È stato approvato ieri sera, con la maggioranza qualificata dei due terzi, il Documento finale del Sinodo sui giovani, che si concluderà in mattinata con la concelebrazione eucaristica in piazza San Pietro, presieduta da papa Francesco

Tanti i punti trattati nei 167 paragrafi che, oggetto di singola votazione uno per uno e ripartiti in tre parti e 12 capitoli per un totale di 60 pagine, sono tutti letti nell’ottica dell’approccio e delle richieste del mondo giovanile: dai migranti, «paradigma del nostro tempo», alle diverse forme ecclesiatiche di abuso (di potere, economico, sessuale), in riferimento alle quali è necessario fare verità e chiedere perdono; dalla promozione della giustizia contro la cultura dello scarto alle arti, alla musica, allo sport quali risorse pastorali; dall’accompagnamento pastorale al rigetto tanto dei moralismi quanto del benignismo; dalla sfida digitale alla sinodalità della Chiesa quale forma primaria da concretare per una piena partecipazione di tutti i suoi componenti e il contrasto al clericalismo (considerato anche come vera ragione degli abusi sessuali su minori da parte di ecclesiastici).

Punto, quest’ultimo, che è stato oggetto di contrapposizioni in riferimento agli specifici paragrafi 121-122  (raccogliendo rispettivamente, su 248 votanti, il primo 51 non placet, il secondo 43). Tema che potrà apparire ai più bizantineggiante e di nessun rilievo ma che può costituire la chiave di volta per il progressivo passaggio da una Chiesa romanocentrica e verticistica a una «Chiesa partecipativa e corresponsabile».

Non a caso a suscitare divergenze e a ricevere 30 non placet è stato il paragrafo sul ruolo delle donne nella Chiesa che, secondo il mondo giovanile, dovrebbe essere riconosciuto e valorizzato. Raccomandando di rendere tutti più consapevoli «dell'urgenza di un ineludibile cambiamento» al riguardo, si dice: «Molte donne svolgono un ruolo insostituibile nelle comunità cristiane, ma in molti luoghi si fatica a dare loro spazio nei processi decisionali, anche quando essi non richiedono specifiche responsabilità ministeriali. L'assenza della voce e dello sguardo femminile impoverisce il dibattito e il cammino della Chiesa, sottraendo al discernimento un contributo prezioso».

Ma quello più controverso con 65 non placet e 178 placet è risultato essere il 150 sull’omosessualità che recita: «Esistono questioni relative al corpo, all'affettività e alla sessualità che hanno bisogno di una più approfondita elaborazione antropologica, teologica e pastorale, da realizzare nelle modalità e ai livelli più convenienti, da quelli locali a quello universale. Tra queste emergono in particolare quelle relative alla differenza e armonia tra identità maschile e femminile e alle inclinazioni sessuali.

A questo riguardo il Sinodo ribadisce che Dio ama ogni persona e così fa la Chiesa, rinnovando il suo impegno contro ogni discriminazione e violenza su base sessuale. Ugualmente riafferma la determinante rilevanza antropologica della differenza e reciprocità tra l'uomo e la donna e ritiene riduttivo definire l'identità delle persone a partire unicamente dal loro 'orientamento sessuale'.

Esistono già in molte comunità cristiane cammini di accompagnamento nella fede di persone omosessuali: il Sinodo raccomanda di favorire tali percorsi. In questi cammini le persone sono aiutate a leggere la propria storia; ad aderire con libertà e responsabilità alla propria chiamata battesimale; a riconoscere il desiderio di appartenere e contribuire alla vita della comunità; a discernere le migliori forme per realizzarlo. In questo modo si aiuta ogni giovane, nessuno escluso, a integrare sempre più la dimensione sessuale nella propria personalità, crescendo nella qualità delle relazioni e camminando verso il dono di sé».

Ma 43 Padri sinodali hanno espresso voto negativo anche su altri due paragrafi correlati in un certo qual modo alla questione omosessualità.

Si tratta del paragrafo 3 sulla relazione tra l’Instrumentum Laboris (in cui compare l’acronimo Lgbt) e il Documento Finale: «Il primo - si legge in esso - è il quadro di riferimento unitario e sintetico emerso dai due anni di ascolto; il secondo è il frutto del discernimento realizzato e raccoglie i nuclei tematici generativi su cui i Padri sinodali si sono concentrati con particolare intensità e passione. Riconosciamo quindi la diversità e la complementarità di questi due testi.

Il presente Documento è offerto al Santo Padre e anche a tutta la Chiesa come frutto di questo Sinodo. Poiché il percorso sinodale non è ancora terminato e prevede una fase attuativa, il Documento finale sarà una mappa per orientare i prossimi passi che la Chiesa è chiamata a muovere».

Ma, soprattutto, il paragrafo 39, che registra come «frequentemente la morale sessuale è causa di incomprensione e di allontanamento dalla Chiesa, in quanto è percepita come uno spazio di giudizio e di condanna». Il documento riconosce che «i giovani, anche quelli che conoscono e vivono tale insegnamento, esprimono il desiderio di ricevere dalla Chiesa una parola chiara, umana ed empatica. Dunque di fronte ai cambiamenti sociali e dei modi di vivere l'affettività e la molteplicità delle prospettive etiche, i giovani si mostrano sensibili al valore dell'autenticitò e della dedizione, ma sono spesso disorientati. Essi esprimono più particolarmente un esplicito desiderio di confronto sulle questioni relative alla differenza tra identità maschile e femminile, alla reciprocità tra uomini e donne, all'omosessualità».

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«Leggendo Lodi e Riace insieme, si comprende l'allarme. C'è il rischio di creare una contrapposizione tra italiani e non, tra buoni e cattivi. Problemi complessi richiedono il tempo dell'analisi, non della comunicazione social». 

Non usa mezzi termini Vincenzo Spadafora, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri con delega alle Pari opportunità e ai Giovani, nella lunga intervista rilasciata a Il Corriere della Sera.

Di argomenti ne affronta in verità tanti ben al di là di quello immigrazione, che gli consente, in ogni caso, un'elegante stoccata a Lorenzo Fontana per le relative dichirazioni su una presunta diluizione dell’identità italiana: «Per tutti noi ora è il momento di lavorare. Il ministro ha un compito difficile, aiutare le famiglie e i disabili».

E al leghista veronese, figlio spirituale del tradizionalista don Vilmar Pavesi tutto anatemi e messa tridentina, si rivolge ancora una volta in maniera chiara sia pur indiretta: «Non possiamo non vedere che esistono le famiglie arcobaleno».

Già, perché è proprio in tema di diritti che per Spadafora esiste una differenza abissale tra M5s e gli alleati verdi (o bleu) di governo.

«Nella maggioranza – spiega Spadafora - ci sono sensibilità culturali molto diverse, a cominciare dai diritti. Noi dobbiamo restare alternativi alla Lega, siamo una cosa diversa». Diritti, sui quali «il contratto non prevede un arretramento culturale. Il M5S deve assumersi la responsabilità fortissima di tenere alta l’attenzione su questi temi. Noi difenderemo tutte le conquiste fatte. Abbiamo sensibilità forti nei gruppi parlamentari e nell’elettorato di cui dobbiamo tener conto. Non possiamo cadere nella trappola di alimentare un clima di discriminazione verso chi è considerato diverso, immigrati, persone di colore, omosessuali».

Durissima, inoltre, la valutazione sul ddl Pillon: «È un episodio che desta allarme. Proposta antistorica – ribatte Spadafora -, perché non tiene presente l’interesse dei bambini e riduce tutto a chi è a favore dei padri e chi delle madri».

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Dopo l’incontro di ieri a Montecitorio tra le associazioni Lgbti e le deputate LeU Muroni e Boldrini, nel pomeriggio di oggi la senatrice Monica Cirinnà e il deputato Ivan Scalfarotto hanno annunciato la nascita dell’integruppo parlamentare Diritti e Libertà. Un'ulteriore risposta all'appello lanciato, settimane fa, da alcune associazioni dopo la costituzione dell'intergruppo parlamentare Vita, famiglia e libertà per iniziativa del senatore leghista Simone Pillon.

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Come si legge nel relativo tweet, l'ex sottosegretario allo Sviluppo Economico afferma: «Insieme con Monica Cirinnà abbiamo dato vita all’intergruppo parlamentare bicamerale Diritti e Libertà. Stiamo raccogliendo le adesioni tra i colleghi senatori e deputati, la riunione costitutiva nelle prossime settimane»

Poco dopo anche la madrina della legge sulle unioni civili ne ha dato notizia via Twitter.

In una lettera inviata a tutti i parlamentari e le parlamentari ne vengono così spiegate le finalità: «Il nostro obiettivo è creare un luogo in cui sia possibile scambiare idee, confrontarci in modo costruttivo su tali temi, poterci avvalere di esperti e specialisti in materia, organizzare occasioni di incontri e seminari.

Siamo infatti convinti che l’elaborazione di una azione politica coerente e trasversale in materia di diritti e libertà costituisca uno snodo essenziale nell’articolazione di un’immagine di Paese inclusiva, equa, giusta e solidale, quanto più possibile condivisa dalle forze politiche, nel rispetto degli imperativi costituzionali ed in particolare dei principi consacrati dagli articoli 2 e 3 della Carta».

Nella missiva Cirinnà e Scalfarotto ricordano poi come la precedente legislatura sia stata «segnata dalla conquista delle unioni civili che hanno permesso così di riconoscere migliaia di coppie e di avviare il riconoscimento, in sede amministrativa e giudiziaria, delle famiglie omogenitoriali, facendo fare al Paese un passo in avanti significativo sul piano legislativo ma soprattutto sul piano sociale e culturale.

Al contrario, un silenzio assordante avvolge ancora il tema della lotta all’omotransfobia, e si registra l’assenza di una strategia efficace che unisca ad iniziative di carattere formativo e culturale l’introduzione di adeguati strumenti giuridici di garanzia in chiave antidiscriminatoria e di repressione degli episodi di violenza fisica o verbale, purtroppo sempre più all’ordine del giorno».

Ma non solo i diritti delle persone Lgbti saranno al centro del neo-intergruppo perché, come ricordano i due proponenti, «si rende necessario vigilare e riflettere – insieme – sulle pari opportunità e sulla condizione femminile nel nostro paese: tema in relazione al quale si avverte con forza l’intreccio tra diritti civili, diritti politici e diritti sociali. Di fronte agli attacchi sempre più incisivi alla libertà di scelta della donna – pensiamo soprattutto, ma non soltanto, all’effettività della legge n. 194/1978 sull’interruzione volontaria di gravidanza e, più in generale, all’area della riforma del diritto di famiglia – s’impone una reazione chiara, decisa, rispettosa dell’equilibrio tra i valori e i principi costituzionali in gioco.

Ma pensiamo anche all’inclusione e all’integrazione degli stranieri migranti – ivi compresa la ripresa di un dibattito serio e rigoroso sulla riforma della legge sulla cittadinanza, perno della costruzione dell’Italia del futuro – alla tutela della dignità delle persone detenute, al riconoscimento di scelte fondamentali relative all’inizio e alla fine della vita: temi che purtroppo ancora non trovano piena cittadinanza nel dibattito parlamentare, ma che sono elemento fondamentale di crescita culturale, sociale e politica per il nostro Paese.

Libertà e diritti civili non stanno evidentemente in piedi da soli: in una riflessione e azione politica condivisa in queste materie è necessario mantenere sempre viva la coscienza delle molteplici intersezioni tra diritti civili e diritti sociali. Lo chiede la Costituzione, che lega strettamente diritti e doveri fondamentali, libertà ed eguaglianza, dignità e solidarietà».

Ecco perché Cirinnà e Scalfarotto, nell'auspicare una massiccia partecipazione, concludono: «Le vite di donne e uomini non sono opinioni, e non possono essere piegate a strumentalizzazioni ideologiche: la Costituzione italiana contiene un ben preciso progetto di liberazione e promozione della persona umana, in spirito di libertà e solidarietà».

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Il 24 settembre il Consiglio dei ministri ha approvato all’unanimità il Decreto sicurezza e immigrazione, il cui primo firmatario è Matteo Salvini. Mentre da lunedì si sussegguono le polemiche intorno a un testo, di cui si ha conoscenza al momento attraverso un comunicato stampa pubblicato sul sito di Palazzo Chigi (anche se ne circola una versione online), abbiamo contattato Giorgio Dell’Amico.

Lavorativamente impegnato dal 1992 in servizi rivolti a migranti e incaricato dal 2005 di richiedenti asilo Lgbti per Arcigay Nazionale, Dell’Amico ha una particolare conoscenza della situazione di quante e quanti lasciano i Paesi d’origine perché perseguiti a causa dell’orientamento sessuale e identità di genere.

Giorgio, cosa pensi del Decreto Sicurezza?

Senza dubbio mi associo alla voce di altri esponenti di associazioni che si occupano di asilo ed altri esperti che contestano proprio la scelta dell'emanazione di un decreto legge. Non si rilevano infatti motivi di urgenza, anche tenendo conto del flusso di arrivi che è in drastica riduzione.

Inoltre, è molto discutibile l’aver accorpato il decreto immigrazione a quello sulla sicurezza: ciò infatti comporta l’abbinamento di due aspetti che non sono collegati, ma che dal punto di vista simbolico lo divengono, contribuendo ad alimentare la percezione di pericolo e aumentando l'odio nei confronti dei migranti (o anche solo di chi ha un diverso colore di pelle).

Aggiungo poi che, togliendo la protezione umanitaria – al di là di ridurre fortemente la possibilità per molte persone di ottenere un titolo di soggiorno che permetta loro di potersi costruire un futuro – si rischia di spostare nelle aule giudiziare la verifica di situazioni che potrebbero essere tutelate dall'articolo 10 della Costituzione (tra quelli fondamentali e non modificabili). Articolo che sancisce il diritto d'asilo, il quale, a differenza della protezione internazionale, garantisce maggiori tutele in quanto si riferisce alle libertà democratiche garantite dalla Costituzione e dai diritti internazionalmente riconosciuti

Questo decreto affossa anche un sistema d'accoglienza, lo Sprar, che è un sistema che in questi anni ha dimostrato di essere molto valido – che andava caso mai potenziato – e vedeva il coinvolgimento dei Comuni e degli enti locali. Il decreto invece impedirà l'ingresso dei richiedenti asilo prevedendo per loro un trattenimento che per altro non è possibile in base alla Convenzione di Ginevra e alle direttive Ue.

Cosa cambierà e quali saranno i problemi per i migranti Lgbt richiedenti protezione, perché perseguitati nei Paesi d’origine a causa del proprio orientamento sessuale o della propria identità di genere?

Rispetto alla questione riguardante i richiedenti asilo Lgbti, trattandosi di persone che, semplificando, chiedono protezione per motivi legati al loro orientamento sessuale o identità di genere, il decreto non incide in quanto, se le commissioni valutano correttamente la loro situazione, dovrebbero riconoscere lo status di rifugiato e per questo non sono toccati, almeno non direttamente.

È però vero che in caso di rigetto della loro domanda di asilo, il problema sorgerà in fase di ricorso (ma già il Decreto Minniti-Orlando ha tolto un grado di giudizio e ha previsto la possibilità, qualora l'audizione sia stata registrata, che il giudice possa ascoltare solo la registrazione e decidere in base a essa senza sentire l'interessato) e soprattuto sorgerà per coloro che, per vari motivi, non avessero mai detto di essere soggetti Lgbti (per mancata conoscenza del diritto, per paura, per vergogna, ecc...): sarà sicuramente peggio se non vi saranno più progetti che possano seguire in maniera adeguata queste persone.

Smantellare un sistema d'accoglienza per richiedenti asilo (non solo dei Cas, ovvero i centri gestiti dalle Prefetture nelle varie province che, proprio per il fatto di essere strutture straordinarie, presentano moltissimi problemi), che già oggi difficilmente tiene conto della specificità Lgbti, peggiorerà notevolmente le condizioni di vita e la tutela dei diritti dei migranti Lgbti. Queste persone, infatti, già adesso hanno paura di vivere con altri connazionali o altri individui richiedenti asilo provenienti da Paesi omofobi: per questa paura spesso si nascondono e si allontanano dai centri di accoglienza nei quali sono stati ospitati.

Ad oggi in Italia non esistono strutture dedicate a richiedenti asilo Lgbti, anche se molti progetti Sprar stanno mettendo sempre più attenzione rispetto a questa tipologia di richiedenti asilo. Credo che a livello nazionale l'unica esperienza in cui esistono strutture che hanno destinato alcuni posti espressamente a richiedenti asilo Lgbti sia quella del progetto che coordino nell'ambito di un Cas

Quali conseguenze, in termini umani e politici, a livello nazionale e internazionale, potranno derivare da questo decreto?

Assisteremo a un numero maggiore di persone che non otterranno alcuna protezione, che non riusciremo a rimandare a casa, con un aggravio dell'allarme sociale e con ricadute negative sulle comunità che gioverà solo alla criminalità e a chi sfrutta i lavoratori. Il decreto non avrà, invece, alcuna ricaduta rispetto al traffico dei migranti che, anzi, a causa di queste ulteriori chiusure, troverà altre vie e strategie per far entrare persone, guadagnando sulla loro pelle e sulle loro vite.

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Con le sue oltre 50.000 presenze il Palermo Pride è stata una delle marce dell’orgoglio Lgbti più rappresentative nel 2018. Non solo perché ha chiuso la lunga stagione dell’Onda Pride (che quest’anno ha coperto quasi quattro mesi) ma anche in ragione della centralità data al tema delle migrazioni in nome di quella trasversalità d’impegni, che sembra sempre più caratterizzare molte associazioni Lgbti italiane.

Tema, questo, messo fra l’altro già in ampio rilievo dagli altri due Pride siciliani. Quelli, cioè, di Siracusa e Catania, dove grazie anche alla tenacia di Giovanni Caloggero attivisti e attiviste sono state poi in prima linea durante la drammatica vicenda della Diciotti.

Oltre alle emozioni delle singole persone partecipanti e alle dichiarazioni di rappresentanti del mondo politico il Palermo Pride è stato al centro di uno straordinario reportage fotografico realizzato da Marco Bennici.

Classe 1976, Bennici è un architetto o meglio un progettista, che da cinque anni svolge anche l’attività di fotografo. Come ha dichiarato lui stesso ai nostri microfoni, «la macchina fotografica è uno dei miei strumenti di lavoro, di comunicazione, di esplorazione. La mia fonte energetica è la curiosità, il fascino che ha la natura umana, in tutte le sue sfaccettature».

Nel presentare i suoi 100 scatti fotografici Marco ha risposto ad alcune nostre domande.

Da cosa è nato il tuo interesse nel realizzare un reportage fotografico sul Palermo Pride?

Al contrario di quello che si legge da fuori, il Pride, è un contenitore di argomenti ed unisce insieme una grande eterogeneità di figure, ognuna desiderosa di comunicare un suo valore, animali compresi. Per un fotografo è assolutamente intrigante provare a “congelare” in un instante ognuno di questi messaggi e darne la sua personale interpretazione. 

Qual è stato il momento per te più significativo?

Non c’è stato un momento che ho privilegiato ma ho trovato affascinante lo scandire del tempo durante la parata, la sua evoluzione, il passaggio dal giorno alla notte, dalla preparazione all’arrivo alle porte del Teatro Massimo. In ultimo, questo grande flusso si è disperso per le vie della città, come le radici di un albero. 

Quale lo scatto che meglio sintetizza il Palermo Pride?

Il mio preferito è quello dove si vede, dietro all'enorme bandiera rainbow dove spiccano tante gambe, la figura intera di un giovane uomo, in maniera simbolica...

Come giudichi il fatto che madrina del Pride sia stata, insieme con Porpora Marcasciano, una maestra della fotografia come Letizia Battaglia?

Letizia è un riferimento, nessuno ha mai raccontato Palermo come lei. Ottima scelta!

La presenza di ong ricorda che ci sono minoranze, come i migranti, che sono conculcate nei diritti più basilari. Secondo te la fotografia può lanciare al riguardo un messaggio più incisivo delle parole?

La fotografia, nella sua comunicazione, è anche cronaca, nel bene o nel male. Un documento visivo oggi è spesso molto più veicolante della parola.

Anche il Palermo Pride è stato accompagnato dalle solite polemiche perbenistiche su “nudità e decoro”. Che cosa ne pensi?

Questo tipo di polemiche, fortemente stereotipate, sono usualmente legate ad una mancanza di cultura ed informazione. In ogni caso vince sempre l’Amore!

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Tempi di nuovi fascismi e di esclusione per le minoranze anche nella capitale. E così accade che a Roma, la Re-Lion Servizi Immobiliari, propone in locazione due appartamenti in via Leone IV, nei pressi dei Musei Vaticani, con la dicitura: Astenersi stranieri.

Insospettito da un tale annuncio, un nostro assiduo lettore ha chiamato l'agenzia per avere informazioni in merito. Il referente della Re-Lion Servizi Immobiliari, durante la telefonata, ha confermato che gli appartamenti non si fittano a immigrati ed extracomunitari, precisando che non è una sua idea ma la volontà del proprietario degli immobili.

Il nostro lettore, ricordando all'interlocutore che la nostra è una repubblica che condanna espressamente il razzismo, gli ha fatto altresì presente che, se il proprietario dell’immobile è xenofobo, lui dovrebbe rifiutarsi di rappresentarlo.

Pressato dal nostro lettore, il responsabile della Re-Lion si è mostrato in difficoltà e si è difenso con argomentazioni astruse del tipo: «Gli immigrati occupano gli appartamenti con un numero di unità superiori a quelle previste dalla metratura»; «La proprietà privata risponde alla sola volontà del proprietario che ha fatto sacrifici per acquistare gli immobili e, dunque, decide liberamente come proporli in locazione»; «Le persone di colore hanno vizi»; «La stragrande maggioranza delle persone ragiona in questo modo»; «Benché personalmente abbia locato un proprio appartamento a dei cittadini del Bangladesh, non posso costringere altri proprietari ad agire come lui».

La telefonata si conclude, purtroppo, con un nulla di fatto: il responsabile della Re-Lion Servizi Immobiliari di Roma crede che sia legittimo e normale nel 2018 rappresentare la locazione di immobili con il divieto espresso di fittare a stranieri. 

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«Ormai da anni il Pride di Palermo non è più il Gay Pride. Il Pride di Palermo è la festa dei diritti di tutti e di tutte, degli omosessuali, delle donne, dei bambini, dei migranti, degli anziani, dei lavoratori. 

Il Pride di Palermo è la festa di tutti coloro che vivono a Palermo o che scelgono di vivere a Palermo».

Queste le parole pronunciate da Leoluca Orlando, sindaco del capoluogo siciliano, a margine del Pride locale che, svoltosi ieri pomeriggio, ha visto radunate oltre 50.000 persone.

Organizzata da Arcigay Palermo, la marcia dell’orgoglio Lgbti, che ha avuto due madrine d’eccezione in Letizia Battaglia e Porpora Marcasciano, è partita dal Foro Italico alle 15:30 e si è conclusa, intorno alle 19:00, in piazza Verdi. Oltre alle associazioni Lgbti e ai sindacati hanno anche sfilato rappresentanti delle ong Sos Mediterranée e Proactiva Openarms e Forum Antirazzista Palermo in reazione alle politiche del governo in materia di migranti.

Sul valore sotteso al Palermo Pride Orlando ha dichiarato: «Una festa che quest'anno assume un significato ancora più importante nel momento in cui, così come avvenne col fascismo e con il nazismo tanti anni fa, qualcuno comincia ad attaccare i diritti di alcuni 'per scherzo'.

Ieri Mussolini comincio' 'per scherzo' ad attaccare gli ebrei, oggi qualcuno attacca 'per scherzo' i migranti. Poi arrivarono, da Mussolini e Hitler, gli attacchi contro i rom, gli omosessuali, le persone con disabilità.

Oggi siamo già in un'epoca pre-fascista in Italia e in Europa. Per questo essere al Pride è stato non solo giusto ma anche necessario».

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Componente dell’ufficio di presidenza di Articolo 21 e dell'associazione Giornaliste italiane unite libere autonome, la giornalista Antonella Napoli è presidente d’Italians for Darfur Onlus.

Autrice dei volumi Volti e colori del Darfur e Il mio nome è Meriam, è da sempre attenta al tema dei diritti civili nei Paesi africani e asiatici. Come analista di questioni internazionali, ha commentato negli ultimi giorni l’ascesa del partito d’estrema destra del sovranista anti-immigrazione Jimmie Akesson in Svezia. Motivo per cui è stata ieri attaccata da neofascisti con insulti sessisti e minacce di stupro.

L’abbiamo perciò contattata all’indomani di tali aggressioni via social.

Antonella, sei stata vittima di attacchi da parte di neofascisti. Puoi raccontare in breve che cosa è successo ieri?

Stavo seguendo le elezioni svedesi. Come capita spesso, ho anticipato il contenuto dell’articolo che avrei scritto attraverso un tweet dal mio account. In pochi minuti hanno cominciato a coprirmi di insulti e di minacce. Di solito io ignoro i leoni da tastiera. Ma quando hanno insinuato che potessi essere vittima di uno stupro, allora ho reagito. Anche perché non era la prima volta che succedeva. Proprio un anno fa, per un mio commento su un manifesto di Forza Nuova che riprendeva slogan fascisti contro lo stupro, avevo subito lo stesso trattamento.

A tuo parere rispetto allo scorso anno si registra un aumento di casi d'odio via web?

Purtroppo sì. La cosa peggiore è che ci sono fomentatori, anche figure istituzionali, che alimentano il fenomeno.

Come giornalista, sei anche attenta al tema dei diritti civili e discriminazioni: l’altro giorno hai, ad esempio, trattato della decriminalizzazione dell’omosessualità in India. Secondo te il fatto che gli stessi sostenitori delle destre estreme siano anche omofobi costituisce un pericolo alla tutela di tali diritti, soprattutto in Italia?

Assolutamente sì. Vengo bersagliata spesso sia perché mi occupo di diritti civili sia di diritti umani, delle periferie del mondo, dei cosiddetti ultimi, di cui si preferisce non sentir parlare. Ma non mi sono mai lasciata intimidire. Bisogna essere compatti e continuare a fare informazione di qualità, sui diritti e su tutti temi che vorrebbero tenere in un cono d’ombra.

Intervistato da Mentana sulle dichiarazioni di Michelle Bachelet, il ministro Salvini ha affermato che sarebbe opportuno inviare commissari in quei Paesi in cui, ad esempio, è praticata l’infibulazione o gli omosessuali sono scaraventati dai tetti. Come giudichi tali rilievi da un segretario di un partito come la Lega, le cui posizioni nei riguardi delle posizioni Lgbti non sono certamente di rispetto e tutela?

Salvini è un provocatore. Ma è ancor più grave che, da ministro dell’Interno, se ne esca con tali dichiarazioni.

Che cosa farai nei riguardi di chi ti ha ieri attaccato?

Oggi ho presentato denuncia alla polizia postale. Non mi lascio intimidire: d’altronde nel mio sangue scorre quello di un partigiano che ci ha rimesso un occhio e una gamba per i principi della democrazia e della libertà.

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Si è tenuta ieri a Palermo presso il Teatro Massimo la conferenza stampa di presentazione del Pride locale che, slittato da giugno a settembre per la mancata erogazione di un prefissato finanziamento comunale, avrà luogo tra due sabati.

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La parata del 22, che vedrà due madrine d’eccezione in Porpora Marcasciano e Letizia Battaglia, sarà il momento clou del Palermo Pride insieme col Village (dal 20 al 23 settembre) tra piazza Croce dei Vespri e piazza Sant’Anna. Ma ribaltando il tradizionale concetto di madrinato il Palermo Pride si fa a sua volta testimonial e sostenitore delle attività del Forum Antirazzista Palermo e delle ong Sos Mediterranée e Proactiva Open Arms.

Scelta ineludibile per gli organizzatori a fronte del clima politico e sociale degli ultimi mesi soprattutto in materia di migrazione. «La vicenda della nave Diciotti è una di quelle che, nella storia di un Paese, possono definirsi spartiacque – ha dichiarato Luigi Carollo, portavoce del Palermo Pride –. Esiste un prima e un dopo la Diciotti, perché le motivazioni del blocco delle 177 persone migranti nel porto di Catania rischiano di cambiare per sempre la narrazione della "migrazione".

Usare l'argomento della difesa dei confini nazionali, infatti, significa paragonare i flussi migratori alle guerre. Perché i confini si difendono in caso di invasione nemica. E quando il ministro Salvini parla di "migranti che scappano da Rocca di Papa", continua a usare un linguaggio bellico: perché scappa solo chi è considerato/a prigioniero/a».

Per tali motivi, oltre ai vertici del comitato organizzatore del Palermo Pride (tra cui l'attivista e artista Massimo Milani e la presidente di Arcigay Palermo Daniela Tomasino) e al sindaco Leoluca Orlando, sono intervenuti alla conferenza stampa Italia Valeria Calandra, presidente di Sos Mediterranée, e il deputato di LeU Erasmo Palazzotto quale testimonial di Proactiva Open Arms.

Con lui Gaynews ha parlato del messaggio sotteso al Palermo Pride, di cui Palazzotto è stato attivista sin dagli inizi. Un Pride che, quest’anno, ha però un significato particolare dato «il tema delle migrazioni e il sostegno all’Open Arms. Credo che ci sia una forte responsabilità di questo governo nell’alimentare un clima di violenza e xenofobia cui stiamo assistendo nel Paese».

Ma Palazzotto ha anche parlato della recente proposta di un Partito Gay, valutato quale «ulteriore sostegno alla cultura della divisione».

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Si è tenuta nel pomeriggio a Palermo presso il Teatro Massimo la conferenza stampa di presentazione del Pride che, oltre al Village dal 20 al 23 settembre, avrà il suo culmine nella parata di sabato 22

Madrine dell’edizione del Palermo Pride 2018 saranno Porpora Marcasciano, figura storica del movimento transgender italiano, e la fotografa Letizia Battaglia.

Ma, come annunciato dagli organizzatori, «il Pride quest’anno ha anche scelto di capovolgere il tradizionale concetto di madrinato: oltre a chiedere a due amiche di essere testimonial del loro lavoro e delle loro battaglie ha voluto a sua volta farsi testimonial di tre meravigliose esperienze di impegno civile e di trasformazione culturale e sociali quali il Forum Antirazzista, Sos Mediterranée e Pro Activa Open Arms».

Motivo, quest’ultimo, che connota di un particolare significato la presenza del deputato di LeU Erasmo Palazzotto, attivista di vecchia data del Palermo Pride ma ultimamente protagonista della missione di Open Arms.

Presente anche il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, che a Gaynews ha parlato del significato del Palermo Pride, del clima xenofobico alimentato da rappresentanti del governo e dell’aggressione a Villa Giulia a danno di due adolescenti gay.

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