Il 28 luglio scorso l’ex senatore Sergio Lo Giudice è stato nominato responsabile del Dipartimento Diritti civili del Pd.

Un incarico di particolare significato per un uomo da sempre impegnato (prima in qualità di attivista e presidente di Arcigay, quindi in quella di parlamentare della XVII° legislatura) nelle lotte di rivendicazione per la piena parità delle persone Lgbti e inclusione delle stesse.

Nonostante la sensibilità, la determinazione e l’attenzione con cui Lo Giudice ha affrontato tali battaglie, la sua nomina ha destato critiche e reazioni anche all’interno della stessa collettività arcobaleno.

Non senza punte di parossismo, come nel caso di ArciLesbica Nazionale, che ha nuovamente agitato lo spettro di un conseguente sostegno alla pratica della gpa (volutamente indicata coi termini spregiativi di utero in affitto).

A poco più di due settimane dall’assegnazione della carica abbiamo contattato il neoresponsabile del Dipartimento Diritti Civili, per raccoglierne valutazioni e fare il punto sull’attuale situazione politica del Paese.

Professore Lo Giudice, con quali aspettative e quali prospettive ha accolto una tale nomina?

La nomina mi ha fatto certamente piacere: ha significato un riconoscimento delle esperienze collettive da cui provengo e un segno di attenzione del Pd a un tema troppo spesso  trascurato. Dai diritti dei detenuti a quelli delle minoranze etniche e religiose, dai temi Lgbti a quelli legati al fine vita sono tante le questioni aperte che riguardano il rispetto della sfera personale nel rapporto con lo Stato.

C’è tanto da fare anche se, in un momento in cui il Pd si avvia a congresso, il ruolo dei dipartimenti tematici si giocherà molto sulla attivazione di idee ed energie per ridisegnare il profilo di un partito rinnovato.

Come ha vissuto le critiche che le sono giunte da una parte del movimento Lgbti?

Alle critiche ci sono abituato: i temi legati ai diritti civili, soprattutto quelli che investono la sessualità o le relazioni familiari, creano dibattito, spesso acceso. Per quel che mi riguarda continuerò a usare le leve del dialogo e del confronto fra tutte le posizioni. Il Pd deve avere l’ambizione di essere il perno di un campo largo della sinistra. Il confronto fra posizioni diverse è inevitabile: è da qui che possono nascere sintesi nuove.

Questo governo sta mostrando un atteggiamento decisamente reazionario e retrivo rispetto ai diritti civili: secondo lei le persone Lgbti stanno correndo concreti pericoli?

Io non credo che questo governo riuscirà a realizzare granché di quello che minaccia e, comunque, i temi relativi ai diritti Lgbti non fanno parte dell’accordo di potere fra Lega e M5s. Ho un altro timore, che già vedo concretizzarsi: che la propaganda del governo nazionalpopulista e lo sdoganamento in atto dell’egoismo sociale e dell’odio verso le minoranze avvelenino i pozzi della convivenza civile. Si rischia di compromettere nel profondo quella cultura democratica e solidale fondata sulla Costituzione, che da 70 anni rappresenta il collante morale degli italiani.

Nel quadro politico attuale quale “ricetta” politica consiglierebbe per ristabilire un rapporto di fiducia tra elettorato e centrosinistra?

Il Pd ha già aperto un percorso congressuale che si concluderà entro il prossimo inverno. Sarà fondamentale che si dia vita a una discussione aperta a tutte quelle forze sociali, gruppi politici, cittadine e cittadini oggi senza appartenenza ma che sarebbero pronti a rimettersi in gioco di fronte a un progetto credibile per il Paese.

Secondo lei qual è stato l’errore maggiore che ha determinato un evidente scollamento tra le due parti?

Negli ultimi anni il Pd non è stato in grado di dare risposte adeguate a bisogni sociali nuovi, a un impoverimento crescente, alla frammentazione del mercato del lavoro. Su questi temi vanno ripensate le parole d’ordine e le ricette economiche, con la radicalità di chi vuole decisamente ridurre le diseguaglianze.

Guai però a pensare che un ritardo sulle questioni sociali sia conseguenza di quell’impegno sui diritti civili che nell’ultima legislatura ha prodotto leggi attese da troppo tempo come le unioni civili o il testamento biologico. Diritti civili e diritti sociali si tengono assieme, contrapporli sarebbe un errore da ogni punto di vista.

A novembre ci sarà il Congresso nazionale elettivo di Arcigay. Cosa si aspetta al riguardo?

Da quel congresso mi aspetto una riflessione a tutto campo su come stare in questa fase nuova. Arcigay rimane la più grande e strutturata associazione Lgbti italiana in un contesto in cui i bisogni della comunità sono sempre più articolati.

Secondo lei, su quale piano e in quale direzione dovrebbero essere intensificati gli sforzi di Arcigay per resistere al clima omotransfobico incalzante?

In questi anni sono emerse nuove identità prima nascoste, come quelle delle persone intersessuali, nuove realtà sociali come le famiglie arcobaleno, nuove risorse normative e giurisprudenziali.

Credo che questa complessità chiami Arcigay a un’azione intensa. Un’organizzazione così strutturata non ha pari in Europa: è una risorsa per l’intera comunità e per il Paese. Questo è un punto di forza, ma anche una bella responsabilità, che va assunta fino in fondo.

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Un ennesimo episodio di discriminazione da orientamento sessuale o identità di genere. Questa volta è capitato a Noemy, una donna transgender 35enne, nota nel mondo dei locali notturni quale spogliarellista. Le è stato infatti vietato d’accedere in una disco romana appunto perché trans.

È stata lei stessa a ricostruire i contorni della vicenda a Gaynews.

Alle 00:45 di oggi s’era recata in compagnia di due amiche al Nice (discoteca in zona Ponte Milvio), dove c’era un tavolo prenotato al loro nome in zona privé. «Ci stavano per far entrare – così racconta ancora incredula Noemy –, quando a un certo punto ci hanno bloccato.

Si è avvicinato allora un uomo e con molta gentilezza ci ha comunicato di essere rammaricato e di provare vergogna di ciò che stava per riferirci. Che, in pratica, non si poteva entrare per colpa mia.

Sono rimasta sbalordita come anche le mie amiche. Gli abbiamo chiesto la motivazione e lui ci  risposto, senza nominarla, che una persona dello staff mi aveva riconosciuta in quanto trans. Per cui io mi sarei dovuta allontanare mentre le mie amiche, se erano “vere” donne biologiche, sarebbero potute entrare».

A distanza di tante ore Noemy ha ancora difficoltà a parlarne.

«Sono ancora scioccata da quanto accaduto – aggiunge –. Io mandata via pubblicamente da un locale pubblico per il solo fatto d’essere trans. In 35 anni non mi era mai capitato di essere vittima d’una discriminazione omotransfobica, di subire una tale umiliazione».

Anziché chiamare carabinieri o polizia Noemy ha preferito denunciare la vicenda attraverso una recensione fortemente negativa sul sito del Nice con tanto di motivazione per omofobia.

«Mi aspettavo una risposta – conclude –. Una richiesta di scuse da parte dei gestori. E, invece, nulla. Soltanto un duraturo e assordante silenzio, che mi ferisce ancora di più».

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L’euforia messicana per la vittoria sulla Germania nella partita d’esordio ai Mondiali ha ricevuto negli scorsi giorni un duro contraccolpo dalla Fifa. La federazione calcistica centramericana è stata infatti multata di 10.400 dollari per i cori omofobi indirizzati a Manuel Neuer.

Nel corso del match, tenutosi il 17 giugno a Mosca, il portiere della nazionale tedesca è stato infatti beffeggiato a ogni rinvio dai tifosi messicani al grido di Ehhhhh, puto. Termine, questo, che, altamente spregiativo, è sinonimo del nostro frocio.

Motivo per cui, ieri, i partecipanti alla 40° edizione del Pride di Città del Messico si sono mescolati, lungo il Paseo de la Riforma, ai tifosi in festa per la vittoria del Messico sulla Corea del Sud. Vittoria che, conseguita appunto proprio nella giornata del 23 giugno, ha consentito alla federazione calcistica nazionale di accedere di fatto agli ottavi di finale.

«Speriamo che presto questo coro venga dimenticato – ha dichiarato alla stampa un passante, che celebrava con la sua famiglia la vittoria calcistica durante la parata –  e trasformato in qualcos'altro».

Benché il Messico abbia fatto grandi passi in avanti nel cammino per i diritti delle persone Lgbti (il matrimonio egualitario è legale nella capitale dal 2006 e successivamente lo è divenuto in 12 dei 31 Stati che lo compongono), la loro situazione non è del tutto rosea soprattutto al di fuori della capitale.

Uno studio, condotto nel 2016 dall'Università nazionale autonoma, ha evidenziato come il Messico sia il secondo dei Paesi dell’America Latina (dopo il Brasile) per numero di crimini omofobici e transfobici. Risale soltanto ad alcuni giorni fa l'uccisione di tre attivisti Lgbti lungo l'autostrada tra Taxo e Cuernavaca.

La Commissione nazionale per i diritti umani ha inoltre etichettato la cultura messicana come machista e patriarcale.

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Un Pd che frena sulla legge regionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere. E, per giunta, in una regione considerata roccaforte storica della sinistra.

È quanto succede da anni in Emilia-Romagna, dove il progetto di legge, presentato nella scorsa legislatura dall’allora consigliere Franco Grillini, non è mai arrivato in Aula per la discussione nonostante le rassicurazioni d’approvazione dello stesso entro il 2018 da parte del presidente Stefano Bonaccini.

Ma all’etica della parola data di richettiana memoria si è contrapposta l’urgenza della «piena condivisione del testo da parte del partito». Questo il motivo invocato, il 17 maggio scorso, dal segretario del Pd Emilia-Romagna Paolo Calvano in risposta alla manifestazione di protesta delle associazioni Lgbti davanti al Palazzo della Regione. Condivisione però chimerica, viste le resistenze della cosiddetta compagine cattodem alla stessa discussione del progetto di legge e subito codificate, proprio il 17 maggio, nelle dichiarazioni del consigliere regionale Giuseppe Paruolo.

Ma ieri colpo di scena. I Consigli comunali di Bologna, Parma e Reggio Emilia – senza contare quella precedente del 26 maggio a Modenahanno deliberato a maggioranza l’adesione al progetto di legge (divenuto d’iniziativa popolare) col raggiungimento, in tal modo, della quota di elettorato necessaria all’obbligatoria discussione in Regione. Approvazioni, queste, raggiunte anche coi voti favorevoli del M5s.

Ma per conoscere più approfonditamente le posizioni dei pentastellati al riguardo, abbiamo raggiunto la capogruppo e consigliera regionale Silvia Piccinini.

Consigliera, il progetto di legge regionale contro l’omotransnegatività giace da anni in una sorta di limbo. Come giudica un tale ritardo da parte di un’amministrazione di centrosinistra?

Lo giudico come una prova, purtroppo non la prima e senza dubbio non l'ultima, del fatto che il centro sinistra in Emilia-Romagna non risponde più da tempo ai valori della tradizione della nostra terra e nemmeno ai bisogni della società, delle comunità, delle persone di questa regione.

Ma “ritardo” non è la parola giusta. Forse bisognerebbe parlare di vera e propria “scomparsa”  del tema dall’agenda della maggioranza. Ma questi sono i tempi del renzismo ed è evidente che anche per il centro sinistra e la sinistra emiliano- romagnola le priorità ora sono altre. Io però non ne farei più una questione ideologica o di appartenenza politica. La lotta contro l’omotransfobia è una questione di civiltà, una battaglia che dovremmo abbracciare tutti quanti.

Il presidente Bonaccini aveva promesso nel settembre scorso che la legge si sarebbe fatta entro un anno. Ma nell’incontro coi manifestanti il segretario del Pd Calvano ha parlato di necessità di condivisione del testo col partito. Che fine ha fatto, secondo lei, l’etica della parola data in politica?

Senza etica la politica diventa semplice ricerca del proprio interesse. E, nel momento in cui alle promesse non corrispondono i fatti e ci si limita alle dichiarazioni propagandistiche, il danno è doppio. Oltre alla perdita di credibilità si alimenta la disaffezione dei cittadini alla politica e alla partecipazione alle scelte che li riguardano. E questo non va bene. Nel caso specifico è evidente come gli interessi spiccioli di partito e “la tutela” delle loro contraddizioni interne abbiano la priorità, rispetto ad un tema su cui si potrebbe agire subito e senza esitazioni e che ci dovrebbe vedere tutti concordi e sullo stesso fronte.

I casi di omotransfobia non accennano a diminuire. Il M5s sosterrebbe per un senso di responsabilità e sensibilità verso le persone Lgbti un tale progetto di legge - magari integrandolo con proprie proposte - sull’esempio di quanto dichiarato dalla capogruppo M5s alla Regione Lazio Roberta Lombardi?

Abbiamo esaminato il testo e siamo pronti a votarlo, non per senso di responsabilità o opportunità politica, ma perché crediamo sia un provvedimento semplicemente giusto e necessario. Il problema qui però, come dicevo, sono le divisioni interne alla maggioranza. Temiamo infatti un ulteriore rallentamento dei tempi che servirà a loro per trovare l’accordo con i “malpancisti” su un testo che molto probabilmente sarà annacquato e depotenziato e, quindi, utile solo come bandierina da sventolare nelle giuste occasioni.

Noi per evitare questo abbiamo depositato, la scorsa settimana, un nostro progetto di legge - crediamo migliorativo -, che recepisce anche alcuni elementi positivi contenuti nella legge umbra e ne chiederemo l’immediata iscrizione in commissione.

Come giudica le valutazioni del consigliere Giuseppe Paruolo?

Alla luce di quanto dichiarato penso che amichevolmente gli regalerò una copia dell’art. 3, comma 2 della Costituzione che recita: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

Le sue sono parole arcaiche, fuori dal tempo e dalla storia, che mi sarei aspettata da un esponente conservatore di destra, non del Pd. La nostra regione si è dotata da qualche anno di una legge contro le discriminazioni femminili. Integrare questa visione con la lotta alle discriminazioni di tutti gli orientamenti sessuali e di tutte le identità di genere, sostenendo un principio fondamentale che è quello dell’autodeterminazione di ogni persona, sarebbe un gesto minimo di civiltà.

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Un’odissea quella della legge regionale contro l’omotransnegatività in Emilia-Romagna. Nella scorsa legislatura si era a un passo dall’approvazione quando il governatore Vasco Errani si dimise.

Una battuta d’arresto cocente per l’allora consigliere regionale Franco Grillini che, primo firmatario del progetto di legge contro le discriminazioni e la cultura omofobica, era comunque convinto d’un logico quanto rapido ottenimento di tale risultato con l’insediamento della nuova Giunta nel novembre 2014. Ma, invece, in un gioco illogico di rimbalzi e promesse – non ultima quella del presidente Bonaccini che, nel 2016, aveva dato pubblica rassicurazione sull’approvazione del pdl nel giro d’un anno – si è arrivati fino a oggi senza che il testo sia mai arrivato in Commissione per la pre-discussione.

Cosa che ha portato, il 17 maggio, le associazioni Lgbti dell’Emilia-Romagna a organizzare un presidio di protesta in Viale Aldo Moro, conclusosi con un incontro, definito deludente dalla delegazione di attiviste e attivisti, col capogruppo Pd Stefano Caliandro e il segretario regionale dem Paolo Calvano ancorati a un concetto di “piena condivisione partitica del progetto di legge”. Condivisione ovviamente inesistente, viste le resistenze della compagine cattolica

Da qui l’ulteriore estenuante rimpallo ai Consigli comunali per tentare la strada del progetto di legge d’iniziativa popolare. Che, oggi, proprio grazie all’approvazione dei Consigli comunali di Bologna, Reggio Emilia, Parma – cui si va aggiungere quella precedente degli omologhi modenesi in data 26 maggio – ha finalmente trovato una soluzione irreversibile.

Il Consiglio comunale di Bologna ha infatti approvato la relativa delibera con 23 voti favorevoli (Partito Democratico, Città comune, Movimento 5 stelle, Clancy-Coalizione civica), un astenuto (Martelloni di Coalizione civica) e 7 contrari (Lega nord, Forza Italia, Insieme Bologna). Il sindaco Virginio Merola così ha commentato il risultato a Gaynews: «Con il voto di oggi diventa obbligatorio discutere in Consiglio regionale la legge contro le discriminazioni per i cittadini Lgbti. La città di Bologna infatti con il suo voto ha già raggiunto la quota di elettorato necessaria. Si aggiungeranno altri Comuni ampliando la richiesta. Voglio che la Regione legiferi in materia come tante altre hanno già fatto».

Stesso risultato, in giornata, anche a Reggio Emilia. Alberto Nicolini, presidente del locale comitato Arcigay, ha dichiarato: «In una giornata in cui l'Italia intera discute di Istituzioni e processo democratico, Reggio Emilia regala ancora una volta un grande segnale a favore dei diritti e delle persone. Poche ore fa, infatti, il Consiglio comunale della città del tricolore si è chiaramente espresso perché la Regione discuta nel merito la legge contro l'omofobia-bi-lesbo-transnegatività: una legge orientata alla formazione e al miglioramento delle vite delle persone Lgbti, una legge che permetterà di ridurre i reati e le situazioni discriminatorie. Un grazie sincero ad Articolo 1-Mdp, M5s, Pd e Si. Un primo passo è stato fatto, e siamo pronti alla corsa che ci aspetta. Ora parli la Regione».

E alle 21:20, di un lungo consiglio comunale iniziato alle 15:00, anche a Parma è stata approvata la delibera circa la legge regionale contro l'omofobia. 21 i voti favorevoli (18 Effetto Parma, 3 Pd). Unico astenuto Pezzuto del Pd mentre i consiglieri di Lega Nord e d'altri schieramenti hanno preferito allontanarsi dall'aula consiliare.

Su tali risultati, che adesso impegnano la Regione a legiferare in materia, così si è espresso il direttore di Gaynews Franco Grillini: «La legge è già in vigore in numerose Regioni tra cui Toscana, Liguria, Umbria e in discussione in diverse altre tra cui Lazio, Calabria, Campania, Puglia, Basilicata. Si tratta ora di fare lo stesso in Emilia-Romagna, dove c’è tutto il tempo necessario prima della fine di questa legislatura (oltre un anno e mezzo).

È stata ampiamente superata oggi quella percentuale di cittadini rappresentati per l’immediata discussione in Commissione e in Aula in Consiglio Regionale. Facciamo affidamento alla volontà politica espressa dallo stesso Pd e dalle altre forze della sinistra in Consiglio Regionale, a cui si è aggiunto di recente anche una proposta del gruppo 5 Stelle prefigurando un’ampia maggioranza anche senza i clericali, detti cattodem. Con essi, comunque, vogliamo discutere nel tentativo di convincerli che le discriminazioni vanno combattute anche con provvedimenti legislativi così come hanno fatto le numerose altre regioni in Italia e in Europa.

Sarebbe veramente incomprensibile che ciò non si facesse in una Regione che si vuole all’avanguardia dei diritti come la Regione Emilia-Romagna.»

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Una Piazza della Scala gremita per dire no a ogni forma d’odio. Al grido di Stop Hate è iniziata alle 11:00 la manifestazione milanese che, lanciata dall’assessore meneghino Pierfrancesco Majorino a seguito dei continui quanto anonimi attacchi omofobici e minatori via social nei riguardi dell’attivista Luca Paladini, è stata convintamente accolta e organizzata dallo stesso fondatore dei Sentinelli di Milano.  

Il raduno ha dato anche l’avvio a una grande campagna contro stalking, cyber-bullismo, minacce, incitamenti all’odio e violenza di genere finalizzata altresì a richiedere una legge efficace contro l’omotransfobia.

Tanti gli interventi susseguitisi, tra cui quelli dello stesso Paladini, dell’ex presidente della Camera Laura Boldrini, del sindaco di Milano Giuseppe Sala, di Cecilia Strada, di Malika Ayane.

Letti anche i messaggi di affettuosa vicinanza giunti da ogni parte d'Italia a partire da quelli delle senatrici Liliana Segre e Monica Cirinnà. Alle dichiarazioni ufficiali si sono alternate testimonianze, racconti ed esperienze che hanno confermano l’insufficienza della attuale legislazione e la necessità di tutelare le vittime dei reati d’odio. Reati che sono oggi amplificati dalla mancanza di regole adeguate all’interno dei social network.

La manifestazione di Piazza della Scala non è andata però esente da contestazioni come quella di alcune femmimiste. Le stesse che stanno da giorni fomentando la polemica sull'inesistente sfratto di ArciLesbica dal Cassero di Bologna tra la generale soddisfazione di gruppi di destra, giornali clericali e artisti dal calibro di Povia.

In nome d'una querula retorica vittimale si è infatti invocata un'opera di cyberbullsimo che sarebbe stata messa in campo per l'addietro dallo stesso portavoce dei Sentinelli. Accuse non solodel tutto infondate ma quanto mai inappropriate nei riguardi di chi da mesi è oggetto continuamente d'una persecuzione tale da essere prossimamente al centro di un'interrogazione parlamentare

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Nella Giornata internazionale contro l’omotransfobia Avellino ha aperto la stagione  dell’Onda Pride 2018. Un primato per il capoluogo irpino, unico tra quelli della Campania a non aver mai ospitato una marcia dell’orgoglio Lgbti.

Marcia che, partita da Piazza Libertà, si è snodata a tappe lungo Corso Vittorio Emanuele con testimonianze dirette e momenti artistici per sensibilizzare la cittadinanza sulle tematiche Lgbti in un territorio dove si parla poco o addirittura si evita di affrontare questi temi. Ad aver organizzato il Pride, cui ha partecipato in veste di testimonial il giornalista Rai Alessandro Baracchini, l’associazione locale Apple Pie.

Presenti tanti attivisti e attiviste campani, tra cui Eddy Parascandolo, presidente del Coordinamento Campania Rainbow, Giuseppina La Delfa, ex presidente di Famiglie Arcobaleno, Ottavia Voza, referente d’Arcigay Nazionale per le Politiche Trans, Antonello Sannino, presidente di Arcigay Napoli, Daniela Lourdes Falanga, responsabile Diritti Persone Trans per Arcigay Napoli, nonché l’artista Ciro Cascina. Tante le persone in strada o affacciate dalle proprie abitazioni, che hanno salutato con entusiasmo l'Avellino Pride, comprese alcune anziane suore della Casa di riposo Alfonso Rubilli.

suore

Una marcia dell’orgoglio interamente dedicata alle vittime dell’omotransfobia, ricordate al termine della manifestazione davanti alla Villa Comunale col lancio di palloncini colorati sulle note di Hallelujah di Leonard Cohen.

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Con 35 voti favorevoli, 4 contrari e nessuna astensione il Consiglio comunale capitolino ha approvato la mozione ex art. 109 presentata dal Movimento 5Stelle.

Essa impegna dal prossimo anno la sindaca, la giunta e i suoi assessori a «promuovere l’adozione di ogni iniziativa utile per garantire adeguata risonanza alla celebrazione della Giornata internazionale contro l'omotransfobia per il giorno 17 maggio di ogni anno». E, questo, attraverso l’attuazione, «in sinergia con gli enti istituzionali e con le associazioni del territorio, di iniziative di sensibilizzazione dell’opinione pubblica in particolare rivolte anche al mondo della scuola, attraverso l’organizzazione di eventi e dibattiti a carattere comunale e municipale».

Nello specifico, ogni 17 maggio, la bandiera arcobaleno sarà esposta sia presso il Campidoglio sia presso i singoli municipi. Al contempo l'amministrazione capitolina organizzerà e coordinerà una consulta con le associazioni Lgbti per un confronto sugli atti omotransfobici e la relativa messa in atto di strategie di prevenzione e contrasto agli atti omotransobici.

Erano presenti in Campidoglio esponenti di associazioni Lgbti come Sebastiano Secci, presidente del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, e Cristina Leo, coordinatrice del Coordinamento Lazio Trans. In giornata la sindaca Virginia Raggi ha twittato: «È la Giornata Internazionale contro l'omofobia e la transfobia. Roma contro la violenza e i maltrattamenti. Sempre. Stop omofobia».

In realtà già dallo scorso anno si tiene nei municipi della capitale una settimana d’eventi contro l’omotransfobia e nelle sale consiliari di alcuni di essi viene esposta, il 17 maggio, la bandiera rainbow. Come, ad esempio, in quella del municipio X (di Ostia), dove nella mattinata la rainbow flag è stata platealmente rimossa dal consigliere comunale di CasaPound Luca Marsella

«Stamattina entro in aula e trovo la bandiera arcobaleno accanto al tricolore - così sul suo profilo Facebook Marsella -. Chiedo cosa significhi, magari è in solidarietà ai palestinesi uccisi in questi giorni. Scopro invece che è semplicemente lì contro estremismi e discriminazioni. Ho tolto quella bandiera messa dal M5S, che in un'aula istituzionale non c'entra nulla e rappresenta soltanto una prevaricazione. Se volete dimostrare coraggio, domani portate la bandiera della Palestina. E basta con queste idiozie, pensiamo ai problemi di Ostia.  Ps: prima o poi tolgo pure la foto di Mattarella».

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Si è tenuta ieri presso Palazzo Montecitorio la conferenza stampa di presentazione della proposta di legge contro l’omotransfobia, depositata alla Camera il 2 maggio scorso dal deputato Alessandro Zan (Pd).

Oltre al parlamentare d’origine padovana sono intervenuti i deputati Silvia Fregolent e Ivan Scalfarotto nonché la senatrice Monica Cirinnà, che il 21 marzo ha presentato al Senato una pdl similare recante Norme contro le discriminazioni motivate dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere.

Come quella avanzata da Zan, tale proposta di legge si propone di estendere agli atti di discriminazione e ai delitti motivati dall’odio nei confronti delle persone omosessuali e transessuali la protezione già garantita ai crimini d’odio fondati su motivazioni razziali, etniche, nazionali o religiose dal recente art. 603-bis del Codice penale.

«In ossequio – spiega la senatrice Cirinnà – al generale principio stabilito dall’articolo 609-septies del Codice penale, si ritiene di escludere la perseguibilità d’ufficio, ricollegata dall’articolo 6 della "legge Mancino" alla configurabilità dell’aggravante di cui all’articolo 3, per il delitto di violenza sessuale di cui all’articolo 609-bis del Codice penale» Ha quindi aggiunto: «Il terzo articolo del disegno di legge istituisce anche in Italia la Giornata nazionale contro l'omofobia e la transfobia nella data del 17 maggio. L’art. 4 assegna all’Istat il compito di sopperire all’attuale assenza di dati attraverso una rilevazione statistica quadriennale».

Eccone il testo:

Art. 1.

(Modifiche al codice penale)

 

All’articolo 604-bis del codice penale sono apportate le seguenti modificazioni:

a)  al comma 1, lettera a), le parole: «o religiosi» sono sostituite dalle seguenti: «, religiosi o relativi all’orientamento sessuale o all’identità di genere»;

b)  al comma 1, lettera b), le parole: «o religiosi» sono sostituite dalle seguenti: «, religiosi o relativi all’orientamento sessuale o all’identità di genere»;

c)  al comma 2, le parole: «o religiosi» sono sostituite dalle seguenti: «, religiosi o relativi all’orientamento sessuale o all’identità di genere».

Ai fini della legge penale, si intende per:

a) «orientamento sessuale»: l’attrazione emotiva o sessuale nei confronti di persone di sesso opposto, dello stesso sesso, o di entrambi i sessi;

b) «identità di genere»: la percezione che una persona ha di sé come rispondente ad un genere, anche se non corrispondente al proprio sesso biologico."

Art. 2

(Modifiche al decreto-legge 26 aprile 1993, n.122)

 

Al decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205, sono apportate le seguenti modificazioni:

a)  al titolo, dopo le parole: «e religiosa» sono aggiunte le seguenti: «, o fondata sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere»;

b)  alla rubrica dell’articolo  1, dopo le parole «o religiosi» sono aggiunte le seguenti: « o fondati sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere»;

c)  all’articolo 1, comma 1-quinquies, le parole: «o degli extracomunitari» sono sostituite dalle seguenti: «, degli extracomunitari, delle persone omosessuali e transessuali»;

d)  all’articolo 3, comma 1, le parole: «o religioso» sono sostituite dalle seguenti: «, religioso o fondato sull’orientamento sessuale o dall’identità di genere»;

e)  all’articolo 6, comma 1, dopo le parole: «comma 1, » sono inserite le seguenti: «ad eccezione di quelli previsti dall’articolo 609-bisdel codice penale,».

Art. 3

(Istituzione della giornata nazionale contro l’omofobia e la transfobia)

La Repubblica italiana riconosce il giorno 17 maggio quale «Giornata nazionale contro l'omofobia e la transfobia», al fine di promuovere la cultura del rispetto e dell'inclusione nonché di contrastare i pregiudizi e le discriminazioni motivati dall'orientamento sessuale e dall'identità di genere.

In occasione della «Giornata nazionale contro l'omofobia e la transfobia» sono organizzati incontri e iniziative, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, al fine di sensibilizzare le cittadine e i cittadini al contrasto del pregiudizio, della discriminazione e della violenza verbale e fisica motivati dall'orientamento sessuale o dall'identità di genere, nonché di mantenere vivi nella cultura e società italiane i princìpi di uguaglianza dei diritti e di pari dignità sociale sanciti dalla Costituzione.

Art. 4

(Statistiche sulle discriminazioni e sulla violenza)

Ai fini della verifica dell’applicazione della presente legge e della progettazione e della realizzazione di politiche di contrasto alla discriminazione e alla violenza di matrice xenofoba, antisemita, omofobica e transfobica e del monitoraggio delle politiche di prevenzione, l’Istituto nazionale di statistica, nell’ambito delle proprie risorse e competenze istituzionali, assicura lo svolgimento di una rilevazione statistica sulle discriminazioni e sulla violenza che ne misuri le caratteristiche fondamentali e individui i soggetti più esposti  al rischio con cadenza almeno quadriennale. 

Guarda il video dell'intervento di Monica Cirinnà

 

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Presentata ieri in conferenza stampa presso Palazzo Montecitorio la proposta di legge contro l'omotransfobia, il cui primo firmatario è il parlamentare dem Alessandro Zan.

A moderare l'incontro, cui sono intervenuti la senatrice Monica Cirinnà e i deputati Silvia Fregolent e Ivan Scalfarotto, il caporedattore di Gaynews Francesco Lepore. Tra i presenti anche il direttore di Gaynews Franco Grillini, il segretario di Certi Diritti Leonardo Monaco, la presidente di Agedo Roma Roberta Mesiti, il presidente del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli Sebastiano Secci.

Guarda il video dell'intervento di Alessandro Zan

 

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