Edito per i tipi sestesi della Meltemi nella collana Culture Radicali e disponibile nelle librerie dal 18 aprile, Comunismo queer. Note per una sovversione dell'eterosessualità raccoglie in 298 pagine la summa del pensiero di un filosofo geniale e controcorrente qual è Federico Zappino.

Traduttore di vari saggi di Judith Butler, tra cui Fare e disfare il genere (Mimesis, Sesto San Giovanni 2014) e L’alleanza dei corpi (Nottetempo, Milano 2017), nonché d'un classico del genere queer come Stanze private. Epistemologia e politica della sessualità di Eve Kosofsky Sedgwick, il 36enne intellettuale d'origine torinese ha curato nel 2016 per Ombre Corte il volume collettaneo Il genere tra neoliberismo e neofondamentalismo.

I temi cardine, su cui si impernia l'intera analisi della sua ultima pubblicazione, sono di quelli che fanno scuotere il capo non solo agli odierni benpensanti, tanto di destra quanto di sinistra, ma anche alla pletora di attiviste/i della variegata galassia Lgbti, sempre più appiattita su normalizzanti modelli etenormati quanto meno capace di essere fattrice e portatrice di una riflessione propria, originale, alternativa.

Come seppe invece fare tra gli anni ’70 e ’80 del secolo scorso un Mario Mieli, cui Zappino guarda con grata ammirazione e una cui raccolta di scritti inediti ha visto anch’essa recentemente la luce sotto il titolo La gaia critica (a cura di Paola Mieli e Massimo Prearo, Marsilio, Venezia 2019).

Ed è all’intellettuale milanese che Zappino si rifà esplicitamente più volte nel corso del sua opera come quando, ad esempio, illustra «il postulato alla base del comunismo queer». Per come lo intende, «lo sfruttamento e l’esclusione, all’interno delle società capitalistiche, non hanno solo un carattere universale – tale per cui una maggioranza assoluta di persone è costretta a vendere la propria forza-lavoro al capitale a condizioni che non hanno scelto e che, di conseguenza, possono tranquillamente determinare anche la loro esclusione. Lo sfruttamento e l’esclusione, nelle società capitalistiche, hanno innanzitutto un carattere particolare. Questo era ciò che rilevava Mario Mieli, d’altronde, quando in Elementi di critica omosessuale (1977) scriveva che il capitalismo colpisce “differentemente, allo stesso modo”».

Di conseguenza, se si vuole lottare efficacemente contro il capitalismo, è necessario fronteggiare ciascuna delle singole matrici di oppressione da cui trae linfa e sostanza per affermarsi e riprodursi. Nel caso dell'oppressione di genere e sessuale la sua matrice è l'eterosessualità. Ambire alla sovversione dell'eterosessualità significa per Zappino lottare contro il capitalismo a partire dalle sue cause anziché dai suoi effetti più immediati o visibili. In ciò consiste la differenza tra ogni altra forma di anticapitalismo e il comunismo queer.

Ma il confliggere contro l’eterossualità non va comunque considerato quale parallelo o, meno che mai, succedaneo a quello contro il sistema capitalistico.

«Io non penso – scrive infatti Zappino – che al conflitto agito da chi è sfruttato nei riguardi di chi sfrutta, o da chi detiene nulla nei riguardi di chi detiene tutto, debba essere affiancato un «altro» conflitto, e che a questo conflitto debba essere accordata la stessa importanza accordata all’altro. La mia posizione, piuttosto, è che il conflitto agito da noi minoranze contro l’eterosessualità deve innervare innanzitutto lo stesso conflitto di classe.

In primo luogo, perché esso si dà già all’interno della classe – dal momento che tra gli «sfruttati» e gli «esclusi» ci sono le donne e le minoranze di genere e sessuali, e dal momento che le specifiche forme che lo sfruttamento e l’esclusione nei loro riguardi assume ha a che fare precisamente con la posizione che occupano all’interno del sistema eterosessuale del genere.

In secondo luogo, perché in assenza di una critica del modo di produzione eterosessuale che, tutt’oggi, continua a strutturare la divisione del lavoro, offrendo al capitalismo le risorse simboliche e materiali, corporee e soggettive, per perpetuarsi e riprodursi, ci condanniamo a produrre un discorso sul conflitto di classe desideroso di stabilire una gerarchia tra i conflitti che contano, al cui apice figurano però solo quelli che garantiscono agli uomini eterosessuali di continuare a dirci che fare».

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«Questa storia non è per tutti. È per coloro che sanno vedere le sfumature, le contraddizioni nascoste in ognuno di noi. Parla di come le aspettative degli altri possano distruggere ciò che c’è di bello in noi e creare solo odio. Di come il desiderio di soldi, la mancanza di soldi, sia in grado di avvelenare una famiglia. Parla di una Milano ai bordi, miserabile, smarginata. Dei confini opachi tra disonestà, onestà, odio, rabbia. Di come ognuno di noi possa essere colpevole e innocente, vittima e carnefice, zucchero e catrame».

Così Giacomo Cardaci, avvocato e socio di Rete Lenford, presenta a Gaynews il suo romanzo Zucchero e catrame, che, edito da Fandango, è da oggi nelle librerie italiane. 

È la storia di Cesare che è un bambino che chiacchiera e gioca a Memory con il suo circolo multietnico di Barbie. Egli ha scelto Ines, detta Lines, come amica per non rimanere da solo in fila a scuola e passa i suoi pomeriggi con un'anziana che lo cosparge di profumo, detestata dai suoi genitori perché fomenta le sue stramberie. La sua vita di paese sarebbe potuta continuare sempre uguale, se a stravolgerla non fosse arrivato il trasferimento della sua famiglia in un monolocale ai bordi tra Milano e Cinisello.

Al piano di sopra, però, abita Gabbo, da cui Cesare, ormai cresciuto, è dannatamente eccitato, perché Gabbo è tutto ciò che Cesare vorrebbe essere: uno deciso a prendersi dalla vita tutto, costi quel che costi. Per questo, quando suo padre viene arrestato, la madre si rifugia nel letto, il fratello scompare, Cesare decide di risalire dal fondale del proprio abbandono seguendo le tracce di Gabbo. Per entrare nel giro, però, Cesare deve smettere di essere Cesare, dire di sì a ogni tipo di richiesta ma anche abbandonarsi a una fascinazione morbosa simile a quella che prova per Gabbo. Una fascinazione che lo eccita come lo zucchero ed è ripugnante come il catrame. Fascinazione che, alla fine, gli chiederà un conto molto, forse troppo, salato.

Giacomo Cardaci torna al romanzo con una storia feroce, a tratti spiazzante, in cui i margini opachi tra disonestà, innocenza, odio, rabbia, si dissolvono, e i lettori saranno messi di fronte ai desideri inconfessabili che si nascondono in ognuno di noi. 

Già vincitore di numerosi premi letterari con i suoi racconti, Cardaci ha esordito con Alligatori al Parini (Milano, Mondadori 2008), seguito da La formula chimica del dolore (Milano, Mondadori 2010), in cui racconta la sua battaglia contro il cancro.

Molte sono le voci autorevoli che si sono espresse in maniera entusiastica nei confronti dell’opera di Cardaci. Daria Bignardi ha scritto: «Giacomo Cardaci è uno scrittore giovanissimo e pieno di talentoi». Per Aldo Grasso «il personaggio più interessante è stato il giovane Giacomo Cardaci. C’era in lui un misto di incoscienza e di consapevolezza, di gioia e di disperazione, di speranza e di rassegnazione che lo eleva a figura tipica della letteratura classica: il giovane vecchio o il saggio temerario. Il famoso Ludovico Einaudi lo seguiva in silenzio, con un distacco da entomologo, cercando in cuor suo le note per circoscrivere lo stupore».

Per Fulvio Panzeri «la scrittura di Cardaci è diretta, veloce, abilissima, senza eccedere nei ‘giovanilismi’ di maniera che hanno imperversato nella narrativa italiana nel decennio scorsoi». Secondo Giuliano Aluffi «Giacomo Cardaci, uno dei nostri migliori giovani scrittori, che qui riesce a rendere universale un dolore privato attingendo a una voce narrativa che, per nitidezza e spontaneità di riflessione, fa venire in mente Buzzatii». 

«Vorrei che Cesare potesse entrare in tutte le vostre case – aggiunge infine Cardaci raggiunto dalla redazione di Gaynewsstrapparvi un sorriso con il suo circo di Barbie multietnico e un pensiero in più quando, per conoscersi, decide di superare i confini di quello che si pensa accettabile. La definizione dell’identità passa anche attraverso il desiderio negativo. Oltre lo zucchero, il nero del catrame».

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Da venerdì 25 a domenica 27 gennaio a Roma, presso lo spazio dell’Altrove Teatro Studio (via Scalia, 63), andrà in scena lo spettacolo Processo a Fellini, scritto da Riccardo Pechini e diretto da Mariano Lamberti. Un vero e proprio evento che segna l’approdo del regista di God As You e di Una storia d’amore in quattro capitoli e mezzo al teatro. 

Un approdo che, però, non dimentica l’amore per il cinema, dacché protagonisti della pièce sono il grande Federico Fellini e la sua compagna, l’attrice Giulietta MasinaIncontriamo Mariano Lamberti mentre è impegnato nelle prove dello spettacolo per saperne di più su questo progetto per la scena. 

Mariano come mai dedicare uno spettacolo a Federico Fellini? O forse dovremmo dire a Giulietta Masina? Quanto si amarono e a quale costo? 

Processo a Fellini è uno spettacolo quanto mai puntuale: il 2018 si sono celebrati i  25 anni dalla sua morte e il 2020 si festeggierà  il centenario della sua nascita. Fellini è uno dei più grandi artisti del ventesimo secolo, quindi mi sembrava doveroso fare un omaggio alla sua arte. La  piece è anche un omaggio all' immenso talento di Giulietta Masina, troppo in fretta dimenticata. La loro storia d'amore è stata leggendaria, archetipica, umanissima, con tutte le luci e le ombre che un amore così complesso  può generare. Lo spettacolo si sofferma doverosamente  sulle ombre del loro rapporto, privato di carne e sangue nell'immaginario pubblico.

Il tuo è, in qualche modo, anche uno spettacolo sul ruolo delle muse (o dei musi). Hai avuto anche tu, nella tua carriera artistica, un modello di ispirazione? 

Ho avuto pochi, pochissimi modelli di ispirazione. Pasolini e il grande Federico Fellini sono senz'altro quelli a cui devo di più. Fellini rimane ancora una fonte di ispirazione per  questa sua immensa libertà di creare. Una libertà che ha avuto la fortuna di poter sperimentare fino in fondo, senza compromessi, una sorta di competizione con Dio, come lui la chiamava. La libertà (e non solo quella artistica) è uno dei doni più belli che l'essere umano possa ricevere dalla vita.

Con questo spettacolo, porti a teatro il tuo grande amore: il cinema. Quale regista ti ha davvero cambiato lo sguardo e ti ha fatto innamorare del cinema? 

Fellini è sicuramente il regista che per molti versi ha cambiato la mia visione del cinema: portando sullo schermo disadattati, esseri fragili, esclusi, diversi,  dimenticati, scomodi. Ci ha regalato un  immensa lezione di poesia che non solo ogni artista ma anche ogni uomo, dovrebbe sempre tenere con sè e custordire gelosamente.

Infine, se potessi dire qualcosa a Giulietta Masina, dopo la realizzazione di questo spettacolo, cosa le diresti?

Cara Giulietta, la tua arte sarà ricordata per sempre, ma il mio desiderio è che venga celebrata anche la tua grandissima umanità. Cosa alla quale spero di avere contribuito con questo spettacolo. 

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Il 21 gennaio del 1977 moriva in semipovertà e in condizioni di salute estremamente precarie Sandro Penna, uno dei poeti più originali e “rivoluzionari” della nostra tradizione letteraria. 

Cesare Garboli, suo biografo e studioso, nei Penna Papers scrive: «Penna è il solo poeta del Novecento il quale abbia tranquillamente rifiutato, senza dare in escandescenze, la realtà ideologica, morale, politica, sociale, intellettuale del mondo in cui viviamo». E Garboli ha davvero ragione. Del resto se c’è un intellettuale italiano che, già negli anni ‘30, ebbe il coraggio di raccontare liberamente in versi (e non solo) il suo amore per i ragazzi e il suo eros omosessuale fu senza dubbio Sandro Penna. 

Poeta epigrammatico e chiarissimo, allergico a qualsiasi ambiguità e compromesso, ebbe la determinazione di mettere tra parentesi la Storia e il Mondo, realizzando così un discorso poetico del tutto autonomo, lontano sia dalla “teologia negativa” di matrice montaliana sia da qualsiasi altra consolidata tradizione lirica nostrana. 

Il poeta Piero Bigongiari definì giustamente la poesia di Sandro Penna «un fiore senza gambo visibile». D’altronde, come poteva essere visibile il gambo “poetico” di una poesia che rifiutava, in nome della verità del desiderio e dell’amore, una Storia e un Mondo che erano da sempre ostili ed estranei alla natura di quell’amore e di quel desiderio?

Il gambo della poesia di Penna era nel suo anelito alla felicità e alla liberazione. Un anelito vissuto con pacatezza e pudicizia ma mai rinnegato. Mai dimenticato. 

La grandezza della  lirica di Penna sta proprio nella semplicità con cui il poeta perugino diede vita, per la prima volta nella storia della poesia italiana, all’universo dell’amore omosessuale, che era fatto sì di incontri occasionali e passionali rendez-vous negli orinatoi, ma raccoglieva anche il bisogno di essere amati, di essere riconosciuti, di essere visibili e felici incuranti di qualsiasi convezione borghese e di qualsiasi moralistica censura del tempo. Nei suoi componimenti, insomma, c’era sia la carne sia il cuore, sia l’amplesso fugace sia il grande amore. 

È d’uopo ricordare che Penna, pur rattristandosi per la censura, non censurò mai un suo verso, mai rinunciò alle armonie del suo immaginario poetico per compiacere i moralisti (Il mondo che vi pare di catene/ tutto è tessuto d’armonie profonde). 

Ecco perché oggi, in tempi di rigurgiti reazionari e “ideologie forti”, bisogna volgere lo sguardo alla bellezza che brilla ancora, sempre con lo stesso fulgore, nei versi di Sandro Penna, faro di libertà e coerenza per tutte e tutti. 

Luca Baldoni, poeta, saggista e autore dell’antologia di poesia gay Le parole tra gli uomini (Robin, 2012), a proposito di Sandro Penna ha dichiarato: «Sandro Penna è stato, oltre che grande poeta, un animo libero e coraggioso. Nell'Italia fascista e poi democristiana la sua voce avrebbe potuto indicare una strada diversa a molti. Purtroppo, come molti poeti, rimase un emarginato quando avrebbe potuto essere una guida.

Oggi il Comune di Roma apporrà una targa sulla sua casa di via della Mole dei Fiorentini, nel cuore della città che amava. Un omaggio frutto degli sforzi di Elio Pecora e Roberto Deidier, che da anni curano la memoria del poeta, e a cui mi unisco spiritualmente con molto affetto».

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Il 15 gennaio si è tenuto presso l’Aula Volta dell’Università degli studi di Pavia il dibattito Corpo e libertà - Rappresentazione delle identità trans. Promosso da UniversiGay e Arcigay Pavia Coming-Aut, l’evento fa parte del ciclo d’incontri Untold - Rappresentazione e identità lgbti nei linguaggi dell'arte che, iniziato nel novembre scorso, terminerà a marzo.

L’appuntamento del 15 gennaio ha visto la partecipazione di tre figure di spicco della collettività trans italiana: l’artista Vladimir Luxuria, la presidente onoraria del Mit Porpora Marcasciano, la poetessa pluripremiata Giovanna Cristina Vivinetto.

Nonostante la caratura dell’incontro non si sono fatte attendere le reazioni di Forza Nuova Pavia che, in un comunicato pubblicato su Facebook il 17 gennaio, ha parlato di «carnevale anticipato», di «uomini travestiti da donne», di «alterazione patologica dell’umore che li porta a vestirsi, truccarsi, atteggiarsi come individui appartenenti al sesso opposto al loro». Non senza i soliti argomenti di «propaganda, finalizzata al totale sovvertimento dell’ordine naturale delle cose», di «dono della natura che ci è anche Patria», di «sacralità della famiglia», di «lobby gay».

Riutilizzate anche le pedestri accuse, agitate negli ultimi tempi da Silvana De Mari e media cattoconservatori, di un Mario Mieli mito del «carrozzone arcobaleno» perché «omosessuale, marxista, coprofago, pedofilo, tossicodipendente».

Al comunicato dei forzanovisti pavesi hanno risposto ieri, con una nota congiunta, Barbara Bassani, presidente di Arcigay Pavia Coming-Aut, e Marco La Cognata, responsabile del Gruppo Trans - Arcigay Pavia Coming-Aut.

Per Bassani «quello di Forza Nuova è un delirio incomprensibile e irricevibile, ma in quelle parole c'è racchiuso il male che da sempre colpisce le persone transessuali: la negazione della loro stessa esistenza. Non riconoscere a una persona, qualunque persona sia, la dignità di essere umano ha prodotto lo sfacelo della violenza nazifascista; la stessa violenza che ha umiliato e ucciso migliaia di persone #Lgbti.

Il linguaggio di Forza Nuova evoca i lager, e arriva contro di noi a pochi giorni dalla giornata della memoria, che come ogni anno celebreremo con La memoria sono anch'io: il prossimo 28 gennaio, saremo come sempre in tanti, a ricordare ciò che abbiamo subìto».

La Cognata ha invece dichiarato: «La dignità di tutte le persone transessuali passa attraverso il riconoscimento, la conoscenza, la comprensione di una delle possibili esperienze dell'umano. Forza Nuova dice che vuole difendere la vita, ma di quale vita parla, se ne rifiuta una parte, se la rigetta, proponendo della vita una visione così parziale, così distante dalla realtà?

Noi persone trans continueremo a essere visibili, per dire a tutti e a tutte, anche a Forza Nuova, che noi siamo qui, esistiamo, che si mettessero il cuore in pace, e ascoltassero le parole delle persone contro le quali gettano tanto odio».

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«Daniele Del Pozzo è uno dei protagonisti della storia del Cassero ma anche uno degli operatori più brillanti del sistema culturale bolognese. Siamo orgogliose e orgogliosi del premio Ubu che ieri ha ricevuto: lo festeggiamo come se fosse il nostro, di ciascuno e ciascuna di noi. Da molti anni Daniele ha iniziato con il Cassero e dentro al Cassero un percorso che solo nell’ultima fase, da diciassette anni a questa parte, si è chiamato Gender Bender Festival.

Già prima, e ancora di più durante gli anni del festival, Daniele si è fatto promotore di progetti piccoli, grandi e talvolta grandissimi, con lena quotidiana,  intelligenza vivace, tanta professionalità ma soprattutto una straordinaria capacità di costruire relazioni, con grande cura, all’interno di un circolo, nella città, in tutto il Paese, fino in Europa. Siamo molto grate e grati a Daniele per tutto questo e per l’orgoglio con cui in tutti questi anni ha portato in alto, con sé, la nostra bandiera arcobaleno. Perché è proprio l’arcobaleno il tratto più caratteristico di questa vittoria, che premia un progetto e un curatore cresciuti all’interno del più antico circolo della comunità lgbti in Italia, il primo spazio pubblico affidato da un’amministrazione comunale a un collettivo di gay, lesbiche bisessuali e trans. Di questa storia, e della libertà che esprime, la vittoria di Daniele mostra la traccia. E rende merito perciò anche a tutte le persone che hanno fatto la storia del Cassero e a chi l’ha sostenuta, in particolare nelle istituzioni, anche quando si navigava in acque complicate.

Gender Bender è un progetto sostenuto sin dalla sua prima edizione dal Comune di Bologna e subito dopo dalla Regione Emilia-Romagna che assieme all’ampia rete di partner pubblici e privati che nelle edizioni si è andata costruendo, hanno fatto crescere il festival, nella direzione in cui lo sguardo di Daniele lo ha accompagnato, lasciando che gemmasse nuove idee, come Teatro Arcobaleno e il progetto europeo Performing Gender, e che facesse sempre nuovi incontri. In questo senso la vittoria di Daniele si riflette su tutta la città e ne premia il sistema culturale, il suo pionierismo e la sua libertà».

Con questo lungo e sentito comunicato, il consiglio direttivo del Cassero, storico centro Lgbti italiano, ha commentato sul sito dell’associazione il prestigiosissimo Premio Ubu 2019 conferito ex aequo, il 7 gennaio, come miglior curatore/curatriceFrancesca Corona, co-curatrice e direttrice generale del festival romano Short Theatre, e a Daniele Del Pozzo per il Gender Bender Festival, che, giunto alla sua 16° edizione, è stato recentemente definito da Flavio Romani, ex presidente di Arcigay, in un suo recentissimo post ha «magnifico tripudio di cultura».

A pochi giorni dal conferimento del riconoscimento abbiamo raggiunto Daniele Del Pozzo, per raccoglierne emozioni e riflessioni.

Che emozioni ha suscitato in te il fatto di aver ricevuto un premio prestigiosissimo come l’Ubu per il tuo lavoro di curatore dello storico Gender Bender Festival del Cassero? Te lo aspettavi?

Sinceramente non me lo aspettavo e riceverlo mi ha reso felice il doppio. Sono felice perché dimostra che si può essere professionisti e attivisti allo stesso tempo. Il Premio Ubu ha dato infatti un riconoscimento importante al mio lavoro come curatore artistico - una categoria introdotta dal Premio Ubu per la prima volta quest'anno - svolto con professionalità, tenacia e lungimiranza in questi anni, pur tra mille difficoltà. Allo stesso tempo ne riconosce in pieno l'impegno per portare i temi delle differenze di genere e di orientamento sessuale all'interno del dibattito e della produzione culturale più istituzionale. Questo doppio riconoscimento ripaga in maniera generosa della fatica e restituisce un senso profondo alle intuizioni ardite avute anni fa e alle scelte, a volte difficili, che vengono prese quotidianamente. Il premio mi fa molto felice anche per un'altra ragione, riconosce a pieno titolo il contributo prezioso dato da un'associazione come Il Cassero Lgbti Center alla cultura e alla società. Credo che fino a poco tempo fa fosse addirittura impensabile che un centro Lgbti ricevesse un tale riconoscimento. In questo senso sono orgoglioso di aver contribuito ad abbattere - con il mio lavoro - un pò di quel muro di luoghi comuni e stereotipi che ancora oggi ci vuole confinati in una dimensione marginale e non dialogante.

Qual è, a tuo parere, il vero punto di forza del Gender Bender Festival? Facendo un bilancio delle edizioni che hai curato, quale scelta trovi esser stata davvero vincente e di quale, invece, sei decisamente pentito?

Gender Bender continua a essere un progetto indipendente, prodotto dal Cassero , associazione senza scopo di lucro che reinveste parte delle sue risorse in progetti no profit. Questa caratteristica permette una grande libertà di manovra sulle decisioni artistiche, che prevedono sempre e comunque dei confronti orizzontali con la squadra composta da chi lavora al festival. Questo punto di forza si sposa poi con il bisogno di interrogarsi continuamente sui bisogni che muovono un'azione di intervento culturale, così come sulla necessità di realizzare un festival, tenendo conto di come mutano continuamente le condizioni sociali e culturali in cui operiamo. Un esempio tra tutti: Gender Bender si è necessariamente evoluto tenendo conto di come è cambiato il bisogno di socializzazione e di cultura della comunità Lgbti prima e dopo l'apparizione dei social network o di come si sono evolute le forme di relazione affettiva con l'introduzione del riconoscimento delle unioni civili. Questa continua capacità di rinnovamento, insieme ad uno sguardo curioso a ciò che accade nel mondo, permettono ancora oggi a Gender Bender di essere un progetto culturale vivo, in cui ogni edizione aggiunge sempre qualcosa in più e di necessario, e del cui senso non mi sono mai pentito.

Infine, la gioia di lavorare a un progetto necessario e fortemente condiviso è certamente un altro elemento vitale che dà forza e significato al nostro progetto.

La cultura - e la cultura Lgbti - possono davvero cambiare la direzione, a dir poco preoccupante, della politica contemporanea? Che ruolo avrà la cultura nell’Italia del 2020?

Nella mia visione credo che la cultura sia soprattutto la capacità tutta umana di tenere aperto un dialogo intellettuale e uno scambio emotivo anche con chi ci può apparentemente apparire come lontano o differente da noi. Credo che solo con questo esercizio di disponibilità - che può addirittura essere un invito a mettersi nelle scarpe degli altri e delle altre - sia possibile riconoscere le qualità di quell'essere sociale complesso e contraddittorio che sono l'uomo e la donna. E' una visione che presuppone la possibilità di trasformare attivamente la realtà intorno a noi, affinché migliorino le condizioni di vita di tutti e tutte noi. Sta alla base del mio lavoro come persona e come operatore culturale ed è qualcosa in cui ripongo la mia fiducia e le mie speranze.

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Un gigantesco volto del grande poeta e pensatore omosessuale Piero Paolo Pasolini fa bella mostra di sé, da ieri, nel cuore di Scampia, una delle zone più critiche della periferia napoletana, a pochi metri dall’uscita della metro.

Si tratta di un’opera d’arte dello street artist Jorit Agoch, finanziata dalla Regione Campania, e rientra in un piano capillare e sistematico di conversione e valorizzazione di quelle aree metropolitane spesso dimenticate che, in un recente passato, sono state lasciate al degrado e alla marginalità.

La scelta di Pasolini come icona di riferimento in un quartiere popolare ma anche pieno di vita e di risorse non è certo casuale, perché pochi intellettuali seppero cogliere la forza aurorale e creativa del popolo come fece Pasolini in tanti suoi lavori, soprattutto in quelli cinematografici e poetici.

«Pasolini sarebbe stato certamente felice di questa collocazione - dichiara Claudio Finelli, delegato cultura di Arcigay Napoli - perché Pasolini amava Napoli più di ogni altra città italiana e definì i napoletani, in una celebre intervista rilasciata ad Antonio Ghirelli, la grande tribù, perché il popolo napoletano era l’unico, secondo lui, in grado di resistere alle lusinghe della modernità e della massificazione.

Inoltre Pasolini fu un pensatore corsaro e controcorrente, scandalosamente impregnato di fede e desiderio, di spirito proletario e raffinata speculazione intellettuale, proprio come la nostra città, ricca per le sue contraddizioni che la rendono unica e vitale».

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Nella notte tra il 1° e il 2 novembre 1975 veniva ucciso, in circostanze che sono ancora poco chiare, uno dei più grandi poeti del '900 italiano, Pier Paolo Pasolini

Intellettuale eretico e profetico – tanto profetico da riuscire a predire perfino la propria stessa morte –, Pasolini fu anche il primo intellettuale italiano dichiaratamente omosessuale. Circostanza, questa, che visse con grande coraggio sia nel modo in cui affrontò la società del tempo sia nell’umiltà gnostica con cui seppe trovare, nelle sue stesse conflittualità emotive, chiavi d’accesso per un’humanitas scevra da qualsiasi dogmatica adesione ideologica.

Per ricordare Pasolini, abbiamo scelto di intervistare Giovanna Cristina Vivinetto, giovanissima poetessa transessuale, che, con il suo lavoro Dolore Minimo (Interlinea), premiato qualche giorno fa con il Premio Lord Byron Porto Venere Golfo dei Poeti, ha raccontato in versi già maturi l’esperienza della sua transizione. 

Giovanna, Pier Paolo Pasolini è stato il primo intellettuale italiano dichiaratamente omosessuale, circostanza che all’epoca risultava decisamente scandalosa. Tu sei una poetessa che racconta in versi la propria transessualità: hai mai percepito fastidio o riprovazione nel pubblico a cui ti rivolgi?

Se 40 anni fa Pasolini destava clamore e disapprovazione in quanto intellettuale omosessuale, oggi una scrittrice transessuale, grazie anche al mutato scenario socioculturale e ai diritti ottenuti dopo immani fatiche, può professarsi tale senza troppi problemi. Eppure, a ben vedere, forme di resistenza, opposizione e sottile discriminazione ancora purtroppo esistono, anche se in forma minore e certamente più subdola perché sottile, ben camuffata. Ad esempio, a parte i beceri attacchi dei sostenitori di ProVita, ho notato una qualche forma di resistenza soprattutto nei miei colleghi coetanei: se, infatti, i poeti maturi hanno apprezzato all'unisono la mia poesia, le critiche sono piombate, e provengono, soltanto dai giovani, che mi accusano soprattutto di aver fatto leva sulla tematica "forte" per ottenere il successo e la visibilità che posseggo.

Mi sembra un tentativo di detrimento, di silenziamento che passa attraverso la forma lecita della "critica al libro", quando invece sottintende una certa svalutazione di una tematica fondamentale, necessaria oggi più che mai. E questo voler sottolineare a più riprese la "trovata furba" ci testimonia come, anche nel mondo illuminato della letteratura, siamo ancora lontani dalla piena accettazione delle minoranze e delle diversità.

Pasolini, in maniera profetica, prefigurò già negli Scritti Corsari la progressiva massificazione delle nuove generazioni. Tu sei una poetessa e sei molto giovane. Come ti sei rapportata e come ti rapporti, in virtù della tua giovane età, con la costante omologazione culturale dei nostri tempi? 

La risposta a questa domanda si riallaccia a quanto detto sopra. Certamente Pasolini aveva ragione nella sua chiarissima profezia: oggi l'omologazione è un dato di fatto. La poesia italiana contemporanea soffre di un grave morbo: l'attaccamento spasmodico alla forma, il vezzo della rima, la passione feticista per la metafora e l'immagine ad effetto, tutto a detrimento, invece, del contenuto, ossia della narrazione dei fatti. Ecco, questo è un male che colpisce soprattutto i poeti più giovani, attirati, come falene alla luce piena (ma artificiale) di un lampione: l'abbaglio della perfetta forma metrica, il dover trovare a tutti i costi una struttura, imporre ai versi una gabbia dorata ma priva di qualsiasi efficacia nei contenuti, incapace di reggersi in piedi tolta la "struttura". Aveva ragione Pasolini: andiamo in brodo di giuggiole davanti a una rima baciata.

Pasolini è stato anche un poeta antifascista, un cultore della libertà. Cosa è per te l’antifascismo? Cosa la libertà?

Per me antifascismo significa resistere e persistere nel valore della verità e perseguirla ad ogni costo con le proprie forze intellettuali. Solo con l'esercizio disinteressato della verità si può cogliere appieno il significato di ogni libertà, che altro non è che agire con coerenza, dare alla propria esistenza un concreto sostrato etico e morale.

 

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Al via ieri sera a Bologna la 16° edizione del Gender Bender Festival che, prodotto dal Cassero Lgbt Center, è quest’anno intitolato Cromocosmi. Più di 100 appuntamenti all’insegna della danza, del teatro, del cinema, di laboratori e dibattiti per esplorare, fino al 3 novembre, i molteplici universi del corpo, delle differenze, del genere e dell’orientamento sessuale.  

Nella sezione Danza sono da evidenziare Ignite (25-26 ottobre) di Shailesh Bahoran, versatile coreografo e breakdancer, vincitore nel 2017 del Prize of the Dutch Dance Days Maastricht; Warriors foot del coreografo brasiliano (ma residente nei Paesi Bassi) Guilherme Miotto in prima nazionale il 31 ottobre; AL13FB<3 (31 ottobre – 1° novembre) del performer Fernando Belfiore, anche lui brasiliano ma da anni di casa a Amsterdam; l’immaginifico Filles e Soie (2-3 novembre) dell’attrice, regista teatrale,  marionettista francese Séverine Coulon in prima nazionale il 2 novembre; l’opera satirica per cinque danzatori Le roi de la piste (26-27 ottobre) di Thomas Lebrun, fondatore della Compagnia Illico.

Per la sezione Teatro Alessandro Berti interpreterà, il 29 e il 30 ottobre, le sue Bugie bianche. Capitolo primo: Black Dick, concentrandosi sullo sguardo del maschio bianco sul maschio nero (e in particolare sul suo corpo) e chiedendosi quale rapporto ci sia tra l’oppressione storica del bianco sul nero e la percezione di un’oppressione intima, privata, sessuale, che il bianco sente di subire nel confrontarsi con il nero.

La sezione Cinema prevede, fra l’altro, le proiezioni di Somos tr3s (in prima nazionale il 31 ottobre) dell’argentino Marcelo Briem Stamm; Tinta Bruta (31 ottobre) dei registi brasiliani Marcio Reolon e Filipe Matzenbacher; Diane a les épaules (26 ottobre), commedia irriverente di Fabrice Gorgeart, che affronta con intelligenza il tema della gestazione per altri. 

La presenza di autori e autrici internazionali caratterizzerà la sezione Incontri a partire da quella di Garrard Conley che, il 27 ottobre, a partire dal memoir autobiografico Boy erased – Vite cancellate (da cui è stato tratto l’omonino film con Nicole Kidman e Russell Crowe), parlerà di cosa significhi subire e sopravvivere alle terapie riparative. Da segnalare poi il dibattito (28 ottobre) con la giornalista transgender Juno Dawson, autrice del divertente e dissacrante Questo libro è gay.

Il 29 ottobre è infine previsto il convegno Queer visual culture che, curato da Fruit Exhibition in collaborazione col Master Europeo in studi di genere e delle donne GEMMA dell’Università di Bologna,  vedrà la partecipazione di esperti di pubblicazioni nonché di linguaggio visuale queer e di genere dal calibro di Tori West, Matthew Holroyd, Jacopo Benassi, Erin Reznick e Mike Feswick.

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Da venerdì 19 a domenica 21 ottobre, sul palco del Nuovo Teatro Sanità di Napoli, andrà in scena Patroclo e Achille. Lo spettacolo rientra nel progetto Circle Festival, realizzato con il sostegno di Mibac e Siae, nell'ambito dell'iniziativa Sillumina - Copia privata per i giovani, per la cultura.

Il lavoro teatrale, proposto dalla compagnia B.E.A.T. Teatro, è scritto da Fabio Casano, diretto da Gennaro Maresca, interpretato da Giampiero De Concilio e Alessandro Palladino

L’incontro tra Patroclo e Achille, immaginato da Fabio Casano, è un incontro intimo, che ci propone i due personaggi, al di là del mito, come due giovani uomini immersi nei loro pensieri, nelle loro emozioni e nelle loro paure, sullo sfondo della guerra. 

Tra il rumore devastante della guerra e l'immensità del cielo, sulle spiagge di Troia, si sviluppa nel silenzio di una tenda, il dialogo incessante tra due compagni d'armi: Patroclo e Achille. La storia fissa il momento in cui Patroclo sceglie di andare in guerra. La sua determinazione lo porterà a insinuarsi nella psiche dell'amico Achille, un’anima sensibile dall'irrompente presenza. Dopo nove anni di battaglia, la fragilità mentale ed emotiva prende il sopravvento. Si fanno strada dubbi e domande, quelle di un amore nato quasi dal bisogno della guerra, dalla rabbia e dal tempo che passa.

Per saperne qualcosa di più, sorprendiamo durante le prove il regista Gennaro Maresca.

Gennaro, presentaci questi due amici e amanti, Patroclo e Achille, che stai per portare in scena, a Napoli, presso il Nuovo Teatro Sanità... 

Patroclo e Achille sono quei due ragazzi dell'Iliade. Quelli della guerra di Troia. Quelli di Omero. Però, proviamo a descriverli nella loro assoluta umanità, con la loro fragilità e forza. Di eroico niente se non il loro bisogno di assoluta libertà. Achille in primis

Patroclo e Achille sono ricordati per il loro coraggio e la loro forza, eppure tu li sveli nei loro atteggiamenti più umani e sensibili. Oggi, secondo te, possiamo trarre maggiori insegnamenti dall’eroismo epico di questi due miti o dalla loro fragilità?

L’eroismo epico oggi non può slegarsi da un concetto di umanità. Abbiamo bisogno di identificare eroi che siano veri e umani.

La guerra è lo sfondo drammatico della tua messinscena. L’amore di Patroclo e Achille irrompe mentre deflagra anche la guerra. Sembrano uno il controcanto dell’altro. Possiamo sostenere che anche le relazioni umane, i sentimenti più viscerali e profondi, talora sono impetuosi e devastanti come una guerra?

L'idea di contrasto è un elemento importante di tutto il progetto. Restando nell'ambito dei sentimenti umani dico assolutamente sì: siamo continuamente espressione di un qualcosa di composito, mai così precisamente netti, mai del tutto unidirezionali. Indagare la paura della guerra e le carezze e le parole non dette è un modo per indagare i rapporti umani in senso universale. Patroclo e Achille non possono non farsi la guerra.

Infine, quale messaggio ti piacerebbe comunicare al pubblico di Patroclo e Achille?

Un frammento di Archiloco recita : Impara il ritmo che governa gli uomini. Vorrei lo scoprissimo insieme attraverso la storia di questi due giovani.

A seguire il teaser dello spettacolo in esclusiva per Gaynews

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