Una denuncia singolare ma icastica quella che l’accademico 60enne Andrea Cozzo, ordinario di lingua e letteratura greca presso l’Università di Palermo, ha pubblicamente sporto contro l’annullamento della giornata di studi Lgbt: richiedenti asilo, orientamento sessuale e identità di genere prevista ieri all’ateneo di Verona. Giornata di studi che, presa di mira da Forza Nuova e CasaPound, era per il rettore Nicola Sartor oggetto di troppe strumentalizzazioni.

E così, ieri mattina, il professore Cozzo si è presentato a lezione con una t-shirt recante, sul davanti, la scritta Io sono omosessuale e, sulle spalle, quella Siamo tutti omosessuali. L’aveva annunciato con un post su Facebook, cui ne è seguito un secondo con tanto di foto in aula dalla ore 12:00 alle 14:00: Oggi, a lezione, per dire no all'omofobia.

Per saperne di più, lo abbiamo raggiunto telefonicamente

Professore Cozzo, lezione in t-shirt dal messaggio inequivocabile. Ma facciamo un passo indietro. Qual è stata la sua prima reazione quando ha sentito dell’annullamento del convegno sui migranti Lgbt da parte del rettore dell’Università di Verona?

Francamente stentavo a credere alle mie orecchie o, meglio, ai miei occhi visto che ho letto la notizia. Ho sperato a lungo che fosse una bufala. Anzi, continuo a illudermi che sia così per non dare una valutazione troppo negativa dell’università italiana. E, qui, non si tratta di chiudere gli occhi ma di guardare in positivo. Non voglio dunque criticare ma guardare avanti e dire: No, l’università italiana è un’altra cosa. Se esiste quella, non lo so. Ma se esistesse, dev’essere compensata dall’altra università. Quella che, invece, crede che cultura ed emancipazione sociale sono la stessa cosa e non due realtà differenti.

Ha deciso allora d’indossare l’oramai famosa t-shirt?

In realtà, l’ho indossata per la prima volta il 22 maggio in università al convegno sulla natura Forme, parole e metafore della physis. Ho tenuto una relazione su sessualità naturale e sessualità non naturale in un’opera delle Pseudo-Luciano. Sono abituato a far interagire il lavoro specialistico col presente, occupandomi di temi antichi che abbiano una risonanza nel presente.

Sapevo che era una tema che avrebbe suscitato discussione. Ho voluto, dunque, esplicitare il rapporto coi presenti non soltanto con la lettura dell’analisi dell’operetta pseudolucianea ma anche con la mia pelle, per così dire, col mio corpo mostrando cosa volevo dire con riferimento al presente. E, visto che in quest’operetta si contrappongono due tesi, una che sostiene l’innaturalità dell’omosessualità, l’altra che la difende come elemento culturale superiore alla necessità della natura, ho esplicitato così il mio pensiero.

Qual è stata la reazione dei colleghi e degli studenti?

Da parte dei colleghi non c’è stata alcuna opposizione. Alcuni di loro, piuttosto, si sono limitati a guardarmi tra lo stranito e il severo. Da parte degli studenti c’è stata invece un’accoglienza positiva tanto più che alcuni di essi sono dichiaratamente omosessuali. Ho visto davvero brillare i loro occhi. Per me è stato un momento bellissimo. Ho subito pensato: Ho fatto del bene, perché sono persone che non trovano appoggio nella società e un tale gesto è stato per loro significativo. Per la prima volta è come se avessero sentito di non essere soli. Non appena ho letto la notizia del covegno annullato, non ho avuto nessun dubbio che era il caso di replicare.

E le reazioni?

Anche, in questo caso tutte positive.

Professore, riallacciandoci al tema di natura, è noto come si faccia spesso riferimento in area cattolica al concetto d’innaturalità dell’omosessualità con riferimento al parà fusin di Paolo. Da filologo qual è la sua valutazione?

Si tratta d’un’espressione da contestualizzare in un periodo ben determinato e in una cultura ben determinata: quella ebraica che era molto diversa da quella greca. Il monoteismo ebraico era la religione dogmatica d’allora perché, mentre i politeisti erano disponibili ad accogliere qualsiasi altra divinità, i monoteisti (ossia gli ebrei e i cristiani che, in qualche modo, ne erano una costola) erano gli unici dogmatici non disposti a ciò.

Essi adoperavano piuttosto dei mezzucci - mi si consenta il termine - per cercare d’inserirsi in maniera soft nel politeismo. Paolo, quando va ad Atene, fa riferimento al Dio ignoto (θεὸς ἄγνωστος), di cui aveva letto su un’ara, per dire: Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio. Insomma, anziché parlare con chiarezza, cerca d’intrufolarsi all’interno del politeismo inaugurando quella linea che sarà perseguita fino a Costantino e che avrebbe portato all’affermazione del monoteismo cristiano.

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Il cambiamento per dirsi tale deve passare attraverso gesti concreti. In caso contrario le parole di preannuncio resteranno flatus vocis e suoneranno da scherno a chi ne attendeva l’attuazione.

Gli ultimi due giorni resteranno a tal riguardo indicativi d’un effettivo mutamento di relazionarsi con le persone Lgbti da parte di alcuni esponenti dell’episcopato italiano. E, per giunta, di rilievo.

A partire dall’agire felpato del vescovo di Bergamo Francesco Beschi che, senza pronunciamenti formali, ha spinto il guardiano del convento dei cappuccini orobici ad annullare l’adorazione eucaristica del 21 maggio in riparazione del Pride locale.

Promosso dal Circolo del Popolo della Famiglia di Seriate con l’adesione del Comitato provinciale bergamasco dello stesso partito adinolfiano, del Movimento per la Vita della Val Cavallina, di Intercomunione Bergamo/Brescia, dei circoli locali de La Croce e del Movimento Preghiera delle mamme, il momento paraliturgico non avrà più luogo.

«Il Pdf, per il senso di responsabilità che nutre nei confronti della diocesi di Bergamo - si legge nel comunicato ufficiale del circolo promotore –, ha ritenuto opportuno annullare l’iniziativa, fatto che non impedirà di proseguire il proprio impegno a tutela e salvaguardia della vita e della famiglia».

Da atti inibitori ad atti propositivi: come quello di Corrado Lorefice, arcivescovo metropolita di Palermo, che ha composto il testo d’una preghiera da leggersi al termine delle messe festive del 12 e 13 maggio.

In essa, mentre si deplorano con fermezza le «espressioni malevole e azioni violente» nei riguardi delle persone omosessuali, si invoca per i cristiani un’adesione «alla grazia dell'Evangelo, perché testimonino e annuncino, con audacia profetica, l'incondizionato rispetto dovuto ad ogni persona e denuncino ogni forma di discriminazione ed emarginazione».

Preghiera che, scritta in prossimità della Giornata internazionale contro l’omotransfobia, sarà appunto letta la sera del 17 maggio nel corso della specifica veglia ecumenica itinerante tra Piazza Politeama e la Parrocchia di S. Lucia al Borgo.

Un gesto consimile ma più fortemente significativo arriva da Reggio Emilia, dove il 20 maggio si terrà presso la parrocchia di Regina Pacis la seconda edizione della veglia di preghiera per il superamento dell’omofobia, della transfobia e ogni forma di intolleranza voluta da don Paolo Cugini.

Veglia che, fortemente osteggiata nel 2017 dallo stesso vescovo locale Massimo Camisasca e con toni di corale protesta da gruppi di cattolici tradizionalisti, è stata nelle scorse settimane nuovamente al centro di polemiche infuocate e attacchi reiterati da parte del neonato Gruppo di preghiera-riparazione 20 Maggio.

Tanto più che quest’anno l’iniziativa – agli occhi dei contestatori nostalgici d’un cattolicesimo piano – sarebbe aggravata da un «orientamento interreligioso-pancristiano» dovuto alla partecipazione della pastora battista Lidia Maggi. Ma a finire questa volta nel mirino del presidente Alessandro Corsini e dei suoi sodali lo stesso ciellino Camisasca per aver preso parte, il 16 aprile, a un incontro col Gruppo Cristiani Lgbt presso la parrocchia Regina Pacis.

Dopo le dichiarazioni di Don Paolo Cugini a Gaynews i toni hanno raggiunto un tale parossismo da indurre alcuni quotidiani cattolici conservatori a rilanciare per l’occasione i concetti di omosessualismo e omoeresia e spingere taluni a un’operazione di mailbombing nei riguardi di Camisasca perché vietasse “l’indegna veglia”.

Ma gli effetti sono stati esattamente contrari a quelli sperati. Tanto più che il forzare la mano all’autorità episcopale suona ancor più inaccettabile se di quella autorità ci si va proclamando vindici e difensori menzionando Tridentino, Sillabo e Catechismo di S. Pio X. Infatti non solo il vescovo Camisasca non ha annullato la veglia del 20 maggio ma ha ufficialmente comunicato che a presiederla sarà proprio lui.

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Palermo si appresta a vivere il 17 maggio la 12° edizione della Veglia ecumenica per il superamento dell'omofobia. Ma quest’anno a caratterizzarla in maniera inconfondibile sarà una preghiera composta per l’occasione dal metropolita Corrado Lorefice.

Precedentemente trasmessa a tutti i presbiteri dell’archidiocesi con l’invito a darne lettura nel corso delle messe vespertine del 12 maggio e di quelle dell’intera domenica del 13, la breve orazione sarà recitata anche durante la veglia che inizierà alle 19:00 del 17 maggio in Piazza Politeama e terminerà con una fiaccolata nella Parrocchia di Santa Lucia al Borgo.  Prevista la partecipazione dell'attore Salvo Piparo che reciterà alcuni brani nonché delle corali Freedom Voices, San Francesco Saverio e Mauriziana.

«Gesù di Nazareth, testimone delle viscere di misericordia di Dio per gli uomini – così il testo composto da Lorefice –, il Crocifisso risorto che libera dal peccato e dalla morte, ha fatto dell'accoglienza e del riconoscimento dell'altro il paradigma e il segno dell'irruzione del regno di Dio nel mondo.

Mentre deploriamo con fermezza che le persone omosessuali siano state e siano ancora oggetto di espressioni malevole e di azioni violente, preghiamo perché i cristiani, attingendo con ascolto discepolare alla grazia dell'Evangelo, testimonino e annuncino, con audacia profetica, l'incondizionato rispetto dovuto ad ogni persona e denuncino ogni forma di discriminazione ed emarginazione».

L'inusitato gesto dell'arcivescovo di Palermo è stato accolto con soddisfazione dal locale comitato Arcigay che su Facebook ha commentato: «Quello dell'arcivescovo Lorefice è un messaggio di amore e di rispetto importante per le persone LGBT+ cattoliche e per le loro famiglie».

Contattato da Gaynews, don Paolo Cugini, parroco di Regina Pacis a Reggio Emilia e da settimane sotto attacco per aver organizzato una veglia per il superamento dell'omofobia, ha dichiarato: «Da Palermo arriva un segno importante di rispetto, accoglienza e vicinanza nei riguardi di chi subisce discriminazioni a causa dell’orientamento sessuale e identità di genere.

Tutti i vescovi italiani dovrebbero seguire l’esempio di mons. Lorefice che non solo mostra d’essere in totale sintonia con lo stile di Papa Francesco ma di incarnare il messaggio evangelico dell’amore al prossimo senza barriere o preclusione di sorta».

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Come annunciato il 23 aprile da Arcigay Palermo, presso la locale Università degli studi le persone che hanno intrapreso il percorso di transizione potranno attivare il profilo alias. In esso verrà riportato il nome che più corrisponde al genere percepito.

Come spiegato nel comunicato, «si tratta dell’attuazione dell’articolo 3, comma 3 del Regolamento Generale d’Ateneo varato nel 2013 e finora mai applicato a Palermo ovvero “l’istituzione del cosiddetto doppio libretto di genere rivolto agli studenti in fase di transizione”: una procedura esistente a Torino, Padova, Bologna, Urbino, Pavia, Verona, Bari e Catania. Nonostante nel regolamento sia previsto, per il “doppio libretto di genere” è mancato fino a ora l’impianto attuativo».

Per saperne di più, abbiamo raggiunto Gabriel, studente FtM e coordinatore del Gruppo Giovani d’Arcigay Palermo.

Gabriel, raccontaci di te e delle tue emozioni

Sono un semplice e solare ragazzo palermitano di 20 anni che quando era piccolo si faceva chiamare Benji, odiava le gonne (tanto che piangevo quando me le mettevano), il rosa e le bambole. Amava tutto ciò che era maschile e ha capito di essere transgender a 13 anni. Lo ha compreso dopo aver notato durante l’interpretazione di un ruolo maschile, in uno spettacolo teatrale, che si sentiva a suo agio in quella veste. Forse troppo. Quando lo raccontai alla mia migliore amica di allora mi disse di cercare il termine “transessualità”. Lo disse poiché i miei discorsi le ricordavano questo “concetto”.

Da quel momento è stata la svolta della mia giovane vita: mi rispecchiavo nelle testimonianze dei ragazzi transessuali italiani su Youtube e sui blog a tema. Mi rappresentavono nel loro sentirsi ingabbiati: nelle proprie forme morbide (dove non dovevano esserci), nei pronomi e in quel nome totalmente femminile (che nel mio caso non si poteva rendere neutrale in nessun modo), in quella voce troppo acuta e nella pelle del viso troppo liscia.

Dopo molte e lunghe riflessioni ho compreso che dovevo dirlo alla mia famiglia. Ho fatto il primo coming out con mia madre attraverso una lettera, per poi dirlo, successivamente, a mia sorella e a mio padre. Ovviamente non hanno fatto i salti di gioia quando l’hanno saputo, ma non mi hanno voltato le spalle!

Mi sono stati vicini e mi hanno supportato fin da subito. E, grazie al loro consenso ho affrontato un percorso di supporto psicologico presso l’Agedo di Palermo durato dai 15 ai 17 anni di età.

Dai 17 ai 18 anni ho interrotto il percorso di supporto perché ho trascorso un anno veramente buio per colpa del bullismo psicologico che vivevo a scuola a causa di un mio compagno omosessuale (che nei primi anni di scuola consideravo un amico): con la scusa dello scherzo mi chiamava volontariamente per nome anagrafico quattro volte su cinque. Lo scriveva ovunque (sui banchi, su i muri, sulle pagine dei miei libri, ecc) con annesse frasi irritanti e declinate al femminile; mi faceva outing per potermi prendere in giro in pubblico tranquillamente.  Mi accusava di usare il coming out con gli insegnati come arma di vittimismo per avere vantaggi nei risultati scolastici; e altre cose anche più pesanti che è meglio non rammentare. Volevo perdere l’anno pur di allontanarmi da questa persona, anche a costo di sfidare il destino e magari di ritrovarmi con altre persone pronte a farmi soffrire. Ma d’altronde peggio di quello che stavo passando non poteva accadermi. All’inizio del quinto anno però, dopo essermi stancato di questa sofferenza, mi sono ribellato e sono riuscito a debellare questo mostro  che mi perseguitava chiamato: bullismo. Da lì ho ripreso in mano la mia vita e sono ritornato in Agedo, dove ho intrapreso l’iter psicologico per potere, dopo la perizia psicologica, iniziare la terapia ormonale.

Ho iniziato la terapia ormonale a 19 anni, il 15 Marzo 2017, e da quel momento la mia vita è solo migliorata: dal ragazzo sempre un po’ intimorito dalle altre persone e che non amava essere al centro dell’attenzione sono diventato un ragazzo ancora più forte di quanto non fossi già. Divenni energico, socievole molto più di prima e accesi i riflettori su di me senza però risultare egocentrico. Dopo più di un anno la mia autostima è aumentata tantissimo, il mio viso mi piace sempre di più (e di conseguenza piaccio di più), il mio corpo diventa sempre più maschile e col passare del tempo è come se mi dimenticassi che sono nato femmina. Me lo ricordano solo il nome sui documenti, il petto (che adesso vivo come una ginecomastia maschile) e le parti intime (verso cui non provo disforia). Ora attendo di iniziare l’iter giuridico per la rettifica anagrafica e il via alla mastectomia e all’isterectomia. Nel frattempo impiego il mio tempo tra l’università, gli amici migliori del mondo e la lotta per la difesa e la conquista dei diritti per la comunità Lgbti ad Arcigay Palermo.

Hai detto che hai subito bullismo durante l’adolescenza: c’è un’esperienza precisa che ti senti di raccontare?

Sì, un’esperienza di quando avevo 17 anni. Con una mia amica frequentavamo lo stesso gruppo di "amici” del mio compagno bullo. Una sera a casa di uno di loro, per scherzare, dovevano sfilare tutti “da donna”. Il problema fu che mi costrinsero a farlo, nonostante io avessi esplicitamente detto di non volerlo fare perché la cosa mi faceva stare male.

Mi chiusero in una stanza per almeno 20 minuti con l’ordine di farlo, o non mi avrebbero fatto uscire. A quei tempi ero fragilissimo psicologicamente perciò, dopo aver provato ad aprire la porta non so quante volte e notando che era tutto inutile, lo feci: mi vestii da donna pur di uscire da quella stanza chiusa e finire al più presto quest’atto crudele. Mentre mi vestivo loro mi guardavano dallo spiraglio della porta ridendo di gusto. Un gusto, per me, amarissimo.

Mi dovetti mettere un reggiseno di una di loro, una specie di magliette scollata, e delle scarpe alte. Nessuno, nemmeno quella che ai tempi era la mia migliore amica (poiché anche lei era succube e manipolata dal gruppo a cui a capo vi era il bullo) disse qualcosa per difendermi da quella situazione.bÈ il ricordo più terribile che ho. Umiliante. Mi sono sentito come un animale da circo. Quando l’ho raccontato alla mia attuale migliore amica è scoppiata in lacrime, abbracciandomi forte.

Oggi quella dura esperienza di bullismo l’ho ancora dentro di me. Dura così come l’ho vissuta. Raccontarla però serve per dare il senso concreto e doloroso della frustrazione che il bullismo (troppo spesso nascosto dietro frasi come “sono ragazzate”, “si fa per scherzare, non fare la vittima” ecc.) porta alle vittime. Oggi quel dolore ha cambiato aspetto. E’ carburante per voler combattere per gli altri e per non voler perdersi nemmeno un secondo della vita Bella che si può vivere.

Oggi sei più sicuro di te stesso. Chi ti ha sostenuto e ti sostiene maggiormente?

La mia famiglia, che mi è sempre stata vicina, nonostante, le iniziali incomprensioni e paure di una società che alle volte è veramente troppo cattiva; i miei amici al di fuori della scuola, che non mi hanno mai fatto sentire solo e mi hanno sempre dato la carica per andare avanti.  La maggior parte dei miei docenti del liceo, che mi hanno supportato chiamandomi al maschile (anche durante gli esami di maturità) senza nascondersi dietro scuse del tipo “finché non cambi i documenti qui dentro posso chiamarti solo in quel modo” e ideologie bigotte e retrograde; il mio psicologo, che mi ha aiutato a diventare forte e a costruire il mio carattere solare, da guerriero, di chi deve solo viversi senza aver paura del giudizio altrui, e che ancora oggi tifa per me con grande affetto; e adesso anche la famiglia di Arcigay Palermo.

Che cosa significa per te coordinare il gruppo giovani di Arcigay Palermo?

Sono molto felice di far parte del Gruppo Giovani di Palermo e di essere uno dei suoi coordinatori. Quando uscii dalla gabbia del bullismo capii che volevo fare questo nella mia intera vita: essere la voce e il volto di chi non può parlare o di chi non riesce perché troppo fragile. Arcigay Palermo mi permette di farlo attraverso l’attivismo, e allora io mi metto a disposizione per qualsiasi iniziativa, con particolare attenzione alle iniziative che trattano di bullismo omo-transfobico. Questo rende la mia vita una sfida continua, un qualcosa da cui non riesco più a tirarmi indietro perché so che ho la stoffa per farlo, e soprattutto mi fa sentire socialmente utile! Questa del Gruppo Giovani è stata l’opportunità più bella che Palermo potesse mai offrire, e noi partecipanti ne siamo tutti grati.

Qual è la tua esperienza universitaria da persona trans?

Sono al primo anno di Educazione di comunità, dopo un anno di Scienze della comunicazione per media e istituzioni; l’anno scorso vivevo proprio male l’ambiente universitario visto che non ero nemmeno in terapia ormonale. Eravamo 250 studenti in un’aula, e sapere che il mio nome anagrafico potesse uscire per qualche appello davanti tutte quelle persone mi faceva psicologicamente e fisicamente male. Fortunatamente non è mai accaduto, ma il dolore per l’ansia me lo ricordo ancora.

Quest’anno invece, nella nuova facoltà, mi sono messo molto più in gioco sia durante le lezioni che con i colleghi, anche grazie ai docenti con i quali ho coming out via email che mi hanno sempre dato al maschile quando dovevano rivolgersi a me. Una frase molto significativa che mi è stato detta da un mio collega è stata “non hai bisogno di un microfono per parlare, la tua voce rimbomba”. Sono sempre stato un ragazzo molto silenzioso e timido prima della terapia ormonale, e sentirmi dire una frase del genere è stata una gioia incredibile. Per la prima volta mi sono sentito Presente nel mondo.

Negli scorsi giorni l’Università di Palermo ha avviato l’attivazione del profilo alias. Come consideri questo risultato?

Appena mi è stato comunicato ho esultato come i tifosi dell’Italia ai mondiali del 2006. Per colpa di questo maledetto nome femminile che purtroppo ancora persiste nella mia carta d’identità ho il portale universitario al femminile, e di conseguenza anche la tessera unicard (che ha sostituito il libretto da due anni). Per evitare di mostrare o scrivere il mio nome anagrafico non ho prenotato determinati esami per paura dell’appello, non ho firmato petizioni utili, non mi sono iscritto ad una associazione studentesca e non sono mai andato a mensa. Ho perso tante piccole cose che per gli altri sono di una normalità che per noi persone trans con i documenti non rettificati è impensabile. E come me, tutti gli studenti e tutte le studentesse transessuali, che magari vivono anche il disagio dell’appello obbligatorio ad ogni lezione per via della frequenza obbligatoria (che io fortunatamente non ho).

Questa opportunità della carriera alias è un vero e proprio abbraccio immaginario in cui tutti noi ci stringiamo e ci confortiamo. Arcigay Palermo, l’associazione UniAttiva e il Magnifico rettore Fabrizio Micari hanno fatto qualcosa che cambierà totalmente l’esperienza universitaria delle persone transessuali. Cambierà anche i rapporti umani con colleghi e docenti: non avremo più il timore di dover fare coming out ,“venire scoperti” e non essere più chiamati ogni giorno con un nome che ci sta stretto! È una vera rivoluzione!

La città di Palermo e la comunità trans sono due realtà che si toccano o si ignorano?

Palermo è per natura una città abituata alle diversità ed è da sempre stata dalla parte della comunità LGBT. Non è di certo la città perfetta e non è esente a casi di omo-transfobia, questo no, però rispetto ad altre città è molto più tranquilla e tollerante. Io personalmente non sono mai stato aggredito né insultato. Sarà capitato tre volte in nove anni di utilizzo dei mezzi pubblici qualche domanda inopportuna fatta per prendere in giro, ma nulla di ché alla fine dei conto. Stessa cosa anche altri miei amici e altre mie amiche transessuali (al massimo queste ultime soffrono per il catcalling, ma quella è una cosa che subiscono anche le donne biologiche, quindi è tutto un altro discorso).

In conclusione, direi che Palermo “si lascia toccare” dalla comunità trans e poi la ignora lasciandola vivere come vuole senza disturbarla. Chi la disturba è sempre un caso su cento… ma educheremo anche quel caso isolato in qualche modo!

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Lunedì 13 marzo si è tenuto a Palermo presso il complesso monumentale di Villa Niscemi, sede di rappresentanza del Comune, un incontro tra il direttivo del locale Coordinamento Pride, la Giunta e il sindaco Leoluca Orlando. Sul tavolo della discussione un primo programma della parata dell’orgoglio Lgbti che, nel capoluogo siciliano, avrà luogo il 30 giugno.

Alla luce dello slogan De*Genere il Palermo Pride 2018, come spiegato sulla pagina Fb del Coordinamento, «parte dal lavoro dell’anno passato svolto sul tema dei corpi e apre una finestra sul dibattito di portata e interesse globale: la violenza che caratterizza il rapporto fra generi».

Argomento, questo, dagli aspetti molteplici che è stato così esplicitato a Gaynews da Massimo Milani, figura storica della collettività Lgbti palermitana e componente del locale Coordinamento: «Un Pride inclusivo, politico e indipendente quello di Palermo che quest’anno, anno in cui la città è capitale italiana della cultura, si impegna a dare valore al lavoro che mese dopo mese viene svolto sul territorio.

La strada fatta a Palermo e da Palermo è stata tanta, non sempre agevole ma sempre con la spinta di una politica giusta. Tanta ce ne resta da fare: camminiamo verso il futuro percorrendo i binari della responsabilità e dell’indipendenza in nome dei diritti, perché cultura significa anche diritti. I diritti di ognuno».

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I ministeri della Difesa e dei Trasporti dovranno versare 100mila euro come risarcimento danni al 36enne Danilo Giuffrida, al quale fu rifiutata la patente di guida dopo che alla visita di leva aveva rivelato di essere omosessuale.

A deciderlo la Corte d'appello civile di Palermo, cui la Cassazione aveva rinviato il giudizio sull’entità del risarcimento dopo aver annullato nel 2015 la sentenza dei giudici di secondo grado di Catania. I quali, il 10 aprile 2011, avevano confermato la sentenza emessa in primo grado dal medesimo tribunale ma avevano ridotto il previsto risarcimento di 100mila alla somma di 20mila.

Laureato in filosofia e vivente a Tokio dove lavora presso un’azienda, Danilo fu vittima nel 2000 – come ritenne la Suprema Corte il 22 gennaio 2015 – di «un vero e proprio e intollerabilmente reiterato comportamento di omofobia» da parte dei due ministeri. Quando si presentò infatti alla visita di leva dichiarò d’essere omosessuale. «E noi come facciamo a crederci?» - gli chiesero all’ospedale della Marina militare. Alla risposta di Danilo di conoscere benissimo la propria condizione, il medico preposto ribattè: «No guardi. Si iscriva all’Arcigay. Così attesta la sua omosessualità».

Pur non capendone il perché, Danilo si iscrisse all’Arcigay di Catania. Due mesi dopo ecco arrivare una lettera della Motorizzazione. In essa si diceva che lui non aveva le capacità piscofisiche per ottenere la patente e che quindi doveva sostenere una visita speciale. Fu allora che Danilo conobbe la verità. Che, cioè, della sua omosessualità la Motorizzazione era stata  informata dalla Marina militare.

Danilo iniziò così la sua battaglia legale che oggi si conlude definitivamente. Dovrà essere risarcito di 100mila euro, perché una somma inferiore – hanno sentenziato irrevocabilmente i giudici di Palermo – «non sarebbe idonea al ristoro dei pregiudizi subiti». I quali hanno anche condannato i due ministeri a pagare le spese processuali di tutti i giudizi sostenuti fino ad oggi dal 36enne catanese.

La sentenza è stata commentata da Giuffrida e dal suo legale Giuseppe Lipara in una nota congiunta. «È una vittoria non personale del singolo - così si legge in essa - ma di tutti coloro che ogni giorno sono costretti a sopportare condotte intollerabili che offendono la dignità della persona e dell'individuo, i quali non devono subire discriminazioni in base alle proprie scelte sessuali, specie se tali comportamenti provengono dalle Istituzioni pubbliche nell'esercizio delle loro funzioni amministrative.

Speriamo che questa sentenza, ma soprattutto quella della Corte di Cassazione sia un monito non soltanto per le amministrazioni, ma per qualsiasi rappresentazione della società, sia essa privata o pubblica, in maniera da rendere eguali i diritti della persona e del cittadino, senza subire discriminazioni di nessun tipo, siano esse di genere, siano esse di altra natura, ma sempre di sprezzante riluttanza al nostro senso etico, morale e giuridico».

 

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Hai voglia di rompermi i maroni, lesbica del cazzo? Vaffanculo. Per queste parole rivoltele su Fb una 47enne palermitana ha sporto querela per diffamazione.

Per la procura della Republica presso il tribunale di Palermo «le predette frasi, sebbene caratterizzate dall’uso di espressioni rappresentative di concetti osceni e volgari, non presentano il contenuto ingiurioso, in quanto nessuna valenza offensiva può essere attribuita ai termini ‘lesbica’ e ‘vaffanculo’».

Ma la conseguente richiesta d’archiviazione è stata rigettata dal gip Roberto Riggio che, nell’ordinare l’imputazione coattiva nei confronti del querelato, ne ha così indicato le motivazioni: «Questo Tribunale ha riconosciuto il contenuto denigratorio e intrinsecamente offensivo dell’espressione ‘lesbica’ riferita in modo gratuito e inopportuno. E invero la stessa appare, oltreché indice di cattiva educazione, idonea ad intaccare l’onore e la reputazione della destinataria».

Soddisfazione per l’accoglienza dell’istanza da parte del giudice ha espresso l’avvocato Marco Carnabuci, legale della donna, che ha dichiarato a Gaynews: « Da avvocato, purtroppo, constato quotidianamente la drammatica crescita di aggressioni verbali e fisiche contro persone omosessuali. Dal mondo dello sport a quello della politica, con troppa disinvoltura si lascia calpestare una libertà fondamentale della persona qual è quella relativa al proprio orientamento sessuale. Lascia sperare, però, che alcuni giudici, come nel caso in questione, reagiscano a ciò che avviene e, pur nella grave assenza di una specifica legge che sanzioni ogni comportamento omofobico, consentano all'ordinamento di chiamare le cose con il loro nome: i diritti, diritti e i reati, reati».

Sull’ordinanza emessa dal gip Roberto Riggio si è espressa anche la senatrice Monica Cirinnà, divenuta in questi anni simbolo di un impegno concreto delle istituzioni per l’affermazione dei diritti e delle libertà delle persone Lgbti.

«Dobbiamo dire basta con forza e senza esitazioni – ha affermato –  a tutti quei casi di omofobia più o meno velata. In tale ottica, pertanto, pronunciamenti chiari dei Giudici che indichino senza ambiguità la contrarietà alla legge di qualunque aggressione, fisica o verbale, sono elementi importanti per ricostruire una civiltà equa e rispettosa di ogni persona».

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150mila persone alla manifestazione nazionale organizzata a Roma da Non una di meno per dire no alla violenza contro le donne. E le donne sono state le assolute protagoniste di questa fiumana che ha scandito non di rado slogan di attacco al governo e alle religioni.

Unite con loro anche tanti uomini, famiglie ed esponenti di associazioni, comprese quelle Lgbti. Significativa la presenza d’un’enorme bandiera arcobaleno che, sorretta da attiviste e attivisti, è stata voluta da un sempre più dinamico Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli grazie al nuovo team Secci-Praitano.

Sì, perché la violenza contro le donne è una drammatica realtà che chiama in causa tutti. È quanto ribadito stamani anche dalla presidente della Camera Laura Boldrini che, accogliendo per uno specifico evento a Montecitorio 1300 donne, ha dichiarato: «Sbaglia chi pensa che la violenza sia una questione che riguarda esclusivamente le donne. No, riguarda tutto il Paese e sfregia la nostra comunità». E dal Parlamento è arrivato proprio oggoi un segnale concreto: il via libera unanime al fondo per gli orfani di femminicidio, con una dotazione di due milioni e mezzo l'anno per il triennio 2018-2020.

Su cosa necessiti fare per contastare la violenza di genere così si è epressa ai nostri microfoni la giurista Andrea Catizone, presidente di Family Smile ed esperta di diritti dei minori: «La violenza oggi è un fenomeno che attraversa tutte le generazioni e tutti gli ambiti sociali. È nella concezione del rapporto sentimentale che si è innestato un meccanismo di prevaricazione sempre più incontrollato. Serve prima di tutto imparare a riconoscere la violenza e poi imparare a reagire e a non tollerarla come qualche cosa che poi passa. I gesti violenti lasciano sempre delle tracce e pertanto è fondamentale che le donne sentano una rete di protezione che le affianchi sin dalla denuncia. Ecco perché servono dei meccanismi che si attivino immediatamente ed ecco perché servono investimenti da parte dello Stato e delle istituzioni».

Ma manifestazioni, spettacoli, eventi, si sono tenuti in tutta Italia che sembra aver oggi ritrovato una sostanziale concordia su un tema – almeno così sembrerebbe – non divisivo. A Palermo, fra l’altro, il Palazzo delle Aquile, sede del Comune, si è colorato di arancione.

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Dove quando? Se questa è una di quelle domande che, da viaggiatori, vi fate più spesso, beh, noi siamo qui per rispondere al meglio! Divertimento e relax vengono premiati a Palermo con vacanze memorabili, con esperienze uniche che faranno morire di curiosità i vostri amici rimasti a casa.

Lasciatevi ispirare da questo bellissima guida su Palermo e scoprite quanto è incredibile e bella questa gay life!

Incipit bb, è sempre un piacere la (ri) scoperta

Il bb Incipit è uno degli alberghi più belli di Palermo. Un Bed & Breakfast letterario gestito dalla prima coppia gay che ha ottenuto in affido un minore in città. Ospitalità, passeggiate, tour ed escursioni. Assicuratevi almeno una cena romantica, con un bicchiere di vino rosso e una buona compagnia attorno. Da non perdere!

Giusto un salto!

Mondello è bella tutto l’anno, ottimo cibo nei locali del posto e, perché no, un inaspettato bagno fuori stagione in un mare azzurro e cristallino e sabbia bianca che non guasta mai. Soltanto tuffandosi tra le sue onde e perdendosi nell'acqua turchese si può davvero capire. Mondello, che è una frazione di Palermo, è anche il regno delle piante più suggestive. In viale degli Irisi si trova una delle più belle “gallerie” di ficus benjamina della città di Palermo.

Una passeggiata “unica” sulla città

Da percorrere la Via Principe di Belmonte solo pedonale per gustare un fresco aperitivo seduti ai tavolini dei bar! Una bella traversa di fine '800 che collega appunto la Via Ruggero Settimo alla Via Roma. Infine, un giro in uno dei mercati rionali, come Ballarò o Vucciria, vi porterà tra viuzze e piazze caratteristiche, alla scoperta del pesce e delle altre specialità gastronomiche locali. 

Assaggia il dolce siciliano

A Palermo è un’istituzione, un connubio pomeridiano perfetto. Un momento di sano relax da godersi durante queste brevi, ma anomale giornate estive. Da provare la brioche con la granita ai gusti di: caffè, mandorle, pistacchio o limone. Se invece non potete proprio far a meno di gustare un buon dolce, allora sappiate che l’Africano è il tentativo giusto. Si tratta di un rotolo di pan di spagna ripieno di cioccolato morbido e ricoperto da un velo di cioccolato croccante. Una goduria per il palato.

Scatta un selfie ai Quattro Canti

Non puoi di certo non saltare il vero centro di Palermo. Si tratta di una piazza ottagonale con quattro edifici ricchi di statue, fontane e colonne, che in realtà rappresentano i quattro quartieri principali della città. Al centro di ognuno si trovano le quattro statue che rappresentano le “All Saints” della città: cosa aspetti a scegliere la tua preferita e a scattare un selfie immacolato?

Un amore di Sauna

La sauna non manca di certo a Palermo, rendendola un’ottima destinazione per godersi il piacere fino in fondo! Dopo un indimenticabile giorno passato ad esplorare la città, dirigetevi verso Maxximum Time Gay Sauna. Rilassatevi seguendo il vostro ritmo, godetevi ogni momento, e preparatevi a fare nuovi incontri dopo una fantastica giornata.

Siete pronti a scatenarvi?

Fate ricadere la vostra scelta su Fabric Rise Up, una delle location più spettacolari di tutta la città: cominciate a scaldarvi, che Palermo vi aspetta!

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Nonostante le campagne di prevenzione, i convegni, l’interesse dei media si registra un incremento dei casi di persone Hiv positive e affette da malattie sessualmente trasmissibili. Viva è inoltre la discussione sui relativi metodi preventivi che, al di là del tanto conosciuto quanto poco utilizzato profilattico, verte soprattutto sulla PrEP (profilassi pre-esposizione) e PEP (profilassi post-esposizione).

Gaynews ne ha parlato con Tullio Prestileo, dirigente medico presso il reparto di dermatologia infettiva dell’Ospedale Civico-Benfratelli (Arnas) di Palermo, responsabile scientifico Inmp Sicilia e componente dell’Italian National Focal Point – Infectious Diseases and Migrant.

Dr Prestileo, i casi di Hiv positivi non tendono a diminuire. A cosa imputa tutto ciò?

Senza ombra di dubbio alla mancata prevenzione del contagio per via sessuale.

Qual è suo parere il metodo principale di prevenzione?

In primo luogo il condom. Poi, con opportune precisazioni, la PrEP o profilassi pre-esposizione.

Si afferma che non è possibile obbligare all'uso del preservativo ed è per questo necessario che siano resi accessibili tutti i metodi di prevenzione. Che cosa ne pensa?

Condivido anche se, ad esempio, la PrEP presenta alcune criticità. La profilassi consiste infatti nell’assunzione di antiretrovirali. Si tratta cioè di farmaci, pertanto non privi di effetti collaterali e di tossicità a lungo termine. Bisogna poi considerare il fattore aderenza alla prescrizione, che è non sempre adeguata. È inoltre da registrare un possibile sviluppo di ceppi resistenti. C’è però anche da dire come gli studi evidenzino nel complesso una buona efficacia preventiva.

Da quando è accessibile l'autotest nota dei miglioramenti nell'ambito d'una maggiore sensibilità ai controlli?

A mio parere, no.

Limitatamente alla zona palermitana c'è stato un calo o un aumento di casi di persone Hiv positive e Mst positive?

Indubbiamente un incremento. Distinguendo, nello specifico, popolazione italiana, prevalentemente rappresentata da giovani MSM (Men who have Sex with Men), e popolazione non italiana rappresentata da giovani donne eterosessuali.

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