Claudio Finelli

Claudio Finelli

Il 28 luglio scorso l’ex senatore Sergio Lo Giudice è stato nominato responsabile del Dipartimento Diritti civili del Pd.

Un incarico di particolare significato per un uomo da sempre impegnato (prima in qualità di attivista e presidente di Arcigay, quindi in quella di parlamentare della XVII° legislatura) nelle lotte di rivendicazione per la piena parità delle persone Lgbti e inclusione delle stesse.

Nonostante la sensibilità, la determinazione e l’attenzione con cui Lo Giudice ha affrontato tali battaglie, la sua nomina ha destato critiche e reazioni anche all’interno della stessa collettività arcobaleno.

Non senza punte di parossismo, come nel caso di ArciLesbica Nazionale, che ha nuovamente agitato lo spettro di un conseguente sostegno alla pratica della gpa (volutamente indicata coi termini spregiativi di utero in affitto).

A poco più di due settimane dall’assegnazione della carica abbiamo contattato il neoresponsabile del Dipartimento Diritti Civili, per raccoglierne valutazioni e fare il punto sull’attuale situazione politica del Paese.

Professore Lo Giudice, con quali aspettative e quali prospettive ha accolto una tale nomina?

La nomina mi ha fatto certamente piacere: ha significato un riconoscimento delle esperienze collettive da cui provengo e un segno di attenzione del Pd a un tema troppo spesso  trascurato. Dai diritti dei detenuti a quelli delle minoranze etniche e religiose, dai temi Lgbti a quelli legati al fine vita sono tante le questioni aperte che riguardano il rispetto della sfera personale nel rapporto con lo Stato.

C’è tanto da fare anche se, in un momento in cui il Pd si avvia a congresso, il ruolo dei dipartimenti tematici si giocherà molto sulla attivazione di idee ed energie per ridisegnare il profilo di un partito rinnovato.

Come ha vissuto le critiche che le sono giunte da una parte del movimento Lgbti?

Alle critiche ci sono abituato: i temi legati ai diritti civili, soprattutto quelli che investono la sessualità o le relazioni familiari, creano dibattito, spesso acceso. Per quel che mi riguarda continuerò a usare le leve del dialogo e del confronto fra tutte le posizioni. Il Pd deve avere l’ambizione di essere il perno di un campo largo della sinistra. Il confronto fra posizioni diverse è inevitabile: è da qui che possono nascere sintesi nuove.

Questo governo sta mostrando un atteggiamento decisamente reazionario e retrivo rispetto ai diritti civili: secondo lei le persone Lgbti stanno correndo concreti pericoli?

Io non credo che questo governo riuscirà a realizzare granché di quello che minaccia e, comunque, i temi relativi ai diritti Lgbti non fanno parte dell’accordo di potere fra Lega e M5s. Ho un altro timore, che già vedo concretizzarsi: che la propaganda del governo nazionalpopulista e lo sdoganamento in atto dell’egoismo sociale e dell’odio verso le minoranze avvelenino i pozzi della convivenza civile. Si rischia di compromettere nel profondo quella cultura democratica e solidale fondata sulla Costituzione, che da 70 anni rappresenta il collante morale degli italiani.

Nel quadro politico attuale quale “ricetta” politica consiglierebbe per ristabilire un rapporto di fiducia tra elettorato e centrosinistra?

Il Pd ha già aperto un percorso congressuale che si concluderà entro il prossimo inverno. Sarà fondamentale che si dia vita a una discussione aperta a tutte quelle forze sociali, gruppi politici, cittadine e cittadini oggi senza appartenenza ma che sarebbero pronti a rimettersi in gioco di fronte a un progetto credibile per il Paese.

Secondo lei qual è stato l’errore maggiore che ha determinato un evidente scollamento tra le due parti?

Negli ultimi anni il Pd non è stato in grado di dare risposte adeguate a bisogni sociali nuovi, a un impoverimento crescente, alla frammentazione del mercato del lavoro. Su questi temi vanno ripensate le parole d’ordine e le ricette economiche, con la radicalità di chi vuole decisamente ridurre le diseguaglianze.

Guai però a pensare che un ritardo sulle questioni sociali sia conseguenza di quell’impegno sui diritti civili che nell’ultima legislatura ha prodotto leggi attese da troppo tempo come le unioni civili o il testamento biologico. Diritti civili e diritti sociali si tengono assieme, contrapporli sarebbe un errore da ogni punto di vista.

A novembre ci sarà il Congresso nazionale elettivo di Arcigay. Cosa si aspetta al riguardo?

Da quel congresso mi aspetto una riflessione a tutto campo su come stare in questa fase nuova. Arcigay rimane la più grande e strutturata associazione Lgbti italiana in un contesto in cui i bisogni della comunità sono sempre più articolati.

Secondo lei, su quale piano e in quale direzione dovrebbero essere intensificati gli sforzi di Arcigay per resistere al clima omotransfobico incalzante?

In questi anni sono emerse nuove identità prima nascoste, come quelle delle persone intersessuali, nuove realtà sociali come le famiglie arcobaleno, nuove risorse normative e giurisprudenziali.

Credo che questa complessità chiami Arcigay a un’azione intensa. Un’organizzazione così strutturata non ha pari in Europa: è una risorsa per l’intera comunità e per il Paese. Questo è un punto di forza, ma anche una bella responsabilità, che va assunta fino in fondo.

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Un’informazione mirata alle tematiche Lgbti è diventata sempre più importante nel panorama giornalistico dei nostri tempi. Non solo perché la collettività rainbow è riuscita a esprimere in maniera decisa le proprie istanze di rivendicazione. Ma anche perché si è registrata, nel tempo, una graduale e costante richiesta di notizie puntuali e corrette su la vita, la cultura e le politiche relative all’universo Lgbti.

Uno dei massimi riferimenti nazionali per tale informazione è, da qualche anno a questa parte, Francesco Lepore, latinista, saggista ed ex sacerdote: spirito brillante e anticonformista, dal maggio 2017 è caporedattore del quotidiano Lgbti online più “antico” d’Italia, cioè Gaynews.it, diretto da Franco Grillini, leader storico del movimento Lgbti italiano.

A lui Giovanni Caloggero, presidente di Arcigay Catania e consigliere nazionale di Arcigay nonché figura di spicco della lotta di rivendicazione per i diritti Lgbti in Italia, ha voluto porre alcune domande.

Francesco, com’è nato in te il desiderio di svolgere questo lavoro di informazione?

La passione per il giornalismo mi accompagna dall’adolescenza, trascorsa a Benevento. Scrivevo articoli di cultura per alcuni quotidiani e settimanali locali. Tale passione è stata poi coltivata negli anni di sacerdozio. Sì, perché ho esercitato il ministero presbiterale per sette anni, prima di deporre “la tonaca” nel 2006, per vivere apertamente la mia condizione omosessuale.

Durante il triennio di permanenza in Vaticano (2003-2006), dove sono stato officiale prima della Segreteria di Stato quale latinista poi della Biblioteca Apostolica Vaticana quale segretario del card. Jean-Louis Tauran, sono stato collaboratore della Terza Pagina de L’Osservatore Romano (il cui direttore dell’epoca Mario Agnes mi voleva bene come un figlio) e ho scritto, a volte, recensioni di libri per La Civiltà Cattolica.

Una volta abbandonato il ministero, è stato per me quasi conseguenziale dedicarmi a tempo pieno all’attività d’informazione. Ho fatto il mio praticantato presso la redazione di Sky TG24.it. Quindi il concorso per giornalista professionista, cui sono successivamente seguiti il master in Digital journalism presso la Pul, lo stage presso Huffington Post e l’impegno come caporedattore presso Pride Online.it e, a partire dal maggio 2017, presso Gaynews.it.

Tu non sei associato, crediamo, a nessuna organizzazione politica Lgbti: questo elemento costituisce per te un fattore positivo?

Sì, è così. Ciò costituisce, a mio parere, un fattore enormemente positivo, perché mi permette autonomia e indipendenza valutativa su quanto attiene al variegato universo associativo Lgbti italiano.

Il lavoro di giornalista richiede una deontologica equidistanza da ogni soggetto “politico” e, quindi, la massima oggettività nel racconto editoriale. Quanto ti impegna questa attività soprattutto nella ricerca delle fonti e dei fatti oggettivi?

Premesso che ognuno è soggetto a condizionamenti di vario tipo, pongo personalmente la massima cura nel garantire un’informazione che si attenga il più possibile all’oggettività. La ricerca è la stessa che attua qualsiasi giornalista innamorato della propria professione. Occupa, dunque, la maggior parte di ogni singola giornata.

Recentemente nell’accesissimo dibattito sulle ben note posizioni di ArciLesbica abbiamo rilevato toni assai forti e posizioni nettamente contrapposte da tutte le parti ivi comprese quelle di chi fa informazione. Quale è la posizione di Gaynews in merito? In particolare, ritieni questa vicenda come un momento dialettico forte dentro il movimento o pensi che ArciLesbica sia e debba essere considerata fuori dal movimento?

La posizione di Gaynews è totalmente scevra da ogni sorta di preclusione alla questione gpa, da cui appare invece ossessionata in maniera unilaterale ArciLesbica Nazionale. La dice lunga che a polarizzare quasi esclusivamente la loro attenzione sia la condanna di quanto, al pari di Lega, Fratelli d’Italia e cattoreazionari, chiamano con toni spregiativi “utero in affitto” – complesso lemmatico che connota negativamente a priori tale pratica di pma – . Condanna che va di pari passo con una visione biologistica non solo della maternità ma anche della femminilità, da cui scaturiscono i ben noti attacchi alle donne transgender non sottoposte a intervento chirurgico di riattribuzione del sesso. Sul resto, da parte loro, ne verbum quidem. Non meraviglia pertanto che, dopo l’ultimo congresso elettivo, molti circoli si siano disaffiliati e abbiano costituito quella nuova realtà che è Alfi.

Contrariamente a quanto vanno dichiarando nei loro comunicati – come l’ultimo sulla nomina di Sergio Lo Giudice a responsabile del Dipartimento Diritti civili del Pd – la maggior parte delle donne lesbiche italiane non si sente e non è affatto rappresentata da un’entità sempre più esigua ed esangue, che condivide le proprie vedute con partiti/enti parapolitici di destra e alcune frange conservatrici del femminismo italiano. Quindi più che considerare ArciLesbica al di fuori del movimento, ritengo che sia ArciLesbica ad essersi posta automaticamente fuori dal movimento con tali prese di posizione antilibertarie e antidialogiche.

Hai seguito, durante questa stagione di Onda Pride oramai quasi al termine, tutti i Pride dandone per ciascuno ampie informative senza tralasciarne nessuno. Quale è la tua valutazione di questa stagione?

L’Onda Pride 2018 è stata d’eccezionale importanza non tanto per il numero delle singole marce dell’orgoglio Lgbti e dei rispettivi partecipanti. Elemento, questo, non da poco, se si considera che il Roma Pride con le sue 500.000 presenze ha suscitato una reazione piccata da parte di Salvini. Ma è stato soprattuto d’eccezionale importanza, perché ha ricordato che le persone Lgbti non sono unicamente ricurve su sé stesse. Ma sentono come proprie le battaglie di tutte quelle minoranze, che vedono conculcati i propri diritti e la propria dignità da politiche sempre più fascisteggianti.

Catania e Siracusa sono state da te raccontate nei minimi dettagli prima, durante e dopo i rispettivi Pride. Hai rilevato delle peculiarità in queste due manifestazioni?

I Pride gemellati di Catania e Siracusa mi hanno affascinato per il loro documento politico e la scelta dello slogan quanto mai attuale Mare, Umanità, Resistenza. Quella resistenza, che le forze dell’ordine hanno tentato a Siracusa di arginare con la rimozione di un innocuo cartello contestatorio nei riguardi del ministro dell’Interno. Perché alla fine, ieri come oggi, è la manifestazione del proprio pensiero a suscitare timore. Ma quel gesto ha avuto un solo effetto: la riproposizione dello stesso cartello in molti Pride successivi, per ribadire che niente e nessuno potranno soffocare il dissenso.

Tu non sei siciliano, anche se hai un compagno sicilianissimo. Cosa ti ha spinto a dedicare attenzione così puntuale sia ai Pride siciliani sia alle attività che si svolgono in Sicilia?

L’attenzione è dovuta al fatto che considero la Sicilia un po’ come la mia seconda casa dopo aver conosciuto Michele. Senza dimenticare l’elemento storico, per me sempre fondamentale. La nascita del primo circolo di quella che sarebbe diventata la prima realtà associativa Lgbti italiana, cioè Arcigay, è infatti correlata al tristemente noto delitto di Giarre.

Arcigay andrà a congresso a novembre a Torino. Cosa ti aspetti e cosa vorresti da questo congresso?

Credo che quanto vorrei sia di nessuna importanza. In ogni caso mi aspetto che Arcigay trovi un rinnovato slancio all’indomani del congresso di Torino. Ho notato negli ultimi anni un certo appiattimento a livello centrale – differentemente da quello locale contrassegnato da una forte dinamicità – e una scarsa incidenza sul piano politico rispetto al passato. Colpa non certamente attribuibile ai vertici dell’associazione. Si tratta in realtà di un riflesso delle condizioni generali in cui versa l’intero movimento.

Sarebbe forse opportuna anche una certa “creatività” nella scelta delle cariche. Mutatis mutandis, mi sento di citare, a tal proposito, le parole spesso dette da un vescovo a parroci anziani che, attaccati al privilegio dell’inamovibilità, non volevo essere destinati altrove. «Il ricambio – osservava – farà bene alle realtà in cui siete stati e farà bene a voi stessi. Altrimenti sarebbe la morte per entrambi».

Cosa vorresti e ti aspetti dalla Sicilia Lgbti?

Un impegno fedele alle linee delle tante e tanti attivisti del passato. La Sicilia ne annovera veramente tante e tanti. Sarebbe poi auspicabile che le tante persone omosessuali – che ancora per diversi motivi celano la propria condizione – abbiano il coraggio di spezzare il muro dell’omertà personale, fare coming out e collaborare per rendere questa terra sempre più libera da ogni forma di discriminazione.

Tu sei un latinista: sappiamo che scrivi anche in latino e, avendoti letto anche in questa lingua, abbiamo visto che scrivi correttamente e con stile latino diremmo perfetto. Raccontaci qualcosa di questa tua passione.

La mia passione per la lingua latina è la più bella eredità che mio padre mi ha lasciato. Sin da piccolo mi ha educato all’amore non solo per i classici ma anche per il latino medievale. Da seminarista e, poi, da sacerdote – a fronte di una progressiva ignoranza del sermo patrum da parte dei chierici – ho coltivato una tale passione per il desiderio di andare direttamente alle fonti e comprenderne il genuino significato.

C’è poi stata l’accennata quanto proficua esperienza presso la Sezione Lettere Latine in Segreteria di Stato, accompagnata da pubblicazioni e cura di edizioni critiche come quella data alle stampe nel 2003 e relativa a un sermone di Davide di Benevento (fine VIII° secolo). Uno dei miei hobby è tuttora quello di “andare a caccia” di epigrafi sepolcrali in latino come anche quella di comporne su commissione. Infine curo su Huffington Post un blog in latino, Gaia Vox. Un passatempo piacevole, che mi permette di scrivere ironicamente e provocatoriamente di questioni Lgbti in quella che di fatto resta la lingua ufficiale della Chiesa.

Spesse volte hai toccato il tema della fede e omosessualità, tema abbastanza delicato e forse anche divisivo. Quale è la tua posizione in merito e quanto in essa influisce la tua esperienza personale?

La mia posizione è quella di un osservatore della realtà ecclesiale che, piaccia o no, non si può altezzosamente liquidare come di nessun rilievo. Ritengo di non essere più credente – o, almeno, non nel senso cattolico del termine – ma questo non mi porta a condannare aprioristicamente quanto dicono o fanno papa, vescovi e preti. I tunicati hanno pieno diritto di dire la loro su ogni questione. Noi, però, abbiamo pieno diritto di valutare tutto e, all’occorrenza, criticare. Soprattutto, quando, in ambiti, squisitamente attinenti alla vita privata degli individui e alla laicità dello Stato, si nota una volontà di condizionare l’azione degli uomini e delle donne delle istituzioni.

Resto, comunque, sempre del parere che, se ciò avviene, la colpa non è tanto di Oltretevere quanto di parlamentari proni ad Petri pedes e pronti a rendere più vicine quelle rive che, invece, dovrebbero sempre restare ben distanziate.

E, infine, qual è il tuo rapporto con Franco Grillini e quanto la figura di questo gigante del movimento influisce sulla tua attività?

Il mio rapporto con Franco è quello di reciproca stima e affetto. Per me è punto di riferimento quotidiano. Ci sentiamo e scriviamo via WhatsApp più volte al giorno. Anche perché lui è il direttore di Gaynews. Resto piacevolmente sorpreso della pressoché totale comunanza di vedute. Aspetto, questo, che ha permesso al quotidiano di affermarsi sempre più sul piano dell’informazione Lgbti italiana. Non è un caso che, a fronte dei reiterati proclami giustizialistici a seguito della ben nota vicenda della Locanda Rigatoni, la linea del dialogo e del confronto sia stata e resti quella condivisa da entrambi sin dal primo momento.

Franco costituisce poi per me un punto di riferimento quale memoria storica degli ultimi decenni di attività del movimento. Da parte sua noto, invece, un grande interesse per il latino e questioni ecclesiali con quesiti e valutazioni, che costituiscono momenti veramente piacevoli delle nostre conversazioni

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La giuria del Premio Carducci, presieduta da Ilaria Cipriani e composta da Silvia Bre, Stefano Dal Bianco, Umberto Fiori e Antonio Riccardi, ha decretato, lo scorso 27 luglio, giorno della nascita del poeta a cui il premio è dedicato, il vincitore della 62° edizione. Il riconoscimento è andato a Franco Buffoni, poeta, narratore e saggista, per la sua ultima silloge poetica La linea del cielo, edita da Garzanti.

Un premio prestigioso attribuito a un intellettuale, che ha sempre avuto una sensibilità spiccata e un’attenzione concreta verso la rivendicazione di diritti e dignità della comunità Lgbti.

Contattiamo Franco Buffoni, alcuni giorni dopo l’autorevole riconoscimento, per sapere qualcosa di più circa il Premio Carducci e il suo libro di poesie La linea del cielo.

Franco, è felice di aver ricevuto il Premio Carducci 2018?

Certo, perché si tratta di un Premio giunto ormai alla sessantaduesima edizione ed è dedicato a un grande poeta italiano, oggi percepito come “desueto”, ma che ha avuto un ruolo importante nel panorama culturale di fine Ottocento, soprattutto se ricordiamo che fu un grande latinista, un intellettuale laico e di ispirazione socialista. Certo era legato ad alcuni miti retorici del suo tempo ma la limpidezza del verso è indubbia e alcuni suoi versi, debitamente contestualizzati, andrebbero studiati anche a scuola. In Italia, poi, la storia della letteratura ha sempre sottolineato solo l’aspetto retorico della poesia carducciana, negando e nascondendo volutamente la sua coscienza atea e socialista. Così come d’altronde si è fatto con Pascoli, allievo e successore di Carducci, di cui si è volutamente negata l’omosessualità. La premiazione è stata molto suggestiva. In parte si è svolta nella casa paterna di Carducci, una casa modesta (il padre era medico condotto di Sansepolcro) e, in parte, si è svolta sul sagrato del Duomo di Pietrasanta.

La manifestazione ha visto la partecipazione di tantissima gente anche perché è sapientemente inserita all’interno di una festa con musica e coreografie che coinvolge l’intero territorio. Per l’occasione io ho recitato a memoria i versi di Sogno d’estate di Carducci e dal mio libro La linea del cielo ho letto i componimenti Montale sul Titano e Ho pensato a te, contino Giacomo.

Il premio le è stato consegnato per La linea del cielo. Ci può raccontare di cosa parla la sua nuova raccolta?

Innanzitutto, si tratta della traduzione letterale della parola inglese “skyline” che può essere tradotta con “Il profilo del cielo”, ma poiché nel 2000 ho pubblicato un libro che si intitola Il profilo del Rosa, ho preferito il termine “linea” a “profilo”.

Il testo attraversa, in versi, la dicotomia propria della mia vita scissa tra Roma e Milano. Io sono un lombardo che vive a Roma e il libro segue il passaggio dal profilo delle guglie a quello delle cupole. D’altronde, nel testo vi è una prima parte caratterizzata da poesie tipicamente lombarde e poi da un’altra sezione di componimenti romani ma in realtà, nel libro, le due linee dialogano tra loro e si fondono. Una sezione molto importante del libro è quella intitolata Rivendicative che inizia con il componimento Mio sussulto, dedicata al mio coming out.

In questo libro ritornano anche memorie di altri grandi maestri della poesia italiana e internazionale…

Certamente e, a tal proposito, ricorderei la sezione Di che cosa si nutriva Adelaide Antici?, dedicata a Giacomo Leopardi; la sezione Piove dentro, dedicata a Eugenio Montale e la sezione La cravatta di Sereni, dedicata a Vittorio Sereni.  La sezione più cospicua è quella dedicata a Leopardi che, in realtà, anticipa un mio nuovo testo di narrativa che presto sarà pubblicato da Marcos y Marcos e che si intitolerà Due pub, tre poeti e un desiderio, in cui affronto il tema del coming out vietato a tanti poeti italiani dalla società in cui vivevano, da Leopardi a Pascoli, da Pavese a Montale, passando per Diego Valeri, Clemente Rebora e tanti altri. Il mio vuole essere un outing tardivo fatto con estremo amore. La sezione dedicata a Vittorio Sereni è, invece, un omaggio a un maestro fondamentale per la mia formazione poetica.

A quale altra sezione de La linea del cielo è particolarmente legato?

Sicuramente alla sezione intitolata Vipere lilla dedicata alla storia d’amore più profonda e importante della mia vita, una storia durata nove anni, dal 1986 al 1995 e di cui ho parlato anche nel libro Come un polittico che si apre, scritto con Marco Corsi. In questa sezione, alcuni componimenti sono introdotti da stralci delle lettere di Leopardi all’amato Antonio Ranieri e anche di Clemente Rebora a Giovanni Boine.

Infine, da intellettuale laico e rivendicativo, cosa si sentirebbe di dire relativamente al nuovo panorama politico del nostro Paese?

Mi sento di dire che, nonostante io sia radicalmente e convintamente laico, approvo e condivido il titolo proposto ultimamente in copertina da Famiglia Cristiana che, accanto a una foto del ministro degli Interni, equiparandolo a Satana, ha scritto Vade retro, Salvini.

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Un giovane studente di giurisprudenza della Federico II di Napoli, in vacanza a Gaeta, è stato vittima di un ennesimo caso di omofobia sabato 4 agosto.

Il giovane, che ha denunciato l’accaduto in un post sui social, racconta che, dopo aver parcheggiato l’auto a Largo Paone a Formia, si stava incamminando con amici verso il vicino sottopassaggio. A quel punto si sarebbe reso conto della presenza di un uomo a terra, che perdeva molto sangue e che veniva soccorso anche da altri ragazzi.

Così, spinto dalla comprensibile voglia di rendersi utile, si sarebbe allontanato dal gruppo di amici, rimasti nei pressi dell’uomo, e si sarebbe recato con un’altra ragazza presso il vicino ristorante Zi' Anna Mare che si trova in Largo Paone, lato mare.

Arrivato al ristorante per chiedere ghiaccio e bende al fine di poter effettuare un primo soccorso nell’attesa che arrivasse l’autoambulanza e tamponare il sangue che usciva copioso, le richieste del giovane sarebbero state respinte con incredibile sufficienza da un cameriere impegnato in una conversazione telefonica. Cameriere che, in un secondo momento, quando fortunatamente il ragazzo sarebbe riuscito a ricevere aiuto da altri colleghi più solerti, si sarebbe lamentato ad alta voce di essere stato disturbato da “un mezzo frocio”.

Il giovane, pur avendo ascoltato chiaramente l’offesa che gli sarebbe stata rivolta dal cameriere, avrebbe comunque deciso di non perder tempo e portare aiuto all’uomo in difficoltà.

In un secondo momento, dopo circa un quarto d’ora, cioè dopo che l’autoambulanza aveva raggiunto il luogo dell’incidente, il giovane, stando sempre al suo racconto, avrebbe deciso di tornare presso il ristorante Zi' Anna Mare per lamentarsi del comportamento del cameriere che, prima si sarebbe rifiutato di ascoltare la sua richiesta d’aiuto e poi l’avrebbe offeso definendolo “mezzo frocio”.

Dopo aver incontrato alcune resistenze alla sua legittima richiesta di parlare con il titolare del punto di ristorazione da parte dei dipendenti, lo studente avrebbe ricevuto dallo stesso titolare una risposta tanto laconica quanto incomprensibile, giacché costui avrebbe minimizzato il comportamento del cameriere sostenendo che “non faceva niente”.

Contattato da Gaynews all’indomani dell’accaduto, il giovane ha sottolineato che il suo sdegno nasce innanzitutto dal fatto che il cameriere, nonostante fosse stato informato dell’urgenza conseguente alla gravità della circostanza, avrebbe ritenuto opportuno ignorare la richiesta di soccorso. Poi dall’offesa che gli avrebbe rivolto per avergli chiesto di prestargli attenzione. Infine, per l’atteggiamento con cui il titolare dell’esercizio avrebbe avallato sia il comportamento neghittoso sia l’offesa omofoba del suo dipendente

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La morte di Lino Manfredi, fondamentale punto di riferimento della collettività Lgbti italiana, ha provocato cordoglio e afflizione in quanti, dagli anni '90 ad oggi, ne hanno seguito con interesse le battaglie di civiltà e in quanti hanno avuto il piacere e l’onore di incontrarlo e di apprezzarne l’umanità e la determinazione.

La scomparsa è avvenuta domenica 5 agosto mentre i funerali si terranno si terranno il 9 agosto presso il tempio crematorio del Cimitero Monumentale di Torino.

Lino Manfredi e la moglie Laura Mariotti entrarono in Agedo a metà degli anni '90 e sono diventati, ben presto, delle vere e proprie colonne dell’associazione al punto tale da essere individuati tra i “protagonisti” del film documentario 2 volte genitori, pellicola del 2008 realizzata da Claudio Cipelletti, con la collaborazione di Lucia Bonuccelli e Francesco Pivetta, in cui si narra cosa accade all’interno delle famiglie quando i figli fanno coming out.

L’attività di Lino è stata sempre rivolta in maniera particolare al lavoro nelle scuole, perché era convinto, a buona ragione, della centralità che riveste la scuola nel contrasto a ogni forma di stigma ed esclusione.

La scuola era, per Lino, il luogo in cui si vinceva o si perdeva la battaglia contro il pregiudizio e infatti, ancor prima che Agedo entrasse nel FoNAGS (Forum Nazionale delle Associazioni dei Genitori della Scuola), che ha sede presso la direzione generale per lo studente, l'integrazione, la partecipazione del Miur, Lino Manfredi già sedeva nel FoRAGS Piemonte, perché il suo impegno, soprattutto nel territorio piemontese, era chiaro a tutta la collettività (Lino Manfredi si è impegnato a lungo anche al Tavolo Lgbti del Comune di Torino).

D’altronde, Lino è stato tra i fondatori del Comitato Agedo di Torino nel 2014, benché nel maggio 2016 abbia poi deciso di uscire da Agedo e fondare GeCO, Associazione di Genitori e Figli contro l’omotransfobia.

Insomma, la scomparsa di Lino Manfredi non è solo la scomparsa di un uomo di cultura che si è impegnato nella diffusione di informazioni importanti per la crescita sociale e civile del nostro Paese, ma la scomparsa di un attore attivo della lotta di rivendicazione di diritti e dignità della comunità Lgbti, un militante brillante e dotato di grande umanità che ha saputo parlare ai più giovani, infondendo loro coraggio e fiducia. Ma anche a tanti adulti che, per la prima volta, si trovavano a confrontarsi con l’omosessualità delle proprie figlie e dei propri figli e che, necessariamente, dovevano “rinascere” come genitori, ripartendo da zero ma con la guida di altri genitori in gamba come Lino Manfredi.

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Una presunta vicenda d’omofobia, compiuta in ambito sanitario, ha destato l’attenzione dei media nelle ultime ore. Si tratta del caso segnalato da una giovane studentessa universitaria al Comitato Arcigay di Napoli e all’Ordine degli Psicologi della Campania.

La ragazza, infatti, ha raccontato, nella sua segnalazione, di essersi recata lo scorso 31 luglio, presso l’Ospedale Annunziata di Napoli per un colloquio psicologico con la dottoressa Annalisa Ferrara e di aver subito, durante il colloquio, una grave reazione omofoba.

È opportuno inoltre aggiungere che sia l’Ordine degli Psicologi della Campania sia la Direzione della Asl Na1, con rispettive note stampa, hanno tempestivamente preso posizione rispetto a quanto denunciato dalla studentessa. L’Ordine degli Psicologi della Campania ha manifestato l’intenzione di approfondire la vicenda per valutare la possibilità di avviare un procedimento disciplinare nei confronti della psicologa e la Direzione della Asl Na1 ha ricordato l’impegno costante e concreto svolto dalla Uoc - Tutela Salute Donna dell’Ospedale della S.S. Annunziata, struttura diretta dalla dott.ssa Rosetta Papa, che da sempre promuove, in accordo con Arcigay Napoli, progetti volti al benessere delle persone Lgbt.

Contattiamo la giovane, che ha preferito restare anonima, all’indomani della segnalazione.

Dunque, ci vuoi raccontare come si sono svolti i fatti dopo esserti recata presso l’Ospedale della S.S. Annunziata di Napoli?

Lo scorso martedì 31 luglio, mi sono recata presso l’ospedale della S.S. Annunziata di Napoli per un colloquio psicologico con la dottoressa Annalisa Ferrara, previo pagamento di un ticket sanitario della somma di 30 euro. Durante il colloquio, ho esposto alla dottoressa Ferrara la problematica relativa al mio orientamento sessuale e la dottoressa mi ha risposto con una serie di giudizi sull’omosessualità decisamente discriminatori.

Infatti, secondo la dottoressa, gli omosessuali sono affetti da una forma di squilibrio psichico perché uomo e donna sono complementari a prescindere dalle scelte che fanno circa il partner. Inoltre, secondo lei, l’omosessualità deve essere considerata una scelta e non un orientamento sessuale e, sempre stando a quanto asserito dalla dottoressa Ferrara, l’omosessualità è stata espunta dall’Oms dall’elenco delle malattie mentali in seguito a pressioni politiche sopravvenute perché il numero dei gay stava diventando troppo alto per esser gestito. Infine, la dottoressa Ferrara ha sostenuto che l’omosessualità è la moda del momento, alimentata dai mass-media e dal mondo dello spettacolo perché fa comodo avere più gay in giro. Anche se, sinceramente, non ho capito a chi farebbe comodo.

Come ti sei sentita, quando hai ascoltato i pareri della dottoressa Ferrara sull’omosessualità?

La prima cosa che ho provato è stata incredulità. Mi è sembrato surreale il fatto che una professionista, che dovrebbe esser dotata della competenza e della sensibilità necessarie a svolgere il proprio mestiere, stesse riciclando davanti ad una sua paziente tutti i luoghi comuni più beceri e discriminatori riguardo all'omosessualità. Proprio per questo, la mia prima reazione è stata quella di porle domande per esser sicura d'aver capito bene quello che stava sostenendo: purtroppo non mi sbagliavo.

Come mai hai deciso di allertare subito il Comitato Arcigay Antinoo di Napoli?

Ho cercato sui social pagine di associazioni di categoria a cui potessi rivolgermi per segnalare l'accaduto e sono finita sulla pagina Facebook dell'Arcigay di Napoli. La risposta è stata la più pronta e veloce che ho ricevuto.

Oltre a contattare l’Arcigay, hai preso contatti con altre associazioni?

Certo, ho contattato l’Ordine degli Psicologi della Campania e anche da loro ho ricevuto tempestiva risposta: si sono detti intenzionati a valutare se esistono presupposti per aprire un procedimento disciplinare.

Ti era già capitato di imbatterti in episodi d’omofobia?

All'ultimo Pride, prima che la parata cominciasse, un signore anziano mi ha posto domande sulla manifestazione che si stava per tenere e ha poi sostenuto che se due uomini hanno il diritto di baciarsi allora dovrebbero avercelo anche, testuali parole, "una zoccola e una giraffa." I miei tentativi di dialogo non sono andati a buon fine e l'uomo è rimasto della sua idea.

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Un caso di discriminazione omofobica, ancora una volta attuato in un esercizio commerciale, si è verificato oggi a Napoli. È successo presso il McDonald’s di Via Merliani nel cuore del Vomero.

Una coppia di ragazze, Vittoria e Myriam – come denunciato dalle dirette interessate sui social –, è stata infatti ripresa da un dipendente perché, mentre sedevano a un tavolo e consumavano quanto ordinato, si stavando baciando.

L’uomo ha chiesto loro di conservare il “contegno” all’interno del locale, pur non rivolgendo la medesima richiesta alla coppia etero che continuava a baciarsi al tavolo accanto.

Nonostante la rabbia e l’indignazione le due ragazze hanno deciso di non lasciare il McDonald's e hanno continuato ad abbracciarsi per rimarcare con fierezza la dignità della loro storia d’amore e la legittimità dei loro sentimenti.

Per Gaynews, abbiamo contattato Chiara Piccoli, presidente Nazionale di Alfi (Associazione Lesbica Femminista Italiana), mentre stava partecipando a Campobasso al Molise Pride.

«L’Onda Pride 2018 – ha dichiarato – si avvia al termine con quasi 30 città invase dai nostri colori e dalle nostre voci. Quasi 50 anni di Storia sono stati scritti dalla comunità Lgbti, ma ogni giorno c’è chi ci ricorda che la strada da percorrere è tanta.

Mangiare qualcosa insieme, e poi abbracciarsi e baciarsi, guardarsi negli occhi e baciarsi ancora è troppo. È davvero troppo. Al punto che qualcuno segnala l’increscioso gesto a un dipendente, che intima “contegno”.

Tutto questo è avvenuto nella città in cui Alfi è nata: Napoli, una città la cui storia parla di contaminazione di culture, di accoglienza, di crescita.

Vogliamo affermare con forza che sì, la strada è tanta, ma non abbiamo paura di percorrerla. In salita, sotto al sole cocente di Napoli e di qualunque altra città italiana. Perché siamo il cambiamento, siamo Stonewall e siamo Miry e Vittoria.

Siamo tutte le persone coraggiose che hanno calcato queste strade e in anni non hanno mai smesso di lottare e di amarsi e di baciarsi per le strade. Senza contegno».

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Giochi per i bambini e un sacco di spazzatura sono stati dati alle fiamme nei giorni scorsi nell'area davanti al centro estivo della scuola d’infanzia Meridiana di Casalecchio di Reno (Bo). La struttura, gestita dalla Coop Dolce, è finita, come noto, al centro di polemiche nazionali per le attività ricreative che, organizzate il 6 luglio, erano ispirate al Bologna Pride del giorno successivo.

Ma per Pietro Segata, presidente della cooperativa, si tratterebbe probabilmente di un atto vandalico fine a sé stesso «anche perché purtroppo è frequente che le aree verdi delle nostre strutture siano oggetto di piccoli furti o atti di vandalismo». Ma, in ogni caso, lo stesso Segata ha tenuto anche a precisare che «se la cosa si dovesse ripetere, ovviamente faremo approfondimenti».

Venerdì lo stesso presidente della Dolce, affiancato dal sindaco dem di Casalecchio Massimo Bosso, ha anche annunciato che non sarà preso nessun provvedimento nei riguardi delle cinque educatrici sotto accusa, perché il «Gay Pride non c'entrava niente e l'attività nel centro estivo della società Dolce nell'asilo nido di Casalecchio era una semplice "festa arcobaleno"». L’unico errore sarebbe stato nella comunicazione senza contare – ha aggiunto Segata – che «solo una famiglia si è lamentata». 

In realtà c’è stata una reazione di massa da parte di papà e mamme dei bambini del centro estivo a sostegno delle attività svolte dalle educatrici, cui fra l’altro non hanno affatto contestato la scelta del tema del Pride.

Gaynews ha contattato una di queste mamme, Valentina, per chiederle una personale valutazione a distanza di giorni dall’accaduto.

Valentina, quando hai appreso il tipo di attività ispirate al Pride, scelto dalle educatrici della Coop Dolce, cosa hai pensato? Ti sei preoccupata?

Premetto che sono venuta a conoscenza di quel laboratorio solo il venerdì successivo (il 13 luglio) attraverso tutta la polemica nata sul giornale.

Il giorno del laboratorio (perché di laboratorio si tratta e nessuna superfesta come trapelato dai giornali) non mi ero soffermata a guardare il diario di bordo, perché andavo di fretta. Ma, venuta a conoscenza dell’attività, sono stata molto contenta e non ho avuto nessuna preoccupazione. Ritengo essenziale che s’insegni ai bimbi sin da piccoli che il mondo non ha solo il bianco e il nero ma che ci sono un sacco di colori diversi. Trovo molto più problematico raccontare che il principe azzurro arriverà su un cavallo bianco piuttosto che un bimbo/a può essere amato alla follia da 2 mamme o 2 papà.

Da mamma credi che l’educazione e la formazione dei più piccoli passi anche attraverso il contrasto a qualsiasi forma di discriminazione? Che idea del mondo ti piacerebbe veicolare ai tuoi figli?

Sono fermamente convinta che tutti i tipi di discriminazione andrebbero contrastati sin dalla tenera età dei nostri bambini. Mi piacerebbe tanto che i miei figli potessero crescere con l’idea che siamo tutti parte dello stesso mondo a prescindere dal colore della pelle, dal credo, dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere.

Cosa pensi di quelli che hanno montato il caso mediatico per stigmatizzare il comportamento delle educatrici?

Penso che ora si stiano nascondendo dietro un foglio di giornale in quanto hanno causato un caso più grande di quello che forse volevano veramente creare. Probabilmente sono persone molto insicure sotto il punto genitoriale/umano e ora, anziché fare il passo giusto chiedendo scusa pubblicamente, preferiscono nascondersi essendo questa la strada più semplice!

Secondo te, ai bambini bisogna spiegare tutto, con un linguaggio idoneo ovviamente, o credi che qualcosa vada nascosto?

Credo che tutto vada spiegato con giusti termini ai bimbi. I traumi vengono creati dal silenzio non dalle parole. È vero che il loro è un mondo molto complicato e delicato da entrarci in punta di piedi e a bassa voce. Ma bisogna entrarci. Solo se li aiutiamo o cerchiamo di aiutarli a capire come si deve stare in questa società, cresceremo delle persone più responsabili e che riusciranno a creare qualcosa di migliore di quello che oggi stiamo creando noi.

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Il clima non è solo quello delle cerimonie ufficiali. Si respira soprattutto aria di famiglia nella sfarzosa cornice della Sala Giunta di Palazzo San Giacomo, dove Luigi De Magistris ha da poco proceduto all’annotazione dei nomi di sette coppie di mamme e due coppie di papà sui rispettivi atti di nascita dei loro 11 bambini.

Un gesto di significativa importanza quello compiuto dal sindaco di Napoli a poco più d’un mese dalle dichiarazioni negazionistiche del ministro Lorenzo Fontana sulle famiglie arcobaleno. Cui hanno poi tenuto dietro gli esposti di CitizenGo e Generazione Famiglia contro i sindaci di Torino, Bologna, Milano, Firenze, Gabicce Mare.

Viva soddisfazione è stata espressa da Marilena Grassadonia, presidente di Famiglie Arcobaleno, che ha così commentato quanto avvenuto a Palazzo San Giacomo: «Siamo felici di questo risultato ottenuto grazie al lavoro di squadra tra amministrazione comunale e la nostra associazione. A tale proposito un grazie va all’avvocata Francesca Quarato, del nostro gruppo legale, cha ha seguito passo passo la vicenda.

Mentre sempre più sindaci seguono la strada della giustizia sociale e giuridica, confermando che è quella giusta da percorrere, i nostri figli crescono. È urgente e improrogabile che la politica nazionale si assuma le proprie responsabilità, approvando una legge chiara sulla responsabilità genitoriale che riconosca a tutte le famiglie pari diritti e medesimi doveri».

Per conoscere il parere d’una testimone diretta della cerimonia, abbiamo raggiunto Simona Marino, consigliera comunale con delega alle Pari Opportunità.

Professoressa Marino, qual è il valore civile e politico di questa registrazione degli atti di nascita dei figli di nove coppie omogenitoriali?

In questi mesi, insieme all'assessora Sardu e ai servizi Anagrafe e Pari opportunità, su precisa indicazione del sindaco, abbiamo lavorato con tenacia ed entusiasmo alla realizzazione di un diritto che è un atto di giustizia, ma anche un atto di civiltà. In questo progetto siamo stati affiancati da rappresentati delle Famiglie Arcobaleno e dalla loro avvocata che ci hanno sostenuto in un percorso non facile.

La registrazione degli atti di nascita di bambini nati in famiglie omogenitoriali è infatti un atto che anticipa una legge di cui il nostro Paese non si è ancora dotato, nonostante alcune sentenze di tribunali ne abbiano riconosciuto il valore e alcuni Comuni lo stiano applicando. La sua importanza non consiste solo nella tutela e protezione dei minori - cosa di per sé di grande rilevanza - ma assume un significato civile e politico perché supera un'idea della coppia genitoriale eterosessuale come fondamento esclusivo della famiglia, aprendo così la possibilità di riconoscere il valore sostanziale della relazione d'amore tra persone dello stesso sesso.

Il punto dirimente è domandarsi su che cosa si fonda il concetto di famiglia. Al di là dei legittimi convincimenti religiosi che vanno rispettati, in una visione laica la famiglia è un istituto giuridico e storico, per cui è modificabile nel tempo e come tale assume configurazione diverse che, a secondo delle culture e delle prospettive politiche e sociali, si trasforma.

Noi, con un atto di responsabilità, abbiamo accolto le istanze di tante persone che reclamavano il diritto a essere genitori di bambini nati da una relazione d'amore e circondati dalla cura e dall' affetto dei propri cari. Siamo convinti che questa scelta dell'amministrazione abbia un alto valore simbolico perché scardina una visione fondamentalista e oscurantista, che purtroppo in questo momento grava sul nostro Paese, consentendo a tutti/e di realizzare il loro sogno d'amore.

Quali emozioni le ha suscitato questa cerimonia? 

L'emozione è stata grande, dal momento in cui i bambini sono entrati nella sala Giunta di Palazzo San Giacomo, tenuti per mano dalle loro mamme o dai loro papà. Li avevo già intravisti al Pride sul trenino, cantare e urlare al megafono la loro gioia di esistere e il loro desiderio di urlarlo al mondo intero.

Trovarseli di fronte emozionati, increduli e felici è stata un'esperienza commovente e intensa che fa capire quanto i sentimenti debbano contaminare la politica e reclamare di essere ascoltati. Ne va della nostra libertà e del diritto di ciascuno/a alla felicità.

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Una grande novità estiva sta per travolgere le notti della costiera amalfitana. Giovedì 19 luglio, presso il club Music On The Rocks di Positano, arriva la serata Beefcake, presentata da Alessandro Cecchi Paone con il drag queen show di Tiffany Romano & The Divas, la musica live degli Sha’Dong e la selezione musicale di Max Zanotti e Mario Iovieno +Lill8.

Special guest dell’evento sarà Vittoria Schisano, attrice nota, tra l’altro, per essere stata la prima donna ad aver compiuto un percorso di transizione di genere ad apparire sulla copertina dell’edizione italiana di PlayboyUn progetto davvero nuovo che intende offrire, nell’esclusiva e raffinata cornice di Positano, una serata gay-friendly.

Per saperne di più, abbiamo contattato per Gaynews Vittoria Schisano.

Vittoria, come definiresti la serata Beefcake che vi apprestate a inaugurare a Positano?

Credo si tratti di una serata che ha il vanto di essere italiana e internazionale, con un pubblico molto vario che arriva da qualsiasi parte del mondo. L’Italia è un Paese conservatore, questo è vero, ma talora è capace di elaborare progetti e prodotti di livello internazionale.

Beefcake è un progetto gay-friendly?

Mi sembra riduttivo dire solo che è gay-friendly. Beefcake vuole essere una serata in cui tutti possono stare bene senza alcuna forma di esclusione e separazione. Io solo lì anche per questo: io sono l’esempio vivente del superamento di ogni stereotipo di ruolo e di genere.

Pensi che serate del genere abbattano i pregiudizi?

Credo proprio di sì perché il nostro intento è creare un luogo estremamente inclusivo, in cui si possano incontrare persone che esprimono culture e valori diversi. L’incontro tra culture diverse procura arricchimento reciproco. Procura crescita e, inevitabilmente, abbatte il tasso di omotransfobia presente nella società.

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