Fissato al 26 maggio, il primo Pride novarese ottiene in giornata il patrocinio della Regione Piemonte ma non quello del Comune.

Per il sindaco leghista Alessandro Canelli la marcia dell’orgoglio Lgbti all’ombra della cupola antonelliana non è altro che «inutile ostentazione» e manifestazione folcloristica dagli effetti controproducenti. Argomenti, invero, non molto dissimili daa quelli utilizzati da un uomo del centrosinistra quale Ugo Rossi, presidente della Provincia autonoma di Trento, nel negare il patrocinio al Dolomiti Pride.

E così il Comune di Novara si aggiunge alla lista di quelle amministrazioni locali (Regione Lombardia, Provincia di Trento, Comune di Firenze, Comune di Genova) che non intendono sostenere ufficialmente i vari Pride sui territori di loro competenza.

Immediata la reazione del Pd novarese che he definito quella di Canelli «una decisione anacronistica e discriminatoria» In una nota i locali vertici dem hanno dichiarato: «Il sindaco Canelli, che appena eletto si è affannato a dichiarare urbi et orbi che sarebbe stato il sindaco di tutti, alla prova dei fatti si dimostra essere prevedibile e scontato nel ruolo di moralizzatore.

Mentre la Regione Piemonte e la Provincia di Novara hanno dato il patrocinio e sosterranno l'iniziativa, il Comune di Novara sarà assente dando prova di non rappresentare realmente tutti i novaresi. Il Pd della Provincia di Novara non solo ha aderito al Pride ma sfilerà insieme ai tanti che parteciperanno alla giornata di festa per riaffermare che i diritti, l'autodeterminazione e la non discriminazione vinceranno sempre contro i pregiudizi e il finto moralismo».

Ferma reazione anche da parte di Nino Boeti, presidente del Consiglio regionale e del Comitato Diritti umani, che in un post su Fb ha scritto: «Spiace che il Comune di Novara abbia deciso di negare il patrocinio al Novara Pride. Penso che certe battaglie di libertà e di civiltà debbano appartenere a tutti.

Come Consiglio regionale del Piemonte, attraverso il Comitato Diritti umani, anche quest’anno sosterremo con un contributo il Coordinamento Lgbt per l’organizzazione delle iniziative del Pride. Perché è una festa di tutti».

Non si è fatto attendere il duro j’accuse a Canelli da parte del Coordinamento Torino Pride, l’associazione di secondo livello a cui fa capo il coordinamento del Piemonte Pride che prevede, oltre a Novara, altre due parate ad Alba e a Torino.

«Il Pride – così Alessandro Battaglia, coordinatore del Torino Pride – è storicamente la rappresentazione di come siamo e chi siamo. È quindi visibilità, è orgoglio, è il modo di dire a tutte e tutti “vedeteci siamo qui e scendete in piazza con noi”.

Ci mettiamo in mostra per non essere trasparenti e invisibili. Ci piace fare sfoggio, farci vedere ed essere rumorosi, gioiosi. Del resto anche il sindaco di Novara, Alessandro Canelli, ha dato prova del suo orgoglio con le dichiarazioni che negano il patrocinio della Città al primo Pride di Novara. Ha sfoggiato un atteggiamento omofobo, discriminatorio, ha sbandierato la sua incapacità di essere il sindaco di tutte e tutti. Perché il Pride non è una manifestazione simbolico-folkloristica.

Certo, non ci aspettavamo molto da un sindaco che si è vantato di non celebrare le unioni civili perché “questo Paese ha tanti altri problemi urgenti da affrontare e perché le unioni civili sono discriminatorie nei confronti della legge che va a tutelare la famiglia”. Forse che il sindaco non riesce ad affrontare i tanti problemi tutti insieme?

Un sindaco che mostra con perseveranza tanto bigottismo non rappresenta una città ma una sua piccola parte. Il sindaco ritiene che il Pride “non può apportare il giusto contributo alla crescita e alla consapevolezza su problemi di questo tipo. Ritengo possa essere addirittura controproducente rispetto alle finalità che si intendono raggiungere”, addirittura si erge ad interprete delle istanze che da molti decenni vedono un’intera comunità lottare e adoperasi su più fronti per attenere qualche piccola legge a tutela dei più deboli.

Magari dovrebbe iscriversi ad una delle nostre associazioni».

Quindi la conclusione: «A Novara il 26 maggio erano attese forse 2.000 persone. Credo che dopo le mirabolanti dichiarazioni del sindaco saremo ancora di più, con allegria, determinazione e soprattutto orgoglio da tutta la regione. Per questo ogni città dovrebbe celebrare il proprio Pride, un’ottima occasione per smascherare gli amministratori inadeguati e omofobi.

E comunque a Torino e ad Alba le decisioni prese sono fortunatamente e diametralmente opposte».

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Niccolò Pietro è nato a Torino il 13 aprile presso l’ospedale ostetrico-ginecologico Sant’Anna. Una gioia indescrivibile per Chiara Foglietta, consigliera comunale dem, e per la sua compagna Micaela Ghisleni.

Gioia purtroppo turbata dalla secco rifiuto che l’Ufficio Anagrafe (tanto quello presente presso la struttura ospedaliera quanto quello centrale del capoluogo sabaudo) ha opposto il 16 aprile alle due donne in merito al riconoscimento del neonato quale figlio d’entrambe.

Come se non bastasse, è stata ritenuta irricevibile la dichiarazione di Chiara sul concepimento di Niccolò Pietro a seguito di tecniche di procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo con gamete maschile di donatore anonimo come peraltro indicato in tutta la cartella clinica.

«Oggi a noi – ha dichiarato la consigliera comunale - viene negato il diritto di inserire dichiarazioni veritiere nell’atto di riconoscimento e a nostro figlio il diritto a un’identità corrispondente alla realtà, il diritto a conoscere l’insieme di eventi che hanno determinato la sua esistenza».

Soliderità piena a Chiara e a Micaela è stata subito espressa dal Coordinamento Torino Pride, che in una nota ha affermato: «Oggi più che mai è necessario che la politica si assuma la responsabilità di gesti importanti soprattutto che non costano nulla e che non incidono in nessun modo sui bilanci o sui conti martoriati ma che invece possono risolvere problemi che rendano una Famiglia, come quella di Chiara e Micaela o di Piero e Francesco, più sicura e felice.

Chiediamo quindi alla sindaca, Chiara Appendino, di agire con forza, energia e in coscienza per risolvere questi problemi confermando con i fatti che un Assessorato alle Famiglie è e resta un punto fermo della sua amministrazione e che, dove esiste un vuoto normativo, il coraggio, la tenacia e l’amore lo possono riempire».

Sull’incresciosa vicenda Gaynews ha chiesto il parere all’avvocato Alexander Schuster, che sta seguendo legalmente Chiara e Micaela.

Avvocato Schuster, per l’Ufficio Anagrafe di Torino Niccolò Pietro non può essere registrato come figlio di Chiara e di Micaela: perché?

Gli ufficiali di Stato civile (come peraltro anche alcuni giudici) tendono a seguire di più circolari e regolamenti che principi contenuti nella Costituzione, nelle convenzioni internazionali, ma anche nella stessa legge n. 40/2004 sulla p.m.a. E poiché nessuna norma prevede il riconoscimento di due madri (ma nessuna espressamente lo vieta), si sostiene che solo la partoriente può divenire genitore e poco importa che il bambino avrà solo uno e non due genitori. Ma anche gli ufficiali di Stato civile devono rispettare la Costituzione e realizzare i suoi importanti obiettivi.

La Corte costituzionale ha detto in più occasioni che il bambino deve essere tutelato rispetto all’adulto, a tutti gli adulti che hanno deciso di farlo nascere. Micaela non vuole sottrarsi a questa sua responsabilità, ma il Comune per ora glielo impedisce.

L’Ufficio Anagrafe ignora volutamente che Niccolò Pietro è stato generato mediante pma e lo registra come “nato da un’unione naturale con un uomo”. Come giudica tale situazione?

È assolutamente una situazione ridicola e imbarazzante per un “ordinamento” giuridico. Questo profilo della vicenda testimonia di un disordine più che di un ordine. Da una parte abbiamo diversi reati nel codice penale per chi fa false dichiarazione negli atti dello stato civile. Dall’altra, si chiede a Chiara Foglietta di dichiarare che il bambino è nato da un rapporto sessuale quando non solo è dichiarata una realtà diversa, ma questa è pure documentata.

Ad oggi sono riuscito a convincere solo un Comune toscano ad adeguare la formula con cui scrivere l’atto di nascita alla realtà e a riconoscere che c’è stata una fecondazione assistita con donatore. È la causa del Tribunale di Pisa che recentemente è giunta in Corte costituzionale. Un risultato importante che oggi è diventato pubblico, ma che è l’esito di mesi di lavoro e frutto della fortuna di avere dall’altra parte un funzionario che è fra gli esperti nazionali in materia di stato civile.

Esiste in tale materia una giurisprudenza di legittimità cui adeguarsi?

Attenzione, qui non stiamo parlando di trascrizione, cioè di riconoscere un atto di nascita straniero che già esiste. Qui il bambino è nato in Italia e quindi non c’è ancora nessun atto di nascita. D’altra parte, non è nemmeno concepibile che una donna al nono mese si metta in macchina alla volta della Spagna per ottenere un certificato con due madri da riportare in Italia (e la giurisprudenza è unanime sul fatto che vada integralmente riconosciuto). Un tale risultato deve essere possibile, proprio per i principi richiamati dai giudici italiani, sin dall’inizio, se il bambino nasce in Italia.

Quale responsabilità grava a suo parere sul legislatore in riferimento alla mancanza di tutela piena dei minori nati in coppie omogenitoriali o da single attraverso pma?

Il Ministero dovrebbe innanzitutto adeguare le formule. Un bambino su venti nasce in Italia da tecniche di riproduzione assistita, però per lo Stato civile italiano tutti sono nati da un rapporto sessuale. Questo è un problema di verità che riguarda tanto coppie etero- quanto omosessuali. Poi c’è il problema specifico delle coppie arcobaleno. Il Legislatore ha preferito lasciare che la matteria venisse regolata dai giudici. Chissà, forse è meglio, certo è un percorso più laborioso e lungo.

Comunque a Torino si sta iniziando ad affrontare la questione e speriamo che la sindaca Appendino e l’assessore Pisano diano un segnale importante a tutela del piccolo Niccolò Pietro e delle sue mamme. Noi siamo pronti a difendere davanti ai giudici il passo avanti che stiamo chiedendo ai vertici politici. Da qualche parte occorre pur cominciare.

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Martedì 17 Aprile, presso la Casina Pompeiana di Napoli, la Rvm Entertainment ha presentato in anteprima nazionale il cortometraggio Una semplice verità, scritto e diretto da Cinzia Mirabella e sostenuto moralmente dal Comitato Arcigay di Napoli.

Il cortometraggio mette in luce la  grave problematica dell'omofobia all'interno delle mura domestiche

La storia si svolge sull'isola d’Ischia, dove un uomo è invitato a presentarsi al distretto di Polizia per essere ascoltato come persona informata dei fatti in seguito a una denuncia a suo carico. A denunciarlo è la figlia, interpretata da Giulia Montanarini, vera e propria icona glamour dell’intrattenimento televisivo, che per la prima volta si misura con un ruolo drammatico, quello di una donna di 35 anni, picchiata dai familiari perché dichiaratasi lesbica.

Il ruolo del commissario di polizia è, invece, interpretato da Cinzia Mirabella, attrice brillante di cinema e teatro a cui, nel gioco dei silenzi e delle rivelazioni,  è affidato il colpo di scena finale del film.

Locandina 1

Nel cast del cortometraggio bisogna ricordare anche la presenza di Pietro De Silva, attore cinematografico che tutti ricordiamo per film come La vita è bella, L’ora di religione,  Anche libero va bene e Giovanni Allocca,  attore di teatro, cinema e televisione che ha preso parte anche alla fortunatissima serie televisiva Gomorra.

La direzione della fotografia è stata affidata a un grande maestro del settore, Antonio Grambone, mentre la canzone che accompagna il cortometraggio, con un motivo struggente e intenso come un mantra, è Manname l’ammore, interpretata dalla carismatica Gabriella Rinaldi.

Durante la presentazione è intervenuto il cast del film, il produttore del progetto Gaetano Agliata con la costumista Nancy D’Anna, il responsabile casting Andrea Axel Nobile, il truccatore Antonio Riccardo, il presidente di Arcigay Napoli Antonello Sannino e Daniela Lourdes Falanga, responsabile alle politiche transessuali di Arcigay Napoli.

Parliamo con Giulia Montanarini, subito dopo la kermesse napoletana.

Giulia, in primis, raccontaci come è stato lavorare nella realizzazione di questo cortometraggio.

Per me è stata un’esperienza molto importante perché per la prima volta non compaio nel ruolo consueto della soubrette. Cinzia Mirabella mi ha dato l’opportunità di confrontarmi con un ruolo intenso, forte e tormentato. Mi ha seguito con grande attenzione e ha fatto uscire queste altre note dalla mia personalità, ha tirato fuori dei sentimenti che non conoscevo. E io sono molto contenta perché il personaggio credo sia molto credibile e mi sembra sia piaciuto molto.

Giulia cosa ti aspetti in termini di riscontro dal pubblico e dalla stampa?

Il pubblico è sovrano e spero che il pubblico rimanga sorpreso nel vedermi in questo ruolo inedito per me, il cinema, come la televisione, ha un ruolo fondamentale perché ha la  possibilità di narrare ad un pubblico molto ampio storie che hanno un valore sociale e civile, storie che fanno riflettere su forme di violenze inaccettabili come quella spesso perpetrata contro le persone omosessuali e credo che Una semplice verità possa davvero aiutare a contrastare le discriminazioni contro la comunità Lgbti. Se avessi un figlio gay, sarei felice e vorrei che lui fosse felice.

Il pubblico Lgbti ti ha sempre amato molto…

E io ringrazio davvero tanto la comunità Lgbti per l’amore che mi ha sempre dimostrato. Non posso che dire grazie, grazie, grazie.

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Il 20 aprile, giorno di inizio del Lovers Film Festival, ricorre un anniversario importante per la comunità Lgbti e non solo: nel 2017, infatti, gli Champs-Élysées a Parigi sono stati scenario di un terribile attentato terroristico che ha portato alla morte di un agente, Xavier Jugelé, componente da diversi anni di Flag!, l'associazione Lgbtq della polizia e della gendarmeria francese.

Lovers, non senza commozione, ha deciso di ricordare questo triste episodio durante la cerimonia di inaugurazione con il cortometraggio Xavier, a lui ispirato, di Jo Coda.

«I Film che cambiano la vita credo continui a essere il leitmotiv che ci accompagna, caparbiamente voluto non solo da chi dà tutto se stesso per giungere a questi risultati - la squadra di lavoro per esempio che si prodiga con amore - ma anche tutte le istituzioni politiche e culturali che continuano a sostenerci». Con questi pensieri il presidente Giovanni Minerba si appresta a iniziare il 33° Lovers Film Festival, il più antico festival Lgbtqi d’Europa.

Gli fa eco la direttrice Irene Dionisio, visibilmente commossa, con questa parole: «Come ricorda già il nostro nome è l’amore che muove tutto. L'amore che Giovanni Minerba, fondatore con Ottavio della rassegna e ora presidente, ha portato in sala con I film che cambiano la vita e che spinge l’intera squadra a proseguire in questa avventura. Un'avventura a volte dolce ed entusiasmante, a volte aspra e piena di difficoltà, ma con moltissimi compagni di strada che credono nella domanda Da Sodoma a…?.

Con il desiderio di portare avanti un discorso sul cinema e la vita, senza sconti, credendo che la cultura sia un mezzo di elevazione estetica e spirituale ed i festival organismi che vivono di persone e sentimenti e non di algoritmi perfetti». Una sintonia perfetta, dunque, tra Minerba e Dionisio, come s'evince anche dalla bella intervista congiunta concessa oggi a Daniela Lanni de La Stampa.

Il festival si concluderà il 24 aprile presso la Multisala Cinema Massimo: sarà un festival cinefilo, ma anche militante e pop, e si concentrerà sul tema dei diritti Lgbtqi attraverso i concorsi cinematografici, gli eventi speciali e Off.

Madrina d’eccezione del festival sarà Valeria Golino: una delle più amate attrici, registe e produttrici italiane, protagonista, ai più alti livelli, del panorama cinematografico internazionale. Ospite d’onore, invece, Robin Campillo, ultimo vincitore del Gran Prix a Cannes e vincitore della Queer Palm con un omaggio e una masterclass a numero chiuso in collaborazione con Franck Finance-Madureira, presidente e fondatore della Queer Palm di Cannes.

Come da tradizione Lovers non avrà come protagonista solo il grande cinema internazionale ma anche la musica: saranno infatti ospiti della rassegna Francesco Gabbani, Nina Zilli e l’”icona gay” Immanuel Casto.

Infine due grosse novità per il 2018.

Lovers Goes Industry, cioè il primo spazio di incontro e di confronto dedicato all’industria cinematografica Lgbtqi che nasce grazie alla collaborazione con l’Associazione Culturale Drugantis e al supporto di Compagnia di SanPaolo.

E il Focus Pride: un’iniziativa speciale nata in seguito alla collaborazione - avvenuta durante la 32° edizione – con il Coordinamento Torino Pride, che ha portato all’individuazione di quattro parole chiave alle quali sono state abbinate quattro pellicole. Il focus sarà introdotto da un approfondimento dedicato al modo in cui i media rappresentano le persone LgbtqI a cura di Diversity, l'associazione fondata da Francesca Vecchioni.

Madrina della sezione sarà Monica Cirinnà a cui sarà consegnato, lunedì il 23 aprile, il premio Milk.

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Svolgere attività di volontariato nelle carceri italiane è sempre difficile soprattutto a causa di problemi legati al sovraffollamento e all’assenza di moltissimi servizi. Secondo gli ultimi dati del ministero della Giustizia al 31 marzo 2018 i soggetti detenuti (compresi quelli in attesa di giudizio) sono 58.223, di cui 19.811 stranieri.

Per le persone trans, poi, non abbiamo un numero preciso. Ma per loro il carcere è un luogo di ulteriori sofferenze caratterizzato da ghettizzazione e maggiore discriminazione. Da tempo nel Paese alcune associazioni trans e non operano all’interno di queste strutture con esperienza e professionalità.

A Roma nella casa di reclusione di Rebbibia porta il suo sostegno e il suo aiuto l’Associazione Libellula. A Leila Pereira Daianis, che ne è esponente di spicco, abbiamo fatto alcune domande per comprendere qualcosa di più al riguardo.

Le problematiche carcerarie legate alle persone transgender sono moltissime. Spesso si sente parlare di assenza di diritti anche i più elementari: è cosi?

Era così ma attualmente, grazie all’intervento delle associazioni come Libellula, la situazione è migliorata e i diritti sono più rispettati. Nel carcere di Rebibbia nel “reparto trans” vi erano molti problemi ma noi abbiamo lavorato molto soprattutto per controllare i disagi e la conseguente collera delle detenute trans soprattutto in riferimento alla ghettizzazione. Abbiamo lavorato molto con incontri ma anche attraverso l’esperienza teatrale come strumento di consapevolezza e autostima.

Quale sono le vostre principali iniziative all'interno e all'esterno del carcere in sostegno delle persone trans?

Tutti i mercoledì, dalle ore 16:00 alle ore 18:00, teniamo aperto uno sportello e cerchiamo di ascoltare le loro esigenze e richieste. La maggior parte delle persone transgender detenute, essendo straniere, ha bisogno di contatto con le autorità diplomatiche dei loro Paesi per contattare i propri familiari. Quando escono cerchiamo di dare sostegno con una ricerca di lavoro e c’impegniamo a inviarle, secondo le diverse  necessità, ad altri servizi territoriali.

Alcune vengono rimpatriate e altre, invece, chiedono dal carcere protezione internazionale. Molte purtroppo tornano a prostituirsi, perché rassegnate come ex detenute o prostitute. La prostituzione per queste persone è l’unico mezzo di sostentamento.

Alta presenza di persone trans immigrate in carcere. Puoi dirci quali sono i Paesi maggiormente rappresentati a Rebibbia?

Al carcere di Rebibbia la maggior parte delle persone detenute trans sono soggetti MtF e straniere: 80% brasiliane, 7% colombiane, 5% argentine, 2% ecuadoriane, 2% peruviane, 1% marocchine, 1% tunisine. E poi per il 2% italiane.

Come è oggi il rapporto tra voi volontari e l'istituzione carceraria a Roma?

Dopo tanti anni di attività sono aumentate le azioni e sono cresciute le associazioni che intervengono nel reparto carcerario delle persone trans. Ho iniziato a svolgere la mia azione di volontariato quando ancora facevo parte de Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli. Nel 1998 si è costituita presso il Comune di Roma una Consulta cittadina permanente per i problemi penitenziari. E da allora ad oggi abbiamo realizzato tantissimi progetti sia a livello locale che nazionale per la tutela dei diritti delle e dei detenuti. Il Circolo Mario Mieli e l’Associazione Libellula hanno sempre avuto un’attenzione importante verso le persone detenute transgender.

Numericamente quante siete a lavorare a Rebibbia?

Di Libellula siamo in quattro ad alternarci. Le altre associazioni hanno sempre due persone ciascuna.

C’è qualche storia di successo, conseguito col vostro operato, che puoi raccontarci?

Purtroppo è difficile parlare di successo. Nel carcere le donne trans sono isolate nel reparto maschile dagli altri detenuti e quando escono sono ancora più fragili. Più di una ha affermato che si sente più protetta all’interno del carcere che fuori. Molte sono dipendenti da alcool e droga.

Una, ad esempio, era felicissima perché una comunità cattolica per tossicodipendenti aveva promesso di accoglierla. Quando hanno però saputo che si trattava di una persona trans e per di più Rom hanno rifiutato, affermando che non c’erano più posto.

Non abbiamo una casa per accogliere le persone trans in misura alternativa al carcere. Con riferimento, soprattutto, a soggetti MtF alcune sono riuscite ad essere rimpatriate e non vogliono mai più tornare in Italia. Altre sono uscite dalla detenzione e hanno trovato un compagno. Avere precedenti penali significa non trovare un lavoro e regolarizzarsi.

Posso però affermare che per noi la storia di una donna trans brasiliana, laureatasi, in carcere può definirsi un grande un successo. Come quella d’una detenuta trans di nazionalità argentina che, condannata a una pena molta lunga,  ha deciso di riprendere i suoi studi. E quest’anno inizia il primo anno d’Università. Ma questi casi sono purtroppo molto rari.https://ssl.gstatic.com/ui/v1/icons/mail/images/cleardot.gif

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Ulteriore emorragia per ArciLesbica Nazionale, che perde oggi – dopo PerugiaUdine, Treviso, Bergamo e Bologna -, il circolo napoletano Le Maree.

La decisione della disaffiliazione è stata presa il 14 aprile nel corso di un’Assemblea straordinaria e resa nota con un post su Fb.

«Siamo orgogliose – si legge in esso - di annunciare che oggi diventiamo l’APS Le Maree Napoli.

Fiere della nostra storia, iniziata 21 anni fa, cominciamo un nuovo capitolo rinnovando l’impegno di portare avanti tutte le nostre battaglie, all’insegna della democraticità, del rispetto e della pluralità che ci hanno sempre contraddistinto».

Parole, quest’ultime, che spiegano fin troppo inequivocabilmente il motivo della disaffiliazione e rimandano alle polemiche scatenatesi in seno ad ArciLesbica Nazionale a seguito della mozione congressuale A mali estremi, lesbiche estreme.

La decisione del direttivo de Le Maree è stata definita un atto coraggioso da Antonello Sannino, presidente di Arcigay Napoli, che ha dichiarato: «Per noi non cambierà di concreto nulla. Non si può modificare la storia e Le Maree sono la storia del movimento Lgbt napoletano e nazionale. Non si possono modificare le lotte: continueremo a condividere gli spazi della nostra sede storica in Vico San Geronimo.

Continueremo a confrontarci, a lottare, a vincere e a resistere. Grazie al gruppo dirigente del circolo napoletano de Le Maree per il coraggio, la chiarezza, la determinazione e la coerenza».

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Si è cosparso di benzina e poi si è dato fuoco per protestare contro la distruzione ecologica del pianeta. È morto così carbonizzato nel Prospect Park di Brooklyn il noto avvocato 60enne David Buckel, specializzato in cause a difesa dei diritti delle persone Lgbti.

Componente di Lambda Legal, l'apporto di Buckel al riconoscimento legale del same-sex marriage ngli Usa è stato fondamentale soprattutto alla luce delle vittorie processuali conseguite nel New Jersey e nell'Iowa

Il suo nome acquistò rilievo internazionale quando nel 1999 il film Boys Don't Cry – che fece vincere a Hilary Ann Swank l'Oscar quale migliore attrice protagonista – portò sul grande schermo le vicissitudini e l'omicidio del giovane transgender Brandon Teena, dei cui eredi Buckel aveva assunto la difesa.

I resti dell’avvocato sono stati trovati dai passanti. In un carello della spesa, posizionato accanto al corpo, un biglietto su cui Buckel aveva espresso la speranza che la sua morte «potesse servire agli altri» .

«L'inquinamento – così nel testo inviato precedentemente via mail a vari quotidiani tra cui anche The New York Times - sconvolge il nostro pianeta... La maggior parte degli esseri umani sul pianeta respira aria resa malsana dai combustibili fossili e molti muoiono. La mia morte precoce da combustibile fossile rifletta quel che stiamo facendo a noi stessi».

Di lui l'avvocata Susan Sommer, già componente di Lamba Legal e consigliera generale presso la Sezione Penale del Tribunale di New York, ha affermato: «David era un avvocato molto intelligente e metodico. Conosceva la sua arte e il suo mestiere: era strategico nel procedere a blocchi verso una vittoria radicale».

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Le dichiarazioni di Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, sulla non concessione del patrocinio al Pride (decisione, in ogni caso, condizionata dalla posizione degli “alleati”) continuano a dividere gli animi al di là dei confini insubri.

A dare il fuoco alle polveri, come già ricordato, la senatrice Monica Cirinnà con un duro  tweet del 12 aprile. Le hanno fatto subito eco Diana De Marchi, delegata i Diritti della Segreteria regionale lombarda del Pd, e il segretario regionale Alessandro Alfieri in una nota congiunta.

E se nella giornata d’ieri Fontana ha incassato il sostegno dei sodali e neoparlamentari leghisti Simone Pillon e Paolo Grimoldi, plaudenti a una presa di posizione volta a frenare “carnevalate gender” quali i Pride, ha anche dovuto subire reazioni a catena non solo dal fronte del centrosinistra ma anche da quello pentastellato. E, queste, direttamente sul versante lombardo.

Le critiche del sindaco di Milano

A partire dal sindaco di Milano Giuseppe Sala, che ha dichiarato: «È la sua idea. Secondo me sbaglia perché questo vuol dire negare quella che è la realtà. La società è diventata così. Quindi penso che chi ha responsabilità su nuclei cittadini complessi non può che pensare a tutti». Ha poi aggiunto: «Noi invece su tutto il tema dei diritti siamo decisi a non fare nessun passo indietro ma semmai passi avanti».

Affermazioni, le sue, che hanno trovato un riscontro charificatorio in quelle di Pierfrancesco Majorino, assessore comunale alle Politiche sociali, che sui social ha scritto: «Regione Lombardia nega il proprio patrocinio al Pride. Noi, ancora una volta e con orgoglio, faremo il contrario. (Ed anzi lì presenteremo ulteriori novità sulla strada dei diritti)».

 

Simone Sollazzo (M5s): "Fontana esca dal Giurassico"

Durissimo, invece, il consigliere regionale M5s Simone Sollazzo, che ha affermato: «Ci troviamo davanti all’ennesima dimostrazione della demagogia leghista che si arroga il diritto di stabilire quali eventi siano inclusivi e quali possano addirittura essere nocivi per l'ordine pubblico. Le dichiarazioni del presidente Fontana sono solo un’immagine di triste continuità con la precedente Giunta Maroni che ha promosso la stessa scritta a favore del Family Day sul Pirellone. Passa il tempo e cambiano le facce ma la retorica rimane la stessa».

E se Monica Cirinnà aveva parlato di Lombardia nel «Medioevo dei diritti» grazie a Fontana, Simone Sollazzi non è stato da meno affermando: «Fontana deve uscire dal Giurassico! Non è tollerabile nel 2018 ascoltare affermazioni di tale natura. Non si giudicano le persone per l'orientamento sessuale».

L’omologa Monica Forte ha precisato il suo pensiero in una nota esprimente, fra l'altro, la posizione ufficiale del M5S lombardo. «Fontana - ha così affermato - sbatte la porta in faccia ai diritti civili. Il Pride è una manifestazione che accoglie, integra e diffonde la cultura del rispetto per tutte e tutti.

Dopo l’orribile sparata sulla razza bianca Fontana nega quello che in una regione all’avanguardia dovrebbe essere un patrocinio dovuto. Fontana, come altri presidenti, farebbe bene a partecipare alla manifestazione insieme a migliaia di lombardi che chiederanno uguaglianza, diritti e libertà.

La sua è una scelta antistorica, che vuole riportarci al medioevo del pregiudizio e della discriminazione. Il Gruppo M5S Lombardia è determinato a lavorare per la difesa dei diritti Lgbt. La Lombardia e Milano sono, da sempre, città simbolo della lotta per i diritti umani, e i Pride difendono conquiste di parità tutt’altro che scontate».

Le dichiarazioni dell'attivista M5S Giuseppe Polizzi 

Sulla questione è intervenuto anche l'attivista Giuseppe Polizzi, portavoce M5S presso il Comune di Pavia, che ha dichiarato a Gaynews: «Il Pride è un patrimonio per tutta la Lombardia. Reputo le parole di Fontana sbagliate nel merito e nel metodo. Nel merito: perché i Pride uniscono, mentre le sue affermazioni dividono. Nel metodo: perché ogni anno i Pride vedono la partecipazione di decine di migliaia di giovani alla vita politica del Paese e della Lombardia, mentre le parole di Fontana creano sfiducia nei confronti delle Istituzioni.

Spero che Fontana desista dall’idea di illuminare il Pirellone della scritta Family Day: perché nel Family Day, per come successo negli anni delle sue edizioni, non si parla di tutela della famiglia, cosa che sarebbe anche giusta, si fa esclusivamente propaganda omofobica. E l’omofobia crea bulli, sofferenza, violenza. L’omofobia uccide».

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Ci sono libri che mi scelgono. Capita di trovarli sugli scaffali di una libreria, tra le pagine di un giornale, nel passaparola di amici, in una voce alla radio. Bruised (Triskell, Brescia 2018, pp. 309) è uno di quei libri.

Ne sentivo parlare da un po': l’opera prima di una giovane donna ferrarese, come me. La storia di un adolescente omosessuale che si dipana tra il Castello Estense e le mura rinascimentali della mia città non poteva che incuriosirmi. Ancor di più il fatto che ad affidare le proprie emozioni e i propri sentimenti a quel diciottenne scarruffato fosse una donna, adulta ed eterosessuale.

Conosco Federica Caracciolo, l’autrice di questo romanzo. Conosco il suo impegno quotidiano per la causa Lgbti, il suo metterci la faccia, sempre. La nostra battaglia la combattiamo fianco a fianco da un po', convinte che una società fatta di diritti possa essere una società migliore per tutti.

Non conoscevo però la sua parte più intima, quella che ha raccontato nelle pagine di questo romanzo e che ha affidato a Lele, Raffaele il protagonista di questa storia. Diciotto anni, un’amica del cuore che è sempre stato il suo scudo, la sua famiglia, la sua forza, un mondo intero da scoprire senza di lei, quando alla fine della maturità, quella scolastica, le loro strade si dividono. Incontri virtuali e reali che si trasformano in nuove avventure, che fanno uscire Lele da quelle mura cittadine oltre le quali Ludovico Ariosto non aveva mai avuto il coraggio di spingersi, se non nelle fantasie del suo Orlando.

Perché Ferrara è così, ti avvolge nelle sue nebbie, ti tiene stretto tra le sue forti mura che resistono nei secoli e proteggono i suoi cittadini dalle intemperie dei tempi. Ferrara è come la famiglia di Lele, tutto sembra perfetto e tranquillo anche quando tutto va a rotoli, anche quando la parola frocio brucia sulle labbra di un gruppo di adolescenti che non si fanno scrupoli a menar le mani se non si è disposti a subire, a piegare la testa. Ma oltre le sue case dai mattoni rossi, oltre i vicoli le cui pietre costringono a continui giochi di equilibrio, esiste un mondo nuovo nel quale conoscersi e riconoscersi.

Bruised parla di sentimenti, di desideri, di passione. Di amicizia, di scoperte e rivelazioni. Di paura e coraggio. Bruised parla di ognuno di noi, non importa se uomo o donna o trans o gender fluid. Non importa se etero o omo o bisex.

Bruised è un romanzo destinato a un pubblico giovane come il suo protagonista, ma che sa parlare a tutti. Perché Lele è l’adolescente che siamo stati e che ancora incontriamo nei nostri ricordi o in quei momenti nei quali ci dimentichiamo che il tempo sia passato. Quei momenti nei quali vorremmo avere diciotto anni e guardare una volta ancora il mondo con gli occhi della prima volta, gli occhi delle prime volte, quando tutto è ancora “per sempre”

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Giornata storica. Così la branca portoghese dell’Ilga ha salutato ieri l’approvazione da parte dell’Assemblea della Repubblica della legge (109 sì, 106 no, 15 astensioni), che consentirà il cambio legale di genere senza previa certificazione medica a partire dal 16° anno d’età.

Fra i 16 e i 18 anni sarà tuttavia necessaria l’approvazione dei genitori o dei rappresentanti legali. Essa vieta inoltre gli interventi chirurgici sui bambini intersex, «eccetto in situazioni di comprovato rischio per la loro salute».

Presentato dai parlamentari di Bloco (sinistra radicale), il disegno di legge ha ottenuto i voti a favore di Ps, Pev, Pan nonché della socialdemocratica Teresa Leal Coelho

Il Pds ha infatti votato contro insieme con Cds, la cui deputata Vania Dias da Silva ha dichiarato: «Siamo totalmente in disaccordo. Chi ha 16 anni non possono sposarsi né guidare e nemmeno bere e non dovrebbero perciò poter prendere una decisione dalle conseguenze così gravi e definitive».

I socialdemocratici hanno espresso contrarietà perché avrebbero voluto vincolata alla previa certificazione medica la rettifica dei dati anagrafici. A essersi invece astenuti i parlamentari del Partito Comunista

Il Portogallo si aggiunge così alla lista di quei Paesi quali Malta, Norvegia, Danimarca, Irlanda, Belgio, Argentina, Colombia, Bolivia, in cui – come scritto da Ottavia Voza, responsabile Arcigay per le Politiche e i Diritti Trans - le persone trans sono finalmente liberate «dalle gabbie della patologizzazione e della sterilizzazione forzata».

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