GayNews

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Gentile Direttore,

     Le scrivo a nome mio personale e dell’intera redazione di Gaynews, quotidiano online Lgbti da me fondato nel 1998, in riferimento ai numerosi articoli che Il Mattino ha dedicato alla morte di Vincenzo Ruggiero. Fa piacere constatare l’attenzione e la solerzia con cui i giornalisti di codesta testata hanno seguito e continuano a seguire una vicenda così dolorosa, di cui restano ancora da chiarire numerosi aspetti.

Nello stesso tempo non si può non rilevare con preoccupazione e rammarico la scelta adottata nel titolare i relativi articoli. Si va da “delitto gay” a “delitto a sfondo omosessuale”, dal “giallo del gay ucciso per gelosia” a “uccide un gay e lo butta in mare. «Stava con la mia ragazza trans» fino a “raptus della gelosia, gay ucciso. L’assassino è l’amante di una trans”.

È vero che espressioni similari sono state adottate anche da agenzie di stampa e da altri quotidiani nazionali. Ma, nel caso dell’omicidio d’un ragazzo campano, Il Mattino assurge a un ruolo principale nel servizio d’informazione in quanto storico giornale napoletano.

Ora non è ammissibile che nel 2017 la testata fondata da Scarfoglio e Serao riproduca nella titolatura un lessico scandalistico e discriminatorio degno d’una narrazione giornalistica degli anni ’50 del secolo scorso. Non esiste un delitto gay o a sfondo omosessuale come non esiste un delitto etero o a sfondo eterosessuale, di cui d’altra parte nessun giornale si sognerebbe mai di parlare. Le persone omosessuali e transessuali non possono continuare a essere considerate un mero oggetto per alimentare la morbosa curiosità dei lettori o per ottenere un numero maggiore di click. Né tanto meno è accettabile che si parli genericamente d’un gay e al contempo d’una trans sì da favorire quel clima d’omotransfobia purtroppo ancora imperante. Per di più parlare di “delitto gay” fa passare il messaggio che la vittima in qualche modo se l’è cercata, che è comunque corresponsabile di ciò che è successo con un sottofondo di omofobia nemmeno tanto velato.

Ben diverso e giustissimo è invece ricordare l’appartenenza della vittima alla collettività omosessuale al pari del suo attivismo Lgbti ma mettendone primariamente in luce la sua identità. A essere stato ucciso non è un gay ma Vincenzo Ruggiero, attivista gay. Una scelta lessicale come quella operata da Il Mattino è non solo un’offesa alla memoria del 25enne di Parete ma quasi una seconda uccisione attraverso le parole. Uccisione morale che coinvolge ciascuno e ciascuna di noi, in cui Vincenzo vive e continua a lottare.

Nell’attesa d’un suo riscontro, la salutiamo cordialmente.

 

Franco Grillini, direttore di Gaynews

Francesco Lepore, caporedattore

Redazione

Elisabetta Cannone

Rosario Coco

Claudio Finelli

Alessandro Grieco

Valerio Mezzolani

Alessandro Paesano

Rosario Murdica

Michele Sacco

Marco Tonti

 

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Di seguito vi proponiamo una  nota di Sergio Rovasio sul significato degli anni ’70 alla luce della propria esperienza. Anni che lui indica come quelli della Stonewall italiana a partire dalla nascita del Fuori nel 1971. In questo breve excursus Rovasio tocca alcuni momenti in cui il Paese rispose positivamente alle molte sollecitazioni politiche che venivano dal basso pur in presenza di una classe politica omofoba e con una Dc con pieni poteri sul paese. 

Si è sempre detto che gli anni ’70 del secolo scorso sono stati gli anni della liberazione sessuale, dell’affermazione del libero pensiero, dei diritti, della protesta, della contestazione (di ogni tipo: figli contro genitori, studenti contro preside, operai contro Agnelli, cittadini contro il sistema) ma quello che non si è mai detto abbastanza è che noi, che quel periodo l’abbiamo vissuto e che eravamo persone impegnate nella militanza politica, eravamo legate da uno spirito libertario che ci ha indicato poi la strada per continuare anche in altre forme la lotta per l’eguaglianza.

Torino era una delle città protagoniste di questo spirito libertario che ci ispirava. Facevamo una lotta militante con il Gruppo Abele che aveva piantato un tendone nella piazza centrale della città per una legge sulla droga che non fosse punizionista verso i tossicodipendenti oppure andavamo al primo Pride che fu organizzato dal Fuori in Via Garibaldi fino ai Giardini Cavour con tanti palloncini colorati, famiglie e varia umanità allegra e divertente. E poi c’erano i concerti di Bob Marley, di Guccini, degli Inti Illimani, di De Gregori, di De Andrè che erano il contorno di quell’impegno, di quelle emozioni.

La contestazione riguardava anche la politica più conservatrice dell’epoca. Basti ricordare che negli anni ’70 furono approvate dal Parlamento, grazie persino a una parte della Dc, evidentemente pressata fortemente dai fenomeni della contestazione, leggi d’avangaurdia sul diritto di famiglia, sulla droga - la famosa legge 685/75 - che mezza Europa prese a modello per quanto era innovativa. La stessa legge Basaglia sui manicomi è di quegli anni, così come la legge sul divorzio e la vittoria dei no alla richiesta di abrogazione referendaria richiesta dai clerico-fanfaniani, e ancora la legge sull’aborto e quella sugli obiettori di coscienza contro il servizio militare obbligatorio. Nel 1980 venne approvata la legge sul cambio di identità per le persone transessuali che all’epoca fu considerata una legge d’avanguardia. Tutti temi che caratterizzavano l’impegno dei Radicali che erano protagonisti politici di quelle battaglie: basti pensare che furono loro a fondare la Loc (Lega degli obiettori di coscienza), e che ospitarono nelle loro sedi in tutta Italia il Fuori, il primo movimento gay italiano. Furono sempre loro a fondare la Lid (Lega italiana per il divorzio).  Era sicuramente l’organizzazione politica più libertaria che operava in Italia in quegli anni ispirandosi ai valori della nonviolenza, mentre il terrorismo e le violenze politiche si diffondevano a macchia d’olio.

Non si ripeté ma più un decennio con così grandi innovazioni legislative moderne come in quel periodo. Anzi, abbiamo visto semmai degli obbrobri giuridici diventare leggi: basti pensare a quella elettorale Porcellum o a quella degli anni '90 sulla droga (una legge punizionista e dannosa firmata Fini-Giovanardi), per non parlare delle leggi spot sulla famiglia, fino alla recente legge monca sulle unioni civili che è stata fatta ad hoc per le persone gay (altro obbrobrio giuridico). Essere marchiati per legge sul proprio orientamento sessuale seppur a fin di bene non è proprio un grande traguardo moderno e libertario. Il  merito della legge è certamente positivo ma la sua costruzione fatta su compromessi ignobili non è accettabile (stepchild adoption, adozioni, matrimonio egualitario, ecc).

Lo spirito degli  anni '70 e parte degli ‘80 era caratterizzato da una visione libertaria, che sicuramente influenzava con forza anche la classe politica che non aveva certo personaggi xenofobi o clerico-fascisti così tanto di moda oggi. La nostra formazione nasce lì ed è grazie a quelle visioni, a quell’impegno e a quella forza se oggi continuiamo, seppur con strade diverse, a sperare in un mondo che vada verso l’eguaglianza e la tolleranza.

Quelli sono stati gli anni della Stonewall italiana: dalla nascita del Fuori nel 1971 ad opera di un gruppo di ragazzi coraggiosi e determinati guidati da Angelo Pezzana fino alle prime discoteche gay e i primi Gay Pride, e poi la presa del Cassero di Porta Saragozza a Bologna, i campeggi gay organizzati da Felix Cossolo che fondò Babilonia il primo mensile gay e la prima guida gay italiana, con indicati anche i luoghi di battuage. Di quegli anni anche la nascita a Torino della prima rassegna del cinema Lgbti, diventata oggi la più importante d’Europa fondata da Giovanni Minerba. Forse ciò che ancora oggi rimane come lo strumento simbolo libertario della lotta contro la violenza omofoba del ‘potere precostituito’ era il Manuale di autodifesa del Travestito, realizzato dal Collettivo travestiti radicali che spiegava come difendersi e ribellarsi alla violenza delle autorità quando lavoravano si marciapiedi, realizzato in formato ciclostile ridotto nell’A.D. 1976 nella mitica sede storica di Via Garibaldi, 13 a Torino.

Purtroppo oggi ci sono segnali che non fanno ben sperare. Sicuramente fra 30/50 anni quelli di oggi non verranno ricordati per aver lasciato un segno così positivo purtroppo. Ciò significa che i tempi futuri non fanno ben sperare anche se la strada per l’uguaglianza e l’affermazione dei diritti è ormai in un punto di non ritorno.

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52 carri e oltre un milione di persone anche se le relative stime, al solito, variano fino ad arrivare alla cifra di quattro milioni. Ma poco importa. La quinta edizione del World Pride, che si è tenuto a Madrid, è stata all'insegna d'un successo straordinario. Numerosi i partecipanti italiani. Tra questi anche Angelo Leggieri, che ha ideato il personaggio di Gender Parisi in una con Tele Gender (canale YouTube e pagina Facebook). Nato per ridicolizzare le posizioni omofobe ampiamente diffuse in Italia, il canale ha in cantiere una Sit Com e servizi su aggressioni nei riguardi delle persone Lgbti. Inoltre è prevista per metà luglio l'uscita del video ufficiale de Il mio nome è gender presentata in anteprima live al Lazio Pride di Latina. 

Nei panni di Gender Parisi Leggieri ha intervistato durante il World Pride Jesús Cosano, giornalista di Telemadrid. Tra le domande poste anche una sulla presunta correlazione tra Pride e picchi di malattie sessualmente trasmissibili come l'epatite A. Cosano ha risposto che si tratta, a suo parere, di enormi stupidità ma anche d'azioni volte a impaurire quanti partecipano al Pride anche per sconfiggere la paura dell'Hiv e delle malattie sessualmente trasmissibili. Argomento, fra l'altro, cui si ricorre ancora ampiamente in maniera distorta per stigmatizzare le persone omosessuali e transessuali.

Guarda la video intervista integrale.

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Pubblichiamo l'appello rivolto dal direttore Franco Grillini alla sinistra e al centrosinistra italiano perché, alla luce dell'approvazione del matrimonio egualitario in Germania, escano dall'ambiguità e si pronuncino con chiarezza per l'impegno al raggiungimento di questo ulteriore step nel cammino dei diritti Lgbti.

L’approvazione del matrimonio egualitario in Germania con una maggioranza parlamentare schiacciante cambia definitivamente il quadro politico in Europa perché è il 14° Paese ad averlo votato con esito positivo. Paese che, tra quelli europei,  è il più importante e popoloso. Hanno votato a favore socialdemocratici, liberali, la sinistra della Linke e mezzo partito della cancelliera Merkel che, pur avendo espresso voto negativo, si è detta emozionata per il dibattito al Bundestag. La Germania si allinea così, in ordine di tempo, ai Paesi Bassi, Belgio, Spagna, Norvegia, Svezia, Portogallo, Islanda, Danimarca, Francia, Inghilterra e Galles, Lussemburgo, Irlanda, Finlandia.

Questo voto clamoroso interroga l’Italia essendo uno dei pochi Paesi della vecchia Europa a non aver approvato il matrimonio egualitario, adozioni comprese. Si parla molto, infatti, di “modello tedesco” e non solo per la legge elettorale. Ora la sinistra e il centrosinistra hanno avuto un atteggiamento quantomeno ambiguo, se non esplicitamente contrario, verso matrimonio egualitario e adozioni. Basti pensare al dibattito parlamentare sulle unioni civili nel corso del quale proprio a sinistra c’era chi si poneva minacciosamente contro l’articolo 5 sulla stepchild adoption, previsto invece dalla Lebenpartnerschaft tedesca.

Come Gaynet e Gaynews lanciamo dunque una sfida alla sinistra e al centrosinistra, che oggi e  domani si esprimeranno con la riunione dei circoli del Pd in vista della programmazione partitica e la manifestazione di Pisapia in piazza Santi Apostoli a Roma. Siamo del parere che gli schieramenti di sinistra e centrosinistra non possano non tenere conto del voto tedesco. Chiediamo perciò che si pronuncino una volta per tutte per la piena uguaglianza dei diritti delle persone e delle coppie Lgbt. La sinistra non può dirsi tale se non dice sì al matrimonio egualitario.

In Italia l’approvazione della legge sulle unioni civili ha avuto un enorme successo nonostante gli editoriali di giornali di destra e non dicano il contrario. Non c’è infatti unione civile dove amici, parenti, funzionari comunali e celebranti non abbiano usato la terminologia matrimonialista. Come ha scritto Marzio Barbagli, massimo esperto di famiglie, la percentuale di unioni civili in Italia rispetto ai matrimoni eterosessuali è la più alta d’Europa, persino più alta della Germania. Le unioni civili si sono celebrate dappertutto anche nelle località più minuscole, dando vita a un’autentica rivoluzione culturale che ha sancito il diritto per tutti alla “vita familiare”. Manca quindi l’ultimo step e, già da oggi, aspettiamo le risposte di chi si dice progressista

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Nel mondo, in 79 Paesi l’omosessualità è reato e in 7 è punita con la pena di morte. Tre di questi, diversamente da quanto si pensa, sono a maggioranza cristiana.

Questi i fatti che hanno portato alla realizzazione del convegno svoltosi ieri, venerdì 23 giugno, "Migranti lgbti”, organizzato dal portale di informazione Gaynews e da Arcigay, per celebrare i 10 anni di applicazione della legge sulla protezione internazionale, con la quale sono stati ottenuti centinaia di permessi di soggiorno per gay, lesbiche e trans extracomunitari. Nella prestigiosa sala Aldo Moro della Camera dei Deputati sono intervenuti, dopo il saluto iniziale di Franco Grillini, Gianpaolo Silvestri, già senatore, Gabriele Piazzoni, segretario nazionale di Arcigay, Giorgio Dell’Amico, referente Arcigay per il settore "Immigrazione e asilo", Jonathan Mastellari, Gruppo MigraBo di Bologna, Ilaria Masinara, responsabile Amnesty International Italia per campagne migrazione, discriminazione e Lgbti. Giulio Ercolessi, Presidente della Fondazione Umanista Europea.

“La legge venne approvata durante il governo Prodi, nel 2007, grazie ad un battaglia portata avanti prima alla Camera e poi in Senato. Va considerata uno dei successi del movimento Lgbti, un risultato da ricordare e di cui andare fieri”. Così Franco Grillini, durante l’introduzione. Giampaolo Silvestri, protagonista della battaglia in Senato, ha ricordato come, a Palazzo Madama, fu fondamentale l’introduzione dell’emendamento che estendeva la protezione internazionale ai richiedenti asilo perseguitati per ogni tipo di reato non previsto dal codice penale italiano. “In questo modo – ha spiegato Silvestri – è stato possibile ottenere anche l’appoggio di buona parte della destra”.

Il susseguirsi degli interventi ha delineato i principali nodi intorno al tema dell’integrazione. Giulio Ercolessi ha invocato, in particolare, la necessità di approfondire un modello di integrazione parallelo al dialogo interreligioso, fondato su un concetto di forte laicità delle istituzioni. Gabriele Piazzoni, segretario di Arcigay, ha raccontato l'esperienza della rete di sportelli Arcigay a sostegno delle persone migranti, rete che verrà potenziata prossimamente grazie ad un progetto finanziato dall'Unar.

Emozionanti, infine, le testimonianze di Oma Bale, immigrato camerunense, di Querques e Goldwin Marley di Arcigay Pavia. Il primo ha invocato una iuto concreto da parte del nostro Paese nell’interlocuzione diretta con le istituzioni dei paesi africani, chiedendo di allargare l’orizzonte rispetto ai fatti accaduti in Cecenia. Il secondo ha raccontato la sua drammatica fuga dalla Nigeria, nel contesto di una situazione in cui, dall’oggi al domani, il suo compagno è stato arrestato mentre lui è casualmente riuscito a fuggire. Marley è oggi in Italia da diversi anni, dove ha imparato di poter considerarsi “un essere umano”, ma non ha più saputo nulla del suo compagno.

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Oggi presso la Sala Aldo Moro della Camera dei Deputati l'incontro Migranti Lgbti a dieci anni dall'approvazione del decreto legislativo sulla protezione internazionale. Organizzato dal nostro quotidiano in collaborazione con Arcigay, l'evento vuole fare il punto sulla situazione di quanti hanno ottenuto lo status di rifugiato da quei Paesi, in cui vige la penalizzazione dell'omosessualità

Una delle primarie attività a sostegno dei migranti e richiedenti asilo Lgbti è svolta dagli sportelli assistenziali, gestiti a livello territoriale dalle varie associazioni. Tra questi è da segnalare su Roma il Gruppo internazionale del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, della cui esperienza Gaynews pubblica la sintesi curata da Mario Colamarino e Tiziano De Masi.

Il gruppo internazionale al Mieli nasce nel novembre del 2014 a seguito della presenza sempre più frequente di persone migranti all'interno dell'associazione. Lo sportello nacque all'epoca con la principale finalità di soddisfare a esigenze di natura giuridica. Si provò con il direttivo del tempo e alcuni volontari ad andare oltre l'aiuto legale ai singoli e a creare uno spazio sicuro per rifugiati, richiedenti asilo e migranti Lgbti, che si trovavano a Roma e avevano bisogno di un aiuto, di socializzare, di parlare e stare insieme.

Da allora, a cadenza settimanale, il gruppo si è riunito presso il Circolo senza mai fermarsi negli anni. In un primo momento ognuno che passava da noi si è raccontato, aperto, iniziando un percorso di consapevolezza della propria sessualità che nel proprio Paese era negato. Abbiamo organizzato eventi, corsi e workshop sulle maggiori tematiche Lgbti: dall'Hiv all'omofobia fino al Pride. I migranti sono stati sempre insieme con noi, in prima linea, ai presidi per la legge sulle unioni civili l'anno scorso, a sventolare le bandiere del Circolo al Pride, a fare i banchetti in strada. 

Ognuno di loro, venendo al Mieli, ha trovato una famiglia, un sostegno, un posto dove poter essere se stessi senza paure e timori. In quest'ultimo anno, a fianco alle iniziative prima accennate, abbiamo avviato un corso di italiano per migranti fatto grazie alla collaborazione di volontari esperti sul tema. 

Da quando esiste il Gruppo migranti, saranno passate orientativamente un'ottantina di persone, di cui alcune spesso solo di passaggio, altre, invece, fisse a Roma e presenti ancora al Mieli. La maggior parte di loro proviene da Paesi africani o dall'ex Urss, dove essere gay può essere pericoloso o addirittura portare all'arresto a causa di un'omofobia dilagante e stratificata nella società. Alcuni di loro hanno trovato lavoro e l'amore in Italia: il primo migrante gay rifugiato, che si è  unito civilmente, è Maxim, scappato dal Crimea anni fa. Unitosi civilmente col compagno un mese fa circa a Civitavecchia, Maxim è stato tra le colonne portanti in questi anni del gruppo rifugiati del Mieli. Di questo siamo fieri nonché felici che abbia trovato l'amore e una vita migliore qui in Italia.

In quest'anno il gruppo fisso di ragazzi gay e ragazze lesbiche è stato composto da circa 15 persone, provenienti da Pakistan, Uganda, Senegal, Bielorussia, Georgia, la maggior parte dei quali sono arrivati da pochissimi mesi qui in Italia e non parlano italiano. Tra questi almeno una decina si è rivolto al Mieli come prima fonte di aiuto e sostegno alla socializzazione e all'incontro con altre persone Lgbti prima ancora di comparire davanti alla commissione per l'ottenimento dello status di rifugiati.

 

 

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Si terrà domani presso la Sala Aldo Moro della Camera dei Deputati l'incontro Migranti Lgbti. Organizzato dal nostro quotidiano in collaborazione con Arcigay, l'evento vuole fare il punto sulla situazione di quanti hanno ottenuto lo status di rifugiato da quei Paesi, in cui vige la penalizzazione dell'omosessualità, a 10 anni dall'approvazione del decreto legislativo sulla protezione internazionale. A intervenire saranno soprattutto quanti si sono direttamente occupati negli anni di migranti Lgbti e i protagonisti, che hanno ottenuto o che stanno chiedendo la protezione internazionale.

Gaynews pubblica in anteprima parte della relazione di Luca Trentini, responsabile Immigrazione del direttivo di Arcigay Orlando Brescia.

La mia testimonianza viene da un territorio, quello di Brescia, particolarmente investito dalla questione migratoria e da un comitato territoriale, Orlando Arcigay Brescia, che in questi anni ha profuso un grande sforzo per far fronte alle numerose richieste di aiuto provenienti da giovani immigrati richiedenti asilo.

Da ormai sei anni la nostra associazione ha attivato uno sportello migranti dedicato alla consulenza, all'affiancamento e alla socializzazione dei richiedenti asilo per omosessualità. Negli anni passati il fenomeno era ancora minoritario, ma ha subito una vera e propria esplosione nel corso dell'anno sociale 2016 – 2017.

In passato avevamo assistito tre ragazzi cubani, un ragazzo afgano e un ragazzo pakistano. Nel 2015 era stata la volta di due giovani senegalesi e di un cubano. Tutte queste richieste avevano avuto buon esito. Al contrario, nel corso dell'anno associativo 2016/2017 ci siamo trovati a gestire un flusso estremamente consistente di richieste a seguito dei numerosi sbarchi provenienti dalla Libia e dalla conseguente redistribuzione di profughi su tutto il territorio nazionale. Ad oggi tra pratiche concluse ed altre tuttora in corso abbiamo assistito e stiamo seguendo 29 ragazzi, di cui 27 provenienti da tutta la fascia centrafricana (Nigeria, Niger, Senegal, Mali, Gambia), 1 dal Bangladesh e 1 dall'India.

Allo stesso tempo in questa  fase si è assistito ad un notevole irrigidimento da parte della commissione territoriale per i richiedenti asilo che ha competenza sulle provincie di Brescia, Cremona, Bergamo e Mantova. Secondo l'osservatorio permanente sui rifugiati la percentuale dei rigetti è superiore al 70% delle richieste, con un picco imbarazzante di respingimenti che è salito al 97% delle richieste nel trimestre dicembre-febbraio.

In tale contesto anche i rifugiati che si sono rivolti a noi hanno dovuto affrontare notevoli difficoltà nella gestione delle loro pratiche, tanto che è ormai diventata una prassi il respingimento della domanda da parte della commissione e l'accoglimento della stessa in sede di ricorso. Su 29 casi che abbiamo gestito solo 3 hanno avuto l'accoglimento dell'istanza in sede di commissione territoriale.

Mi rendo conto che l'aumento esponenziale di richieste di asilo nel nostro paese abbia generato la necessità di sveltire le pratiche e di snellire l'arretrato. Tuttavia reputo che sia assolutamente necessario agire sulla formazione delle forze di polizia e sui funzionari addetti alla gestione delle pratiche d'asilo che si dimostrano molto spesso del tutto inadeguati nella trattazione della specifica LGBT dei richiedenti protezione.

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Wajahat Abbas Kazmi è un pakistano di fede islamica e omosessuale dichiarato, che collabora con il sito d'informazione Lgbti Il Grande Colibrì. Ha lanciato, lo scorso anno, il progetto #allahlovesequality finalizzato alla realizzazione d'un docufilm sulle persone Lgbti in Pakistan e a una serena informazione sui musulmani. Le sue foto con tanto di cartello promozionale al Roma Pride sono rimbalzate sui media e sui social, dove sono state al centro d'un'ampia e spesso penosa polemica.

A distanza di giorni Gaynews ospita una sua riflessione sull'argomento.

Dopo le critiche e i messagi di insulto, dopo gli apprezzamenti e gli articoli scritti sia favore sia contro, ora vorrei dire la mia sul progetto Allah loves equality.

Dispiace quando vieni preso in giro. Dispiace sopratutto quando si parla di una causa. Quella di essere accettati come omosessuale e musulmano allo stesso tempo. Già, perché non basta l’essere musulmano che ti porta a essere attaccato per islamofobia. Ma quando sei un musulmano omosessuale allora non devi afforontare solo l’islamofobia ma anche l’omofobia. A fare male, troppo male sono le critiche da parte della tua comunità. A fare male, troppo male sono le discriminazioni all’interno della comunità Lgbti.

A dispiacermoi è anche il silenzio che, nonostante tutte le foto e i selfie apprezzatissimi, continua a circondare il progetto Allah loves equality. Progetto per il quale avevo partecipato e sto partecipando in tutti i Pride: abbiamo bisogno dell’aiuto di tutte e tutti per una causa che è anche la causa di ognuno. Quella cioè di difendere i diritti delle persone Lgbti, che vivono nei Paesi islamici, attraverso il racconto delle loro storie con un docufilm, la cui prima parte sarà girata nel mio Pakistan. Ecco il fine di Allah loves equality.

Purtroppo si parla solo del cartello ma sembra che nessuno voglia capirne il significato, i fini e l’impegno sotteso di tutto il gruppo del Grande Colibrì. Non voglio vivere con la sola etichetta di gay musulmano. Non sono diventato un attivista per caso essendo da tanti anni impegnato con Amnesty International. Sono un regista indipendente e un produttore. Quattro anni fa ho girato due lungometraggi che parlano di diritti umani: il primo racconta le vicende delle persone scomparse in Pakistan, il secondo la questione dei diritti delle minoranze che vivono nel mio Paese natale, dove cristiani e sciiti vengono uccisi. 

Il cartello ha due dimensioni. Le foto hanno due dimensioni. Ma io ho tre dimensioni. Ho una una storia e delle posizioni politiche ma nessuno parla di ciò, forse perché i media non sono abituati a parlare degli stranieri come persone a 3D. Ormai sono etichettatto come il gay musulmano. Non che me ne dispiaccia poiché lo sono. Ma io, oltre al cartello Allah Loves Equality, ho realizzato in passato tanti lavori e ne voglio fare ancora tanti per il futuro.

Sia la foto condivisa da Nina Morić con l’insulto Salvini loves Rom sia quella con la senatrice Cirinnà, postata dalla pagina fb Sinistra cazzate e libertà non hanno fato altro che dare pubblicità al progetto. Ma una pubblicità negativa a un progetto, per il quale tutto il gruppo del Grande Colibrì si impegnato e per il quale rischiamo le nostre vite. Ma nessuno ci pensa. Si critica, si ride e si va a dormire.

Circa le critiche d’una parte della comunità Lgbti italiana, che mi dice di non portare temi religiosi nei Pride, dico solo questo: le religioni non finiranno mai. Bisogna saper accettare questa realtà. Poi nei Pride si parla di libertà, della necessità di essere liberi e di accettare ognuno per quello che è. Bene, io sono un gay musulmano. Quindi accetatemi.

L’amore vince sempre sull’odio e per questo sono sempre ai Pride. Piango di gioia quando ricevo messaggi da parte di ragazzi arabi, che mi dicono d’essree anche loro omosessuali e di sentirsi riconosciuti attraverso la mia presenza. Una lesbica musulmana ha partecipato per la prima volta al Pride dopo aver visto alcune mie foto col cartello e mi ha scritto in privato: «Questo di oggi a Roma sarà il mio primo Pride. Lo condividerò con i miei coinquilini, che hanno vissuto i miei timori e le mie ansie in questi anni. Perciò per me sarà simbolicamente ancora più potente. Ti ringrazio, perché se oggi marcerò, è anche grazie a te e a tutto ciò che stai facendo per il mondo Lgbti»,

Personalmente continuerò a portare avanti la mia battaglia per tutte queste persone. Ormai nessuno mi potrà più fermare e, se qualcuno vorrà dare un contributo al progetto, l’invito a sostenerlo concretamente attraverso la raccolta fondi su Produzioni dal basso

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Lo scorso 19 maggio si è tenuto al cinema Aquila di Roma la conferenza Percorsi di Spiritualità LGBTQI dove cattolici, cattolici cristiani, ebrei, musulmani e buddisti si  sono raffrontatisul tema Fede e Omosessualità

A seguito dell’incontro mi fermo a parlare con i ragazzi buddisti scoprendo ancora di più la loro filosofia di vita, o meglio, la loro fede e religione come tengono a precisare; sì perché quando pensiamo al buddismo subito la nostra idea va verso una dimensione prettamente filosofica o ad un modo quasi aureo di vivere e interpretare la vita. Il buddismo invece è una religione vera e propria con propri principi, precetti e aspetti mistici ossia aspetti e fenomeni della vita che si verificano grazie alla preghiera, fuori da una logica razionale o dalla concezione della mente.

Grazie ad un amico in comune ceno insieme a loro ed entro quasi subito in contatto con lo shakubuku ossia il momento in cui un fedele buddista parla per la prima volta della pratica buddista ad una persona nuova: ne rimango affascinato. Semplice come una chiacchierata tra amici davanti ad una birra senza sentire il peso di un qual si voglia proselitismo, mi descrivono la loro religione e ciò in cui credono facendo crollare uno stereotipo su di loro: non vestono di arancione e non fanno vita monacale, sono tutti laici e non puntano all’eliminazione dei desideri terreni per essere felici e per raggiungere l’illuminazione (come insegnano molte altre scuole buddiste) anzi, sono proprio i desideri essi stessi illuminazione ossia il carburante verso la felicità attraverso la loro trasformazione.

Il loro è il buddismo di Nichiren Daishonin un monaco giapponese vissuto nella seconda metà del XIII secolo che dopo una vita di studio e preghiera proclama che la preghiera Nam Myoho Renge Kyo è la legge dell’universo e che la sua recitazione conduce alla felicità e all’illuminazione di tutti gli esseri viventi ora e in questa vita ma soprattutto esattamente così come siamo indipendente dalla nostra condizione sociale, vitale, sessuale o di genere.

Il discorso torna subito sul rapporto tra fede buddista e omosessualità e la conferma è che nel buddismo esiste un profondo rispetto della dignità e natura di ogni essere vivente e che non esiste né alcuna differenza ma neanche alcuna forma di accettazione o accoglienza perché il punto di osservazione non guarda alla persona in sé ma alla sua buddità (anima) indipendentemente da qualsiasi altra cosa, dal sesso, dall’età, dalla diversità di genere o dalle preferenze sessuali. Questo spostamento dall’individuo e dai suoi comportamenti verso l’interiorità di ognuno permette di guardare all’umanità della persona e alla cosiddetta, rivoluzione umana verso la felicità. È una religione fortemente umanistica dove l’uomo e la donna sono al centro della vita e godono di profondo rispetto indipendentemente dalla loro natura e condizione.

Mi fanno leggere l’estratto di un gosho (scritto) del monaco Nichiren preparato per la conferenza. Esso recita: «I fiori del ciliegio, del pesco e del susino selvatico hanno ognuno le proprie qualità, e manifestano le tre proprietà della vita del Budda originale senza cambiare le loro caratteristiche» senza cambiare le loro caratteristiche significa proprio che andiamo bene così come siamo e che fioriremo nella vita ognuno con le proprie caratteristiche in maniera naturale, serena e appropriata alle proprie identità uniche di genere.

Raccontano quanto sia importante nel buddismo il valore della diversità e di quanto questo principio riguardi tutti, esseri viventi senzienti e insenzienti tutti preziosi e indispensabili nelle loro differenze e che risposte come quella di ritirarsi e isolarsi nel proprio mondo protetto senza aprirsi al diverso, oppure quella di uniformarsi a una serie di valori imposti per piacere agli altri, sono risposte assolutamente inadeguate e dannose per la vita ed escludono il principio che ogni singolo essere vivente è una manifestazione unica di vita e che il carattere unico e peculiare di ognuno rappresenta un aspetto necessario all’universo vivente. 

Questo buddismo fondato da Nichiren Daishonin è oggi portato avanti dall’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai e dalla Soka Gakkai Internazionale in 192 paesi nel mondo. Il loro presidente (sensei ovvero maestro) è Daisaku Ikeda è un fervido 90 enne che ancora oggi porta avanti messaggi di pace, educazione e cultura e che ogni anno invia alle Nazioni Unite per la Soka Gakkai Internazionale, una Proposta di Pace per il disarmo e umanizzazione del mondo.

I ragazzi buddisti della Soka Gakkai Italia, gay, lesbiche, bisex e transgender da ormai più di vent’anni fanno attività all’interno del loro Istituto religioso come Gruppo Buddista Arcobalena e questo pomeriggio saranno in parata al Pride con uno loro striscione e magliette personalizzate che riporteranno proprio un estratto dall’ultima Proposta di Pace 2017 di Daisaku Ikeda:

Lo scopo dell'eguaglianza di genere serve a far sì che ogni persona, indipendentemente dal genere, possa far risplendere la luce della sua dignità e umanità intrinseca in modo aderente al suo proprio e unico sé.

 

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La redazione di Gaynews pubblica questa riflessione di Antonello Sannino, presidente di Arcigay Napoli, a margine della polemica scatenatasi dopo gli appelli alla sobrietà nel corso del Basilicata Pride.

Per ragioni di tempo non sono riuscito a dire nulla, fino a questo momento, su quanto accaduto a Potenza sabato 3 giugno. Cercherò, anche se devo partire da lontano, di essere quanto più sintetico possibile.  

Conosco e conosciamo bene tutto ciò che ha portato prima alla formazione del comitato che porta il nome di Marco Bisceglia a Potenza e, poi, al Pride di sabato scorso. Ho nel mio cuore e nella mia mentre la telefonata dell' amico Daniel, che nel 2013 mi contattò per chiederci aiuto: il suo compagno si era da poco suicidato. Dopo pochi giorni io e Ottavia Voza decidemmo di andare da Daniel, in provincia di Potenza, per ascoltare la sua storia drammatica, per scoprire il luogo dove il suo compagno si era tolto la vita e dove un 30enne omosessuale potentino aveva compiuto lo stesso gesto pochi mesi prima.

Daniel, con un'infinità umanità, ci raccontò il suo piccolo inferno, le "torture" messe in essere dalla famiglia del compagno: volevano privarlo della la corrente elettrica, del riscaldamento, della casa ... della sua dignità. Ma Daniel, non volendo assolutamente perdere la sua dignità, ci chiese aiuto. Non per se stesso ma perché si potesse costruire a Potenza e in Basilicata un presidio di libertà, un punto di riferimento per le persone gay, lesbiche e bisessuali e trans, perché Arcigay potesse vivere anche in Lucania. Dopo pochi mesi nacque il Comitato di Potenza dedicato a Marco Bisceglia, il prete potentino grazie al quale, insieme a un gruppo di altri coraggiosi attivisti e coraggiose attiviste, nacque Arcigay nei primi anni '80. 


Qui arrivò un vulcano come Nadia Girardi, che avevo conosciuto al Pride di Salerno nel 2012. Qui arrivarono Morena, Marco, Antonella e, poi, Vincenzo e tanti altri e tante altre.  Nadia è una persona che ci ha messo l'anima, il corpo, il coraggio, l'amore, la passione come pochi altri hanno saputo fare. La storia di Nadia, prima ancora di quella del Comitato di Potenza, è la storia di una donna transgender, che tra le montagne dell'Appennino lucano s'è impegnata con tutta sé stessa per difendere la dignità delle persone gay, lesbiche, bisessuali e transessuali. Nadia ha costruito, insieme al suo comitato, un sogno. Un sogno che era utopia, che era fantascienza. Ha portato il Pride, l'orgoglio della comunità Lgbti, i colori del nostro movimento di liberazione a sfilare tra le strade e tra il grigio cemento di Potenza.

Decine di ragazzi mi hanno fermato durante il corteo della Potenza dell'Amore, riconoscendomi come il presidente di Arcigay di Napoli perché mi avevano visto in tv nei Pride e nelle iniziative partenopee. Già, perchè Napoli per loro è New York o Londra. Le loro erano parole cariche di emozione e di orgoglio. "Vengo da un paesino vicino Potenza. Nessuno sa di me. Ti ho visto in tv al Pride di Napoli. Finalmente anche qui: sono felice, emozionato". Nel dirlo, Luca tremava. Tremava dalla paura, mista a un incontenibile voglia di essere tra la sua gente, dalla parte giusta. Tremava dalla paura di essere finalmente e orgogliosamente se stesso nella sua terra. Ecco, il Pride è tutto questo.

Ho anche assistito a quanto successo durante la parata. Laura Santonicola e i ragazzi di Arcigay Caserta hanno non ragione ma di più. Hanno difeso il significato di Stonewall. Hanno difeso la nostra storia di movimento di liberazione. Hanno difeso il Pride. Hanno difeso la nostra dignità: la dignità di Laura, di Daniela, di Ottavia, la mia, di Luca e di Nadia. Hanno difeso la storia di Daniel e hanno difeso la storia di Nadia. Le scuse di Nadia a mio avviso mettono una pietra su tutta questa vicenda al di là di tutte le speculazioni. Io sono orgoglioso di attiviste come Nadia, Laura, Daniela e Ottavia. Sono orgoglioso di tutte le persone transessuali che ogni giorno ci difendono dal grigiore e rendono le nostre vite sempre più rainbow. 

Persone come Laura e Nadia, con la loro passione, hanno saputo cambiare il mondo e senza di loro, anche con gli sbagli che ognuno di noi commette, saremmo tutti più tristi. Ringrazio tutti coloro e tutte coloro che hanno costruito un Pride meraviglioso in una terra difficile. Ringrazio infine Giuseppina la Delfa, l'amica Giuseppina, che con la sua faccia tosta - la faccia tosta di chi non ha mai avuto paura di urlare al mondo il proprio pensiero, la faccia tosta di chi ha saputo cambiare le nostre vite - ha saputo mandare al diavolo chi davvero vorrebbe un mondo più grigio e meno eguale. Grazie, Potenza!

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