Sono cinque i candidati in testa ai sondaggi per le elezioni presidenziali in Slovacchia, che si terranno il 16 marzo: Zuzana Čaputová, Maroš Šefčovič, Štefan Harabin, Marian Kotleba, Béla Bugár. 

Ma secondo i sondaggi ad aggiudicarsi la vittoria, già al primo turno, con ben oltre il 50% delle preferenze sarebbe la 45enne Čaputová, avvocata ambientalista ed eccezionale oratrice, la cui fama è cresciuta progressivamente per aver sostenuto le proteste di piazza anti-governative a seguito dell’omicidio del giornalista investigativo Ján Kuciak e della sua fidanzata Martina Kušnírová il 21 febbraio 2018.

Quando fu assassinato, Kuciak stava conducendo un’inchiesta per il sito Aktuality su casi di corruzione e truffe intorno ai fondi strutturali dell’Unione Europea, arrivando a sostenere l’esistenza di rapporti tra la 'ndrangheta calabrese e alcuni componenti del Governo. La massicce reazioni popolari avrebbero portato di lì a poco, il 22 marzo, il primo ministro Robert Fico alle dimissioni. E proprio oggi, all’antivigilia del voto, è stato incriminato quale mandante dell’omicidio l’uomo d’affari Marián Kočner, già in prigione dallo scorso anno per frode e al centro dell’inchiesta di Kuciak.

Madre di due figli adolescenti e con un divorzio alle spalle, Čaputová, che è sostenuta dal presidente uscente Andrej Kiska, è una convinta europeista e vicepresidente del partito Progresívne Slovensko, attualmente fuori dal Parlamento di Bratislava. Al centro del suo programma, sintentizzato nello slogan Combattiamo il male insieme, la lotta alla corruzione e la revisione d’un sistema giudiziario che, a suo parere, è gravemente distorto e a beneficio di politici e loro sostenitori. In un Paese alle prese col populismo Čaputová si differenzia dagli altri candidati per la sua ferma opposizione alle spinte sovraniste e nazionaliste.

Componente di Environmental Law Alliance Worldwide, la pasionaria di Bratislava è stata l'artefice della battaglia legale contro la discarica illegale di Pezinok, cuore dell'omonimo distretto vinicolo della Slovacchia, e nel 2016 ha vinto il prestigioso Premio Goldman per l'Ambiente. In un Paese a maggioranza cattolica Čaputová, infine, è sostenitrice del riconoscimento legale dell’unione tra persone dello stesso sesso e dell’accesso all’adozione per le coppie di persone omosessuali.

Per le particolari doti oratorie ha letteralmente incantato il pubblico nei dibattiti televisivi, superando ampiamente nei gradimenti il principale concorrente Maroš Šefčovič, che ha puntato la propria campagna principalmente sulla tutela della famiglia tradizionale. A nuocere non poco all’ex comunista 52enne, sposato e padre di tre figli, l'aperto sostegno da parte del partito al potere Smer-Sd, benché egli corra come indipendente. Vicepresidente della Commissione europea e Commissario europeo per l’unione energetica dal 2014, Šefčovič è pro-Ue ma rifiuta di essere visto come "gentiluomo di Bruxelles".

Ampiamente indietro nei sondaggi, invece, i due candidati antisistema Harabin e Kotleba, rispettivamente al terzo e al quarto posto.

Presidente della Corte Suprema dal 1998 al 2003 e dal 2009 al 2014, il 61enne Štefan Harabin è stato ministro della Giustizia durante il Governo Fico I dal 2006 al 2009, quando fu travolto dallo scandalo per la pubblicazione di una conversazione telefonica con un boss della mafia nel 1994. Nel 2006 arrivò a licenziare in due giorni sette presidenti di tribunali regionali senza giustificazioni. Euroscettico e convinto sostenitore della revoca delle sanzioni europee contro Mosca, è stato ampiamente criticato per aver pubblicato sul proprio profilo Fb notizie false sui migranti. Candidato di Ľs-Hzds, è come Šefčovič paladino della tutela della famiglia tradizionale

Medesima posizione congiunta a marcata omofobia quella del 41enne Marian Kotleba, leader del partito d’estrema destra Lsns (che nel 2016 ha ottenuto i primi seggi in Parlamento) e presidente della regione di Banská Bystrica fino al 2017. Noto per aver sfilato coi sodali di partito in uniforme neo-nazista, Kotleba è stato indagato per incitamento all’odio. Oltre alle violente campagne contro i rom e contro l’accoglienza dei migranti, visti quale minaccia ai valori cristiani della Slovacchia e fonte d'imbastardimento della cultura locale, Kotleba è un nostalgico del regime di Jozef Tiso.

L’unico candidato della minoranza ungherese (8,5% della popolazione slovacca) è Béla Bugár, leader del partito Most-Híd, facente parte dell’attuale coalizione di governo. 

Parlamentare da 27 anni e amante del giardinaggio, il 60enne Bugár, soprannominato il "George Clooney della politica slovacca", è europeista e a favore della Nato. In materia di diritti civili è contrario alle unioni civili tra persone dello stesso sesso (anche se nel 2014 fu tra i 18 parlamentari che votarono contro l'emendamento costituzionale per il divieto del matrimonio egualitario) e all'adozione di bambini da parte di coppie di persone dello stesso sesso. È noto inoltre per le sue battaglie contro la legalizzazione dell’eutanasia mentre circa l'aborto ritiene che si tratti di materia esulante dalle competenze del legislatore.

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Il gabinetto Su Tseng-Chang ha presentato ieri un progetto di legge sulla legalizzazione delle unioni tra persone dello stesso sesso in Taiwan.

Il testo pubblicato dal ministero della Giustizia propone di consentire a «due persone dello stesso sesso di formare un'unione permanente di natura intima ed esclusiva con lo scopo dichiarato di condurre una vita insieme» e «dare loro le stesse protezioni legali» accordate al matrimonio compresi i diritti successorii. Sarà inoltre consentita l’adozione del configlio biologico del/la partner. Resterà invece immutata nel Codice Civile la definizione di matrimonio quale unione tra un uomo e una donna.

Se approvata dal Parlamento, la legge entrerebbe in vigore entro il 24 maggio, data ultima data dalla Corte Costituzionale per modificare la legge che vieta alle coppie di persone dello stesso sesso di sposarsi. 

Il progetto di legge, presentato dal Partito Democratico Progressista (Pdp) al potere, è dunque, punta dunque a stabilire un punto d’equilibrio tra le promesse fatte in campagna elettorale alle associazioni Lgbti, la richiesta avanzata dalla Corte Costituzionale e gli esiti dei referendum di novembre, che ha visto il 67,26% dei votanti esprimersi contro il matrimonio tra persone dello stesso sesso.

Sempre ieri il premier Su Tseng-Chang si è espresso al riguardo con un post su Facebook, in cui ha chiesto ai connazionali di accettarsi e rispettarsi reciprocamente. Ha poi chiarito come il progetto di legge sia rispettoso dell’esito referendario ma costituisca un passo in avanti per il riconoscimento dei diritti delle coppie omosessuali, le quali, al contarario, considerano il testo, in ultima analisi, discriminatorio

Secondo Jennifer Lu, coordinatrice di Marriage Equality Coalition Taiwan, la bozza di legge non fornirebbe protezioni legali complete alle coppie dello stesso sesso. Pur riconoscendo il sincero impegno del governo in materia, ha detto che gli attivisti continueranno a lottare per la parità di diritti.

Critiche serrate, soprattutto, da parte dei gruppi religiosi e conservatori, che hanno condotto un’aspra battaglia contro il matrimonio egualitario durante il referendum. La Coalition for the Happiness of Our Next Generation ha ieri definito la bozza «inaccettabile».

In ogni caso, se il testo fosse adottato, si tratterebbe della prima legge a normare le unioni tra persone dello stesso sesso in Asia. Simile percorso si sta attuando in Thailandia, dove il relativo progetto, approvato dalla giunta militare, dovrà passare, entro l'anno, al vaglio del Parlamento. 

Non ci sarebbe invece bisogno d'una legge sul matrimonio egualitario secondo premier cambogiano Hun Sen, che ha però invitato i connazionali a non discriminare le persone Lgbti.

Come riportato dal Khmer Times, Hun Sen, che è primo ministro del Regno di Cambogia dal 1998 (lo era già stato, una prima volta, dal 1985 al 1993), ha dichiarato che non è possibile varare nel Paese del Sud-est asiatico una legge «che consenta il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Alcuni Paesi, fra l'altro, stanno affrontando anche polemiche su questo problema». Ha quindi aggiunto: «Non abbiamo bisogno di una tale legge perché non impediamo le relazioni omosessuali né arrestiamo le persone Lgbti, mettendole in prigione». 

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Nel giorno di San Valentino 13 coppie omosessuali (cinque di donne e otto di uomini) fanno causa al Governo giapponese per discriminazione rispetto alle omologhe eterosessuali in materia matrimoniale. Chiedono inoltre d'essere risarcite.

Nel ricorso si denuncia la vigente normativa proibente il matrimonio tra persone dello stesso sesso in violazione del principio costituzionale della piena uguglianza “di tutti i cittadini davanti alla legge”. Inoltre l’articolo 24 della Costituzione nipponica non interdice formalmente il same-sex marriage ma semplicemente non lo contempla. Motivo per cui i legali delle 13 coppie sono pronti ad adire alla Corte Suprema.

Non è da dimenticare come, secondo un sondaggio di Dentsu dello scorso ottobre, il 78% della popolazione giapponese, tra i 20 e i 59 anni, sia favorevole al matrimonio egualitario. D’altra parte, la società giapponese è stata, storicamente, sempre abbastanza tollerante nei confronti dell'omosessualità, come dimostra l’enorme documentazione sui samurai che avevano rapporti con uomini. Per non parlare delle numerose raffigurazioni artistiche nelle tradizionali ukiyo-e.

Ma con la piena restaurazione del potere imperiale a opera di Meiji, il Giappone nel 1868, nella misura in cui si apriva alla cultura occidentale (soprattuto quella britannica), industrializzandosi e modernizzandosi, ne accoglieva anche le posizioni dannatorie in materia d’omosessualità.

Al momento il Giappone e l’Italia (anche se nel nostro Paese sono state approvate, l’11 maggio 2016, le unioni civili) restano gli unici due Paesi del G7 a vietare il matrimonio tra persone dello stesso sesso.

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Era ricorso cinque anni fa, insieme con l’allora compagno, alla pratica della gpa in California per poter concretare il proprio desiderio di genitorialità.

Un desiderio pressoché utopico per una persona omosessuale nella Repubblica di Singapore, dove non solo è priva di riconoscimento legale qualsiasi forma di unione tra individui dello stesso sesso ma sono addirittura vietati agli stessi quale reato (punito fino a due anni di carcere) i rapporti sessuali.

Retaggio, come noto, di una normativa che, pur risalente all’epoca coloniale britannica e scarsamente applicata, è comunque vigente secondo la Sezione 377A del Codice penale di Singapore.

Rientrato in patria, l’uomo, che è un medico 46enne, si era rivolto lo scorso anno a un giudice distrettuale per cercare di assicurare al piccolo la cittadinanza attraverso domanda d’adozione (che nella città-Stato Singapore è concessa sia a single sia a coppie sposate). Ricevendone però un netto rifiuto per essere la donna gestante sia una straniera sia, ovviamente, non coniugata con l'uomo.

Elementi, questi, ostativi alla concessione della cittadinanza singaporiana secondo l’ordinamento giuridico in vigore.

L’uomo ha fatto quindi ricorso all'Alta Corte di Singapore che oggi, nella persona del giudice Sundaresh Menon, ne ha accolto l’istanza nel «migliore interesse del bambino», tutelato, in questo caso, dall'adozione.

L’Alta Corte ha comunque precisato che la decisione va considerata in relazione allo specifico caso e non deve essere letta quale approvazione della pratica della surrogacy.

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Tante, più del previsto, le persone giunte a Palazzo D’Accursio, prima delle 16:00 d’ieri, per il conferimento del Nettuno d’Oro a Franco Grillini. Così tante da spingere il sindaco di Bologna Virginio Merola a spostare la sede della premiazione dalla Sala Rossa all’attigua ma più ampia Aula Consiliare.

Sugli eleganti sedili in pelle, solitamente occupati dai consiglieri comunali di maggioranza e opposizione, hanno preso posto familiari, amici, componenti di associazioni Lgbti. Ma la maggior parte ha riempito in piedi l’ampio corridoio tra gli scranni consiliari in quella che una volta era chiamata la Galleria dei Senatori.

Un tributo di affetto e riconoscenza a uno dei padri del movimento Lgbti italiano ma anche a un bolognese innamorato a tal punto della città da sentirsi «spalmato come la calce sui mattoni rossi delle sue abitazioni».

Tra le numerose persone convenute l’avvocato Federico De Luca in rappresentanza del sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alle Pari Opportunità Vincenzo Spadafora, la senatrice dem Monica Cirinnà, gli ex senatori Sergio Lo Giudice e Gianpaolo Silvestri, la presidente della Commissione regionale per la Parità e per i Diritti Roberta Mori, lo scrittore Stefano Benni, il presidente uscente d’Arcigay Flavio Romani, il segretario nazionale d’Arcigay Gabriele Piazzoni, il presidente del Cassero Vincenzo Branà, il presidente di Arco Roberto Dartenuc col suo vice Massimo Florio.

Ma anche rappresentanti della Lega come la consigliera comunale Mirka Cocconcelli per il conferimento d’un premio, su cui nessun partito d’opposizione ha sollevato riserva di sorta. Riprova, invero, del corale riconoscimento dei meriti dell’ex parlamentare non solo nell’illustare la città di Bologna ma anche nel contribuire al raggiungimento di quei diritti civili, che ha portato lo stesso Grillini, nel corso del suo discorso, a dire: «Dopo 40 anni di lotte, possiamo dirlo: sotto il profilo culturale abbiamo vinto noi, perché la maggioranza degli italiani non tornerebbe mai indietro sotto il tema dei diritti».

Una vittoria, a testimoniare la quale c’erano ieri anche militanti storici del movimento quali Beppe Ramina, Vanni Piccolo, Felix Cossolo nonché Samuel Pinto, l’esule cileno che fondò il primo circolo omosessuale nel capoluogo emiliano ancor prima dell’assegnazione del Cassero alla collettività Lgbti. 

Evento di tale portata per la storia non solo di Bologna ma anche del Paese da essere espressamente menzionato nel testo della motivazione ufficiale del premio. 

«Franco Grillini – così l’assessora alle Pari Opportunità Susanna Zaccaria nel darne lettura – ha partecipato alla storica consegna del Cassero di Porta Saragozza il 28 giugno 1982. Per la prima volta un Comune italiano dava in affitto a un'associazione Lgbtqi uno stabile di sua proprietà. 

La decisione del sindaco Renato Zangheri che esattamente due anni prima, il 28 giugno 1980, aveva incontrato i militanti del Circolo XXVIII Giugno promettendo loro una sede e delle bacheche, fissa un punto fermo nel dialogo a Bologna tra movimento Lgbtqi e istituzioni che ancora oggi prosegue in un reciproco riconoscimento e collaborazione che ha fatto sì che oggi Bologna sia ricca di espressioni ricche e diverse di questo movimento».

Ma l’assessora Zaccaria ha anche ricordato il ruolo del fondatore di Arcigay nazionale quale «giornalista. Nel 1998 ha fondato il primo quotidiano gay on line in Italia: la testata si chiamava Noi (Notizie Omosessuali Italiane) ed eredita Con/Tatto, organo dell'Arcigay, registrata al Tribunale di Bologna nel 1989. Attualmente la testata si chiama Gaynews.it e Grillini ne è il direttore». E poi ancora il suo attivismo in prima linea al diffondersi dell’Aids negli anni ’80 sì da essere tra i fondatori della Lila al pari di quello per le famiglie di fatto e per le unioni civili.

Insomma, «ha attraversato – così il testo della motivazione nella parte conclusiva - tutte le fasi del movimento Lgbtqi degli ultimi quarant’anni contribuendo, dentro e fuori le istituzioni, a modificare la discussione pubblica sull’omosessualità e a sviluppare una cultura dei diritti civili che ha portato l’Italia al livello dei più importanti paesi europei. Ha realizzato, con tanti e tante altri attivisti Lgbtqi quella che lui stesso ha definito una “rivoluzione gentile e una rivoluzione civile nonviolenta"».

Quella rivoluzione gentile, cui ha fatto riferimento anche un commosso Virginio Merola, legato a Grillini da ultraquarantennali vincoli amicali e battaglie politiche in comune. Franco, ha sottolineato il sindaco, «è un grande figlio della vera Bologna, quella europea. Che resterà tale, perché i confini e i muri ci stanno stretti». Ma del direttore di Gaynews Merola ha anche ricordato il forte impegno a tutela della laicità delle istituzioni, un valore oggigiorno quasi oscurato «in un Paese il cui Governo manda i migranti per strada e sindaci zelanti rendono obbligatori il presepe e il crocifisso». 

Nel dedicare il premio, con voce rotta più volte dalla commozione, alla collettività Lgbti, Franco Grillini ha voluto anche ricordare «la sua ultima lotta contro il tumore cronico: stare in vita per me significa spendere fino alle ultime energie per le battaglie a favore degli ultimi e dei discriminati.

Il giovanilismo della nostra società ha relegato in un angolo buio la malattia e la morte. Non vergognamoci degli anni che passano, perché passano per tutti, a prescindere da cosa dicono i congressi dei geriatri. Non ci si può vergognare ad andare in giro con un bastone come me, un deambulatore o una carrozzina».

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Che Stefano Sannino, ambasciatore d’Italia in Spagna dal 21 marzo 2016, potesse finire nel mirino di parlamentari di centrodestra era immaginabile.

Classe 1959, l’ambasciatore d’origini porticesi, durante i 14 anni di precedente permanenza a Bruxelles, si è fatto apprezzare dai colleghi quale uno dei maggiori esperti di questioni europee e diplomatico di prestigio. Ma nella capitale belga ha anche conosciuto il catalano Santiago Mondragón, con cui si è sposato.

Il 7 luglio, in occasione del Pride di Madrid (una delle principali marce dell’orgoglio Lgbti al mondo), ha fatto esporre una bandiera arcobaleno presso l’elegante sede dell’ambasciata italiana lungo il barrio de Salamanca. Il 15 settembre, invece, ha ospitato a pranzo in ambasciata due imprenditori spagnoli gay, di cui, secondo La Verità (02.10.2018), avrebbe celebrato le nozze.

Atti che sono stati al centro di due specifiche interrogazioni parlamentari al ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Enzo Moavero Milanesi: la prima, in data  25 luglio, a firma del senatore di Fratelli d’Italia Gianpietro Maffoni; la seconda, in data 4 ottobre, a firma del senatore nonché leader d’Idea Gaetano Quagliariello.

Per il parlamentare meloniano con l’esposizione della bandiera rainbow si sarebbe configurato il reato di vilipendio al tricolore (tanto da chiedere se «si sia già proceduto all'obbligatoria segnalazione di tale condotta alla competente Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma»).

Per Quagliariello, vicino agli ambienti cattoreazionari e sostenitore di Silvana De Mari, ci sarebbe stato, invece, con le nozze riportate su La Verità un uso dell’ambasciata per fini impropri, arrivando a evocare il rischio di incompatibilità ambientale.

Il 28 novembre sono arrivate le due risposte scritte della Farnesina alle rispettive interrogazioni. Entrambe a firma della viceministra pentastellata Emanuela Claudia Del Re.

Circa l’esposizione della bandiera rainbow la viceministra, in sintesi, ha fatto notare che Sannino non intendeva denigrare o sminuire il prestigio del tricolore, pur ribadendo come il ministero abbia ricordato allo stesso ambasciatore di essere tenuto a consultare preventivamente, in casi di questo tipo, la Farnesina

«La bandiera arcobaleno – si legge infatti nella risposta – è stata temporaneamente esposta in occasione della settimana dell'orgoglio Lgbti, svoltasi nella capitale spagnola lo scorso luglio. Si tratta di una manifestazione molto seguita in Spagna, che coinvolge non solo esponenti della comunità Lgbti ma tutta la cittadinanza. Alla manifestazione partecipano anche numerosi leader politici spagnoli. Quest'anno due Ministri (il ministro dell'interno, Fernando Grande-Marlaska e l'allora ministro della sanità, Carmen Montón) e svariati esponenti dei principali partiti del Paese hanno preso parte all'evento di chiusura, che è stato trasmesso in diretta televisiva.

Il sostegno istituzionale è inoltre assicurato dal Comune di Madrid, che ha anch'esso esposto la bandiera arcobaleno e ha creato un brand per pubblicizzare la manifestazione (MadO, Madrid Orgullo), alla quale è intervenuto il sindaco Manuela Carmena. Anche la Casa reale spagnola aveva augurato successo alla settimana mondiale dell'orgoglio Lgbti nel 2017.

Sempre secondo l'ambasciatore d'Italia a Madrid, in quel periodo molti edifici della capitale spagnola espongono le bandiere arcobaleno e le istituzioni locali, nonché gli organizzatori, hanno sollecitato anche le sedi diplomatiche a dare visibilità alla manifestazione e a partecipare agli eventi pubblici.

L'ambasciatore Sannino ha deciso, in maniera autonoma, di aderire per un periodo limitato alla sollecitazione delle istituzioni locali ed ha esposto il vessillo arcobaleno, così come altre rappresentanze diplomatiche europee ed extraeuropee. L'ambasciata dei Paesi Bassi ha inoltre sponsorizzato alcune importanti iniziative nell'ambito della settimana dell'orgoglio Lgbti, mentre quella Usa lo aveva fatto lo scorso anno.

Con quel gesto l'ambasciatore non intendeva denigrare o sminuire il prestigio del Tricolore. Questo Ministero ha in ogni caso richiamato l'ambasciatore Sannino al dovere di consultare preventivamente, in casi di questo tipo, il Ministero stesso, al quale compete, ai sensi del decreto del Presidente della Repubblica n. 121 del 2000, di dare istruzioni in materia di esposizione delle bandiere all'esterno delle rappresentanze diplomatiche».

Circa l’interrogazione di Quagliariello la viceministra ha in sostanza presentato come una bufala la notizia delle nozze in ambasciata riportata da La Verità.

Eccone il testo: «In merito alla notizia, l'ambasciatore d'Italia a Madrid precisa che si è trattato piuttosto di un evento conviviale, tenutosi sabato 15 settembre 2018, per festeggiare una coppia di noti imprenditori spagnoli, in vista del matrimonio che gli interessati intendono prossimamente contrarre sulla base della legge spagnola (che dal 2005 ha come noto esteso alle persone dello stesso sesso la possibilità di contrarre matrimonio).

In tale occasione, pertanto, nei locali della residenza non è stato celebrato, né l'ambasciatore aveva l'intenzione di celebrare, alcun matrimonio o unione civile. Del resto, ai sensi della vigente normativa e come giustamente rilevato dall'interrogante, non sarebbe stato possibile celebrare in ambasciata o consolato una valida unione civile tra i due interessati dal momento che nessuno dei due imprenditori è in possesso della cittadinanza italiana.

Nel caso di specie si è dunque trattato di un ricevimento conviviale, senza alcun profilo o valore di natura legale, e che pertanto non appare aver configurato alcuna violazione della normativa italiana».

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Con 40 voti favorevoli, 4 contrari e 4 astenuti le unioni civili sono da oggi legali anche nella Serenissima Repubblica di San Marino

Ieri il Consiglio Grande e Generale di quella che è ritenuta la più antica repubblica del mondo ancora esistente aveva infatti iniziato a discutere, in seconda lettura, sul progetto di legge di iniziativa legislativa popolare Regolamentazione delle Unioni civilipresentato il 18 dicembre 2017 da Valentina Rossi e altri componenti della locale cittadinanza.

Emendato e approvato in prima lettura dalla Commissione consiliare permanente Affari Costituzionali e Istituzionali il 27 settembre, il testo di legge è strutturato in 14 articoli.

Di particolare rilievo è quello iniziale che recita: «L’unione civile è il contratto mediante il quale è regolata una comunità di tipo familiare composta da due individui maggiorenni dello stesso sesso o di sesso diverso al fine di organizzare la loro vita in comune».

Nel corso del dibattito Davide Forcellini (Rete) aveva presentato l’ordine del giorno sottoscritto dai gruppi di Dim, Psd e Ps per integrare l'articolo 4 della Dichiarazione dei diritti dei cittadini e dei principi fondamentali dell'ordinamento sammarinese.

Il dibattito era stato poi sospeso e ripreso in seduta notturna con l’esame dell’articolato. Poi la messa al voto e l’approvazione intorno all’1:00.

Viva soddisfazione è stata espressa da Marco Tonti, presidente di Arcigay Rimini, che ha fattivamente contribuito al conseguimento di un tale risultato.

«E la Repubblica di San Marino, la più antica repubblica del mondo, ha la sua legge per le unioni civili. È un momento storico per la piccola repubblica in cui l'omosessualità era criminalizzata solo fino al 2004». 

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Sindaca arcobaleno. Potrebbe definirsi così Stefania Bonaldi, la prima cittadina di Crema, che, dopo aver registrato anagraficamente, il 9 maggio, due fratellini quali figli di due uomini e, il 2 agosto, una bambina quale figlia di due mamme, ha provveduto a riconoscere, il 12 ottobre, la genitorialità di due donne in riferimento alla lora piccola nata alcuni giorni fa.

Come se non bastasse, Stefania Bonaldi ha ieri presieduto la celebrazione dell'unione civile di «altre due mamme  alla presenza della loro bimba di qualche mese, fortemente voluta e cercata», annunciandone al più presto l’ufficiale riconoscimento quale «figlia della coppia».

La sindaca di Crema, che è fra l’altro candidata alle imminenti elezioni provinciali a Cremona nella lista Insieme per il territorio, ha poi dichiarato sempre su Facebook con chiaro riferimento al ministro della Famiglia e della Disabilità Lorenzo Fontana: «Ditemi se questi non sono legami veri, solidi, spontanei, che meritano di essere riconosciuti e riempiti di diritti. Ditemi se queste non sono famiglie, il cui unico, vero, stupefacente fondamento sono l'amore e il rispetto. E un supplemento di coraggio.

Non sarò mai abbastanza grata dei miei privilegi di sindaco».

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Anna è nata in California il 2 agosto 2014 grazie alla gpa. Andrea Simone e Gianni Tofanelli, i due papà, hanno racconto il loro progetto e la successiva prima esperienza di genitorialità nel libro Due uomini e una culla, edito lo scorso anno per i tipi torinesi Golem.

Benché sull’atto di nascita californiano siano entrambi registrati come papà, per l’anagrafe italiana non è così. Anna risulta avere un solo padre, quello biologico, mentre l’altro non ha ufficialmente in Italia né diritti né doveri nei suoi riguardi. I tentativi di Andrea e Gianni per superare una tale situazione presso l’Ufficio Anagrafe di Milano, dove risiedono, sono purtoppo caduti nel vuoto.

Giuseppe Sala, sindaco del capoluogo lombardo, ha deciso di sospendere la trascrizione di atti di nascita esteri di bambini e bambini con due papà. Presa d’atto che, al contrario, non ha applicato nei riguardi di figli e figlie di coppie di donne lesbiche, come ha dimostrato anche con la solenne cerimonia del 6 giugno a Palazzo Marino

Il doppiopesismo attendista di Sala in tale materia è stato oggi stigmatizzato da Marilena Grassadonia, presidente di Famiglie Arcobaleno, che ha dichiarato in un comunicato: «Da mesi i nostri soci attendono invano una risposta e se ci siamo infine decisi a un appello pubblico è perché siamo ancora convinti che la situazione si possa sbloccare. Basta però rinvii e incontri interlocutori: il mancato riconoscimento sta rendendo la vita di molte famiglie difficile. Ci è stato detto che gli uffici aspettano un parere dell'Avvocatura di Stato, e quindi la sentenza della Cassazione a sezioni unite sul cosiddetto 'caso Trento'.

Ma il Comune, se c'è la volontà politica, può muoversi da subito. Chiediamo a Sala di dirci chiaramente se questa volontà politica c'è. Lo abbiamo ringraziato e lo ringraziamo ancora per i riconoscimenti delle famiglie con due madri, ma come associazione chiediamo che i diritti siano diritti per tutti. I bambini e le bambine non possono essere discriminati sulla base di come sono nati».

Nell’attesa d’una risposta concreta da Palazzo Marino, abbiamo raggiunto Gianni e Andrea, per conoscere meglio la loro situazione e raccogliere valutazioni sulla posizione di Sala.

Gianni e Andrea, qual è al momento la situazione anagrafica di Anna?

Dal nostro rientro in Italia nel settembre 2014 Anna anagraficamente risulta avere un solo padre (Gianni) in una famiglia che è riconosciuta come unita civilmente dal 29 marzo 2013… Questo miracolo “anagrafico” accade perché abbiamo trascritto il nostro matrimonio, che è antecedente all’entrata in vigore della legge sulla unioni civili. Ha doppio passaporto. Ma per la legge un solo papà, perché sul suo certificato di nascita compare solo il nome di uno dei due padri e l’altro non ha ufficialmente alcun diritto e alcun dovere nei confronti della bimba.

Che cosa vi è stato detto all’Ufficio Anagrafe, quando avete chiesto che vi fosse riconosciuta la doppia paternità?

Ci siamo rivolti all’Anagrafe del Comune di Milano non appena è uscita la notizia che avevano trascritto e corretto l’atto di nascita di due gemelli – anche loro nati in California con gpa –, permettendo ai due bambini di avere sui documenti i nomi di tutti e due i loro genitori. Abbiamo presentato la documentazione completa e seguito l’iter che, per un limitato numero di casi, aveva sortito l’effetto positivo della trascrizione. Ma dopo circa un mese abbiamo ricevuto una raccomandata dall’Anagrafe del Comune di Milano che ci informava che la richiesta era sospesa, in quanto si era deciso di richiedere chiarimenti al ministero dell'Interno. Si era quindi chiusa quella breve finestra temporale in cui l’ufficiale di Stato Civile si era dimostrato favorevole.

Vogliamo far notare che la sospensione è illegittima, in quanto il Comune di fronte alla nostra richiesta avrebbe potuto solo accettare (come ha fatto fra dicembre e gennaio per quell’esiguo numero di casi) o rifiutare la trascrizione, ma non lasciarci in un limbo che dura da quasi un anno. 

Come spiegate il diniego del sindaco Sala ad effettuare le trascrizioni degli atti di nascita esteri per le coppie dei soli papà?

Non riusciamo a spiegarci questa discriminazione. Nel mese del Pride abbiamo visto il sindaco Sala farsi paladino dei diritti delle famiglie omogenitoriali e riconoscere il diritto di tante mamme ma, parallelamente, ignorare del tutto le situazioni come le nostre. Situazioni che ormai riguardano decine di bambini, alcuni dei quali, come nel caso delle gemelle di cui hanno parlato i media alcuni giorni fa, sono trattati come dei fantasmi dal Comune e conseguentemente dallo Stato.

Credete che pesi la battaglia contro la gpa condotta in area milanese da certe femministe della differenza e da ArciLesbica?

Sicuramente non ha aiutato e sta impedendo che ci possa essere una posizione forte anche all’interno del Consiglio comunale. In esso, una ventina di giorni fa, è stato presentato un ordine del giorno a favore della trascrizione degli atti di nascita dei papà arcobaleno da parte di Angelo Turco e Diana De Marchi (presidente della Commissione Pari Opportunità e Diritti Civili del Comune), che chiedeva di porre fine  alla discriminazione in atto rispetto alle famiglie composte da due donne. Ma anche questa richiesta sembra essere al momento ignorata.

Da Palazzo Marino è stato detto che si aspetta la decisione della Cassazione a Sezioni Unite. Ma questo attendismo non sembra riguardare figli e figlie di coppie lesbiche...

Come abbiamo già detto, da luglio 2018 alcune coppie di mamme ottenuto da Palazzo Marino - e con grande visibilità mediatica del Sindaco Sala - la formazione di atti di nascita con l’indicazione di entrambe le genitrici. Quindi pare evidente che questa sospensione in attesa del 9 novembre non le riguardi.

Come giudicate la posizione delle associazioni Lgbti sul tema gpa? Sono attente o le avvertite lontane?

Ci pare che le associazioni Lgbti stiano lasciando sempre più sola Famiglie Arcobaleno nel condurre questa battaglia a favore dei nostri figli e figlie. A loro viene pregiudicato l’esercizio di numerosi diritti fondamentali, tra cui il diritto all’identità personale e al rispetto della vita privata e familiare.

Cosa pensate di femministe e attiviste che in riferimento alla gpa usano lo stesso armamentario lessicale di esponenti di estrema destra?

Abbiamo letto e sentito dire parole di una violenza inaudita - addirittura più forti di quelle pronunciate dall’estrema destra -, che hanno offeso non solo le nostre famiglie ma anche coloro che in questi anni hanno combattuto contro la discriminazione e per l’emancipazione delle donne. Riportiamo come battuta - ma testimonia come certi personaggi abbiano un visione poco chiara della realtà - l’accusa che ci è stata rivolta su un social network da una delle paladine più agguerrite contro la gpa, che ha scritto:  Voi siete abituati a sfruttare le donne in quanto clienti delle prostitute. Evidentemente l’odio nei confronti degli uomini le rende cieche e poco lucide.

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La Corte Costituzionale, dopo la pubblica audizione in mattinata dell’avvocato Stefano Chinotti, componente di Rete Lenford, ha valutato per la prima volta la legittimità della disciplina delle unioni civili tra persone dello stesso sesso per quanto attiene al "cognome comune" scelto dalle rispettive parti.

Nello specifico, come si legge nel comunicato ufficiale la Consulta ha ritenuto che la «funzione del cognome comune - come cognome d'uso senza valenza anagrafica - non determini alcuna violazione dei diritti al nome, all'identità e alla dignità personale. Deve pertanto ritenersi legittima la disposizione dell'articolo 3 del D.lgs. n. 5 del 2017, là dove prevede che la scelta del "cognome comune" non modifica la scheda anagrafica individuale, nella quale rimane il cognome precedente alla costituzione dell'unione.

Resta fermo che la scelta effettuata viene invece iscritta negli atti dello stato civile, ai sensi dell'articolo 63, primo comma, lettera g-sexies, del DPR n. 396 del 2000.

 La Corte ha ritenuto, inoltre, che ciò realizzi il coerente sviluppo dei principi posti dalla legge delega n. 76 del 2016, attraverso l'adeguamento delle disposizioni dell'ordinamento dello stato civile alle previsioni della legge sulle unioni civili, e in particolare a quella del suo comma 10. Da ciò consegue la legittimità dell'annullamento delle modifiche anagrafiche intervenute prima dell'adozione del D.lgs. n. 5 del 2017.

La dichiarata transitorietà del DPCM n. 44 del 2016 e la brevità del suo orizzonte temporale portano ad escludere che le novità introdotte da tale fonte di rango secondario abbiano determinato l'emersione e il consolidamento di un nuovo tratto identificativo della persona»

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