In preparazione al Pride del 16 settembre si è oggi tenuto a Belgrado una prima marcia dell’orgoglio Lgbti, cui hanno partecipato un centinaio di attiviste e attivisti.

Partita dal Pionirski Park, la parata è stata organizzata per chiedere la legalizzazione delle unioni civili e maggiori diritti per le oltre 20.000 persone transgender serbe, cui è permessa la sola rettifica dei dati anagrafici dopo l’intervento di riattribuzione chirurgica del sesso.  

Scortati dalla polizia, i manifestanti hanno sfilato con bandiere arcobaleno e cartelli recanti diverse scritte, tra cui La mia libertà è la tua oppure Non sono rischiosi i gruppi ma i comportamenti.

Nonostante la prima ministra Ana Brnabić (che anche quest’anno parteciperà al Pride di settembre) sia dichiaratamente lesbica, la situazione delle persone Lgbti nel Paese resta in ogni caso critica.

È infatti forte la pressione dei gruppi di estrema destra legati al Partito Progressista Serbo (SNS), il cui fondatore è l’attuale presidente della Repubblica di Serbia Aleksandar Vucić.

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Delle famiglie arcobaleno si sta ripetutamente parlando da mesi, grazie soprattutto a quei sindaci che registrano anagraficamente bambine e bambini quali figli di coppie omogenitoriali. Ma si deve alle recenti affermazioni del ministro della Famiglia e della Disabilità Lorenzo Fontana, che ne ha negato l’esistenza, l’innalzamento della pubblica attenzione su di esse.

Per fare un punto della situazione, abbiamo raggiunto Marilena Grassadonia, presidente di Famiglie Arcobaleno – Associazione di genitori omosessuali.

Sono trascorsi due anni dall'approvazione della legge sulle unioni civili. Secondo lei, da allora, si sono registrati mutamenti in riferimento ai diritti delle famiglie arcobaleno?

Come sappiamo, la legge sulle unioni civili ha lasciato fuori i diritti dei nostri figli. La legge è stato un passo importante: su questo non c'è alcun dubbio. È arrivata dopo 40 anni di battaglie ed è un provvedimento che molti nostri compagni e compagne di lotte aspettavano con ansia e con la paura di non arrivare in tempo. Ed è per loro che noi di Famiglie Arcobaleno eravamo comunque in Piazza Montecitorio il giorno dell'approvazione. Ma con le lacrime agli occhi, perché sapevamo che avevamo tutti perso una grande occasione. Purtroppo la situazione attuale ci ha dato ragione.

In quei mesi le nostre famiglie sono state al centro di un’attenzione mediatica senza precedenti. Attenzione spesso morbosa, in cui tutti si sentivamo autorizzare a emettere sentenze e giudizi. Eravamo diventati l'argomento da bar e da salotto: tutti parlavano di noi e questa situazione ha comunque portato alla presa di coscienza della nostra realtà. Abbiamo sempre pensato che la visibilità è la nostra arma più importante e in quel momento non potevamo che raccogliere la sfida ed esserci. Ci siamo resi conto che con una sola intervista televisiva raggiungevamo più persone che durante un intero corso di studi di uno dei nostri figli.

La visibilità aveva anche un altro lato della medaglia. Quello, cioè, di concentrare l'attenzione sulle nostre famiglie per far passare lontano dai riflettori tutti gli altri argomenti. Siamo stati il capro espiatorio: sono stati sacrificati i diritti dei bambini per portarsi a casa la legge. Questa è storia. Ed è anche per questo che ritengo sia un dovere del movimento Lgbti e della politica tutta il fatto di ripartire sui diritti dai nostri figli e dalle nostre figlie. Glielo dobbiamo.

Dopo le lacrime e la delusione, non ci siamo mai fermati. Da allora siamo andati avanti instancabilmente seguendo la via giudiziaria. Ma, anche in questo caso, abbiamo portato a casa poche sentenze a fronte di una disomogeneità di trattamento tra i vari Tribunali. Sentenze arrivate dopo percorsi faticosi e onerosi, che ti mettono nelle condizioni di chiedere di volere essere genitore di quelli che sono già i tuoi figli.

Negli ultimi mesi alcuni sindaci hanno riconosciuto la doppia genitorialità di coppie di persone dello stesso sesso nel registrarne anagraficamente i loro bambini. Quale è il suo pensiero in proposito?

Che non dobbiamo mai fermarci e che il lavoro di questi anni sta portando i suoi frutti. Sempre più sindaci si stanno schierando dalla parte dei diritti dimostrando di volere essere attori, insieme a noi, nella costruzione di un Paese sempre più civile e inclusivo.

Ci sono le strade normative e giuridiche per fare questo. Ma è indubbio che un sindaco, che trascrive un certificato con due mamme o due papà, fa anche un atto politico Vuole così dire al Parlamento che è ora di legiferare affinché tutti i nostri figlie e le nostre figlie abbiamo gli stessi diritti, ovunque abbiano la fortuna di vivere.

Il 2 giugno scorso il neoministro Fontana ha dichiarato che le famiglie arcobaleno non esistono. Qual è la sua risposta?

La risposta al ministro Fontana non la do io, la da la realtà. Le famiglie arcobaleno esistono sia a livello sociale che giuridico grazie a numerose sentenze di Corti europee e nazionali. Un ministro non può permettersi di nascondersi dietro ideologie e pregiudizi per imporre il proprio pensiero. Un ministro ha la responsabilità di prendere atto dei bisogni dei suoi cittadini e di fare in modo che questi bisogni siano soddisfatti.

Sono inaccettabili i toni utilizzati: essi non fanno altro che diffondere odio, intolleranza e razzismo. Tutte cose ben lontane dalle nostre vite e dalla nostra Costituzione antifascista e laica.

Non pochi parlamentari della corrente legislatura stanno nuovamente agitando lo spauracchio dell’"ideologia gender" a danno delle persone Lgbti. Secondo lei come dovrebbe reagire il movimento?

Penso ai Pride da poco iniziati. I Pride, che inonderanno le strade delle nostre città, hanno la responsabilità di essere le prime manifestazioni laiche e di piazza subito dopo l'insediamento di questo governo. Quello di Roma è stata una risposta di civiltà che ha portato nelle piazze la voce di cittadini e cittadine (di qualunque orientamento sessuale o identità di genere) che hanno a cuore il nostro Paese. E abbiamo vinto la sfida sfilando a fianco dei partigiani e di tutti coloro che si riconoscono nei valori più belli della nostra Costituzione: l'antifascismo e l'inclusione. Non abbiamo paura ma dobbiamo tenere alta l'attenzione e vigilare su tutte le eventuali iniziative.

Dobbiamo continuare a fare cultura nelle scuole, a raccontare le nostre storie alla gente e a metterci la faccia. La gente ha solo bisogno di conoscerci e poi scenderà in piazza al nostro fianco come sta già accadendo. Continuiamo a camminare mano nella mano dei nostri figli e delle nostre compagne con orgoglio e gioia, per dimostrare al mondo che ci siamo con i nostri sorrisi e le nostre vite e che pretendiamo rispetto.

In conclusione, intravede uno spazio di dialogo tra Framiglie Arcobaleno e Lega-M5s?

Siamo come tutti immersi in questa società e, quando portiamo i nostri figli a scuola, non ci chiediamo se abbiamo di fronte un educatore o un genitore che ha votato Lega o M5s. Il dialogo è aperto quando da entrambe le parti c'è interesse, voglia di approfondire e soprattutto rispetto.

Se davvero - come viene spesso sottolineato e se non si tratta di mera strumentalizzazione - questo governo e il suo ministro della Famiglia hanno al centro il benessere dei bambini e delle bambine, saranno loro i primi a volerci incontrare per colmare questa inaccettabile discriminazione.

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Le affermazioni del neoministro leghista Lorenzo Fontana sulla non esistenza di altre famiglie, che non siano quelle tradizionali, sono del tutto sbagliate esattamente come il nome del suo dicastero che dovrebbe chiamarsi Ministero delle famiglie.

Fontana forse vive in un mondo a parte di qualche secolo fa. Sarebbe meglio che si svegliasse e si rendesse conto che esiste la modernità dove ognuno costruisce, spesso faticosamente, la propria vita familiare contribuendo così alla coesione sociale e al benessere collettivo. Ogni famiglia di qualsiasi tipo è un bene per la società.

Farebbe bene a studiare la sentenza cosiddetta “Oliari” (dal nome di uno dei ricorrenti) del 21 luglio 2015 con cui la Corte europea dei diritti umani ha condannato all’unanimità l'Italia per violazione dell'articolo 8 della Convenzione dei diritti dell'uomo. Quello, cioè, sul "diritto al rispetto della vita familiare e privata". Stabilendo, inoltre, che lo Stato dovrà versare a ognuno dei ricorrenti 5mila euro per danni morali.

Il ministro sembra, in realtà, ignorare la pluralità di modelli familiari come desumibile da principi costituzionali e ribadita da numerose sentenze a partire da quelle della Cassazione. È di alcuni giorni fa il verdetto della Suprema Corte che non solo ha riconosciuto la validità del provvedimento francese a favore di Giuseppina La Delfa e Raphaëlle Hoedts in riferimento alla reciproca adozione dei rispettivi figli biologici ma ha anche respinto ogni pregiudizio di omogenitorialità. La stessa legge 76/2016 (legge Cirinnà) fa riferimento in un passaggio alle coppie unitesi civilmente, anche in presenza di figli, come “famiglia”.

È pur vero che le affermazioni odierne di Fontana sull’inesistenza delle famiglie arcobaleno non sorprendono poi del tutto. Sono infatti note le dichiarazioni, da lui rilasciate nel 2016, sulla famiglia naturale sotto attacco da parte dei gay.

Verrebbe da chiedere al ministro a quale concetto di natura si riferisce nel parlare di “famiglia naturale”. Ad Aristotele? A Tommaso d’Aquino? A Giusto Lipsio? A Spinoza? A Kant? A Baumann? In realtà Fontana con le sue affermazioni paga lo scotto non solo a personali convinzioni passatiste ma anche a quei gruppi cattoreazionari, dal Family Day a CitizenGo, che hanno sostenuto elettoralmente il programma xenofobo, razzista e discriminatorio di un partito come la Lega.

Non esiste un solo modello familiare e, questo, non da oggi. Una riflessione sul concetto di familia in epoca romana e medievale nonché l’estensione dello stesso a entità diverse, come ad esempio quello di “famiglie religiose” con riferimento a frati e suore, lo potrebbe aiutare in tal senso.

Ciò detto, un ministero della Famiglia, per dirsi tale, dovrebbe dunque cercare in tutti i modi di allargare il concetto di vita familiare visto che viviamo in un mondo dove ci si sposa sempre di meno e dove i nuclei familiari sono sempre più ristretti. Che senso ha escludere e discriminare tutti coloro che non sono eterosessuali, che non sono sposati o che non hanno figli? Una follia, peraltro molto minoritaria nella società.

Le affermazioni di Fontana sembrano preludere a una stagione di campagna diffamatoria e di azioni umilianti nei confronti non solo delle persone Lgbti ma anche nei confronti delle donne libere (i riferimenti odierni al tema dell’aborto ne sono una riprova). Cosa, questa, possibilissima anche senza toccare i diritti fondamentali conquistati finora. È ben noto come tali posizioni politiche abbiano ricadute negative in termini di malessere e di atti omo-transfobici. Non c'è peggiore politica di quella che calpesta la dignità dei suoi cittadini e cittadine.

Per questo motivo lanciamo oggi una sfida al ministro Fontana: ci riceva e ascolti le nostre ragioni che sono quelle dei diritti universali di qualsiasi coppia tanto etero quanto omosesauale. Che sono quelle della coesione sociale e del bene comune.

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E così, dopo 88 giorni di incertezze, di incarichi assegnati e revocati, di contratti firmati, di ministri sbagliati, il Governo si è fatto. Dopo la peggior crisi politica degli ultimi quarant’anni almeno, se non di tutta la storia della nostra Repubblica, l’Italia s’è desta di nuovo a destra

Una destra populista e ottusa, che prende consensi su slogan intraducibili in realtà, che non ha contenuti politici, ma che è, senza se e senza ma, omofoba, razzista, xenofoba, sessista e liberticida. Non ha fatto in tempo a insediarsi questo nuovo Governo, che il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha immediatamente riportato il Paese alla “normalità”. «Basta con questa storia del genitore 1 e genitore 2 - ha detto ieri sera a Sky Tg24 -: ogni bambino ha diritto ad avere una mamma e un papà».

Del resto anche senza le affermazioni di Salvini, quando il premier Giuseppe Conte ha letto la lista dei ministri, si è capito subito a che cosa saremmo andati inconstro con la nomina di Lorenzo Fontana al dicastero per la Famiglia e le Disabilità. Un leghista duro e puro, antiabortista, omofobo, difensore della famiglia “naturale”, avversario della fantomatica ideologia gender, contrario al fine vita nonché xenofobo e antieuropeista.

Un uomo che ha affermato che «i gay vogliono dominarci e cancellare il nostro popolo». Ed è subito notte.

La comunità Lgbti ci ha messo 40 anni per ottenere il più basilare dei diritti, le unioni civili. Quanti anni ci vorranno ora per avere diritto alla genitorialità congiunta? Cosa né sarà dell’autodeterminazione delle donne, delle persone trans, dei disabili? Cosa succederà nelle scuole quando qualche insegnante farà un tentativo di educazione alle differenze?

L’Italia è rimpiombata nel Medioevo, ma starà a noi fare in modo che indietro non si torni. Noi persone Lgbti, noi migranti, noi donne, noi disabili. Noi che facciamo della diversità un valore, noi che promuoviamo una cultura della diversità. Noi, che non possiamo arrenderci, dobbiamo unirci e scendere nelle piazze, nelle strade, andare nelle scuole, nelle università, nelle biblioteche, nelle discoteche e dobbiamo continuare a portare i nostri colori, la nostra cultura. Dobbiamo armarci di picconi e buttare giù i muri dei pregiudizi, armarci di pazienza e portare avanti le nostre battaglie contro ogni forma di discriminazione.

Questo è il momento di invadere le città ai Pride, di fare pressione su quelle Regioni governate ancora dal centro sinistra o da amministrazioni progressiste affinché approvino leggi contro l’omotransnegatività. E il momento di continuare il poderoso lavoro che da anni facciamo nelle scuole, cercando alleanze con quei presidi e quegli insegnanti illuminati che non si fanno intimorire dalle direttive nazionali.

Questo è il momento di mobilitarci. E di farlo con la parte migliore del Paese, senza nemmeno chiederci più chi stia a destra o a sinistra. Ma distinguendo tra chi sta dalla parte dei diritti e chi no.

Io sogno un’Italia nella quale un disabile possa avere diritto a un assistente sessuale, una donna possa avere diritto a fare ciò che vuole del proprio corpo e del proprio utero, un bambino possa avere diritto ad avere due genitori (indipendentemente dal genere), ognuno di noi possa avere diritto a porre fine alla propria vita in maniera dignitosa. Creiamo alleanze, costruiamo reti, tracciamo percorsi.

Mia nonna, staffetta partigiana tra i monti del Piemonte, mi raccontava storie di resistenza e coraggio. E quando le chiedevo se avesse mai avuto paura, mi rispondeva che non c’era tempo per la paura e che ci sono dei momenti nella storia nei quali o stai di qua o stai di là. Questo è uno di quei momenti.

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Sul contratto M5S-Lega si sono levate da più e differenti parti voci critiche. Ma quella dei vertici del Grande Oriente d’Italia sta sollevando un rumore tale da travalicare i confini nazionali.

Non a caso gli omologhi spagnoli, nell’esprimere solidarietà al Gran Maestro Stefano Bisi, hanno parlato di massofobia. Al centro delle polemica, sollevata soprattutto da Villa Medici del Vascello, la cosiddetta clausola antimassonica del contratto in base alle quale è impedito a «condannati, massoni, persone con conflitti di interesse» di essere nominati ministri. Clausola che è stata definita dai fratelli delle diverse obbedienze anticostituzionale, antidemocratica oltre che discriminatoria.

Per saperne di più abbiamo raggiunto Stefano Bisi, Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia

Gran Maestro, clausola anti-massonica nel contratto Lega-M5S. Se l’aspettava? E qual è stata la sua reazione?

Non mi aspettavo che, al di là delle posizioni emerse in questi anni, soprattutto da parte dei grillini, nei confronti della massoneria, due forze politiche che si candidano a governare il Paese potessero arrivare a un immotivato e pretestuoso atto simile, mettendo una specifica clausola antimassonica che è discriminatoria, antidemocratica e, soprattutto, anticostituzionale

Ha annunciato che farà appello al Quirinale: sulla base di cosa si muoverà al riguardo?

Noi siamo fiduciosi e rispettosi del ruolo esercitato dal presidente della Repubblica e confidiamo che sia la migliore garanzia essendo il Capo dello Stato il garante di tutti i cittadini e delle libertà sancite dalla Carta della Repubblica.

Quanto pesa su tale clausola, a suo parere, la vecchia teoria complottistica massonica e quanto, invece, i passati scandali passati legati alla P2 e le recenti audizioni in Commissione Antimafia?

Ci sono pezzi del Paese che vivono sui complotti, sui teoremi e sui pregiudizi. Più volte ho sottolineato come il Grande Oriente d’Italia sia intervenuto prima dei tribunali dello Stato a espellere dal suo seno la P2 riconoscendo quanto essa ci abbia nociuto. Quanto alla vicenda del sequestro degli elenchi da parte della Commissione Antimafia continuo a ribadire che si è trattato di un atto illegittimo ed eccessivo. Siamo fiduciosi nella Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che presto si esprimerà sulla vicenda e a cui abbiamo fatto ricorso

Negli scorsi gionri lei ha fatto un richiamo alla legge del ’25, con cui Mussolini soppresse la massoneria. C’è, a suo parere, un fascismo di ritorno al riguardo o si tratta di cedimento a un populismo ignaro dei meriti che i massoni hanno avuto nel processo d’unificazione prima, nella Resistenza e nella storia della Repubblica poi?

Vedo i fantasmi e, purtroppo, le derive populiste che anticiparono e portarono alla fine della libertà. Si vuole usare la massoneria come capro espiatorio di ben altri mali e di una crisi del sistema. Nella sua relazione finale l’Antimafia ha addirittura scritto una cosa che per noi è inquietante e anche aberrante: ovvero che certe leggi del 1925, quindi del Codice Rocco, andrebbero ritirate fuori e adottate nella stesura di un’eventuale legge volta a colpire la massoneria impedendo a professori universitari, impiegati pubblici e forze dell’Ordine di farne parte. Come definire un simile provvedimento? Lascio a voi rispondere.

Cito però l’ex presidente Sandro Pertini che, durante il discorso di fine anno del 1981, disse agli italiani: «Quando io parlo della P2 non intendo coinvolgere la Massoneria propriamente detta con la sua tradizione storica.  Per me almeno, una cosa è la Massoneria, che non è in discussione, un’altra cosa è la P2». Una grande persona che aveva la conoscenza di quello che è realmente la massoneria con i suoi valori e della sua parte nobile nell’Unificazione e nella nascita della Repubblica

Lei ha parlato di massofobia invocando una tutela delle minoranze. È innegabile il parallelismo con un’altra minoranza, quella Lgbti, a pochi giorni dalla Giornata internazionale contro l’omofobia, celebrata istituzionalmente alla Camera. C’è una connessione?

La Massoneria è contro tutti i pregiudizi e l’omofobia è un’avversione irrazionale nei confronti dell’omosessualità, della bisessualità e transessualità. Guardiamo tutti lo stesso cielo e abitiamo la terra. Non possono esserci discriminazioni contro persone o categorie di persone per quanto riguarda la sfera sessuale, quella religiosa o il colore della pelle. Noi abbiamo già cancellato dalla Costituzione del Grande Oriente d’Italia la parola “razza”.

Leghisti e cattoconservatori hanno annunciato che vogliono smantellare le legge sulle unioni civili e lottare contro l’ideologia gender nelle scuole, che è inesistente. Per un massone, che si fa portavoce dei principi di laicità e uguaglianza, come valuta tutto ciò?

Rispondo con la frase che campeggia nel nostro aureo trinomio: Libertà-Uguaglianza-Fratellanza, alle quali aggiungo infinita Tolleranza e l’ascolto delle altrui visioni anche se molto diverse.

Lei ha detto che con una tale clausola Garibaldi non sarebbe potuto diventare ministro. Ma non avremmo avuto neanche presidenti del Consiglio come Crispi o Di Rudinì né ministri come Mancini. Al di là dell’affiliazione massonica o meno a fronte dei parlamentari e dei governi, succedutisi nel Regno d’Italia e nella successiva Repubblica, reggono a tale confronto gli uomini che stanno formando l’attuale governo?

Con una tale clausola fior di giuristi, scienziati, eroi risorgimentali, ministri e presidenti in effetti non avrebbero potuto diventare ministri. Quasimodo, Fermi, e tanti altri sarebbero stati esclusi per il solo fatto di essere massoni. Ma le pare una cosa sensata? Si può essere bravi cittadini e bravi massoni, noi abbiamo avuto tante figure che hanno ben governato o ben amministrato come il sindaco di Roma Ernesto Nathan.

Quanto ai paragoni farli è sempre odioso. Coloro che governeranno l’Italia saranno giudicati con tolleranza ed in base alle cose buone o sbagliate che faranno. Mi auguro per il bene supremo dell’Italia che facciano delle scelte giuste e lungimiranti e che al più presto tolgano quella vergognosa pregiudiziale contro la massoneria scritta nel loro patto.

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Una domenica sera speciale a Sorrento. Nell’incantevole cornice trecentesca del chiostro comunale di San Francesco, la cui attigua chiesa è officiata da due frati Minori, si è tenuta una manifestazione di protesta nei riguardi del sindaco Giuseppe Cuomo.

Manifestazione che, organizzata dal Collettivo studentesco della Penisola Sorrentina in collaborazione con Arcigay Napoli, è voluta essere una risposta alla decisione da parte del primo cittadino di non concedere l’area claustrale dalle caratteristiche arcate ogivali intrecciate per l’unione civile del napoletano Vincenzo D’Andrea e del colombiano Heriberto Vasquez Ciro. A differenze di quanto avviene per matrimoni civili, di cui si contano in media all’anno 200 celebrazioni proprio nel chiostro di San Francesco.

Presenti alla manifestazione anche il consigliere regionale dei Verdi Francesco Emilio Borrelli e il giornalista Alessandro Cecchi Paone, che ha detto: «Il sindaco Giuseppe Cuomo rappresenta lo Stato, indossa la fascia tricolore e deve rispettare le leggi nazionali. L'art. 3 che ci rende tutti uguali davanti alla legge, senza discriminazioni alcuna. Chiederò al prefetto di sospenderlo qualora non cambierà idea».

Oltre duecento i partecipanti al raduno che ha visto anche la celebrazione simbolica di due unioni civili: una tra due componenti del collettivo, l’altra tra un israeliano e un sorrentino.

Antonello Sannino, presidente di Arcigay Napoli, ha affermato: «Supporteremo Vincenzo e Beto in ogni luogo che la democrazia ci mette a disposizione per vedere effettivamente realizzato il principio di eguaglianza, senza nessuna eccezione, anche se occorre costituirsi come Arcigay Napoli parte civile nelle sedi di un Tribunale per i danni che sta ricevendo la nostra comunità da un'azione discriminatoria».

Adesione altamente simbolica alla manifestazione quella della senatrice Monica Cirinnà che, qualche giorno prima, su Facebook aveva espresso l’auspicio che «il sindaco di Sorrento ritiri la sua decisione, consentendo a tutte le coppie che lo desiderino di unirsi civilmente nel chiostro. La pari dignità passa anche dai simboli, e l’esclusione delle coppie omosessuali da quello spazio le stigmatizza gravemente: la distinzione tra unione civile e matrimonio non legittima trattamenti differenziati, ricordiamolo sempre!».

Ferma condanna anche da parte del deputato dem Alessandro Zan, già presidente del comitato Arcigay di Padova, che aveva annunciato «una interrogazione al ministero dell’Interno affinché si verifichino le condizioni di rifiuto da parte del sindaco Cuomo».

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L’11 maggio 2016 la Camera dei deputati approvava in via definitiva con 372 voti favorevoli, 51 contrari e 99 astenuti il ddl sulle unioni civili e convivenze di fatto. Quella che, tecnicamente indicata come legge 76/2016, è comunemente conosciuta come legge Cirinnà dal nome della relatrice, ha segnato non solo una pietra miliare nel cammino dei diritti civili ma ha consentito nell’ultimo biennio a circa 14mila persone dello stesso sesso di creare dei legami giuridici sostanzialmente equiparabili a quelli matrimoniali.

Sulla base degli specifici dati del ministero dell’Interno, aggiornati al 31 dicembre 2017, sono infatti 6073 le coppie di persone omosessuali unitesi civilmente – cui va aggiunto il migliaio di celebrazioni avvenute all’estero – sì da far registrare rispetto al 2016 un incremento pari al 149,5%.

È innegabile che il diritto a essere liberi e non discriminati non può essere sottoposto a un giudizio quantitativo sulla base di quante persone lo esercitano effettivamente. Ma è parimenti vero che le cifre dimostrano come una tale legge fosse non più prorogabile e del tutto necessaria a raccorciare il percorso verso la piena parità dei diritti.

In occasione del 2° anniversario dell'approvazione della legge 76 Gaynews ha intervistato colei che è ormai indicata come la madrina della legge sulle unioni civili.

Senatrice Cirinnà, sulla base dei dati del Viminale si è registrato nel 2017 un incremento di unioni civili pari al al 149.5%. Come giudica ciò a fronte di chi lo scorso anno parlava di flop?

Sono molto soddisfatta dei dati forniti dal ministero dell'Interno. Le unioni civili sono ormai una meravigliosa e gioiosa realtà in tantissimi Comuni d’Italia. Come si può vedere dalle tabelle, non ci sono oramai più grandi città in cui non si siano celebrate unioni civili. Questo va appunto ricordato a coloro che parlavano lo scorso anno di numeri troppo bassi e di conseguente flop della legge. Finalmente gli italiani e le italiane che amano persone dello stesso sesso possono dire d’essere riconosciute dallo Stato in quanto coppia e d’avere una nuova opzione. Quella, cioè, di unirsi civilmente. La legge 76 ha dato finalmente alle persone omosessuali, al pari di quelle eterosessuali, la possibilità di scegliere. È questo il grande risultato ottenuto.

Due anni dall’approvazione della legge che porta il suo nome: quale il momento più brutto del lungo dibattito parlamentare e quale quello più bello?

Certamente il momento più brutto e più basso è stato costituito delle volgarità e degli insulti lanciati dal senatore Maurizio Gasparri all’indirizzo del collega Sergio Lo Giudice accusandolo di aver comprato i figli. E a rendere la situazione ancora più grave il totale silenzio del presidente di turno Roberto Calderoli, che non richiamò Gasparri. Cosa che m’indusse a raggiungere in tutta fretta Sergio e condurlo fuori dall’Aula.

I momenti belli durante quelle lunghe ore di Aula? Ricordo le parole profonde, inaspettate dolorose ma piene di significato del senatore Sandro Bondi. Il bellissimo intervento di solidarietà, stima e affetto della senatrice Valeria Fedeli. E quello in difesa dei bambini delle Famiglie Arcobaleno della collega Rosanna Filippin. Momenti di politica altissima purtroppo legati a momenti di inaudita trivialità e scompostezza nei toni. Conseguenza anche dell’elevatissimo numero d’interventi in Aula, di cui il ddl è stato oggetto.

Ha celebrato tante unioni civili: ne ricorda qualcuna che le è particolarmente a cuore?

Ho celebrato tantissime unioni civili e colgo l’occasione, offertami da Gaynews con quest’intervista, per scusarmi con tutte e tutti coloro che non ho sposato. Ho ricevuto centinaia e centinaia di richieste: così tante che dovrei cambiare mestiere e mettermi a fare la celebrante di unioni civili. Ricordo sicuramente l’emozione immensa, fortissima, indescrivibile che ho provato nel celebrare la prima unione civile. Quella di Giorgio Zinno, sindaco di San Giorgio a Cremano, e Michele Ferrante. La ricordo attimo per attimo perché ha significato per me il passaggio concreto dalle parole ai fatti. Prima aver scritto la legge per oltre due anni, aver combattuto in Commissione, averla portata in Aula, averla seguita fino all’approvazione alla Camera, averla vista pubblicata nella Gazzetta ufficiale. E poi, quel 24 settembre, vederla finalmente concretata nella lettura degli articoli, nello scambio delle fedi, nel bacio tra Giorgio e Michele: un’emozione e una commozione tale che non potrà mai dimenticare quella unione civile.

Ricordo anche con particolare gioia quella delle amiche Maria Laura Annibali e Lidia Merlo. Ma sicuramente non posso non rammentare anche le tante celebrazioni di unioni tra persone che hanno a lungo vissuto nell’ombra il proprio amore. Sicuramente le unioni civili tra persone viventi insieme da tantissimi anni sono state tra le più commoventi e significative.

Lo stralcio dell’ex art. 5 è stato uno dei più dolorosi e meno digeriti dalla collettività Lgbt. Crede che quando stiano compiendo tanti sindaci col riconoscimento anagrafico della doppia genitorialità sia una riprova di quanto gli amministratori locali e, in generale, la pubblica opinione siano più avanti rispetto al legislatore?

Quello dell’art. 5, relativo all’adozione coparentale del figlio del partner, è stato lo stralcio il più doloroso e più brutto che mi è capitato di vivere durante l’iter parlamentare della legge. È stato il frutto del tradimento dei patti col Movimento 5Stelle. Tradimento che si è riverberato sulla vita dei bambini di tante coppie omogenitoriali. Se i pentastellati hanno politicamente ritenuto di fare uno sgarbo a me e al Pd, al di fuori del Parlamento l’hanno fatto a dei bambini che sono ancora in una grave situazione di debolezza giuridica. D’altra parte è pur vero che le poche righe del comma 20 ex art. 1 offrono ai giudici la possibilità di riconoscere con sentenze l’adozione coparentale del figlio del partner.

E poi c’è questa straordinaria evoluzione nell’agire da parte dei sindaci che è stata giustamente indicata come primavera arcobaleno. Si tratta ovviamente di due situazioni diverse: un conto è l’adozione, un conto è il riconoscimento della genitorialità alla nascita. Con le trascrizioni degli atti di nascita esteri di bambini quali figli di due papà o due mamme e l’iscrizione anagrafica di quelli nati in Italia i sindaci stanno dando il riconoscimento della doppia genitorialità a due persone dello stesso sesso. Al riguardo essi non stanno compiendo alcuna forzatura. Non fanno che «dare – come chiarito dal magistrato Marco Gattuso su Articolo29 – un’applicazione corretta delle norme già presenti nel nostro ordinamento».

Lei ha accennato prima - e l’ha scritto anche nel suo importante libro – a un tradimento del M5S durante l’iter parlamentare della legge 76. Oggi, a fronte di atteggiamenti come quelli di Chiara Appendino o di vari esponenti pentastellati nell’invocare la necessità d’una legge contro l’omotransfobia, è portata a fidarsi oppure è troppo scottata da quella esperienza?

Credo che sia forse un modo per farsi perdonare dell’orrendo tradimento. Resta comunque il punto che i sindaci, al di là del partito o corrente d’appartenenza, rappresentano tutte e tutti. Quanto dunque fatto a partire dalla sindaca di Torino Chiara Appendino risponde a una richiesta ineludibile come quella di dare tutela ai bambini. Circa una normativa contro l’omotransfobia ritengo che solo una seria trasversalità politica in un Parlamento, veramente intenzionato ad affrontare una tale emergenza educativa, culturale e sociale, potrà portarci alla legge.

Temo che questi argomenti però non saranno purtroppo una priorità nell’eventuale governo M5S-Lega che sembra debba nascere a breve.

Immaginava di diventare un giorno un’icona per la collettività Lgbti italiana e quali saranno in campo di diritti gli impegni primari per i quali si batterà in Parlamento?

Più che un’icona del movimento Lgbti io mi sento parte del movimento. Devo dire che mi avete accolto e mi amate come una di voi. Questo mi dà una forza infinita, perché entrare in una collettività e vedere accettate le proprie diversità è il segno vero che solo la trasversalità e l’unione d’intenti possono portare all’uguaglianza piena. Ogni volta che partecipo a un Pride o a una manifestazione e ogni volta che accade una cosa bella come un’unione civile o la trascrizione di un atto di nascita d’un figlio di due papà o due mamme, io festeggio. Sento nel mio cuore la stessa gioia.

Per il resto il mio è un impegno a 360 gradi perché la legge sulle unioni civili è solo il primo passo. Ho depositato il mio testo sul matrimonio egualitario. Resta poi per me una priorità il raggiungimento di una legge volta a prevenire e constrastare omofobia e transfobia. Ci si riuscirà in questo governo politico che forse sta per nascere? Non posso che augurarmelo pur consapevole, per quanto riguarda la mia parte, dei differenti livelli di agibilità rispetto al passato per una senatrice di minoranza quale io sono.

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Esattamente due anni fa il Parlamento, dopo decenni di battaglie politiche, approvava la legge sulle unioni civili. Le aspettative su questa legge erano fortissime: va da sé che tutti noi avremmo preferito che anche l’Italia, sulla scia di tutti i Paesi della vecchia Europa, si approvasse una legge sul matrimonio egualitario. Che fosse, perciò, in grado di superare definitivamente la divisione in cittadini di serie A  e B.

La legge sulle unioni civili, quindi, non è certamente una legge perfetta e, questo, soprattutto per due motivi. Il primo è di principio: era ed è inaccettabile la definizione di coppie di persone dello stesso sesso come “formazione sociale specifica” che, voluta da Alfano e dai centristi nonché dall’area cattodem del Pd, è stata scelta per affermare il concetto, del tutto irricevibile,  che quella omosessuale non è una famiglia come le altre. Il secondo motivo è di principio e di sostanza: la legge non riconosce i figli delle coppie omosessuali. Basti ricordar la ben nota vicenda dell’articolo 5 sulla stepchild adoption che venne stralciato subito prima del voto di fiducia in Parlamento.

Va detto, per altro, che proprio la richiesta del voto di fiducia rappresenta una pagina molto positiva nella storia del governo di centrosinistra: un’azione di coraggio il cui valore storico è, a mio parere, innegabile.

Nonostante questi limiti la legge è stata utilizzata finora (al 31 dicembre 2017) da più di 12mila persone come ci dicono i dati pubblicati in anteprima da Huffington Post. La crescita esponenziale delle celebrazioni delle unioni civili delle coppie di persone dello stesso sesso è aumentata del 149,5% nel 2017 rispetto al 2016Il che ci permette di fare un’agevole previsione sull’intero 2018: raggiungere 10mila unioni civili entro la fine dell’anno in corso.

A queste vanno aggiunte le celebrazioni all’estero che, trascritte in Italia, sono circa un migliaio. Come ha sottolineato Marzio Barbagli, uno dei più importanti analisti della famiglia in Italia, la percentuale di celebrazioni di unioni civili in rapporto con i matrimoni tra persone di sesso opposto è tra le più alte d’Europa. Possiamo dunque parlare, a ragion veduta, di grande successo della legge sulle unioni civili in barba alle giaculatorie trasversali di media che hanno parlato di flop.

La legge Cirinnà è stata, invece, un grandissimo successo al punto che anche io stesso ho fatto il celebrante, su delega del sindaco di Bologna Virginio Merola, in diverse unioni civili e lo farò ancora in tante altre nel corso dell’anno. A tutte le persone legittimamente dubbiose in ambito Lgbti dico che, nonostante tutto, la legge sulle unioni civili è stata e resta una grande vittoria e come tale va celebrata anche tenendo conto delle numerose cerimonie.

Buona parte delle celebrazioni riguarda persone non più giovanissime: il che significa che la legge ha una fortissima “utilità” nel sistemare questioni proprie della vita a due come, ad esempio, quelle riguardanti  il piano patrimoniale e assistenziale. Ci sono state, certo, anche molte celebrazioni tra coppie giovani, soprattutto tra donne.

Ciò che rende estremamente interessanti i dati sulle unioni civili è la loro ripartizione territoriale con l’indiscusso primato della capitale con 845 celebrazioni (vale la pena ricordare che la prima è stata celebrata dalla sindaca Virginia Raggi). In seconda battuta troviamo Milano con 799, terza Torino con 378 e, quindi, Bologna con 219. Va sottolineato che, in alcuni casi, come quello di Milano, il numero delle unioni civili si avvicina a quello dei matrimoni non religiosi.

Questo cambiamento, unito alle numerose sentenze di tribunale che riconoscono l’omogenitorialità e la registrazione anagrafica dei bambini quali figli di due papà o due mamme (un elenco, quest’ultimo, che con Torino e Bologna si va allungando di giorno in giorno) ha ridefinito finalmente sul piano sia giuridico sia sociale l’idea stessa di famiglia che non può più essere pronunciata al singolare ma con il termine plurale e inclusivo di “famiglie”.

La pretesa da parte di quel fascioleghismo, che nega i patrocini ai Pride nei numerosi Comuni e Regioni laddove ha vinto le elezioni, di definire un unico modello familiare, vale a dire quello di una famiglia eterosessuale, è infatti ormai del tutto anacronistica di fronte all’esistenza di pluralità di forme familiari che lo stesso diritto riconosce. Si tratta non più di una scelta come le altre ma di una necessità. Cosa ben comprensibile alla luce della drammatica frantumazione del corpo sociale provocata da politiche economiche liberiste, che hanno precarizzato la quotidianità e il lavoro rendendo indispensabile ripensare le rigidità di un diritto di famiglia oramai inadeguato a riconoscere tutte le nuove forma di vita familiare.

Mi piace ricordare due concetti che sono e restano i cardini di altrettante battaglie culturali fondamentali. Quello di “parentalità affettiva”, che ricorda la necessità di dare valore, in un mondo fatto di solitudini, alle relazioni anche tra persone non legate da ius sanguinis. Quello di “democrazia domestica”, alla cui luce ognuno paritariamente partecipa alla vita quotidiana della propria casa (ogni giorno le donne nelle coppie etero lavorano ancora mediamente cinque ore in più degli uomini).

Parentalità affettiva, democrazia domestica, libertà nelle relazioni, famiglie plurali, omogenitorialità sono tasselli importanti di una nuova idea di società. A due anni dall’approvazione della legge Cirinnà è ora di ripensare l’intero diritto di famiglia.

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Oggi Virginio Merola, sindaco di Bologna, sottoscrivendo l’atto di nascita di un bambino nato negli scorsi giorni nel capoluogo emiliano all’interno di una coppia di due donne, ha firmato una pagina di civiltà nella storia della città e dell'intero Paese.

È il secondo caso d’iscrizione anagrafica dopo quella del figlio di Chiara Foglietta e Micaela Ghisleni effettuata dalla sindaca Chiara Appendino. La prima cittadina di Torino, che ha trascritto lo stesso giorno gli atti di nascita esteri di figli di coppie omogenitoriali, ha avuto il merito d’aver inaugurato un’inarrestabile primavera arcobaleno dei sindaci italiani.

Da Gabicce Mare a Catania, da Roma a Grosseto, da Alfonsine a Crema gli amministratori locali stanno mostrando una sensibilità maggiore rispetto a tanti parlamentari cattodem e fascioleghisti, che nella scorsa legislatura hanno voluto lo stralcio dell’art. 5 sulla stepchild adoption. Col riconoscimento di entrambe le mamme o di entrambi i papà all’atto di nascita dei bambini si va giustamente ben al di là dell’adozione del configlio nell’ottica del riconoscimento della piena cogenitorialità della coppia

Riconoscimento che, pienamente in linea con i principi creati dalla Corte Costituzionale e con le varie sentenze dei giudici, si vorrebbe invece far passare quale frutto di «un pensiero unico relativista». Pensiero che, secondo l’interrogazione parlamentare presentata nella seduta del 7 maggio dalle deputate leghiste Saltamartini, De Angelis e Gerardi, «aggredisce l'istituzione famiglia e trova sostegno in iniziative legislative e amministrative ad avviso degli interroganti assurde» quali, guarda caso, «la registrazione all'anagrafe di bambini nati in Italia o all'estero come figli di coppie omosessuali (legittimando di fatto anche la disumana pratica della maternità surrogata, vietata in Italia dalla legge 19 febbraio 2004, n. 40)». Il tutto ovviamente sempre appaiato all’ormai ridicolo spauracchio del «tentativo di introdurre nei programmi scolastici l'insegnamento fondato sulla teoria del gender».

Parole che dimostrano quanto siano culturalmente arretrati non pochi dei nostri parlamentari rispetto anche ai loro omologhi greci che oggi, sulla spinta del monito del primo ministro Alexis Tsipras, hanno approvato un provvedimento sulle adozioni di minori anche da parte di coppie di persone dello stesso sesso

A due giorni dal secondo anniversario dell'approvazione della legge Cirinnà  - secondo i dati pubblicati in esclusiva dall'Huffington Post Bologna è al quarto posto per numero di celebrazione delle unioni civili –, il capoluogo emiliano si conferma tra le città più aperte in Italia e con una comunità Lgbti tra le più numerose.

Ciò è per me ragione di orgoglio: la battaglia ultratrentennale, che abbiamo condotto proprio a partire da Bologna, ha infatti cambiato in modo permanente in Italia l'idea di famiglia. Adesso si pronuncia finalmente col termine plurale e inclusivi di "famiglie".

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Negli ultimi mesi si sono registrati non pochi casi di violenza omofoba che, consumati sia in luoghi pubblici sia in ambito familiare, richiamano ancora una volta l’attenzione sulla necessità d’una legge volta a contrastare tali atti.

I reiterati pestaggi, verificatisi nella capitale tra il 5 e il 30 aprile a danno di una coppia o di singole persone omosessuali (di cui l’ultimo, in realtà, avvenuto all’Eur per motivo di furto ma seguito da attacchi omofobi sui social ad opera degli stessi aggressori appropriatisi del cellulare della vittima), hanno suscitato un’ondata di sdegno tra componenti non solo del mondo associazionistico ma anche della politica.

E, sotto quest’ultimo aspetto, in maniera trasversale: da Monica Cirinnà a Mara Carfagna a livello parlamentare fino alle condanne della sindaca Virginia Raggi, dei capigruppo capitolini del Pd e del M5s nonché del presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, del vicepresidente Massimiliano Smeriglio e della consigliera regionale Marta Bonafoni.

Ma dalla Pisana è giunta un’altra voce significativa. Quella, cioè, della capogruppo pentastellata Roberta Lombardi, già deputata nella XVII° legislatura, che in un lungo post su Facebook ha condannato l’aggressione della coppia di fidanzati a Trastevere e parlato dell’urgenza d’una legge regionale contro l’omotransfobia.

Consigliera Lombardi, il 20 aprile a Roma una coppia di 30enni gay è stata aggredita e insultata da un branco di 10 ragazzi. Come giudica un tale episodio?

Qualsiasi episodio di violenza va condannato. Come ho avuto modo di scrivere al riguardo, la sottocultura dell’odio si sta facendo strada. È necessaria una riflessione seria da parte di tutte le forze politiche e di tutte le Istituzioni per comprendere, e scardinare, le dinamiche violente della società attuale. Gli episodi di cronaca ormai sono un segnale chiaro e inequivocabile: bisogna dare risposte concrete a tutte le cittadine e i cittadini, coinvolgendo anche la scuola e la famiglia, che, mai come adesso, sono chiamate a fare la propria parte soprattutto per prevenire i fenomeni di intolleranza, siano essi di omofobia, violenza di genere, razzismo o di altra estrazione”.

Tale aggressione tiene dietro a quella del 5 aprile in Via del Portonaccio e precede quella via social a danno del 24enne pestato il 30 aprile all’Eur. Sono stati mossi vari j’accuse alla sindaca Raggi, tra cui la mancanza d’un reale interessamento. Che ne pensa?

Le istituzioni romane hanno mostrato la loro vicinanza alla comunità Lgbti, in varie occasioni. Ad esempio, anche quest’anno si sta organizzando la Settimana romana contro l’omotransfobia. Virginia ha espresso la sua vicinanza ai ragazzi aggrediti. Ognuno agisce secondo il proprio sentire e i mezzi che ha a disposizione. È ovvio ch una problematica di questo tipo va scardinata agendo dal nazionale al locale, a tutti i livelli delle istituzioni e della società

Nel suo post su Fb lei ha parlato della necessità d’una legge regionale contro l’omotransfobia. Alcuni giorni fa è stato presentato il pdl, redatto dal Mieli e avente come prima firmataria Marta Bonafoni. Il M5s è disponibile a sostenerlo per ottenerne l’approvazione?

Ho letto la proposta di legge presentata dalla collega Marta Bonafoni. Credo che sia una buona base di partenza per un lavoro condiviso da integrare con quanto previsto nella nostra proposta di legge. Abbiamo individuato dei margini di miglioramento su cui potremo intervenire, quando si deciderà di discuterla – ci auguriamo al più presto –, in sede regionale. Anche il programma regionale del M5s sui diritti civili e Lgbti, con il quale mi sono presentata alla Presidenza della Regione Lazio, è in tal senso molto esaustivo e può essere un ‘serbatoio’ di proposte utile che mettiamo a disposizione del confronto politico per una legge regionale ‘anti-omotransfobia’.

Il M5S è da taluni accusato di non aver dedicato neppure un rigo al tema dei diritti delle persone Lgbti. A livello locale si registrano, invece, esempi virtuosi in tal senso: basti pensare a quanto fatto ultimamente dalla sindaca di Torino Chiara Appendino oppure alla condanna da parte del M5S Lombardia delle dichiarazioni del presidente Attilio Fontana sulla non concessione del patrocinio al Pride: come valuta una tale dicotomia?

In realtà, a livello nazionale sono stati inseriti diversi punti che riguardano i temi Lgbti. C’è un chiaro riferimento all’educazione alle differenze nelle scuole e al contrasto alle varie forme di bullismo, fra le quali quello omotransfobico, per citarne uno, ma ci sono anche altri passaggi. Il M5s, accoglie al suo interno varie sensibilità. Io credo che diritti sociali e diritti civili debbano camminare di pari passo, per dare un messaggio chiaro a tutti i cittadini e alle cittadine della vicinanza delle istituzioni. Non vedo una dicotomia, ma degli obiettivi che si stanno tracciando e che vanno in una direzione comune, quella del pieno riconoscimento dei diritti sanciti dall’art. 3 della Costituzione.

Consigliera Lombardi, lei è stata parlamentare nella XVII legislatura, nel corso della quale fu approvata la legge sulle unioni civili. Il M5S ebbe una posizione giudicata ondivaga e da alcuni traditrice: si può dire che si trattò di coerenza nella linea di non votare l’istituto del maxi emendamento. A distanza di due anni dall’approvazione di una norma, che ha regalato e sta regalando felicità a tante coppie, (messo da parte l’argomento burocraticistico del non voto al maxi emendamento), Roberta Lombardi la voterebbe oggi quella legge?

Io vorrei ricordare, in primis, il flash mob che noi parlamentari del M5s abbiamo fatto in Aula per sostenere le unioni civili, oltre alle nostre proposte di legge presentate sul matrimonio egualitario, contro l’omostransfobia e per l’adeguamento di genere delle persone trans, presentate sempre nella precedente legislatura. La questione sulle unioni civili è stata molto più complessa di com’è mediaticamente descritta e, in base alla mia esperienza di cittadina e portavoce 5stelle, le narrazioni del mainstream sono spesso molto diverse dalla realtà. Un esempio è proprio il fatto che il non voto al maxiemendamento viene definito come un fatto meramente burocratico: non è così. Il maxiemendamento è stato, in più di un’occasione l’escamotage per ghigliottinare il confronto democratico in Parlamento e quindi depotenziare i provvedimenti e rivedere al ribasso i diritti civili e sociali che avrebbero dovuto garantire.

Ci avviciniamo al Roma Pride, cui parteciperà, tra gli altri, anche il presidente Zingaretti. La consigliera Lombardi prenderà parte a una manifestazione altamente significativa per la collettività Lgbti?

L’anno scorso al Roma Pride c’è stata una massiccia presenza di portavoce del M5s, presidenti di Municipio, assessori, attivisti ed attiviste. Sicuramente sarà per me un piacere, e un dovere, dare il mio sostegno a una manifestazione simbolo dei diritti civili.

In ultimo: sul candidato premier del M5S Luigi Di Maio Sgarbi ha fatto settimane fa un presunto outing. Tenendo conto che lo stesso Grillo, nel comizio di Nettuno del 2016, ebbe a dire che, pure se Di Maio fosse stato omosessuale non ci sarebbe stato nulla di male, le chiedo: Per Roberta Lombardi sarebbe un problema? E, in generale, le piacerebbe che ai vertici del M5S ci possa essere un giorno un gay dichiarato?

Credo che ogni tipo di ruolo, politico o professionale che sia, debba essere ricoperto da persone che hanno le capacità e le competenze adatte a ricoprirlo, a prescindere da orientamento sessuale e identità di genere. Altrimenti si rischia di auto-ghettizzarsi nella ‘logica delle quote’ a scapito della meritocrazia. Su questo tutte e tutti siamo chiamati a fare un atto di onestà intellettuale, senza dogmatismi, concentrando i nostri sforzi comuni sulla prevenzione degli episodi di violenza e discriminazione, sul rafforzamento dei diritti civili e sul garantire le stesse possibilità a tutti i talenti. 

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