.

In Paesi come l'Italia, infatti, la percezione della diversità prescinde quasi completamente dallo status giuridico: il colore della pelle, nomi o cognomi di origine straniera, segni visibili di appartenenze culturali, religiose ed etniche (il velo per le donne musulmane, per esempio) sono sufficienti a identificare una persona come “straniera” indipendentemente dal suo status giuridico. Molte delle politiche di sostegno attivo (penso ai bandi europei Fami per l'integrazione) si rivolgono unicamente a target con lo stato giuridico di "stranieri", lasciando così scoperte, come una coperta troppo corta, intere categorie di persone che soffrono di discriminazioni simili. A farne le spese sono soprattutto le nuove generazioni. È per questo che la città di Torino sta sviluppando sempre di più azioni di "intercultura", sostituendolo all'approccio di "integrazione", azioni cioè che rafforzino le comunità attraverso le loro associazioni di riferimento, che migliorino la capacità di ascolto della pubblica amministrazione nei confronti di persone portatrici di culture e religioni differenti, che aumentino le occasioni di dialogo fra parti diverse della società.

Ora un colpo basso. Comune targato M5S. Che ci racconta  in proposito in tema di diritti?

Questa domanda mi coglie sul vivo! Nel senso che i diritti sono, è vero, il mio punto debole: non posso fare a meno di occuparmene. Mi permetto questo gioco di parole per dire che per me, come per il mio staff, lavorare sui diritti non è una domanda che presuppone un se, ma presuppone sempre un come. Il problema non è se occuparsi di diritti ma come lo si fa. L’approccio che sto, che stiamo provando a portare avanti è un approccio intersezionale e trasversale, che guarda alle persone nella loro interezza, puntando a valorizzare somiglianze e differenze entro un approccio che mira a a ridurre le diseguaglianze tra le persone. Su questa linea stiamo lavorando molto con le comunità a Torino. Due esempi recenti sono la Giornata delle Moschee aperte e il Protocollo firmato con la Comunità Cinese. Stiamo portando avanti un lavoro di coinvolgimento delle associazioni e delle realtà che sul territorio torinese si occupano di violenza e discriminazione contro le donna, puntando a valorizzare i saperi che in questi anni queste stesse realtà hanno sviluppato. Un esempio è proprio la campagna per il 25 novembre di quest’anno co-progettata e co-ideata dalle realtà del Ccvd. Oppure ancora il lavoro di rafforzamento delle politiche di inclusione delle persone Lgbt grazie soprattutto al lavoro con la Rete Ready e al lavoro di formazione costante interno all’amministrazione portato avanti dal Servizio Lgbt della Città. E poi, infine, il lavoro di confronto e condivisione con le realtà che si occupano di sostegno ed empowerment delle persone con disabilità, il cui esempio principe sarà l’istituzione in Città della figura del Disability Manager. Quindi, questa è quella che voglio sia la mia narrazione sui diritti: non mi accontenterò di niente di meno.

Per questo sono contento di lavorare con consigliere e consiglieri della maggioranza che su questi temi sono in prima linea, così come con il Gdl regionale Pari opportunità. Ad esempio, pochi giorni fa la maggioranza M5s ha votato una mozione presentata dal consigliere Carretta del Pd che dà mandato alla Giunta di negare le piazze a chi non professa i valori antifascisti come indicato nella costituzione, professando e/o praticando comportamenti fascisti, razzisti e omofobi. La presidente della commissione pari opportunità Viviana Ferrero del M5S ha inoltre presentato un emendamento che introduce la transfobia e il sessismo tra i comportamenti da non permettere. Stessa mozione, tutte di ispirazione dell'Anpi e Aned, era stata approvata a Pavia in occasione della modifica del regolamento di polizia municipale dal consigliere M5s Polizzi.

Una domanda infine a carattere sportivo. Marco Alessandro Giusta è della Juventus o del Torino

Juventus, come il papà. Anche se ormai da torinese gioisco anche quando vince il Torino. 

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Preferì togliersi la vita Ottavio Mai, ricoverato in ospedale a Torino per complicanze da Aids. E così 25 anni fa se ne andava, appena 46enne, lo scrittore, poeta, attore, sceneggiatore, regista d’origine romana, il cui nome resterà per sempre legato all’ideazione del Torino Glbt Film Festival - Da Sodoma a Hollywood. Giunto alla 32° edizione sotto la denominazione Lovers Film Festival - Torino LGBTQI Visions, l’evento è stato definito dal ministero per i Beni e le Attività culturali «una tra le più importanti manifestazioni cinematografiche italiane a livello internazionale».

Ma 25 anni fa se ne andava, soprattutto, un importante “attivista per i diritti degli omosessuali” – come è scritto sulla targa della via che gli è stata intitolata a Torino il 24 aprile 2015 –. Se ne andava, soprattutto un uomo dall’eccezionale creatività, legato dal 1977 alla morte a Giovanni Minerba, con cui condivise gli stessi ideali di militanza, gli stessi interessi culturali, la stessa passione per la cinematografia. Passione che portò Ottavio e Giovanni a produrre pellicole nonché docufilm di valore e a istituire, come accennato, all’importante festival cinematografico su temi afferenti all’omosessualità.

E proprio Giovanni nelle prime ore dell’odierna giornata ha voluto affidare i propri sentimenti immutati per Ottavio, le proprie emozioni, i propri ricordi a un post dal titolo Mi ha lasciato la vita.

«Sono passati 25 anni - così ha scritto - da quella notte fra il 7 e l’8 Novembre del ’92 quando un improvviso e lontano squillo del telefono, tanto impercettibile quanto definitivo, confidò al mio cuore stanco e appesantito dalla preoccupazione che Ottavio mi aveva lasciato solo.

Aveva infine deciso di oltrepassare lo schermo, anticipando l’ignoto nemico, e abbandonare le cose di quaggiù, in quel suo modo determinato, silenzioso e quasi timido, simile a tutti i gesti, alle parole non dette, alle determinazioni di una vita, ai quindici anni di quella vita che abbiamo vissuto come una cosa sola, e che in qualche modo, complice la preziosa testimonianza di tanti amici, cerchiamo sempre di tenere viva.

Non sta a me celebrare i fatti, le idee, i progetti, le iniziative, realizzati fra il 1977 e il 1992. Tutto mi ha visto compartecipe e corresponsabile, tutto ha riempito la mia vita, invaso i miei sogni, esaudito molti ingenui desideri. Tutto ci hanno fatto combattere e vincere insieme tante battaglie.

Resta sempre la coscienza del dolore e la certezza della continua necessità di pensare all’onestà intellettuale di Ottavio, alla sua infinita curiosità e le sue stupefacenti intuizioni»

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Sabato 14 ottobre. Guidata da Massimo Florio con accanto il compagno d’una vita Claudio Bulgarelli, una spider verde petrolio si è fermata poco prima delle 18:00 davanti al Palazzo Civico di Torino. Ad accogliere la coppia familiari e amici, giunti da più parte d’Italia per partecipare a un momento di particolare importanza. Quello, cioè, dell’unione civile di Massimo e Claudio.

Ad accoglierne la dichiarazione nella splendida cornice del Salone dei Marmi, dominato dall’altorilievo ottocentesco di Vittorio Emanuele I di Savoia, la consigliera comunale dem Chiara Foglietta alla presenza dei testimoni Paolo Cianchetti, Simona Vlaic, Alessandro Volpato, Hussein Bulgarelli. Quest’ultimo è il 30enne d’origine iraqena, la cui adozione a favore di Claudio è stata disposta nei giorni scorsi dal Tribunale di Torino. È stato lui a indirizzare ai neouniti, coi quali vive da otto anni, un commovente messaggio di auguri. «È una giornata importante per voi quanto preziosa per me – così in un passaggio del bellissimo testo – che della vostra vita mi sento parte. Voi mi avete insegnato a rispettare ogni persona di questa terra perché avete avuto rispetto di me e della mia dignità di uomo fin dal primo momento in cui ci siamo incontrati.

Avete accolto nella vostra casa un ragazzo sconosciuto a tutti ed anche a sé stesso che per molte persone era soltanto uno straniero da sfruttare e guardare con sospetto. In fuga dalla mia terra e dalle mie origini, da cui ho avuto soltanto rifiuto ed abbandono, ero qui in Italia solo, senza famiglia e, senza persone di cui potermi fidare, spesso in balia di opportunisti pronti a raggirarmi e sfruttarmi.

Nonostante il sospetto di molti che vi mettevano in guardia dai possibili oscuri interessi di questo straniero sconosciuto, voi mi avete guardato e vi siete presi cura di me senza curavi dell’opinione dei molti, dimostrando a loro ed insegnando a me che non sono una persona qualsiasi, che anch’io, come tutti ho diritto al rispetto della mia dignità e della mia esistenza di uomo».

Massimo e Claudio hanno così coronato dopo 22 anni la loro storia d’amore, iniziata nel 1995. Il loro sì non solo ha suggellato un lungo cammino di attesa e affetto reciproco ma è assurto anche a simbolo d’un diuturno attivismo Lgbti, di cui entrambi sono da anni promotori instancabili. Presidente del circolo culturale e ricreativo 011 – di cui Claudio è vicepresidente –, Massimo è infatti componente del direttivo di Anddos. Inoltre, come rappresentante dell’associazione che presiede, è all’interno del Coordinamento Torino Pride.

Classe ed eleganza hanno contraddistinto sia la cerimonia sia il galà presso il Circolo Esperia sul Lungopò. Presenti anche alcune figure del movimento Lgbti come Franco Grillini, presidente onorario d’Arcigay e direttore di Gaynews, Marco Alessandro Giusta, assessore alle Pari Opportunità del Comune di Torino, Alessandro Battaglia, coordinatore del Coordinamento Torino Pride, Riccardo Zucaro, consigliere nazionale di Arcigay, Maurizio Gelatti, segretario del Coordinamento Torino Pride, Angelo Bifolchetti, vicepresidente di Anddos, e Markus Haller, tesoriere di Anddos.

Una giornata d’emozioni, vissute sull’onda dei ricordi e delle prospettive future, come lo stesso Massimo Florio ha dichiarato poco prima del taglio della torta “nuziale”. «Abbiamo oggi vissuto - così ha dichiarato - un momento importante che non costuisce il punto d’arrivo ma di partenza per battaglie ulteriori come quella del matrimonio egualitario e del diritto alla genitorialità per le coppie di persone dello stesso sesso. Oggi non abbiamo soltanto coronato un percorso ultraventennale di vita comune ma abbiamo dimostrato che persone dello stesso sesso possono unirsi e costituire una famiglia. Perché la famiglia si fonda sull’amore e non sull’orientamento sessuale o identità di genere di chi la compone».

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Andrea, Gianni e Anna: sono questi i protagonisti di una storia d'amore che, nel nostro Paese, è ancora negata da una politica sostanzialmente discriminatoria. Una politica che si ostina a non riconoscere ciò che non solo è una realtà ma è anche una realtà che produce legami, affetti e vincoli relazionali. 

Andrea, Gianni e Anna sono una famiglia, una famiglia arcobaleno: Andrea e Gianni, infatti, dopo anni di vita in comune, hanno deciso di suggellare la propria esperienza di coppia diventando genitori di una splendida bambina, Anna, nata in California il 2 agosto 2014 attraverso la gestazione per altri. Opportunità che, ovviamente, sarebbe stato loro preclusa in Italia.

Questo viaggio verso la vita e la felicità è raccontato da Andrea Simone, uno dei due papà, nel libro Due uomini e una culla, pubblicato a Torino da Golem con la preziosissima prefazione di Lella Costa e promosso per l'Italia dalla struttura editoriale cattolica Dehoniana Libri.

Un libro che racconta un momento importante della vita di Andrea e Gianni, cioè quello in cui decidono di realizzare il proprio progetto di genitorialità, con tutta l'euforia e la trepidazione che giustamente riserviamo ai grandi riti di passaggio della nostra esistenza, quelli in cui sentiamo che una parte di quel che volevamo diventare ha finalmente trovato la sua concreta determinazione.  Un libro che, però, racconta anche la difficoltà a cui va incontro una coppia gay nel momento in cui decide di non arrendersi di fronte alle deficienze del nostro legislatore perché, nonostante tutto, una coppia gay, in Italia, resta pur sempre una coppia "differente" dalle altre: una coppia vista come inadatta ad amare, crescere ed educare i propri figli. 

La vicenda di Andrea e Gianni è una vicenda esemplare anche per la naturalezza con cui viene raccontata la scelta di ricorrere alla gpa, finalmente descritta senza quell'alone di "dramma" o "violenza" con cui troppo spesso è presente nell'immaginario collettivo. È quanto anche scrive nella prefazione l’attrice Lella Costa, che conosce Andrea da quando era ragazzino: «La maternità surrogata, o gestazione per altri (spero che l’orribile e dolosa espressione “utero in affitto” sia stata bandita per sempre) è un tema molto serio, molto delicato e anche molto divisivo.

Persone sicuramente intelligenti, preparate, e soprattutto non sospettabili di non avere a cuore il tema dei diritti civili, negli ultimi tempi hanno assunto rispetto a questo argomento posizioni molto critiche, addirittura intransigenti. Da più parti si è sottolineato il rischio di un’ennesima forma di sfruttamento del corpo delle donne, soprattutto di quelle economicamente più fragili. Per non dire di tutte quelle persone, associazioni e schieramenti che semplicemente si rifiutano di riconoscere qualunque legittimità non solo alla gestazione per altri, ma anche a tutte le forme di relazione che si discostino dal concetto di  famiglia, anzi di Famiglia, di cui sembrano rivendicare il copyright: un padre (maschio), una madre (femmina) e la prole da costoro generata. Chiuso l’argomento.

Da tempo ormai, ogni volta che mi è capitato e mi capita di affrontare questi temi, specie con interlocutori impermeabili a qualunque confronto, me la cavo con una citazione disneyana, per l’esattezza da Lilo e Stitch: “Famiglia vuol dire che mai nessuno viene dimenticato o abbandonato”. Se qualcuno conosce una definizione migliore, per favore, me la comunichi. E credo di avere capito almeno una cosa: al di là delle riflessioni e posizioni teoriche, a volte in buona fede e rispettabili, quello che conta, e che fa la differenza, sono le persone, e le loro storie. Che − con buona pace degli integralisti − sono storie d’amore, di dedizione, di difficoltà, di desideri, di progetti di vita».

Ma in fondo, come giustamente sottolinea l'autore Andrea Simone, giornalista e blogger al suo esordio letterario, quella raccontata in Due uomini e una culla è soprattutto la storia di Anna, il regalo più grande che i due papà abbiano mai ricevuto dalla vita, un miracolo di gioia e serenità che si rinnova giorno dopo giorno e che è giusto condividere con il prossimo per scardinare luoghi comuni, paure e pregiudizi sulla vita e la felicità delle famiglie omogenitoriali.  

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