A partire da oggi fino a domani si terrà a Napoli, città storicamente simbolo dell’accoglienza per le persone transgender, il congresso internazionale La popolazione transgender e gender nonconforming: i differenti contesti dell’intervento.

Luogo dell’assise convegnistica sarà l’ex complesso monastico dei SS. Marcellino e Festo, sul cui chiostro monumentale si affacciano le differenti sale ospitanti il Museo di Paleontologia e il Dipartimento di Scienze naturali della Federico II. 

Quello dell’ateneo partenopeo è, fra l'altro, solo uno dei patrocini di cui gode il congresso e tra i quali non possono non menzionarsi quelli del Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei ministri, dell’Istituto Superiore di Sanità, della Regione Campania e del Comune di Napoli.

Un’iniziativa di livello, la cui ideazione e promozione sono da ascriversi a una personalità del mondo accademico federiciano quale Paolo Valerio.

Non a caso la due giorni è stata organizzata dall’Osservatorio nazionale sull’identità di genere (Onig), di cui l’ordinario di psicologia clinica è presidente, in collaborazione con l’Osservatorio universitario sulle differenze, il Centro di Ateneo SInAPSi (che si occupa di promuovere la cultura dell’inclusione tra quante e quanti frequentano i corsi universitari) e il Dipartimento  di Neuroscienze e Scienze riproduttive ed Odontostomatologiche delle Federico II.

Tra i relatori di caratura internazionale, che possono vantare un’esperienza decennale sui temi trattati, bisogna ricordare Jack DrescherAlain Giami, Thomas D. Steensma, Giancarlo Spizzirri, Alexander Schuster. Ospite d’eccezione sarà invece la psicologa Mariela Castro Espín, figlia dell’ex presidente cubano Raúl e presidente del Centro nacional de educación sexual de Cuba (Cenesex).

Né mancheranno gli interventi di figure di rilievo del transgenderismo nazionale e locale come Porpora Marcasciano, Regina Satariano, Ottavia Voza, Loredana Rossi, Daniela L. Falanga.

A poche ore dall’inizio della manifestazione è il prof. Paolo Valerio a precisare a Gaynews l’utenza a cui intende rivolgersi questo evento: «Questo congresso internazionale è rivolto a tutti coloro che sono interessati ad avere un confronto sui temi legati alle questioni di genere, affrontando le ricerche più attuali sui differenti contesti dell’intervento rivolti alla popolazione transgender e gender nonconforming».

Per il presidente dell’Onig «punti di forza dell’iniziativa sono la prospettiva depatologizzante e lo sguardo multidisciplinare, che vede l’integrazione tra professionisti di diversa formazione (psicologi, medici, sociologi, avvocati etc.)».

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La bandiera transgender, quella progettata da Monica Helms, come sfondo. Sulla banda rosa in alto una data: 11 ottobre 2018. Su quella centrale bianca la scritta: Prima condanna per l’Italia da parte della Corte europea dei diritti umani per la tutela delle persone transgender.

Questa l’immagine scelta dall’avvocato Giovanni Guercio, per introdurre il post pubblicato su Facebook nel pomeriggio di ieri: «Dopo una battaglia legale durata dieci anni, assistita dagli avvocati Giovanni Guercio e Maurizio de Stefano, una coraggiosa ragazza italiana ha affrontato dinanzi alla Corte la delicata questione della rettifica anagrafica, all’epoca non ammessa in assenza di intervento chirurgico di Rcs (Riassegnazione chirurgica del sesso), ottenendo la condanna del nostro Paese per la violazione dell’art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Un importante traguardo raggiunto che ricordi a tutti noi che l’essere umano viene prima di ogni altra cosa».

Un primato giudiziario, questo, che va ad aggiungersi a quelli ottenuti in Italia dal noto avvocato d’origine palermitana (ma residente da anni a Roma) e sempre correlati alla tutela delle persone trans.

Primati che possono essere così elencati: nel 1997 riesce a non fare nominare il Ctu (consulente tecnico d’Ufficio/Perito) in fase di autorizzazione all’intervento di riattribuzione chirurgica del sesso; nel medesimo anno primo caso di rettifica dei dati anagrafici senza previo intervento chirurgico; nel 2011 primo caso di autorizzazione all’intervento di riassegnazione chirurgica del sesso a un minorenne.

A meno da una settimana dalla sentenza (55216/08) della Corte europea dei diritti dell'uomo (Prima Sezione), il cui collegio giudicante è stato presieduto da Linos-Alexandre Sicilianos, lo abbiamo raggiunto per rivolgergli alcune domande.

Avvocato, che cosa è successo di preciso a Strasburgo?

Con sentenza dell’11 ottobre 2018, dopo una battaglia legale durata dieci anni, la Corte Europea dei Diritti Umani ha per la prima volta condannato l’Italia tutelando le persone transgender, nella fattispecie rappresentate da una coraggiosa ragazza che io ed il Collega Maurizio de Stefano abbiamo orgogliosamente assistito e difeso.

In buona sostanza la ragazza in questione, quando all’epoca era sempre richiesto l’intervento di riassegnazione chirurgica del sesso per potere ottenere la rettifica del sesso e del nome, nelle more della sua transizione ed essendo di aspetto assolutamente femminile, in applicazione del decreto presidenziale n. 396 del 2000, aveva richiesto alla Prefettura la possibilità di modificare il suo prenome con uno che fosse più consono al suo aspetto fisico, onde evitare una situazione di costante umiliazione ed imbarazzo.

A seguito del rigetto della domanda da parte della Prefettura, la ragazza aveva impugnato tale decisione dinanzi al Tar, il quale aveva, purtroppo, parimenti rigettato l’impugnazione.

Malgrado la nostra cliente abbia nelle more portato a termine tutto il suo percorso chirurgico ed anagrafico, ha voluto, da sola, portare avanti con il nostro supporto legale la sua lotta per l’affermazione di un sacrosanto principio che le era stato negato: il diritto ad un nome che la qualificasse per quello che era e non la sottoponesse alla quotidiana violazione della sua più intima privacy. Ebbene le carte, il diritto e soprattutto il buon senso le hanno dato ragione.

Che cosa l'ha spinta a ricorrere alla Corte europea dei diritti dell'uomo?

In realtà non mi ha spinto “qualcosa” ma, come sempre è per me in questi casi, mi ha spinto “qualcuno”: per me viene sempre prima la persona, in questo caso rappresentata dalla nostra cliente. È la sua, la loro forza a spingermi. Io poi ci metto la mia professionalità, e anche il mio cuore...

Perché, a suo parere, una tale sentenza ha un'importanza "storica" come l'hanno definita alcune/i attivisti/e transgender?

Ha un’importanza storica perché, per la prima volta, il nostro Paese viene condannato dalla Corte europea dei diritti dell'uomo per la tutela di una persona transgender.

Quale legge sarebbe necessaria a suo parere in Italia a tutela delle persone trans?

In Italia mancano legge e reato specifico che contrastino in maniera chiara ed inequivocabile gli episodi di omotransfobia, introducendo pene severe e sanzioni per chiunque commetta o istighi a commettere episodi di violenza a sfondo omofobico e/o transfobico.

Secondo lei i ripetuti casi di violenza transfobica sono da correlarsi a quel silenzio normativo circa le persone T, cui si assiste in Italia dal 1982 in poi?

Certamente tutto ciò contribuisce a creare un clima di violenza: se non si adottano delle misure severe per arginare il problema, in un certo senso è come se si “legittimasse” la gente a pensare che le persone transgender siano delle persone di “serie B”, delle quali chiunque può approfittare restando impunito.

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La Corte di appello di Firenze ha ieri ridotto a 28 anni di carcere la pena per il pellettiere Mirco Alessi, che il 29 giugno 2016 uccise con 94 coltellate la 45enne Kimberly da Silva, transgender brasiliana, e con altri 18 fendenti la 27enne dominicana Mariela Josefina Santos Cruz.

Il delitto avvenne nell’abitazione delle donne in via Fiume (nei pressi della stazione ferroviaria di Santa Maria Novella), dove Alessi, all’epoca dei fatti 42enne, si era recato anche quella mattina di giugno, essendo legato da una relazione sentimentale con Kimberly.

Un rapporto, il loro, caratterizzato però da continui litigi per richieste pressanti di denaro da parte dell’uomo. E una lite furibonda scoppiò anche quel 29 giugno di due anni fa. Nel corso d'essa l’artigiano fiorentino, che aveva precedentemente assunto cocaina, impugnò un coltello da cucina iniziando a colpire ripetutamente la compagna.

Si recò quindi nell’altra camera da letto, dove dormivano Mariela e una sua connazionale, Marlenis, di 25 anni. Mentre quest’ultima riuscì a salvarsi gettandosi dalla finestra (ma riportando fratture multiple agli arti inferiori e superiori), l’amica fu accoltellata per 18 volte.

Nonostante fosse riuscita a fuggire fino all’androne dello stabile, Mariela fu trovata agonizzante dagli operatori sanitari accorsi. Sarebbe morta dissanguata poco dopo l'arrivo in ospedale a seguito della recisione dell'arteria femorale provocata da una delle coltellate ricevute su un fianco. Riuscito a fuggire, l'uomo fu arrestato la sera di quello stesso giorno a Monticiano (Si).

Condannato in primo grado a 30 anni per omicidio e tentato omicidio pluriaggravato, Alessi ha successivamente risarcito pecuniariamente le famiglie delle due vittime e, recentemente, anche Marlenis.

Contro la sentenza la procura di Firenze aveva presentato ricorso in appello chiedendo l'ergastolo e l'isolamento diurno di due anni per l'imputato.

Ieri mattina, però, alla luce della confessione di Alessi e dell'atteggiamento sempre collaborativo nonché dell'ultimo risarcimento erogato alla 25enne ferita, il sostituto procuratore generale Filippo Di Benedetto ne ha chiesto la condanna senza contestare l'aggravante della premeditazione. Ha inoltre rinunciato a chiedere l'ergastolo e l'isolamento diurno per due anni. 

A loro volta Massimiliano Manzo e Maria Teresa Pisani, legali di Alessi, hanno rinunciato ad alcuni motivi difensivi.

«La vittoria, direi il miracolo, ci fu già in primo grado – hanno commentato - quando non fu inflitto l’ergastolo. Ma oggi registriamo un ulteriore calo della condanna: ora per il nostro assistito si accende una luce in fondo al tunnel di una vita che potrà riavere il suo corso».

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Omicidio volontario aggravato di L. Muñoz, la 43enne trangender d’origine peruviana trovata morta, il 4 febbraio, a Cinisello Balsamo (Mi).

Con tale accusa Giovanni Amato, un netturbino 42enne con precedenti penali, è stato stamani arrestato dai carabinieri del nucleo operativo di Sesto San Giovanni, che hanno eseguito un'ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip del Tribunale di Monza. Attualmente è detenuto nel carcere milanese di San Vittore.

La vittima era stata trovata riversa sul letto, agonizzante e macchiata del sangue che le fuoriusciva dalla bocca, nella propria abitazione in via Friuli, 29

A farne, quella notte, la scoperta la sua coinquilina, anche lei peruviana, che aveva subito allertato il 118 e i carabinieri, sopraggiunti per constatarne il decesso

In prima battuta il medico legale aveva escluso una morte violenta

L'autopsia aveva poi confermato la presenza di un piccolo foro da arma da fuoco sulla schiena, che hanno portato i carabinieri della compagnia di Sesto San Giovanni, sotto il coordinamento della Procura di Monza, a individuare in una penna-pistola l’arma usata da Amato.

Non ancora accertato il movente del delitto, ma non è escluso che l'uomo abbia agito per sottrarre beni e denaro alla vittima. Il netturbino è infatti ritenuto uno degli autori della rapina e del ferimento messi in atto con un complice, il giorno susseguente l'omicidio, ai danni di un 35enne cinese, proprietario di un bar a Segrate. 

La penna-pistola, dotata di silenziatore, potenziata e appartenente ad Amato, è infatti risultata essere la stessa l'arma con cui è stata uccisa la donna transgender ed è stato ferito, con quattro colpi, il titolare dell'esercizio commerciale. 

«È stata un'indagine complessa - ha spiegato stamani in conferenza stampa la procuratrice della Repubblica di Monza Luisa Zanetti -. I carabinieri hanno esaminato migliaia di fotogrammi di immagini di videosorveglianza, per risalire all'auto dell'omicida».

Si tratta di una Fiat Punto che, stando a un testimone-chiave, aveva precise caratteristiche (un faro molto luminoso, specchietti e fiancate colorate) ma non sufficienti, inizialmente, a identificarne il proprietario.

Grazie a un'impronta lasciata da Amato su una lattina di Coca-Cola trovata in casa della vittima, gli inquirenti sono potuti risalire a lui, quando era stato già arrestato per la rapina di Segrate. 

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Paolo Valerio è noto a livello internazionale per le sue benemerenze in ambito accademico e scientifico

Ordinario di Psicologia clinica presso l’Università Federico II di Napoli, direttore del Centro di Ateneo SInAPSi, presidente dell’Onig e della Fondazione Genere Identità Cultura, è anche un artista dalle mille anime

Alcune sue produzioni scultoree sono esposte dal 6 ottobre presso Palazzo Fruscione a Salerno in occasione della III° Biennale d’Arte contemporanea, che sarà aperta fino al 19 novembre. E proprio nell'ambito della prestigiosa rassegna salernitana a Paolo Valerio è stato attribuito, sabato 13 ottobre, il 2° premio per la Sezione Arte ecosostenibile con l’opera Il sostenibile peso dei sentimenti.

A pochi giorni dall’importante Congresso internazionale La popolazione transgender e gender nonconforming: i differenti contesti dell’intervento, che lo vedrà come promotore e protagonista il 19-20 ottobre presso l’Aula Chiostro dell’ex complesso monastico partenopeo dei SS. Marcellino e Festo, l’abbiamo raggiunto per conoscere quest'aspetto meno noto della sua vita.

Prof. Valerio, come nascono le sue opere artistiche?

Allo stesso modo in cui è nato Il sostenibile peso dei sentimenti che, premiato alla Biennale d’Arte contemporanea di Salerno, era stato già presentato, lo scorso luglio, alla mostra Stone Heart Broken Heart Love Cages and Surroundings presso il castello di Postignano (Pg). Come gran parte delle mie opere, essa è frutto della raccolta di materiale di risulta, trovato sulla spiaggia: funi, cime, reti dai colori vivaci, plastiche bruciate, levigate dal mare  e trasformate dal sole. Materiale destinato a inquinare il mare e le spiagge o a finire in discariche della Terra dei fuochi. Il materiale è stato da me raccolto e assemblato per dare forma a una scultura dai colori vivaci e dalla forma strana.

C’è un collegamento tra la sua ricerca artistica e quella scientifica?

Certo. C’è un filo rosso tra la mia ricerca artistica, il mio impegno da attivista e la ricerca scientifica, che da molti anni svolgo in un’ottica depatologizzante sul mondo dei femminielli napoletani e delle persone Lgbtq. Ricerca, finalizzata ad abbattere sia stereotipi sia pregiudizi e a combattere quegli stigmi che tanta sofferenza possono produrre in chi ne è ingiustamente vittima.

Quelle plastiche, che sono considerate scarti della nostra società, vengono valorizzate e trovano nuova dignità grazie all’intervento dell’artista che sulle spiagge inquinate, attraverso lo sguardo valorizzante, ne percepisce l’intima bellezza, le raccoglie, le trasforma in opere d’arte degne di essere mostrate al pubblico ed eventualmente premiate.

Un richiamo, forse, a quella cultura della differenza, di cui si è fatto negli anni instancabile promotore e per la quale si è fatto conoscere ben al di là dell’ambito universitario?

Sì, infatti. Come ricercatore, da anni cerco di valorizzare proprio una cultura della differenza che rompa barriere, includa, offra pari opportunità a tutti e tutte, in particolare a quelle parti di popolazione che esponenti di forze politiche reazionarie o di movimenti religiosi fondamentalisti considerano scarto, considerano malata. Quelle parti che vorrebbero lasciare ai margini della società, non riconoscendo  loro alcuna dignità e nessun diritto di vivere liberamente la propria esistenza.

Tutto questo è ingiusto, iniquo, inaccettabile e va combattuto. La mia prima mostra fatta a Napoli, presso la Sala Prigioni di Castel dell’Ovo, si intitolava Gender Roles Gender Cages and Surroundings. Con le mie opere volevo ancora una volta porre l’accento su quelle gabbie/stereotipi che connotano e ruoli e identità connesse ai generi.

Professore, come già detto, lei è stata premiata sabato per l’opera Il sostenibile peso dei sentimenti. Ha pensato a chi dedicare un tale riconoscimento?

Non c’è dubbio che, alla luce di quanto finora detto, dedico un tale premio alle persone transgender e gender nonconforming, auspicando che la società in cui viviamo diventi sempre più inclusiva e consenta a tutt* di esprimere serenamente la propria identità senza alcun timore o rischio di stigma e condanna.

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Senza rosa né celeste. Diario di una madre sulla transessualità della figlia è il coinvolgente racconto che Mariella Fanfarillo fa del percorso di transizione della sua Esther, sottopostasi nel mese d'agosto in Thailandia all'intervento di riattribuzione chirurgica del sesso.

Quello della 18enne è un caso di cui si sono ampiamente interessati, lo scorso anno, i media perché il 25 luglio 2017 il Tribunale di Frosinone aveva concesso all’allora Lorenzo, benché in età minorile, la rettifica dei dati anagrafrici senza previo intervento di riattribuzione chirurgica del sesso.

Il libro, che uscirà a giorni per i tipi catanesi Villaggio Maori, «non ha la pretesa di porsi - così osserva l'autrice come un "manuale del bravo genitore di un figlio disforico", ma come un messaggio di positività per tutt* coloro che si sentano spaventat* e spaesat* di fronte a una realtà della quale si parla poco e, spesso, in maniera scorretta. [...] Non si diventa maschi o femmine, lo si è e i nostr* figl* crescono seren* finché non si scontrano con una realtà che li fa sentire divers* dal momento che il loro sesso biologico non corrisponde al genere al quale sentono di appartenere».

Un diario, appunto, nel quale Mariella ripercorre i momenti salienti del percorso di transizione della figlia. Percorso che, però, sente anche proprio perché lei stessa si è messa in discussione, ha elaborato dolori e condiviso gioie per le piccole e grandi conquiste di sua figlia, diventandone la migliore alleata.

Ci racconta Mariella: «Nel momento in cui ho capito che mio figlio è mia figlia e mia figlia è mio figlio, mi sono resa conto che dovevo dire addio soltanto a un nome che avevo scelto e pronunciato per sedici anni con amore. Dentro di me c'è spazio per entrambi, senza sensi di colpa»

Un libro, il suo, che parla di amore ma che, allo stesso tempo, è un atto di accusa verso la politica, le istituzioni e una società indifferenti nei confronti di una realtà spesso stigmatizzata e oscurata.

Ed è proprio d’un volto noto del mondo parlamentare quale Monica Cirinnà la prefazione di Senza rosa né celeste, la cui postfazione è stata invece redatta dall’avvocato Tito Flagella.

La senatrice non può far a meno di muovere un fermo j’accuse contro una «legge vecchia, anzi obsoleta, con i suoi protocolli ormai datati, contro i quali si deve combattere per poter affermare in piena libertà le proprie scelte di vita. Quelle leggi e quei protocolli devono essere cambiati, perché devono rispondere ai bisogni nuovi di una società in continua evoluzione.

Infine le Corti, i giudici, il terzo potere sancito in Costituzione, quello al quale il cittadino si rivolge quando la politica non dà risposte; forse lento, forse cauto per certi versi, ma sempre attento all’evoluzione della società, ai cambiamenti presenti in quella comunità di individui che costituiscono lo Stato. È questa attenzione al nuovo, al cambiamento, che ha permesso alla giurisprudenza, con le sue sentenze, di supplire alla latitanza della politica, e al suo peggior vizio: decidere di non decidere.

Uniti nella diversità, questo è il motto dell’Unione Europea, questo è quello spirito guida che ci permette la convivenza, il rispetto, la lotta alle diseguaglianze, che deve spingere il legislatore all’altruismo per il bene comune della collettività: nessuno deve rimanere emarginato o discriminato, a meno che non si voglia sancire il fallimento della politica. La Repubblica non può discriminare i propri cittadini.

Il coraggio di una madre verso il proprio figlio vi farà versare lacrime "dolci" e comprendere i limiti del rispetto e dell’Amore».

Il conquidente racconto autobiografico di Mariella Fanfarillo sarà presentato la prima volta il 26 ottobre presso la Biblioteca Comunale Luigi Ceci d’Alatri (Fr) nell’ambito del convegno Diversi Diritti che, moderato dal caporedattore di Gaynews Francesco Lepore, vedrà intervenire la senatrice Monica Cirinnà, l’avvocato Tito Flagella, la presidente di Famiglie Arcobaleno Marilena Grassadonia, il prof. Paolo Valerio, ordinario di Psicologia clinica presso l’Università Federico II di Napoli.

convegno

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Il libro La piccola principe. Lettera aperta alle giovanissime su pubertà e transizione (VandA ePublishing, Milano 2018) di Daniela Danna, ricercatrice in Sociologia generale presso l'Università degli studi di Milano, analizza il fenomeno dell'aumento significativo del numero di persone che – in Paesi come Svezia, Finlandia, Regno Unito, Nuova Zelanda e Canada – accedono a percorsi di transizione di genere in direzione FtM (Female to Male) durante l'adolescenza. 

La premessa indispensabile a ogni considerazione sul testo di Danna è che nessuno - tantomeno i rappresentanti delle associazioni transgenere e gli attivisti T italiani - intende negare il fenomeno sociale a cui Danna fa riferimento: l'aumento di richieste di accesso ai percorsi di transizione e autodeterminazione FtM da parte di adolescenti e famiglie esiste, è documentato e inizia a essere una realtà anche in Italia.

Cosa, questa, che sanno bene tanto i professionisti (psichiatri, psicologi, endocrinologi, avvocati, giudici) che lavorano a stretto contatto con la realtà transgenere, quanto gli operatori e gli attivisti che da anni lavorano nelle associazioni. Tenendo conto del fatto che in gioco c'è la salute di persone adolescenti, il fenomeno merita certamente attenzione, prudenza, studio e grande cautela.

Il dibattito e il confronto su un tema così delicato necessitano di competenze trasversali (mediche, giuridiche, sociali, culturali, politiche), di una visione non dogmatica, di esperienza diretta e documentata con il fenomeno e con le persone a cui ci riferiamo e di onestà intellettuale. Elementi, questi, che nel saggio di Daniela Danna mancano

L'analisi della sociologa milanese - pur ricca di importanti considerazioni sulle conseguenze della misoginia che tutti, nessuno escluso, abbiamo introiettato - risulta infatti parziale e strumentale. Troppo spesso, inoltre, impone verticalmente, quasi muscolarmente, visioni dogmatiche («Non esistono bambini e adolescenti trans. Esistono bambini e adolescenti effemminati e bambine e adolescenti mascoline» – «Il concetto di 'cis' non ha senso»), stereotipate («Invece ci sono donne trans ipercurate, depilate al laser, manierate e seduttive, quindi molto più 'cis' di noi lesbiche anche se sono trans!») e oscurantiste («Possiamo solo rappezzare mostri come Frankenstein da pezzi di da pezzi di cadaveri: gli esseri viventi non nascono in laboratorio»).

Dalla lettura di questo saggio deriva l’impressione che i percorsi di transizione degli adolescenti vengano usati come grimaldello per scardinare l'impianto teorico legittimante la stessa esistenza delle persone T sul piano giuridico, scientifico, sociale: a essere messa in discussione è, infatti, l'identità di genere attraverso la selezione capziosa di dati e ricerche.

Danna riporta in auge l'errata identificazione del fenomeno della variabilità di genere con quello dell'omosessualità, riconoscendo nella misoginia interiorizzata la causa dei percorsi di transizione e autodeterminazione FtM. Ritorna poi - ignorando decenni di studi e letteratura scientifica che avvalorano la tesi che la variabilità di genere non rientra nel novero delle patologie mentali ma, semmai, delle variazioni naturali della concezione comune e binaria dei generi - sulla "questione delle cause", mettendo all'angolo l'autodeterminazione delle persone T. 

Mette, infine, in dubbio la stessa presa di parola delle persone T e la possibilità per le persone T di definirsi come gruppo sociale che nomina la sua stessa oppressione, cancellando decenni di movimento, di comunità e di subultura transgenere italiana e internazionale. «Questa gran confusione – si legge nel saggio - suggerisce sia meglio buttar via la parolina 'cis', e cestinare anche la credenza che chi è cis goda di un privilegio nei confronti di chi è 'trans’».

Non occorre essere sociologi per sapere che qualsiasi gruppo sociale, qualsiasi minoranza ha avuto e ha bisogno di parole per definire la propria differenza rispetto alla maggioranza: la parola cisgender potrebbestare a transgender come, ad esempio, la parola omosessuale sta a eterosessuale. E, se la parola cisgender non piace a qualcuno, ce ne sono tante altre. Negli anni '90 del secolo scorso e nel primo decennio del 2000, nel gergo della comunità T, utilizzavamo espressioni (spesso con il sorriso sulle labbra) come "donna genetica" o "uomo genetico" per definire chi non era transgenere, o "ragazze XY" o "donne XY" per definire le donne transgenere.

Il linguaggio cambia con i decenni e le generazioni. A non cambiare è il bisogno della comunità T (e di qualsiasi minoranza) di definire se stessa e di significare il mondo con il suo sguardo. Ora è proprio questo nostro bisogno di parlare di noi e per noi che nel saggio di Daniela Danna viene messo in discussione e delegittimato.

Il problema sembra non essere la parola cisgender, ma l'idea che le persone transgenere prendano la parola come gruppo sociale. Cercare di impedire e di frenare l'articolazione di nuovi linguaggi, che nascono dal bisogno di un gruppo di definire la sua oppressione nel sistema sociale, significa promuovere l'idea che il linguaggio delle minoranze e delle subculture vada, in qualche modo, riconosciuto e validato da autorità esterne, controllato, se non censurato

Danna fa, insomma, ciò che il patriarcato fa da sempre con la presa di parola delle donne, prendendo pretestuosamente un tema delicatissimo che per essere affrontato richiederebbe, più di tutto, l'assenza di posizionamenti ideologici

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Nell’anniversario delle Quattro giornate di Napoli - episodio di vera e propria insurrezione popolare che, consumatasi tra il 27 e il 30 settembre 1943, condusse il popolo napoletano a liberarsi autonomamente, prima dell’arrivo degli Alleati, dall’occupazione nazifascista - il nostro pensiero non può non andare al protagonismo dei femminielli più volte raccontato da Antonio Amoretti, presidente provinciale dell’Anpi.

Se è vero che Napoli fu la prima tra le grandi città europee a insorgere contro il giogo nazifascista, il merito fu anche dei femminielli che vivevano nel ventre popolare della città  e che sono state persone eroiche troppe volte dimenticate dalla storia ufficiale.

D’altronde, i femminielli hanno avuto un ruolo centrale nella magmatica composizione della comunità Lgbti napoletana e hanno attratto l’attenzione di studiosi, scrittori e antropologi. 

Con il termine femminiello, è opportuno ricordarlo, si suole indicare uomini che vivono e sentono da donna. Sarebbe riduttivo definirli travestiti e, anche se possono essere ricondotti nell’alveo del transgenderismo, i femminielli napoletani, di cui oggi restano poche eredi, sono visibilmente distanti dal profilo contemporaneo globalizzato e metropolizzato delle persone transgender.

Nei femminielli napoletani si infrangeva e si superava il consuetudinario binarismo di genere e la loro sola presenza ha rimescolato per decenni ruoli sociali e stereotipi di genere diffusi e reiterati. 

E i femminielli napoletani, nelle gloriose giornate del settembre 1943, scesero in piazza e salirono sulle barricate. Come più volte ricordato da Antonio Amoretti, insignito tra l’altro anche dell’Antinoo d’Oro (riconoscimento offerto dal Comitato Arcigay di Napoli), i femminielli napoletani nei giorni delle lotte a Piazza Carlo III, nel quartiere San Giovanniello, scesero per le strade al fianco dei partigiani, imbracciarono le armi, combatterono con convinzione difendendo la città con coraggio e con onore.

E sarà proprio Antonio Amoretti che, il 1° ottobre, porterà una targa e dei fiori rossi al quartiere San Giovanniello insieme con Atn (Associazione Trans Napoli), Arcigay Antinoo di Napoli, Asd Kodokan.

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Il senato accademico dell’università romana Sapienza ha ieri approvato il doppio libretto per gli studenti e le studenti trans. Un traguardo di significativo valore, il cui raggiungiumento è stato ottenuto grazie all’impegno congiunto del Prisma - Collettivo Lgbtqia+ e di Link Sapienza.

Come reso noto dalle due associazioni studentesche su Facebook, «la vittoria fondamentale è che abbiamo ottenuto un regolamento all'avanguardia, che dia la possibilità a chiunque, anche senza l'obbligatorietà di intraprendere il percorso di transizione, di poter usufruire del servizio».

Unica condizione richiesta, per poter usufruire del doppio libretto, la certificazione rilasciata da un generico ente competente allo studente o alla studentessa interessata.

Punto, questo, su cui Prisma e Link Sapienza intendono però rilanciare la loro battaglia. «Vogliamo – spiegano sempre su Fb – che sia Sapienza a gestire tutto l'iter, implementando servizi già esistenti, che sarebbero gli unici a garantire veramente la privacy e la tutela della dignità delle persone trans*. Non servono diagnosi, non siamo malat*, si tratta solo di diritti e opportunità.

Continueremo a lottare (anche da sol*, come è successo fino ad ora) e non ci fermeremo di certo. L'università deve essere davvero di tutte e tutti».

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Leda è una coutourier di abiti d’epoca. Ma anche un’attivista transgender per i diritti civili, il cui impegno è stato profuso non solo nella natale terra piemontese. Ma anche nei vari luoghi in cui si è trasferita per motivi di lavoro. Dal marzo scorso vive a Biassono, comune della provincia di Monza e Brianza, dove è a tutti noto il suo percorso di transizione.

Ma nella notte ha ricevuto da uno sconosciuto ripetute telefonate insultanti e minatorie. «Ti sfregio e ti stupro», le ha detto l’uomo dal forte accento romano, annunciandole di aggredire anche la madre che vive nel Cuneese.

Una drammatica esperienza, che l'ha gettato nel panico al punto tale da essere successivamente sedata da un medico. Una drammatica esperienza, che è stata raccontata da una coppia di vicini di casa di Leda sul profilo Facebook della stessa e dietro sua espressa autorizzazione.

«Da poco più di un'ora Leda - si legge su Fab - ha ricevuto una serie di chiamate minatorie a cui abbiamo assistito attoniti io ed ed il mio compagno. Leda ci aveva avvertiti della prima e della seconda chiamata poco dopo che fossero avvenute. Prontamente abitando a poca distanza ci siamo precipitati e la abbiamo trovata in stato di forte agitazione. Sono seguiti altri squilli da un numero anonimo.

Rispondendo in viva voce un uomo dal forte accento romano la insultava e minacciava di sfregiarla e usarle violenza, e di voler far del male anche a sua madre che é distante, questo la ha terrorizzata. Leda non ha fatto mai mistero della proprio percorso di transizione né del suo impegno a favore dei diritti civili. Qui in paese la sua storia è conosciuta e, nonostante gli ideali politici locali possano essere contrastanti col suo vissuto (Biassono è retto da un’amministrazione della Lega, ndr), lei è considerata da tutti come una ragazza volenterosa, gentile, educata, è benvoluta e stimata da chiunque la incontri».

Incredulità e rabbia i sentimenti dell’autrice del post anche in considerazione del fatto che Leda «con entusiasmo e volontà sta cercando di ricostruirsi una nuova vita qui in Lombardia. Ha avuto recentemente problemi di salute che sta risolvendo e questo improvviso orrore temiamo la possa far star male nuovamente.

È da poco intervenuto un medico che le ha praticato un sedativo. Rimarrò con lei in nottata. Domani è mia e nostra intenzione accompagnarla dalle autorità competenti per i provvedimenti del caso. Auspichiamo che non debba più ripetersi quanto accaduto. Leda desidera più di ogni altra cosa e come tutti poter vivere tranquillamente e serenamente».

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