In concomitanza con quelle politiche il 4 marzo si terranno in Lazio le elezioni regionali.

Al riguardo abbiamo intervistato Massimo Farinella, candidato nella lista +Europa con Emma Bonino.

Massimo, chi ti conosce sa il tuo impegno nel mondo Lgbti e non. Quali saranno, qualora eletto, le tue priorità?

Non esistono soluzioni semplici, ma non c'è dubbio che rispetto a una delle competenze principali della Regione, ossia la sanità, occorre maggiore efficienza in modo da renderla davvero accessibile a tutti. Maggiore efficienza si ottiene anche se è più stretto e trasparente il controllo che i cittadini esercitano sulle istituzioni. Per questo riteniamo fondamentale introdurre nuovi strumenti di partecipazione popolare (rendendo anche più semplice e di buon senso la raccolta firme). A questi temi aggiungo la necessità di garantire una gestione del ciclo dei rifiuti sostenibile, una maggiore formazione e il potenziamento delle politiche attive per l'inserimento al lavoro.

Sei da tempo in prima linea nella lotta all’Hiv e alle Mst. Cosa credi che si debba fare concretamente di più al riguardo in Lazio oltre a un’informazione mirata?

Nel 2016 (ultimi dati Coa) nel Lazio abbiamo registrato quasi 600 nuove diagnosi di Hiv (dopo la Lombardia, siamo la regione con il tasso più alto). A questi dati si aggiungono quelli relativi alla sifilide. Abbiamo conosciuto un’epidemia di epatite A, e tra le diagnosi di Hiv abbiamo un 30% circa di persone che arrivano in ritardo con sintomi legati all’Aids, cui si aggiungono gli inconsapevoli, il sommerso.

L'unica soluzione è la concreta e reale applicazione del Piano nazionale Aids approvato nel 2016 che prevede interventi per ridurre il numero delle nuove infezioni, con strumenti di prevenzione combinata (condom, TasP, PrEP); l'accesso al test ed emersione del sommerso (test rapidi); l'accesso alle cure e mantenimento in cura delle persone con Hiv in trattamento; e infine, la lotta allo stigma e la tutela dei diritti delle persone con Hiv. Inoltre bisogna aumentare e mettere in connessione i luoghi dove è possibile fare prevenzione e test, sedi di associazioni (check point), centri per le Ist, consultori delle Asl (che devono anche essere potenziati) dove le persone accolte devono ricevere il giusto counselling. Rendere strutturali gli interventi nelle scuole.

Oggi abbiamo tutti gli strumenti e la conoscenza per contrastare in maniera efficace l’Hiv e le altre Ist, ma bisogna applicare seriamente tutte queste azioni. Dall'esperienza che ho maturato in questi anni, non servono interventi estemporanei (e a dire il vero negli ultimi cinque anni non ci sono stati nemmeno quelli), ma un lavoro costante e capillare.

Molti ti conoscono per la pluriennale militanza nel Circolo omosessuale Mario Mieli. Secondo te che cosa devono fare innanzitutto le associazioni per favorire un’educazione alle differenze?

Sì, sono arrivato al Circolo nel 1994. Bisognerebbe agire su due piani, interno ed esterno. Sarebbe innanzitutto utile promuovere consapevolezza e memoria storica all'interno della comunità Lgbti. Questo consentirebbe di rafforzare gli strumenti di lotta, e di individuare con più efficacia i nuovi obiettivi dell'associazionismo Lgbti. Mi sembra centrale, in questa fase storica, stabilire un dialogo e obiettivi di lotta comune con le tante realtà che operano per il riconoscimento dei diritti civili. Non è più tempo di lotte separate. Occorre, al contrario, mettere insieme le energie. Penso, in particolare, al movimento delle donne, dei diversamente abili, dei migranti e di altri minoranze che rivendicano il diritto, innanzitutto, a essere parte della società nel suo complesso con pieni diritti.

È una prospettiva e un obiettivo di lotta che vorremmo portare alla Regione Lazio: occorre promuovere una visione più aperta della società, arginando la paura verso le differenze (la storia dimostra che le differenze in realtà arricchiscono le società aperte) e incoraggiando la disponibilità ad accogliere esperienze e vissuti molto lontani tra loro. Anche in questo caso le scuole giocano un ruolo fondamentale. Sul piano sanitario, formativo e del lavoro la Regione Lazio sembra che abbia portato a casa molti risultati sul piano organizzativo e non solo.

Per voi di +Europa quali sono le altre urgenze da affrontare?

Finalmente si ritornerà a una gestione in regime ordinario alla fine del 2018. Quindi si aprono nuove possibilità, anche se bisogna comunque implementare i meccanismi che consentono alla Regione Lazio di introdurre nel sistema gli anticorpi affinché la spesa sanitaria rimanga sotto controllo. Vogliamo convocare come primo atto gli Stati generali della Salute e avviare un confronto tra le istituzioni, gli operatori della sanità, gli enti e le associazioni per individuare le migliori strategie per l’immediato futuro, a partire dai modelli di gestione value-based applicati con successo in altri paesi europei.

L’altra priorità è la salute della donna: vogliamo difendere il ruolo di presidio laico e gratuito dei consultori a tutela della salute della donna. Siamo convinti della necessità di garantire la libera prescrizione di cannabis a uso terapeutico ed estendere la somministrazione gratuita a più tipologie di pazienti e consentirne la prescrizione al medico di base, come previsto dalla normativa nazionale.

Per quanto riguarda il tema del lavoro, purtroppo è molto elevato il tasso di disoccupazione giovanile (41,6%) nel Lazio. Per questo vogliamo investire maggiormente nella formazione post-diploma non universitaria, promuovere con obiettivi più ambiziosi le filiere degli istituti tecnici superiori (Its) di alta specializzazione, ai quali si accede dopo aver superato l’esame di Stato, e moltiplicare la loro offerta formativa. Le proposte complete si possono trovare sul sito di Radicali Roma.

Ogni anno sei sempre in testa al Roma Pride. Sarà dunque possibile vederti anche in “testa” in Regione?

Sì, è vero sono sempre in testa al corteo, insieme ad altri compagni del Mario Mieli, per fare in modo che il corteo si muova nei tempi previsti. Ogni anno mi ritrovo a pensare: ma quando potrò mai godermi un Pride in pace? Ma forse, conoscendomi, anche se non sarò alla testa del corteo, sentirò sempre un po’ quell’ansia che prende quando si desidera che una cosa riesca appieno. In ogni caso, in testa o in fondo al corteo, al Pride ci vedremo, e speriamo anche subito dopo il 4 marzo alla Pisana!

Ma allora viva sempre il Pride o no?

Certo! Il Pride è il momento unificante non solo dell’intera comunità Lgbti, ma di tutte le persone libere che credono fermamente nel rispetto verso ogni diversità. Uno slogan di un Pride di Roma, se non erro del ’97, era Un mondo di diversi con uguali diritti (e aggiungerei doveri) e questo slogan secondo me rappresenta l’essenza di un Pride.

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Sanremo 2018 è iniziato. Da ieri sera fino a sabato 10 febbraio la kermesse musicale più celebre dello stivale incollerà milioni di telespettatori - di tutte le età, estrazioni sociali e provenienze geografiche - agli schermi televisivi perché, nonostante sia sempre più criticata, snobbata e trattata con sufficienza, la verità incontrovertibile ed innegabile è solo una: Sanremo è Sanremo!

Ovviamente, il festival porta con sé, da sempre, anche considerazioni e valutazioni legittime sui cantanti selezionati e su quelli esclusi. Tra i big della canzone italiana che, a questo giro, non vedremo sul palco floreale dell’Ariston, c’è una cantante sempre molto rainbow che non ha mai nascosto un particolarissimo feeling con la comunità Lgbti: L’Aura, nome d’arte di Laura Abela.

Incontriamo L’Aura nel bel mezzo di un trasloco e, tra scatoli e scatoloni, ci dedica qualche minuto per raccontarci della sua esclusione e non solo.

L’Aura, hai trovato strana la tua esclusione dalla rosa dei big che da ieri sera si esibiscono al teatro Ariston di Sanremo?

Devo dire che non è una cosa strana. Io provo tutti gli anni ad andare a Sanremo e l’anno prossimo può darsi che si ripeta. Ma questo vale per la stragrande maggioranza dei miei colleghi. Però molti non lo dicono per paura di fare brutta figura. Ma secondo me non c’è da fare brutta figura perché queste cose dipendono da fattori imponderabili e anche da una certa dose di fortuna. Ci sono artisti, molto più noti di quelli che sono stati scelti da Baglioni, che sono rimasti a casa. Ed è normale perché le selezioni dipendono da dinamiche che non conosciamo e che non sono legate a interessi di lobby. Ma proprio a questioni televisive che, spesso, hanno poco a che fare con le nostre reali qualità artistiche.

Tra l’altro, si tratta di un festival con poche donne in gara…

Pensa, io stavo per essere selezionata perché avevo passato quasi tutti gli step e poi alla fine mi hanno escluso dicendo che c’erano troppe donne tra gli artisti selezionati. Adesso, mi rendo conto che di donne ce ne sono pochissime. Allora o i brani presentati dalle donne erano davvero brutti oppure è stato fatto un ragionamento che mi sfugge. Ma non credo che Baglioni sia misogino: non mi sembra proprio un tipo misogino. Analizzando in maniera più fredda e razionale, mi verrebbe da pensare che hanno preferito pezzi più tradizionali e hanno lasciato in gara solo pochi brani più nuovi e giovani.

Per quale big fai il tifo?

Mi piacerebbe vincesse Ermal Meta perché se lo merita ed è un bravissimo ragazzo.

A proposito del tuo feeling con la comunità Lgbti, come te lo spieghi?

Ma è chiaro: mi amano perché sono fuori di testa come me! Scherzi a parte, penso che mi amino per varie ragioni: per esempio, le mie canzoni sono adatte a narrare storie d’amore che si possono aprire a qualsiasi interpretazione di orientamento e identità. Sono canzoni queer, le mie! Poi mi è sembrato sempre evidente che, ai miei concerti, il 60% del pubblico sia Lgbti e, anche nella mia vita provata, sono sempre stata attorniata da persone lgbti.

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Quest’anno per la prima volta dal 2014 la Casina di Pio IV nei Giardini vaticani non ospiterà l’8 marzo Voices of the Faith. Evento che, ideato dall’avvocata Chantal Götz e organizzato dalla Fidel Götz Foundation e Liechtenstein No Profit Foundation con la collaborazione del Jesuit Refugee Service, è incentrato su dibattiti e testimonianze internazionali, nella maggioranza al femminile, in occasione della Giornata internazionale della donna.

La scelta di puntare sulla Curia generalizia dei Gesuiti (a due passi da piazza San Pietro e anch’essa zona extraterritoriale) quale luogo della kermesse – che quest’anno avrà il titolo Why Women Matter – è stata voluta proprio da Chantal Götz in reazione alla mancata approvazione di alcune (tre in tutto) delle relatrici da parte del cardinale Kevin Farrell, prefetto del neodicastero vaticano per i Laici, la Famiglia e la Vita. Una di queste è l’ex presidente irlandese Mary McAleese (che ha un figlio gay), nota per le sue ferme critiche alle posizioni cattoliche sulle persone Lgbti e sull’ordinazione sacerdotale delle donne.

Benché il porporato non abbia fornito alcuna motivazione, sarebbe questo il motivo – secondo Chantal Götz – dell'esclusione di McAleese. Tanto più che, come dichiarato ieri da Deborah Rose Milavac, componente del comitato consultivo di Voices of Faith, a essere stata ostracizzata da Oltretevere è anche l’attivista Lgbti ugandese, Ssenfuka Juanita Warry. Non si conosce il nome della terza relatrice non gradita al card. Farrell ma da indiscrezioni sembra che si tratta della giovane teologa polacca Zuzanna Radzik.

La questione sta sollevando grande attenzione in Irlanda anche perché il dicastero vaticano, guidato da Farrell, è il principale organizzatore del prossimo Meeting mondiale delle Famiglie, che si terrà a Dublino dal 21 al 26 agosto. Alla kermesse è prevista anche la presenza di Papa Francesco.

Interpellato al riguardo, l'arcivescovo di Dublino Diarmuid Martin ha preso venerdì nettamente le distanze dalle polemiche dichiarando di non «essere stato consultato dal Vaticano» sulla questione McAleese per l’evento dell’8 marzo. Mentre ha auspicato che il meeting di agosto abbia un carattere inclusivo.

Mary McAleese che, sta per conseguire un dottorato in diritto canonico presso la Pontificia Università Gregoriana in Roma, ha intanto scritto una lettera al papa in merito alla questione Voices of the Faith. Cui, in ogni caso, parteciperà addirittura nelle vesti di relatrice principale perché, come dichiarato da Chantal Götz, «è fondamentale portare voci che rappresentino prospettive spesso non ascoltate in Vaticano».

Da parte sua padre Thomas H. Smolich, direttore del Jesuit Refugee Service, ha dichiarato: «Non siamo necessariamente d'accordo con le opinioni di tutte le relatrici. Ma è importante avere una vasta gamma di voci femminili in quest'evento, comprese le donne rifugiate». Al riguardo ha quindi affermato che la quinta edizione di Voices of the Faith presenterà le testimonianze di donne provenienti dal campo profughi di Dzaleka nel Malawi.

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Prevenzione delle malattie che colpiscono le donne. Patrocinio di progetti riguardanti la parità di genere. Opera di sensibilizzazione e controllo per l’utilizzo d’un linguaggio non sessista nel lavoro giornalistico. Questi i fini della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei giornalisti della Campania, ufficialmente costituita il 30 novembre scorso.

A comporla 15 donne e giornaliste: Titti Improta (presidente), Concita De Luca (vicepresidente), Fiorella Anzano, Gabriella Bellini, Valeria Bellocchio, Trisha Calandrelli, Titti Festa, Nicoletta Lanzano, Marilù Musto, Monica Nardone, Annamaria Riccio, Francesca Salemme, Monica Scozzafava, Filomena Varvo, Cristina Zagaria.

Per raggiungere gli obiettivi prefissisi, la Commissione lavorerà in sinergia con la Cpo del Sindacato unitario dei giornalisti della Campania e con Arcigay Napoli. Tra le iniziative in programma, inoltre, anche un corso di formazione giornalistica organizzato con Gaynet e dedicato a temi Lgbti e media.

Abbiamo percià rivolto qualche domanda a Titti Improta.

Presidente, qual è l’importanza della Commissione Pari Opportunità?

La Commissione punta molto a sensibilizzare il mondo della scuola. Riteniamo che sia proprio lì, dove inizia il percorso formativo dei giovani, che si debba lavorare per dialogare con gli studenti e offrire loro la giusta percezione dell’utilizzo delle parole e della forza discriminatoria che la comunicazione può avere. Oggi attraverso i social network assistiamo quotidianamente allo sciacallaggio comunicativo. Lasciando impunite queste azioni c’è il rischio che i giovani perdano di vista il valore e il peso emotivo che le parole possono avere.

Nel comunicato ufficiale d’insediamento della Commissione è stata messa in luce l'importanza d’un lavoro sinergico con la collettività Lgbti. Può spiegarcene i motivi?

L’intenzione della Commissione Pari Opportunità dell’Ordine dei Giornalisti è quella di iniziare un dialogo oltre che una collaborazione con la comunità Lgbti. La Commissione si avvale del lavoro di colleghe di grande professionalità e sensibilità umana.

Per questo motivo abbiamo ritenuto doveroso intraprendere questo percorso. Affinché si inizi a parlare non solo di violenza sulle donne ma di violenza di genere. Riteniamo intollerante ogni forma di violenza e discriminazione, anche verbale. Per questo motivo iniziare un percorso, attraverso iniziative e corsi di formazione, insieme alla comunità Lgbti, può rappresentare un piccolo,ma importante passo verso l’abbattimento di pregiudizi, violenze e discriminazioni. 

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«Roy aveva ragione. Dio aveva la situazione sotto controllo. Quello che non aveva realizzato è che Dio fosse una donna nera».

Con questa battuta J.K. Rowling, autrice della saga di Harry Potter, ha commentato via Twitter un video della Cnn con le dichiarazioni di Roy Moore dopo la cocente sconfitta elettorale del 12 dicembre. Sconfitta che il conservatore evangelicale, sostenuto da Donald Trump per rappresentare in Senato lo Stato dell’Alabama, non ha accettato, fiducioso in un possibile ribaltamento dei risultati grazie a una riconta delle schede. 

E così proprio martedì il candidato repubblicano, accusato di aver ripetutamente abusato di ragazzine e ben noto per le violente posizioni sulle persone omosessuali, ha invitato i suoi sostenitori a non perdere la fede e la speranza perché «Dio ha il controllo della situazione».

Da qui l'arguto tweet (rilanciato al momento 40.581 volte) della celebre scrittrice scozzese con riferimento al ruolo determinante che le donne afroamericane hanno avuto nel garantire la vittoria al democratico Doug Jones.

Rappresentando il 17% dell'elettorato in Alabama, esse hanno votato per Jones quasi in blocco: ben il 98%. Percentuali simili anche per gli uomini afroamericani, il cui 93% ha dato il proprio consenso al candidato democratico. Moore, di contro, ha incassato il sostegno del 72% degli uomini bianchi e del 63% delle donne bianche. Ma ciò non gli è valsa   la vittoria.

Un’autentica débâcle, insomma, che ha scosso anche le mura della Casa Bianca.

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Una presentazione in grande stile quella dell’ultimo libro di Pietro Folena presso la Sala della Crociera del ministero dei Beni culturali. Alla presenza della ministra della Difesa Roberta Pinotti, dell'ex presidente della Camera Fausto Bertinotti e del presidente della Pontificia accademia per la vita Vincenzo Paglia è stato disvelato quel “dialogo impossibile” tra Berlinguer e Bergoglio che interessa la prima parte del volume collettaneo Enrico e Francesco. Pensieri lunghi.

Una vera e propria trilogia in unum che, edita per i tipi romani Castelvecchio, si sviluppa attraverso la versione rivista e aggiornata dei saggi foleniani I ragazzi di Berlinguer. Viaggio nella cultura politica di una generazione L’evaporazione. Un'analisi, quest’ultima, che, incentrata sugli anni susseguenti la morte di Berlinguer, si interroga su come e perché sia stato disperso il patrimonio della sinistra italiana.

Tema vitale per Pietro Folena che ha militato giovanissimo nel Pci e ha conosciuto Berlinguer, di cui organizzò nel 1984 l’ultimo comizio. Quel Folena che, appena un anno dopo,  sarebbe stato scelto da Alessandro Natta quale segretario nazionale della Fgci. Eletto per la prima volta deputato nel 1987, è seduto in Parlamento per cinque legislature consecutive (X-XIV°) tra le file del Pci, Pds e Ds.

Avvicinatosi ai movimenti di critica alla globalizzazione dopo i fatti di Genova, è stato per l’ultima volta parlamentare quale indipendente con Rifondazione-Sinistra Europea nel biennio 2006-2009. In quell’anno ha abbandonato ogni ruolo di direzione politica e d’impegno istituzionale per dedicarsi ad attività imprenditoriali nel campo dell'arte.

Ha fondato così nel 2009 con Vittorio Faustini MetaMorfosi, che in pochi anni si è affermata come associazione di riferimento nel campo della produzione di mostre, della valorizzazione di beni culturali e d'importanti interventi conservativi e di restauro.

Per sapere di più del suo volume, lo abbiamo raggiunto telefonicamente.

Enrico e Francesco. Un dialogo “impossibile” come da lei scritto. Per motivi cronologici o anche contenutistici?

Il dialogo è impossibile per ragioni temporali, ovviamente. Si tratta non solo di 30 o 40 anni di distanza, ma di due mondi diversi: quello dell'equilibrio del terrore e quello della guerra mondiale a pezzi. Tuttavia è "dia-logos", per mezzo del discorso e, quindi, diventa reale. Certamente su molti aspetti contenutistici le differenze sono davvero grandi. Ciò che a me interessa non è il confronto tra due Chiese – quello che fu chiamato catto-comunismo – ma la radicalità, l'attenzione alle radici e ai fondamenti etici di due personalità che dalle Chiese in qualche modo fuoriescono e che cercano strade nuove. In qualche modo un socialismo d'ispirazione umanistica e cristiana.

Delle otto sezioni tematiche componenti i Pensieri lunghi in quale a suo parere scorge maggiore affinità tra il leader del Pci e il Papa Riformatore?

Senza alcun dubbio in quella relativa alla visione del mondo. Pur in epoche tanto lontane e con equilibri diversi, Enrico e Francesco vivono il mondo globale, interdipendente, connesso. La pace, la vita sul pianeta, la giustizia sociale come problema globale sono il cuore di questa comunanza, che non a caso trova nella figura di san Francesco d'Assisi un esempio "laico" e non solo ecclesiastico di azione.

Si affrontano temi cardine del pensiero dei due uomini: lavoro, giustizia sociale, donne, pace. Nulla, invece, su quello dei diritti delle persone Lgbti. Forse perché Berlinguer non ha avuto a cuore tali istanze?

Il Pci veniva da una tradizione politica - certamente non la sola – animata da una forte ostilità nei confronti dell'omosessualità. Viveva al suo interno una contraddizione, visto che non pochi intellettuali, artisti, letterati vicini al partito erano gay, più o meno dichiarati. Il tema dei diritti civili a tutto tondo, a partire da quelli Lgbti, non era assolutamente elaborato. Si può tutavia scorgere nel modo in cui Berlinguer schierò il Pci sui temi dei diritti civili come il divorzio e l’aborto o sull'apertura reale a istanze di liberazione, e non solo di emancipazione che venivano dal femminismo, una volontà in nuce di rimettere in questione la visione maschilista e patriarcale propria anche di una parte del movimento operaio. Insomma Berlinguer, se avesse avuto il tempo, avrebbe sicuramente aperto la strada a un cambiamento sui diritti delle persone Lgbti.

Come “ragazzo di Berlinguer” saprebbe dirci qual era la posizione del segretario storico del Pci nei riguardi dell’omosessualità?

Mi riallaccio a quanto detto prima. Non ho una risposta: bisognerebbe parlarne con Aldo Tortorella, che era al suo fianco e che forse può raccontare qualcosa. So, tuttavia, che all'indomani della morte di Berlinguer a Padova - di cui parlo nel volume, poiché ero lì – io fui chiamato a rivestire il ruolo di segretario nazionale della Fgci. Raccogliendo le istanze che l'Arcigay di Franco Grillini portava avanti e condividendo la battaglia condotta controcorrente da un giornalista de L'Unità come Eugenio Manca, decisi sin dall’inizio di chiamare nella mia segreteria un giovane esponente d'Arcigay come Nichi Vendola e di condurre una tale lotta nel partito a viso aperto  (il quale, se ben ricordo, aveva cominciato a dare, proprio negli ultimi anni di Berlinguer, segnali di apertura).

Ricorda se Berlinguer si sia mai espresso su Pasolini e sul suo omicidio?

Ho in mente la fotografia di Berlinguer che sfila commosso davanti alla bara di Pasolini. La Fgci di Roma aveva fatto con lui la Festa nel 1974. Intorno all'idea di austerità sono percebili grandi affinità di visione. Era lontano il tempo indegno in cui Pasolini era stato allontanato dal Partito per il suo orientamento sessuale. Mi piace ricordare come nel 1985, appena divenuto segretario della Fgco, dedicammo proprio a Pasolini la prima festa nazionale a Castel Sant'Angelo dal titolo La disperata passione di essere al mondo.

In Evaporazione lei parla della dissoluzione di uno dei più grandi patrimoni delle sinistre europee. Se dovesse in sintesi indicarne le cause, quali evidenzierebbe?

L'evaporazione di cui parlo nasce dalla rinuncia esplicità alla radicalità dei valori. Alla fine degli anni '80 si è fatta strada a sinistra nel campo socialista e in quello comunista l'ideologia dell'autonomia del politico, della necessità d'eliminare ogni riferimento ideale e etico. La sinistra di governo si è pensata come una sinistra che conquistava la stanza dei bottoni sempre meno individuabile rispetto all'invenzione semantica di Pietro Nenni. E non come una sinistra di valori, di trasformazione, che usa le leve del governo e dell'autogoverno per cambiare le cose. Aver sposato il credo neoliberale per più di un ventennio ha creato effetti perversi e ha spinto a tornare indietro a un'idea notabilare della politica fuori dalla società e dai suoi gangli.

Oggi per Pietro Folena che sinistra è quella italiana? E, alle prossime elezioni, si sentirà più vicino al Pd o al neopartito di Grasso?

Penso che ci sia un gran problema etico e ideale. Di costruire i fondamenti, che attingono a grandi valori su cui la sinistra è nata ma che richiedono risposte completamente nuove. In questo il radicalismo di Bergoglio, quello di Corbyn e quello di Sanders hanno tratti in comune. Il lavoro da fare, quindi, in Italia non riguarda le prossime elezioni ma un percorso più lungo e articolato. Le elezioni prossime potrebbero favorirne la nascita. Da questo punto di vista, trovo nel modo umano in cui Pietro Grasso si propone e nel suo costante richiamo ai valori, un possibile nuovo inizio, che comunque io sono orientato a sostenere.

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150mila persone alla manifestazione nazionale organizzata a Roma da Non una di meno per dire no alla violenza contro le donne. E le donne sono state le assolute protagoniste di questa fiumana che ha scandito non di rado slogan di attacco al governo e alle religioni.

Unite con loro anche tanti uomini, famiglie ed esponenti di associazioni, comprese quelle Lgbti. Significativa la presenza d’un’enorme bandiera arcobaleno che, sorretta da attiviste e attivisti, è stata voluta da un sempre più dinamico Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli grazie al nuovo team Secci-Praitano.

Sì, perché la violenza contro le donne è una drammatica realtà che chiama in causa tutti. È quanto ribadito stamani anche dalla presidente della Camera Laura Boldrini che, accogliendo per uno specifico evento a Montecitorio 1300 donne, ha dichiarato: «Sbaglia chi pensa che la violenza sia una questione che riguarda esclusivamente le donne. No, riguarda tutto il Paese e sfregia la nostra comunità». E dal Parlamento è arrivato proprio oggoi un segnale concreto: il via libera unanime al fondo per gli orfani di femminicidio, con una dotazione di due milioni e mezzo l'anno per il triennio 2018-2020.

Su cosa necessiti fare per contastare la violenza di genere così si è epressa ai nostri microfoni la giurista Andrea Catizone, presidente di Family Smile ed esperta di diritti dei minori: «La violenza oggi è un fenomeno che attraversa tutte le generazioni e tutti gli ambiti sociali. È nella concezione del rapporto sentimentale che si è innestato un meccanismo di prevaricazione sempre più incontrollato. Serve prima di tutto imparare a riconoscere la violenza e poi imparare a reagire e a non tollerarla come qualche cosa che poi passa. I gesti violenti lasciano sempre delle tracce e pertanto è fondamentale che le donne sentano una rete di protezione che le affianchi sin dalla denuncia. Ecco perché servono dei meccanismi che si attivino immediatamente ed ecco perché servono investimenti da parte dello Stato e delle istituzioni».

Ma manifestazioni, spettacoli, eventi, si sono tenuti in tutta Italia che sembra aver oggi ritrovato una sostanziale concordia su un tema – almeno così sembrerebbe – non divisivo. A Palermo, fra l’altro, il Palazzo delle Aquile, sede del Comune, si è colorato di arancione.

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Tanti passi in avanti, tante conquiste ottenute nella lotta contro le disuguaglianze, le discriminazioni e le violenze contro le donne. Eppure ancora oggi, nel 2017, le donne sono costrette a scendere unite in piazza in tutti gli Stati per reclamare diritti fondamentali. Tra questi il rispetto alla propria persona e individualità, la libertà di essere se stesse e di autodeterminarsi senza essere colpevolizzate né tantomeno subire costrizioni di alcun tipo.

Una strada ancora lunga da percorrere che va fatta unite, anche con gli uomini. Attorno alla Giornata internazionale contro la violenza sulle donne sono state tantissime le iniziative organizzate e che hanno visto in prima linea professioniste impegnate in diversi ambiti della società: avvocate, giornaliste, attrici, cantanti, attiviste, politiche. Denominatore comune la necessità di ripensare a una società diversa che ripudia la violenza, che non consideri la donna come un oggetto e con la quale ci si relaziona di conseguenza, ovvero elargendo al massimo qualche concessione.

Di quello che occorre ancora fare se n’è parlato a Roma nel corso dell’incontro – confronto dal titolo La via delle Donne: un percorso comune per contrastare le discriminazioni e la violenza di genere cui hanno partecipato anche l’avvocata Andrea Catizone, presidente dell’associazione Family Smile, Anna Maria Bernini, vicepresidente vicaria al Senato del gruppo Forza Italia, Vittoria Doretti, responsabile della Rete regionale Codice rosa della Regione Toscana, Donatella Ferranti, presidente della Commissione Giustizia alla Camera, e il procuratore del Pool antiviolenza alla Procura di Roma Pantaleo Polifemo.

«Serve una nuova cultura delle relazioni tra le persone che superi le disparità e bandisca l’aspetto della violenza – ha detto l’avvocata Andrea Catizone, prima organizzatrice del convegno  -. Oggi siamo di fronte a una recrudescenza del conflitto che si risolve in una dinamica continuativa di atti e comportamenti violenti a danno della parte più fragile della coppia.

Dobbiamo lavorare per attenuare quelle disparità che sono inattuali e contrarie ai diritti fondamentali di ogni essere umano e promuovere una grammatica educativa che faccia recuperare la funzione educativa della società anche a favore delle giovani generazioni».

Dalla voce di una realtà sociale che si occupa di diritti e di tutela di chi è più fragile a un’altra altrettanto concreta come quella proveniente dalla dottoressa Doretti, ideatrice del protocollo Codice rosa, che rappresenta uno strumento fondamentale per la tutela delle donne che hanno subito violenza e grazie al quale possono così sentirsi sicure, rispettate e curate, e magari trovare il coraggio di denunciare. Da parte loro, gli operatori, possono intervenire in un ambiente che preserva la privacy e consente un intervento tempestivo.

«Credo che per aiutare la parte offesa in un Paese obiettivamente maschilista nonché omofobico come il nostro – ha spiegato la senatrice Bernini – occorra essere innanzitutto sensibili e poi essere formati con la cultura e l’educazione che deve venire dalla scuola, dalle famiglie, dalle parrocchie ed evitare così la violenza e non dover arrivare a punire un uomo». La necessità quindi di un cambio di passo che possa portare a cambiamenti significativi, così com’è stato anche nel recente passato nelle legislature di pochi governi fa, quando si sono ottenuti dei risultati importanti perché ci si è creduto.

«Ricordo, ad esempio, la legge contro lo stalking nata da un governo di centro destra» ha continuato la capogruppo dei senatori di Forza Italia che ha quindi aggiunto: «C’è un humus culturale che oggi rende ostile la denuncia e anche il background normativo non ci aiuta. Occorre smetterla con l’ipocrisia.

Il lavoro con le associazioni è fondamentale perché chi denuncia poi è costretta a tornare a casa con il proprio orco. Non esiste una cura senza una corretta diagnosi e ribadisco che occorre una giusta mentalità di cosa debba intendersi per violenza: ogni atto sessuale compiuto o parziale deve essere il frutto di una libera scelta».

 

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La sposa è raggiante, col suo vestito di pizzo azzurro, le scarpe blu elettrico, la carnagione scura e i capelli raccolti in una treccia. Anche la moglie non è da meno, impeccabile nel suo tight e quell'elegante gilet che fa un bel contrasto col caschetto biondo. Sono emozionatissime, d'altra parte in tutti i matrimoni va così. E quando dall'altoparlante della chiama la voce scandisce "Le spose possono uscire!", appena fuori dalla soglia parte una pioggia di riso che le raggiunge dai piani alti.

Questa è la storia di Camila e Adriana e del loro matrimonio speciale. Speciale, certo, perché solo da una manciata di tempo in Italia anche due donne o due uomini possono unirsi civilmente di fronte allo Stato. Speciale ancora di più, nel loro caso, perché la cornice dell'unione costituisce una prima volta, un inedito: il carcere femminile di Rebibbia a Roma.

Ho conosciuto Camila e Adriana in un assolato sabato di fine ottobre. La loro storia ha fatto scalpore e ha dato il via a un dibattito delicato, importantissimo, quello intorno all'"affettività in carcere", la possibilità cioè per una coppia di stare insieme e scambiarsi baci e carezze nonostante le sbarre. Cosa evidentemente impossibile per un uomo e una donna, visto che i reparti dei penitenziari sono rigorosamente separati tra maschile e femminile. Fattispecie che per la prima volta in Italia si è realizzata invece là, nella cella numero 84 al secondo piano del reparto cellulare, ribaltando almeno in questo caso la gerarchia dei diritti tra eterosessuali e omosessuali del nostro Paese. I primi svantaggiati rispetto ai secondi, i secondi pronti ad aprire una strada nuova, che possa alla fine del percorso chissà... produrre un passo avanti per tutti.

La faccenda è delicatissima, e a spiegarmelo mentre raggiungiamo il reparto sono in tanti: la vicedirettrice del carcere, il cappellano di Rebibbia, il garante dei detenuti del Lazio e persino la damigella delle spose. E non è delicata solo in punta di diritto, bisogna andarci cauti proprio parlando d'amore.

Quando sei rinchiuso infatti, specie tra donne, è facile per la solitudine e per le tante mancanze che si soffrono scambiare un'amicizia per qualcos'altro, non fermarsi a una carezza e proseguire oltre.

«Speriamo che duri» è la frase che mi dicono tutti mentre raggiungiamo la cella delle spose: il cappellano, che si è ritrovato a fare da testimone il giorno del matrimonio; l'agente di polizia penitenziaria che «certo che ci sono andato alla cerimonia, una volta che succede una cosa bella qua dentro», la damigella che in questo strano condominio tutto di donne è la dirimpettaia della coppia.

Tutte queste attenzioni da parte dell'amministrazione, all'inizio, Camila e Adriana le avevano scambiate per una specie di "persecuzione". Ora invece ci tengono a dire che sono grate a tutti, per la cura con cui hanno seguito la loro storia. E - naturalmente - per il lieto fine che è stato scritto: va bene, ha disposto alla fine la direzione del carcere, la vostra condotta è buona e anche il rapporto con le altre detenute, dunque potete condividere la stessa cella.

"La nostra casa", la chiamano loro. Un letto a castello, un armadietto dove si intravede della frutta, un fornelletto elettrico, un cane in miniatura sopra a una specie di comodino, la TV accesa sul telegiornale, il bagno. Non c'è ordine in giro, c'è qualcosa di più: segni di una stanza vissuta, di una vita "normale".

Una dimensione che Camila e Adriana si sono conquistate dopo due anni e più di qualche fatica. La principale quando Camila, la più grande delle due (ha 29 anni ma ne dimostra 25 come la sua compagna) ha ottenuto il permesso di andare a lavorare fuori durante il giorno. Un premio per le altre, una specie di tortura per lei che - arrivata dal Brasile solo quattro anni fa - dice «Adriana è tutta la mia famiglia».

La storia del dentro/fuori dura solo tre mesi: «Ci parlavamo dalle grate, lei al secondo piano io al piano terra», mi racconta Camila. Troppo, e così addio permesso premio e sono tornate insieme. Per Adriana quella è stata la prova definitiva del loro amore: all'inizio aveva paura che Camila si fosse sbagliata, che avesse solo scambiato un'amicizia per qualcosa d'altro.

Lei «omosessuale sin dalla nascita con altre storie alle spalle», la compagna al suo primo rapporto non eterosessuale. E così la scelta di sposarsi, e i confetti, e la festa nel chiostro del carcere, e quel primo lento insieme sulle note di Alessandra Amoroso prima di scatenarsi ballando con le altre detenute nello "spazio socialità", e tutti commossi compresi i genitori di Adriana, due signori di origine polacca a Roma da una vita, che hanno dato una mano alle spose in tutto e per tutto: dai documenti per l'unione alle fedi, che le neospose indossano in coppia coi loro anelli di fidanzamento.

Sempre i genitori di Adriana aiuteranno tra qualche mese Camila, una volta uscita dal carcere. Vuole andare in Brasile per portare in Italia suo figlio Gabriel, che ha dieci anni e sa che mamma ha un'amica speciale che già gli va a genio, perché gli ha regalato un pallone firmato da Ronaldo che custodisce gelosamente nella sua cameretta.

E quando l'anno prossimo sarete fuori tutte e due, chiedo, come la immaginate la vostra vita? Avete già una casa dove andare tutti e tre? Prima di salutarci è Adriana a rispondermi, con la calma di chi dopo tanto penare non vuole precipitare le cose.

Andranno a stare per un po' dai suoi, cercheranno un lavoro, un po' di stabilità. Ma una cosa è certa, si piazzerà davanti alla playstation con Gabriel e partirà la sfida a due. Come succede in un sacco di case, come succede in qualunque famiglia.

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Nell'ambito della polemica, scatenata dalla condivisione dell'articolo I am a woman. You are a Trans Woman. And that distinction matters (Io sono una donna. Tu sei una donna transessuale. E questa differenza conta) sulla pagina fb di ArciLesbica nazionale, Gaynews ha ospitato una lunga intervista a Porpora Marcasciano.

Alla domanda Marina Terragni dice che il problema nel 2017 è ancora solo il patriarcato. Che cosa ne pensi?, la presidente onoraria del Mit (Movimento identità transessuale) aveva così risposto: Sì, ne sono convinta. E lei, come quelle che attaccano trans, gpa, prostituzione sono le degne rappresentanti di quel patriarcato. Usano la stessa logica, gli stessi metodi, le stesse parole. Dopo anni di negazione sinceramente delle “Essenzialiste” (da non confondere con le separatiste… favolose) ne possiamo e ne vogliamo fare a meno.

Ritenute "sconcertanti e offensive" tali parole dalla giornalista e femminista milanese, abbiamo pubblicato nella giornata d'ieri una sua lettera aperta al direttore Franco Grillini.

Alla luce di alcuni passaggi di questa missiva Porpora Marcasciano è tornata sull'argomento per meglio esplicitare il suo pensiero e aggiungere ulteriori chiarificazioni. Eccone il testo:

Provo a riformulare la mia posizione che, nella sua sostanza, resta la stessa. Per quanto mi sforzi, non riesco a cogliere il carattere di sconcertanti e offensive che Marina Terragni ritrova nelle mie affermazioni. Affermazioni che - ci tengo a sottolineare - restano una sacrosanta “presa di parola Trans su questioni Trans”. Non mi sono mai permessa e mai mi permetterei - i miei scritti e i miei discorsi lo testimoniano - di sindacare sulle questioni del femminismo che riconosco essere esperienza imprescindibile e fondamentale. Non voglio inoltre confondere o generalizzare le posizioni di Terragni con quelle del femminismo che, a mio modesto avviso, non sono la stessa cosa.

Di lei ricordo unicamente la sua esperienza presso Il Corriere della Sera. Della sua militanza nel Mit a Milano non ho memoria alcuna ma solo perché operavo nel Mit laziale. Con tutto il rispetto per Pina Bonanno, a cui tutte, me compresa, riconosciamo i meriti e il ruolo di leadership, mi preme far notare a Terragni che evidentemente non si è mai accorta in quegli anni dell’esistenza del Mit (Movimento italiano transessuali) anche in altre città e, in particolare, a Roma. In quella città, sotto la presidenza di Roberta Franciolini (di cui spero ella si ricordi, sempre che l’abbia conosciuta), ricoprii in maniera alterna ma ininterrotta i ruoli di segretaria e vicepresidente dal 1983 al 1991.

In quell’anno mi trasferii a Bologna, dove, sotto la presidenza di Marcella Di Folco, ho ricoperto le stesse cariche dal 1992 al 2010, quando le successi in quell'incarico. La storia è importante ma per essere tale deve essere validata da fonti documentali. Le stesse su cui baso le mie dichiarazioni.

A parte gli anni della rivolta trans (caratterizzante, più o meno, gli anni 1979-1982) che vissi da giovanissima (22–26 anni) e quindi in maniera poco visibile da un punto di vista di militanza, lascio proprio ai documenti ogni possibile testimonianza. Testimonianza che, ripeto, non debbo dimostrare ad alcuna perché sono proprio quei documenti a parlare per me.

Ci tengo a sottolineare che il femminismo, nella sua grandezza e importanza, non può essere ridotto a quanto riportato da Terragni: sarebbe estremamente ingiusto e riduttivo nonostante le di lei rivendicazioni. Rispetto al più o meno tormentato rapporto tra femministe e persone trans invito tutt* a leggere Altri Femminismi (Manifestolibri, 2005), la cui ristampa arricchita uscirà nel novembre prossimo non senza il mio contributo al dibattito.

Rivendico la presa di parola Trans sulle questioni Trans come atto altamente politico. L’ordine del discorso (trans) non può essere deciso da persone non trans. Chiamasi ermeneutica e quella Trans la stiamo faticosamente ricostruendo.

 

 

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