Con 40 voti favorevoli, 4 contrari e 4 astenuti le unioni civili sono da oggi legali anche nella Serenissima Repubblica di San Marino

Ieri il Consiglio Grande e Generale di quella che è ritenuta la più antica repubblica del mondo ancora esistente aveva infatti iniziato a discutere, in seconda lettura, sul progetto di legge di iniziativa legislativa popolare Regolamentazione delle Unioni civilipresentato il 18 dicembre 2017 da Valentina Rossi e altri componenti della locale cittadinanza.

Emendato e approvato in prima lettura dalla Commissione consiliare permanente Affari Costituzionali e Istituzionali il 27 settembre, il testo di legge è strutturato in 14 articoli.

Di particolare rilievo è quello iniziale che recita: «L’unione civile è il contratto mediante il quale è regolata una comunità di tipo familiare composta da due individui maggiorenni dello stesso sesso o di sesso diverso al fine di organizzare la loro vita in comune».

Nel corso del dibattito Davide Forcellini (Rete) aveva presentato l’ordine del giorno sottoscritto dai gruppi di Dim, Psd e Ps per integrare l'articolo 4 della Dichiarazione dei diritti dei cittadini e dei principi fondamentali dell'ordinamento sammarinese.

Il dibattito era stato poi sospeso e ripreso in seduta notturna con l’esame dell’articolato. Poi la messa al voto e l’approvazione intorno all’1:00.

Viva soddisfazione è stata espressa da Marco Tonti, presidente di Arcigay Rimini, che ha fattivamente contribuito al conseguimento di un tale risultato.

«E la Repubblica di San Marino, la più antica repubblica del mondo, ha la sua legge per le unioni civili. È un momento storico per la piccola repubblica in cui l'omosessualità era criminalizzata solo fino al 2004». 

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Il governo Magufuli sempre più sotto i riflettori per la limitazione dei «diritti fondamentali – come dichiarato da Human Rights Watch - attraverso leggi e decreti repressivi» nei riguardi di giornalisti, oppositori politici, attivisti.

Ma, nelle ultime settimane, soprattutto in riferimento alle persone Lgbti, contro le quali Paul Makonda, governatore di Dar es Salaam, ha annunciato, il 29 ottobre, una campagna d’arresti invitando la cittadinanza a comunicarne i nominativi.

La presa di distanza del ministro tanzaniano degli Affari Esteri Augustine Mahiga, che il 4 novembre ha liquidato le parole di Makonda come opinioni personali, non è servita a rassicurare la comunità internazionale. Anche perché la sera prima la polizia della regione semi-autonoma di Zanzibar aveva provveduto ad arrestare dieci uomini, sospettati d’essere gay, e a sottoporli, il 9 novembre, a esame anale forzato.

Ciò ha spinto la Danimarca a sospendere i suoi aiuti al governo tanzaniano per 65 milioni di corone danesi (pari a 9,8 milioni di dollari). A renderlo oggi noto la ministra per la Cooperazione allo Sviluppo Ulla Pedersen Tørnæs, che su Twitter si è detta «molto preoccupata» per le «dichiarazioni omofobe assolutamente inaccettabili» di Makonda.

«Il rispetto dei diritti umani - ha concluso la ministra - è assolutamente essenziale per la Danimarca».

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Nonostante le proteste di Amnesty International, sono stati ieri sottoposti a esame anale forzato i dieci uomini arrestati, il 3 novembre, nell’isola tanzaniana di Zanzibar a seguito d’una segnalazione giunta alla polizia locale. Altri sei erano invece riusciti a fuggire quella stessa notte.

Il sospetto d’essere gay e aver partecipato alla celebrazione delle nozze tra due di loro presso il resort di Pongwe Beach ha portato la polizia locale a trattenerli per più giorni presso la stazione di Chakwa. Per poi, alla fine, sottoporli all’esame anale a riprova di eventuali rapporti omosessuali avuti.

Come dichiarato ad Associated Press da Suleiman Hassan, capo della polizia della Regione di Zanzibar Centro-Sud, «abbiamo agito sulla base della segnalazione di un buon cittadino che ha bloccato la festa in corso. La polizia ha quindi subito proceduto agli arresti». Hassan ha quindi detto che i dieci sono stati rilasciati in attesa d'indagini. 

Resta intanto alta la preoccupazione per la sorte delle persone Lgbti in tutta la Tanzania, soprattutto nella regione di Dar es Salaam, il cui governatore Paul Makonda ne aveva annunciato l’inizio d’una serie di arresti a partire da lunedì 5 novembre.

Nonostante le dichiarazioni rassicuratorie del ministro degli Affari esteri Augustine Mahiga alla comunità internazionale, si susseguono le voci di arresti in Dar es Salaam. La cui previsione ha spinto Melody, una donna locale transgender, ad abbandonare la Tanzania subito dopo gli annunci di Makonda e a trovare rifugio in Kenya, dove ha raccontato la propria storia e spiegato la situazione delle persone Lgbti nel suo Paese ad Amnesty.

Ma agli inizi della settimana si sono registrate in Tanzania misure repressive anche in altri ambiti. Due giornaliste che lavorano per il Committee to Protect Journalists sono state detenute per cinque ore (prima d’essere rilasciate), dopo aver iniziato a indagare sul caso di un collega tanzaniano scomparso

«Ora è ampiamente chiaro a chiunque abbia seguito gli ultimi sviluppi – ha dichiarato il direttore del Commitee Joel Simon -  che i giornalisti tanzaniani lavorano in un clima di paura e intimidazione. Chiediamo al governo della Tanzania di consentire ai giornalisti di lavorare liberamente e permettere a coloro che difendono i loro diritti di accedere al Paese senza ostacoli».

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Non si hanno notizie certe sulla situazione delle persone omosessuali nella regione tanzaniana di Dar es Salaam, il cui governatore Paul Makonda ne aveva annunciato l’inizio d’una serie di arresti a partire da lunedì 5 novembre. Dichiarazioni che il giorno prima il ministro degli Affari esteri Augustine Mahiga aveva liquidato come opinioni personali anche a seguito delle proteste internazionali e del duro monito di Michelle Bachelet, Alta Commissaria delle Nazioni unite per i diritti umani.

Ma, stando alle voci ricorrenti di attivisti locali, ci sarebbero già persone omosessuali incarcerate dietro segnalazione nell’area di Dar es Salaam. 

Nella notte del 3 novembre una soffiata ha portato, invece, all’arresto di dieci uomini, sospettati di essere gay, nella regione semi-autonoma di Zanzibar. La polizia ha fatto irruzione nel resort di Pongwe Beach mentre era in corso una festa. Altri sei sono riusciti a fuggire.

Gli uomini sono da domenica trattenuti presso la stazione di polizia di Chakwa senza che siano state formalmente avanzate accuse verso di loro. 

Come chiarito da Amnesty International, che ha denunciato l’accaduto, gli uomini sono stati arrestati per aver presumibilmente partecipato alla celebrazione di un matrimonio tra due di loro. L’averli trovati seduti in coppia costituirebbe per la polizia locale una prova irrefutabile.

«È sconvolgente che il semplice atto di sedersi in coppia possa assumere proporzioni criminali – ha dichiarato Seif Magango, vicedirettore di Amnesty International per l'Africa orientale, l’Africa dei Grandi Laghi e il Corno d’Africa – La polizia non ha chiaramente motivi per presentare accuse contro questi uomini in tribunale, nonostante l'arresto di questi tre giorni fa».

Magango ha definito l’arresto un «colpo scioccante dopo l'assicurazione del governo tanzaniano che nessuno sarebbe stato preso di mira e arrestato a causa dell’effettivo o presunto orientamento sessuale e identità di genere».

L’esponente di Amnesty si è detto vivamente «che questi uomini possano essere sottoposti a un esame anale forzato: metodo di scelta del governo per 'provare' l'attività sessuale tra persone dello stesso sesso. Questo non deve essere permesso: questi uomini devono essere rilasciati immediatamente».

Motivo, questo, che ha indotto attiviste e attivisti del continente africano a lanciare per ieri la Giornata internazionale di mobilitazione per le persone Lgbti in Tanzania. Tale iniziativa, supportata e rilanciata da All Out, ha visto un’ampia accoglienza.

Fissato, invece, per lunedì 12 novembre a Roma il sit-in Stop gay persecution in Tanzania. Organizzato da Gaynews e dalla rete giornalistica Nobavaglio – Liberi di essere informati, il presidio avrà luogo, a partire dalle ore 18:00, davanti all’ambasciata di Tanzania in viale Cortina d’Ampezzo, 185.

Al momento hanno aderito Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli, Certi Diritti, Arco, Agedo Roma, Di' Gay Project.

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Sempre più critica la situazione in Tanzania, nella cui provincia di Dar es Salaam scatterà da domani l’arresto di persone omossesuali secondo l’annuncio datone il 29 ottobre dal  locale governatore Paul Makonda. Migliaia sono già in fuga dalla popolosa capitale economica del Paese.

Usando il termine shwahili choko (che corrisponde al nostro frocio), il ministro del Turismo Hamisi Kigwangalla ha intanto annunciato che a tutte le persone omosessuali provenienti dall’estero sarà negato negli aeroporti l’ingresso nel Paese e saranno rispediti ai loro Paesi.

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Nel frattempo è stato  richiamato a Bruxelles il rappresentante Ue in Tanzania Roland van de Geer.

Il diplomatico olandese dovrà illustrare la situazione nel Paese africano ma il richiamo è anche conseguenza dell’esplicito non gradimento da parte del governo, che ne ha chiesto sabato l’allontanamento entro 24 ore.

Su segnalazione di van de Geer, l’Ue aveva emesso negli scorsi mesi diversi comunicati sul deterioramento del clima politico nello Stato dell’Africa Sud-orientale, deplorando formalmente in febbraio il susseguirsi di «incidenti che minacciano i valori democratici e diritti dei tanzaniani in un Paese ampiamente rispettato in tutto il mondo per la sua stabilità, libertà e tranquillità».

Sempre in febbraio erano usciti dal riserbo anche i vertici locali della Chiesa cattolica, che attraverso la Conferenza espiscopale tanzaniana (Tec) aveva invitato il governo a rispettare i principi democratici, ponendo fine alle violazioni della libertà di espressione e associazione nonché agli attacchi contro oppositori politici, giornalisti, artisti e attivisti per i diritti umani.

Mentre monta la tensione per quella che Amnesty International ha denunciato come situazione altamente pericolosa per le persone omosessuali in Tanzania, iniziano a registrarsi operazioni di boicottaggio come quella lanciata a Londra da Nick Harding-McKay, proprietario dell'agenzia di viaggi Travel Designers. Una risposta chiara anche alle ultime dichiarazioni del ministro Kigwangalla.

Harding-McKay ha contattato tour operator e gestori di agenzie chiedendo loro di evitare di promuovere viaggi in Tanzania e nella regione semi-autonoma di Zanzibar, mentre «questa minaccia contro una larga parte della comunità è ancora in vigore». Ha anche fatto notare come questa misura metta in pericolo tutti i turisti che visitano il Paese.

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Nella notte tra il 1° e il 2 novembre 1975 veniva ucciso, in circostanze che sono ancora poco chiare, uno dei più grandi poeti del '900 italiano, Pier Paolo Pasolini

Intellettuale eretico e profetico – tanto profetico da riuscire a predire perfino la propria stessa morte –, Pasolini fu anche il primo intellettuale italiano dichiaratamente omosessuale. Circostanza, questa, che visse con grande coraggio sia nel modo in cui affrontò la società del tempo sia nell’umiltà gnostica con cui seppe trovare, nelle sue stesse conflittualità emotive, chiavi d’accesso per un’humanitas scevra da qualsiasi dogmatica adesione ideologica.

Per ricordare Pasolini, abbiamo scelto di intervistare Giovanna Cristina Vivinetto, giovanissima poetessa transessuale, che, con il suo lavoro Dolore Minimo (Interlinea), premiato qualche giorno fa con il Premio Lord Byron Porto Venere Golfo dei Poeti, ha raccontato in versi già maturi l’esperienza della sua transizione. 

Giovanna, Pier Paolo Pasolini è stato il primo intellettuale italiano dichiaratamente omosessuale, circostanza che all’epoca risultava decisamente scandalosa. Tu sei una poetessa che racconta in versi la propria transessualità: hai mai percepito fastidio o riprovazione nel pubblico a cui ti rivolgi?

Se 40 anni fa Pasolini destava clamore e disapprovazione in quanto intellettuale omosessuale, oggi una scrittrice transessuale, grazie anche al mutato scenario socioculturale e ai diritti ottenuti dopo immani fatiche, può professarsi tale senza troppi problemi. Eppure, a ben vedere, forme di resistenza, opposizione e sottile discriminazione ancora purtroppo esistono, anche se in forma minore e certamente più subdola perché sottile, ben camuffata. Ad esempio, a parte i beceri attacchi dei sostenitori di ProVita, ho notato una qualche forma di resistenza soprattutto nei miei colleghi coetanei: se, infatti, i poeti maturi hanno apprezzato all'unisono la mia poesia, le critiche sono piombate, e provengono, soltanto dai giovani, che mi accusano soprattutto di aver fatto leva sulla tematica "forte" per ottenere il successo e la visibilità che posseggo.

Mi sembra un tentativo di detrimento, di silenziamento che passa attraverso la forma lecita della "critica al libro", quando invece sottintende una certa svalutazione di una tematica fondamentale, necessaria oggi più che mai. E questo voler sottolineare a più riprese la "trovata furba" ci testimonia come, anche nel mondo illuminato della letteratura, siamo ancora lontani dalla piena accettazione delle minoranze e delle diversità.

Pasolini, in maniera profetica, prefigurò già negli Scritti Corsari la progressiva massificazione delle nuove generazioni. Tu sei una poetessa e sei molto giovane. Come ti sei rapportata e come ti rapporti, in virtù della tua giovane età, con la costante omologazione culturale dei nostri tempi? 

La risposta a questa domanda si riallaccia a quanto detto sopra. Certamente Pasolini aveva ragione nella sua chiarissima profezia: oggi l'omologazione è un dato di fatto. La poesia italiana contemporanea soffre di un grave morbo: l'attaccamento spasmodico alla forma, il vezzo della rima, la passione feticista per la metafora e l'immagine ad effetto, tutto a detrimento, invece, del contenuto, ossia della narrazione dei fatti. Ecco, questo è un male che colpisce soprattutto i poeti più giovani, attirati, come falene alla luce piena (ma artificiale) di un lampione: l'abbaglio della perfetta forma metrica, il dover trovare a tutti i costi una struttura, imporre ai versi una gabbia dorata ma priva di qualsiasi efficacia nei contenuti, incapace di reggersi in piedi tolta la "struttura". Aveva ragione Pasolini: andiamo in brodo di giuggiole davanti a una rima baciata.

Pasolini è stato anche un poeta antifascista, un cultore della libertà. Cosa è per te l’antifascismo? Cosa la libertà?

Per me antifascismo significa resistere e persistere nel valore della verità e perseguirla ad ogni costo con le proprie forze intellettuali. Solo con l'esercizio disinteressato della verità si può cogliere appieno il significato di ogni libertà, che altro non è che agire con coerenza, dare alla propria esistenza un concreto sostrato etico e morale.

 

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«Questi incontri sono promossi e organizzati da realtà che tentano di raccogliere sotto l’egida del cattolicesimo persone omosessuali che non hanno nessuna intenzione di abbandonare il loro comportamento omosessuale, anzi tentano di modificare sostanzialmente l’insegnamento della Chiesa in merito». 

Queste le parole con cui il Tavolo di dialogo fra diocesi lombarde e realtà cattoliche Lgbt: quale presenza dei giovani Lgbt nella Chiesa? (giunto alla 2° edizione) è stata stigmatizzata da Flavio Rozza, uno dei promotori della lettera appello (firmata da circa 300 persone) indirizzata ad Antonio Napolioni, vescovo di Cremona, perché ne provveda all’annullamento.

Fissato al 18 novembre presso il santuario di Santa Maria del Fonte a Caravaggio (Bg), facente parte della diocesi illustrata dall’attività di Don Milani, l’evento – sulla cui locandina «campeggiano i colori dell’arcobaleno invertito, rappresentativo di un umanesimo senza Dio, del trionfo della gnosi sulla genesi»  –, secondo i firmatari, «più che un tavolo di dialogo, appare a tutti gli effetti una capitolazione alla mentalità del mondo, in opposizione a Cristo e al Vangelo, e perciò senza salvezza e senza speranza.».

Un invito al vescovo di Cremona, al rettore del santuario Amedeo Ferrari e al presidente del consultorio diocesano Punto famiglia perché, inoltre, non sia coinvolto «Santa Maria del fonte a Caravaggio, santuario che è nel cuore di milioni di fedeli in Italia e nel mondo, luogo sacro di indubbio rilievo nella devozione mariana». 

Ma dall’Ufficio delle Comunicazioni della diocesi lombarda è arrivata a stretto giro una nota di precisazione, redatta da don Antonio Facchinetti, «sacerdote accompagnatore del gruppo di accompagnamento spirituale delle persone omosessuali cattoliche Alle Querce di Mamre». 

In essa si legge che: «L’iniziativa, alla sua seconda edizione, non è promossa dalle diocesi lombarde, ma dall’associazione nazionale Cammini di speranza, tramite il gruppo Alle Querce di Mamre che da alcuni anni, nella nostra diocesi, si adopera, su mandato dell’allora Vescovo Dante, per l’accompagnamento spirituale delle persone omosessuali cattoliche, alla luce della Parola di Dio e del Magistero ecclesiale.

L’incontro, come lo scorso anno, ha lo scopo di offrire un “tavolo di dialogo” tra persone omosessuali cattoliche provenienti dalle diocesi lombarde.

Sollecitati anche dal recente documento finale del Sinodo dei Vescovi che al paragrafo 150 recita: 'Esistono già in molte comunità cristiane cammini di accompagnamento nella fede di persone omosessuali: il Sinodo raccomanda di favorire tali percorsi. In questi cammini le persone sono aiutate a leggere la propria storia; ad aderire con libertà e responsabilità alla propria chiamata battesimale; a riconoscere il desiderio di appartenere e contribuire alla vita della comunità; a discernere le migliori forme per realizzarlo', la nostra diocesi si riconosce nell’invito del Sinodo e continua nel suo impegno di ascolto e di accompagnamento».

Cammini di Speranza ha a sua volta osservato: «Siamo partiti da una semplice constatazione: la Lombardia è la regione più ricca di gruppi Lgbt credenti (almeno 8 presenti alla scorsa edizione), ma è scarsa sia l'interazione tra di essi che il dialogo con le altre diocesi che non siano quelle di appartenenza. Per questo motivo abbiamo lanciato la proposta di sederci tutti attorno a un tavolo per scambiare esperienze, opinioni, studi e riflessioni sulle tematiche correlate a fede e omoaffettività».

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Il 29 ottobre Paul Makonda, governatore commisariale della regione tanzaniana di Dar es Salaam (il cui omonimo capoluogo è coi suoi oltre 4.000.000 di abitanti la città più popolosa  nonché capitale economica dell’importante Stato dell’Africa Orientale), ha invitato i cittadini a denunciare le persone omosessuali, promettendo arresti già a partire dalla prossima settimana. 

«Ho informazioni sulla presenza di molti omosessuali nella nostra regione – ha dichiarato Makonda –. Questi omosessuali si vantano sui social network. Da oggi fino a domenica fornitemi i loro nomi. Un team ad hoc inizierà a mettere le mani su di loro a partire da lunedì prossimo». Team che si compone di 17 componenti mentre, fino a oggi, sono quasi 6.000 le comunicazioni giunte al governatore con oltre 100 nomi.

Fervente cristiano evangelicale nonché componente del partito di governo Chama Cha Mapinduzi (Ccm) e amico del presidente John Magufuli (noto anche per le violente posizioni omofobe), Makonda ha quindi aggiunto: «So che quando denuncio l'omosessualità, ci sono Paesi che sono arrabbiati con me. Ma preferisco infastidire quei Paesi piuttosto che suscitare la collera di Dio».

Per Makonda una tale denuncia sarebbe un primario dovero morale, dal momento che l'omosessualità «calpesta i valori morali dei tanzaniani ed entrambe le nostre religioni cristiana e musulmana».

In Tanzania l'omosessualità è un crimine punibile con un minimo di 30 anni di reclusione fino all'ergastolo. Ma un’autentica caccia alle streghe nei riguardi delle persone omosessuali è scoppiata nel Paese solo all’indomani dell’elezione del presidente Magufuli nel mese di ottobre 2015.

Nel febbraio 2017 il governo aveva ordinato la chiusura di centri sanitari specializzati nella lotta contro l'Aids con l’accusa di promuovere l'omosessualità. Nel medesimo mese era stata poi annunciata l’imminente pubblicazione di «una lista di persone gay che si prostituiscono su internet». Decisione subito revocata, ufficialmente per motivi tecnici, ma in realtà per poter raccogliere in segretezza ulteriori prove a carico degli escort omosessuali. 

Nel giugno 2017 il capo di Stato aveva dichiarato che «persino le mucche» condannano le pratiche omosessuali. Pochi giorni dopo il governo aveva minacciato di arresto tutti gli attivisti per i diritti delle persone Lgbti e promesso di espellere gli stranieri che avrebbero combattuto in loro difesa. Minaccia, questa, concretatasi nell'ottobre 2017 con l’espulsione di tre sudafricani accusati di promuovere in Tanzania il matrimonio egualitario.

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Il lupo nero, ex capitano dell’esercito, ha vinto in Brasile e non per poco: 55,49% contro il 44,51 di Fernando Haddad del Partito del lavoro (Pt), che è comunque la prima forza politica in Parlamento mentre Jair Messias Bolsonaro ha “solo” 52 deputati. Motivo per cui il neo presidente dovrà allearsi con partiti minori per formare il governo. 

Ma quei 57,6 milioni di elettori hanno votato per un signore, si fa per dire, che non ha mai nascosto di essere un troglodita politico con affermazioni razziste, omofobe, misogine né di professare idee antiabortiste in linea con l'integralismo cattolico e, più in generale, cristiano.

Non a caso il nuovo governo sarà disseminato di esponenti d’area evangelicale (la moglie Michelle è infatti una fervente battista) e di militari, i quali hanno festeggiato per le strade esibendo mitra e fucili.

Ma perché i brasiliani hanno voluto questa svolta reazionaria?

Uno degli elementi è sicuramente rappresentato dai numerosi scandali, che hanno coinvolto il leader del Pt Luiz Inácio Lula da Silva, condannato a 12 anni di carcere per corruzione (si sarebbe fatto pagare dall’industria statale del petrolio Petrobas 1.200.000 dollari per un attico sul mare a Rio De Janeiro). Una sorta di mani pulite in versiona brasiliana.

In realtà Bolsonaro ha costruito il suo ampio consenso sulla questione sicurezza. Tema, questo, su cui ha insistito per tutta la campagna elettorale, promettendo maggiore libertà nell’acquisto di armi e l’abbassamento dell’età della punibilità. Quello della della sicurezza è un ambito vissuto in modo drammatico in molte aree dell’America Latina, dove è facile essere rapinati in qualunque ora del giorno e della notte: basti leggere al riguardo i consigli allarmati delle agenzie di viaggio per chi si reca in Brasile, Venezuela, Colombia.

Ho parlato direttamente con diverse persone latinoamericane che mi hanno espresso la loro esasperazione per questa situazione sociale, una cui riprova è anche ravvisabile nella marcia dei centroamericani dal Messico ai confini Usa.

Non è un caso che i paladini delle politiche securitarie e xenofobe di solito siano tutti clericali, fanatici, violenti. Le “perle” di Bolsonaro al riguardo sono innumerevoli e sconcertanti: si va dal meglio un figlio morto che gay alle nostalgiche affermazioni per la vecchia dittatura militare brasiliana, in un periodo in cui buona parte dell’America Latina era dominata da regimi filofascisti in stretta correlazione con una dissennata politica Usa in materia estera.

Caduti i regimi dittatoriali, le democrazie latino-americane si sono aperte alle tematiche dei diritti umani: hanno, ad esempio, legiferato sulle unioni civili e il matrimonio egualitario ancor prima che l’Italia approvasse definitivamente nel maggio del 2016 la legge sui diritti delle coppie omosessuali. Abbiamo paraltro già parlato su Gaynews del caso del Costarica, dove inaspettatamente un laico di sinistra ha battutto al secondo turno elettorale un evangelicale non lontano dalle posizioni del caudilho brasiliano.

Ora, dopo la vittoria di Bolsonaro, le cose sembrano cambiare e profilarsi sull’America Latina gli spettri dei vecchi regimi con tutto il loro bagaglio di violenza e di violazione dei diritti umani. Ovviamente ci si augura che non sia affatto questo lo scenario generale e che la società democratica reagisca nel suo insieme contro una tale prospettiva.

La domanda vera da porsi a tre giorni dalla vittorua di Bolsonaro è: Stiamo assistendo al ritorno del fascismo? La storia che si ripete diventa una farsa, come diceva Karl Marx. Ma, mentre fortunatamente nel nostro Paese non ci sono le condizioni per l’instaurazione di una dittatura (l’Europa ha garantito 70 anni di pace e libertà), in Brasile ci sono già formazioni paramilitari (quelle che scorrazzano nelle favelas) e l’estrema destra non si vergogna di inneggiare ai precedenti regimi nonché fare esplicito riferimento al fascismo.

Nel Paese amazzonico esiste una forte opposizione, una terribile disuguaglianza sociale: una parte molto rilevante della popolazione vive in assoluta povertà. Le politiche ultraliberiste proposte dal neopresidente, perciò, non faranno che acuire le distanze e le disuguaglianze sociali.

In tutto ciò la questione Lgbt deve essere vista con molta preoccupazione. È vero che a San Paolo si svolge ogni anno quello che è stato definito il più grande Pride del pianeta. E, infatti, il movimento Lgbt ha una potente arma nella sua capacità di mobilitare centinaia di migliaia di persone. Finora i ritorni indietro nella legislazione a favore delle persone Lgbt li abbiamo visti in Russia e nei Paesi del vecchio blocco sovietico.

Anche la società brasiliana è fortemente contraria a mettere mano alla legislazione sui diritti civili: prova ne è il sondaggio – citato nell’articolo odierno di Francesco Lepore su Gaynews – dell’istituto di ricerca Datafolha, secondo il quale il 55% è contrario alla libera circolazione delle armi e addirittura il 74% non vuole un ritorno indietro sui diritti delle persone Lgbt. Ciò significa che a un cambio di governo non corrisponde un cambio di società ovvero della percezione che la popolazione ha dei diritti delle minoranze. Evidentemente questi anni di svolte a sinistra nel Paesi latinoamericani hanno lasciato un segno profondo a livello sociale e culturale.

Ma è paragonabile la situazione in Brasile con quella italiana?

Gli auguri entusiasti di Salvini e Fontana a Bolsonaro potrebbero farci dire di sì. Ma in realtà non si sta vivendo in Italia un’emergenza reati che sono andati via via calando: l’elettorato, prima o poi, si accorgerà quindi che non siamo nel Bronx. Anche la questione immigrati è del tutto sotto controllo nonostante la campagna ossessiva del leader della Lega. In Italia, inoltre, non ci sono squadre paramilitari e nemmeno partiti capaci di strategie a lungo termine e d’ideologie con cui plasmare il popolo.  

Da questo punto di vista sono personalmente tranquillo, perché la società è quella che ha riempito con noi le 100 piazze del 27 gennaio 2016 con la manifestazione per i diritti delle coppie Lgbt. Manifestazione che ha ridicolizzato la pagliacciata del Family Day di una settimana dopo.

Poi c’è l’ombrello europeo che ci ha consentito di ottenere giustizia dagli organismi comunitari. A maggio del prossimo anno si terranno le elezioni europee dove i sovranisti cercheranno di fare il colpo grosso. Ma credo che non ci riusciranno. In ogni caso non ci potremo non schierare con chi difende l’Europa e i suoi 70 anni di pace, prosperità, libertà.

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«La sua morte non sarò dimenticata, almeno da quelli di noi che rimangono impegnati nella lotta per una società in cui la vita umana detiene il più alto valore».

Queste le parole che il primo ministro greco Alexis Tsipras ha rivolto tramite lettera alla mamma di Zak Kostopoulos, linciato e ucciso il 21 settembre scorso ad Atene davanti alla gioielleria Di Angelo in via Gladstonos.

Parole, quelle del premier, in risposta alla missiva che la madre del noto attivista antifascista per i diritti delle persone sieropositive e Lgbtqi (conosciuto anche come Zachie Oh) gli aveva indirizzato e che il quotidiano Εφημερίδα των Συντακτών aveva pubblicato il 24 ottobre. 

Nell’esprimere a Elena Kostopoulos non solo condoglianze ma anche viva gratitudine per aver condiviso i propri pensieri e sentimenti, Tsipras ha affermato: «Quello che è successo e ha portato alla morte di Zak è un incubo.

Non solo perché la violenza brutale ha portato alla perdita della vita umana, ma anche perché ha aiutato l'emergere del cannibalismo sociale che applaude chi si sostituisce alla legge e non prova orrore alla vista della brutale violenza esercitata sui deboli, diversi o altri».

Il primo ministro si è poi detto d'accordo con l'appello della madre di Kostopoulos affinché sia condotta un'indagine approfondita e trasparente sulla morte di Zak. Un’indagine, che come stanno chiedendo ripetutamente associazioni e ong, dovrà far luce anche sull’atteggiamento della polizia

Video e immagini, diffuse anche sui media, mostrano infatti come gli agenti accorsi il 21 settembre in via Gladstonos abbiano più volte colpito brutalmente Zak, prima d’immobilizzarlo e ammanettarlo. E in manette Zak era stato posto sulla barella portata dagli operatori sanitari, per poi morire prima di raggiungere l’ospedale.

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