Rete Nobavaglio – Liberi di essere informati e Gaynews hanno organizzato per stasera a Roma il presidio Stop Gay Persecution.Appuntamento alle ore 18:00 davanti all’Ambasciata di Tanzania in viale Cortina d’Ampezzo, 185, per protestare contro la campagna d’arresti delle persone Lgbti, lanciata il 29 ottobre scorso dal governatore di Dar es Salaam Paul Makonda.

Al presidio aderiscono Possibile, Futura, Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, Certi Diritti, Dgp Digayproject, Agedo Roma, Senes - Sostegno Senior Arcobaleno, Arcigay Napoli, GayLib Italia, Magen David Keshet Italia - Gruppo Ebraico LGBT, COLT - Coordinamento Lazio Trans, ARCO, Famiglie Arcobaleno, GayNet Roma, Arcigay Reggio-Emilia, Prisma - Collettivo Lgbtqia+ Sapienza, Sunderam Identità Transgender Torino Onlus.

«È nostro dovere  - si legge nel comunicato – alzare la voce, metterci in gioco, chiedere alla comunità internazionale di mobilitarsi per mettere fine a una simile barbarie».

A poche ore dalla manifestazione è stata resa nota la lettera aperta al ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi che, promossa da Certi Diritti, è stata sottoscritta da Agedo, Arcigay, Associazione Luca Coscioni, Avvocatura per i Diritti LGBTI – Rete Lenford, Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, Famiglie Arcobaleno, Futura Lgbtqi, GayNet, Globe-MAE, Radicali Italiani.

Il motivo della missiva è stato così illustrato da Yuri Guaiana, presidente di Certi Diritti: «L'Italia non può continuare a rimanere indifferente di fronte alle continue minacce da parte di alcuni ufficiali tanzani, agli arresti arbitrari e all'imposizione della tortura dei test anali alle persone omosessuali in Tanzania. Per questo abbiamo scritto al al ministro Moavero Milanesi. Ne va anche della credibilità internazionale dell'azione italiana a difesa dei diritti umani nel mondo».

Eccone il testo:

Egr. Ministro,

    lo scorso 31 ottobre, il commissario della regione Dar es Salaam, Paul Makonda, ha tenuto una conferenza stampa annunciando un piano per arrestare tutti coloro che siano sospettabili di omosessualità, sottoporli a test anali e offrire loro un’alternativa tra il sottoporsi a terapie riparative o l’ergastolo. Il commissario ha anche incitato la cittadinanza a denunciare alla polizia tutte le persone omosessuali o percepite tali e ha affermato di essere già in possesso di centinaia di nomi. L’attuazione del piano era prevista per il 5 novembre.

Paul Makonda non è nuovo a queste minacce, nel luglio 2016, durante una manifestazione politica, aveva minacciato arrestare tutte le persone omosessuali e coloro che le seguivano sui socia media, oltre a minacciare di vietare le associazioni che promuovono l’omosessualità.

Il 4 novembre, il Ministro degli Affari Esteri della Tanzania ha affermato pubblicamente che la campagna anti-gay proposta dal Commissario regionale rappresentava solo “la sua opinione personale e non la posizione del governo” e che la Tanzania avrebbe “continuato a rispettare e proteggere” i diritti umani riconosciuti internazionalmente.

Lo stesso giorno, tuttavia, Amnesty International ha rivelato che la polizia ha arrestato delle persone a Zanzibar con l’accusa di essere omosessuali. In Tanzania, i rapporti sessuali tra persone adulte e consenzienti dello stesso sesso sono puniti con 30 anni di reclusione. Una delle leggi più dure al mondo.

Dall’elezione del presidente John Magufuli nel dicembre del 2015, la Tanzania ha ripetutamente violato le libertà d’espressione e associazione intimidendo e arrestando ripetutamente giornalisti, oppositori politici e critici, secondo varie ONG internazionali, inclusa Human Rights Watch.

Inoltre, le persone LGBTI sono regolarmente arrestate arbitrariamente e sottoposte a test anali, un metodo screditato per provare l’orientamento omosessuale che le Nazioni Unite e la Commissione Africana per i diritti umani e dei popoli hanno denunciato come “tortura”. Le autorità hanno chiuso clinichegay-friendlye limitato l’accesso ai lubrificanti a base acquosa, essenziali per la prevenzione dell’AIDS. L’anno scorso, sempre nella regione di Dar es Salaam, un gruppo di legali sud africani è stato arrestato e deportato per aver partecipato a una conferenza sulla salute e i diritti delle persone LGBTI.

Se è incoraggiante che il governo abbia dichiarato di voler rispettare gli obblighi internazionali sui diritti umani, è assai preoccupante che non sia stata fatta menzione dei passi che il governo intenda intraprendere, considerate le marchiane violazioni sopra riportate.

Ministro, le associazioni firmatarie si appellano a Lei affinché intraprenda i passi diplomatici necessari per ottenere dalla Tanzania

il rispetto della Convenzione internazionale sui diritti civili e politici e della Convenzione sui diritti economici, sociali e culturali che la Tanzania ha sottoscritto;

l’abrogazione della legge che criminalizza i rapporti sessuali tra persone adulte e consenzienti dello stesso sesso;

la liberazione delle persone arrestate per omosessualità e la cessazione immediata degli arresti basati sull’orientamento sessuale o l’identità di genere;

il divieto di somministrare test anali;

il pieno accesso alle cure mediche di tutti i cittadini a prescindere dall’orientamento sessuale e l’identità di genere;

la piena libertà di operare per le associazioni LGBTI e le cliniche LGBTI-friendly.

In attesa di un Suo cortese riscontro, poniamo distinti saluti.

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Negli ultimi giorni, da quando i media ne hanno dato notizia, la storia della piccola Alba con sindrome di Down e del suo papà adottivo Luca Trapanese, gay e single napoletano, non smette d’emozionare e colpire l’opinione pubblica italiana.

Alla vigilia dell’uscita del libro autobiografico Nata per te. Storia di Alba raccontata tra noi (Einaudi, Torino 2018, pp. 168) redatto a quattro mani con lo scrittore Luca Mercadante, abbiamo raggiunto il papà di questa splendida bimba di 18 mesi per saperne qualcosa in più.

Luca, ti saresti mai aspettato una tale attenzione mediatica dal momento che sono passati già sei mesi da quando hai adottato Alba?

No, non l’immaginavo di questo tipo. Immaginavo che la mia storia potesse fare notizia essendo straordinaria. Straordinaria non certamente in riferimento alla mia persona ma secondo l’accezione piena del termine: fuori dall’ordinario. Immaginavo che qualcuno ne avrebbe parlato. Ma non certamente questo clamore. La mia pagina Facebook e il mio profilo sono arrivati a oltre 12.000 liker. Mi arrivano 500 messaggi al giorno. È dunque una reazione inaspettata. Ma che fa riflettere sul desiderio di cambiamento da parte di tante e tanti.

Facciamo un passo indietro. Raccontaci i passaggi che hanno portato all’affido e all’adozione

Nel libro che ho scritto con Luca, Nata per te, parlo anche del percorso che ho dovuto fare per ottenere l’adozione definitiva oltre al mio desiderio incondizionato di paternità. Ho prima fatto un'iscrizione al registro dei single presso il Tribunale dei Minori di Napoli, che consente di prendere in affido bambini che non riescono a essere collocati sulla base dell'art. 44 delle legge 184, che ne disciplina i casi particolari.

La richiesta è stata fatta a gennaio 2017 e sono stato convocato a luglio 2017. Alba mi è stata affidata prima per il periodo delle vacanze estive, mentre il tribunale continuava a cercare una coppia disponibile. Poi a settembre, non essendoci stata nessuna coppia (ben sette l'avevano rifiutata), ho iniziato il percorso di affido preadottivo con colloqui periodici con gli assistenti sociali e i giudici. Con essi valutavamo insieme il percorso che facevo con Alba. Ad aprile 2018 ho presentato la domanda di adozione speciale ex lege 184/83, art. 44, comma  C e a giugno 2018 ho avuto il decreto definitivo dell’adozione.

Alla luce della storia di Alba qual è la tua valutazione sulle norme italiane che regolano l’adozione?

Da un lato sono felice, perché ho ottenuto quello che volevo e quindi uno spazio vuol dire che c’è. È chiaro che la 183 è una legge vecchia. È vecchio il concetto di famiglia a essa sottesa. Perché oggi sono moltissimi i single. Ci sono moltissimi conviventi, coppie di fatto e coppie di persone dello stesso sesso. Quindi credo che sia una legge da rivedere. Mi domando inoltre: Un single che vuole adottare un disabile ci può riuscire? Ovviamente ci vuole una certa predisposizione al riguardo. Personalmente io ho sempre considerato la disabilità non un problema ma un’opportunità. Ma un altro single, che ha desiderio di avere un figlio e non è preparato ad avere un figlio disabile – e nessuno si può permettere di giudicarlo –, perché non può adottare un bambino normodotato ed entrare in lista come le coppie cosiddette "tradizionali"?

Tu sei single e gay. Non credi che l’escludere le coppie omosessuali dall'adozione sia un danno per gli stessi bambini? 

Al di là dell'aspetto discriminatorio credo che sia un'ingiustizia. Moltissimi sono in bambini in attesa di trovare famiglia. Nelle coppie etero credo che ci sia un forte desiderio di procreare, di creare insieme da un punto di vista genetico un qualcuno o qualcuna che in un certo qual modo li rispecchi. In una coppia omossessuale questo di base non c’è, anche se si può ricorrere all’estero a pratiche di pma. Pratiche, in ogni caso, che restano  non accessibili a tutte e a tutti e, dunque, non pensate come necessarie dalle coppie di persone dello stesso sesso per realizzare un tale desiderio di genitorialità. Quindi per loro ci sono meno aspettative.

In riferimento alle coppie di persone dello stesso sesso credi che sia sostenibile la tesi di quanti dicono che per una crescita armonica i bimbi hanno bisogno di una mamma e di un papà?

È una questione assurda e non vera. I bambini hanno bisogno di amore, affetto, equilibrio, di avere un punto di riferimento. Che questo punto di riferimento debba essere contemporaneamente maschio/femmina non credo sia determinante per la felicità di un bambino. Conosco tantissime coppie di amiche e amici omoessessuali, che hanno figli nati a seguito di fecondazione eterologa o gpa: sono bambini assolutamente felici con gli stessi problemi familiari, che hanno tutte le famiglie senza distinzione. Inoltre, nel mio piccolo, posso dire che questi bambini non si sentono né discriminati né diversi: si sentono figli e basta. Fra l’altro di come crescano bene i figli o le figlie di coppie di papà o di mamme ne è riprova il neosenatore dello Iowa Zach Walhs, figlio di due donne lesbiche.

Una tale visione la si ritrova anche nelle parole di Paola Binetti. Pur avendo espresso grandi elogi alla tua persona, la senatrice dell'Udc ha infatti dichiarato, venerdì scorso, che nel tuo caso si è verificato “un combinato disposto difficile che si ripeta un'altra volta”, aggiungendo: "Credo che il supremo interesse di un bambino si declini meglio quando ci siano un padre e una madre, la famiglia nel piu' classico dei modi". Che cosa ne pensi?

In primo luogo ringrazio la senatrice Binetti per le parole molto belle, che mi ha rivolto. Ne sono rimasto profondamente toccato. Mi auguro di essere il primo e non l’ultimo. Non concordo, invece, sulla seconda parte. Per spiegarmi meglio, faccio proprio riferimento alla mia storia personale. Alba vive quotidianamente con la sua tata nelle ore in cui lavoro. Eppure, quando rientro a casa e la tata va via, Alba non piange disperata. Non la chiama né la considera mamma, pur trascorrendo con lei molte ore della giornata. Cosa che non avviene, quando io devo uscire. Lei allora si aggrappa a me, inizia a piangere. Per cui bisogna inventare mille escamotage, come il rassicurarla con le parole: Papà, torna subito.

Alba ha ben chiaro qual è la sua famiglia e quali sono le figure che ruotano intorno alla famiglia: io e lei. Alba non crescerà in maniera diversa da altre bambine, perché figlia di un papà single.

Il fatto che tu sia gay, papà e cattolico come è stato valutato dalla Chiesa napoletana nell’ambito in cui operi?

Non ho avuto problemi. Sono il responsabile dei progetti della fondazione del cardinale Sepe per la Casa di Tonia. Il cardinale sa della mia omosessualità: non ho avuto per questo problemi né con lui né con altri sacerdoti. Mai avuto nessun problema con la Chiesa partenopea.

Ci troviamo in un periodo in cui a farla da padrone è una classe politica xenofoba, razzista e, guarda caso, omofoba. A quanti delle destre vanno parlando di famiglia tradizionale, cosa ti sentiresti di rispondere?

La famiglia “tradizionale”, composta da mamma e papà, legati da un vincolo stabile, con figli e figlie, non esiste più come modello generale e unico. Non esiste più perché sono tramontate le tradizioni dei nostri nonni e dei nostri genitori. Esistono pertanto vari modelli familiari che non collidono con quello cosidetto tradizionale, ma l’accompagnano e lo completano in un ottica di società plurale. Non credo ci sia altro da aggiungere.

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Non si hanno notizie certe sulla situazione delle persone omosessuali nella regione tanzaniana di Dar es Salaam, il cui governatore Paul Makonda ne aveva annunciato l’inizio d’una serie di arresti a partire da lunedì 5 novembre. Dichiarazioni che il giorno prima il ministro degli Affari esteri Augustine Mahiga aveva liquidato come opinioni personali anche a seguito delle proteste internazionali e del duro monito di Michelle Bachelet, Alta Commissaria delle Nazioni unite per i diritti umani.

Ma, stando alle voci ricorrenti di attivisti locali, ci sarebbero già persone omosessuali incarcerate dietro segnalazione nell’area di Dar es Salaam. 

Nella notte del 3 novembre una soffiata ha portato, invece, all’arresto di dieci uomini, sospettati di essere gay, nella regione semi-autonoma di Zanzibar. La polizia ha fatto irruzione nel resort di Pongwe Beach mentre era in corso una festa. Altri sei sono riusciti a fuggire.

Gli uomini sono da domenica trattenuti presso la stazione di polizia di Chakwa senza che siano state formalmente avanzate accuse verso di loro. 

Come chiarito da Amnesty International, che ha denunciato l’accaduto, gli uomini sono stati arrestati per aver presumibilmente partecipato alla celebrazione di un matrimonio tra due di loro. L’averli trovati seduti in coppia costituirebbe per la polizia locale una prova irrefutabile.

«È sconvolgente che il semplice atto di sedersi in coppia possa assumere proporzioni criminali – ha dichiarato Seif Magango, vicedirettore di Amnesty International per l'Africa orientale, l’Africa dei Grandi Laghi e il Corno d’Africa – La polizia non ha chiaramente motivi per presentare accuse contro questi uomini in tribunale, nonostante l'arresto di questi tre giorni fa».

Magango ha definito l’arresto un «colpo scioccante dopo l'assicurazione del governo tanzaniano che nessuno sarebbe stato preso di mira e arrestato a causa dell’effettivo o presunto orientamento sessuale e identità di genere».

L’esponente di Amnesty si è detto vivamente «che questi uomini possano essere sottoposti a un esame anale forzato: metodo di scelta del governo per 'provare' l'attività sessuale tra persone dello stesso sesso. Questo non deve essere permesso: questi uomini devono essere rilasciati immediatamente».

Motivo, questo, che ha indotto attiviste e attivisti del continente africano a lanciare per ieri la Giornata internazionale di mobilitazione per le persone Lgbti in Tanzania. Tale iniziativa, supportata e rilanciata da All Out, ha visto un’ampia accoglienza.

Fissato, invece, per lunedì 12 novembre a Roma il sit-in Stop gay persecution in Tanzania. Organizzato da Gaynews e dalla rete giornalistica Nobavaglio – Liberi di essere informati, il presidio avrà luogo, a partire dalle ore 18:00, davanti all’ambasciata di Tanzania in viale Cortina d’Ampezzo, 185.

Al momento hanno aderito Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli, Certi Diritti, Arco, Agedo Roma, Di' Gay Project.

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È morto il 15 ottobre a Seattle Jack Chapman, conosciuto anche coi nomi di Tank Heathcliff Hafertepen e Pup Tank. Di origini australiane, il 28enne è deceduto a seguito di complicazioni polmonari dopo essersi iniettato silicone nei testicoli per allargamento dei genitali.

A darne la notizia su Facebook Chuck Osborn, anche noto come Pup Alfa, che insieme con Jack era sentimentalmente legato a Dylan Ray Hafertepen, noto componente del mondo del puppy play prima a San Francisco e, poi, a Seattle. Dai suoi “cuccioli” è chiamato Master Dylan ma su Instagram e Tumblr il suo nick è Noodles and Beef con migliaia di follower.

Come riportato da Chuck Osborn, le ultime parole di Jack sono state proprio rivolte a Master Dylan: «Grazie per avermi permesso di servirti».

E a finire sotto i riflettori, in maniera del tutto negativa, è proprio lui. A puntargli il dito contro è Linda Chapman, la madre di Jack, secondo la quale quello che legava Dylan Hafertepen ai suoi slave era un vero e proprio culto sessuale. Culto che prevedeva l'obbligo di interventi estetici ai genitali, di utilizzare il cognome di Master Dylan, di consegnargli lo stipendio, tagliare i contatti con l'esterno. 

Al centro del contendere ci sono più precisamente i beni di Jack, lasciati per testamento a Dylan. Al riguardo Linda non è disposta a cedere ed è intenzionata a salvare almeno i contanti che Jack aveva ricevuto dal padre e che sarebbero dovuti servire per prendersi cura del fratello autistico

Nel frattempo Dylan Ray Hafertepen ha disattivato i suoi profili social. Aspetto, questo, che sta suscitando ulteriori polemiche. 

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Affluenza altissima negli Usa per le elezioni di Mid-term, che come prevedevano gli analisti hanno reso Trump un’anatra zoppa.

Dopo otto anni, infatti, i democratici hanno riconquistato la maggioranza alla Camera (strappando i 23 seggi necessari agli avversari ma alla fine dei conteggi riusciranno con molta probabilità ad averne 35), mentre i repubblicani la mantengono al Senato, dove si è votato per il rinnovo di un terzo degli stessi.

Nonostante l’esultanza di Trump che ha parlato via Twitter di grande successo minimizzando come "increspatura" la vittoria democratica alla Camera, l’onda blu è innegabile e, a parte qualche delusione, c’è già ara di rivincita.

Ma le elezioni di Mid-Term hanno interessato anche il rinnovo della carica di governatore in 36 Stati con delle importanti novità. E così se nel Vermont la candidata transgender Christine Hallquist non ce l’ha fatta a battere l'uscente repubblicano e antitrumpiano Phil Scott, nel Colorado è stato eletto governatore il democratico Jared Polis, che è apertamente gay: prima volta nella storia degli Stati Uniti.

Filantropo e imprenditore, deputato alla Camera dei rappresentanti, Polis è sposato e ha due figli.

Ma queste elezioni saranno soprattutto ricordate per l’ampia rappresentanza femminile con l’approdo al Congresso di giovani, componenti di minoranza, numerosi volti nuovi.

Tra esse  sono da menzionare Alexandria Ocasio-Cortez: classe 1989, socialista, femminista, attivista, è la donna più giovane eletta deputata e astro nascente della sinistra del Partito democratico.

Ilhan Omar e Rashiba Tlaib sono, invece, le prime donne musulmane ad arrivare al Congresso. Mentre Ilhan, di origini somale, è stata eletta in Minnesota, Rashiba, figlia di immigrati palestinesi, ha conquistato una straordinaria vittoria nel distretto numero 13 del Michigan.

Vittoria storica anche per Ayanna Pressley in Massachusetts, prima donna nera a rappresentare lo Stato nord-orientale alla Camera.

Le democratiche Sylvia Garcia e Veronica Escobar, rispettivamente di Houston es El Paso, sono le prime due donne ispaniche elette in Texas alla Camera dei deputati. Nonostante i latinos rappresentino il 40% della popolazione, lo Stato non aveva finora mai eletto nessuna donna ispanica al Congresso. Deb Haaland, in New Mexico, e Sharice Davids, in Kansas, sono invece le prime donne native americane ad essere state elette deputate.

Inoltre Sharice è un’attivista lesbica, le cui parole sono quanto mai significative: «Conta la mia storia personale. Avere persone della comunità Lgbti al Congresso porterà in discussione temi che ci interessano»

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Ha stupito ancora una volta Paola Egonu, più che per il coming out, per la semplicità e la serenità con cui ha dichiarato di essersi confortata con la sua ragazza dopo la finale del mondiale di pallavolo, persa contro la Serbia in Giappone. Il suo coming out si aggiunge a quello di Rachele Bruni e va a inserirsi nell'ancora ristrettissima cerchia di atleti e altlete di alto profilo, che hanno manifestato liberamente il proprio orientamento sessuale.
 
Di alto profilo, già, perché non possiamo chiamare Paola professionista, in quanto le donne in Italia, unico Paese europeo, non sono riconosciute come atlete a livello professionale
 
Paola è divenura, quindi, un'atleta simbolo per quell'Italia che ancora combatte per i diritti, i diritti delle persone Lgbti, i diritti dei migranti, i diritti delle atlete. E simbolo di quelle persone, non a caso, che si trovano a subire più di una discriminazione
 
A questo proposito, è proprio notizia di questo weekend la presentazione dei primi risultati della ricerca, promossa dal progetto Outsport di Aics e Gaycs e coordinata da Rosario Coco, nell'ambito della conferenza Diversity in Sport 2018 conclusasi sabato a GlasgowSi tratta della prima indagine di questo genere condotta a livello europeo e ha raccolto risposte da oltre 5.500 partecipanti dai 28 Paesi dell'Ue.
 
Come ha spiegato il team di ricerca dell'Università dello Sport di Colonia, partner scientifico del progetto Outsport diretto dalla docente Ilse Hartmann Tews, la maggioranza delle partecipanti si sono identificate di genere femminile (48%), seguite da un 39% di genere maschile e dal 13% di non binari. Il campione vede partecipanti dai 16 ai 78 anni con un età media piuttosto bassa di 27 anni e una forte adesione di under 25.
 
Quanto all'orientamento sessuale il 32% si sono definiti gay, il 25% lesbiche, il 25% bisessuali e il 18% altro.
 

Dalle risposte emerge che 9/10 del campione totale considera l'omofobia e la transfobia nello sport un problema attuale. Il 12% di coloro che praticano regolarmente attività sportiva riporta esperienze negative a causa del loro orientamento sessuale e/o identità di genere negli ultimi 12 mesi. Tra queste quelle più frequenti sono insulti omofobici e transfobici (82%) e discriminazione (75%), ma allarmanti sono anche i casi dichiarati di maltrattamenti e violenze fisiche vere e proprie (38%) e le minacce verbali (45%).

La percentuale di chi ha subito esperienze negative negli ultimi 12 mesi sale fino al picco del 31% per le donne transgender (MtF).

I dati completi saranno resi noti nei prossimi mesi. Ma questi numeri bastano a focalizzare lo sport come un insieme di spazi sociali che necessita di grande attenzione, specie per il suo carattere intrinsecamente intersezionale, che unisce persone, temi e discriminazioni di ogni tipologia e provenienza. 

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Il 29 ottobre Paul Makonda, governatore commisariale della regione tanzaniana di Dar es Salaam (il cui omonimo capoluogo è coi suoi oltre 4.000.000 di abitanti la città più popolosa  nonché capitale economica dell’importante Stato dell’Africa Orientale), ha invitato i cittadini a denunciare le persone omosessuali, promettendo arresti già a partire dalla prossima settimana. 

«Ho informazioni sulla presenza di molti omosessuali nella nostra regione – ha dichiarato Makonda –. Questi omosessuali si vantano sui social network. Da oggi fino a domenica fornitemi i loro nomi. Un team ad hoc inizierà a mettere le mani su di loro a partire da lunedì prossimo». Team che si compone di 17 componenti mentre, fino a oggi, sono quasi 6.000 le comunicazioni giunte al governatore con oltre 100 nomi.

Fervente cristiano evangelicale nonché componente del partito di governo Chama Cha Mapinduzi (Ccm) e amico del presidente John Magufuli (noto anche per le violente posizioni omofobe), Makonda ha quindi aggiunto: «So che quando denuncio l'omosessualità, ci sono Paesi che sono arrabbiati con me. Ma preferisco infastidire quei Paesi piuttosto che suscitare la collera di Dio».

Per Makonda una tale denuncia sarebbe un primario dovero morale, dal momento che l'omosessualità «calpesta i valori morali dei tanzaniani ed entrambe le nostre religioni cristiana e musulmana».

In Tanzania l'omosessualità è un crimine punibile con un minimo di 30 anni di reclusione fino all'ergastolo. Ma un’autentica caccia alle streghe nei riguardi delle persone omosessuali è scoppiata nel Paese solo all’indomani dell’elezione del presidente Magufuli nel mese di ottobre 2015.

Nel febbraio 2017 il governo aveva ordinato la chiusura di centri sanitari specializzati nella lotta contro l'Aids con l’accusa di promuovere l'omosessualità. Nel medesimo mese era stata poi annunciata l’imminente pubblicazione di «una lista di persone gay che si prostituiscono su internet». Decisione subito revocata, ufficialmente per motivi tecnici, ma in realtà per poter raccogliere in segretezza ulteriori prove a carico degli escort omosessuali. 

Nel giugno 2017 il capo di Stato aveva dichiarato che «persino le mucche» condannano le pratiche omosessuali. Pochi giorni dopo il governo aveva minacciato di arresto tutti gli attivisti per i diritti delle persone Lgbti e promesso di espellere gli stranieri che avrebbero combattuto in loro difesa. Minaccia, questa, concretatasi nell'ottobre 2017 con l’espulsione di tre sudafricani accusati di promuovere in Tanzania il matrimonio egualitario.

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La Knesset ha respinto ieri, in lettura preliminare, un progetto di legge sull’estensione dei programmi statali di gpa a uomini single e coppie di persone gay. Presentata dai  deputati dell'opposizione Itzik Shmuli (Unione sionista) e Yael German (Yesh Atid), la proposta è stata bocciata con 49 voti contrari su 41 favorevoli

Tra i sì anche quelli di quattro deputati della coalizione: Merav Ben-Ari e Tali Ploskov di Kulanu, Sharren Haskel e Amir Ohana di Likud. Lo stesso Ohana che, il 18 luglio, si è visto respingere un suo emendamento alla legge, approvata in quel giorno, in favore del ricorso alla surrogacy da parte di uomini single e coppie di persone gay. Respingimento su cui è pesato anche il voto contrario del premier nonché compagno di partito Benyamin Netanyahu, tanto da spingere le opposizioni ad accusare Ohana di fare da foglia di fico in un Likud sempre più prono ai diktat dell’estrema destra.

In luglio è stata infatti approvata la norma che ha esteso i programmi di gpa (accessibili dal 1996 in Israele alle sole coppie eterosessuali sposate) alle donne single con problemi medici. Legge che è stata subito bollata da attivisti e attiviste quale discriminatoria e omofoba, portando, il 22 luglio, alle grandi manifestazioni di piazza con lo sciopero nazionale Lgbti.

Nel progetto di legge ieri respinto si contemplavano inoltre delle modifiche alla normativa in vigore, volte ad ampliare i requisiti richiesti alle donne gestanti per altre o altri e introdurre, al contempo, restrizioni per proteggere la loro salute. Inoltre si proponeva un limite di 160.000 shekel sull'importo totale dei pagamenti da effettuare alla donna gestante: attualmente non vi è alcun limite al riguardo e la somma erogata si aggira intorno ai 200.000 shekel.

Le note esplicative al progetto di legge rilevavano, infine, come a causa delle restrizioni all’accesso ai programmi statali di gpa «negli ultimi anni si sia sviluppato un determinato fenomeno: gli israeliani viaggiano all’estero per diventare genitori, ricorrendo alla gpa grazie a donne residenti in un Paese straniero». Processo, questo, che «solleva molte difficoltà legali ed etiche». 

Durissimo in aula Itzik Shmuli, primo firmatario del pdl e attivista gay, che ha dichiarato: «Il diritto a una famiglia è un diritto fondamentale: uno degli elementi centrali dell'esistenza umana, la realizzazione suprema della natura umana e del desiderio di continuità di una persona. Questo diritto naturale occupa un posto importante nei diritti umani. Ma da più di 20 anni è negato a un'intera comunità, la mia. La legge consente solo alle coppie di un tipo specifico di esercitare il diritto di essere genitori».

Ha quindi aggiunto: «Per il governo eravamo di seconda classe e restiamo di seconda classe. Ma è arrivato il momento delle azioni, non delle parole. La nostra richiesta è basilare e riguarda l'uguaglianza».

Ha cercato di smorzare i toni in un’aula surriscaldata il premier Netanyahu, che ha dichiarato: «Sostengo la surrogacy per la comunità Lgbti ma finora non abbiamo una maggioranza nella coalizione per emanare la legge». Ha quindi aggiunto che il suo governo sta lavorando a una normativa analoga, spiegando che essa deve essere però elaborata in maniera tale da ricevere il sostegno di tutti i partiti della coalizione, inclusi i due ultra-ortodossi.

Secondo Netanyahu una tale disegno di legge potrebbe arrivare al vaglio della Knesset entro un mese. «Quando avremo la maggioranza necessaria - ha concluso -, la presenteremo».

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Il lupo nero, ex capitano dell’esercito, ha vinto in Brasile e non per poco: 55,49% contro il 44,51 di Fernando Haddad del Partito del lavoro (Pt), che è comunque la prima forza politica in Parlamento mentre Jair Messias Bolsonaro ha “solo” 52 deputati. Motivo per cui il neo presidente dovrà allearsi con partiti minori per formare il governo. 

Ma quei 57,6 milioni di elettori hanno votato per un signore, si fa per dire, che non ha mai nascosto di essere un troglodita politico con affermazioni razziste, omofobe, misogine né di professare idee antiabortiste in linea con l'integralismo cattolico e, più in generale, cristiano.

Non a caso il nuovo governo sarà disseminato di esponenti d’area evangelicale (la moglie Michelle è infatti una fervente battista) e di militari, i quali hanno festeggiato per le strade esibendo mitra e fucili.

Ma perché i brasiliani hanno voluto questa svolta reazionaria?

Uno degli elementi è sicuramente rappresentato dai numerosi scandali, che hanno coinvolto il leader del Pt Luiz Inácio Lula da Silva, condannato a 12 anni di carcere per corruzione (si sarebbe fatto pagare dall’industria statale del petrolio Petrobas 1.200.000 dollari per un attico sul mare a Rio De Janeiro). Una sorta di mani pulite in versiona brasiliana.

In realtà Bolsonaro ha costruito il suo ampio consenso sulla questione sicurezza. Tema, questo, su cui ha insistito per tutta la campagna elettorale, promettendo maggiore libertà nell’acquisto di armi e l’abbassamento dell’età della punibilità. Quello della della sicurezza è un ambito vissuto in modo drammatico in molte aree dell’America Latina, dove è facile essere rapinati in qualunque ora del giorno e della notte: basti leggere al riguardo i consigli allarmati delle agenzie di viaggio per chi si reca in Brasile, Venezuela, Colombia.

Ho parlato direttamente con diverse persone latinoamericane che mi hanno espresso la loro esasperazione per questa situazione sociale, una cui riprova è anche ravvisabile nella marcia dei centroamericani dal Messico ai confini Usa.

Non è un caso che i paladini delle politiche securitarie e xenofobe di solito siano tutti clericali, fanatici, violenti. Le “perle” di Bolsonaro al riguardo sono innumerevoli e sconcertanti: si va dal meglio un figlio morto che gay alle nostalgiche affermazioni per la vecchia dittatura militare brasiliana, in un periodo in cui buona parte dell’America Latina era dominata da regimi filofascisti in stretta correlazione con una dissennata politica Usa in materia estera.

Caduti i regimi dittatoriali, le democrazie latino-americane si sono aperte alle tematiche dei diritti umani: hanno, ad esempio, legiferato sulle unioni civili e il matrimonio egualitario ancor prima che l’Italia approvasse definitivamente nel maggio del 2016 la legge sui diritti delle coppie omosessuali. Abbiamo paraltro già parlato su Gaynews del caso del Costarica, dove inaspettatamente un laico di sinistra ha battutto al secondo turno elettorale un evangelicale non lontano dalle posizioni del caudilho brasiliano.

Ora, dopo la vittoria di Bolsonaro, le cose sembrano cambiare e profilarsi sull’America Latina gli spettri dei vecchi regimi con tutto il loro bagaglio di violenza e di violazione dei diritti umani. Ovviamente ci si augura che non sia affatto questo lo scenario generale e che la società democratica reagisca nel suo insieme contro una tale prospettiva.

La domanda vera da porsi a tre giorni dalla vittorua di Bolsonaro è: Stiamo assistendo al ritorno del fascismo? La storia che si ripete diventa una farsa, come diceva Karl Marx. Ma, mentre fortunatamente nel nostro Paese non ci sono le condizioni per l’instaurazione di una dittatura (l’Europa ha garantito 70 anni di pace e libertà), in Brasile ci sono già formazioni paramilitari (quelle che scorrazzano nelle favelas) e l’estrema destra non si vergogna di inneggiare ai precedenti regimi nonché fare esplicito riferimento al fascismo.

Nel Paese amazzonico esiste una forte opposizione, una terribile disuguaglianza sociale: una parte molto rilevante della popolazione vive in assoluta povertà. Le politiche ultraliberiste proposte dal neopresidente, perciò, non faranno che acuire le distanze e le disuguaglianze sociali.

In tutto ciò la questione Lgbt deve essere vista con molta preoccupazione. È vero che a San Paolo si svolge ogni anno quello che è stato definito il più grande Pride del pianeta. E, infatti, il movimento Lgbt ha una potente arma nella sua capacità di mobilitare centinaia di migliaia di persone. Finora i ritorni indietro nella legislazione a favore delle persone Lgbt li abbiamo visti in Russia e nei Paesi del vecchio blocco sovietico.

Anche la società brasiliana è fortemente contraria a mettere mano alla legislazione sui diritti civili: prova ne è il sondaggio – citato nell’articolo odierno di Francesco Lepore su Gaynews – dell’istituto di ricerca Datafolha, secondo il quale il 55% è contrario alla libera circolazione delle armi e addirittura il 74% non vuole un ritorno indietro sui diritti delle persone Lgbt. Ciò significa che a un cambio di governo non corrisponde un cambio di società ovvero della percezione che la popolazione ha dei diritti delle minoranze. Evidentemente questi anni di svolte a sinistra nel Paesi latinoamericani hanno lasciato un segno profondo a livello sociale e culturale.

Ma è paragonabile la situazione in Brasile con quella italiana?

Gli auguri entusiasti di Salvini e Fontana a Bolsonaro potrebbero farci dire di sì. Ma in realtà non si sta vivendo in Italia un’emergenza reati che sono andati via via calando: l’elettorato, prima o poi, si accorgerà quindi che non siamo nel Bronx. Anche la questione immigrati è del tutto sotto controllo nonostante la campagna ossessiva del leader della Lega. In Italia, inoltre, non ci sono squadre paramilitari e nemmeno partiti capaci di strategie a lungo termine e d’ideologie con cui plasmare il popolo.  

Da questo punto di vista sono personalmente tranquillo, perché la società è quella che ha riempito con noi le 100 piazze del 27 gennaio 2016 con la manifestazione per i diritti delle coppie Lgbt. Manifestazione che ha ridicolizzato la pagliacciata del Family Day di una settimana dopo.

Poi c’è l’ombrello europeo che ci ha consentito di ottenere giustizia dagli organismi comunitari. A maggio del prossimo anno si terranno le elezioni europee dove i sovranisti cercheranno di fare il colpo grosso. Ma credo che non ci riusciranno. In ogni caso non ci potremo non schierare con chi difende l’Europa e i suoi 70 anni di pace, prosperità, libertà.

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«Il Supremo Tribunale Federale può essere stato anche diviso sulle modalità di lotta allla corruzione. Sfortunatamente sono i molti legami storici difficili da disfare. Ma in relazione alla protezione dei diritti fondamentali esso è sempre stato unito». 

È quanto affermato ieri da Luís Roberto Barroso, giudice del Stf e vicepresidente dell’Alto Tribunale Elettorale brasiliano, in riferimento a eventuali interventi limitativi dei «“privilegi” di donne, neri, gay, etnie indigene, transgender» dal parte del neopresidente Jair Messias Bolsonaro. Senza dimenticare la libertà d’espressione, in tutela della quale la Corte Suprema aveva sospeso, la scorsa settimana, gli ordini emessi dai giudici dei tribunali elettorali per censurare le manifestazioni universitarie antifasciste e in difesa della democrazia.

L’ex capitano riformato dell’esercito (è il 16° militare arrivato a guidare il paese amazzonico, il terzo ad essere eletto con voto diretto), che al ballottaggio del 28 ottobre ha ottenuto il 55,49% dei voti contro il 44,51% conseguito dal candidato del Partito dei lavoratori (Pt) Fernando Haddad, ha destato e desta infatti non poche preoccupazioni per le numersose dichiarazioni passate contro le persone Lgbti nonché in favore del possesso di armi e del regime dittatoriale con accenti che sono arrivati a sfociare nell'apologia della tortura.

Ma già in vista del ballottaggio Bolsonaro aveva però ribadito la piena adesione ai principi della Costituzione e allo stato di diritto. D’altra parte, secondo i dati diffusi dall’autorevole Istituto di ricerca Datafolha sulla base di sondaggi condotti il 25 e il 26 ottobre, la maggior parte di brasiliane e brasiliani si è dichiarata contraria al possesso delle armi (per il 55% dev’essere proibita) e favorevole all’accettazione dell’omosessualità da parte di tutta la società (ben il 74%).

Nel corso della prima intervista da presidente, concessa a RecordTv (durante la quale ha annunciato la nomina di Hamilton Mourao, generale in congedo, quale vicepresidente per dare al suo governo un profilo "non autoritario, ma autorevole" e la volontà di affidare il ministero della Giustizia al magistrato Sergio Moro, il giudice anti-Lula responsabile per i processi dell’Operação Lava Jato), Bolsonaro è tornato comunque sulla questione del cosidetto "kit gay" nelle scuole brasiliane, introdotto da Fernando Haddad in qualità di ministro dell’Istruzione durante il mandato presidenziale di Lula (2003-2010).

Da parte sua Michelle de Paula Firmo Reinaldo, la nuova first lady del Brasile, ha definito false le accuse di omofobia rivolte al marito. Nel corso della prima intervista televisiva a RecordTv ha infatti dichiarato: «Non è come la gente dice: è un uomo meraviglioso, affettuoso, che adora la famiglia. Non odia i gay, io ho un cugino gay e abbiamo molti amici omosessuali. E non è razzista, anzi, il suo migliore amico è un uomo di colore».

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