Se ne parla poco ma i diritti delle persone Lgbti sono al centro del documento programmatico della neoformazione di sinistra Liberi e Uguali (LeU), votato il 17 dicembre all’assemblea nazionale di Brescia. Il testo si configura come un contributo al programma definitivo che sarà licenziato a breve.

Per saperne di più abbiamo raggiunto Luca Trentini, storico attivista Lgbti e componente del coordinamento provinciale di LeU per l’area bresciana.

Luca, come si arrivati al documento votato il 17 dicembre scorso?

Il percorso per la definizione del programma di Liberi e Uguali è partito da un piccolo gruppo di lavoro costituito da me, Cathy La Torre, l'on. Daniele Farina, l'europarlamentare Elly Schlein, Francesca Druetti, Gianmarco Capogna, Michele Covolan, Raffaele Serra, Sara Prestianni, Elia De Caro e altri che hanno redatto il testo base su cui lavorare. Ci siamo poi ritrovati a Brescia domenica 17 Dicembre per la conferenza programmatica Diritti e Cittadinanze che ha approfondito i contenuti del programma in modo partecipato e ha scritto e votato il testo del documento programmatico Per una società dei diritti e dell'uguaglianza.

Quale l’approccio utilizzato per redigere il testo?

L'approccio che abbiamo voluto utilizzare parte dalla lettura della realtà. Dopo l'approvazione delle unioni civili, legge appena sufficiente ma pasticciata, le famiglie arcobaleno sono di fatto entrate per la prima volta nel diritto di famiglia. Non è quindi più necessario declinare i diritti civili come un capitolo separato o una richiesta specifica. Questi diritti vanno inseriti nel quadro più ampio di una riforma globale del diritto di famiglia italiano che vorremmo diventasse “diritto delle famiglie” a partire naturalmente dal fondamentale principio di uguaglianza. Tuttavia uguaglianza non significa omologazione. Dobbiamo essere uguali nei diritti e nelle possibilità, ma tutelando e riconoscendo le mille diversità e la pluralità delle identità come un bene e un arricchimento sociale. Infine abbiamo riaffermato l'importanza di uno stretto collegamento fra diritti civili e diritti sociali, da noi percepiti come i due polmoni in grado di ridare respiro a un Paese affannato.

Da un punto di vista contenustico quali sono i punti salienti?

Dal punto di vista dei contenuti il documento programmatico approvato a Brescia contiene la richiesta esplicita del matrimonio egualitario per le coppie di persone Lgbti e la riforma dell'adozione ordinaria che deve essere semplificata per tutte e tutti e aperta a single e a tutti i tipi di coppia. Sull'omogenitorialità proponiamo la riforma della legge 40 che permetta l'accesso alla pratica della procreazione assistita a tutte le donne, abolendo la discriminazione che oggi ne limita l'accesso alle solo donne in coppia eterosessuale. Il programma prevede il riconoscimento di entrambi i genitori all'atto di nascita del figlio per tutti i tipi di coppia e/o “l’adozione piena e legittimante” per i bambini che nascono o vivono in una famiglia con due genitori dello stesso sesso.

Per quel che riguarda i diritti delle persone trans, Liberi e Uguali sceglie la strada della depatologizzazione della condizione trans in virtù del principio di autodeterminazione, ma richiede anche la riforma della legge 164 dell’82 nell’ottica del superamento del passaggio giudiziario per la rettificazione dei dati anagrafici.

E sul fronte delle misure di contrasto all’omotransfobia?

Sotto il profilo dell'antidiscriminazione il nostro programma prevede l'estensione della legge Mancino contro gli atti di odio compiuti in virtù dell’orientamento sessuale, dell’identità di genere o rivolta a persone con diverse abilità. Parallelamente proponiamo progetti di educazione e sensibilizzazione a favore di ogni minoranza discriminata, che comprendano anche il superamento dello stigma delle persone che vivono con l’Hiv. Anche nel capitolo relativo alla scuola richiediamo interventi formativi sull'educazione affettiva, sessuale e delle differenze, con un approccio critico alle relazioni di potere fra i generi. Anche per insegnanti, gli operatori sociosanitari e le famiglie proponiamo di inserire una formazione permanente che includa anche questi aspetti.

Una delle proposte concrete inserite nel programma è proprio la riforma dell'Unar (Ufficio nazionale Antidiscriminazioni razziali) che vorremmo fosse trasformato in Autorità nazionale Antidiscriminazioni. Un’agenzia indipendente dalla politica con poteri effettivi, anche sanzionatori, che vigili sull'applicazione dei trattati anti discriminatori internazionali nel nostro paese potrebbe essere un efficace strumento di contrasto all'odio e di sviluppo di una cultura delle differenze.

Il documento bresciano ha influito sulla discussione della successiva Assemblea del 7 gennaio?

Abbiamo portato queste idee all'Assemblea programmatica di Roma del 7 Gennaio grazie a due bellissimi interventi di Gianmarco Capogna e Cathy la Torre. Nella relazione programmatica votata da tutte e tutti i 1500 delegati è stato inserito il passaggio sulle unioni civili così: L’uguaglianza nei diritti: L'uguaglianza non ammette distinzioni, perché non parliamo di una concessione della politica, ma del riconoscimento di diritti da rendere esigibili. Abbiamo la necessità di riformare nel suo complesso il diritto di famiglia, che deve essere declinato al plurale, parlando di “famiglie” e includendo anche quelle di fatto e ogni altra forma di legame familiare. Il matrimonio deve essere un istituto unico, accessibile a tutte e tutti con il pieno ed eguale riconoscimento di tutti i legami affettivi, compresi quelli delle coppie Lgbti, una parità dei diritti anche sul piano della genitorialità. Sono necessari progetti formativi anche scolastici, efficaci sull’educazione affettiva, sessuale e alle differenze, con un approccio critico alle relazioni di potere fra i generi. Dobbiamo introdurre misure efficaci dal punto di vista normativo per inasprire le pene e renderle efficaci per chi commette violenze con l’aggravante della discriminazione.

Il lavoro è stato molto partecipato e ha coinvolto centinaia di militanti. Il programma è stato votato all'unanimità e impegna tutte le candidate e i candidati. Credo che questi contenuti diano risposte concrete e prospettive utili alla comunità Lgbti, ma che segni un avanzamento per il Paese nel suo complesso perchè il progresso dei diritti è una questione che interessa tutte e tutti e ne migliora la vita. Valori come l'uguaglianza, l'autodeterminazione, la dignità, le differenze e hanno trovato spazio in un programma coraggioso e avanzato che coniuga in modo armonico i diritti sociali (lavoro, solidarietà, accoglienza, pensioni, salute, welfare), la tutela dei beni comuni (ambiente, sostenibilità, risorse, patrimonio artistico) con i diritti civili. La speranza è che molte elettrici ed elettori ci diano fiducia sulla base di questi contenuti.

Infine, ma Luca Trentini sarà candidato alle prossime elezioni?

Il mio nome è stato inserito nella rosa delle candidature proposte al tavolo nazionale e votato dall'assemblea di Liberi e Uguali della mia  circoscrizione elettorale. Vedremo se e dove si riterrà che il mio contributo possa essere utile.

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Mentre il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni accoglieva a Palazzo Chigi il primo ministro greco Alexis Tsipras, la sottosegretaria di Stato Maria Elena Boschi riceveva il deputato dem Alessandro Zan e il direttore di Gaynews Franco Grillini.

Motivo dell’incontro l’apporto dei media di settore Lgbti a una corretta quanto globale informazione e la promozione d’una sensibilità giornalistica ai temi delle discriminazioni attraverso i corsi di formazione giornalistica, organizzati da Gaynet – di cui Grillini è ideatore e presidente – in collaborazione con gli Odg regionali. Occasione del raffronto le ricorrenze anniversarie di Gaynews, che nel maggio prossimo festeggerà 20 anni di fondazione.

Si è inoltre affrontato il tema della legge sulle unioni civili. Un traguardo di cui Franco Grillini ha rievocato gli antefatti con particolare riferimento al progetto di legge sui Pacs durante il suo mandato parlamentare.

Un traguardo che è stato possibile realizzare nel maggio 2016 grazie all’allora premier Renzi ma soprattutto grazie al convinto impegno di Monica Cirinnà e di parlamentari quali Sergio Lo Giudice e Alessandro Zan.

L’incontro si è chiuso con ricordi della sottosegretaria sullo studio delle lingue classiche ai tempi del liceo durante uno scambio di battute col caporedattore di Gaynews Francesco Lepore, che cura un blog in latino su temi Lgbti per Huffington Post.

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Stilista, produttore di vini, attivista Lgbti. Bruno Tommassini è tutto questo e anche di più. Gaynews ha deciso d’intervistarlo tra memorie e prospettive future all’inizio del nuovo anno

Ciao, Bruno. Tu sei da sempre un militante per i diritti Lgbti. Raccontaci un po’ di te e della tua storia...

La mia storia è quella di un uomo libero, che si è sempre battuto contro il conformismo. Fin da ragazzo ho sentito l’esigenza, prima ancora che il dovere, di dire al mondo che “amare” è bello e che la discriminazione e l’omofobia sono un veleno per la società tutta. Ecco perché ho cominciato, assieme a Franco Grillini e a a tanti amici, l’esperienza dell’Arcigay fin dall’inizio, negli anni '80 del secolo scorso, quando in Italia anche solo parlare di omosessualità era un tabù. Pensare poi alle unioni civili era un sogno rrealizzabile: la politica all’epoca sosteneva che non si potesse legiferare in materia. Oggi sono legge dello Stato. Per arrivare qui migliaia di noi hanno contribuito chi con l’impegno politico, chi con la testimonianza quotidiana. Oggi viviamo in un’Italia migliore. Non perfetta. Ma meno male, altrimenti per quali battaglie dovremmo batterci adesso?

Hai una storia d'amore importante: cosa hanno significato per te le unioni civili e come vedi il futuro? Si andrà avanti fino al matrimonio egualitario?

La nostra storia d’amore era già un matrimonio, non aveva bisogno di una legge. Ma non appena il governo Renzi ha messo la fiducia sulle unioni civili e sono diventate legge, abbiamo deciso di sposarci. Dopo 40 anni era giusto – anche nei confronti di chi si è battuto per la legge – che fossimo lì a dire “sì”. C’è poi anche un aspetto pratico, di diritti negati, di una vita in comune anche dal punto di vista delle cose fatte insieme, costruite insieme, che rischiavano di disperdersi e che adesso sono davvero nostre, nel senso di entrambi. Decidemmo di fare una cerimonia senza troppi invitati, solo qualche amico. Ma quando arrivammo alla torre di Marciano, dove il sindaco ci ha sposati, ci siamo ritrovati in sala tutto il paese. I nostri amici di sempre, i vicini, la gente che incontriamo al mercato. E lì ho avuto la conferma che l’Italia è più avanti della sua classe politica.

Sei stilita e imprenditore. I tuoi prodotti hanno un buon successo: quale la formula?

Lottare contro il pregiudizio significa lottare contro il luogo comune, il conformismo. La moda è anti-conformismo per natura. La creatività pretende di uscire dall’ordinario. Quindi la spinta a creare è simile alla spinta che ti viene dalle battaglie per migliorare il mondo. L’amore per ciò che faccio, ovviamente, è l’ingrediente necessario. Nessuno lavora per trent’anni nel campo creativo senza amare quello che fa. Oggi ho deciso di impegnarmi anche per gli altri in questo settore. E ho accettato di diventare presidente della Federmoda, nella Cna, il posto dove ho cominciato a lavorare. Siamo di fronte a un momento storico per l’artigianato, l’arte del fare con le mani, un momento in cui il Made in Italy può mettere insieme la creatività, i grandi marchi e la loro attrattività mondiale, con la capacità unica che abbiamo in Italia di realizzare prodotti artigianali. La politica deve cogliere anche questa sfida se ama l’Italia. Io ora combatto anche per questa.

Sei stato oggetto di attacchi omofobi, per i quali ti esprimiamo la nostra solidarietà. Qual è oggi la pista da percorrere per  lottare contro tutte le discriminazioni soprattutto nel mondo del lavoro?

Denunciare senza paura questi attacchi e restare uniti con un solo grido: basta! Il mondo è più avanti di queste persone, ma in effetti il clima nel nostro Paese e in Europa è pesante. Il ritorno delle destre populiste, la xenofobia, l’omofobia sono tornati a tenere banco anche nel dibattito politico. Una regressione gravissima. Io non ho paura per me, mi so difendere, ma per le migliaia di persone che non possono farlo. Con Edoardo, mio marito, da anni producevamo un vino con le nostre uve che avevamo chiamato “Vinocchio”. Era un modo divertente per parlare di diritti con gli amici. A fronte di quanto sta succedendo, abbiamo deciso di trasformarlo in una vera e propria attività di solidarietà: adesso produciamo Vinocchio e Uvagina, rosso, bianco e frizzante. Sono tre etichette per i diritti, con i cui introiti sosteniamo le associazioni gay, i Pride, chi si batte per i diritti civili e la cultura in generale, perché è con la cultura che vinceremo noi, non con l’ignoranza e la paura.

Vivi ad Arezzo, città meravigliosa, piena  di storia e di cultura. La scorsa estate un  Pride di successo. Una grande onda piena di emozioni che si è alzata non solo sulla Toscana ma sul tutto il Paese. Cos’è per te questa  città e cosa bisogna ancora fare? 

Tutta l’Italia è piena di storia e cultura. Arezzo ha delle potenzialità enormi ma ancora da esprimere appieno. Io ci sono e lavoro ogni giorno per farlo. Rispetto alla metropoli, penso a Milano e Roma, la campagna ci mostra fra l’altro un modello di integrazione magari più lento o meno visibile, ma più profondo, più autentico, dove i legami fra le persone si intrecciano e si autostengono in modo molto vero. Credo che da città come Arezzo possa venire molto. Ma a una condizione: chi fa la cosiddetta politica – o l’associazionismo – deve mettere al primo posto gli altri e non se stesso, la comunità e non la carriera. Altrimenti saremo noi a ghettizzare i gay e le lesbiche e diventare i primi omofobi dell’era moderna, quella che credevamo fosse libera e democratica.

Da ultimo ma non da ultimo. Arcigay che cos’è per te?

Arcigay è una casa. Lo è stata per molti anni. Oggi è cambiata. A volte stento a riconoscerla. Ma quella parola che tanrti anni fa era difficile anche solo da pronunciare mi riempie ancora di emozioni. Quelle di una battaglia durata come la mia vita. Quindi ci sono tornato e cerco di dare una mano. E qualche pacca sul culo a chi interpreta troppo quella casa come un trampolino: è un errore enorme. Noi sobbiamo lavorare perché l’Arcigay un giorno non serva più. Perché sia stato un grande sogno di libertà, finalmente realizzato.

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Il 12 dicembre la senatrice dem Monica Cirinnà è divenuta socia del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli. Ulteriore iscrizione, dunque, a un’associazione Lgbti per la madrina della legge sulle unioni civili, già tesserata ad Arcigay a partire dal 2016 e al Wand di Benevento il 4 dicembre scorso.

A Gaynews così la parlamentare ha spiegato motivi e finalità sottese al gesto: «Sono contentissima di essermi tesserata alla più importante associazione Lgbti della capitale qual è il Mieli. Un onore essere socia di una realtà che nei decenni non ha mai perso di vitalità ma si è sempre distinta per il coraggio delle idee e l’impegno in prima linea nelle battaglie per i diritti.

Mi piace soprattutto ricordare la presentazione del pdl regionale in materia di discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere nonché il sostegno a un dialogo serio e sereno sul tema della gestazione per altri. Tema presente nel bel documento politico del Roma Pride 2017, frutto dell’opera di coordinamento svolto appunto dal Mieli e dal portavoce Secci».

E proprio Sebastiano Secci, divenuto da qualche mese presidente dell’associazione romana, ha commentato così il tesseramento di Monica Cirinnà: «È con grande piacere che abbiamo accolto la senatrice Monica Cirinnà fra le socie e i soci del Circolo Mario Mieli.

Il rapporto che il Circolo ha avuto con la senatrice è stato caratterizzato, prima, durante e dopo la discussione della legge sulle unioni civili, da estrema schiettezza e correttezza reciproca. Schiettezza e correttezza che nascono da una profonda consapevolezza e rispetto del diverso ruolo e compito svolto dal movimento Lgbt+ da un lato e dalla politica dall'altro.

Apprezziamo Monica Cirinná, fra le altre cose, anche perché è una delle poche parlamentari che, nonostante la delicatezza dell'attuale fase politica, non esita a parlare liberamente di  matrimonio egualitario, di adozioni ma anche di riconoscimento di figli dalla nascita e di gestazione per altri

Argomento, quest’ultimo, sicuramente complesso ma che noi del Circolo Mario Mieli abbiamo fortemente voluto nella piattaforma rivendicativa dell'ultimo Roma Pride proprio perché simboleggia le sfide culturali e politiche che il movimento Lgbt+ sarà chiamato ad affrontare da oggi in poi».

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Nata ufficialmente agli inizi dello scorso mese d’agosto, l’associazione orlandiana Dems (Democrazia, Europa e Società) s’è riunita il 16 dicembre – pochi giorni prima dallo scioglimento delle Camere – nella sua prima assemblea nazionale. Nella cornice dell’auditorium romano Antonianum in via Manzoni si sono succeduti numerosi interventi centrati sull’obiettivo della kermesse. Quello, cioè, di costruire «insieme una nuova proposta per il centrosinistra».

Particolarmente interessante il contributo di Angelo Schillaci che, in veste di coordinatore, ha annunciato la costituzione del comitato tematico Dems Arcobaleno. Raggruppamento che, nato dall’esperienza della Squadra Arcobaleno per Orlando Segretario, vede coinvolte – come detto in quella sede da Schillaci, ricercatore di Diritto comparato alla Sapienza – «persone, con un bagaglio di esperienze ricco e plurale, che condividono la passione e le battaglie per i diritti civili».

Una composizione variegata, come quella dell’arcobaleno, costituita da esponenti della società civile nonché della politica territoriale e nazionale. Tra quest’ultimi si contano i nomi di Monica Cirinnà, Sergio Lo Giudice, Daniele Viotti.

Raggiunto telefonicamente, così Schillaci ha spiegato gli obiettivi del comitato tematico: «Vogliamo rappresentare dentro Dems e più estesamente nel partito un gruppo che nel metodo e nel merito porti avanti le battaglie per i diritti civili Lgbti e non solo.

Nel metodo, puntando su un partito che si apra, sappia parlare all’esterno e si confronti con le forze vive della società. Nel merito, riaffermando le nostre rivendicazioni classiche e fondamentali. Rivendicazioni, che faremo di tutto per portare nel programma del Pd: matrimonio egualitario, equiparazione piena di tutte le famiglie, responsabilità genitoriale alla nascita e riforma delle adozioni, legge contro l’omofobia, piena attenzione per le persone trans e intersex attraverso provvedimenti legislativi che diano pieno riconoscimento e tutela ai loro percorsi di vita e costruzione dell’identità.

Ma il nostro orizzonte non è limitato solo a un tale ambito. Crediamo infatti che i diritti Lgbti siano una componente essenziale e paradigmatica di una battaglia più ampia per i diritti, per l’uguaglianza e l’inclusione».

Parole, queste, condivise appieno dalla senatrice Cirinnà che ai nostri microfoni ha dichiarato: «La battaglia arcobaleno sintetizza in sé quella più ampia e fondamentale per la tutela e il riconoscimento di tutti i diritti umani e civili.

Questa è l’autentica cifra di un partito di centrosinistra che voglia dirsi ed essere tale. Fino a quando sussisterà al riguardo anche una sola minima disparità tra le persone le donne e gli uomini di sinistra non resteranno inoperosi. Noi almeno dei Dems Arcobaleno non lo saremo e faremo di tutto perché non lo sia l’intero Pd.

Uno degli impegni prioritari al riguardo sarà quello per il matrimonio egualitario, al cui riguardo Andrea Orlando ha giustamente detto il 16 dicembre: Le unioni civili, una battaglia a cui tengo e che ho fatto con Monica Cirinnà, sono un modo per sperimentare un percorso che possa portare ai matrimoni egualitari».

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Una sentenza indubbiamente importante quella emessa dalla sezione civile del tribunale di Matera il 7 dicembre accogliendo la denuncia del 45enne Vincenzo Trani nei riguardi del padre naturale Giovanni Sanchirico.

L’uomo, all’età di 18 anni, aveva avuto una relazione con una compaesana che aveva poco dopo abbandonato per emigrare a Genova in cerca di lavoro. Noncurante del fatto che la donna aspettasse un figlio. Nel capoluogo ligure Sanchirico s’era fatto un’altra famiglia senza mai darsi pensiero della donna precedentemente amata e di Vincenzo. Atteggiamento di totale indifferenza mantenuto anche quando aveva fatto ritorno a Tursi, paese natale, dove ha trovato lavoro nel corpo della Polizia municipale.

Ma adesso dovrà risarcire di 20mila euro quel figlio non riconosciuto per danno esistenziale. Danno che, secondo il collegio giudicante, è dimostrato dal fatto in sé ossia dal mancato riconoscimento genitoriale. «La mancanza di supporti del padre nel corso del tempo – come si legge nella sentenza – non ha consentito al figlio un percorso di vita e di crescita qualitativamente migliore, costringendolo a vivere con il solo reddito della madre». Ciò ha comportato per Vincenzo di essere conseguentemente «privato di diverse attività realizzatrici della persona che avrebbero potuto comporre il compendio della sua crescita psico-fisica».

Parole inequivocabilmente chiare che da Giorgia Meloni sono state invece lette quale affermazione giurisprudenziale della necessaria presenza di un padre e di una madre per «la crescita armoniosa di un bambino». Un paradosso, quaesto, per la presidente di Fratelli d’Italia, che si è poi chiesta su Facebook: «Com’è possibile, allora, che lo Stato che emette queste sentenze sia lo stesso che legifera contro la famiglia naturale composta da un uomo e una donna e ipotizza le adozioni omosessuali?».

All’interpretazione meloniana della sentenza di Matera ha così risposto la senatrice Monica Cirinnà ai nostri microfoni: «La recente sentenza del tribunale civile di Matera e la legge sulle unioni civili sarebbero per Giorgia Meloni la riprova dei “paradossi della nostra società”. In quanto una negazione dell’altra. Ma qui di paradossale ci sono solo le argomentazioni e le conclusioni della leader dei Fratelli d’Italia.

Forse l’avrà sognata l’affermazione giurisprudenziale della necessaria presenza di un padre e di una madre per garantire la crescita armoniosa di un bambino.

Il collegio giudicante ha infatti dedotto il "danno esistenziale da privazione della figura genitoriale paterna" dalla mancanza di supporti del padre nel corso del tempo. Cosa che non ha consentito al denunciante “un percorso di vita e di crescita qualitativamente migliore", essendo stato costretto il ragazzo senza padre "a vivere con il solo reddito della madre". Un figlio, per giunta, che quel padre non ha mai riconosciuto – dopo averne abbandonato la madre - sì da comportargli durante la sua crescita "rilevanti pregiudizi dei diritti della personalità".

Qui è chiamata in causa la responsabilità genitoriale che nulla ha da spartire con una fantomatica presenza cogente di un papà e di una mamma. Altrimenti il problema si porrebbe per tutti i figli in stato di orfananza o privati da piccoli del padre (o della madre) a seguito di un eventuale nuovo matrimonio dello stesso (o della stessa).

Per non parlare poi di termini assurdi come “adozioni gay” (cioè?) e di “famiglia naturale”. Al cui riguardo piacerebbe capire a quale concetto di natura pensa Giorgia Meloni quando usa una simile espressione. Ad Aristotele? A Tommaso d’Aquino? A Spinoza? A Grozio? O forse ai manifesti di Forza Nuova?

La leader di FdI ignora o finge d’ignorare che lo status familiare è riconosciuto alle coppie delle persone dello stesso sesso, con o senza figli, nella legislazione di molti Paesi Ue.

E in alcuni di essi cio è stato merito di governi di destra. Ovviamente di una destra liberale e non quella nostalgica di manganelli e olio di ricino».

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Il testamento biologico è legge. Dopo anni di vicende che hanno scosso l’opinione pubblica, dai casi Englaro e Welby fino all’ultima vicenda di Dj Fabo, il Parlamento riesce finalmente a legiferare sul fine vita.

L’AUTODETERMINAZIONE

Un tema complesso e articolato che riguarda l’autodeterminazione e la libertà individuale.

Perché si è resa necessaria una legge simile? La risposta sta nell’incredibile progresso delle tecnologie biomediche avvenuto negli ultimi decenni. I concetti di morte, vita e malattia hanno assunto dei connotati prima impensabili. Situazioni nuove e diverse tra loro: stato vegetativo permanente, stadi terminali di malattie neurodegenerative, stati di paralisi quasi completa a seguito di incidenti mortali. La scienza consente oggi di sopravvivere in condizioni prima impossibili, spesso in enorme sofferenza, creando uno spazio in cui la libertà di scelta delle persone è spesso negata e deve sottostare a ideologie imposte dall’alto.

LE DAT

Le disposizioni anticipate di trattamento (DAT) introdotte nella legge sono un primo fondamentale tassello nel garantire l’autodeterminazione delle persone in questi nuovi spazi della vita. Le DAT consentono a ciascuno e ciascuna di noi di decidere come e se curarci in una ipotetica situazione in cui non saremo capaci di esprimersi.

Il punto nodale riguarda il riconoscimento definitivo dell’idroalimentazione artificiale come terapia e non come sostegno vitale (diverso quindi dal cibo e dall’acqua che si assumono ordinariamente). In tal modo, il sondino nasogastrico con cui era alimentata ad esempio Eluana Englaro rientra definitivamente nel diritto costituzionale al rifiuto delle cure. Le DAT possono essere modificate in qualunque momento e possono essere riconsiderate (dal medico e dall’apposito fiduciario nominato dal paziente), qualora fossero disponibili nuove terapie che il paziente non conosceva al momento della sottoscrizione delle sue volontà.

L’EUTANASIA È UN ALTRO TEMA

La legge non consente la possibilità per il paziente di richiedere il suicidio assistito o l’eutanasia, ma solo di poter rifiutare, in una futura situazione di incoscienza determinate terapie essenziali che impongono una vita letteralmente attaccata alle macchine.  

Il tema dell’eutanasia, che ha riguardato da vicino la battaglia di Dj Fabo, contempla altre situazioni di sofferenza e malattia irreversibile sulle quali il dibattito pubblico è destinato a proseguire.

ANALOGIE CON IL DIBATTITO SULLE UNIONI CIVILI

Non sono mancati, anche questa volta, i tentavi delle forze conservatrici di ostacolare la legge. L’incredibile analogia che salta agli occhi è la mistificazione della realtà in nome dell’ideologia.

Secondo Giovanardi, Eluana Englaro stava fisicamente bene. Secondo Centinaio non si possono togliere “alimenti e bevande” ai malati, come se di quello si stesse parlando. Argomenti che ricordano molto bene la tremenda minaccia per la “famiglia naturale” rappresentata dalle unioni civili e il “mostro” gender che “omosessualizza” i bambini.

Le ideologie si distinguono dalle idee per la loro tendenza ad imporsi sulla libertà delle persone e anche sulla realtà dei fatti scientifici.

UN PAESE LAICO CHE DISCUTE DI REGOLE

La battaglia sull’autodeterminazione del paziente è un risultato anche per chi si batte sul fronte dei diritti civili delle persone lgbti, perché da oggi possiamo dire che viviamo in un Paese più laico, che ha saputo per una volta distinguere il terreno del “pro e contro” dal terreno della regolamentazione di un fenomeno nella tutela della libertà di scelta.

Un ragionamento proprio dello Stato di diritto che spesso viene messo da parte nel dibattito pubblico in nome di sterili discussioni sul “come farei io” o “come faresti tu”.

Anche il movimento Lgbti può trarre un grande insegnamento da questa vicenda a lieto fine. Non si rivendica, certamente, la scelta di essere gay (che non esiste), ma la scelta di vivere pienamente ciò che si è, la scelta di essere genitori, di essere single, di essere coppia, di vivere relazioni poliamorose, di essere visibili in ogni momento della vita. La scelta di poter donare la propria maternità, ad esempio.

Anche il dibattito sulla gpa potrebbe trarre grande giovamento dalla lezione del testamento biologico. Come? Trasformandosi in una discussione sulle regole di un fenomeno esistente (e che genera sfruttamento proprio in assenza di norme) e uscendo dalla dimensione dello scontro tra diverse e legittime sensibilità individuali.

È lo stesso percorso, va ricordato, che in Italia ci ha portato alle leggi sul divorzio e sull’interruzione volontaria di gravidanza.

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Il Partito Laburista Progressista (Plp), al governo dal circa cinque mesi in Bermuda, è riuscito a far approvare, grazie alla sua maggioranza, una legge che rende illegale il same-sex marriage e consente al contrario le sole unioni civili.

Approvata lo scorso fine settimana e resa nota nella giornata d’ieri, la norma non avrà effetto retroattivo sui matrimoni (sette in tutto) contratti da persone dello stesso sesso tra maggio e novembre. Nei mesi, cioè, in cui è stato possibile farlo a seguito della sentenza emessa, il 5 maggio, dalla presidente della Corte Suprema, Charles-Etta Simmons, a favore dei ricorrenti Winston Godwin e Greg DeRoche.

La giudice ha infatti messo in evidenza come Godwin e il suo compagno canadese erano stati di fatti discriminati sulla base del loro orientamento sessuale quando presso la Cancelleria generale ci si era rifiutati di procedere alle pubblicazioni di matrimonio. Assunto poggiato sul rilievo giuridico del  palese contrasto del Marriage Act 1944 (la vigente legislazione bermudiana in materia matrimoniale) con quanto disposto nelle Sezioni II (2, a, II) e V del Bermuda Human Rights Act.

La sentenza della Corte Suprema ha così legalizzato di fatti la celebrazione del same-sex marriage (il primo in data 31 maggio) in tutto l’arcipelago. Che, come noto, è un territorio d'oltremare britannico e componente della comunità caraibica (Caricom). Ma i cui abitanti (poco più di 60mila) sono nel complesso tutt’altro che gayfriendly. Riprova ne è (anche se poi considerato invalido per il mancato raggiungimento del quorum previsto) il risultato del referendum non vincolante del 23 giugno 2016 su unioni civili e nozze tra persone dello stesso sesso: su 20.804 votanti ben 13.003 e 14.192 si erano rispettivamente espressi contrari (63.03% e 68.54 %) di contro al 31 e 37% dei favorevoli.

Non meraviglia, dunque, che l’8 dicembre, dopo un dibattito di cinque ore, la Camera dell’Assemblea abbia approvato (24 sì, 10 no, 2 astenuti) l’accennato disegno di legge. Via libera insomma alle unioni civili ma sbarramento al matrimonio egualitario, durato nell’arcipelago caraibico l’éspace d’un matin.

Il proponente del ddl Walton Brown ha messo in luce come la normativa garantisca non pochi diritti alle coppie di persone dello stesso sesso nel «pieno rispetto dei diritti di tutta la comunità».

Durante il dibattito Lawrence Scott, deputato del Plp e figlio dell’ex-premier William Alexander, ha definito equilibrato un disegno di legge che alla fine «garantisce alla comunità Lgbti i benefici richiesti. Fino ad oggi le persone omosessuali potevano godere del matrimonio a livello nominale ma senza i suoi benefici. Dopo l'approvazione di questa legge ne avranno i vantaggi senza il nome. E sono i vantaggi quanto veramente essi richiedono».

Ha invece duramente attaccato il disegno di legge quale discriminatorio Patricia Gordon-Pamplin, leader ad interim del partito d’opposizione One Bermuda Alliance. «Mai – ha dichiarato – sosterremo un testo che toglie diritti acquisiti a una collettività». 

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Con l'Austria sono 14 i Paesi dell’Europa che consentono il matrimonio senza distinzione in base al sesso e all’orientamento sessuale delle persone che lo contraggono.   

La sentenza della Corte costituzionale austriaca del 4 dicembre 2017 (Verfassungsgerichtshof, G 258-259/2017-9) ha stabilito che mantenere una differenza di trattamento tra coppie eterosessuali e coppie omosessuali, consentendo alle prime di accedere al matrimonio e riservando alle seconde un istituto a parte, le unioni civili, costituisce una discriminazione in violazione del principio di uguaglianza.  

E’ noto che dal 2010, quando le unioni civili furono introdotte in Austria (con legge n.111/2010), a oggi le differenze riguardanti il contenuto di diritti con il matrimonio si erano andate assottigliando grazie a interventi successivi della stessa Corte costituzionale (2013, 2015), della Corte europea dei diritti umani (2013) e del legislatore (2016). Con la conseguenza che mantenere nomi differenti a medesimi status familiari, ha affermato la Corte, produce l’effetto che “le persone con lo stesso orientamento sessuale non siano considerate uguali alle persone con orientamento eterosessuale”. Inoltre, aggiunge la Corte in un passaggio importante, “l’effetto discriminatorio è prodotto dal fatto che attraverso i differenti nomi degli status familiari, chi vive una relazione con una persona dello stesso sesso deve rivelare il proprio orientamento sessuale anche in situazioni nelle quale non è e non deve essere rilevante ed […] è più esposto alla probabilità di essere discriminato”: tema che era parso centrale anche all’indomani dell’approvazione della legge sulle unioni civili italiane.  

Considerando che l’uguaglianza è il principio costituzionale che porta iscritto nel proprio programma anche l’apertura del matrimonio alle coppie dello stesso sesso, l’espressione ‘matrimonio egualitario’ diviene sempre più esatta, tanto che alla Corte costituzionale austriaca ha rimosso dalla legge sul matrimonio le parole “due persone di sesso diverso” per ristabilirne il rispetto. Le partnership civili resteranno come opzione al matrimonio e diventeranno un istituto accessibile anche alle coppie eterosessuali

Ciò avviene a distanza di poco più di mese dalla sentenza della Corte europea di diritti umani (sentenza RATZENBÖCK AND SEYDL v. AUSTRIA del 26 ottobre 2017) con la quale, investita della questione della violazione diritto al rispetto alla vita familiare da parte di una coppia eterosessuale per l’impossibilità di accedere all’istituto della  partnership  riservata alle sole coppie dello stesso sesso, aveva dichiarato non contraria alla Convenzione la scelta dell'Austria di riservare le unioni civili solo alle coppie same sex.  

In quel caso i presupposti sui quali la Corte EDU era chiamata a decidere erano diversi, trattandosi di stabilire la conformità alla Convenzione della scelta legislativa austriaca.  La Corte costituzionale ha invece affermato la pari dignità personale e sociale tra gli individui – a prescindere dal loro orientamento sessuale – utilizzando come principi guida l’uguaglianza e il suo corrispettivo che è il divieto di discriminazione, principi che sono inscritti anche nell’articolo 3 della nostra Costituzione

Il canone antidiscriminatorio è quello che gli avvocati di Rete Lenford, e quanti hanno partecipato alla campagna di Affermazione civile tra il 2007 e il 2009, chiesero alla Corte costituzionale italiana di far rispettare quando le sottoposero il tema del matrimonio egualitario. In quel caso la Corte si  rifiutò di esaminarlo, utilizzando come argomentazione la presenza di una differenza tra coppie gay/lesbiche e coppie eterosessuali in materia di filiazione, in grado di giustificare un trattamento differenziato (sentenza n. 138/2010). L’argomentazione sembrò già allora  molto debole, perché nel matrimonio la filiazione non è un obbligo ed è solo potenziale, tanto quanto lo è nelle coppie di sesso differente e si sta dimostrando in tutta la sua inconsistenza alla luce dei nuovi arresti giurisprudenziali che, già poco tempo dopo, hanno riconosciuto alle  coppie omosessuali l’applicazione la legge sull’adozione, quanto meno relativamente alla adozione del figlio del partner, nonché i rapporti di genitorialità costituiti all’estero,  mediante il riconoscimento di sentenze di adozione e la trascrizione di certificati di nascita di bambini con due genitori dello stesso sesso.  

E’ evidente, infatti, che questa posizione si pone in contrasto con il diritto fondamentale riconosciuto ai cittadini dell'Unione europea di circolare liberamente tra i suoi Stati membri. Diritto fondamentale che viene sicuramente menomato se questi cittadini, nello stabilirsi o rientrare in Italia, perdono un tratto così distintivo della loro identità personale come quello di essere coniugati o di essere genitori. 

Ancora si scrive o si sente dire, nella circostanza di notizie come quella della Corte austriaca, che i giudici invadono il campo della politica. Occorre sgomberare il campo definitivamente da questo equivoco. Non c’è dubbio che la politica debba assumersi le sue responsabilità nei confronti delle persone omosessuali e trans, così come rispetto a tanti altri soggetti e temi che trascura o affronta avendo come principale obiettivo il consenso elettorale. L’intervento delle corti è certamente innescato da una inadeguatezza della politica a dare risposte concrete alle istanze di giustizia dei cittadini. Tuttavia i giudici sono presidio della garanzia dei diritti fondamentali delle persone e fino a quando avremo una Costituzione e dei principi i giudici sono tenuti ad intervenire al fine di tutelarli, se investiti della richiesta. L’indolenza del legislatore, per usare un'espressione eufemistica, può determinare come conseguenza la messa in mora da parte dei giudici, ma se nel primo caso la responsabilità è solo politica, nel secondo si tratta di un obbligo assegnato dalla Costituzione. In altri termini,  mentre legislatore può permettersi di non legiferare, secondo i principi e le attribuzioni previste dalla nostra Carta costituzionale il giudice non può non intervenire se chiamato a farlo. 

La pressante richiesta di tutela comporterà con sempre maggiore frequenza un intervento dei giudici e dei tribunali, chiamati a sopperire all’inerzia della politica, come dimostrato dal caso eclatante delle decisioni assunte dai tribunali italiani per accertare il diritto all’adozione del figlio del partner a seguito dello stralcio dal testo sulle unioni civili del 2016 della stepchild adoption.  

Il passo storico della Corte austriaca segna, dunque, un ulteriore arretramento dell’Italia rispetto al contesto giuridico europeo, nel quale la maggior parte dei Paesi è approdata per via legislativa o, come in questo caso per intervento giudiziale, all’estensione del matrimonio, ponendo fine a una discriminazione nei confronti del propri cittadini fondata sul loro orientamento sessuale. 

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La questione del cognome comune, assunto dalle parti unitesi civilmente nel periodo compreso fra la data di emanazione della legge sulle unioni civili e quella dei decreti di attuazione, è stata ieri portata dinanzi alla Corte costituzionale dal Tribunale di Ravenna. Si tratta della prima questione di legittimità costituzionale su un decreto attuativo (n. 5/2017) della legge 76/2016, la cosiddetta legge Cirinnà.

A seguito di un procedimento promosso da Avvocatura per i diritti LGBTI – Rete Lenford i magistrati ravennati hanno ritenuto come non manifestamente infondata l’eccezione mossa dai ricorrenti. Eccezione relativa all’incompatibilità, con i principi costituzionali e sovranazionali, del decreto attuativo della legge laddove esso ha stabilito che i cognomi comuni, assunti dagli uniti civilmente nel periodo intercorso fra la data di emanazione della legge medesima e quella di promulgazione del suo decreto di attuazione, dovessero essere cancellati.

Seguito dai soci avvocati Stefano Chinotti e Vincenzo Miri e dall’avvocata ravennate Claudia Calò, il casoera stato segnalato da una coppia di uomini che, nel giugno 2016, aveva costituito, pima in Italia, un’unione civile scegliendo il “cognome comune” ai sensi del comma 10 della legge sulle unioni. In forza del “decreto ponte” (D.P.C.M. del 23.7.2016) il cognome dell’unione era stato aggiunto al proprio da parte di uno degli uniti civilmente che, di conseguenza, aveva mutato la propria posizione anagrafica.

Emanando il decreto legislativo n. 5/2017, il Governo aveva tuttavia imposto una “retromarcia”, riducendo la portata del cognome comune a mero “cognome d’uso”. Veniva così disposta la cancellazione dello stesso dalle schede anagrafiche (e conseguentemente dai documenti: codice fiscale, carta d’identità etc.) di chi nel frattempo lo aveva assunto. Con lo scopo, in relatà, prioritario quanto malcelato di impedirne la trasmissibilità agli eventuali figli delle coppie omoaffettive.

Agendo ai sensi dell’art. 98 del DPR 396/2000, Avvocatura per i diritti LGBTI - Rete Lenford ha così ottenuto la trasmissione degli atti alla Corte costituzionale che sarà, ora chiamata a pronunciarsi sulla «valutazione della compatibilità della norma con i principi costituzionali e gli obblighi comunitari».

La presidente dell'associazione Maria Grazia Sangalli ha rilevato come a essere in gioco sia la tutela del «diritto all'identità personale delle coppie che in base a una norma di legge hanno scelto come farsi identificare nel contesto sociale in cui svolgono la loro personalità. Non c'è alcuna motivazione giuridicamente sostenibile che possa giustificare un'intromissione arbitraria del Governo nella vita familiare delle persone».

A nome anche dei colleghi Miri e Calò l’avvocato Chinotti ha dichiarato ai nostri microfoni: «La tutela dei diritti riconosciuti dalla legge Cirinnà, almeno per le unioni costituite sino all’11 febbraio 2017 (data di entrata in vigore dei decreti attuativi), non può assolutamente essere frustrata da disposizioni normative che sono state emanate in via retroattiva. Ciò è in palese violazione di interessi fondamentali sia delle coppie sia dei loro figli».

Un risultato importante per un'associazione come Rete Lenford che, negli ultimi anni, si è imposta per la propria autorevolezza sullo scenario giuridico italiano soprattutto nel contrastare le discriminazioni nei riguardi di persone lesbiche, gay, bisessuali, transessuali e intersex. Un risultato importante a due giorni dalla celebrazione del decennale di fondazione che si terrà con un importante convegno a Firenze presso Palazzo Vecchio.

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