Sabato 4 maggio, alle 16:00, si uniranno civilmente nell’elegante aula consiliare di Palazzo Mezzabarba, sede del Comune di Pavia, Davide Podavini e Giuseppe Polizzi. Al rito saranno presenti familiari e amici ma anche esponenti del movimento Lgbti italiano, tra cui l'ex parlamentare nonché direttore di Gaynews Franco Grillini e lo storico Giovanni Dall'Orto. Davide e Giuseppe hanno, infatti, anni alle spalle d’attivismo in Arcigay. A esso s’è congiunto l’impegno universitario e, per Giuseppe, quello politico in qualità di consigliere comunale e portavoce M5s presso il Comune di Pavia.

Per saperne di più li abbiamo raggiunti telefonicamente.

Davide e Giuseppe, si avvicina il gran giorno: come state vivendo la preparazione?

D. In modo allegro, caotico. Per fortuna abbiamo amiche e amici meravigliosi che pensano a tutto. Mi hanno pure regalato un viaggio a Ibiza. Sono appena tornato: mare, vento, pinete libertarie, vino. Direi che sono pronto.

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G. Nella confusione più totale. Che è la costante della nostra vita. Ogni giorno ci ricordiamo una cosa che ci siamo dimenticati e la rimandiamo al giorno dopo (c’è tempo). Ma tanti amici ci stanno aiutando. A occhi aperti cerchiamo di immaginarci “che succederà”.

Un tale atto arriva dopo un percorso di vita insieme: come si è strutturato nel tempo il vostro rapporto e perché avete deciso di formalizzarlo? 

D. Avevo capito che Giuseppe sarebbe stato il compagno della mia vita ben prima che decidessimo di unirci anche “formalmente”. Lui è allo stesso tempo la mia casa e la mia libertà, lui è una scelta ma è anche un destino. La nostra storia è stata un incessante cambio di stagione, fin dall'inizio. Abbiamo vissuto anche lunghi periodi di lontananza geografica, che hanno negato, ridiscusso, ridefinito quella quotidianità che avevamo costruito in altri momenti. Abbiamo vissuto tanti modi diversi di stare insieme, sperimentando, cercando di conoscerci attraverso la libertà. Abbiamo discusso tanto, ci siamo scontrati intimamente e politicamente. 

Ciò che abbiamo di più bello, lo abbiamo costruito insieme.

Abbiamo deciso di sposarci per celebrarci un po', per riunire gli amici spersi e fare festa, per darci un punto e continuare la pagina.

E anche perché abbiamo combattuto per i nostri diritti, e adesso ce li prendiamo, e poi perché l'unione civile è un atto pubblico, è uno dei modi che abbiamo per dire forte e chiaro che l'amore omosessuale è un amore felice, non una distorsione, non un errore.

 

G. Libertà, avere voglia di cambiare, accettare e poi rispettare lo spazio dell’altro. Se mi soffermo, dopo quasi quattordici anni di vita insieme, queste le prime cose che mi vengono in mente.

Alla luce dell’esperienza attivistica qual è il vostro giudizio sulla legge Cirinnà a tre anni, oramai, dalla sua promulgazione? 

D. Mi sono sempre sentito a mio agio nella parte più libertaria del movimento Lgbt, ma ho creduto profondamente nella battaglia per il matrimonio egualitario. Principalmente per due ragioni: perché in ballo c'era l'eguaglianza, e non è una cosa da poco; e perché ero sicuro che la gioia di una comunità che si vede riconosciuta nei propri diritti, dopo secoli di persecuzione feroce, avrebbe spinto molto avanti la battaglia contro l'omofobia. La legge “Cirinnà” è stata importantissima perché ci garantisce diritti veri che prima non avevamo, ma l'eguaglianza non è stata raggiunta, restiamo in buona compagnia nella società dei diseguali.

 

G. Quando mi sono messo con Davide “unirci” non era fra le cose immaginabili. Poi “l’inimmaginabile” si è fatto “immaginabile” e infine “reale”. Le legge sulle unioni civili è merito della comunità LGBT* che negli ultimi quattro decenni si è mobilitata per i propri diritti. Ringrazio chi ci ha messo la faccia in tempi difficili, chi col proprio impegno ci ha regalato il futuro che oggi viviamo. Siamo al punto di “partenza”: non ci dobbiamo fermare finché le “unioni civili” non si chiameranno “matrimonio”. Il resto viene da sè.

Giuseppe, una domanda specifica per te: è nota la tua militanza all’interno del M5s, che è spesso sotto attacco da parte di componenti del movimento Lgbti per l’alleanza con la Lega, le cui posizioni in tema di persone Lgbti e minoranze sono ampiamente note. Come rispondi a tali critiche e ne hai tu stesso da muovere al M5s?

Quest’anno ho concluso il mandato da consigliere comunale, che mi ha consentito di realizzare una serie di politiche a favore della comunità Lgbt* (registro unioni civili, trascrizione matrimonio celebrato all’estero, contrasto bullismo omotransfobico); alcune di queste si stanno diffondendo in tutta Italia, come ad esempio le norme antidiscriminatorie per impedire eventi omotransfobici negli spazi urbani (adottate, fra l’altro, a Torino dalla sindaca Appendino, anche grazie all’impegno dell’assessore Marco Giusta). Per diversi anni, insieme a decine di altre persone, ho cercato di radicare le battaglie LGBT* dentro il M5s. Ho perso tanto e vinto poco. Quel poco ha però migliorato il benessere della comunità: “piccoli passi”, per cui rivendico il percorso compiuto all’interno delle Istituzioni. Per farne altri serve ora, e servirà di più in futuro, la mobilitazione di piazza, e io fra le Istituzioni e le piazza, fra il Palazzo e la comunità, ho scelto per ora di stare in piazza con la mia comunità.

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Infine, nel progetto futuro di Giuseppe e Davide rientra anche quello della genitorialità?

D. No!

G. In caso, per adozione. 

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Alle 16:30 di oggi Franco Grillini, ex parlamentare e direttore di Gaynews.it, riceverà a Torino il Premio Milk, che il Lovers Film Festival assegna a personalità distintesi nella lotta per i diritti. 

La cerimonia di consegna avverrà nella Sala Rondolino presso il Cinema Massimo e sarà seguito dalla proiezione in anteprima speciale di State of Pride (Usa 2019, 70') di Robert Epstein e Jeffrey Friedman.

Un riconoscimento che il direttore del nostro quotidiano, da lui avviato nel 1998, ha dichiarato, in un videomessaggio, di voler dedicare all’intera collettività Lgbti, rivolgendo altresì un grato pensiero a Giovanni Minerba, presidente e cofondatore con Ottavio Mai della storica rassegna cinematografica.

Ne approfittiamo per ripercorrere le principali tappe della lunga esperienza politica e attivistica di Franco Grillini.

Nato a Pianoro (Bo) il 14 marzo del 1955, è impegnato politicamente già all’età di 16 anni. Protagonista del movimento studentesco bolognese negli anni ’70 del secolo scorso, arriva infatti a ricoprire e l’incarico di responsabile nazionale studenti medi del PdUP, partito di cui è stato anche segretario organizzativo per la federazione di Bologna fino al 1984. 

Laureato in pedagogia nel 1979, consegue successivamente i titoli di psicologo e giornalista pubblicista. Nel 1990 è eletto in Consiglio Provinciale a Bologna, per esservi poi riconfermato nel ’95 e nel ’99. 

Iniziata la sua militanza per i diritti civili nel 1982 con l’inaugurazione della sede dell’allora Circolo di cultura omosessuale 28 giugno presso il Cassero di Porta Saragozza, nel 1985 fonda, insieme ad altri, Arcigay Nazionale (di cui è l’ideatore), diventandone prima segretario e poi presidente, nel dicembre '87, al congresso di Rimini.

Nel 1987 idea e fonda con altri la Lila, Lega Italiana per la lotta contro l’Aids, divenendo, inoltre, componente della Consulta nazionale per la lotta contro l’Aids del ministero della Sanità per oltre dieci anni.

Nella sua qualità di pubblicistà dà vita nel 1989 alla rivista CON/TATTO, di cui è direttore responsabile, collaborando inoltre con numerosi giornali e periodici. Il 29 maggio ’98 apre su internet il quotidiano on line N.O.I. Notizie Omosessuali Italiane, che nel 2004 N.O.I si trasforma in Gaynews.itNel marzo ’98 fonda l’associazione omosessuale d’informazione Italia Gay Network, in sigla Gaynet (di cui è tuttora presidente nazionale), che gestirà la rivista N.O.I prima e Gaynews.it poi e, a partire dal 2013, organizzerà i corsi di formazione per giornalisti in collaborazione con l’Ordine nazionale dei Giornalisti.

Volto noto in tv, dove a partire dal 1985 partecipa a dibattiti di argomento vario, viene nominato presidente onorario d'Arcigay al congresso nazionale di Roma (5-6-7 giugno ’98). Eletto alla Camera dei deputati il 13 maggio 2001 nelle liste dei Ds, vi viene rieletto nel 2006 in quelle dell’Ulivo.

In qualità di parlamentare presenta numerose interpellanze e interrogazioni relative ai diritti civili e al tema del diritto alla salute e alla prevenzione delle malattie a trasmissione sessuale.

È protagonista in primo piano della battaglia sulla legge Giovanardi contro le discoteche, legge che poi viene bocciata dopo un'accesa discussione in aula alla Camera, così come verrà ritirata grazie alla ferma opposizione di Grillini ed altri la legge sulla prostituzione della ministra Prestigiacomo, che voleva vietare la prostituzione di strada e colpevolizzare i clienti .

Dal 1° luglio 2004 riesce a iscrivere all’ordine del giorno della Camera in Commissione Giustizia la proposta di legge sul Pacs (Patto Civile di Solidarietà), di cui inizierà la discussione in sede parlamentare. Nel secondo mandato parlamentare Grillini riesce a far approvare alla Commissione Giustizia della Camera, prima dello scioglimento della legislatura, la legge contro l’omofobia.

Su sua iniziativa la presidenza del Consiglio dei ministri attribuisce il vitalizio per meriti culturali ad Aldo Braibanti, notissimo per aver ingiustamente subito un processo per "plagio" negli anni '60. Contribuisce in modo rilevante all’iter della legge sulla “protezione internazionale” delle persone perseguitate nel loro Paese, che viene approvata in via definitiva nel 2007. È infine l’autore dell’emendamento alla finanziaria 2007, che intendeva estendere ai conviventi lo sconto in materia successoria previsto per i coniugati (da questa discussione il Governo partirà per l’elaborazione della legge sui Dico) poi ritirato su ricatto della senatrice Binetti.

Nei sette anni di mandato parlamentare Grillini, per la sua passione per l'innovazione tecnologica, è stato presidente dell'Associazione amici delle nuove tecnologie (di cui era presidente onorario Francesco Cossiga) L'allora ministro per le telecomunicazioni Gentiloni riconobbe i meriti dell'associazione nella liberazione delle frequenze per il Wi-Max. 

Nel 2010 viene eletto, con 2593 voti di preferenza, consigliere regionale nelle liste emiliano-romagnole dell’Idv. È poi stato eletto alla  presidenza della Commissione Politiche Economiche della Regione Emilia Romagna. 

Negli ultimi anni Franco è colpito da un tumore cronico: inizia allora la sua battaglia per una radicale riforma del welfare a favore dell’assistenza alle persone con mobilità ridotta o non autosufficienti.

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Resi noti nella mattinata i 72 nomi dei candidati e delle candidate della Lega alle europee del 26 maggio. Sarebbero dovuti essere 76 come da regolamento e in realtà lo sono, perché Matteo Salvini è capolista in tutte e cinque le circoscrizioni.

Tra i nomi presentati spiccano quelli di Susanna Ceccardi, sindaca di Cascina e coordinatrice regionale del Carroccio per la Toscana, e di Giancarlo Cerrelli, segretario provinciale della Lega di Crotone.

Se la prima cittadina del Comune del Pisano si è imposta in passato alla pubblica attenzione non tanto per aver voluto conferire la cittadinanza onoraria a Magdi Allam quanto per aver dichiarato che non avrebbe mai registrato le unioni civili nel suo paese, il secondo è tornato a far parlare di sé in occasione dell’8 marzo scorso

Quando, cioè, in preparazione della Giornata internazionale della donna ha fatto preparare un volantino in forma di esacalogo, in cui si affermava, fra l’altro, che a offendere la dignità della donna sarebbe «chi sostiene una cultura politica che rivendica una sempre più marcata autodeterminazione della donna che suscita un atteggiamento rancoroso e di lotta nei confronti dell’uomo» o «chi contrasta culturalmente il ruolo naturale della donna volto alla promozione e al sostegno della vita e della famiglia».

Già candidato della Lega alla Camera nel collegio uninominale di Crotone (Calabria 04) in occasione delle elezioni politiche del 4 marzo 2018, il cassazionista e canonista Cerrelli è stato vicepresidente dell’Unione giuristi cattolici italiani dal 23 settembre 2011 al 27 settembre 2015 ed è attualmente Segretario nazionale del comitato Sì alla famiglia, dirigente nazionale di Alleanza Cattolica e articolista di giornali quali Cristianità, La Nuova Bussola Quotidiana, La Croce Quotidiano, La Roccia, Sì alla Vita. 

L’avvocato, che organizzò a Crotone in accordo con l’allora arcivescovo locale Domenico Graziani i Family Day del 15 marzo e 11 maggio 2007 (manifestazioni antesignane del primo Family Day nazionale, quello cioè del 12 maggio 2007), è autore di libri volti a combattere la fantomatica ideologia gender. Ma è soprattutto noto per i violenti attacchi contro le unioni civili e il matrimonio egualitario.

Le sue posizioni in tema di omofobia rimbalzarono sui media nazionali  quando ospite di Unomattina Estate, il 20 agosto 2013, si disse contrario a un’eventuale approvazione del ddl Scalfarotto con motivazioni dal seguente tenore: «L'omosessualità è un disagio e un disordine», «è stata depennata dal manuale diagnostico e statistico delle malattie mentali non per motivi scientifici», «come si sa, vi sono anche delle terapie, le terapie dette riparative per gli omosessuali»

Le dichiarazioni di Cerrelli indussero l'allora presidente del Consiglio nazionale dell'Ordine degli psicologi Giuseppe Luigi Palma a intervenire con una dura nota di condanna.

Nota che fu accolta positivamente dal direttore di Gaynews Franco Grillini, che all’epoca così scrisse: «Il vizietto di confondere scienza e fede o, peggio, di far passare come scientifici pregiudizi sociali o religiosi costituisce un atto di indiscutibile disonestà che se compiuto da professionisti persino iscritti all'albo vanno segnalati come abuso e perseguiti come tali. Piuttosto c'è da chiedersi se non ci sia qualcosa di malato in tutte quelle persone che dedicano il loro tempo a insultare milioni di cittadini che chiedono solo dignità e uguaglianza nel diritto e nei diritti».

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La Procura di Parma si è opposta al riconoscimento genitoriale di un bimbo da parte di una donna unita civilmente alla madre biologica del minore. A farlo sapere in una nota lo stesso procuratore capo Alfonso D'Avino.

La vicenda riguarda una procedura avviata davanti al Tribunale di Parma dall'avvocato della coppia di donne al fine di ottenere l'annullamento del rifiuto dell'ufficiale di Stato civile del Comune di Fidenza al riconoscimento del piccolo.

Il procuratore si è opposto alla richiesta «evidenziando che essa non sarebbe prevista dal nostro ordinamento giuridico, per cui - allo stato dell'attuale legislazione - il riconoscimento del figlio di una donna, da parte di una persona dello stesso sesso (sia essa convivente o unita civilmente alla madre del bambino), sarebbe vietata».

Il bambino, concepito con la tecnica della procreazione medicalmente assistita, è nato in Italia ed è stato riconosciuto dalla madre con regolare dichiarazione di nascita all'ufficio di Stato civile. Poi la compagna della donna, con il suo consenso, si è rivolta al Comune, chiedendo di effettuare il «riconoscimento successivo» come seconda madre e di aggiungere il proprio cognome al bambino. La richiesta però è stata respinta, «evidenziando come la normativa vigente non consenta il riconoscimento di figli da parte di coppie omosessuali». Contro tale provvedimento il difensore della coppia ha presentato ricorso al Tribunale, sottolineando che, in altre situazioni, il riconoscimento era stato consentito. Il Tribunale si è riservato di decidere.

«La vicenda si inserisce nell'ambito del delicato problema della possibilità che un bambino venga riconosciuto come figlio di una coppia omosessuale - ha dichiarato D'Avino - possibilità che, nell'ordinamento italiano, ad oggi nessuna norma consente o prevede». In considerazione del fatto che la richiesta di riconoscimento, rigettata dall'autorità amministrativa, è stata poi rivolta all'autorità giudiziaria, il procuratore ha evocato «il fondamentale principio della separazione dei poteri» con il richiamo alla distinzione tra il potere legislativo e quello giudiziario.

Inoltre, secondo la Procura, non potrebbe valere il richiamo alla legge 76/2016 su le unioni civili tra persone dello stesso sesso e la disciplina delle convivenze di fatto (la cosiddetta legge Cirinnà). A questo proposito, infatti, il procuratore ha evidenziato che «trattandosi di una legge recente (del 2016) che ha introdotto le unioni civili, se il legislatore avesse voluto, avrebbe legiferato anche in materia di filiazione; non lo ha fatto, per cui il giudice non può - a parere dell'ufficio requirente - intervenire lì dove il titolare del potere legislativo (ovvero il Parlamento) non ha inteso intervenire».

Tra le considerazioni che la difesa della coppia ha portato dinnanzi al Tribunale per chiedere l'annullamento del provvedimento, figura anche il «superiore interesse del minore». Su questo punto «dopo aver evidenziato l'assoluta condivisibilità di tale principio», il procuratore ha osservato come "tale concetto non possa essere piegato al punto tale da far ritenere (come qualche provvedimento giudiziario ha motivato) che esso verrebbe irrimediabilmente leso se non si consentisse il riconoscimento da parte della seconda madre».

L'Avvocatura dello Stato, intervenuta nel giudizio, ha eccepito l'incompetenza del Tribunale di Parma «e, comunque, ha chiesto il rigetto della istanza della difesa».

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Sul magazine Chi la dichiarazione d’amore di Eva Grimaldi - «L'ho presa per mano e sono passati nove anni» - fa da prologo alla notizia, ormai ufficiale, dell'unione civile con Imma Battaglia.
 
Domenica 19 maggio, due giorni dopo la Giornata internazionale di lotta all’omofobia, Eva e Imma pronunceranno il fatidico "sì". La cerimonia avrà luogo nel sofisticato ma accogliente Resort & Spa di Antonello Colonna, nella silente campagna romana. I circa 230 invitati saranno attesi dal pluripremiato chef Colonna, che si occuperà di coccolare gli ospiti insieme al “direttore d'orchestra” Enzo Miccio.
 
Proprio Miccio, il wedding planner più noto della tv, sta lavorando alacremente per non trascurare nulla: dagli allestimenti creati insieme ad Adriano Ceccotti e al team di Ceccotti Flowers fino allo style delle spose anche perché proprio gli abiti nuziali, per cui c’è grande attesa, saranno firmati da Enzo Miccio.
 
Eva Grimaldi e Imma Battaglia saranno truccate e pettinate dal makeup artist e hairstyle Paolo Di Pofi, noto per la sua attività con le dive dello spettacolo. Sul menù c’è ancora grande riserbo ma si sa che i cibi saranno accompagnati dai vini proposti da Essentia Italian Food, giovane etichetta tranese, che propone in tutto il mondo il meglio dei prodotti Made in Italy e più specificatamente pugliesi.
 
La torta nuziale sarà realizzata dalla storica pasticceria romana Andreotti, dove l'amico e proprietario Marco Andreotti assemblerà la "Torta Imma", il dolce preferito da Imma Battaglia (pan di spagna, crema, fragoline e cioccolato), che Marco e sua madre Miranda creano sempre con tanto affetto in base al gusto dell'attivista e imprenditrice. Sulla torta spiccherà la scultura in pasta di zucchero dell'artista Molly Coppini, che riprodurrà Imma e Eva sulla base della foto scattata per il magazine di Alfonso Signorini.
 
Anche gli ospiti godranno di un dolce ricordo della cerimonia: praline in pasta di mandorle realizzate dalla Famiglia Fieschi, un'azienda pugliese attiva sin dagli anni '40, con ben tre generazioni alle spalle, che per le spose ha immaginato una serie di varianti tradizionali ma dal gusto innovativo e con un'apposita confezione a loro dedicata.
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Sono cinque i candidati in testa ai sondaggi per le elezioni presidenziali in Slovacchia, che si terranno il 16 marzo: Zuzana Čaputová, Maroš Šefčovič, Štefan Harabin, Marian Kotleba, Béla Bugár. 

Ma secondo i sondaggi ad aggiudicarsi la vittoria, già al primo turno, con ben oltre il 50% delle preferenze sarebbe la 45enne Čaputová, avvocata ambientalista ed eccezionale oratrice, la cui fama è cresciuta progressivamente per aver sostenuto le proteste di piazza anti-governative a seguito dell’omicidio del giornalista investigativo Ján Kuciak e della sua fidanzata Martina Kušnírová il 21 febbraio 2018.

Quando fu assassinato, Kuciak stava conducendo un’inchiesta per il sito Aktuality su casi di corruzione e truffe intorno ai fondi strutturali dell’Unione Europea, arrivando a sostenere l’esistenza di rapporti tra la 'ndrangheta calabrese e alcuni componenti del Governo. La massicce reazioni popolari avrebbero portato di lì a poco, il 22 marzo, il primo ministro Robert Fico alle dimissioni. E proprio oggi, all’antivigilia del voto, è stato incriminato quale mandante dell’omicidio l’uomo d’affari Marián Kočner, già in prigione dallo scorso anno per frode e al centro dell’inchiesta di Kuciak.

Madre di due figli adolescenti e con un divorzio alle spalle, Čaputová, che è sostenuta dal presidente uscente Andrej Kiska, è una convinta europeista e vicepresidente del partito Progresívne Slovensko, attualmente fuori dal Parlamento di Bratislava. Al centro del suo programma, sintentizzato nello slogan Combattiamo il male insieme, la lotta alla corruzione e la revisione d’un sistema giudiziario che, a suo parere, è gravemente distorto e a beneficio di politici e loro sostenitori. In un Paese alle prese col populismo Čaputová si differenzia dagli altri candidati per la sua ferma opposizione alle spinte sovraniste e nazionaliste.

Componente di Environmental Law Alliance Worldwide, la pasionaria di Bratislava è stata l'artefice della battaglia legale contro la discarica illegale di Pezinok, cuore dell'omonimo distretto vinicolo della Slovacchia, e nel 2016 ha vinto il prestigioso Premio Goldman per l'Ambiente. In un Paese a maggioranza cattolica Čaputová, infine, è sostenitrice del riconoscimento legale dell’unione tra persone dello stesso sesso e dell’accesso all’adozione per le coppie di persone omosessuali.

Per le particolari doti oratorie ha letteralmente incantato il pubblico nei dibattiti televisivi, superando ampiamente nei gradimenti il principale concorrente Maroš Šefčovič, che ha puntato la propria campagna principalmente sulla tutela della famiglia tradizionale. A nuocere non poco all’ex comunista 52enne, sposato e padre di tre figli, l'aperto sostegno da parte del partito al potere Smer-Sd, benché egli corra come indipendente. Vicepresidente della Commissione europea e Commissario europeo per l’unione energetica dal 2014, Šefčovič è pro-Ue ma rifiuta di essere visto come "gentiluomo di Bruxelles".

Ampiamente indietro nei sondaggi, invece, i due candidati antisistema Harabin e Kotleba, rispettivamente al terzo e al quarto posto.

Presidente della Corte Suprema dal 1998 al 2003 e dal 2009 al 2014, il 61enne Štefan Harabin è stato ministro della Giustizia durante il Governo Fico I dal 2006 al 2009, quando fu travolto dallo scandalo per la pubblicazione di una conversazione telefonica con un boss della mafia nel 1994. Nel 2006 arrivò a licenziare in due giorni sette presidenti di tribunali regionali senza giustificazioni. Euroscettico e convinto sostenitore della revoca delle sanzioni europee contro Mosca, è stato ampiamente criticato per aver pubblicato sul proprio profilo Fb notizie false sui migranti. Candidato di Ľs-Hzds, è come Šefčovič paladino della tutela della famiglia tradizionale

Medesima posizione congiunta a marcata omofobia quella del 41enne Marian Kotleba, leader del partito d’estrema destra Lsns (che nel 2016 ha ottenuto i primi seggi in Parlamento) e presidente della regione di Banská Bystrica fino al 2017. Noto per aver sfilato coi sodali di partito in uniforme neo-nazista, Kotleba è stato indagato per incitamento all’odio. Oltre alle violente campagne contro i rom e contro l’accoglienza dei migranti, visti quale minaccia ai valori cristiani della Slovacchia e fonte d'imbastardimento della cultura locale, Kotleba è un nostalgico del regime di Jozef Tiso.

L’unico candidato della minoranza ungherese (8,5% della popolazione slovacca) è Béla Bugár, leader del partito Most-Híd, facente parte dell’attuale coalizione di governo. 

Parlamentare da 27 anni e amante del giardinaggio, il 60enne Bugár, soprannominato il "George Clooney della politica slovacca", è europeista e a favore della Nato. In materia di diritti civili è contrario alle unioni civili tra persone dello stesso sesso (anche se nel 2014 fu tra i 18 parlamentari che votarono contro l'emendamento costituzionale per il divieto del matrimonio egualitario) e all'adozione di bambini da parte di coppie di persone dello stesso sesso. È noto inoltre per le sue battaglie contro la legalizzazione dell’eutanasia mentre circa l'aborto ritiene che si tratti di materia esulante dalle competenze del legislatore.

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Il gabinetto Su Tseng-Chang ha presentato ieri un progetto di legge sulla legalizzazione delle unioni tra persone dello stesso sesso in Taiwan.

Il testo pubblicato dal ministero della Giustizia propone di consentire a «due persone dello stesso sesso di formare un'unione permanente di natura intima ed esclusiva con lo scopo dichiarato di condurre una vita insieme» e «dare loro le stesse protezioni legali» accordate al matrimonio compresi i diritti successorii. Sarà inoltre consentita l’adozione del configlio biologico del/la partner. Resterà invece immutata nel Codice Civile la definizione di matrimonio quale unione tra un uomo e una donna.

Se approvata dal Parlamento, la legge entrerebbe in vigore entro il 24 maggio, data ultima data dalla Corte Costituzionale per modificare la legge che vieta alle coppie di persone dello stesso sesso di sposarsi. 

Il progetto di legge, presentato dal Partito Democratico Progressista (Pdp) al potere, è dunque, punta dunque a stabilire un punto d’equilibrio tra le promesse fatte in campagna elettorale alle associazioni Lgbti, la richiesta avanzata dalla Corte Costituzionale e gli esiti dei referendum di novembre, che ha visto il 67,26% dei votanti esprimersi contro il matrimonio tra persone dello stesso sesso.

Sempre ieri il premier Su Tseng-Chang si è espresso al riguardo con un post su Facebook, in cui ha chiesto ai connazionali di accettarsi e rispettarsi reciprocamente. Ha poi chiarito come il progetto di legge sia rispettoso dell’esito referendario ma costituisca un passo in avanti per il riconoscimento dei diritti delle coppie omosessuali, le quali, al contarario, considerano il testo, in ultima analisi, discriminatorio

Secondo Jennifer Lu, coordinatrice di Marriage Equality Coalition Taiwan, la bozza di legge non fornirebbe protezioni legali complete alle coppie dello stesso sesso. Pur riconoscendo il sincero impegno del governo in materia, ha detto che gli attivisti continueranno a lottare per la parità di diritti.

Critiche serrate, soprattutto, da parte dei gruppi religiosi e conservatori, che hanno condotto un’aspra battaglia contro il matrimonio egualitario durante il referendum. La Coalition for the Happiness of Our Next Generation ha ieri definito la bozza «inaccettabile».

In ogni caso, se il testo fosse adottato, si tratterebbe della prima legge a normare le unioni tra persone dello stesso sesso in Asia. Simile percorso si sta attuando in Thailandia, dove il relativo progetto, approvato dalla giunta militare, dovrà passare, entro l'anno, al vaglio del Parlamento. 

Non ci sarebbe invece bisogno d'una legge sul matrimonio egualitario secondo premier cambogiano Hun Sen, che ha però invitato i connazionali a non discriminare le persone Lgbti.

Come riportato dal Khmer Times, Hun Sen, che è primo ministro del Regno di Cambogia dal 1998 (lo era già stato, una prima volta, dal 1985 al 1993), ha dichiarato che non è possibile varare nel Paese del Sud-est asiatico una legge «che consenta il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Alcuni Paesi, fra l'altro, stanno affrontando anche polemiche su questo problema». Ha quindi aggiunto: «Non abbiamo bisogno di una tale legge perché non impediamo le relazioni omosessuali né arrestiamo le persone Lgbti, mettendole in prigione». 

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Nel giorno di San Valentino 13 coppie omosessuali (cinque di donne e otto di uomini) fanno causa al Governo giapponese per discriminazione rispetto alle omologhe eterosessuali in materia matrimoniale. Chiedono inoltre d'essere risarcite.

Nel ricorso si denuncia la vigente normativa proibente il matrimonio tra persone dello stesso sesso in violazione del principio costituzionale della piena uguglianza “di tutti i cittadini davanti alla legge”. Inoltre l’articolo 24 della Costituzione nipponica non interdice formalmente il same-sex marriage ma semplicemente non lo contempla. Motivo per cui i legali delle 13 coppie sono pronti ad adire alla Corte Suprema.

Non è da dimenticare come, secondo un sondaggio di Dentsu dello scorso ottobre, il 78% della popolazione giapponese, tra i 20 e i 59 anni, sia favorevole al matrimonio egualitario. D’altra parte, la società giapponese è stata, storicamente, sempre abbastanza tollerante nei confronti dell'omosessualità, come dimostra l’enorme documentazione sui samurai che avevano rapporti con uomini. Per non parlare delle numerose raffigurazioni artistiche nelle tradizionali ukiyo-e.

Ma con la piena restaurazione del potere imperiale a opera di Meiji, il Giappone nel 1868, nella misura in cui si apriva alla cultura occidentale (soprattuto quella britannica), industrializzandosi e modernizzandosi, ne accoglieva anche le posizioni dannatorie in materia d’omosessualità.

Al momento il Giappone e l’Italia (anche se nel nostro Paese sono state approvate, l’11 maggio 2016, le unioni civili) restano gli unici due Paesi del G7 a vietare il matrimonio tra persone dello stesso sesso.

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Era ricorso cinque anni fa, insieme con l’allora compagno, alla pratica della gpa in California per poter concretare il proprio desiderio di genitorialità.

Un desiderio pressoché utopico per una persona omosessuale nella Repubblica di Singapore, dove non solo è priva di riconoscimento legale qualsiasi forma di unione tra individui dello stesso sesso ma sono addirittura vietati agli stessi quale reato (punito fino a due anni di carcere) i rapporti sessuali.

Retaggio, come noto, di una normativa che, pur risalente all’epoca coloniale britannica e scarsamente applicata, è comunque vigente secondo la Sezione 377A del Codice penale di Singapore.

Rientrato in patria, l’uomo, che è un medico 46enne, si era rivolto lo scorso anno a un giudice distrettuale per cercare di assicurare al piccolo la cittadinanza attraverso domanda d’adozione (che nella città-Stato Singapore è concessa sia a single sia a coppie sposate). Ricevendone però un netto rifiuto per essere la donna gestante sia una straniera sia, ovviamente, non coniugata con l'uomo.

Elementi, questi, ostativi alla concessione della cittadinanza singaporiana secondo l’ordinamento giuridico in vigore.

L’uomo ha fatto quindi ricorso all'Alta Corte di Singapore che oggi, nella persona del giudice Sundaresh Menon, ne ha accolto l’istanza nel «migliore interesse del bambino», tutelato, in questo caso, dall'adozione.

L’Alta Corte ha comunque precisato che la decisione va considerata in relazione allo specifico caso e non deve essere letta quale approvazione della pratica della surrogacy.

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Tante, più del previsto, le persone giunte a Palazzo D’Accursio, prima delle 16:00 d’ieri, per il conferimento del Nettuno d’Oro a Franco Grillini. Così tante da spingere il sindaco di Bologna Virginio Merola a spostare la sede della premiazione dalla Sala Rossa all’attigua ma più ampia Aula Consiliare.

Sugli eleganti sedili in pelle, solitamente occupati dai consiglieri comunali di maggioranza e opposizione, hanno preso posto familiari, amici, componenti di associazioni Lgbti. Ma la maggior parte ha riempito in piedi l’ampio corridoio tra gli scranni consiliari in quella che una volta era chiamata la Galleria dei Senatori.

Un tributo di affetto e riconoscenza a uno dei padri del movimento Lgbti italiano ma anche a un bolognese innamorato a tal punto della città da sentirsi «spalmato come la calce sui mattoni rossi delle sue abitazioni».

Tra le numerose persone convenute l’avvocato Federico De Luca in rappresentanza del sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alle Pari Opportunità Vincenzo Spadafora, la senatrice dem Monica Cirinnà, gli ex senatori Sergio Lo Giudice e Gianpaolo Silvestri, la presidente della Commissione regionale per la Parità e per i Diritti Roberta Mori, lo scrittore Stefano Benni, il presidente uscente d’Arcigay Flavio Romani, il segretario nazionale d’Arcigay Gabriele Piazzoni, il presidente del Cassero Vincenzo Branà, il presidente di Arco Roberto Dartenuc col suo vice Massimo Florio.

Ma anche rappresentanti della Lega come la consigliera comunale Mirka Cocconcelli per il conferimento d’un premio, su cui nessun partito d’opposizione ha sollevato riserva di sorta. Riprova, invero, del corale riconoscimento dei meriti dell’ex parlamentare non solo nell’illustare la città di Bologna ma anche nel contribuire al raggiungimento di quei diritti civili, che ha portato lo stesso Grillini, nel corso del suo discorso, a dire: «Dopo 40 anni di lotte, possiamo dirlo: sotto il profilo culturale abbiamo vinto noi, perché la maggioranza degli italiani non tornerebbe mai indietro sotto il tema dei diritti».

Una vittoria, a testimoniare la quale c’erano ieri anche militanti storici del movimento quali Beppe Ramina, Vanni Piccolo, Felix Cossolo nonché Samuel Pinto, l’esule cileno che fondò il primo circolo omosessuale nel capoluogo emiliano ancor prima dell’assegnazione del Cassero alla collettività Lgbti. 

Evento di tale portata per la storia non solo di Bologna ma anche del Paese da essere espressamente menzionato nel testo della motivazione ufficiale del premio. 

«Franco Grillini – così l’assessora alle Pari Opportunità Susanna Zaccaria nel darne lettura – ha partecipato alla storica consegna del Cassero di Porta Saragozza il 28 giugno 1982. Per la prima volta un Comune italiano dava in affitto a un'associazione Lgbtqi uno stabile di sua proprietà. 

La decisione del sindaco Renato Zangheri che esattamente due anni prima, il 28 giugno 1980, aveva incontrato i militanti del Circolo XXVIII Giugno promettendo loro una sede e delle bacheche, fissa un punto fermo nel dialogo a Bologna tra movimento Lgbtqi e istituzioni che ancora oggi prosegue in un reciproco riconoscimento e collaborazione che ha fatto sì che oggi Bologna sia ricca di espressioni ricche e diverse di questo movimento».

Ma l’assessora Zaccaria ha anche ricordato il ruolo del fondatore di Arcigay nazionale quale «giornalista. Nel 1998 ha fondato il primo quotidiano gay on line in Italia: la testata si chiamava Noi (Notizie Omosessuali Italiane) ed eredita Con/Tatto, organo dell'Arcigay, registrata al Tribunale di Bologna nel 1989. Attualmente la testata si chiama Gaynews.it e Grillini ne è il direttore». E poi ancora il suo attivismo in prima linea al diffondersi dell’Aids negli anni ’80 sì da essere tra i fondatori della Lila al pari di quello per le famiglie di fatto e per le unioni civili.

Insomma, «ha attraversato – così il testo della motivazione nella parte conclusiva - tutte le fasi del movimento Lgbtqi degli ultimi quarant’anni contribuendo, dentro e fuori le istituzioni, a modificare la discussione pubblica sull’omosessualità e a sviluppare una cultura dei diritti civili che ha portato l’Italia al livello dei più importanti paesi europei. Ha realizzato, con tanti e tante altri attivisti Lgbtqi quella che lui stesso ha definito una “rivoluzione gentile e una rivoluzione civile nonviolenta"».

Quella rivoluzione gentile, cui ha fatto riferimento anche un commosso Virginio Merola, legato a Grillini da ultraquarantennali vincoli amicali e battaglie politiche in comune. Franco, ha sottolineato il sindaco, «è un grande figlio della vera Bologna, quella europea. Che resterà tale, perché i confini e i muri ci stanno stretti». Ma del direttore di Gaynews Merola ha anche ricordato il forte impegno a tutela della laicità delle istituzioni, un valore oggigiorno quasi oscurato «in un Paese il cui Governo manda i migranti per strada e sindaci zelanti rendono obbligatori il presepe e il crocifisso». 

Nel dedicare il premio, con voce rotta più volte dalla commozione, alla collettività Lgbti, Franco Grillini ha voluto anche ricordare «la sua ultima lotta contro il tumore cronico: stare in vita per me significa spendere fino alle ultime energie per le battaglie a favore degli ultimi e dei discriminati.

Il giovanilismo della nostra società ha relegato in un angolo buio la malattia e la morte. Non vergognamoci degli anni che passano, perché passano per tutti, a prescindere da cosa dicono i congressi dei geriatri. Non ci si può vergognare ad andare in giro con un bastone come me, un deambulatore o una carrozzina».

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