«Sono consapevole che la mera solidarietà nei confronti delle vittime non basta più. Per questo, coinvolgerò l'Unar - Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, interessandolo in maniera diretta della questione, in raccordo con le forze di polizia del territorio».

Queste le parole che Vincenzo Spadafora, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alle Pari Opportunità e ai Giovani, ha espresso su Facebook in riferimento all’aggressione di presunta matrice fascista, di cui Andrea è stato vittima, la notte scorsa «sul pianerottolo di casa, in provincia di Verona, dove vive col suo compagno».

Ribadendo che non si può «più permettere alla violenza e alla barbarie di diffondersi così impunemente», Spadafora ha concluso: «Dobbiamo necessariamente fare un passo avanti nella difesa dei diritti e nella sensibilizzazione sui temi di genere. Un passo quantomai doveroso verso la civiltà».

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Liberi e libere. È questo il cuore del corso, presentato stamani in conferenza stampa a Roma, presso il Circolo di Cultura omosessale Mario Mieli, su orientamento sessuale e identità di genere rivolto a operatori sanitari, psicologi, assistenti sociali e mediatori culturali.

Dodici moduli formativi per lavorare non solo sui contenuti ma anche sugli atteggiamenti corretti da adottare con le persone Lgbti al fine di prevenire ogni forma di discriminazione. Capofila del progetto Liber@di Essere, finanziato dall'Unar con il bando Apad 2016, è il Cirses (Centro di iniziativa e di ricerca sul sistema educativo e scientifico).

Partner, invece, dell'iniziativa il Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli, Agedo, Libellula, Famiglie Arcobaleno, Metafora, Nuova associazione europea per le Arti terapie in una con la collaborazione gratuita di altri soggetti quali Istituto nazionale per le Malattie infettive Lazzaro Spallanzani, Asl Roma 1, Ordine degli Assistenti sociali - Consiglio regionale del Lazio, Associazione Dgp Di’ Gay Project.

A seguito della conferenza stampa abbiamo raggiunto Massimo Farinella, responsabile dei Progetti del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli.

Quali sono gli obiettivi generali di questo progetto e come è strutturato?

Tutti noi partner del progetto LIBER@DI ESSERE siamo fortemente convinti che possiamo arginare efficacemente le discriminazioni e i pregiudizi attraverso la conoscenza. Che possiamo produrre veri cambiamenti culturali attraverso l’educazione e la formazione. Per tali motivi, con il nostro progetto realizzeremo dei percorsi di formazione rivolti a tutti quei professionisti che lavorano in diversi contesti (in diverse città italiane), dove risulta fondamentale la relazione con l’utente: psicologi, psicoterapeuti, medici, infermieri, assistenti sociali e tante altre figure, che svolgono funzioni chiave in importanti servizi rivolti a tutta la cittadinanza.

Il progetto prevede misure/attività di informazione e formazione per operatori psico-socio-sanitari: quali sono nello specifico i loro fabbisogni?

Prima dell'estate abbiamo condotto un'indagine, prevalentemente tra psicologi e assistenti sociali. Le risposte hanno evidenziato la necessità di una adeguata formazione a partire dagli elementi di base legati ai temi Lgbt+, come ad esempio il significato di alcuni termini che definiscono l’identità di genere, l’identità sessuale, l’orientamento sessuale, soprattutto quando tali temi riguardano le persone transgender.

La maggioranza dei rispondenti dichiara di non essere soddisfatto della formazione ricevuta sui temi Lgbt+ (sia nel corso di studi universitari sia durante percorsi di specializzazione). Emerge, ad esempio, per gli Assistenti sociali, il desiderio di accrescere le proprie competenze sulle unioni civili, la genitorialità Lgbt+ e il coming out.

Avere figure professionali formate su tali argomenti porta ad avere una società più inclusiva. Ad esempio, alla Rainbowline (800110611) riceviamo spesso telefonate in cui si chiede di avere il contatto di un medico Lgbt-friendly, perché in passato si sono avute esperienze negative (alcuni si sono sentiti giudicati e colpevolizzati per il proprio orientamento sessuale). In un'indagine Emis di qualche anno fa, condotta su maschi gay in Italia (nell'ambito della prevenzione Hiv) è risultato che il 58.3% di coloro che aveva fatto almeno un test si dichiarava insoddisfatto del counselling e il 43.1% dichiarava di non aver potuto parlare di sesso tra maschi.

In particolare, quale saranno le azioni progettuali che le associazioni Lgbti partner realizzeranno?

Si prevedono una serie di moduli formativi che si svolgeranno a Roma e in altre città. Ogni associazione apporterà il proprio specifico e il proprio contributo. Nella prima fase preparatoria di progetto, attraverso riunioni periodiche e scambi, è stato già prodotto un piccolo manuale, che sarà disponibile anche sul sito. Durante i corsi di formazione tratteremo di orientamento sessuale e identità di genere, famiglie omoparentali e genitorialità Lgbt+, coming out, aspetti socio-culturali, differenze di vita, stereotipi e omotransfobia, unioni civili, stigma verso persone con Hiv e fattori di discriminazione multipla, identità transgender in età evolutiva e adulta e tutti gli altri temi dell’universo Lgbt+.

Vorrei poi evidenziare l'aspetto del lavoro collettivo fatto dalle diverse associazioni. Sicuramente un lavoro più faticoso (abbiamo percorsi e approcci differenti) ma di maggiore qualità, perché più completo e, decisamente, bello ed entusiasmante.

Cosa significa realizzare questi progetti in risposta ai fabbisogni della comunità Lgbti in un Paese ancora caratterizzato da molti episodi omofoboci , transfobici e con un alto tasso di bullismo nel sistema scolastico e sul lavoro?

A questo desiderio diffuso di "ritorno al passato", e quindi di rimessa in discussione di alcune importanti conquiste sul piano dei diritti civili, occorre rispondere innanzitutto con la cultura. Progetti come il nostro, nel quale sono previste attività formative e di scambio con diverse figure professionali, possono contribuire realmente a sviluppare una maggiore consapevolezza (che nel nostro Paese stenta ad affermarsi) necessaria a sconfiggere i pregiudizi verso le persone Lgbt+. È utile agire tutt* insieme, individualmente e collettivamente, soprattutto nel quotidiano per sensibilizzare e informare contro ogni forma di pregiudizio.

Il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli è sempre stato storicamente in prima fila nella lotta contro le diverse forme di discriminazione verso le persone Lgbti. Secondo te quali sono le priorità in questo momento storico caratterizzato da un razzismo ed una xenofobia elevata?

Fino a due anni fa si dibatteva all’interno del movimento Lgbt+ a proposito dell’utilità di una legge sulle unioni civili che non appariva compiuta, pur riconoscendone l'indubbio valore. In realtà, con maggiore freddezza e lungimiranza politica, era forse chiaro che si stavano consolidando, come forze maggioritarie nel Paese, percorsi politici che non solo non si sarebbero proposti di allargare i diritti delle persone Lgbt+, ma addirittura avrebbero messo in discussione i fondamenti dello stato di diritto.

La priorità, a mio parere, è insistere nel manifestare la propria idea di società aperta, attraverso azioni concrete e un forte dialogo con altre minoranze e associazioni, in modo da opporre un comune e solido progetto culturale e politico, capace di fronteggiare questa pericolosissima deriva illiberale, presente in alcuni Paesi europei e che sembra affermarsi anche in Italia.

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Le parole sono pietre, come si è soliti dire, e, anche quando lanciate virtualmente sui social mediatico, possono far male ugualmente. Anzi, possono fare ancora più male, perché capaci di essere percepite da un pubblico più vasto.

Che si tratti di omofobia, di razzismo o di “semplice” rancore sociale, quella dell’odio on line sta diventando una piaga tale da intossicare le relazioni, le vite e perfino i rapporti istituzionali.

Ne sa qualcosa Francesco Spano, ex direttore dell’Unar, che mai avrebbe pensato, al momento in cui provò ad organizzare presso l’ufficio di Palazzo Chigi un focal point sull’hate speech, di diventare lui stesso uno dei bersagli più colpiti dalla violenza della rete.

L’episodio è ben noto al pubblico. A seguito di un servizio de Le Iene Spano fu accusato da alcuni media di aver dato fondi pubblici a una associazione Lgbti che –secondo il programma Mediaset - “favoriva la prostituzione omosessuale”.

Trascinato, suo malgrado, in quello che taluni hanno ritenuto essere un regolamento di conti tra associazioni, Spano decise di dimettersi, pur ribadendo costantemente la correttezza del proprio operato.

Correttezza confermata dalla Corte dei Conti, che ha ritenuto doveroso registrare il bando pubblico attenzionato (e di cui l’Unar era soltanto l’amministrazione procedente). Correttezza soprattutto confermata dalla totale assenza di qualunque responsabilità dell’allora direttore dell’Unar in tale questione ed emersa dalle inchieste avviate all’indomani del servizio, che di fatto hanno scagionato Spano da ogni illazione e accusa.

Ma tutto ciò non è bastato a rasserenare l’indignazione degli odiatori seriali che, dalla sera stessa della messa in onda del programma, hanno rovesciato contro Spano e la sua famiglia ogni sorta di insulto, probabilmente confidando nell’immunità garantita loro dalla rete. Forse pensando che il diritto sia sempre fermo e immutabile. Ma erroneamente.

Se ne sono accorti quelli che Spano ha deciso di querelare e che, in questi giorni, si sono visti notificare i decreti di rinvio a giudizio per diffamazione aggravata.

«Non è una soddisfazione – dichiara a Gaynews l’ex direttore dell’Unar – perché, ogni qual volta si debba ricorrere ai tribunali per riaffermare rispetto e civiltà, è sempre una sconfitta per tutti noi. Era però necessario farlo, per riaffermare il principio che le parole hanno un loro peso e che le persone, tutte le persone, hanno una loro dignità e una sensibilità, che lo Stato deve tutelare e proteggere sempre».

Da Trieste a Palermo, passando per Grosseto e per Roma, sono molte le Procure che, negli ultimi mesi, hanno aperto un nuovo corso, riscontrando nelle frasi incriminate la presunzione di un reato e consegnando i loro autori al giudizio di un tribunale penale.

«Le indagini sono state lunghe ed articolate – ci spiega l’avvocato Marco Carnabuci che assiste Spano –, perché sono le prime volte che si procede a una incriminazione dei presunti responsabili di un reato commesso tramite social network, superando gli ostacoli di identificazione posti in essere dalle disposizioni nazionali e straniere che disciplinano il funzionamento dei social».

Un passo innovativo, insomma, con cui la magistratura si avvia a colmare una lacuna pericolosa, in attesa che il legislatore faccia la sua parte. Un’occasione importante per ricordarci tutti il peso e la responsabilità del linguaggio e, soprattutto, che l’odio, anche quando espresso in modo virtuale, può far male concretamente.     

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È terminato dopo le 18:00 il primo incontro ufficiale tra il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri con delega alle Pari Opportunità Vincenzo Spadafora e i rappresentanti delle associazioni Lgbti.

A essere presenti Miryam Camilleri (Avvocatura per i Diritti Lgbti – Rete Lenford), Carlo Cremona (I Ken ONLUS), Franco Grillini (Gaynet), Leonardo Monaco (Certi Diritti), Lorenzo Ermenegildi Zurlo (Omphalos Lgbti), Imma Battaglia (Di’Gay Project), Maria Gigliola Toniollo e Corrado Passerotti (Cgil Nazionale – Uff. Nuovi Diritti), Fabrizio Marrazzo (Gay Center), Sara Rinaudo (Arcilesbica), Riccardo Zucaro (Arcigay Torino), Gabriele Piazzoni (Arcigay), Marilena Grassadonia (Famiglie Arcobaleno), Michela Pascali (Polis Aperta), Igor Suran (Associazione Parks – Liberi e Uguali), Nicole De Leo (Mit), Leila Pereira (Libellula), Sebastiano Secci (Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli), Aurelio Mancuso (Equality It), Fabrizio Petri (GlobeMae), Fiorenzo Gimelli (Agedo), Regina Satariano (Consultorio Transgenere), Marco Alessandro Giusta e Gabriella Bianciardi (Servizio Lgbt Città di Torino).

Hanno anche partecipato l’ex senatore Luigi Manconi quale coordinatore dell’Unar, la dirigente del medesimo ufficio Agnese Canevari, la viceprefetta di Roma Alessandra PonariTriantafillos Loukarelis (capo Segreteria Tecnica del Sottosegretario Spadafora), Arcangelo Munciguerra (addetto stampa di Spadafora), Francesco Lepore (caporedattore di Gaynews).

Spadafora ha così tenuto fede alle dichiarazioni rilasciate nel corso del Pompei Pride. Quelle cioè relative all’imminente convocazione di un tavolo di confronto, che ha avuto per l'appunto luogo oggi nella Sala Verde di Palazzo Chigi.

Nell'aprire il tavolo il sottosegretario Spadafora, ricordando le diverse sensibilità animanti il governo in carica, ha tenuto a ribadire la concretezza del suo operato a fronte di promesse tanto facili quanto irrealizzabili. Ha invitato a un lavoro comune su iniziative culturali e campagne d'informazione.

Dopo gli interventi dei singoli rappresentanti delle associazionoi, Spadafora ha dichiarato: «Voglio vedere, se esaurite le proposte legislative previste dal contratto di governo, è possibile avviare un percorso simile per temi come, ad esempio, il contrasto all'omotransfobia». Ha inoltre annunciato la costituzione di un tavolo interistituzionale sulle tematiche Lgbti.

Successivamente lo stesso sottosegretario ha così parlato dell'incontro su Facebook: «Ho scelto di incontrare oggi, a Palazzo Chigi, le associazioni Lgbt perché - come già detto al Pride di Pompei - penso che, sul tema dei diritti, non si possano fare passi indietro. Anche in virtù dei recenti fatti di cronaca, abbiamo il dovere di combattere qualsiasi forma di discriminazione, come previsto dalla Costituzione italiana.

Ho ritenuto opportuno ascoltare le diverse associazioni, perché molteplici sono le problematiche da affrontare. È necessario tenere in considerazione quella che è la realtà perché, quando la politica si fa superare dalla realtà bisogna necessariamente porvi rimedio. 

Così come è necessario evitare il ripetersi di fenomeni discriminatori, anche attraverso campagne di sensibilizzazione, informazione e comunicazione, dirette in special modo alle giovani generazioni. Penso infatti che il coinvolgimento dei giovani possa arginare un arretramento culturale che pure esiste nel nostro Paese e permetterci di fare passi in avanti».

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È nata Arco Associazione Ricreativa Circoli OmosessualiQuesto il nome approvato unanimemente a Bologna dai partecipanti al 2° Congresso nazionale di Anddos (17-18 maggio) che, in plenaria, hanno deciso di mutare nome a un’associazione scossa dalla polemica Iene-Unar ma progressivamente rafforzatasi negli ultimi mesi grazie alla reggenza tecnica di Roberto Dartenuc.

E proprio a Dartenuc è stata affidata dal Congresso l’incarico di presidente mentre sono stati eletti Massimo Florio quale vicepresidente, Markus Haller quale tesoriere, Angelo Bifolchetti, Fabrizio Aiazzi, Frank Semenzi, Davide Valente quali componenti dell’Ufficio di presidenza. Eletti, inoltre, i 25 consiglieri nazionali e approvate le mozioni proposte dalle Commissioni congressuali.

Celebrato presso l’Hotel Europa, il congresso è stato presieduto da Franco Grillini, direttore di Gaynews, in collaborazione con Stefano D'Agnese. Le elezioni sono state precedute nella giornata d’ieri dagli interventi di Vanni Piccolo, storico militante Lgbti, Gabriele Piazzoni, segretario generale d’Arcigay, Sandro Mattioli, presidente di Plus, Cristian Pettini, presidente Entes, Gabriele Mori Ubaldini di Rete Genitori Rainbow.

Hanno inviato messaggi augurali Sebastiano Secci, il presidente del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli, Antonello Sannino, presidente d'Arcigay Napoli, Giovanni Caloggero, consigliere nazionale di Arcigay.

«Il nuovo nome - ha spiegato il neopresidente Dartenuc - ha l’intento di rappresentare un’ampia volontà di cambiamento da parte dei nostri circoli su tutto il territorio nazionale. È stata votata una proposta che valorizza  pienamente il lavoro quotidiano di accoglienza dei nostri circoli nei confronti delle persone. 

Vogliamo ripartire proprio dai nostri soci, che grazie a questa svolta troveranno una realtà sempre più preparata a sostenere chi non ha fatto coming out, chi inizia a sperimentarsi, chi semplicemente crede nel valore umano e sociale della sessualità. Tutto questo, per noi è anche cultura

Nostra priorità è potenziare i servizi e l’informazione sulla sessualità, in primo luogo i test rapidi su tutte le Ist in stretta sinergia con le associazioni esperte in questo settore. Saremo presenti nei luoghi di confronto istituzionale e sosterremo progetti e istanze provenienti dalle altre associazioni del movimento Lgbti, in un ottica di collaborazione e solidarietà».

Per il vicepresidente Massimo Florio «il cambio di nome è indicativo non solo di una cesura con il passato ma di una rivoluzione copernicana nell'ambito di un'associazione che, risorgendo dalle proprie ceneri come l'araba fenice, vuole d'ora in poi pensare in maniera propositiva e agire non antagonisticamente alle altre realtà Lgbti ma a loro sostegno.

Il fine di Arco - nome in cui ciascuno di noi si riconosce quale elementi pienamente identtificativo - è infatti quello di costruire ponti e non dividere sapendo che le battaglie della collettività tutta Lgbti si combattono all'unisono per poter essere vinte».

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Cinque anni di attività. Un anniversario importante per Anddos che dal 16 al 18 maggio celebrerà a Bologna il 2° Congresso nazionale. Nel cui ambito si procederà all’elezione del presidente e del suo vice, ponendo così fine alla reggenza tecnica di Roberto Dartenuc.

Ed è proprio Dartenuc, che ha guidato l’associazione nel delicato periodo susseguente l’affaire Iene-Unar e ha ingenerato un’entusiasta volontà di rinascita nei numerosi circoli sparsi per l’Italia, a risultare candidato alla presidenza. Affiancato per la seconda carica da Massimo Florio, presidente del club torinese 011 e componente del Coordinamento Torino Pride.

È quanto avanzato dalla mozione Time for change. Mozione che, sottoscritta dalla stragrande maggioranza dei presidenti di circoli affiliati, reca il nome di Franco Grillini, presidente di Gaynet e leader storico del movimento Lgbti italiano, quale primo firmatario.

Tempo di cambiare. Un titolo programmatico che, scelto a riprova d’una necessaria inversione di rotta, si ispira alle celebri parole di Winston Churcill: Non sempre cambiare equivale a migliorare, ma per migliorare bisogna cambiare.

Consapevolezza, questa, raggiunta a poco più di un anno dall’accennato «attacco mediatico rivolto – come si legge nel testo della mozione – non solo a noi ma in generale a tutto il movimento Lgbt, cui il perbenismo della morale comune addebita “la licenziosità” di comportamenti in un’ottica sessuofoba e puritana».

Consapevolezza che è il risultato di un'«analisi della sostenibilità economica dell’associazione, analisi che ci ha fatto rendere conto di come la macchina precedentemente approntata non avesse una sua capacità autonoma di reggere economicamente; ragione per cui si è provveduto a riorganizzare la compagine dei dipendenti, a eliminare costi per servizi dalla dubbia utilità o, peggio, completamente inutili. 

Alcuni settori dell’associazione hanno deciso autonomamente di abbandonarci e dissolversi per paura dello stigma sociale in seguito agli avvenimenti sopra detti, nonostante il tentativo, della nuova dirigenza, di proporre una soluzione alternativa per salvare il lavoro fatto e le relazioni costruite […]. Fino ad oggi abbiamo subito il cambiamento, oggi ci presentiamo a voi perché vogliamo essere attori del cambiamento. Il nostro agire fino ad oggi è stato improntato in base ad una visione che adesso, a nostro avviso, deve essere profondamente rivista».

Ma quali le proposte di revisione avanzate dalla mozione Dartenuc-Florio?

In primo luogo il diverso rapporto col movimento Lgbt non più nell’ottica d’una replica concorrenziale delle attività e iniziative delle altre associazioni ma in quella di sostegno alle stesse. Un essere, dunque, «al fianco di tutte esse. La nostra associazione può giocare un ruolo chiave in tutto ciò, mettendo loro a disposizione le risorse che abbiamo, prima fra tutte una ampia base associativa oltre ai luoghi dove questa grande moltitudine di cittadini e cittadine può essere efficacemente raggiunta, oltre a quello che possiamo dare in termini di concretezza legata ad una rimodulazione di tutto il nostro agire economico».

In secondo luogo la maggiore attenzione per i singoli circoli affiliati attraverso una più assidua e mirata formazione, l’attento «controllo della qualità e dell’aderenza dei nostri circoli al progetto associativo», la revisione delle quote sociali «per renderle più eque in relazione allo stato socio economico attuale del Paese» e la riorganizzazione stessa dell’associazione. Aspetto, questo, legato inevitabilmente al «cambiamento di nome: occuparsi più strettamente dei nostri circoli e dei nostri soci (che sono al 99% circoli frequentati da soli maschi omo/bisessuali), partire dal presupposto di coadiuvare e sostenere il movimento Lgbt, sottolineare la nostra identità omo/bi/transessuale, ci impone un adeguamento dei nostri scopi statutari che inevitabilmente cozzerebbero con l’attuale nome dell’associazione, troppo caratterizzato verso una attività ben specifica e, allo stesso tempo, aperto alle più disparate interpretazioni».

In terzo luogo l’impiego di risorse economiche e la piena collaborazione con le altre associazioni per informare e agire efficacemente nella prevenzione all’Hiv e alle Ist.

In quarto luogo la cura dei rapporti col mondo dell’imprenditoria e dell’informazione Lgbt. Al cui ultimo riguardo «potranno essere accese collaborazioni con quei soggetti dell’informazione Lgbt in grado di veicolare formazione all’interno del settore professionale della stampa di una corretta percezione delle nostre attività e dei nostri circoli».

In ultimo la promozione e produzione di eventi culturali e dei Pride.

Si tratta, insomma, di prospettive quanto mai incoraggianti per un’associazione che in molti, quasi un anno fa, credevano incapace di risollevarsi. E, invece, Anddos si appresta a vivere una nuova primavera realizzando in sé il motto di un emblema di distruzione e rinascita qual è Montecassino: Succisa, virescit. Tagliata, rinverdisce. Tagliata, si rafforza.

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Presidio stamani davanti alla sede dell’Unar in Via della Ferratella a Roma per protestare contro la recente nomina a coordinatore del senatore Luigi Manconi. A organizzare il raduno il Comitato Difendiamo i nostri figli che ha lanciato a tal fine una petizione popolare raccogliendo, in pochi giorni, 10.465 firme. Presenti alla manifestazione anche rappresentanti di altre associazioni di famiglie e genitori tra cui Comitato Art. 26, Non Si Tocca La Famiglia, CitizenGo Italia e Generazione Famiglia.

Secondo Massimo Gandolfini, portavoce del Comitato Difendiamo i nostri figli e organizzatore dell'ultimo Family Day, «piuttosto che un'altra ondata di attivismo ideologico nelle scuole da parte dell'Unar, a causa della nomina del nuovo coordinatore Luigi Manconi, è meglio chiudere del tutto quest'ente che evidentemente non ha più niente a che fare col contrasto alle discriminazioni su base razziale, etnica e religiosa».

L’ultraconservatore medico bresciano, che è sotto processo per diffamazione nei riguardi di Arcigay, ha poi dichiarato: «L'Unar è finito una prima volta nell'occhio del ciclone quando nel 2013 finanziò con 10 milioni di euro la Strategia Nazionale Lgbt: un piano di sponsorizzazione delle istanze politiche Lgbt in tutti i settori della società, a partire dalle scuole.

L'attività dell'ente dipendente dalla presidenza del Consiglio dei ministri è stata poi travolta l'anno scorso dallo scandalo che ha riguardato il suo ex direttore Francesco Spano, sotto l'amministrazione del quale passò un finanziamento di oltre 50mila euro a un'associazione Lgbt di cui lui stesso era tesserato. Un servizio del programma Le Iene mostrava che nei locali di questa associazione avvenivano orge con spaccio di droga e prostituzione».

Poi l’affermazione finale, formulata in assoluta ignoranza del carattere governativo e non partitico della nomina di coordinatore dell’Unar. «Se il Partito Democratico – ha infatti affermato Gandolfini – non revocherà entro breve la nomina di Manconi dalla prossima legislatura condurremo una grande azione popolare per portare alla chiusura dell'Unar. E certamente a queste elezioni sosterremo chi si proporrà di aiutarci a farlo con successo».

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Il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha firmato nel pomeriggio il decreto di conferimento dell'incarico di coordinatore dell'Unar (Ufficio per la promozione della parità di trattamento e la rimozione delle discriminazioni) al senatore Luigi Manconi.

Manconi, che è  docente di sociologia dei fenomeni politici presso lo Iulm di Milano, ha ricoperto nel corso della presente legislatura il ruolo di presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato. L'incarico presso l'Unar, che svolgerà a titolo gratuito, avrà inizio a decorrere dal 24 marzo prossimo.

La notizia è stata accolta con plauso da Franco Grillini, direttore di Gaynews e leader storico del movimento Lgbti, che ha commentato: «La nomina di Luigi Manconi è una scelta felice che non può che essere accolta con soddisfazione da da quanti pensano che l’Unar debba essere un presidio fondamentale contro le discriminazioni di ogni tipo. Conosco Luigi da una vita e abbiamo condiviso numerossime battaglie in materia di diritti e di lotta all’omofobia. Posso quindi dire che Luigi è l’uomo giusto al posto giusto». 

La notizia è stata subito commentata con plauso sulla propria pagina Fb dal senatore Sergio Lo Giudice che ha scritto: «Questa è davvero un'ottima notizia. Se in Italia c'è un garante naturale dei diritti delle persone e della loro tutela da discriminazioni di ogni sorta, quello è senz'altro Manconi. I migliori auguri di buon lavoro a Luigi e felicitazioni a tutte le persone a rischio di discriminazioni che troveranno in lui un difensore competente ed appassionato».

 

 

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Se ne parla poco ma i diritti delle persone Lgbti sono al centro del documento programmatico della neoformazione di sinistra Liberi e Uguali (LeU), votato il 17 dicembre all’assemblea nazionale di Brescia. Il testo si configura come un contributo al programma definitivo che sarà licenziato a breve.

Per saperne di più abbiamo raggiunto Luca Trentini, storico attivista Lgbti e componente del coordinamento provinciale di LeU per l’area bresciana.

Luca, come si arrivati al documento votato il 17 dicembre scorso?

Il percorso per la definizione del programma di Liberi e Uguali è partito da un piccolo gruppo di lavoro costituito da me, Cathy La Torre, l'on. Daniele Farina, l'europarlamentare Elly Schlein, Francesca Druetti, Gianmarco Capogna, Michele Covolan, Raffaele Serra, Sara Prestianni, Elia De Caro e altri che hanno redatto il testo base su cui lavorare. Ci siamo poi ritrovati a Brescia domenica 17 Dicembre per la conferenza programmatica Diritti e Cittadinanze che ha approfondito i contenuti del programma in modo partecipato e ha scritto e votato il testo del documento programmatico Per una società dei diritti e dell'uguaglianza.

Quale l’approccio utilizzato per redigere il testo?

L'approccio che abbiamo voluto utilizzare parte dalla lettura della realtà. Dopo l'approvazione delle unioni civili, legge appena sufficiente ma pasticciata, le famiglie arcobaleno sono di fatto entrate per la prima volta nel diritto di famiglia. Non è quindi più necessario declinare i diritti civili come un capitolo separato o una richiesta specifica. Questi diritti vanno inseriti nel quadro più ampio di una riforma globale del diritto di famiglia italiano che vorremmo diventasse “diritto delle famiglie” a partire naturalmente dal fondamentale principio di uguaglianza. Tuttavia uguaglianza non significa omologazione. Dobbiamo essere uguali nei diritti e nelle possibilità, ma tutelando e riconoscendo le mille diversità e la pluralità delle identità come un bene e un arricchimento sociale. Infine abbiamo riaffermato l'importanza di uno stretto collegamento fra diritti civili e diritti sociali, da noi percepiti come i due polmoni in grado di ridare respiro a un Paese affannato.

Da un punto di vista contenustico quali sono i punti salienti?

Dal punto di vista dei contenuti il documento programmatico approvato a Brescia contiene la richiesta esplicita del matrimonio egualitario per le coppie di persone Lgbti e la riforma dell'adozione ordinaria che deve essere semplificata per tutte e tutti e aperta a single e a tutti i tipi di coppia. Sull'omogenitorialità proponiamo la riforma della legge 40 che permetta l'accesso alla pratica della procreazione assistita a tutte le donne, abolendo la discriminazione che oggi ne limita l'accesso alle solo donne in coppia eterosessuale. Il programma prevede il riconoscimento di entrambi i genitori all'atto di nascita del figlio per tutti i tipi di coppia e/o “l’adozione piena e legittimante” per i bambini che nascono o vivono in una famiglia con due genitori dello stesso sesso.

Per quel che riguarda i diritti delle persone trans, Liberi e Uguali sceglie la strada della depatologizzazione della condizione trans in virtù del principio di autodeterminazione, ma richiede anche la riforma della legge 164 dell’82 nell’ottica del superamento del passaggio giudiziario per la rettificazione dei dati anagrafici.

E sul fronte delle misure di contrasto all’omotransfobia?

Sotto il profilo dell'antidiscriminazione il nostro programma prevede l'estensione della legge Mancino contro gli atti di odio compiuti in virtù dell’orientamento sessuale, dell’identità di genere o rivolta a persone con diverse abilità. Parallelamente proponiamo progetti di educazione e sensibilizzazione a favore di ogni minoranza discriminata, che comprendano anche il superamento dello stigma delle persone che vivono con l’Hiv. Anche nel capitolo relativo alla scuola richiediamo interventi formativi sull'educazione affettiva, sessuale e delle differenze, con un approccio critico alle relazioni di potere fra i generi. Anche per insegnanti, gli operatori sociosanitari e le famiglie proponiamo di inserire una formazione permanente che includa anche questi aspetti.

Una delle proposte concrete inserite nel programma è proprio la riforma dell'Unar (Ufficio nazionale Antidiscriminazioni razziali) che vorremmo fosse trasformato in Autorità nazionale Antidiscriminazioni. Un’agenzia indipendente dalla politica con poteri effettivi, anche sanzionatori, che vigili sull'applicazione dei trattati anti discriminatori internazionali nel nostro paese potrebbe essere un efficace strumento di contrasto all'odio e di sviluppo di una cultura delle differenze.

Il documento bresciano ha influito sulla discussione della successiva Assemblea del 7 gennaio?

Abbiamo portato queste idee all'Assemblea programmatica di Roma del 7 Gennaio grazie a due bellissimi interventi di Gianmarco Capogna e Cathy la Torre. Nella relazione programmatica votata da tutte e tutti i 1500 delegati è stato inserito il passaggio sulle unioni civili così: L’uguaglianza nei diritti: L'uguaglianza non ammette distinzioni, perché non parliamo di una concessione della politica, ma del riconoscimento di diritti da rendere esigibili. Abbiamo la necessità di riformare nel suo complesso il diritto di famiglia, che deve essere declinato al plurale, parlando di “famiglie” e includendo anche quelle di fatto e ogni altra forma di legame familiare. Il matrimonio deve essere un istituto unico, accessibile a tutte e tutti con il pieno ed eguale riconoscimento di tutti i legami affettivi, compresi quelli delle coppie Lgbti, una parità dei diritti anche sul piano della genitorialità. Sono necessari progetti formativi anche scolastici, efficaci sull’educazione affettiva, sessuale e alle differenze, con un approccio critico alle relazioni di potere fra i generi. Dobbiamo introdurre misure efficaci dal punto di vista normativo per inasprire le pene e renderle efficaci per chi commette violenze con l’aggravante della discriminazione.

Il lavoro è stato molto partecipato e ha coinvolto centinaia di militanti. Il programma è stato votato all'unanimità e impegna tutte le candidate e i candidati. Credo che questi contenuti diano risposte concrete e prospettive utili alla comunità Lgbti, ma che segni un avanzamento per il Paese nel suo complesso perchè il progresso dei diritti è una questione che interessa tutte e tutti e ne migliora la vita. Valori come l'uguaglianza, l'autodeterminazione, la dignità, le differenze e hanno trovato spazio in un programma coraggioso e avanzato che coniuga in modo armonico i diritti sociali (lavoro, solidarietà, accoglienza, pensioni, salute, welfare), la tutela dei beni comuni (ambiente, sostenibilità, risorse, patrimonio artistico) con i diritti civili. La speranza è che molte elettrici ed elettori ci diano fiducia sulla base di questi contenuti.

Infine, ma Luca Trentini sarà candidato alle prossime elezioni?

Il mio nome è stato inserito nella rosa delle candidature proposte al tavolo nazionale e votato dall'assemblea di Liberi e Uguali della mia  circoscrizione elettorale. Vedremo se e dove si riterrà che il mio contributo possa essere utile.

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Enzo Cucco è il presidente  dell’Associazione Certi Diritti. Associazione che ha al centro la laicità, la libertà, la democrazia ed è da da sempre impegnata per i diritti di tutti  coloro che hanno sofferto abusi, discriminazioni e violenze a causa della propria sessualità. 

Enzo, credi che tra ciò che accade in Cecenia alle persone Lgbti e ciò che accade nel nostro Paese sulla grande questione dello ius soli ci sia un filo rosso preoccupante?

Il filo rosso lo vedo soprattutto nell’atteggiamento che hanno i rappresentanti istituzionali del nostro Paese. Presidente della Repubblica, presidente del Consiglio e ministro degli Esteri hanno avuto modo di vedere Putin in questo periodo e nessuna parola è stata pronunciata sui diritti umani calpestati dalla Russia o sulla situazione dei gay in Cecenia. Macron, Merkel e la stessa Mogherini si sono comportati in modo diverso: almeno glielo hanno ricordato a Putin. O, almeno, così hanno affermato pubblicamente in conferenza stampa pubblicamente. I nostri no. Ed è facile immaginare che dietro le grandi questioni politiche, che di solito si sollevano in queste situazioni, si celano interessi economici precisi. Come se i diritti umani possano essere barattati con un po’ di petrolio. Sono scandalizzato da questo atteggiamento ma non stupito. È la politica estera italiana in generale che usa il doppio registro: voce grossa con i deboli (vedasi il Messico) ed afonia nei confronti dei potenti. Eccolo il filo rosso più pericoloso.

Ogni anno si apre il dibattito sui Pride. C’è chi afferma che soni finiti i tempi  dei Pride colorati e delle piume al vento. Che cosa ne pensi?

Si tratta d'un'enorme falsità. Sono le stesse persone che dicevano che il Pride fosse superato anche allora. Anche, quando lo facevano in splendida solitudine alla fine degli anni ‘70 e all’inizio degli anni ’80. Falso, perché è ancora essenziale il tema che era ed è al centro dei Pride: l’orgoglio ovvero la possibilità di vivere apertamente la propria sessualità senza che venga considerata peccato o malattia. O, peggio ancora, un “costume diverso che non ha bisogno di ostentazione”. Contro tutti i conformismi. Ma tutti tutti, compresi quelli dei gay e delle lesbiche.

Son  passati  molti anni dalle prime  manifestazioni degli anni ’70 per i diritti delle persone Lgbti. Oggi quei messaggi hanno ancora  un  valore o sono superati dalla storia, soprattutto, con l’emanazione della legge sulle unioni civili? 

Lo abbiamo detto sempre. La legge sulle unioni civili è solo un passo avanti verso la piena uguaglianza che è, e non può che essere, il nostro obiettivo finale. Uguali di fronte alla legge, perché le differenze di fronte alla legge su questi temi non sono giustificate dalla scienza, dalla società, dalla cultura. E non parliamo sulla morale che in quanto tale, per chi è liberale, è sempre e soltanto individuale e non può essere imposta per legge. Ogni posizione contraria giustifica, consapevolmente o no, la discriminazione. Sembra un controsenso ma questa legge, pur essendo un passo avanti, sancisce una differenza di trattamento, una discriminazione. Meno sensibile per le coppie omosessuali senza figli, più grave per quelle che li hanno. Ma sempre di differenza immotivata, quindi di discriminazione, stiamo parlando.

Negli ultimi mesi c’è stata una grande polemica sollevata dalla trasmissione Le Iene per un progetto approvato dall’Unar in tema di lotta alle discriminazioni a causa dell’orientamento sessuale. Insomma, il caso Andoss. È per te solo una questione scandalistica o ci racconta altro?

Non voglio tornare sulle questioni relative al tipo di comunicazione che fanno Le Iene. Mi sembrano gravi due cose, però, di cui quasi nessuno parla apertamente: il perché ci siano associazioni che ritengono che Anddos non abbia diritto ad accedere ai finanziamenti di Unar e il futuro di Unar stesso.

Del primo nessuno ha mai spiegato perché gestire saune sia disdicevole per chi chiede di accedere ai fondi Unar. Ma vale solo per le saune affiliate ad Anddos? La stesso Anddos, comunque, sembra aver fatto un passo indietro, avendo scelto di ritirare il progetto a suo tempo finanziato per togliere dall’imbarazzo l’Unar che non aveva motivi formali per ricusarlo, se non ritirando tutto il bando nazionale e facendo incavolare (con qualche ragione in verità) tutte le altre associazioni.

Sul secondo: nessuno più parla realmente dei compiti dell’Unar, dei suoi mezzi e delle sue potenzialità. Nessuno è realmente preoccupato da questo immobilismo che ormai dura da mesi, ben da prima delle dimissioni dell’ultimo direttore. Nessuno dice più che la Rete nazionale antidiscriminazioni è paralizzata da un Governo che dopo il caso Meloni e quell’insulto all’intelligenza che è la guerra al gender, si è talmente impaurito che ha bloccato tutto. Ho sentito poche voci e, anche molto generiche, su questo tema. Insomma, le solite generiche dichiarazioni. Mentre invece le associazioni mi sembrano molto interessate a sapere chi siederà su quella poltrona.

Se dovessi  fare una critica al mondo dell’associazionismo Lgbti, quale  approccio ne rappresenta la maggior debolezza sul piano della lotta alle discriminazioni?

Credo che la cosa più significativa che stia capitando è il sostanziale abbandono della politica di qualche anno fa che metteva insieme le associazioni che, a diverso titolo, si occupano di diritti umani in Italia. Cild è un esempio molto positivo e interessante su questo terreno o su specifiche questioni (il Rapporto Italia per l’Onu) ma vedo grande timidezza e autoreferenzialità delle associazioni. Potrei sbagliare, e spero di farlo, ma vedo che alla prova dei fatti le associazioni sono riluttanti nel delegare interamente a Cild quei poteri di cui ha bisogno. Faccio un esempio per farmi capire: per discutere del futuro di Unar, per esempio, al ministero sono stati molto più sensibili alle posizioni espresse da alcune associazioni. Che senso ha? Che conseguenze ha questa frammentazione per un Paese che fa un sacco di difficoltà a costituire e rispettare realtà di secondo livello? Posso anche essere più esplicito, giusto per farmi capire: se il ministro chiedesse alle associazioni cosa ne pensano del futuro di Unar, chi delle associazioni italiane è in grado di rispondere che esiste una posizione comune nella quale ci si riconosce, che è quella di Cild? E, incontrando Cild, al ministero hanno incontrato tutti?

Questo Paese sembra aver messo da parte da tempo l’idea della costituzione di un’agenzia indipendente per la lotta alle discriminazioni. Secondo te è problema  più culturale o una  scelta  dei policy makers, che su  questi  temi preferiscono avere campo  libero ?

Esiste una situazione italiana specifica su questo tema: la sostanziale non volontà di costituire un’agenzia indipendente per i problemi che essa può creare. E l’interesse personale di alcuni dei nomi più noti nell’ambito dei diritti umani, che ritiene di dover disegnare sui propri destini personali il Progetto di agenzia indipendente. Ovviamente la prima causa è di gran lunga la più pesante sulla nostra situazione, ma non sottovaluterei la seconda. Io che sono un inguaribile ottimista penso che dalle crisi possa sempre nascere un guizzo di novità positiva. E quindi non ho smesso di sperare che dalla crisi dell’Unar, che stiamo tutti vivendo, possa nascere qualcosa di nuovo. Ma non vedo segnali. O gli stessi sono talmente impalpabili e poco verificabili che non me ne sono accorto.

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