Classe 1975, il monzese Pippo Civati è stato deputato nel corso della XVII° legislatura. Eletto tra le file del Partito Democratico, ne è uscito nel 2015 in aperto dissenso con le linee politiche dell’allora segretario nonché presidente del Consiglio Matteo Renzi.

Il 26 maggio di quel medesimo anno ha annunciato la nascita di Possibile, di cui è stato primo segretario fino al 17 marzo scorso.

A poche settimane dalla creazione della compagine Lgbti del partito da lui fondato l’abbiamo raggiunto per raccoglierne impressioni e valutazioni in riferimento all’attuale scenario politico italiano ed europeo.

On. Civati, facciamo un passo indietro fino al 26 maggio 2015. Perché Possibile?

Possibile vuole reagire nettamente a chi ripete come fosse un’ossessione che non ci sono alternative. E anche a chi promette cose irrealizzabili. Il «possibile» si colloca nel futuro ma senza scorciatoie, senza slogan eccessivi e smisurati. E si lega a tutte le esperienze che vogliono tentare strade inedite, con l'obiettivo della riduzione delle disuguaglianze, questione che abbiamo collocato nel nostro simbolo, come vera e propria madre di tutte le battaglie.

Il tema migrazione è uno dei più attualmente scottanti e non solo in Italia. È sempre più diffusa la narrazione di un’Europa che si va sfaldando a fronte della gestione di una tale problematica. Cosa ne pensa? 

L'Europa non è un Europa astratta. Ma è l'Europa di una destra moderata che non ha voluto fare i conti con le storture della globalizzazione e con le disuguaglianze sociali e non ha avuto ambizioni per rendere l'Europa più forte proprio per non disturbare alcuni interessi da cui la politica evidentemente continua a dipendere. Penso alle migrazioni, alle questioni fiscali, al rapporto con le concentrazioni di potere economico e quindi con le multinazionali. Un'Europa che già molto sovranista perché sono sempre gli Stati nazione a decidere. In questo senso il sovranismo tanto agognato dai nazionalisti (perché il sovranismo è inevitabilmente sovranita, e non è un caso che Salvini sia il modello) è soltanto il punto di arrivo di un'impostazione politica che conosciamo molto bene: ci vuole qualcosa di completamente diverso che lo mette in discussione l'Europa ma che finalmente la faccia.

Senza l’Europa sarebbe più facile, a suo parere, l’avvento di poteri meno democratici?

Ovviamente sì, nel nostro caso avremo un sovranismo in ritirata, un nazionalismo della disperazione, non certo quello di una grande potenza, alle prese con problemi insormontabili, come si è già visto in questa fase politica, in cui il cialtronismo ha raggiunto livelli sorprendenti. Il modello Orbán che piace tanto a Salvini è già una realtà: autoritarismo e discriminazioni sono due ingredienti che vanno di pari passo. Per le minoranze, d’ogni tipo, se si affermerà quell’impostazione, i tempi saranno molto cupi. È per questo che si deve reagire. Sì. Forse ora se ne rendono conto tutti, che bisogna agire, dopo anni di acquiescenza e di torpore. Tocca a ciascuno di noi, singolarmente, e insieme, seguendo ciò che si muove e organizzando un campo che la politica istituzionale ha letteralmente devastato. Non bisogna avere fretta, non bisogna però nemmeno perdere tempo. 

Le forze di destra, anche quelle più estreme, avanzano in tutta Europa. Anche in Italia ne è cresciuta la presenza. Cosa sta accadendo secondo lei?

Il nostro Paese ha conosciuto vent'anni di progressiva - anzi, regressiva - deriva culturale. In questo senso la stagione dell'antipolitica così come la vediamo, soprattutto in questi mesi in cui è arrivata al governo, ha raccolto l'eredità nel ventennio precedente. In questa confusione ideologica e questo continuo rovesciamento sono emerse pulsioni antiche, autoritarie e razziste, che realtà ci sono sempre state, in questo paese, ma che ora non trovano ostacoli né anticorpi come accadeva un tempo. In questo senso il fascismo quello delle camicie nere e quello più sottile e pericoloso di chi non considera la Costituzione e non si cura della legge e della dignità istituzionale ha campo libero.

Si registra un generale disfattismo nei riguardi della sinistra. Al contempo l’idea di uno Stato forte sembra passare tra il pensiero populista e quello sovranista. C’è ancora uno spazio per un’aggregazione forte in grado di rispondere a questa idea? 

Più che dell'aggregazione forte che assomiglia a un’ammucchiata senza politica, c'è bisogno che emergano pensieri, parole, proposte che non abbiano nulla a che fare con quello che abbiamo visto finora. Nonostante la débacle del 4 marzo mi pare che tutto si svolga in una sinistra (questa sì, sinistra) continuità con ciò che è accaduto prima. Nessuna vera riflessione su ciò che si può fare per ottenere nuovamente la fiducia dei cittadini. Nessun progetto di società. Nessuna storia, vera, da raccontare. Su questo dobbiamo lavorare.

In Italia sono al momento oltre i 4 milioni le persone in stato di povertà. Il reddito di cittadinanza vuole essere una delle tante risposte di questo governo. Che cosa ne pensa? 

Sono sempre stato favorevole a reddito minimo garantito e lo sono da prima che lo proponesse grillo qualche anno fa. Con Possibile e con Davide Serafin in particolare abbiamo fatto proposte sostenibili in questo senso e ho come l'impressione che dopo i mesi di ubriachezza da parte della maggioranza si finirà con il convergere su quanto dicevamo noi. Qualcosa di molto diverso dalla propaganda di Di Maio e dalle semplificazioni di questo governo.

La collettività Lgbti continua a denunciare casi di violenza omofobica e transfobica nel paese. Come si può arginare, a suo parere, una tale violenza?

Da tempo sostengo la necessaria convergenza dei diritti civili e dei diritti sociali. So che in questo momento nel nostro Paese sono contrapposti ma chi li contrappone vuole negare entrambi. Per questa ragione la difesa dei diritti e la promozione dei diritti, soprattutto, si sposa perfettamente con quell'urgenza di reagire alle cose, di cui abbiamo parlato finora e con quella voglia di uguaglianza di cui parlavo descrivendo Possibile.

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Da quando Zola intitolò La débâcle il romanzo ispirato alla disfatta di Sedan, il termine è invalso ovunque nell’uso per indicare una grave sconfitta in campo politico o sociale. E tale sono state per il Pd le elezioni del 4 marzo.

Nonostante tutto tra i candidati della cosiddetta pattuglia arcobaleno dem è risultata rieletta al Senato Monica Cirinnà, il cui nome è legato alla legge sulle unioni civili. Gaynews l’ha raggiunta telefonicamente per raccogliere le sue prime impressioni.

Senatrice Cirinnà, lei è stata rieletta. Che emozioni ha provato alla notizia?

La certezza della mia rielezione l’ho avuta solo stamani attraverso il sito del ministero dell’Interno. Nella giornata d’ieri avevo già in realtà una solida speranza legata al fatto di essere capolista.

La sensazione è indubbiamente agrodolce: senzazione di gioia perché comunque la fatica è stata tanta, l’impegno è stato tanto, il sostegno ricevuto è stato tanto. Il dolore è legato al crollo del mio partito, che non è altro che il risultato di errori infiniti degli ultimi tempi. Errori pesanti della Segreteria e della classe dirigente del Pd.

È stato anche il risultato orribile della “notte dei lunghi coltelli” in direzione: dalla composizione delle liste al paracadutamento di personaggi improbabili su collegi probabili. E sicuramente del fatto che il Pd non è apparso un partito plurale, inclusivo. Una sensazione dunque di tristezza e di dolore. Fra poco tornerò in Senato e non troverò la maggior parte di quei colleghi meravigliosi e fantastici coi quali ho fatto la legge sulle unioni civili e tante battaglie importanti. Penso ovviamente a Sergio Lo Giudice ma anche a Luigi Manconi.

La sua candidatura è avvenuta in due collegi non facili. A fronte della débâcle del Pd a cosa ascrive la sua vittoria elettorale?

Sono stata candidata in due immensi collegi proporzionali del Lazio. La scelta di non candidarmi nella mia città, Roma, la dice lunga su quanto, in realtà, si volesse mettere alla prova in qualche modo il mio consenso tra i cittadini. Essere capolista a Lazio Nord e a Lazio Sud, in quelle province enormi in cui ha stravinto il populismo dei M5s, è per me una prova difficilissima.

Ascrivo la mia vittoria elettorale all’essere stata capolista. Per cui il crollo del Pd non è andato al di sotto del 15%. È evidente che molti cittadini nel trovare  il mio nome riportato sulla scheda hanno avuto quella speranza che, nel votare una lista da me guidata, ci fosse anche una speranza di ripresa per il Pd. Io ho sempre ragionato in questo modo: per me il partito è una comunità plurale. Una comunità che include diversità e valorizza le diversità. Il partito è però anche un luogo d’ascolto. Un luogo di condivisione. Il partito non è l’insieme di potentati locali. Il partito non è il luogo del mio ma il luogo del noi. Personalmente ho messo in campo questa scelta di essere appunto una che ascolta e tiene le pluralità all’interno delle sue scelte. Atteggiamento da me condiviso con tanti cittadini durante il lavoro sulle unioni civili o sul referendum e anche durante la campagna elettorale. E vedo che, ogniqualvolta il noi viene messo davanti, la comunità viene messa davanti, la valorizzazione di due parole chiave: libertà e uguaglianza viene messa davanti, i cittadini tornano a riconoscere il partito e a premiarti.

Il dopo voto ha causato una bufera in casa Pd. Quali le sue valutazioni in merito?

Come scritto ieri in un post su Fb, si tratta di un crollo annunciato da tempo, causato da varie crepe che piano piano si sono ampliate creando danni irreparabili.

Queste crepe hanno nomi chiari, nomi di persone del gruppo dirigente ben note. Meglio parlare di temi, pochi esempi:

- la buona scuola ha una storia paradossale, abbiamo stabilizzato oltre 100.000 precari, eppure è una delle riforme più invise a studenti, professori, presidi e sindacati, con i quali nessuno ha dialogato;

- la riforma del lavoro, non è stata condivisa e spiegata ai cittadini, è stata percepita solo come un modo per rendere ancora più instabile la vita lavorativa di molti, e di fatto un favore alle grandi imprese;

- non abbiamo dato segnali forti sui diritti e le politiche sociali, e l’obolo degli 80€ non è stato sufficiente perché non strutturale e di servizi, avremmo potuto fare molto di più visti i buoni dati di ripresa dell’economia e del recupero dell’evasione fiscale;

- sulla sicurezza abbiamo solo inseguito sul tema dell’immigrazione e non è bastato fermare gli sbarchi, a fronte per altro dei lager in Libia, quando non abbiamo risposto all’insicurezza sociale, quella che erode giorno per giorno le certezze di vita di persone e famiglie.

Ora servono giustizia, coraggio e coerenza.

Chi ha sbagliato passi la mano, ci consenta di ricostruire la casa comune del centro sinistra.

Quella casa che in tanti abbiamo scelto dando vita al Pd, non la Ditta, non il Partito di Renzi, ma un luogo plurale e inclusivo, che sappia ascoltare, rappresentare e proporre al Paese quella sana opposizione che servirà per sconfiggere il radicamento delle tante destre che si accingono a governare l’Italia.

Servono ora decisioni rapide ed efficaci, che guardino al bene comune e vadano al di là degli interessi e dei destini personali di ognuno di noi.

Quali battaglie porterà in Senato a sostegno dei diritti delle persone Lgbti?

Le battaglie per i diritti sono il fondamento della mia azione politica. Per tutti i diritti e per tutte le comunità.

La comunità Lgbti è quella che sento più vicina alla mia ultima esperienza politica. Quella che mi ha ricambiato con un infinito affetto. Un’infinita stima, facendomi sentire davvero parte di quella comunità. Immediatamente depositerò vari testi. È chiaro che bisogna parlare subito di legge contro l’omotransfobia, adozione per tutti, matrimonio egualitario.

È chiaro che il contesto politico sarà complicatissimo. È chiaro che nulla si può dire adesso senza sapere se ci sarà un governo e come sarà composto questo governo. Io mi auguro che ci sia comunque la possibilità di andare avanti sui diritti e, se non si riesce ad andare avanti, almeno rimanere su quanto guadagnato. Il terrore sparso nella campagna elettorale da persone che dicono: Torniamo indietro sulle unioni civili è qualcosa che spero non si palesi nel prossimo governo. Certo nel prossimo Parlamento sono state elette persone che sostengono di voler fare questo. Il mio ruolo sarà quello di guardiana. Quello di sentinella in difesa di quanto abbiamo conquistato.

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Sulle note di Bella ciao, nella versione dei Modena City Ramblers, è terminata in Piazza del Popolo verso le 17:00 la manifestazione Mai più fascismi, mai più razzismi. Manifestazione che, organizzata da Anpi e altre 22 sigle associative, sindacali e partitiche, ha visto la partecipazione di decine di migliaia di persone provenienti da tutta Italia.

Tra i presenti anche il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, il presidente del Senato Pietro Grasso, la presidente della Camera Laura Boldrini, numerosi ministri del governo tra cui Maurizio Martina, Valeria Fedeli e Andrea Orlando, il segretario del Pd Matteo Renzi ed esponenti di LeU tra cui Pierluigi Bersani e Roberto Speranza.

Ha preso parte alla manifestazione anche la senatrice Monica Cirinnà che ha sfilato per un tratto del corteo, partito alle 13:30 da piazza della Repubblica, dietro lo striscione Lgbti antifascista.

«Era necessario esserci – così ha dichiarato ai nostri microfoni – perché una manifestazione antifascista in questa campagna elettorale così violenta, così urlata e così complicata è certamente importante per ribadire i valori di libertà, laicità e uguaglianza previsti dalla Carta Costituzionale.

Tutti i fascismi, tutti i razzismi, tutti gli atteggiamenti xenofobi danneggiano il principio di uguaglianza. Era quindi necessario esserci. Ed esserci con le associazioni Lgbti come il Mieli e Arcigay nonché coi componenti della redazione di Gaynews è servito a ribadire che questi valori, in particolare l’art. 3 della Costituzione, non si toccano».

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In una campagna elettorale, che tra proclami, colpi di scena e accuse al vetriolo si avvia al termine, non poteva mancare l’appello bipartisan al voto dei cattolici. Non è venuta meno al riguardo neppure Emma Bonino.

Non è venuto meno Matteo Renzi che, oltre ad avere imbarcato nelle proprie liste parte della compagine cattodem della XVII° legislatura, ha ieri dichiarato a Roma: «Abbiamo avuto punti di discussione come le unioni civili o il biotestamento con una parte importante del mondo cattolico. È una discussione che probabilmente vedrà una frattura almeno con una parte del mondo cattolico italiano. Ma da Roma oggi voglio dire alle donne e agli uomini del mondo cattolico di questo Paese di riflettere bene su cosa avverrà: faccio un appello alle persone che vivono le parrocchie e la realtà associativa. Siamo a un bivio: il centrodestra non è a trazione moderata, non è guidato dagli amici di Angela Merkel ma dagli amici di Marine Le Pen, non sono moderati. Noi siamo quelli del terzo settore».

Come da copione non si sono fatte attendere le reazioni di uomini e donne di centrodestra. Da Maurizio Gasparri a Eugenia Roccella, da Gian Luigi Gigli ad Alessandro Pagano è un coro di voci che definisce patetico e da faccia tosta l’appello di Renzi. Al quale, sia pur con parole differenti, lanciano l’avvertimento di una bastonata proprio da un elettorato cattolico «finora ignorato se non maltrattato» con riferimento appunto alle leggi sulle unioni civili e il fine vita.

Qualsiasi considerazione si voglia fare, una resta ineludibile. Quella, cioè, sulla pretesa da parte del centrodestra d’incarnare in toto le aspirazioni dei cattolici (identificandoli tout court coi partecipanti del Family Day) e di considerarli ancora una realtà elettorale monolitica. Dimentica o ignara che dai tempi di Pio XII ne è passata di acqua sotto ponte Sant’Angelo. E che il cattolicesimo, soprattutto in materia politica, aduna in sé indefinite e variegate anime.

Orientamenti contrappoosti, d’altronde, non mancano negli stessi milieu dei vari Family Day, Pro Vita, Movimento per la Vita, Difendiamo i nostri Figli e compagnia cantante. Se è vero, infatti, che Mario Adinolfi e Massimo Gandolfini sono stati ieri e oggi concordi nell’attaccare il Segretario del Pd per l’appello ai cattolici (col richiamo allo striscione dell’ultimo Family Day: Renzi ci ricorderemo), non lo è di meno il loro divergere sulle intenzioni di voto. Tra i due (l’uno candidato col suo Popolo della Famiglia, l’altro con la Lega) volano infatti stracci nel rivendicare una "primogenitura cattolica" in campagna elettorale.

Gandolfini su Il Resto del Carlino e su La Verità ha infatti invitato a non votare il Popolo della Famiglia. Mentre Adinolfi in un lungo post, pubblicato ieri sul suo profilo Fb, ha parlato anche di audio e messaggi d’area gandolfiniana contro la formazione politica, di cui è il fondatore.

«Caro Massimo – così scrive a un certo punto Adinolfi –, ho letto la tua intervista su un’edizione locale del Resto del Carlino. Utilizzi metà del poco spazio che ti viene riservato per invitare a non votare Popolo della Famiglia. Lo stesso fai con un intero articolo oggi su La Verità. Il figlio della tua segretaria personale, Elia Buizza, scrive ai nostri con il tono più sprezzante immaginabile: “Io prego il Signore che il 4 marzo prendiate una batosta di quelle che tornate dal padrone Mario con la coda tra le gambe” e altre piacevolezze che per proteggere le sue personali fragilità non ti cito. Un tuo amico che conosci bene fa messaggi da tre minuti con l’inconfondibile accento bresciano da far circolare su whatsapp solo per “non far votare Popolo della Famiglia”, anche qui condendo il tutto con insulti personali al sottoscritto e chiudendo l’audiomessaggio con l’appello a votare Lega perché così “vuole Gandolfini” per far eleggere il suo “collaboratore” Simone Pillon.

Caro Massimo, la mia proposta è di metodo. Come fa Amicone, come fa Lupi, come fanno tutte le persone serie in campagna elettorale spiega perché bisogna votare Lega il 4 marzo. Va bene pure omettere che avete accettato un posto da quarto in lista in una lista capeggiata da Giulia Bongiorno, nemica esplicita del Family Day e fruitrice delll’eterologa per un figlio a cui è negato il diritto ad avere un papà. Ormai ho capito che per ragioni di livore personale non darai indicazione di voto per tre membri del Dnf che con te hanno organizzato i due Family Day oggi candidati nel Popolo della Famiglia, ma per il solo posto che sei riuscito ad ottenere, da ineleggibile, nella lista il cui leader è esplicitamente ostile al Papa e annuncia come primo provvedimento da approvare la statalizzazione della prostituzione con relativa partita Iva, secondo le indicazioni del trans turco Efe Bal. Va bene, scelta legittima».

Malumore che Adinolfi non riesce a trattenere nel commentare i vari post dei suoi fedelissimi come quello in cui il neocatecumenale Chialastri dà del bugiardo a Gandolfini: «Oggi sul quotidiano La Verità il buon Massimo Gandolfini scrive una bugia. Che Federico Iadicicco sarebbe membro del Comitato Difendiamo i Nostri Figli. E da quando? Poi si fa circolare un messaggio per invitare a votarlo, anche nelle comunità del Cammino, come candidato “unico” contro Emma Bonino. In quello stesso collegio è candidato Mario Adinolfi, lui sì tra gli organizzatori del Family Day. L’unico voto serio per battere la Bonino davvero, è il voto al Popolo della Famiglia. Noi votiamo Pdf, a Roma e ovunque. Non coloro che hanno tradito i Family Day, non il centrodestra ambiguo. Chi vuole far vincere i principi non negoziabili ha un solo voto possibile: il voto al Popolo della Famiglia. Così può evitare di mentire, a stesso e agli altri».

Quel Iadicicco che, per capirsi, è il responsabile nazionale del dipartimento Vita e Famiglia di Fratelli d’Italia ed è candidato al Senato nel medesimo collegio romano di Emma Bonino. Quel Iadicicco che proprio ieri così si rivolgeva alla leader di +Europa: « Emma Bonino vuole parlare ai cattolici? Legittimo e giusto. Dimostri che non è una strumentale rincorsa elettoral-propagandistica, accetti un confronto pubblico sui temi della vita e della famiglia. Non scappi dal collegio, non lo faccia altrove ma a Roma nel collegio dove siamo entrambi candidati».

E così, mentre la novitas del messaggio evangelico è completamente enervata e diluita nei soli temi vita-famiglia, tra gli stessi cattolici duri e puri non ci si fa scrupolo ad adoperare le armi del livore e della menzogna. Arti però proprie, stando ai passi scritturali evocati, di quel serpente nella cui coda Piero Chiappano (autore dell’inno del Popolo della Famiglia A un passo dal cielo) vuole «piantare un chiodo… per fare la storia».

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Presentato con grande enfasi il 2 febbraio da Matteo Renzi a Bologna, il programma elettorale del Pd nella cosiddetta versione malloppo (a fronte del completo silenzio di quella più sintetica e dello schema in 100 punti) dedica appena due punti del paragrafo Per una cultura dei diritti e delle pari opportunità al tema dei diritti Lgbti. A suscitare soprattutto malcontento tra le file dell’associazionismo rainbow – a partire dalla forte dichiarazioni di Sebastiano Secci, presidente del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli – il mancato riferimento al matrimonio egualitario, la cui responsabilità è da attribuire alla segreteria di partito come chiarito da L’Espresso.

Per saperne di più, Gaynews ha raggiunto la deputata Silvia Fregolent che, quale responsabile del dipartimento Pari Opportunità del Pd, ha avuto un ruolo principale nello stendere le linee guida alla stesura finale del menzionato paragrafo del programma.

Onorevole Fregolent, grandi aspettative da parte della collettività Lgbti per poi prendere atto che il programma riduce tutta la questione dei diritti alla lotta all’omofobia e alla riforma delle adozioni. Ma che, soprattutto, non si parla affatto di matrimonio egualitario...

Il nostro Paese approderà indubbiamente al matrimonio egualitario. Ma abbiamo appena approvato le unioni civili. Facciamo perciò funzionare le unioni civili, che sono state fortemente volute, come ben si sa, e realizzate dal Partito Democratico. Se avessimo dovuto dar retta a quanti dicevano e dicono: O tutto o niente, non avremmo avuto niente. Siamo riusciti ad avere le unioni civili grazie a un atto straordinario come l’aver posto la questione di fiducia. Cosa che non era mai successa coi precedenti governi di centrosinistra. Figuriamoci quindi con un governo di larghe intese come è stato quello della XVII legislatura. Noi dunque abbiamo ottenuto questo risultato.

Dobbiamo perciò far funzionare le unioni civili. Sappiamo benissimo che proprio per aver messo la fiducia, abbiamo dovuto lasciare un pezzo importante. Quello, cioè, del riconoscimento della genitorialità. Andare perciò oltre le unioni civili, quando esse devono essere ancora completate, non è serio. Visto che noi vogliamo essere seri e promettere cose che possiamo fare, pensiamo di poter realizzare il completamento delle unioni civili. Dire dunque oggi matrimonio egualitario vuol dire paroloni. Vuol dire lanciare uno slogan sapendo da subito che non potrà essere realizzato. Facendo in modo che la legge sulle unioni civili funzioni, si arriverà al matrimonio egualitario.

Eppure il gruppo d’area orlandiana Dems Arcobaleno aveva preparato un documento molto articolato e ampio sui diritti delle persone Lgbti, tra i quali ampio spazio era proprio dato al matrimonio egulitario. Insomma, che cos’è successo?

Nel parlare di completamento delle unioni civili, del riconoscimento della genitorialità e della lotta alll’omofobia abbiamo preso spunto proprio da quel documento. Ovviamente non solo da quello. Abbiamo tenuto in conto anche gli altri testi pervenuti. L’area orlandiana mi ha fatto gentilemente pervenire quel documento che ho letto con interesse e apprezzato. Ma, come dicevo, anche altre correnti l'hanno fatto. Per cui ho dovuto fare una sintesi da far confluire nel programma finale. In seguito anche a un confronto col segretario Renzi, con Maria Elena Boschi e Tommaso Nannicini, incaricato di stilare il programma, è venuto fuori quel testo con la mancata menzione, però, del matrimonio egualitario. E, questo, per i motivi accennati.

Nel punto relativo alla lotta all'omofobia l’essere transessuale è stato presentato come una peculiarità dell’orientamento sessuale. Uno scivolone notevole, cui si è poi riparato nella tarda serata del 2 febbraio grazie a un intervento dell’onorevole Alessandro Zan. È vero?

Sì, è vero. Credo che quell’errore fosse dovuto al fatto che troppe persone ci hanno messo mano.  Quando Alessandro Zan mi ha fatto notare che il punto così formulato era erroneo, ho chiesto che venisse apportata la modifica (come infatti è avvenuto): «la peculiarità dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere della vittima, ovvero l’essere omosessuale oppure l’essere transessuale».

In tema di contrasto all'omotransfobia resterete ancora ancorati al testo del ddl Scalfarotto, tanto criticato dalla collettività Lgbti?

Noi partiremo sicuramente dal ddl Scalfarotto. Vorrei ricordare che in Aula si dovettero apportare delle modifiche, essendoci all’epoca un governo di larghe intese. Lo stesso Scalfarotto, mio amico, fu costretto a delle mediazioni anche per suggerimento dell’allora capogruppo Roberto Speranza.

So benissimo la sofferenza che Ivan ha provato non soltanto nell’accettare tali mediazioni (nel tentativo di portare la legge a casa) ma anche nell’essere attaccato dalla comunità Lgbti, che ha sempre difeso. Noi partiremo dunque dal progetto originale e vedremo cosa riusciremo a fare.

Passando ora al rapporto con la collettività Lgbti, lei ha incontrato i vertici di ArciLesbica nazionale il 25 gennaio. Eppure nessuna esponente di essa partecipò al primo tavolo con tutte le associazioni, che lei ha presieduto il 9 novembre scorso. Come mai?

A quel tavolo non c’era ArciLesbica, perché ci fecero sapere d’essere in fase congressuale. Appena eletta, la neopresidente Gramolini mi ha scritto una lettera per chiedermi un incontro. Incontro comunque avvenuto a programma Pd concluso, anche se ArciLesbica aveva precedentemente mandato, al pari di altre associazioni, delle sottolineature che non sono state accolte. Come responsabile del dipartimento Pari Opportunità, ritengo doveroso incontrare tutti sia in un tavolo comune sia separaramente. Più d’una volta, d'altra parte, ho incontrato Arcigay - avendomene fatto richiesta - anche dopo il tavolo del 9 novembre.

Onorevole, come si è svolto l’incontro con Gramolini e Vannucci di ArciLesbica, cui era presente anche la depuatata dem Fabrizia Giuliani, non più ricandidata alle prossime elezioni?

Si è trattato d'un incontro molto tranquillo. Mi hanno fatto vedere la petizione ai Segretari di partito contro la gpa – personalmente non amo l’espressione “utero in affitto" – e presentato le istanze di una parte del mondo femminista, molto attento a quest’argomento. Io ne ho preso atto e ho letto con attenzione il testo della petizione come faccio con tutti i documenti che mi vengono consegnati. Al riguardo, come responsabile del dipartimento, non ho espresso valutazioni di sorta.

Ma il parere personale di Silvia Fregolent qual è in tema di legge 40 e gpa?

Personalmente ritengo che sulla legge 40 sia necessario condurre un serio dibattito, essendo intevenute più volte al riguardo la magistratura e la Corte Costituzionale. Quella legge è ormai ridotta a un taglia e cuci. A un puzzle.

Sarebbe perciò opportuno rivisitarla per il bene delle cittadine e dei cittadini. Lo sappiamo benissimo che vietare certe pratiche, poi consentite all’estero, è un’ipocrisia. Si tratta ovviamente di un tema molto delicato. Innanzitutto sarebbe opportuno che il dibattito parta da un dato inoppugnabile: le persone ricorrenti alla gpa sono soprattutto eterosessuali. Il fatto che la comunità Lgbti si lasci attirare dalle polemiche di chi avversa la pratica fa passare nell’opinione pubblica l’idea che siano le coppie di persone omosessuali a farvi principalmente ricorso.

Ecco perché è necessario un dibattito pubblico e approfondito che tocchi l’aspetto dell’assoluta inaccettabilità della gpa in quei Paesi, terzo e quartomondiali, dove non è affatto libera e c’è un totale sfruttamento della donna gestante. Bisognerebbe poi studiare meglio il fenomeno in quei Paesi dov’è consentita per legge. Ritengo che non abbia fatto un buon servizio alla causa Niki Vendola sventolando il proprio splendido figlio quale spot alla gpa. Una tale decisione ha allontanato, a mio parere, ancora di più la possibilità di trovare una soluzione.

Dibattito serio e aperto sulla gpa. Eppure, talune femministe considerano il solo parlarne o scriverne una violazione del comma 6 dell’art. 12 della legge 40. Che cosa ne pensa?

Anche se ho votato sì all’ultimo referendum di riforma costituzionale, ritenendo che la Carta vada migliorata, sono molto attaccata a essa. In particolare, sono attaccata all’art. 21 che tutela la libertà d’espressione. Io difendo ovviamente la libertà di ArciLesbica e di alcune femministe di esprimere la propria opinione contraria alla gpa come difendo quella favorevole di altre associazioni o persone.

Ritengo, dunque, che bisogna approfondire l’argomento e parlarne liberamente anche con chi la pensa in maniera diametralmente opposta. Ho visto col tempo, ad esempio, che persone, assolutamente contrarie alle unioni civili, si sono poi aperte a seguito di confronti.  Tutto ciò è frutto di mediazione. Quella di cui hanno saputo dare splendida prova, ad esempio, Alessandro Zan, Monica Cirinnà e  Sergio Lo Giudice proprio durante il dibattito parlamentare sulle unioni civili.

Insomma, sulla legge 40 sarebbe necessario partire dalla riscrittura che ne ha fatto la Corte e valutare dei cambiamenti. Fare insomma un "tagliando", perché si tratta di una legge datata. Gli slogan duri non portano a nulla. Gli estremismi, infatti, non vanno mai bene: è necessario sempre mettersi nei panni altrui. Non mi sono affatto piaciute certe prese di posizione con la minaccia di non votare chi è favorevole alla gpa. Il parlamentare ha infatti il dovere di rappresentare tutti. Quando non siamo d’accordo, bisogna cercare di capire e trovare una soluzione. Non siamo una curva sud. Noi siamo chiamati al compito di legislatori e dobbiamo dunque agire per il bene di tutte e tutti.

Onorevole, lei è stata ricandidata. I diritti civili saranno al centro della sua campagna elettorale?

Sono candidata alla Camera nel collegio plurinominale Piemonte 01, dove è capolista Pietro Carlo Padoan.

È ovvio che i diritti civili delle persone Lgbti (e non) saranno al centro della mia campagna elettorale in piena adesione al programma del Pd che tocca un tale ambito  a 360 gradi. In tale battaglia andrò avanti in sintonia con le idee degli amici di sempre - da Monica Cirinnà a Sergio Lo Giudice, da Alessandro Zan a Ivan Scalfarotto - e confrontandomi con tutte le associazioni che lo vorranno.

Non ho paura del confronto come non ho paura di chi va minacciando di voler abolire le unioni civili in nome della tutela della “famiglia tradizionale”. Al riguardo voglio dire che, nelle vesti di pubblico ufficiale, ho celebrato due matrimoni e un’unione civile. Ora non ho mai provato un’emozione così forte come nel celebrare l’unione civile di Franco e Davide. Questi miei amici stanno insieme da 20 anni e non conosco nessuna famiglia così tradizionale come la loro.

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La candidatura di Tommaso Cerno nelle liste del Pd è una di quelle che ha sollevato – e continua a sollevare – più attenzione e discussione. Attenzione e discussione inevitabili qualora si considerino la forte personalità e la competenza professionale del giornalista friulano, già assurto ai vertici de L’Espresso e La Repubblica.

Com’era prevedibile, il passato di Cerno è stato messo al setaccio. Si è pertanto fatto notare come l’ex dirigente nazionale d’Arcigay fosse stato candidato tra le file di An alle Comunali di Udine nel 1995 e avesse ricoperto l'incarico d’addetto stampa di Maurizio Fabris, sottosegretario Udeur del ministero del Commercio estero nel II Governo Amato (25 aprile 2000 – 10 giugno 2001). Obiezioni cui Cerno ha risposto dalle colonne de Il Fatto Quotidiano.

Appare però insoluto il quesito sul “mussolinismo” renziano, di cui il giornalista tratta in in A noi! Cosa ci resta del fascismo nell'epoca di Berlusconi, Grillo e Renzi (Rizzoli, Milano 2015). Senza parlare di un suo tweet - sempre del 2015 – sulla gpa che, rilanciato da alcune femministe della differenza, sta suscitando non poche polemiche sui social, soprattutto tra ampi strati della collettività Lgbti.

cerno

 

Raggiunto telefonicamente, ecco come si è espresso al riguardo.

Insomma, in A noi! sono numerosi i passaggi, anche gustosamente ironici, in chiave antirenziana. Come non sono mancate negli ultimi anni critiche nei riguardi del Segretazio nazionale del Pd, che oggi però ti candida al Senato in due collegi “blindati”.

Immaginare che su ogni posizione ci sia l’accordo tra il Segretario e chi in qualche modo aderisce a un progetto di cambiamento nel Paese vorrebbe dire non essere nel Partito Democratico. Nel senso che il dibattito tra diverse visioni è molto intenso ma è proprio il senso della parola partito. Il partito elabora e cambia idea.

In varie occasioni io e Renzi non abbiamo avuto la stessa opinione su molte cose. E a volte ancora abbiamo opinioni diverse. Ma il senso di questo partito è trovare una sintesi tra queste opinioni e visioni, che invece hanno di comune dei paletti imprescindibili. Uno di questo è l’uguaglianza tra i cittadini. Mi sembra insomma che siamo l’unico partito che ha posto la fiducia in Parlamento su un tema di diritti nella storia della Repubblica.

Questo fatto va al di là della singola opinione o della sfumatura su un tema specifico. Così come è ben differente dall’assenza di dibattito interno, ravvisabile invece in altri partiti dove qualcuno dall’alto dà una linea che deve essere seguita (e che si moltiplica, ad esempio, su internet come fosse un virus) e dove non c’è la possibilità di pensare diversamente.

Al contrario, trattandosi di un Partito Democratico, ritengo che non vi sia nulla di male se in un mio libro scrivo una cosa diversa sul Segretario Renzi. Renzi leggendo questo libro avrà immaginato anche lui di continuare il dibattito per vedere dove ci portava. Trovo incredibile che si possa immaginare che in un partito tutti pensino esattamente allo stesso modo. Significa vedere un’Italia brutta proprio come è scritto in A noi!. Un’Italia, cioè, in cui vigono il conformismo e il pensiero unico.

Andiamo al tuo tweet del 30 novembre 2015. Quello in cui affermavi: A scanso di equivoci io sono gay ma trovo la pratica dell’utero in affitto oscena. Pregherei di non identificare le due cose. Tommaso Cerno userebbe ancora oggi le stesse parole?

Si tratta di un falso dibattito che, fra l’altro, si legava a una trasmissione di quei giorni. Quindi in quel momento il clima era particolarmente teso. Ora alcune parole, come diceva Sciascia, fuori contesto possono attrarre troppo l’attenzione. Quindi mi spiego. 

La mia posizione è che per prima cosa ci vorrebbero le adozioni per i single e per le coppie di persone dello stesso sesso. Questo sarebbe il primo atto che andrebbe nella direzione del dibattito sulla gpa. È un tema annoso, complesso e mai risolto.

Parlare oggi della gpa in Italia è come dire sostanzialmente: Andiamo su Marte senza che però siamo neanche andati dal vicino di casa.

Il tema vero è che i diritti non sono solo il progresso scientifico. Sono un fatto scientifico e sociale.

Quindi la gpa sarebbe normale se conquistassimo il diritto alle adozioni. Per ora resta un tema già molto limitato di per sé nonché limitato anche dal punto di vista della classe sociale d’appartenenza. A me piacerebbe che diventasse un dibattito civile prima che morale come invece vedo che purtoppo avviene. Con due priorità che sono i bambini e le donne. Così potrebbe diventare anche un dibattito etico, cioè un dibattito sul diritto di tutti.

Senza le adozioni resta un dibattito sul diritto di alcuni molto legato alla scienza, al suo progresso, al progresso dello Stato e ai vari controlli che lo Stato fa sui vari comportamenti dei suoi cittadini.

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Sulla ventilata esclusione dell’orlandiano Sergio Lo Giudice dalle liste del Pd per le prossime elezioni politiche si sono susseguite in giornata le reazioni di dissenso non solo nell’ambito di ReteDem – corrente di cui l’ex presidente di Arcigay è presidente – ma anche nella collettività Lgbti. Da Famiglie Arcobaleno al Mieli, da Arcigay Nazionale al presidente del Cassero Vincenzo Branà: un crescendo di proteste e di richieste perché ne sia confermata la candidatura.

Si è espresso al riguardo anche il direttore Franco Grillini, che ha detto: «L’esclusione di Sergio Lo Giudice dalle candidature garantite del liste del Pd, dopo appena un mandato, rappresenta un fatto grave che deve farci riflettere sulla politica Lgbti e suoi rappresentanti in Parlamento.

Non sappiamo se quest’esclusione sia dovuta a una scarsa difesa della sua componente politica o ad altre ragioni che ci sfuggono e che, in definitiva, c’interessano poco. Sta di fatto che Sergio Lo Giudice è stato un elemento essenziale nel Parlamento italiano negli ultimi cinque anni per la costruzione della legge sulle unioni civili, a cui ha dato un contributo estremamente importante sia in termini di creatività sia in termini di passione politica personale e di tempo.

Tutti ricorderanno l’immagine di Gasparri che attacca frontalmente il senatore Lo Giudice in modo squallido e brutale mentre lo stesso Sergio abbandona l’Aula del Senato. Onestamente un Parlamento senza un protagonista dei diritti come Sergio sarà decisamente un Parlamento più povero. Come Gaynet e Gaynews speriamo che queste ultime ore, come si suol dire, portino consiglio e consentino il reinserimento in lista di Sergio».

Raggiunta telefonicamente, così s’è invece espressa Chiara Foglietta, vicecapogruppo dem al Consiglio comunale di Torino: «È un grave danno non solo per la comunità Lgbti ma per tutti coloro che credono ancora in uno Stato laico. Sbaglia il Segretario nazionale Matteo Renzi a escludere il senatore Lo Giudice, la cui preparazione, serietà e competenza - di cui ha dato costantemente prova non solo nel corso di questa legislatura ma anche precedentemente sia come uomo politico sia come attivista Lgbti - parlano da sé.

Sono estremamente preoccupata che il Pd, che si vuole presentare come Partito progressista di sinistra, rischi di perdere i suoi referenti laici. E, come componente di ReteDem, non posso che essere amareggiata dell’eventuale esclusione di colui che ne è il coordinatore nazionale».

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Vice-capogruppo dem al Consiglio comunale di Torino, Chiara Foglietta è una donna, attivista, politica animata da una grande passione: la tutela e il riconoscimento dei diritti umani e civili in un’ottica di piena uguaglianza e inclusione.

Ce ne parla in quest’intervista alla luce anche di alcune recenti prese di posizione di parti del femminismo e dell’associazionismo Lgbti italiano.

Chiara, si avvicinano le elezioni del 4 marzo. Quali sono le tue previsioni in merito?

In questo momento non ho delle previsioni certe. Come Pd non abbiamo ancora chiuso le liste né reso pubblico il programma elettorale. Spero vivamente che le cittadine e i cittadini studino o almeno leggano il programma elettorale, riuscendo a capire chi fa soltanto promesse non concretizzabili e, invece, chi pensa al bene del Paese. È chiaro che io userò tutto quello che è in mio potere per far sì che il Partito Democratico ottenga un buon risultato. Le previsioni elettorali le conosciamo tutte. Il M5S è estremamente incalzante. Ma mi preoccupano molto di più Forza Italia, Lega Nord, Fratelli d’Italia e, ahimè, CasaPound.

Fai parte del gruppo Dems Arcobaleno dell’area orlandiana. Perché un tale inquadramento?

Beh, innanzitutto siamo un gruppo di amici. E questo indipendemente dall’aver supportato la mozione Orlando e aver sostenuto Andrea nella corsa alla Segreteria nazionale. Mi riferisco in primis a Daniele Viotti ma anche a Sergio Lo Giudice e a Monica Cirinnà. Fra l’altro Monica venne a Torino per avviare la mia campagna elettorale quando mi candidai come consigliera comunale a sostegno di Piero Fassino. Oltre al dato amicale c’è da dire che io mi riconosco pienamente in quest’area. È una delle poche realtà nel panorama politico che abbraccia le istanze d’uguaglianza delle persone Lgbti. È una delle poche realtà che cerca di lottare per vedere riconosciuto il diritto al matrimonio egualitario e al riconoscimento dei figli nati da coppie omogenitoriali. Per cui non si parla più d’adozione del figlio del partner.

Quali delle istanze Lgbti presentate in dicembre a Roma credi che confluiranno nel programma del Pd?

Ho contributo sotto il coordinamento di Angelo Schillaci alla stesura del documento del Gruppo Dems Arcobaleno. In esso si parla di diritti a 360 gradi: dal matrimonio egualitario al riconoscimento anagrafico dei figli nati da coppie omogenitoriali, dal diritto alla vita familiare alle norme di contrasto all’omotransfobia. Sappiamo bene come al riguardo manchi ancora una legge. Si parla altresì della situazione drammatica dei richiedenti asilo Lgbti nonché di cultura ed educazione alle differenze. Si parla anche di autodeterminazione di genere sin dall’infanzia e dei diritti delle persone intersex. È un documento che abbiamo realizzato mettendolo a piena disposizione del Pd. Mi auguro al riguardo che tutte le istanze trattate in esso possano confluire nel programma elettorale definitivo del Partito Democratico.

Una di queste, come tu hai accennato, riguarda la genitorialità. Da donna qual è il tuo parere sulla gestazione per altre e altri?

La questione genitorialità mi tocca al vivo, visto che sono al settimo mese e porto in grembo Niccolò Pietro. È un tasto non dolente ma che mi fa un po’ sobbalzare. Sulla gpa ritengo che sia necessario ribadirne la natura. Si tratta di una pratica: come tutte le pratiche non è buona in sé o cattiva in sé. Sono d’accordo con la gpa etica, cioè quella fatta alla luce del sole. Un patto nel quale sia tutelata l’autodeterminazione della donna portatrice e sia riconosciuta legalmente la responsabilità dei genitori intenzionali. Spesso sorrido con la mia compagna Micaela quando le dico che in questo momento sono la sua portatrice. Devo inoltre aggiungere di aver sempre personalmente affrontato il tema della gpa in maniera laica. La gpa resta in Italia una pratica vietata dalla legge 40. Cosa di cui dovrebbero ricordarsi tutte coloro che ne chiedono il divieto. Personalmente non avrei nessun problema a fare la portatrice per una coppia di amici (che siano eterosessuali od omosessuali non importa), che non possono avere dei figli. L’ho sempre detto e torno a ribadirlo a gran voce.

Come giudichi le posizioni di netta condanna al riguardo di ArciLesbica nazionale?

Mi ero già espressa al riguardo con un comunicato molto duro successivamente all’VIII Congresso di AL, nel corso del quale Cristina Gramolini ha ottenuto la presidenza. Il motivo è da ricercarsi nel documento congressuale dal titolo A mali estremi, lesbiche estreme. Ma quali sono questi mali estremi? La gpa? Le donne lesbiche? I gay? Le donne transgender? Per me che sono una donna che fa politica dal 1998 i mali estremi sono, ad esempio, la marea nera fascista che continua ad avanzare. Sono CasaPound che ha acquistato consensi riuscendo a eleggere consiglieri in alcuni Comuni.

Inoltre, chi sono le lesbiche estreme? Estreme perché sono tali nei modi, nei toni? Estreme nei pensieri? Mi fa sorridere la loro condanna tout court della gpa come mi fa sorridere la lettera che ArciLesbica nazionale ha inviato il 12 gennaio al Segretario del Pd Matteo Renzi. Mi fa sorridere perché, come già detto, la gpa in Italia è vietata. Quindi è un non senso chiederne la condanna. Gramolini e la Segreteria nazionale si rileggano tutta legge 40, articolo per articolo. Sarebbe stato al contrario opportuno che avessero chiesto l’apertura di un dibattito serio, laico sulla gpa. Un dibattito più serio e più laico sulla procreazione medicalmente assistita.

Come lesbica e attivista ti senti rappresentata da un’associazione che si attesta su posizioni di netta chiusura e condanna? Secondo te ArciLesbica chi rappresenta?

Non mi sento assolutamente rappresentata da ArciLesbica Nazionale come credo non si senta affatto rappresentata la maggioranza delle donne lesbiche italiane. E non certamente per la netta condanna della gpa essendo questa vietata – torno a dirlo ma repetita iuvant – dalla legge 40. Ma sono le posizioni concettuali sottese a una tale presa di posizione, identificativa del loro modo di pensare e agire. Leggere nel citato documento congressuale espressioni come “utero in affitto” dice tutto. Le parole, lo si sa, sono importanti. Le parole sono “estreme”. Si affitta un garage non un utero. Come potrei essere rappresentata da un’associazione che nella citata lettera a Matteo Renzi si è scagliata non solo contro la gpa ma contro l’assistenza sessuale ai disabili (ma non per le disabili. Solo per i disabili, eh) e contro le cure per i minori transgender? Posizioni assolutamente non condivisibili, dalle quali prenderò sempre le distanze.

Come giudichi la lettera di appello che alcune femministe hanno indirizzato due giorni fa ai Segretari di partito perché si impegnino sul “no alla surrogata”?

Resto basita da questa lettera delle femministe indirizzata ai Segretari di Partito perché condannino recisamente la surrogata. E tra le firmatarie leggo, ad esempio, i nomi di AL e Snoq-Libere. A queste simpatiche femministe torno a dire come un mantra che la gpa è vietata in Italia dalla legge 40. Perché dunque, anziché indirizzare petizioni sul nulla, non aprirsi a un dialogo serio, approfondito e laico sul tema gpa? Un dibattito sulle posizioni, su cosa stia succedendo in Italia, sul perché l’80/85% delle coppie che accedono alla surrogata in Paesi, in cui è legale, siano eterosessuali. Ma poi la minaccia di non votare candidati che manifestino opinioni pro gpa? Ma stiano serene queste femministe – che farebbero meglio a definirsi cittadine come tutte le altre donne –: ci sono tantissimi altri temi in riferimento ai diritti sui quali ci si può spendere. È al contrario auspicabile che i prossimi eletti alle Camere siano liberi nel discutere in maniera laica e non pregiudiziale la questione gpa. E magari riformare la legge 40. E magari riformare il diritto di famiglia. E magari rifomare la legge sugli affidamenti e le adozioni. Questo fa uno Stato di diritto. Questo fa uno Stato laico.

Ma Chiara Foglietta sarà candidata alle prossime elezioni?

Questa domanda mi è stata già fatta. Rispondo perciò una volta per tutte. Chiara Foglietta non sarà candidata alle prossime elezioni politiche. Mi è stato chiesto ma io ricopro orgogliosamente il ruolo di vice-capogruppo al Consiglio comunale di Torino. Qui c’è tanto da lavorare. E al momento il mio interesse è legato al bene della città di Torino e della Regione Piemonte.

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Mentre in AbruzzoCalabriaCampaniaEmilia-RomagnaLazio, Puglia e Trentino Alto-Adige sono stati presentati progetti di legge regionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere, cinque Regioni si sono già dotate d'interventi normativi analoghi: Toscana (legge regionale n. 63 del 2004), Liguria (legge regionale n. 52 del 2009), Marche (legge regionale n. 8 del 2010), Sicilia (legge regionale n. 6 del 2015), Umbria (legge regionale n. 3 del 2017). Un caso a parte è invece costituto dal Piemonte che ha affrontato il tema dell'omotransfobia nell'ambito della legge quadro regionale n. 5 del 23 marzo 2016.

Per sapere di più sull’ultima approvazione d’una legge regionale in materia, cioè quella umbra, Gaynews ha intervistato Lorenzo Ermenegildi Zurlo di Ompahalos- Lgbti Life

Lorenzo, raccontaci come è nata questa legge e chi sono i protagonisti che hanno portato in porto la sua emanazione?

Il percorso che ha portato all'approvazione della legge regionale umbra è stato lungo e articolato. Il tutto ha avuto inizio dieci anni fa, quando l'allora consigliera comunale Maria Pia Serlupini si rese promotrice di una mozione che impegnava il Comune di Perugia a richiedere alla Regione Umbria l'approvazione di una legge per prevenire la violenza omotrasfobica sulla traccia della legge che era da poco stata approvata nella vicina Toscana.

Nonostante il periodo storico la quasi totalità della maggioranza comunale, comprese le componenti cattoliche, votarono favorevolmente. In Regione, però, la proposta di legge è rimasta bloccata per anni ostaggio delle correnti interne alla sinistra e per via delle forti pressioni degli ambienti conservatori. Prima delle ultime elezioni regionale, però, l'attività di advocacy e la pressione mediatica e politica d'Omphalos si è intensificata. Abbiamo così ottenuto che l'approvazione della legge venisse inserita nero su bianco nei programmi del Partito Democratico e dell'allora candidata presidente Catiuscia Marini.

Quali sono i capisaldi della legge?

La legge interviene sulle competenze regionali. Pertanto ha carattere preventivo e non repressivo. Questa è la sostanziale differenza che la distingue dalla proposta ferma in Parlamento per l'estensione della legge Reale-Mancino. Con questa legge la Regione Umbria, oltre a rafforzare politicamente i valori di non discriminazione basati su orientamento sessuale e identità di genere, si dota di norme per prevenire queste discriminazioni nella pubblica amministrazione, nell'istruzione e nella sanità. Un altro punto fondamentale è l'istituzione dell'osservatorio regionale sull'omofobia e la transfobia, uno strumento importante per monitorare e documentare i fenomeni di odio e discriminazione.

Qual è stato il contributo di Omphalos al testo?

Omphalos, anche con il supporto di alcuni giuristi di ReteLenford, ha contribuito in modo sostanziale alla stesura sia del testo originale sia delle modifiche che negli anni sono state fatte alla proposta di legge. Cruciale è stata anche la sinergia del nostro sportello giuridico con gli uffici giuridici dell'Assemblea legislativa umbra nelle ultimissime fasi precedenti all'approvazione.

Negli ultimi mesi, infatti, erano stati numerosi i tentativi di affossamento della legge con emendamenti-trappola sia da parte delle forze di minoranza come la Lega Nord o i gruppi ultracattolici che da alcuni esponenti della maggioranza interni al Pd.

Quali sono state le difficoltà incontrate durante tutto l’iter e quali i tentativi di svuotarla dei contenuti più rilevanti?

Innumerevoli sono stati i tentativi – falliti – di svuotare la legge di qualunque utilità. Su tutti, però, l'attacco più duro e quello che più di altri ha fatto vacillare l'assetto normativo è stato quello del consigliere dem di area cattolica Smacchi.

Il suo emendamento, che non a caso venne rinominato dalla stampa "emendamento salva omofobi", ricalcava in tutto e per tutto il subemendamento Gitti, presentato alla Camera per svuotare e rendere invotabile la legge Scalfarotto. La reazione a quella che è stata vissuta da tutta la nostra comunità come un inatteso fuoco amico fu particolarmente vigorosa, con manifestazioni di piazza molto partecipate che andarono avanti per diversi giorni e un’intensa attività di pressione intrapresa da Omphalos che vide il suo culmine quando io e Stefano Bucaioni incontrammo l'ex premier Matteo Renzi per spiegargli la sgradevole situazione e chiedergli di intervenire. A seguito di una serrata mediazione tra noi e il Partito democratico l'emendamento venne ritirato per essere sostituito con uno totalmente innocuo.

Omphalos è da 25 anni sul territorio perugino e non solo. Cosa farà perché questa legge non rimanga solo sulla carta?

Già da ora stiamo vigilando affinché la legge non rimanga lettera morta. I nostri legali stanno collaborando con gli uffici tecnici della Regione per dare piena attuazione a tutte le norme e certamente chiederemo che nostri rappresentanti vengano inseriti nell'osservatorio che si costituirà nei prossimi mesi.

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In AbruzzoCalabriaCampaniaEmilia-RomagnaLazio e Puglia è in corso l'iter procedurale per il raggiungimento di una legge regionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere.

L'esito positivo dei relativi dibattimenti allungherebbe così la lista delle Regioni che si sono già dotate d'interventi normativi analoghi: Toscana (legge regionale n. 63 del 2004), Liguria (legge regionale n. 52 del 2009), Marche (legge regionale n. 8 del 2010), Sicilia (legge regionale n. 6 del 2015), Umbria (legge regionale n. 3 del 2017). Un caso a parte è invece costituto dal Piemonte che ha affrontato il tema dell'omotransfobia nell'ambito della legge quadro regionale n. 5 del 23 marzo 2016. Ma cosa succede invece in una regione come il Veneto?

Per saperne di più, Gaynews ha raggiunto telefonicamente Alessandra Moretti, consigliera regionale dem.

Consigliera Moretti, in Veneto c’è un progetto di legge regionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere?

Dispiace dirlo ma purtroppo non ci sono attualmente propoposte di legge in merito. In realtà i temi dei diritti civili e le battaglie sulla parità di genere contro ogni forma di discriminazione trovano in Consiglio un forte ostacolo da parte di Lega, Forza Italia e Lista Tosi.

Quali sono le azioni messe finora in campo contro gli atti di omotransfobia? Insomma, la politica del governatore Luca Zaia ha dato al riguardo qualche segnale?

Il Governo di centrosinistra e, in particolare, quello guidato da Matteo Renzi ha avviato una grande stagione riformista nel nostro Paese proprio a partire dai diritti civili. Purtroppo qui in Veneto sembra che la storia si sia fermata proprio su questi temi.

Cosa ne pensa del sindaco di Venezia Luigi Brugnaro e della sua crociata contro i libri che diffonderebbero "l'ideologia gender"?

Personalmente ritengo sbagliata la censura sopratutto quando è praticata pregiudizialmente senza alcuna critica di merito. I bambini sono liberi e vivono l'amicizia senza barriere discriminatorie. L'educazione alla parità inizia dai banchi di scuola. Non è un caso che nelle scuole venete i libri “incriminati” siano stati utilizzati dalla maggioranza delle maestre proprio per affermare la diversità come ricchezza.

Qual è il suo parere sull'esperienza del Padova Pride Village? Secondo lei, in dieci anni di attività, ha contribuito a modificare l'opinione pubblica sulle persone Lgbti? 

Il Padova Village è nel Veneto è la più importante manifestazione che affronta dibattiti culturali di alto profilo. Dibattiti, fra l’altro, sempre molto partecipati. Ne abbiamo assoluto bisogno. Spero che il Village cresca ancora di più e diventi un riferimento nazionale prestigioso.

Consigliera Moretti, ultima domanda. Ma, se le forze politiche venete di centrodestra prestano scarsa sensibilità alla questione dell’omotransfobia, il suo partito che cosa pensa di fare al riguardo?

Sono orgogliosa di poter comunicare che avvierò a breve un confronto con tutte le associazioni Lgbti operanti sul nostro territorio. Con quale fine? Quello di depositare quanto prima un progetto di legge regionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere. È necessario, infatti, che anche il Veneto si allinei alle altre Regioni che hanno già adottato o stanno per adottare una specifica norma in merito.

 

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