GayNews

GayNews

Nata a Pesaro nel 1998, Arcigay Agorà continua a essere l'unico comitato territoriale dell'associazione nelle Marche. Per sostenere e aiutare migranti Lgbti ha attivato, negli scorsi giorni, uno specifico sportello. Pubblichiamo di seguito il relativo comunicato stampa.

Il Comitato territoriale Arcigay Agorà di Pesaro e Urbino ha attivato un servizio che intende fornire supporto alle persone Lgbti (lesbiche, gay, bisessuali, transessuali/transgender, intersessuali) immigrate in Italia e accolte nella Regione Marche, per motivi legati alla propria identità di genere od orientamento sessuale che le rende di fatto soggette a forti discriminazioni nel Paese d’origine.

Lo sportello offre i seguenti servizi:

- assistenza nella richiesta di protezione internazionale;
- accompagnamento  lungo l’iter burocratico in collaborazione con i sistemi Sprar e Cas locali;
- attività di integrazione dei migranti nella comunità lgbti locale;
- promozione  e organizzazione di incontri per favorire la socializzazione e il dialogo interculturale;
- iniziative di ascolto e sostegno a supporto di categorie particolarmente esposte al rischio di isolamento ed emarginazione sociale.

Lo sportello si avvarrà della collaborazione di personale specializzato con esperienza pluriennale nella gestione di queste problematiche.

Arcigay Agorà intende offrire uno spazio di ascolto e supporto a persone che si trovano in una situazione di grave difficoltà, costretti ad abbandonare il proprio paese a causa delle leggi dei propri Paesi di origine, per alcuni dei quali l’omosessualità è ancora considerata reato.

Dopo lo sportello legale e lo sportello di ascolto psicologico, attivati entrambi negli scorsi mesi, questo è un ulteriore strumento di sostegno alla comunità Lgbti promosso da Arcigay Agorà.                                          

Lo sportello è aperto su appuntamento presso la Casa della Associazioni, in Via del Miralfiore 4 a Pesaro. Per contatti chiamare il numero 351 1870978 dalle ore 14:00 alle ore 15:00 dal lunedì al venerdì, in alternativa lasciare un messaggio WhatsApp. 

e-max.it: your social media marketing partner

In occasione del 7° anniversario della scomparsa di Marcella Di Folco (Roma, 7 marzo 1943 – Bentivoglio (Bo), 7 settembre 2010) pubblichiamo con piacere la nota commemorativa del Movimento identità trans (Mit). Associazione che l’attrice, attivista e politica diresse dal 1988 alla morte. Un tributo doveroso a chi spese l’ultimo ventennio della propria vita per i diritti e la tutela delle persone transgender:

Sono sette anni che Marcella ci ha lasciato, sette anni durante i quali non abbiamo mai smesso di pensare a lei, ai suoi modi fare, ai suoi insegnamenti sempre straordinariamente attuali. Parole di lode e riconoscimento nei suoi confronti ne sono state dette tante, ma sono i fatti che continuano a dimostrare la sua grandezza. La sua impronta indelebile, nel Mit e in tutto il movimento Lgbtiq, resta impressa nel nostro percorso, le nostre lotte, le nostre azioni quotidiane.

Il Mit resta pieno di lei e condividere il suo orgoglio resta per noi fondamentale. È un riconoscimento unanime che con lei la voce trans ne sia uscita più sonora e potente. La sua insubordinazione, il non volere mai essere seconda a nessuno ha insegnato al Mit e a tutto il mondo trans, ad alzare la testa, tenere le spalle dritte per raggiungere obiettivi e vittorie. Abbiamo ancora tanto da fare, e Marcella ci manca. Solo con la dolcezza dei ricordi, con le tante risate che abbiamo fatto insieme a lei, riusciamo a riempire quel grande vuoto che ci ha lasciato.

e-max.it: your social media marketing partner

I due casi di violenza a danno di una donna polacca e di una donna trans peruviana, avvenuti l'uno a poco distanza dall'altro a Rimini, hanno suscitato una corale indignazione. Non senza disparità di trattazione da parte dei media, che al solito hanno liquidato in poche battute lo strupro della giovane transgender non senza il ricorso dell'inacettabile qualifica "il trans". Sulla duplice vicenda è intervenuto Marco Tonti, presidente di Arcigay Alan Turing di Rimini, col seguente comunicato

L'episodio di violenza avvenuto a Rimini, con il pestaggio di un ragazzo e lo stupro di due donne, non deve limitarsi a sollevare il giusto sdegno e la richiesta di una durissima punizione nei confronti del branco. Dare la colpa alla droga o all'alcol è un facile alibi morale per pulirci la coscienza, ma come società civile dobbiamo avere il coraggio di guardare alla sub-cultura maschilista di cui questi comportamenti si nutrono.

Purtroppo abbiamo assistito a una frequenza di violenze nei confronti di donne che non può lasciare indifferenti e che dimostra come ancora non si faccia abbastanza per contrastare il maschilismo predatorio che alimenta le violenze. È una battaglia lunga e difficile che incontra anche molte resistenze tra benpensanti e tradizionalisti, a dimostrazione di quanto è radicato il maschilismo nella nostra cultura. È anche superficiale incolpare la cultura maschilista di provenienza di chi si macchia di questi crimini, se qui, in Italia, non trovano una chiara e ripetuta condanna culturale di questi atteggiamenti di disparità sessista.

Nel caso poi della donna transessuale violentata, bisogna dire chiaramente che è una vittima al pari delle altre due e non un "danno collaterale" come a volte pare essere considerata, anche nelle manifestazioni di solidarietà. Si tratta inoltre di una transessuale, al femminile, perché quella persona si identifica come donna e vive la sua vita in quanto tale e che certo non merita di essere violentata anche nella sua identità.

Marco Tonti
Presidente Arcigay "Alan Turing" Rimini

e-max.it: your social media marketing partner
Si svolgerà durante questo weekend di fine agosto, tra sabato 26 e domenica 27 il primo Beach Pride, promosso dall'associazione Wib Gaycs Modena, realtà emiliana che, come ci spiega la responsabile di Gaycs Emilia Romagna Silena Howard, coniuga dei diritti civili con lo sport e la creazione di spazi liberi ed inclusivi per le persone Lgbti. All'evento sarà presente anche il coordinatore nazionale di Gaycs, Adriano Bartolucci Proietti. Abbiamo rivolto alcune domande a Howard. 
 
Primo Beach Pride, il Pride in spiaggia. Come è nata l'idea? ci sono altre iniziative a cui vi siete ispirati in Italia o in altri paesi?
L'idea nasce dal nostro impegno negli anni di creare eventi inclusivi per ragazzi e ragazze omosessuali, perché lo stare insieme nel divertimento
permette di trovare nuovi amici che quotidianamente affrontano le tue stesse difficoltà e di potersi confrontare anche in una situazione ludica. Pensiamo che questo sia il miglior modo per una persona di sentirsi uguale. Sappiamo che ci sono altre iniziative simili in altri stati, ma non eravamo al corrente dell'esistenza di iniziative simili in Italia. 
Avete avuto supporto dalle istituzioni?
Il comune di Comacchio ci ha supportato dal primo giorno concedendoci patrocinio.
Qual è il messaggio politico che volete mandare? come è nata la campagna "Be on the right side?"
Noi non facciamo politica ma creiamo partecipazione: come diceva Gaber "Liberta' è partecipazione" 
La campagna voleva essere uno slogan simpatico, facile  da ricordare ma che lanciasse un messaggio: a prescindere dal tuo orientamento sessuale il beach pride è qualcosa di buono per chi ancora deve lottare contro il pregiudizio per cui "sii dalla parte giusta" (che sta per sostienici).
A sostegno dell'evento anche, oltre Gaycs, anche il gemellaggio con gli Italian Gaymes. Che valore ha lo sport in questa iniziativa? 
L'evento è organizzato grazie a Gaycs Emilia Romagna, in collaborazione con altre realtà sia lgbt che eterosessuali che hanno sposato il progetto di un evento in spiaggia, aperto a tutti i sostenitori.
Lo sport è molto importante perché crediamo che questi momenti servano a socializzare, non solo fra di noi ma con chiunque condivida la stessa passione e sostenga i nostri eventi.
Quali sono le principali attività? Quante persone sono attese? 
Il programma è vario e si divide tra attività sportive in spiaggia come il beach volley, beach tennis e beach soccer, ma avremo anche lezioni di zumba, yoga e intrattenimento in spiaggia. Non mancheranno aperitivi, balli, show  e divertimento nonchè una grande festa al sabato sera. 
L'evento è stato apprezzato e la risposta delle persone è ottima, ma non possiamo sapere quanta gente ci sarà.  L'importante per noi è che arrivi l''impegno e la passione e lo scopo con cui lo abbiamo creato e se anche una sola persona tornerà a casa domenica felice di aver partecipato per noi sara' già un successo.
e-max.it: your social media marketing partner

Enorme clamore, negli ultimi giorni, intorno al coming out di Veronica Pivetti che dalle colonne dell'ultimo numero del settimanale Dipiù aveva dichiarato, in una lunga intervista rilasciata a Stefania Mazzoni, di essere delusa dagli uomini e di vivere con un'amica. "Vivo con Giordana - così l'attrice -, sono felice. Ma non lo definirei un amore". Ma la stessa Pivetti ha smentito ieri tali dichiarazioni sulla sua pagina Fb definendo "manipolata" l'intervista e "quasi folcloristico" il magazine Dipiù.

Non si è fatta attendere la risposta del direttore Sandro Mayer attraverso una lunga lettera che, inviata alla nostra redazione, pubblichiamo integralmente.

Gentile Signora Veronica Pivetti,

preciso subito che sono un suo ammiratore dai tempi di Viaggi di Nozze, fino ai giorni nostri quelli di Provaci ancora Prof. La mia stima professionale per lei è incondizionata. L'avevo anche per la sua persona, ma ora questa parte di stima è precipitata.

Lei ha smentito, o comunque dice che è stata manipolata, una sua intervista pubblicata su Dipiù a firma della brava giornalista Stefania Mazzoni. Ma questo non mi ha indignato: dopo anni e anni di direzione di giornale sono abituato ai cambiamenti di umore dei personaggi dello spettacolo. Quello che mi indigna è altro: come si permette di definire folcloristico il settimanale Dipiù?

Preciso subito che il termine è offensivo e degno di querela, che, già le dico, non inoltrerò, mentre lei non può querelare per l'intervista, perché abbiamo le prove che è autentica e non è stata manipolata: la tentazione di metterla sul web per farla sentire a tutti è stata tanta, ma non l'ho fatto, perché non sarebbe stato corretto. Però, invece di smentire in maniera così chiassosa, poteva querelare e farci scrivere da un avvocato e noi, nelle sedi opportune, avremmo esposto le nostre ragioni e la nostra documentazione.

E voglio dire subito che è lei, signora Pivetti, che ha voluto alzare un po' di sana bagarre, ma, la prego, usi termini italiani: sano trambusto sarebbe stato più opportuno.

È vero: noi siamo venuti da lei per fare promozione alla sua nuova fiction della serie Provaci ancora Prof. Il settimanale DipiùTV lo fa sempre quando parte un nuovo programma. Ma poi la conversazione, per quella magica intesa che a volte scatta tra intervistato e intervistatore, si è spostata sul privato e  lei ha detto quello che è stato pubblicato. La parte del privato, come spesso facciamo, l'abbiamo spostata su Dipiù, perché DipiùTV si dedica maggiormente a notizie televisive. Ma Dipiù, signora Pivetti, non è affatto folcloristico: è un prestigioso giornale familiare, molto moderno, erede di una tradizione antica, quella dei settimanali Oggi, Gente, Tempo, Epoca, La Settimana Incom.

È diretto da un direttore di lunga data, che sono io, vincitore, fra i tanti riconoscimenti, del più prestigioso premio giornalistico assegnato in Italia, il Premio St. Vincent, che fra i tanti illustri premiati annovera anche i grandi Indro Montanelli e Enzo Biagi. Montanelli e Biagi, lei non può saperlo ma forse li ha sentiti nominare, erano in giuria quando io vinsi il premio.

Su Dipiù, signora Pivetti, firmano da tempo rubrichisti celebri come Alberoni, Crepet, Rossi, Moccia, Bisiach, linguisti dell'Accademia della Crusca e de La Sapienza di Roma, e adesso anche Roberta Bruzzone, fra l'altro opinionista di punta di Porta a Porta.

Per sapere che cosa è Dipiù, signora Pivetti, visto che lei non conosce il giornale, chieda anche a sua sorella Irene e, mi permetta un parere personale, la più grande della famiglia. Ha firmato più volte articoli su Dipiù: lei che è stata Presidente della Camera avrebbe mai potuto scrivere poi su un giornale folcloristico?

Ma veniamo al contenuto principale della sua smentita: lei ci definisce omofobi, mentre mi pare di capire, ma potrei sbagliarmi, che l'omofoba è lei. Signora, lei precisa: “Se fossi una donna omosessuale, mi incazzerei parecchio.” Quindi non lo è. Ma perché precisarlo? Se fosse stata omosessuale cambierebbe qualcosa? Lei scrive più avanti: “Dove sta scritto che l'eterosessualità è la strada che scegliamo per prima, anzi, peggio ancora, la strada giusta?”. Ma che cosa è questa differenza, signora Pivetti? Solo gli omofobi pensano ci siano strade giuste o ingiuste: per noi, mi creda, qualunque strada prenda una persona fin dalla nascita è giusta. Lei dice che secondo Dipiù l'omosessualità è un ripiego. Ma questo l'ha detto lei: lo deduce da che cosa?

Signora, il razzismo lo fa solo lei: è lei che ha parlato della sua amica Giordana e poi della giovane donna, Adriana, di cui si innamorò da bambina ma fra le righe dell'intervista pubblicata non trapela nessun legame sessual-amoroso. Certo, le è stata fatta la domanda: lei è innamorata di Giordana? E lei ha risposto: “Non so se si può chiamare amore.” Non capisco perché lei legga da qualche parte di un legame di sesso montato da noi.

Vorrei tornare al concetto della bagarre, il trambusto: signora Pivetti, nessuno pensava di vendere copie in più con la sua faccia, perché, con tutto il rispetto per la sua professione, la sua non è una faccia da copertina: se lo lasci dire da un esperto. Però in copertina l'abbiamo messa. E sa perché? Perché la sua intervista ci era sembrata così vera, così dolce e così semplice che abbiamo voluto dedicarle la copertina, non per vendere, ma per parlare di un problema sociale di cui ancora purtroppo si discute tanto nelle famiglie. Lei scrive come un'accusa rivolta a tutti: “Sappiamo che il gossip vive di sottintesi.” No, signora Pivetti ancora una volta lei si sbaglia. Quello che è apparso in copertina non è proprio un gossip. Mi dispiace per lei, donna intelligente, che lei liquidi con la parola gossip, un tema che sta a cuore a tanti.

Questa risposta dovevo dargliela, anche se in tanti anni di direzione io quasi mai ho replicato a smentite o accuse se non in tribunale. Ma lei questa volta, proprio in vista della partenza di Provaci ancora Prof, precisando bene che il programma inizierà a metà settembre, ha alzato un polverone inutile: si sa, per gli ascolti è meglio parlare che ignorare. Il polverone, se magari porta qualche telespettatore in più alla fiction, però è offensivo per me e per tutti i giornalisti e lettori di Dipiù.

Se la perderò come lettrice, me ne farò una ragione.

Sandro Meyer

 

 

e-max.it: your social media marketing partner

Nell'ambito della polemica, scatenata dalla condivisione dell'articolo I am a woman. You are a Trans Woman. And that distinction matters (Io sono una donna. Tu sei una donna transessuale. E questa differenza conta) sulla pagina fb di ArciLesbica nazionale, Gaynews ha ospitato una lunga intervista a Porpora Marcasciano.

Alla domanda Marina Terragni dice che il problema nel 2017 è ancora solo il patriarcato. Che cosa ne pensi?, la presidente onoraria del Mit (Movimento identità transessuale) aveva così risposto: Sì, ne sono convinta. E lei, come quelle che attaccano trans, gpa, prostituzione sono le degne rappresentanti di quel patriarcato. Usano la stessa logica, gli stessi metodi, le stesse parole. Dopo anni di negazione sinceramente delle “Essenzialiste” (da non confondere con le separatiste… favolose) ne possiamo e ne vogliamo fare a meno.

Ritenute "sconcertanti e offensive" tali parole dalla giornalista e femminista milanese, abbiamo pubblicato nella giornata d'ieri una sua lettera aperta al direttore Franco Grillini.

Alla luce di alcuni passaggi di questa missiva Porpora Marcasciano è tornata sull'argomento per meglio esplicitare il suo pensiero e aggiungere ulteriori chiarificazioni. Eccone il testo:

Provo a riformulare la mia posizione che, nella sua sostanza, resta la stessa. Per quanto mi sforzi, non riesco a cogliere il carattere di sconcertanti e offensive che Marina Terragni ritrova nelle mie affermazioni. Affermazioni che - ci tengo a sottolineare - restano una sacrosanta “presa di parola Trans su questioni Trans”. Non mi sono mai permessa e mai mi permetterei - i miei scritti e i miei discorsi lo testimoniano - di sindacare sulle questioni del femminismo che riconosco essere esperienza imprescindibile e fondamentale. Non voglio inoltre confondere o generalizzare le posizioni di Terragni con quelle del femminismo che, a mio modesto avviso, non sono la stessa cosa.

Di lei ricordo unicamente la sua esperienza presso Il Corriere della Sera. Della sua militanza nel Mit a Milano non ho memoria alcuna ma solo perché operavo nel Mit laziale. Con tutto il rispetto per Pina Bonanno, a cui tutte, me compresa, riconosciamo i meriti e il ruolo di leadership, mi preme far notare a Terragni che evidentemente non si è mai accorta in quegli anni dell’esistenza del Mit (Movimento italiano transessuali) anche in altre città e, in particolare, a Roma. In quella città, sotto la presidenza di Roberta Franciolini (di cui spero ella si ricordi, sempre che l’abbia conosciuta), ricoprii in maniera alterna ma ininterrotta i ruoli di segretaria e vicepresidente dal 1983 al 1991.

In quell’anno mi trasferii a Bologna, dove, sotto la presidenza di Marcella Di Folco, ho ricoperto le stesse cariche dal 1992 al 2010, quando le successi in quell'incarico. La storia è importante ma per essere tale deve essere validata da fonti documentali. Le stesse su cui baso le mie dichiarazioni.

A parte gli anni della rivolta trans (caratterizzante, più o meno, gli anni 1979-1982) che vissi da giovanissima (22–26 anni) e quindi in maniera poco visibile da un punto di vista di militanza, lascio proprio ai documenti ogni possibile testimonianza. Testimonianza che, ripeto, non debbo dimostrare ad alcuna perché sono proprio quei documenti a parlare per me.

Ci tengo a sottolineare che il femminismo, nella sua grandezza e importanza, non può essere ridotto a quanto riportato da Terragni: sarebbe estremamente ingiusto e riduttivo nonostante le di lei rivendicazioni. Rispetto al più o meno tormentato rapporto tra femministe e persone trans invito tutt* a leggere Altri Femminismi (Manifestolibri, 2005), la cui ristampa arricchita uscirà nel novembre prossimo non senza il mio contributo al dibattito.

Rivendico la presa di parola Trans sulle questioni Trans come atto altamente politico. L’ordine del discorso (trans) non può essere deciso da persone non trans. Chiamasi ermeneutica e quella Trans la stiamo faticosamente ricostruendo.

 

 

e-max.it: your social media marketing partner

La collettività Lgbti è stata interessata nella scorsa settimana da una forte polemica a seguito d'un articolo che, recante il titolo I am a woman. You are a Trans Woman. And that distinction matters (Io sono una donna. Tu sei una donna transessuale. E questa differenza conta), è stato postato sulla pagina Fb di ArciLesbica nazionale. Si sono susseguite forti reazioni non solo da parte di persone transgender ma anche di moltissime donne e, in particolare, della maggior parte dei comitati locali di ArciLesbica (10 su 16) che hanno lanciato la campagna #unaltrArciLesbica «per prendere le distanze dalle modalità comunicative e dalle scelte unilaterali operate dall'attuale segreteria nazionale».

Gaynews ha seguito la vicenda con articoli e interviste, una delle quali, rilasciata da Porpora Marcasciano, presidente onoraria del Mit e figura di spicco del movimento rainbow italiano, ha visto muovere qualche critica anche a una femminista quale Marina Terragni. Sollecitati dalla stessa giornalista a poter replicare, pubblichiamo il testo pervenuto alla nostra redazione mantenendo dettato e punteggiatura originari.

 

Caro Direttore Grillini, 

       vorrai certamente consentire una breve replica alle affermazioni sconcertanti e offensive contenute nell’intervista a Porpora Marcasciano, in particolare là dove si parla della mia persona. 

"E lei (cioè io)” dice Marcasciano “come quelle che attaccano trans, gpa, prostituzione sono le degne rappresentanti di quel patriarcato. Usano la stessa logica, gli stessi metodi, le stesse parole".

Quando si cancella o si misconosce la storia e la vita di una persona, come fa Marcasciano, si esercita un intollerabile sopruso. 

Non solo non ho mai “attaccato trans” – vera e propria calunnia - ma ho partecipato attivamente alle lotte del Mit insieme alla fondatrice Pina Bonanno e a tutte le altre/i, fino all’approvazione della legge 164/82, quando l’esistenza del fenomeno trans era noto solo ai clienti di prostituzione.

Senza il femminismo e senza la vicinanza delle donne fin dalla notte dei tempi, verosimilmente le persone transgender sarebbero ancora inchiodate a un destino di emarginazione e persecuzione. 

Più in generale: in quale mondo alla rovescia, mi domando, chi resiste allo sfruttamento delle donne nella prostituzione -oggi quasi solo vittime di tratta dai paesi poveri- e all'orribile mercato della surrogacy rappresenterebbe il patriarcato? 

Sono invece d’accordo con Marcasciano quando afferma: “Abbiamo smesso di confrontarci, dibattere, affrontare le contraddizioni…Guardare le nostre contraddizioni, approfondirle per crescere”. 

Mentre il femminismo continua a produrre pensiero –opinabile, discutibile, ma pensiero- grande parte del movimento Lgbt sembra oggi inchiodato a una logica dirittistica esasperata, oltre che a un’ossessione classificatoria, tassonomica e diagnostica, intenta a produrre sempre nuove e minuziose identità sessuali, inversamente proporzionali alla libertà. 

Una carenza di autoriflessione che produce fenomeni mostruosi come, in queste ore, il violento attacco misogino ad ArciLesbica –una violenza maschile davvero inaudita- su cui varrebbe la pena che Gaynews esercitasse la sua critica ed eventualmente esprimesse il suo disappunto e la sua condanna.

Cordiali saluti

Marina Terragni

e-max.it: your social media marketing partner

“L’unico possesso che accettiamo è il possesso palla”.  Questo lo slogan del primo torneo di calcio a 5 contro il femminicidio e la violenza di genere “Finchè vita non ci separi”,  svoltosi martedì a Roma.

Si tratta della prima iniziativa di questo tipo su scala nazionale ed è stata promossa da ASD Atletico San Lorenzo, ANPI Roma e Libera Repubblica di San Lorenzo.

 

 

Oltre 100 Altete accolte da un caloroso pubblico hanno dato vita ad una bella serata di sport e inclusione al campo dei Cavalieri di Colombo, situato al centro del quartiere romano di San Lorenzo. A battere il calcio di inizio la 90enne ed ex partigiana Tina Costa, e membro del comitato nazionale dell’ANPI, già staffetta lungo la Linea Gotica all'età di sette anni,

tra le principali figure simbolo della resistenza ancora viventi.

 

“Non dobbiamo mai arrenderci contro il sopruso di chi pensa di controllare le nostre vite”, ha scandito Tina Costa prima di battere il calcio d’inizio del torneo.

 

 “Abbiamo scelto lo sport per combattere femminicidio e violenza di genere perché è una pratica che ci vede impegnati e impegnate ogni giorno, come realtà fondata sul principio dello sport popolare, che si sostiene esclusivamente sulla partecipazione e il contributo del territorio”. Così Alessia Tino, attivista dell’Atletico San Lorenzo, che ha aggiunto: “Va ringraziata Tina Costa, perché ci ha permesso di sottolineare l’importanza della memoria e di ribadire il legame tra il machismo di ieri e quello di oggi, sempre legato a forme di autoritarismo che respingiamo con fermezza”.

 

In chiusura, le atlete hanno intonato un vero e proprio coro da stadio contro il sessismo e l’omofobia (video).

“Mi piacerebbe sentirlo in uno stadio da 100.000 posti un giorno, magari al posto di certi sfottò razzisti – ha spiegato michele, tifoso appassionato dell’Atletico San Lorenzo.  “Per adesso lo sento cantare durante le partite dell’Atletico, anche delle squadre maschili ed è già un bel risultato. Credo che siano stati i primi in Italia ha inventare qualcosa del genere”.

e-max.it: your social media marketing partner

Si terrà domani presso la Sala Aldo Moro della Camera dei Deputati l'incontro Migranti Lgbti. Organizzato dal nostro quotidiano in collaborazione con Arcigay, l'evento vuole fare il punto sulla situazione di quanti hanno ottenuto lo status di rifugiato da quei Paesi, in cui vige la penalizzazione dell'omosessualità, a 10 anni dall'approvazione del decreto legislativo sulla protezione internazionale. A intervenire saranno soprattutto quanti si sono direttamente occupati negli anni di migranti Lgbti e i protagonisti, che hanno ottenuto o che stanno chiedendo la protezione internazionale.

In preparazione di tale appuntamento Gaynews pubblica la testimonianza di Farzan Farzanegan che, fuggito dall'Iran, ha ottenuto lo status di rifugiato grazie anche al supporto del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli di Roma.

Mi chiamo Farzan e sono iraniano. Come saprete, l'Iran è uno di quei 79 Paesi in cui le persone omosessuali possono essere condannate a morte o subire altre forme punitive. Spesso ragazzi omosessuali sono perciò costretti a dichiararsi transessuali e intraprendere un percorso sanitario. La transessualità è infatti considerata una malattia e, come tale, nel mio Paese è possibile solo essere operati così da essere accettati.

Non sono qui per parlare della mia storia personale, di cosa mi sia accaduto o dell'Iran. Voglio invece dirvi alcune cose che hanno riguardato la mia vita come richiedente asilo e, ora, come rifugiato. Condizioni che, credo, tanti altri come me hanno sperimentato e sperimentano in questo percorso che porta a fuggire dal proprio Paese fino a quando non si ottiene - anche con un po' di fortuna, se nel nostro percorso troviamo persone, associazioni, istituzioni competenti - il diritto di poter rimanere nel nuovo Paese.

Molti di noi lasciano il proprio Paese probabilmente con una consapevolezza di chi si è, della possibilità di andare altrove e chiedere protezione (anche se non si sa bene come funziona e quali siano le regole, i diritti, i doveri) ma senza sapere come realmente sarà, chi incontreremo, quali possibilità si avranno. In Iran, pur non essendoci un associazionismo gay visibile e ufficiale, vi sono però diverse persone che in qualche modo e con attività diverse, cercano di portare avanti le richieste delle persone Lgbti.

Per quanto mi riguarda, avevo paura di venire in Italia. Sapevo che non ci sono leggi che proteggono i gay e che non ci sono leggi che riconoscono i matrimoni delle persone Lgbti. Avevo sentito dire che l'Italia non ha buone politiche per i richiedenti asilo e i rifugiati. Che molto probabilmente la mia domanda sarebbe stata rifiutata e mi avrebbero rimandato in Iran. Queste paure le abbiamo in tanti. Ma io ho avuto la fortuna di essere messo in contatto con un'associazione che mi ha spiegato come sarebbe stata la procedura della mia domanda di asilo e che avrei avuto un aiuto per questa. Un'associazione, che mi ha dato una mano per trovare un posto dove stare e che mi ha dato l'occasione di frequentare altre persone Lgbti.

Ma questo non accade sempre. Molti di coloro che scappano dal proprio Paese non sanno nulla della possibilità della domanda di asilo in quanto persone Lgbti. Molti hanno paura di dichiararsi tali. Spesso non sono in grado di entrare in contatto con chi potrebbe aiutarli e restano molto isolati. In questo modo la loro domanda può essere rifiutata proprio perché non sono stati in grado di spiegare bene cosa è successo. Entrare in contatto con le associazioni Lgbti non è poi sempre facile. Sia per problemi linguistici sia per problemi organizzativi in quanto non sono sempre aperte o hanno orari particolari. Molte non sono neppure preparate ad accogliere migranti Lgbti e non sembra abbiano neppure l'interesse a farlo.

A Roma, fortunatamente, c'è un progetto del Mario Mieli, che dà la possibilità d'incontrarsi un giorno alla settimana. Questo permette di entrare in contatto con l'associazione, conoscere persone ed avere anche eventualmente un aiuto per la domanda di asilo. Le associazioni possono essere molto importanti per i richiedenti asilo e rifugiati gay. Offrono la possibilità di conoscere nuovi amici a chi non ha altri contatti in Italia. Noi che scappiamo dal nostro Paese, difficilmente abbiamo nel nuovo Paese dei connazionali disposti ad aiutarci se sanno che siamo gay. Poter frequentare le associazioni aiuta a toglierci dall'isolamento, che per tanto tempo abbiamo avuto. 

e-max.it: your social media marketing partner

Il 30 maggio si è tenuto a Roma presso Palazzo Ferrajoli il convegno Verso il matrimonio egualitario. Obiettivi raggiunti e prospettive future a un anno dall'approvazione della legge sulle unioni civili e sulle convivenze di fatto

Organizzato da Gaynews e moderato dal caporedattore Francesco Lepore, l'incontro ha visto gli interventi del nostro direttore Franco Grillini, della senatrice Monica Cirinnà, dei deputati Giulio Marcon (Si) e Alessandro Zan (Pd), dell'avvocata matrimonialista Antonella Succi, della presidente di Family Smile Andrea Catizone Folena, del ricercatore universitario Angelo Schillaci e della direttrice dell'Istituto A.T. Beck Antonella Montano.

Pubblichiamo di seguito l'intervento tenuto da Giulio Marcon, capogruppo di Sinistra Italiana alla Camera dei Deputati.

 

Guardando alle unioni civili usiamo due prospettive: quella culturale e quella giuridica. Quella giuridica ci porta a esprimere un giudizio negativo, come dice implicitamente anche il titolo del convegno, perché le unioni civili sanciscono una diseguaglianza tra i cittadini eterosessuali e quelli omosessuali. Anche il contenuto dei diritti delle famiglie omosessuali è presentato nella legge in modo da creare difficoltà, piuttosto che rendere la vita facile alle persone. Basti pensare alla vicenda delle sale nelle quali si possono sottoscrivere le unioni civili, il pasticcio del doppio cognome o la vicenda dei figli, che ha costretto le coppie a tornare davanti ai giudici.

Nell’anno trascorso i tribunali hanno deciso:

a) al momento della costituzione dell’unione civile si devono poter utilizzare le stesse sale utilizzate per i matrimoni e non gli ‘sgabuzzini’, come accaduto a Stezzano (sentenza del Tar Brescia che ha condannato il Comune ma che il Comune ha impugnato ora davanti al Consiglio di Stato);

b) sul pasticcio del doppio cognome (secondo la legge la scelta della coppia di avere un cognome comune modifica anche l’atto di nascita dell’unito civilmente, mentre il decreto legislativo ha parificato la regola del cognome a quella del matrimonio), il Tribunale di Lecco ha disposto che il Sindaco non annulli l’annotazione sull’atto di nascita del cognome comune scelto da due donne unite civilmente, trasmesso peraltro anche alla bambina nata dopo la celebrazione dell’unione, celebrata prima dell’entrata in vigore dei decreti legislativi;

c) i Tribunali hanno continuato a riconoscere l’adozione in casi particolari del figlio del partner (stepchild adoption - il Tribunale per i minorenni di Milano che l’aveva negata è stata riformata in appello) e anzi sono andati oltre riconoscendo anche la trascrizione del certificato di nascita dei figli con due papà (Trento) e della sentenza inglese di adozione da parte di una coppia di cittadini italiani (Firenze).

Dal punto di vista culturale, questo primo anno della legge ha consentito di parlare più spesso delle persone omosessuali e delle loro famiglie, sia nei media, che tra in tutti i paesini, nonostante il numero delle unioni celebrati – è stato scritto – non sia stato quello che ci si aspettava, ma mi sembra essere una percentuale assolutamente nella media di quanto accaduto nei paesi stranieri, ad esempio in Spagna, a seguito dell’entrata in vigore del matrimonio same-sex nel 2005. Il fatto di ‘sdoganare’ e in maniera positiva l’amore omosessuale fornisce un grande alla lotta all’omofobia.

L’importante è non fare l’errore di far passare il messaggio che le unioni civili sono il matrimonio come spesso ho visto fare anche dal punto di vista del linguaggio (si parla di sposi o di celebrazione del matrimonio con riferimento a due persone che si uniscono civilmente) perché il rischio è che si tolga forza alla battaglia per raggiungere l’uguaglianza. Se la gente si convince che le persone omosessuali hanno già raggiunto l’obiettivo, il raggiungimento dell’uguaglianza si allontana. Idem per le forze politiche che nel corso dell’esame del disegno di legge sulle unioni civili hanno dimostrato quanto distanti siano dall’aver fatto proprio il principio di eguaglianza. Non dobbiamo dimenticare che la Germania, il cui contesto sociale è diverso dal nostro, ha le unioni civili da 16 anni e per ben tre volte ha mancato l’obiettivo di approvare il matrimonio same-sex. Pertanto esiste il rischio che le unioni civili anziché avvicinarci al matrimonio ne rallentino la conquista.

Conclusioni: bisogna da subito far ripartire la mobilitazione a favore del matrimonio egualitario per impedire che cali l’attenzione sul tema e subentri uno stato di assuefazione allo status quo giuridico. Il grimaldello per l’azione politica è sicuramente quello di lavorare sulla genitorialità delle persone omosessuali. Va cambiata la legge sulle adozioni per aprire l’adozione piena. Va cambiata la legge 40 per consentire anche alla coppie same sex di accedere alle tecniche di fecondazione medicalmente assistita. Il lavoro che i giudici stanno facendo in materia di diritti fondamentali e genitorialità è egregio, ma il Parlamento deve fare le scelte e non rinviare.

e-max.it: your social media marketing partner
Page 1 of 2

Featured Video