È nata Arco Associazione Ricreativa Circoli OmosessualiQuesto il nome approvato unanimemente a Bologna dai partecipanti al 2° Congresso nazionale di Anddos (17-18 maggio) che, in plenaria, hanno deciso di mutare nome a un’associazione scossa dalla polemica Iene-Unar ma progressivamente rafforzatasi negli ultimi mesi grazie alla reggenza tecnica di Roberto Dartenuc.

E proprio a Dartenuc è stata affidata dal Congresso l’incarico di presidente mentre sono stati eletti Massimo Florio quale vicepresidente, Markus Haller quale tesoriere, Angelo Bifolchetti, Fabrizio Aiazzi, Frank Semenzi, Davide Valente quali componenti dell’Ufficio di presidenza. Eletti, inoltre, i 25 consiglieri nazionali e approvate le mozioni proposte dalle Commissioni congressuali.

Celebrato presso l’Hotel Europa, il congresso è stato presieduto da Franco Grillini, direttore di Gaynews, in collaborazione con Stefano D'Agnese. Le elezioni sono state precedute nella giornata d’ieri dagli interventi di Vanni Piccolo, storico militante Lgbti, Gabriele Piazzoni, segretario generale d’Arcigay, Sandro Mattioli, presidente di Plus, Cristian Pettini, presidente Entes, Gabriele Mori Ubaldini di Rete Genitori Rainbow.

Hanno inviato messaggi augurali Sebastiano Secci, il presidente del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli, Antonello Sannino, presidente d'Arcigay Napoli, Giovanni Caloggero, consigliere nazionale di Arcigay.

«Il nuovo nome - ha spiegato il neopresidente Dartenuc - ha l’intento di rappresentare un’ampia volontà di cambiamento da parte dei nostri circoli su tutto il territorio nazionale. È stata votata una proposta che valorizza  pienamente il lavoro quotidiano di accoglienza dei nostri circoli nei confronti delle persone. 

Vogliamo ripartire proprio dai nostri soci, che grazie a questa svolta troveranno una realtà sempre più preparata a sostenere chi non ha fatto coming out, chi inizia a sperimentarsi, chi semplicemente crede nel valore umano e sociale della sessualità. Tutto questo, per noi è anche cultura

Nostra priorità è potenziare i servizi e l’informazione sulla sessualità, in primo luogo i test rapidi su tutte le Ist in stretta sinergia con le associazioni esperte in questo settore. Saremo presenti nei luoghi di confronto istituzionale e sosterremo progetti e istanze provenienti dalle altre associazioni del movimento Lgbti, in un ottica di collaborazione e solidarietà».

Per il vicepresidente Massimo Florio «il cambio di nome è indicativo non solo di una cesura con il passato ma di una rivoluzione copernicana nell'ambito di un'associazione che, risorgendo dalle proprie ceneri come l'araba fenice, vuole d'ora in poi pensare in maniera propositiva e agire non antagonisticamente alle altre realtà Lgbti ma a loro sostegno.

Il fine di Arco - nome in cui ciascuno di noi si riconosce quale elementi pienamente identtificativo - è infatti quello di costruire ponti e non dividere sapendo che le battaglie della collettività tutta Lgbti si combattono all'unisono per poter essere vinte».

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L’11 maggio 2016 la Camera dei deputati approvava in via definitiva con 372 voti favorevoli, 51 contrari e 99 astenuti il ddl sulle unioni civili e convivenze di fatto. Quella che, tecnicamente indicata come legge 76/2016, è comunemente conosciuta come legge Cirinnà dal nome della relatrice, ha segnato non solo una pietra miliare nel cammino dei diritti civili ma ha consentito nell’ultimo biennio a circa 14mila persone dello stesso sesso di creare dei legami giuridici sostanzialmente equiparabili a quelli matrimoniali.

Sulla base degli specifici dati del ministero dell’Interno, aggiornati al 31 dicembre 2017, sono infatti 6073 le coppie di persone omosessuali unitesi civilmente – cui va aggiunto il migliaio di celebrazioni avvenute all’estero – sì da far registrare rispetto al 2016 un incremento pari al 149,5%.

È innegabile che il diritto a essere liberi e non discriminati non può essere sottoposto a un giudizio quantitativo sulla base di quante persone lo esercitano effettivamente. Ma è parimenti vero che le cifre dimostrano come una tale legge fosse non più prorogabile e del tutto necessaria a raccorciare il percorso verso la piena parità dei diritti.

In occasione del 2° anniversario dell'approvazione della legge 76 Gaynews ha intervistato colei che è ormai indicata come la madrina della legge sulle unioni civili.

Senatrice Cirinnà, sulla base dei dati del Viminale si è registrato nel 2017 un incremento di unioni civili pari al al 149.5%. Come giudica ciò a fronte di chi lo scorso anno parlava di flop?

Sono molto soddisfatta dei dati forniti dal ministero dell'Interno. Le unioni civili sono ormai una meravigliosa e gioiosa realtà in tantissimi Comuni d’Italia. Come si può vedere dalle tabelle, non ci sono oramai più grandi città in cui non si siano celebrate unioni civili. Questo va appunto ricordato a coloro che parlavano lo scorso anno di numeri troppo bassi e di conseguente flop della legge. Finalmente gli italiani e le italiane che amano persone dello stesso sesso possono dire d’essere riconosciute dallo Stato in quanto coppia e d’avere una nuova opzione. Quella, cioè, di unirsi civilmente. La legge 76 ha dato finalmente alle persone omosessuali, al pari di quelle eterosessuali, la possibilità di scegliere. È questo il grande risultato ottenuto.

Due anni dall’approvazione della legge che porta il suo nome: quale il momento più brutto del lungo dibattito parlamentare e quale quello più bello?

Certamente il momento più brutto e più basso è stato costituito delle volgarità e degli insulti lanciati dal senatore Maurizio Gasparri all’indirizzo del collega Sergio Lo Giudice accusandolo di aver comprato i figli. E a rendere la situazione ancora più grave il totale silenzio del presidente di turno Roberto Calderoli, che non richiamò Gasparri. Cosa che m’indusse a raggiungere in tutta fretta Sergio e condurlo fuori dall’Aula.

I momenti belli durante quelle lunghe ore di Aula? Ricordo le parole profonde, inaspettate dolorose ma piene di significato del senatore Sandro Bondi. Il bellissimo intervento di solidarietà, stima e affetto della senatrice Valeria Fedeli. E quello in difesa dei bambini delle Famiglie Arcobaleno della collega Rosanna Filippin. Momenti di politica altissima purtroppo legati a momenti di inaudita trivialità e scompostezza nei toni. Conseguenza anche dell’elevatissimo numero d’interventi in Aula, di cui il ddl è stato oggetto.

Ha celebrato tante unioni civili: ne ricorda qualcuna che le è particolarmente a cuore?

Ho celebrato tantissime unioni civili e colgo l’occasione, offertami da Gaynews con quest’intervista, per scusarmi con tutte e tutti coloro che non ho sposato. Ho ricevuto centinaia e centinaia di richieste: così tante che dovrei cambiare mestiere e mettermi a fare la celebrante di unioni civili. Ricordo sicuramente l’emozione immensa, fortissima, indescrivibile che ho provato nel celebrare la prima unione civile. Quella di Giorgio Zinno, sindaco di San Giorgio a Cremano, e Michele Ferrante. La ricordo attimo per attimo perché ha significato per me il passaggio concreto dalle parole ai fatti. Prima aver scritto la legge per oltre due anni, aver combattuto in Commissione, averla portata in Aula, averla seguita fino all’approvazione alla Camera, averla vista pubblicata nella Gazzetta ufficiale. E poi, quel 24 settembre, vederla finalmente concretata nella lettura degli articoli, nello scambio delle fedi, nel bacio tra Giorgio e Michele: un’emozione e una commozione tale che non potrà mai dimenticare quella unione civile.

Ricordo anche con particolare gioia quella delle amiche Maria Laura Annibali e Lidia Merlo. Ma sicuramente non posso non rammentare anche le tante celebrazioni di unioni tra persone che hanno a lungo vissuto nell’ombra il proprio amore. Sicuramente le unioni civili tra persone viventi insieme da tantissimi anni sono state tra le più commoventi e significative.

Lo stralcio dell’ex art. 5 è stato uno dei più dolorosi e meno digeriti dalla collettività Lgbt. Crede che quando stiano compiendo tanti sindaci col riconoscimento anagrafico della doppia genitorialità sia una riprova di quanto gli amministratori locali e, in generale, la pubblica opinione siano più avanti rispetto al legislatore?

Quello dell’art. 5, relativo all’adozione coparentale del figlio del partner, è stato lo stralcio il più doloroso e più brutto che mi è capitato di vivere durante l’iter parlamentare della legge. È stato il frutto del tradimento dei patti col Movimento 5Stelle. Tradimento che si è riverberato sulla vita dei bambini di tante coppie omogenitoriali. Se i pentastellati hanno politicamente ritenuto di fare uno sgarbo a me e al Pd, al di fuori del Parlamento l’hanno fatto a dei bambini che sono ancora in una grave situazione di debolezza giuridica. D’altra parte è pur vero che le poche righe del comma 20 ex art. 1 offrono ai giudici la possibilità di riconoscere con sentenze l’adozione coparentale del figlio del partner.

E poi c’è questa straordinaria evoluzione nell’agire da parte dei sindaci che è stata giustamente indicata come primavera arcobaleno. Si tratta ovviamente di due situazioni diverse: un conto è l’adozione, un conto è il riconoscimento della genitorialità alla nascita. Con le trascrizioni degli atti di nascita esteri di bambini quali figli di due papà o due mamme e l’iscrizione anagrafica di quelli nati in Italia i sindaci stanno dando il riconoscimento della doppia genitorialità a due persone dello stesso sesso. Al riguardo essi non stanno compiendo alcuna forzatura. Non fanno che «dare – come chiarito dal magistrato Marco Gattuso su Articolo29 – un’applicazione corretta delle norme già presenti nel nostro ordinamento».

Lei ha accennato prima - e l’ha scritto anche nel suo importante libro – a un tradimento del M5S durante l’iter parlamentare della legge 76. Oggi, a fronte di atteggiamenti come quelli di Chiara Appendino o di vari esponenti pentastellati nell’invocare la necessità d’una legge contro l’omotransfobia, è portata a fidarsi oppure è troppo scottata da quella esperienza?

Credo che sia forse un modo per farsi perdonare dell’orrendo tradimento. Resta comunque il punto che i sindaci, al di là del partito o corrente d’appartenenza, rappresentano tutte e tutti. Quanto dunque fatto a partire dalla sindaca di Torino Chiara Appendino risponde a una richiesta ineludibile come quella di dare tutela ai bambini. Circa una normativa contro l’omotransfobia ritengo che solo una seria trasversalità politica in un Parlamento, veramente intenzionato ad affrontare una tale emergenza educativa, culturale e sociale, potrà portarci alla legge.

Temo che questi argomenti però non saranno purtroppo una priorità nell’eventuale governo M5S-Lega che sembra debba nascere a breve.

Immaginava di diventare un giorno un’icona per la collettività Lgbti italiana e quali saranno in campo di diritti gli impegni primari per i quali si batterà in Parlamento?

Più che un’icona del movimento Lgbti io mi sento parte del movimento. Devo dire che mi avete accolto e mi amate come una di voi. Questo mi dà una forza infinita, perché entrare in una collettività e vedere accettate le proprie diversità è il segno vero che solo la trasversalità e l’unione d’intenti possono portare all’uguaglianza piena. Ogni volta che partecipo a un Pride o a una manifestazione e ogni volta che accade una cosa bella come un’unione civile o la trascrizione di un atto di nascita d’un figlio di due papà o due mamme, io festeggio. Sento nel mio cuore la stessa gioia.

Per il resto il mio è un impegno a 360 gradi perché la legge sulle unioni civili è solo il primo passo. Ho depositato il mio testo sul matrimonio egualitario. Resta poi per me una priorità il raggiungimento di una legge volta a prevenire e constrastare omofobia e transfobia. Ci si riuscirà in questo governo politico che forse sta per nascere? Non posso che augurarmelo pur consapevole, per quanto riguarda la mia parte, dei differenti livelli di agibilità rispetto al passato per una senatrice di minoranza quale io sono.

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Per il secondo anno a Reggio Emilia si terrà presso la parrocchia di Regina Pacis una veglia di preghiera “per il superamento dell’omofobia, della transfobia e ogni forma di intolleranza”.

Fissata al 20 maggio in occasione della Giornata mondiale contro l’omotransfobia (17 maggio), la manifestazione religiosa sarà caratterizzata dalla riflessione della teologa e pastora battista Lidia Maggi. Un evento, al contempo, in linea di continuità con quel ciclo di lezioni sulla teologia delle donne che, organizzato dal Gruppo Amiche di Reggio Emilia in collaborazione con Cammini di speranza e l’associazione Fondo Samaria, ha visto susseguirsi (dal 18 dicembre 2017 al 23 aprile scorso) presso l’Hotel Astoria nomi dal calibro di Selene Zorzi, Teresa Forcades, Antonietta Potente e Maria Soave Buscemi.

Ma la veglia di preghiera è stata presa d’attacco da alcuni cattolici tradizionalisti che, costituitisi per l’occasione nel Gruppo di preghiera “20 maggio”, hanno annunciato un’opposizione «all'evento in maniera attiva, anche con preghiera di riparazione» alla luce di quanto stabilito in maniera definitiva dal Catechismo di San Pio X.

Una riedizione di quanto già verificatosi nel 2017 allorquando, sotto il nome di Comitato Beata Giovanna Scopelli, per lo più le stesse persone indissero pubbliche preci soddisfattorie, il cui culmine fu costitutito dalla processione in concomitanza col REmiliaPride del 3 giugno. Non senza attacchi reiterati a don Paolo Cugini, responsabile dell’Unità pastorale 5 di Reggio Emilia e parroco pertanto di Regina Pacis, colpevole ai loro occhi d’aver organizzato la veglia di preghiera e aver costituto un gruppo di cristiani Lgbt.

I toni assunsero una tale virulenza da costringere il vescovo di Reggio Emilia Massimo Camisasca a uscire da un riserbo attendista: fu così che il presule, nello scendere in difesa del sacerdote e della bontà della veglia di preghiera da lui organizzata, spese al contempo parole di vicinanza agli organizzatori della susseguente processione riparatrice (pur sconfessandone però la personale partecipazione) e ribadì la dottrina cattolica in materia di omosessualità con riferimento al Catechismo del 1997. Un non facile equilibrismo per il vescovo d’estrazione ciellina e sostenitore di Courage in diocesi che, giorni dopo il REmiliaPride, era  pur sempre a Correggio a partecipare a una delle tante tappe delle conferenze-concerto di Amato-Povia.

Ma ciò non ha salvato quest’anno Camisasca dalle accuse di cerchiobottismo da parte dei cattolici tradizionalisti locali. Per il 31enne Alessandro Corsini, infatti, responsabile del Gruppo di preghiera-riparazione 20 Maggio, se la partecipazione della pastora Maggi aggrava il tutto per «l’orientamento interreligioso-pancristiano dell’evento» sulla base di testi magisteriali quali il Sillabo di Pio IX, la Mortalium animos di Pio XI e l'Orientalis ecclesiae di Pio XII, è parimenti insostenibile la precedente partecipazione del vescovo di Reggio Emilia all’incontro del 16 aprile coi cristiani Lgbt presso la parrocchia di Regina Pacis. Perché per Corsini «a chiamata alla santità per una persona con tendenze omosessuali passa inevitabilmente dallo sposare la castità assoluta».

Sulla questione è intervenuto Alberto Nicolini, presidente del locale comitato d’Arcigay, che ha dichiarato ai nostri microfoni: «Non ci interessano le diatribe interne a correnti ecclesiastiche, ma i fatti: da una parte uno sparuto gruppetto di reazionari, nel senso che non esistono se non quando reagiscono ad altri, e dall'altra un parroco che ascolta le persone e offre comprensione e guida nell'accettare sé stessi o un familiare. Arcigay Reggio Emilia non può che abbracciare un gruppo di sostegno alle persone Lgbti e in particolare un evento che pone la visibilità e la lotta all'omofobia interiorizzata al centro.

Personalmente ho grande stima di Don Paolo, conosco diverse persone che partecipano al gruppo e ne traggono enorme giovamento, e accompagnerò alla veglia alcuni ragazzi nigeriani gay che sono molto religiosi, e che sono sconvolti e felici che esista una chiesa che anziché perseguitarli, li accoglie e li chiama per nome».

Per sapere il parere del diretto interessato, abbiamo contattato il parroco di Regina Pacis.

Don Paolo, com’è nata l’idea di una veglia per superare l’omofobia e la transfobia?

Organizzata per la prima volta lo scorso anno in occasione della Giornata mondiale contro l’omotransfobia, la veglia è stata voluta quale momento forte di preghiera e condivisione alcuni mesi dopo la costituzione in parrocchia del Gruppo di Cristiani Lgbt. È stata fortemente osteggiata al pari di ogni attività connessa al Gruppo.

Come si è costituito il Gruppo di Cristiani Lgbt?

Il gruppo è stato costituito nel settembre 2016. È nato dalla richiesta di una coppia di genitori che avevano scoperto d’avere un figlio omosessuale. Dopo uno stato iniziale di disperazione si sono rivolti ad Agedo Parma e, rasserenatisi, mi hanno proposto di fare qualcosa a Reggio Emilia a sostegno di persone Lgbti e dei loro familiari. E così da un primo momento conviviale seguito da un incontro di preghiera si è sviluppata progressivamente quella realtà che è appunto il Gruppo di Cristiani Lgbt. Secondo uno stile ben preciso: mettere al centro la persona prima della dottrina.

Noi accogliamo le persone e le ascoltiamo indistintamente: non c’interessa da dove vengano e che cosa facciano. Lo stile, insomma, indicato da Bergoglio nell’Evangelii gaudium e nell’Amoris laetitia. Siccome tutti provengono da esperienze di discriminazione o di maltrattamento da parte di sacerdoti in Confessionale, abbiamo voluto dar loro l’idea di trovare uno spazio di Chiesa umana. Le persone che bussano alla nostra porta sanno di poter trascorrere delle ore in serenità tra una pizza e momenti di preghiera in comune. Sanno di potersi raccontare in tranquillità.

Che cadenza hanno tali incontri e come sono strutturati?

I nostri sono incontri mensili. Ci ritroviamo un lunedì alle 19:30: si mangia una pizza e poi si prega nella chiesa parrochiale. E arrivano sempre persone nuove: si avvicinano sia genitori di figlie o figli omosessuali – soprattutto mamme – sia coppie di gay e lesbiche. Il nostro gruppo ha due caratteristiche peculiari: la presenza numericamente significativa di donne lesbiche e l’inquadramento dello stesso (un caso quasi unico in Italia) nella pastorale ordinaria. Vengono al riguardo affissi gli avvisi sulle attività del gruppo e se ne dà notizia sul bollettino parrochiale, dove sono pubblicati anche articoli scritti da componenti del Gruppo dei Cristiani Lgbt. Da quest’anno accanto al percorso spirituale abbiamo avviato anche quello formativo: ogni 15 giorni ci si incontra, si leggono testi teologici e si avvia una proficua discussione. Incontri traseversali perché aperti a tutte e tutti i parrocchiani.

Qual è stata la reazione del clero reggiano?

La veglia dello scorso anno, anche se osteggiatissima da gruppi di destra, ha visto la partecipazione di dieci sacerdoti, alcune suore e tantissima gente. Durante l’anno la collaborazione scarseggia anche se agli ultimi incontri mensili hanno preso parte due sacerdoti.

E quella di mons. Camisasca?

Camisasca osserva con attenta cautela. Il vescovo ha partecipato in realtà a due incontri. Dopo una posizione molto rigida in occasione della veglia del 2017, lui ha accettato il mio invito a rendersi conto di persona di quanto avviene nei nostri incontri. La prima volta si è fermato solo per la pizza. La seconda volta, cioè il 16 aprile, ha preso anche parte al momento di preghiera. Ha detto cose molto belle sul mistero della persona, sulla necessità dell’accoglienza.

Che cosa pensa degli attacchi ricevuti dal Gruppo 20 Maggio?

Sono affermazioni che m’intristiscono soprattutto alla luce dei grandi atteggiamenti di apertura messi in campo da Papa Francesco.

E delle affermazioni sull’assoluta castità quale unica via d’uscita per le persone omosessuali alla luce anche di testi magisteriali?

Facciamo fatica noi preti a vivere la castità. Immaginarsi se la si può imporre a vita a persone laiche pur credenti.

È poi interessante il dato dei testi citati da questi soggetti con riferimento, ad esempio, alla partecipazione della pastora Maggi. Si dichiarano supercattolici e poi sono contro il Vaticano II, contro Papa Francesco. I testi che Corsini cita sono tutti antecedenti ai documenti conciliari. Ci bollano come eretici e poi loro stessi sono contro il Concilio e contro il Papa.

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Tutto pronto per l’Onda Pride, che interesserà l’intero Paese con 28 marce dell’orgoglio Lgbti e centinaia di eventi. Quest’anno tutto avrà inizio da Avellino, il prossimo 17 maggio in cui si celebra Giornata mondiale contro l’omotransfobia.

Per l’occasione è stato realizzato un video spot dalle attiviste e dagli attivisti di Apple Pie con riprese e montaggio di Giulio di Rienzo. Esso ha come protagonista la Sidigas Scandone Avellino, squadra ai vertici del basket italiano ed europeo nonché finalista, in questi giorni, della Fiba Europe Cup.

Un messaggio importante, dunque, proveniente  da campioni italiani ed europei di uno degli sport più seguiti al mondo.

Per l’occasione abbiamo intervistato la Presidente di Apple Pie Mara Festa, il vicepresidente Antonio De Padova e la tesoriera Rebecca Piu.

Parlateci  di Apple Pie: come è nata e quale sono gli obiettivi di questa nuova associazione Lgbti ad Avellino?

Apple Pie nasce a giugno 2017 come gruppo di parola Lgbti per sensibilizzare il territorio alla cultura del rispetto,  attraverso incontri di condivisione delle proprie esperienze.

In occasione della Giornata mondiale contro l’omotransfobia il Coordinamento Campania Rainbow ha deciso di organizzare insieme con voi un grande evento regionale ad Avellino: di cosa si tratta?

Si tratta di una marcia contro le discriminazioni: una marcia a tappe con testimonianze dirette e momenti artistici per sensibilizzare la cittadinanza sulle tematiche Lgbti, proprio in un territorio dove si parla poco o addirittura si evita di affrontare questi temi. L'aspettativa è di far conoscere, riflettere e creare condivisione e sinergie sul territorio.

Insomma un vera e propria marcia dell'orgoglio Lgbti ad Avellino per la prima volta: vi candidate dunque per ospitare il primo Pride regionale nel 2019?

È una giornata importante per la nostra città e per tutti coloro che si sentono trattati come persone di serie B. Sì, sicuramente per la città di Avellino questo è passo significante, vediamo dove ci porterà.

Il video promo per l’evento del 17 maggio è davvero bello: come è nato?

Nasce dall'idea di Antonio De Padova che ha contattato la responsabile della comunicazione della Sidigas Scandone Avellino, Maria Picariello, e le ha proposto di coinvolgere la squadra per sostenere l'evento. Nel giro di pochi giorni, si è scritto lo spot, si  è colorata una palla da basket con i colori dell’arcobaleno e grazie al videomaker, Giulio di Rienzo, si sono fatte le riprese con la squadra. Non possiamo far altro che ringraziare infinitamente la squadra, il coach Stefano Sacripanti, la responsabile dell'Ufficio stampa e tutto lo staff per il sostegno e la sensibilità che hanno mostrato nell'affrontare questa tematica.

Lo sport è ancora un baluardo di omofobia e machismo, soprattutto in alcune discipline. Eppure, una squadra importante come la Sidigas Scandone Avellino è la protagonista del video per il 17 maggio ad Avellino. Quanto è importante per Avellino e per l’Italia intera questo messaggio contro l’omotransfobia proveniente da grandi campioni della sport?

Amar’e Stoudemire, ex stella del basket Nba dichiarò: Se sapessi che un mio compagno di squadra è gay, mi farei la doccia dall’altra parte della strada e mi assicurerei che i miei vestiti fossero dietro l’angolo. Lo sport resta una delle ultime frontiere da superare nella lotta per i diritti lgbt. È vero c’è ancora molto da fare ma il sostegno ricevuto dalla  Scandone Avellino ci fa ben sperare. Gli sportivi della Scandone rappresentano un esempio per moltissime persone e, questo messaggio contro l’omotransfobia e la discriminazione in generale, rappresenta un grande passo per lo sviluppo della cultura del rispetto.

Speriamo che il messaggio di pace che proviene da una cittadina piccola come Avellino, possa trovare una forte eco in tutta Italia. Ringraziamo tutti ma in particolare Jason Rich, Ariel Filloy, Marteen Leunen il capitano, Bruno Fitipaldo, Lorenzo D’Ercole, Stefano Sacripanti il coach, Andrea Zerini e l’amica Maria Picariello.

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Milano come Roma. Il 30 aprile, il giorno stesso in cui Alessandro veniva bastonato all’Eur per furto e poi attaccato sui social quale frocio dagli stessi assalitori appropriatisi del cellulare, il responsabile del Gruppo Giovani di Arcigay Milano subiva un'aggressione omofoba da parte di sei adolescenti.

Erano circa le 19:30 quando l’attivista 18enne, che aveva passeggiato in zona San Siro in compagnia di due amici, si è diretto verso la fermata metro Segesta. A un tratto è stato raggiunto da spintoni e insulti da parte del branco per il solo fatto d’indossare una giacca di colore rosa. Poi sputi e offese minatorie: Frocio, ti ammazziamo. È scattata quindi la denuncia alla polizia, che è sulle tracce degli aggressori.

Su quanto avvenuto la sera del 30 aprile così si è espresso Fabio Pellegatta, presidente di Arcigay Milano: «Quanto avvenuto è grave perchè non è pensabile in una società civile che ragazzi o ragazze non possano passeggiare liberamente in una città. È grave perchè quanto accaduto è specchio di una cultura dell'intolleranza che da anni sta imperversando strade e discorsi politici.

Quanto è avvenuto è grave perchè mostra in maniera inequivocabile quanto discorsi e pensieri omotransfobici o comunque di intolleranza verso le minoranze, espressi per finalità politiche, si tramutino poi in azione da parte di fasce di popolazione più suscettibili e vulnerabili.

Chiediamo e confidiamo nelle forze dell'ordine affinchè questi episodi non abbiano più ad avvenire. Chiediamo un livello di responsabilità sociale maggiore a chi, occupando un ruolo pubblico, usa parole che possono diventare "pesanti" quando poi diventano pensiero sociale.

Le società civili, per essere tali, esigono uno sforzo comune nella tutela dei valori di libertà e di rispetto. La tutela delle minoranze è lo specchio della civiltà e della laicità di una nazione. È una responsabilità importante che tutt* dobbiamo condividere e abbracciare». 

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Su Il Messaggero di domenica 29 aprile è apparsa un’intervista al giurista Francesco Paolo Casavola, già presidente della Corte Costituzionale e del Comitato nazionale per la Bioetica, a seguito della decisione presa da alcuni sindaci di trascrivere gli atti di nascita dei figli di coppie omogenitoriali con l’indicazione anagrafica della doppia genitorialità.

Rispondendo a una relativa richiesta di valutazione da parte della giornalista Sara Menafra, Casavola ha dichiarato: «La domanda da porsi è: quale sarà l’avvenire di un bambino che ha due padri e due madri? Avrà le stesse opportunità di sviluppo umano di quelli che hanno avuto per millenni i padri e le madri? La costituzione del genere o altri aspetti della personalità potrebbero essere viziati dal fatto che ha avuto due madri o due padri?».

Incalzato dall’intervistatrice, che sollevava l’eventuale caso d’un bambino orfano di padre cresciuto da madre e nonna, l’ex presidente della Consulta ha ribattuto: «Un’idea è il caso eccezionale, altro è il modello che si impone a tutti, vincolante alla pari della famiglia eterosessuale (…). Questi modelli non sono fungibili, intercambiabili, hanno effetti sul caso umano o personale, non si può dire che una cosa vale un’altra». Per il giurista, infine, registrare anagraficamente bambini nati all’estero tramite la pratica della gpa altro non è se non «copertura ad azioni di mercato».

Sulle dichiarazioni di Casavola in riferimento, soprattutto, al tema dello sviluppo umano e del futuro benessere psichico dei figli di coppie omogenitoriali, abbiamo chiesto il parere del prof. Paolo Valerio, docente di psicologia clinica presso l’Università Federico II di Napoli e presidente della Fondazione Genere Identità Cultura.

Prof. Valerio, sono fondate le preoccupazioni del presidente Casavola sull’avvenire di un bambino o una bambina che ha due madri o due padri?

Le preoccupazioni del presidente Casavola non tengono conto degli esiti della ricerca scientifica che hanno ampiamente dimostrato che i figli di coppie di persone omosessuali non manifestano problemi psicologici rispetto ai figli di coppie di persone eterosessuali. Gli unici problemi che vivono i figli di coppie omogenitoriali sono i pregiudizi evidenti in dichiarazioni come quelle rilasciate da Casavola, appartenente a una generazione che approcciava l’omosessualità come una malattia. Questo tipo di dichiarazioni possono indirettamente danneggiare il benessere dei figli delle coppie omosessuali e diffondono, inoltre, stigma e discriminazioni.

Si potrebbe dunque ravvisare del pregiudizio alla base delle affermazioni di Casavola?

Penso di sì, purtroppo. Faccio un esempio: quando ero bambino e avevo 10 anni – oggi ne ho 70 – fui invitato alla festa di compleanno di un mio compagno di classe ma i miei genitori non vollero farmi andare: sa perché? Perché si trattava del figlio di una coppia di separati: all’epoca non era ancora presente il divorzio nel nostro ordinamento e i figli delle coppie di persone separate subivano un evidente pregiudizio sociale. Oggi nessun genitore vieterebbe al proprio figlio di frequentare un figlio di divorziati. Eppure in passato è accaduto. Oggi i figli delle coppie omogenitoriali subiscono lo stesso stigma e le parole di Casavola ne sono la prova.

Come è necessario fare, a suo parere, per eliminare un simile pregiudizio?

Dobbiamo essere chiari e informare in maniera corretta per promuovere una cultura della differenza che rispetti tutte e tutti sapendo che sono proprio i pregiudizi, e non il fatto di avere due genitori omosessuali, a nuocere alla salute mentale degli individui.

A supporto di quanto dico ricordo che l’Ufficio superiore di Sanità ha creato un centro specifico di medicina di genere. Centro, finalizzato a individuare e prevenire tutte le conseguenze, sul piano della salute mentale, dei pregiudizi e dello stigma con cui le persone Lgbti sono ancora costrette a misurarsi nel corso della propria vita.

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Una lettera con insulti omofobi e minacce di morte. Il tutto corredato d’una foto di due uomini con cappio al collo pronti per essere impiccati. Questa la missiva che, indirizzata al noto massmediologo Klaus Davi (opinionista del programma tv L’Arena condotto da Massimo Giletti su La7) e recapitata nella sede della sua agenzia milanese, viene pubblicata in esclusiva da Gaynews.

Il giornalista è da tempo bersaglio di lettere minatorie e aggressioni fisiche. Episodi sui quali pendono inchieste della Dda di Reggio Calabria e della Procura di Vibo Valentia. Recante il timbro di Lamezia Terme, l’ultima lettera è stata recapitata al suo staff nei giorni scorsi. Tra i vari insulti, anche, Hai rotto il cazzo brutto pezzo di merda frocio

È noto come tra i temi più volte affrontati da Davi ci sia anche la spinosissima questione dell’omosessualità nella 'ndrangheta. A questo proposito il massmediologo si è battuto per fare intitolare a Gioia Tauro una via a Ferdinando Caristena, ucciso nei primi anni '90 del secolo scorso per aver avuto una lunga relazione con l’esponente di una famiglia ndranghitista e per aver tentato di sposarne la sorella. L’inaugurazione è avvenuta il 5 novembre a Gioia Tauro alla presenza dell'attuale procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho, che ha pubblicamente ringraziato il giornalista.

Davi ha anche pubblicato un’intervista a un ragazzo gay che ha rivelato di essersi prostituito nel quartiere di Archi a Reggio Calabria, regno dei boss.

Minacce di morte e insulti omofobi sono all’ordine del giorno. Molti commenti si possono leggere tranquillamente  sulle bacheche dei filmati di Davi e non lasciano adito a dubbi: uno vero e proprio stillicidio di insulti, ingiurie, attacchi omofobi e minacce alla sua incolumità. Interpellato, il  giornalista preferisce non commentare: “Sono all’ordine del giorno per chi fa questo lavoro. Sarò presto a Rosarno e nella Locride per continuare le mie inchieste.” 

Proprio in questi giorni sta per iniziare un processo a Vibo Valentia per le percosse subite da Davi ad opera di esponenti d'un clan locale dopo che aveva tentato di intervistare la mamma di un pentito. 

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Negli ultimi mesi si sono registrati non pochi casi di violenza omofoba che, consumati sia in luoghi pubblici sia in ambito familiare, richiamano ancora una volta l’attenzione sulla necessità d’una legge volta a contrastare tali atti.

I reiterati pestaggi, verificatisi nella capitale tra il 5 e il 30 aprile a danno di una coppia o di singole persone omosessuali (di cui l’ultimo, in realtà, avvenuto all’Eur per motivo di furto ma seguito da attacchi omofobi sui social ad opera degli stessi aggressori appropriatisi del cellulare della vittima), hanno suscitato un’ondata di sdegno tra componenti non solo del mondo associazionistico ma anche della politica.

E, sotto quest’ultimo aspetto, in maniera trasversale: da Monica Cirinnà a Mara Carfagna a livello parlamentare fino alle condanne della sindaca Virginia Raggi, dei capigruppo capitolini del Pd e del M5s nonché del presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, del vicepresidente Massimiliano Smeriglio e della consigliera regionale Marta Bonafoni.

Ma dalla Pisana è giunta un’altra voce significativa. Quella, cioè, della capogruppo pentastellata Roberta Lombardi, già deputata nella XVII° legislatura, che in un lungo post su Facebook ha condannato l’aggressione della coppia di fidanzati a Trastevere e parlato dell’urgenza d’una legge regionale contro l’omotransfobia.

Consigliera Lombardi, il 20 aprile a Roma una coppia di 30enni gay è stata aggredita e insultata da un branco di 10 ragazzi. Come giudica un tale episodio?

Qualsiasi episodio di violenza va condannato. Come ho avuto modo di scrivere al riguardo, la sottocultura dell’odio si sta facendo strada. È necessaria una riflessione seria da parte di tutte le forze politiche e di tutte le Istituzioni per comprendere, e scardinare, le dinamiche violente della società attuale. Gli episodi di cronaca ormai sono un segnale chiaro e inequivocabile: bisogna dare risposte concrete a tutte le cittadine e i cittadini, coinvolgendo anche la scuola e la famiglia, che, mai come adesso, sono chiamate a fare la propria parte soprattutto per prevenire i fenomeni di intolleranza, siano essi di omofobia, violenza di genere, razzismo o di altra estrazione”.

Tale aggressione tiene dietro a quella del 5 aprile in Via del Portonaccio e precede quella via social a danno del 24enne pestato il 30 aprile all’Eur. Sono stati mossi vari j’accuse alla sindaca Raggi, tra cui la mancanza d’un reale interessamento. Che ne pensa?

Le istituzioni romane hanno mostrato la loro vicinanza alla comunità Lgbti, in varie occasioni. Ad esempio, anche quest’anno si sta organizzando la Settimana romana contro l’omotransfobia. Virginia ha espresso la sua vicinanza ai ragazzi aggrediti. Ognuno agisce secondo il proprio sentire e i mezzi che ha a disposizione. È ovvio ch una problematica di questo tipo va scardinata agendo dal nazionale al locale, a tutti i livelli delle istituzioni e della società

Nel suo post su Fb lei ha parlato della necessità d’una legge regionale contro l’omotransfobia. Alcuni giorni fa è stato presentato il pdl, redatto dal Mieli e avente come prima firmataria Marta Bonafoni. Il M5s è disponibile a sostenerlo per ottenerne l’approvazione?

Ho letto la proposta di legge presentata dalla collega Marta Bonafoni. Credo che sia una buona base di partenza per un lavoro condiviso da integrare con quanto previsto nella nostra proposta di legge. Abbiamo individuato dei margini di miglioramento su cui potremo intervenire, quando si deciderà di discuterla – ci auguriamo al più presto –, in sede regionale. Anche il programma regionale del M5s sui diritti civili e Lgbti, con il quale mi sono presentata alla Presidenza della Regione Lazio, è in tal senso molto esaustivo e può essere un ‘serbatoio’ di proposte utile che mettiamo a disposizione del confronto politico per una legge regionale ‘anti-omotransfobia’.

Il M5S è da taluni accusato di non aver dedicato neppure un rigo al tema dei diritti delle persone Lgbti. A livello locale si registrano, invece, esempi virtuosi in tal senso: basti pensare a quanto fatto ultimamente dalla sindaca di Torino Chiara Appendino oppure alla condanna da parte del M5S Lombardia delle dichiarazioni del presidente Attilio Fontana sulla non concessione del patrocinio al Pride: come valuta una tale dicotomia?

In realtà, a livello nazionale sono stati inseriti diversi punti che riguardano i temi Lgbti. C’è un chiaro riferimento all’educazione alle differenze nelle scuole e al contrasto alle varie forme di bullismo, fra le quali quello omotransfobico, per citarne uno, ma ci sono anche altri passaggi. Il M5s, accoglie al suo interno varie sensibilità. Io credo che diritti sociali e diritti civili debbano camminare di pari passo, per dare un messaggio chiaro a tutti i cittadini e alle cittadine della vicinanza delle istituzioni. Non vedo una dicotomia, ma degli obiettivi che si stanno tracciando e che vanno in una direzione comune, quella del pieno riconoscimento dei diritti sanciti dall’art. 3 della Costituzione.

Consigliera Lombardi, lei è stata parlamentare nella XVII legislatura, nel corso della quale fu approvata la legge sulle unioni civili. Il M5S ebbe una posizione giudicata ondivaga e da alcuni traditrice: si può dire che si trattò di coerenza nella linea di non votare l’istituto del maxi emendamento. A distanza di due anni dall’approvazione di una norma, che ha regalato e sta regalando felicità a tante coppie, (messo da parte l’argomento burocraticistico del non voto al maxi emendamento), Roberta Lombardi la voterebbe oggi quella legge?

Io vorrei ricordare, in primis, il flash mob che noi parlamentari del M5s abbiamo fatto in Aula per sostenere le unioni civili, oltre alle nostre proposte di legge presentate sul matrimonio egualitario, contro l’omostransfobia e per l’adeguamento di genere delle persone trans, presentate sempre nella precedente legislatura. La questione sulle unioni civili è stata molto più complessa di com’è mediaticamente descritta e, in base alla mia esperienza di cittadina e portavoce 5stelle, le narrazioni del mainstream sono spesso molto diverse dalla realtà. Un esempio è proprio il fatto che il non voto al maxiemendamento viene definito come un fatto meramente burocratico: non è così. Il maxiemendamento è stato, in più di un’occasione l’escamotage per ghigliottinare il confronto democratico in Parlamento e quindi depotenziare i provvedimenti e rivedere al ribasso i diritti civili e sociali che avrebbero dovuto garantire.

Ci avviciniamo al Roma Pride, cui parteciperà, tra gli altri, anche il presidente Zingaretti. La consigliera Lombardi prenderà parte a una manifestazione altamente significativa per la collettività Lgbti?

L’anno scorso al Roma Pride c’è stata una massiccia presenza di portavoce del M5s, presidenti di Municipio, assessori, attivisti ed attiviste. Sicuramente sarà per me un piacere, e un dovere, dare il mio sostegno a una manifestazione simbolo dei diritti civili.

In ultimo: sul candidato premier del M5S Luigi Di Maio Sgarbi ha fatto settimane fa un presunto outing. Tenendo conto che lo stesso Grillo, nel comizio di Nettuno del 2016, ebbe a dire che, pure se Di Maio fosse stato omosessuale non ci sarebbe stato nulla di male, le chiedo: Per Roberta Lombardi sarebbe un problema? E, in generale, le piacerebbe che ai vertici del M5S ci possa essere un giorno un gay dichiarato?

Credo che ogni tipo di ruolo, politico o professionale che sia, debba essere ricoperto da persone che hanno le capacità e le competenze adatte a ricoprirlo, a prescindere da orientamento sessuale e identità di genere. Altrimenti si rischia di auto-ghettizzarsi nella ‘logica delle quote’ a scapito della meritocrazia. Su questo tutte e tutti siamo chiamati a fare un atto di onestà intellettuale, senza dogmatismi, concentrando i nostri sforzi comuni sulla prevenzione degli episodi di violenza e discriminazione, sul rafforzamento dei diritti civili e sul garantire le stesse possibilità a tutti i talenti. 

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In attesa della conferenza stampa di presentazione della 17ª edizione del Gay Village di Roma, prevista per il prossimo 22 maggio presso la Città dell’Altra Economia, gli organizzatori della celebre kermesse hanno reso noto alcune delle grandi novità della stagione che sta per inaugurarsi e che si protrarrà dal 31 maggio all’8 settembre 2018.

La novità più interessante e significativa è senza dubbio il ritorno della manifestazione trimestrale al quartiere Testaccio: là dove tutto cominciò tanti anni fa con un successo immediato e un’euforia arcobaleno che coinvolse migliaia di persone fin dalle prime edizioni del primo villaggio Lgbti italiano.

Inoltre, i due cardini che ispireranno il Gay Village 2018 saranno la creatività giovanile e l’esperienza della cultura, entrambe declinate nei diversi appuntamenti ed eventi di cui presto, in conferenza stampa, avremo informazioni dettagliate. 

A tenere le fila organizzative di questa nuova edizione sarà ancora una volta Imma Battaglia, figura storica del movimento Lgbti italiano, ideatrice del Village ed ex consigliera comunale capitolina durante l'amministrazione Marino. Ritorneranno le grandi interviste-spettacolo di Pino Strabioli seguite dal coordinamento artistico della notte, tra cui ritroveremo le diverse stage direction di AkkademiAndrea Pacifici di Vanity Crew e Gabriele Riccio di Rules Dance Studio, già alle prese con i casting per la formazione dei nuovi corpi di ballo.

Come ogni anno, punti di riferimento immancabili del Gay Village saranno anche Carla Fabi e Roberta Savona. Ed è proprio a Carla Fabi che Gaynews ha chiesto qualche ulteriore informazione in anteprima relativamente alla prossima stagione del Gay Village.

Carla come mai, dopo tanti anni all’Eur, il Gay Village torna nel cuore di Roma, a Testaccio?

La ragione è romantica: era da tempo che volevamo tornare a Testaccio e appena si sono presentate le circostanze propizie per il ritorno ne abbiamo approfittato. Saremo accolti infatti dalla Città dell’Altra Economia che si trova proprio accanto a quello che oggi è un parcheggio per auto e che, 17 anni fa, era invece lo spazio in cui nacque il Gay Village.

Oltre al ritorno a Testaccio quale altra novità caratterizzerà questa edizione del Gay Village?

Un’altra importante novità è che il Gay Village sarà aperto tutti i giorni anche se le proposte artistiche, come nelle passate edizioni, avranno luogo da giovedì a sabato. Comunque ogni giorno ci saranno attività e appuntamenti interessanti.

Relativamente allo staff organizzativo, è confermato quello della passata edizione?

Sì, le attività pre-serata saranno organizzate da Imma Battaglia, Roberta Savona e la sottoscritta. E poi ci saranno le interviste spettacolo del grande Pino Strabioli.

In questi ultimi giorni abbiamo assistito a una recrudescenza di violenza omofobica proprio a Roma. Credi che il Gay Village possa svolgere un ruolo importante nel contrastare e arginare l’odio verso le persone Lgbti?

Certamente, perché di Gay Village c’è ancora tanto bisogno se consideriamo le violenze degli ultimi tempi. Stiamo vivendo un momento storico di grande avversione non solo verso le persone Lgbti ma verso tutti coloro che sono o sono percepiti come “più deboli”, come “minoranza”.

Questo nostro nuovo panorama politico non è certo d’aiuto ed è anche preoccupante il silenzio dell’amministrazione capitolina e la disattenzione della prima cittadina verso quanto sta accadendo in città. Ed è in questa dimensione che il Gay Village diventa ancora più importante e necessario come diventa più importante e necessario riconquistare il centro della città.

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È successo la sera del 30 aprile nel quartiere romano dell'Eur a poca distanza del Bar Palombini: Alessandro, un giovane gay di 24 anni, è stato aggredito da un gruppo di tre adolescenti incappucciati, che lo hanno colpito con delle mazze di legno, lasciandolo insanguinato per terra e derubandolo del cellulare. Dopo il pestaggio è stato anche costretto a indicare le password dei suoi profili social: a questo punto gli amici della vittima hanno ricevuto messaggi insultanti "il frocio".

Alessandro: Nessuno si è fermato ad aiutarmi

A parlare di quelle drammatiche ore lo stesso 24enne in un lungo post su Facebook. «Ieri notte - così ha scritto Alessandro - sono stato vittima di un pestaggio mentre tornavo alla mia macchina. Tre ragazzini di non più di 17 anni mi hanno chiesto dei soldi e poi il telefono. Di fronte alla mia riluttanza, hanno tirato fuori dei bastoni e hanno iniziato a colpirmi. Non soddisfatti mi hanno chiesto anche il codice di sblocco del telefono e mi hanno lasciato a terra sanguinante.

Subito dopo è passata una macchina ma non si è fermata nonostante avesse visto le mie condizioni. Per fortuna sono riuscito a tornare alla mia macchina e a guidare finché non ho trovato una guardia giurata, che ha provveduto a chiamare per me i carabinieri e l'ambulanza. 

Risultato: ho quattro punti sul mento, diverse contusioni sul corpo e due denti scheggiati. Fortunatamente nulla di rotto. Vi avverto che se vi sono arrivati messaggi strani o blasfemi su Instagram o su Facebook da parte mia o se avete letto o visto cose oscene sul mio profilo non ero io, ma quei tre bastardi che si sono divertiti ad accedere ai miei profili e a cambiarmi tutte le password». 

Le prime voci di condanna: Imma Battaglia e Sebastiano Secci

Tra le prime reazioni di condanna quelle dell'attivismo della capitale a partire da Imma Battaglia e Sebastiano Secci.

«Ancora una volta l'Eur è il riferimento per il prolificare di malavita e degrado - così in una nota l'ex consigliera comunale capitolina -. Un luogo residenziale che doveva essere un'esclusività, è spesso luogo di balordi e delinquenti verso cui l'amministrazione nulla può. Il grido di dolore alla Sindaca, ancora assente in queste occasioni, è sempre lo stesso: Raggi cosa stai facendo? Quali sono i piani di riduzione del danno contro l'omofobia. Perché che a Roma ci sia un'emergenza omofobia, è un dato di fatto! Vogliamo continuare a tacere e ad ignorare?».

Per il presidente del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli «tali aggressioni ai danni di attivisti Lgbti, come ad esempio il nostro amico Luca Paladini dei Sentinelli di Milano, destinatario di continui attacchi e minacce e più in generale ai danni della comunità Lgbti, stanno diventando ormai all’ordine del giorno. 

A pochi giorni dalla Giornata mondiale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia  nonché della stagione dei Pride, è necessario che le nostre istituzioni, locali e nazionali, prendano posizione in modo inequivocabile contro questi vili attacchi e si impegnino in modo propositivo e concreto per la piena tutela della comunità Lgbti. A noi spetta il compito di non abbassare la guardia, di continuare a denunciare tali episodi, parlarne non solo nelle associazioni ma soprattutto nelle scuole, nelle strade, nelle piazze. Anche per questo il Roma Pride sarà in piazza il prossimo 9 giugno». 

Nel pomeriggio si sono poi susseguiti i messaggi di solidarietà ad Alessandro e di condanna dell'accaduto da parte dei gruppi capitolini del Pd e del M5S mentre il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, in un tweet, si è detto «indignato Indignato dall'ennesima aggressione omofoba, questa volta ai danni di un 24enne all'Eur. Non si può più restare inermi, devono essere incrementate azioni concrete contro . Noi facciamo la nostra parte, saremo sempre dalla parte della legalità e del rispetto reciproco». 

Cirinnà: Qualunque governo ci sarà, necessaria legge contro l'omotransfobia

Contattata telefonicamente, la senatrice Monica Cirinnà ha dichiarato a Gaynews: «Esprimo la mia affettuosa solidarietà ad Alessandro, vittima d'aggressione e di furto nel quartiere dell'Eur.

In meno di 30 giorni Roma è stata luogo di tre pestaggi a giovani gay, sui quali è necessario pronunciare una condanna unanime. Nell'augurio che l'amministrazione capitolina s'impegni nell'avviare concrete misure di prevenzione, contenimento e contrasto di tali fenomeni, è doveroso ribadire, adesso più di prima, l'urgnza d'una legge contro l'omofobia e la transfobia.

Perché questa marea montante d'odio contro le persone Lgbti sta colpendo l'Italia tutta, come testimoniano anche i casi di Scafati, BolognaParma e Torrazza Piemonte nonché la continuata aggressione cyberbullistica contro Luca Paladini.

Qualunque governo ci sarà e qualunque maggioranza parlamentare costruiremo, escludo che chiunque possa essere contrario a una legge che colpisce e punisce gli omofobi».

 

 

 

 

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