Francesco Lepore

Francesco Lepore

L’euforia messicana per la vittoria sulla Germania nella partita d’esordio ai Mondiali ha ricevuto negli scorsi giorni un duro contraccolpo dalla Fifa. La federazione calcistica centramericana è stata infatti multata di 10.400 dollari per i cori omofobi indirizzati a Manuel Neuer.

Nel corso del match, tenutosi il 17 giugno a Mosca, il portiere della nazionale tedesca è stato infatti beffeggiato a ogni rinvio dai tifosi messicani al grido di Ehhhhh, puto. Termine, questo, che, altamente spregiativo, è sinonimo del nostro frocio.

Motivo per cui, ieri, i partecipanti alla 40° edizione del Pride di Città del Messico si sono mescolati, lungo il Paseo de la Riforma, ai tifosi in festa per la vittoria del Messico sulla Corea del Sud. Vittoria che, conseguita appunto proprio nella giornata del 23 giugno, ha consentito alla federazione calcistica nazionale di accedere di fatto agli ottavi di finale.

«Speriamo che presto questo coro venga dimenticato – ha dichiarato alla stampa un passante, che celebrava con la sua famiglia la vittoria calcistica durante la parata –  e trasformato in qualcos'altro».

Benché il Messico abbia fatto grandi passi in avanti nel cammino per i diritti delle persone Lgbti (il matrimonio egualitario è legale nella capitale dal 2006 e successivamente lo è divenuto in 12 dei 31 Stati che lo compongono), la loro situazione non è del tutto rosea soprattutto al di fuori della capitale.

Uno studio, condotto nel 2016 dall'Università nazionale autonoma, ha evidenziato come il Messico sia il secondo dei Paesi dell’America Latina (dopo il Brasile) per numero di crimini omofobici e transfobici. Risale soltanto ad alcuni giorni fa l'uccisione di tre attivisti Lgbti lungo l'autostrada tra Taxo e Cuernavaca.

La Commissione nazionale per i diritti umani ha inoltre etichettato la cultura messicana come machista e patriarcale.

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Figlio di immigrati, nero e omosessuale - Con la legge sull’asilo e l’immigrazione io non esisterei (Fils d'immigrés, noir et pédé, avec la loi Asile Immigration je n'existerais pas). Queste le due scritte (rispettivamente avanti e dietro) sulla t-shirt che il dj Kiddy Smile ha indossato in occasione della Fête de la Musique.

Celebrata dal 1981 il 21 giugno per salutare l’arrivo dell’estate, la manifestazione si è tenuta quest’anno, per la prima volta, nel cortile dell’Eliseo. Tra le 1500 persone, che hanno ballato sulle note di Kiddy Smile e dei grandi nomi della musica elettronica francese come Kavinsky, Cézaire, Chloé, Busy P, anche il presidente Emmanuel Macron e sua moglie Brigitte per breve tempo.

Già qualche giorno fa Kiddy Smile aveva scritto su Facebook di voler «riportare la mia comunità nera e omosessuale al centro del sistema». Questo il significato della t-shirt scelta per la kermsse perché, come spiegato al magazine Tsugi, «la politica migratoria condotta da questo governo mi ripugna. Se la legge sull'asilo e immigrazione fosse stata adottata prima della mia nascita, io, figlio di immigrati nero e omosessuale, non esisterei».

Il dj, che si è esibito coi suoi ballerini tutti appartenenti alla collettività Lgbti, è stato ricevuto privatamente da Macron, che su Twitter ha ringraziato tutti per questa festa "storica".

Ma hanno gridato subito allo scandalo e all’indignazione componenti del Partito Repubblicano e del Rassemblement National che, da Marine Le Pen a Florian Philippot, hanno scatenato sui social la polemica. 

A seguirne le orme in Italia Magdi Cristiano Allam che è arrivato ad accusare su Facebook Macron di aver sdoganato la pedofilia: «Kiddy Smile, un disc jockey o più semplicemente dj, professionista dell'intrattenimento che seleziona i brani musicali, si è esibito con una maglietta con sopra scritto «Figlio di immigrati, nero e pederasta». - ha scritto. Nel vocabolario della lingua italiana la «pederastia» indica il rapporto sessuale di un adulto con un adolescente ed è sanzionata dalla legge. Non so che cosa «pederastia» significhi per i francesi ma di certo da ieri Macron l'ha sdoganata, consentendo che la si pubblicizzi all'interno del Palazzo presidenziale».

Ignorando però che pédé – forma apocopata di pédéraste – è il termine con cui le persone omosessuali sono state e continuano a essere spregiativamente indicate senza necessaria correlazione con la pedofilia.

Termine che (come tutti gli altri connotati negativamente) ha conosciuto una risemantizzazione da parte delle stesse persone omosessuali francesi, che lo utilizzano non solo ironicamente ma anche con la finalità di permettere a tale parola – al pari di tutto il lessico omofobico – di agire contro gli scopi per cui era stata pronunciata in un determinato contesto di violenza verbale

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È morto nella sua casa di Manhattan all’età di 83 anni Richard Valentine (detto Dick) Leitsch, uno dei pionieri e dei primi paladini del movimento Lgbti statunitense. A stroncarlo nella notte un cancro al fegato, con cui lottava da febbraio.

Nato a Louisville l’11 maggio 1935, si trasferì nel 1959 a New York dove mosse i primi passi da giornalista. Qui entrò in contatto con la Mattachine Society che, fondata nel 1950 da Harry Hay, fu la prima organizzazione per i diritti delle persone omosessuali negli Usa.

Divenutone presidente, Leitsch teorizzò e attuò il 21 aprile 1966 presso il Julius’ Bar il Sip-In, che è considerato uno dei primi atti di disobbedienza civile gay.

Accompagnato da Craig RodwellJohn Timmons Randy Wicker, il presidente della Mattachine richiamò pubblicamente l’attenzione sul fatto d’essere omosessuale e chiese di essere servito in quanto tale in un pubblico locale. Fu il primo di atti consimili, che avrebbero assicurato alle persone omosessuali il diritto di poter ordinare liberamente in bar e ristoranti senza esserne allontanati.

Presente ai moti di Stonewall del 28 giugno 1969, Leitsch fu il primo giornalista gay a scriverne e il suo report, stilato in un primo tempo come newsletter speciale della Mattachine Society, fu ripubblicato nel settembre di quell’anno su The Advocate.

Tra i tanti primati conseguiti dall'attivista di Louisville anche quello d'aver intervistato per il giornale Gay un'allora sconosciuta Bette Middler. Pubblicata il 26 ottobre 1970 col titolo The Whole World's a Bath!, è infatti la prima intervista in assoluto rilasciata dalla pluripremiata attrice e cantante.

Negli ultimi mesi di vita Leitsch aveva ricevuto numerose lettere di vicinanza, tra cui anche una di Barack Obama.

«Grazie per i decenni di lavoro che hanno aiutato il Paese a muoversi sulla strada dell'uguaglianza Lgbt - gli aveva scritto l'ex presidente Usa -. Il nostro viaggio come Paese dipende, come è sempre stato, dagli sforzi collettivi e persistenti di gente come te». 

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Volantini e striscioni con frasi e immagini a sfondo razzista, omofobo e fascista contro la Cgil a firma di Progetto nazionale che, nato da una scissione del Movimento sociale-Fiamma tricolore, è sostenitore d’un radicale sovranismo nazionale.

A essere prese di mira nella notte le sedi di Pavia, Mantova e Crema, come denunciato dallo stesso sindacato, che ha parlato di «una nuova provocazione che si somma alle precedenti denunciate da tempo, che dà chiaro il senso del clima minaccioso e intimidatorio che si respira in diverse città della Lombardia». Riferimento esplicito alla recente provocazione di CasaPound con la raccolta a Vigevano di cibo per soli italiani.

Il sindacato ha ribadito come le sue sedi siano «un luogo di risposta e individuale e collettiva ai bisogni di tutte e tutti i cittadini, a prescindere dal colore della pelle e dalle scelte personali, nonché un presidio territoriale democratico contro qualsiasi forma di fascismo e razzismo».

Ferma denuncia anche da parte di Cgil Lombardia che in un tweet ha parlato di «frasi razziste e omofobe che danno idea del clima minaccioso che respiriamo. Non ci fermeranno: continueremo a denunciare e difendere lavoratori, pensionati e senza diritti».

Ma blitz di Progetto nazionale si sono registrati anche a Reggio Emilia e a Modena con le stesse modalità e sempre a danno delle sedi locali della Cgil.  

Ed è proprio dalla Camera del Lavoro di Modena che arrivano le notizie più dettagliate su Progetto nazionale identificato come «gruppo legato agli skinheads, al mito della violenza, composto da personaggi che lavorano come buttafuori nei locali».

reggio emilia

«Recentemente - aggiunge la Cgil modenese - erano in sette sotto i portici del Collegio a Modena a propagandare fascismo e razzismo, evidentemente autorizzati a ciò». Ribadendo di essere «profondamente antifascista e antirazzista», anche la Cgil di Modena assicura che «non si lascerà certo intimidire da queste provocazioni. Continueremo a difendere un'idea di società aperta e le istanze dei discriminati e dei diversi, anche perché siamo convinti che proprio partendo dalla garanzia dei più deboli si garantiscano i diritti di tutti».

Ma l'episodio dimostra anche come sia «innegabile che ci sia stata in questi mesi una escalation di queste provocazioni e il clima politico che si sta respirando in questi ultimi tempi ha dato fiato a queste istanze che rigurgitano temi e modalità del fascismo. Pensiamo che non siano segnali da sottovalutare e chiediamo a tutte le istanze che si riconoscono nei valori della Carta costituzionale di prendere le distanze da questi atteggiamenti».

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No al riconoscimento della doppia genitorialità d’una coppia di uomini così come è attestata  negli atti di nascita Usa dei loro due bambini fino a esplicite direttive contrarie del ministero dell’Interno. Questa la posizione controcorrente – a fronte di quella maggioritaria dei sindaci delle principali città italiane come anche di piccoli Comuni – assunta da Domenica (detta Mimma) Spinelli, prima cittadina di Coriano in provincia di Rimini.

«Il sindaco – come spiegato a Il Resto del Carlino- è un ufficiale del governo e deve rendere conto al ministro degli Interni. Questo ho fatto. In una situazione di vuoto legislativo ho scritto al ministro Salvini e al ministro per la Famiglia Fontana presentando loro il caso in attesa di un pronunciamento».

Per Mimma Spinelli la sua non sarebbe una decisione di tipo «politico. È un tema etico e così come è stato per l’aborto o il divorzio credo che vada sottoposto a una consultazione referendaria. Io, come semplice sindaco, non posso assumere una simile decisione».

Ma a sollevare non pochi dubbi sulla veridicità di tali affermazioni e a connotare invece politicamente tale presa di posizione un dato incontrovertibile: la partecipazione, cioè, della sindaca di Coriano alla conferenza stampa Basta bugie nelle anagrafi che, organizzata da CitizenGo e Generazione Famiglia su iniziativa poltica del senatore leghista Simone Pillon, si è tenuta il 20 giugno a Roma presso Palazzo Madama. Conferenza stampa, nel corso della quale sono stati annunciati gli esposti alle procure della Repubblica presso i tribunali di Torino, Milano, Bologna, Firenze, Pesaro contro i sindaci che hanno proceduto alle iscrizioni anagrafiche di "bambini arcobaleno".

Ma sono molteplici gli aspetti che conducono a una tale valutazione, come suggerito dall’avvocato trentino Alexander Schuster, legale della coppia di Coriano, che ha parlato espressamente di «strumentalizzazione politica».

Per Schuster una tale volonta emerge dall’«irritualità seguita nel richiedere il parere. Infatti, per legge il referente dei Comuni è la prefettura o meglio l’ufficio territoriale del Governo. Quindi, nel caso di Coriano, la Prefettura/Utg di Rimini. Per contro, la Sindaca Spinelli ha ritenuto di ignorare gli uffici della Prefettura preposti ai rapporti con gli enti territoriali e di rivolgersi subito e direttamente agli uffici del Viminale.

Inoltre, come appreso per le vie brevi, è stato fatto pervenire addirittura un sms sul telefono cellulare del Ministro dell’interno Matteo Salvini, indice di una attenzione non puramente tecnica verso la questione.

Ancora, nella comunicazione in cui si informava della sospensione del procedimento si affermava che il Comune avrebbe dato una risposta una volta ricevuto il parere. Poiché in altri casi seguiti dallo scrivente studio la richiesta di parere è stata riscontrata dal Ministero dell’interno a distanza di moltissimi mesi, la decisione del comune significava mantenere consapevolmente «sulla graticola» questa famiglia per un tempo indefinito, un limbo di incertezza a cui nessun minore, che abbisogna di una carta di identità e di un pediatria, dovrebbe essere condannato.

Infatti, la posizione dell’Amministrazione di Coriano appariva non garantire nemmeno la trascrizione del solo padre genetico.

A quel punto è apparso opportuno revocare l’istanza di trascrizione per trovare altre soluzioni in amministrazioni che affrontano questi temi da un punto di vista tecnico e scevro da altre finalità».

Ed è proprio la chiara intenzionalità a non registrare neppure il solo padre genetico che mette maggiormente in luce la motivazione squisitamente politica sottesa alla presa di posizione di Mimma Spinelli. La quale, come dichiarato a Il Resto del Carlino, si è detta contraria alla genitorialità di persone omosessuali e alle tecniche procreative realizzate che, nel caso specifico, rimandano alla gpa.

Non a caso la conferenza stampa di Palazzo Madama si è risolta – con una voluta confusione tra casi di iscrizione e trascrizione anagrafica nonché delle diverse pratiche di pma – in una martellante condanna dell’”utero in affitto” da rendere perseguibile quale reato universale.

Per lo stesso avvocato Schuster «il tema della gestazione per altri è un tema delicato, che non può essere però risolto ricercando visibilità politica sulla pelle dei bambini. Ho sempre compreso le difficoltà di Comuni a trattare questioni nuove e complesse, accettando anche motivati rifiuti, ma mai mi è successo che una questione tecnica venisse strumentalizzata da un sindaco in questa maniera».

Sulle mire politiche di Domenica Spinelli si è infine espresso anche Marco Tonti, presidente di Arcigay Rimini, che, quale conoscitore delle realtà amministrative dell’intera provincia romagnola, ha ricordato come, nella precedente legislatura, la sindaca di Coriano «millantasse in privato aperture sui temi dei diritti Lgbti».

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Il Teatro dell’Opera di Stato ungherese a Budapest ha annunciato la cancellazione di 15 repliche, tra luglio e agosto, del musical Billy Elliot, la cui première è fissata al 29 giugno.

Basato sull’omonimo film di Stephen Daldry, la fortunata rappresentazione prodotta da Elton John su libretto di Lee Hall è da alcune settimane al centro di una campagna mediatica omofoba. Il 1° giugno, infatti, il quotidiano filo-orbaniano Magyar Idők ha definito il musical quale mezzo di «propagazione dell'omosessualità. Essa non può essere un obiettivo nazionale quando la popolazione invecchia e diminuisce mentre il nostro Paese è minacciato da un'invasione». Attacchi sono stati poi rivolti alla produzione e agli organizzatori della stagione magiara, colpevoli di voler «convertire all'omosessualità» i giovani spettatori.

In una lettera, pubblicata sul sito ungherese 444, il direttore dell'Opera Szilveszter Ókovács ha scritto: «Come sapete, la campagna negativa delle ultime settimane contro la produzione di Billy Elliot ha causato un forte calo delle vendite di biglietti. Per questo annulliamo 15 spettacoli in linea con la decisione del nostro management». Secondo lo stesso quotidiano online l'annullamento delle date sarebbe chiaramente motivato da pressioni politiche, dato che le vendite dei biglietti per le altre date vanno benissimo.

Negli ultimi giorni anche l'Accademia ungherese delle scienze è finita nel mirino di una campagna stampa omofoba. Il settimanale conservatore d'orientamento cristiano Figyelő ha pubblicato una lista di accademici che lavorerebbero «per i diritti dei gay e per la scienza di genere». 

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Oltre 40 le associazioni operanti sul territorio che, in collaborazione con brand nazionali e internazionali, saranno impegnate nei 60 eventi caratterizzanti la Pride Week (21 giugno – 1° luglio) di Milano.

È quanto illustrato ieri nel corso della conferenza stampa di presentazione tenutasi a Palazzo Marino alla presenza della vicesindaco Anna Scavuzzo e dell’assessore alle Politiche sociali Pierfrancesco Majorino (che sta fra l’altro organizzando una campagna contro l’omotransobia col supporto del fondatore dei Sentinelli Luca Paladini).

Momento culminante della dieci giorni rainbow sarà la marcia dell’orgoglio Lgbti, che partirà alle 15:00 di sabato 30 giugno da piazza Duca d’Aosta per terminare in Porta Venezia. Dopo i discorsi finali Drusilla Foer, madrina del Milano Pride, animerà uno spettacolo, cui seguirà un flashmob a opera di Angelo Cruciani.

Organizzato dal Cig Arcigay Milano e dal Coordinamento Arcobaleno (costituito da 15 associazioni Lgbti), il Milano Pride 2018 si configura come un appuntamento aperto a tutta la città con il motto #CiviliMaNonAbbastanza.

Da segnalare, infine, la Pride Square che, in largo Bellintani, piazzale Lavater e lungo la scalinata di Via Vittorio Veneto, costitituirà dal 28 al 30 giugno un vero e proprio village quale «luogo di incontro e confronto ma anche di svago con l’energia prorompente del Pride».

E in occasione degli eventi del Milano Pride Coca-Cola lancia anche in Italia un'edizione speciale della sua lattina con la scritta Love in sostituzione del logo dell’azienda.

L'azienda sarà presente in Pride Square con un corner (in largo Bellintani - angolo via Lecco) dove ognuno potrà celebrare l’amore con una foto da condividere online con l'hashtag #LoveIsLove e ricevere la lattina a edizione limitata.

«L'uguaglianza e la diversità sono estremamente importanti nel definire quello che siamo come brand e come azienda», ha dichiarato Annalisa Fabbri, direttore Marketing Coca-Cola Italia. Per sottolineare questo impegno, Coca-Cola è partner del Milano Pride e sfilerà alla parata del 30 giugno con i propri dipendenti e le loro famiglie.

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Basta bugie nelle anagrafi. L’iscrizione di figli di “due madri” e “due padri” tra diritto e ideologia.

Questo il titolo della conferenza stampa che, organizzata dalla Fondazione CitizenGo e dall’Associazione Generazione Famiglia su iniziativa politica del senatore leghista Simone Pillon (cofondatore del Comitato Difendiamo i nostri figli e legale di Massimo Gandolfini), ha avuto luogo in mattinata a Palazzo Madama presso la Sala Caduti di Nassiriya.

Oggetto dell’incontro la presentazione di cinque esposti alle Procure della Repubblica presso i tribunali di Milano, Torino, Firenze, Bologna, Pesaro «circa le iscrizioni anagrafiche di figli nati da “due madri” e “due padri” compiute e politicamente rivendicate dai relativi Sindaci». Finalità dei richiedenti l’«annullamento delle “iscrizioni illegittime”» nonché l’indagine sulla sussistenza dei reati di falso ideologico e alterazione di stato a carico dei sindaci in concorso con le coppie di persone dello stesso sesso interessate.

Ma sono emerse sin dagli inizi della conferenza stampa le contraddizioni e incongruenze sottese a tali esposti.

A partire dalla confusione tra iscrizione anagrafica e trascrizione di atti di nascita esteri sulla base di sentenze dei relativi Stati nonostante il distinguo iniziale dello stesso senatore Pillon.

È stato infatti fatto passare il caso di Gabicce Mare (al cui riguardo è stato presentato l’esposto alla competente Procura di Pesaro) quale iscrizione anagrafica di un bambino figlio di due mamme quando invece si è trattata di trascrizione degli atti di nascita esteri di due gemelli e del riconoscimento della doppia genitorialità d’una coppia di due uomini.

Si è plaudito al «sindaco di Roma Virginia Raggi» per essersi opposta all’iscrizione anagrafica della figlia di “due papà” quando, invece, il diniego è stato opposto a una coppia di donne, una delle quali ha partorito a Roma, a differenza della trascrizione (avvenuta in maggio) degli atti di nascita esteri di tre gemelli registrati, anche in questo caso, quali figli di due uomini.

Al solito tutto è stato ricondotto all'inappropriato argomento dell’”utero in affitto”, che non può riguardare i contestati casi d’iscrizione anagrafica. Perché essi sono unicamente relativi a bambini nati in Italia da una delle componenti delle coppie di mamme arcobaleno a seguito di tecniche di fecondazione eterologa.

Eppure i vari parlamentari che si sono susseguiti (da Gasparri a De Bertoldi, da Pagano a Rauti) - come anche Savarese di CitizenGo e lo stesso Pillon – non hanno fatto che agitare al solito lo spettro dell’”abominevole pratica dell’utero in affitto” e annunciare mozioni per renderla reato universale.

Non sono mancate affermazioni consentanee all’ormai noto lessico dei politici di destra. Come quelle del senatore Fdi Andrea De Bertoldi, che ha parlato di famiglie composte da uomo e donna quali "famiglie naturali e normali", o quelle dell’omologa Rauti, che ha invocato la necessità di colmare un vuoto legislativo affermante la genitorialità quale esclusiva prerogativa di un uomo e una donna  

Dichiarazioni che, come osservato durante il dibattito, sono però smentite dai pronunciamenti della Corte di Cassazione, tra cui la recente ordinanza 14007 sulla causa La Delfa-Hoedts), nonché in contrasto col bonum minoris da sempre tutelare indipendentemente dalla tecnica di pma con cui è stato concepito (art. 8-9 della legge 40).

Senza parlare dell'attacco riservato sempre da De Bertoldi a Niki Vendola, presentato quale «attempato signore che gira portando in carrozzina il figlio comprato all'estero».

Il senatore Simone Pillon ha anche affermato di «aver ricevuto conforto dal ministro dell'Interno, dal sottosegretario dell'Interno e dal capogruppo della Lega rassicurazioni affinché i bambini possano crescere con un padre e una madre».

Anche se, successivamente incalzato al di fuori della conferenza stampa in relazione alla dichiarazioni di Salvini sul fatto che “il tema delle famiglie arcobaleno non fa parte del contratto di governo”, ha risposto: «Il ministro parla per il ministro. Io parlo di ciò di cui mi è stato dato incarico di parlare».

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Genere oltre i generi. Questo lo slogan del Barletta Pride, che ha avuto luogo sabato 16 giugno.

La città pugliese della disfida è stata percorsa da 1500 persone,  unite – come recita il documento politico – «nei valori dell’antifascismo, dell’antirazzismo, dell’inclusione sociale, della solidarietà, della laicità, dell’anticlericalismo, del riconoscimento dei diritti umani e civili della comunità Lgbti e delle persone tutte».

Ad aprire la marcia dell’orgoglio Lgbti, partita alle 16:30 dal Lungomare Pietro Mennea e conclusasi al tramonto nei giardini del Castello Svevo, lo striscione del Coordinamento organizzativo. Coordinamento costituito da Arcigay (cinque comitati locali), Agedo (quattro comitati), Osservatorio Giulia e Rossella, Impegno Donne Foggia, i centri antiviolenza Safiya, Save e Riscoprirsi, Arci Cafiero, Hastarci Trani, Cgil Bat, Anpi Bat, Lezzanzare, Nudi, TGenus, LeA, Uaar Bat.

In prima fila anche Nunzio Liso e Nicola Giuliani, la prima coppia unitasi civilmente a Trani nel 2016

Madrina del Barletta Pride è stata Vladimir Luxuria, che non ha mancato di rivolgersi al responsabile del dicastero della Famiglia e Disabilità. «Caro ministro - ha gridato l’ex parlamentare sul carro del Coordinamento –, tu sei Fontana ma noi siamo marea».

Pur non essendo presente, il neosindaco di centrodestra Cosimo Cannito ha incontrato nei giorni scorsi gli organizzatori e successivamente inviato loro il seguente messaggio: Barletta è una città senza pregiudizi e auguro a tutti la buona riuscita di questa manifestazione.

Una lunga lettera è stata invece inviata dal presidente della Regione Puglia Michele Emiliano al consigliere nazionale d’Arcigay Luciano Lopopolo e a tutti i componenti del Coordinamento.

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Un’immagine con un revolever puntato e poi la scritta minatoria: «Cathy La Torre pedala... che presto mentre pedali ti arriverà un colpo di pistola sulla fronte. Nessun compromesso con le lesbiche. Nessuno».

Questo il post che un utente Facebook, registrato col falso nome di Bonifacio Ferrari, ha pubblicato stamani sul profilo della nota attivista Lgbti ed ex consigliera comunale di Bologna.

L’avvocata La Torre, che ha sporto immediatamente denuncia e ha informato dell’accaduto prefetto, questore, sindaco del Comune di Bologna, non nasconde la sua preoccupazione.

«Non mi era mai capitata una cosa del genere – ha dichiarato in mattinata –. Ci sono stati insulti ma mai così pesanti e intimidatori. È una cosa che mi mette ansia perché evidentemente questa persona conosce le mie abitudini».

Numerosi gli attestati di solidarietà espressi a Cathy La Torre, tra cui quelli dell’assessore comunale Matteo Lepore, del segretario di LeU Nicola Fratoianni, dell’ex presidente della Camera Laura Boldrini, del direttore di Gaynews Franco Grillini, del direttivo del Mit.

Ma la crescente ondata di odio sui social contro le persone Lgbti si è riversata sempre in giornata su Luca Caputa, componente dei Sentinelli in piedi di Milano e compagno di Luca PaladiniCome noto, la coppia è da cinque mesi oggetto di insulti e minacce di morte da utenti anonimi di Facebook.

Questa volta Flaviano Arcioni (ennesimo profilo fake) non si è limitato a inviare a Luca Caputa, via Messenger, l’ennesima sfilza di offese ma è andato ben oltre. «Se a te non importa nulla di tua madre – così il messaggio –, vorrà dire che valuteremo una visitina a casa sua, magari come addetti alla lettura del contatore o cose così, giusto per riuscire a intrufolarci facilmente dentro casa, prenderla a martellate e lasciarla esanime per terra».

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Contattato telefonicamente, Luca Paladini ha così commentato l’episodio anche a nome del compagno: «Entriamo nel quinto mese di denuncia nel quinto mese di minacce. Reggere per tanto tempo un tale stress di livello emotivo, è veramente pesante.

Questa volta si è arrivati al coinvolgimento, nei messaggi minatori, dei nostri familiari coi dettagli con cui li vorrebbero uccidere.

Noi continuiamo ad avere fiducia in chi indaga ma abbiamo bisogno – e non lo dico solo per me e Luca – che si arrivi presto a un risultato nelle indagini perché sarebbe la dimostrazione che non è permesso a nessuno di scrivere quello che passa per la testa. Quello che è successo a noi oggi, quello che è successo a Cathy La Torre è inaccettabile.

Bisogna fare in modo che queste persone vengano individuate perché si deve fermare questa spirale d’odio, si deve far sì che ci siano esempi concreti contro la deresponsabilizzazione di chi si permette di scrivere qualsiasi cosa va fermata a tutti i costi».

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