Il 17 aprile la Fondazione Fuori!, presieduta da Angelo Pezzana, ha assegnato il Premio Fuori! 2019 a Robert Beachy, autore di Gay Berlin (2014). Alla cerimonia, organizzata in collaborazione con Lovers Film Festival presso la Mole Antonelliana, monumento del capoluogo subalpino, erano presenti Angelo Pezzana, Irene Dionisio, direttrice di Lovers, la giornalista Barbara Notaro Dietrich, il professor Antonio Pizzo dell’università di Torino e Gianni Rossi Barilli. È stato proiettato un video intervento dell’autore.

Venerdì 26 aprile alle 20:30, sempre nell'ambito del festival presso la Sala Soldati del Cinema Massimo del Museo Nazionale del Cinema verrà invece consegnato il Premio Fuori! Cinema a Ivan Silvestrini per il film Come non detto, che verrà proiettato per l’occasione. Alla cerimonia saranno presenti Ivan Silvestrini, Irene Dionisio, Nicola Lagioia, direttore del Salone del Libro di Torino, Angelo Pezzana, Enzo Cucco ed Enrico Salvatori.

Come ha raccontato lo storico Gianni Rossi Barilli, fino alla metà degli anni ‘80, il Fuori! è stato al centro del grande cambiamento che ha coinvolto la società italiana, rendendo possibile in modo incancellabile la presenza non più rinviabile del riconoscimento dei diritti di eguaglianza. Nel 1980 il gruppo, che aveva dato vita al Fuori!, crea, sempre a Torino, la Fondazione Sandro Penna, destinata a ospitare gli archivi storici del movimento gay italiano e internazionale, oggi Fondazione Fuor!. La parola cultura diventa la base delle iniziative successive, per arrivare alla più recente, il Premio Fuori!, giunto quest’anno alla 3° edizione.

Intanto domani il Lovers Film Festival di Torino celebrerà il 25 Aprile con le associazioni Lgbti. 

In un momento storico difficile per le comunità Lgbti come si costruisce un paese migliore? A questa e altre domande, domani, in occasione della giornata della Resistenza, le maggiori associazioni Lgbtq italiane si racconteranno al Circolo dei lettori per l’evento Esercizi di Resistenza e Resilienza. Dalle ore 10:30 alle 13:30 si terrà un dibattito moderato dal giornalista Simone Alliva, che ha condotto, in febbraio, un’inchiesta sui casi di omotransfobia, parte iniziale del più ampio dossier Caccia all'omo de L'Espresso.

Tra le associazioni presenti al dibattito: Arcigay, Famiglie Arcobaleno, Rete Genitori Rainbow, Agedo, Alfi, Quore, Coordinamento Torino Pride.

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Sarà aperta il 26 aprile, presso la Serenity Funeral Service di Huntsville (capoluogo della contea di Madisono in Alabama), la camera ardente per l’ultimo saluto a Nigel Shelby, i cui funerali si terrano invece l’indomani presso il Rock Worship Center.

Nato il 1° febbraio 2004, il 15enne si è tolto la vita il 19 aprile, incapace di reggere alle continue vessazioni e umiliazioni da parte di studenti dell’Huntsville High School, che avevano iniziato a bullizzarlo dopo il suo coming out risalente a due anni fa.

«Abbiamo il cuore spezzato per la morte di Nigel Shelby, una matricola quindicenne della Huntsville High School – così su Fb lo staff del Rocket City Pride –. Nigel si è tolto la vita perchévittima di bullismo in quanto gay. Non ci sono parole che possano essere dette per dare un senso a queste notizie devastanti».

Intanto nella giornata di ieri è stato sollevato dall’incarico Jeff Graves, vice-sceriffo della contea di Madison, per aver scritto commenti omofobi al di sotto di un post in memoria di Nigel. Tra questi (successivamente rimossi) uno in forma iniziale di acrostico, che, realizzato sulla base delle lettere dell’acronimo Lgbtq, recitava: “Libertà, Armi (Guns, ndr), Bibbia, Trump, Bbq. Questo è il mio modello di Lgbtq».

In un comunicato lo sceriffo Kevin Turner ha condannato duramente i commenti di Graves, esprimendo in pari tempo condoglianze ai familiari di Nigel e plaudendo a ogni forma di sensibilizzazione contro il bullismo nelle scuole.

Non bisogna dimenticare come secondo i Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie, uno dei principali organismi del Dipartimento della salute e dei servizi umani degli Stati Uniti d'America, nel 2015 quasi un terzo di studenti liceali Lgbti ha preso seriamente in considerazione il suicidio rispetto al 6% di quelli/e eterosessuali. Secondo, inoltre, uno studio specifico dell'Università dell'Arizona il 50,8% di adolescenti transgender hanno tentato il suicidio tra il 2017 e il 2018. 

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Edito per i tipi sestesi della Meltemi nella collana Culture Radicali e disponibile nelle librerie dal 18 aprile, Comunismo queer. Note per una sovversione dell'eterosessualità raccoglie in 298 pagine la summa del pensiero di un filosofo geniale e controcorrente qual è Federico Zappino.

Traduttore di vari saggi di Judith Butler, tra cui Fare e disfare il genere (Mimesis, Sesto San Giovanni 2014) e L’alleanza dei corpi (Nottetempo, Milano 2017), nonché d'un classico del genere queer come Stanze private. Epistemologia e politica della sessualità di Eve Kosofsky Sedgwick, il 36enne intellettuale d'origine torinese ha curato nel 2016 per Ombre Corte il volume collettaneo Il genere tra neoliberismo e neofondamentalismo.

I temi cardine, su cui si impernia l'intera analisi della sua ultima pubblicazione, sono di quelli che fanno scuotere il capo non solo agli odierni benpensanti, tanto di destra quanto di sinistra, ma anche alla pletora di attiviste/i della variegata galassia Lgbti, sempre più appiattita su normalizzanti modelli etenormati quanto meno capace di essere fattrice e portatrice di una riflessione propria, originale, alternativa.

Come seppe invece fare tra gli anni ’70 e ’80 del secolo scorso un Mario Mieli, cui Zappino guarda con grata ammirazione e una cui raccolta di scritti inediti ha visto anch’essa recentemente la luce sotto il titolo La gaia critica (a cura di Paola Mieli e Massimo Prearo, Marsilio, Venezia 2019).

Ed è all’intellettuale milanese che Zappino si rifà esplicitamente più volte nel corso del sua opera come quando, ad esempio, illustra «il postulato alla base del comunismo queer». Per come lo intende, «lo sfruttamento e l’esclusione, all’interno delle società capitalistiche, non hanno solo un carattere universale – tale per cui una maggioranza assoluta di persone è costretta a vendere la propria forza-lavoro al capitale a condizioni che non hanno scelto e che, di conseguenza, possono tranquillamente determinare anche la loro esclusione. Lo sfruttamento e l’esclusione, nelle società capitalistiche, hanno innanzitutto un carattere particolare. Questo era ciò che rilevava Mario Mieli, d’altronde, quando in Elementi di critica omosessuale (1977) scriveva che il capitalismo colpisce “differentemente, allo stesso modo”».

Di conseguenza, se si vuole lottare efficacemente contro il capitalismo, è necessario fronteggiare ciascuna delle singole matrici di oppressione da cui trae linfa e sostanza per affermarsi e riprodursi. Nel caso dell'oppressione di genere e sessuale la sua matrice è l'eterosessualità. Ambire alla sovversione dell'eterosessualità significa per Zappino lottare contro il capitalismo a partire dalle sue cause anziché dai suoi effetti più immediati o visibili. In ciò consiste la differenza tra ogni altra forma di anticapitalismo e il comunismo queer.

Ma il confliggere contro l’eterossualità non va comunque considerato quale parallelo o, meno che mai, succedaneo a quello contro il sistema capitalistico.

«Io non penso – scrive infatti Zappino – che al conflitto agito da chi è sfruttato nei riguardi di chi sfrutta, o da chi detiene nulla nei riguardi di chi detiene tutto, debba essere affiancato un «altro» conflitto, e che a questo conflitto debba essere accordata la stessa importanza accordata all’altro. La mia posizione, piuttosto, è che il conflitto agito da noi minoranze contro l’eterosessualità deve innervare innanzitutto lo stesso conflitto di classe.

In primo luogo, perché esso si dà già all’interno della classe – dal momento che tra gli «sfruttati» e gli «esclusi» ci sono le donne e le minoranze di genere e sessuali, e dal momento che le specifiche forme che lo sfruttamento e l’esclusione nei loro riguardi assume ha a che fare precisamente con la posizione che occupano all’interno del sistema eterosessuale del genere.

In secondo luogo, perché in assenza di una critica del modo di produzione eterosessuale che, tutt’oggi, continua a strutturare la divisione del lavoro, offrendo al capitalismo le risorse simboliche e materiali, corporee e soggettive, per perpetuarsi e riprodursi, ci condanniamo a produrre un discorso sul conflitto di classe desideroso di stabilire una gerarchia tra i conflitti che contano, al cui apice figurano però solo quelli che garantiscono agli uomini eterosessuali di continuare a dirci che fare».

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Lo status di rifugiato o la protezione sussidiaria non possono essere negati a persone migranti che, in conseguenza della loro dichiarata omosessualità, corrono «rischi effettivi» per la loro incolumità una volta rimpatriati.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione accogliendo il ricorso dell'ivoriano Bakayoko Aboubakar S. contro la sentenza della Corte d'appello di Catanzaro, che aveva confermato il rigetto della richiesta presentata alla Commissione territoriale di Crotone.

Coniugato con due figli e di religione islamica, l'uomo aveva dichiarato di essere «oggetto di disprezzo e di accuse da parte di sua moglie e di suo padre, imam del paese» per una relazione omosessuale, lamentando «la discriminazione e l'assenza di effettiva protezione delle persone omosessuali in Costa d'Avorio da parte delle autorità statali». Ma la Commissione aveva escluso che sussistessero i presupposti della protezione dato «l'ambito strettamente familiare delle minacce» ma anche in considerazion del fatto che «in Costa d'Avorio, al contrario di altri Stati africani, l'omosessualità non è considerato un reato».

Per i giudici della Suprema Corte, invece, «l'assenza di norme che vietino direttamente o indirettamente i rapporti tra persone dello stesso sesso non è, di per sé, risolutiva ai fini di escludere la protezione internazionale, dovendo altresì accertarsi se lo Stato, in tale situazione, non possa o voglia offrire adeguata protezione alla persona omosessuale e dunque se questi possa subire, a causa del suo orientamento sessuale, la minaccia grave ed individuale alla propria vita o alla persona e dunque l'impossibilità di vivere nel proprio paese di origine, senza rischi effettivi per la propria incolumità psico-fisica, la propria condizione personale».

Nella sentenza viene quindi osservato: «Non risulta che la Corte abbia considerato la specifica situazione del ricorrente ed abbia adeguatamente valutato la sussistenza di rischi effettivi per la sua incolumità in caso di rientro nel paese di origine, a causa dell'atteggiamento persecutorio nei suoi confronti, senza la presenza di adeguata tutela da parte dell'autorità statale».

Secondo la Cassazione, inoltre, «non appare sufficiente l'accertamento che nello Stato di provenienza del ricorrente, la Costa d'Avorio, l'omosessualità non è considerata alla stregua di reato, dovendo altresì accertarsi la sussistenza, in tale paese, di adeguata protezione da parte dello Stato, a fronte delle gravissime minacce provenienti da soggetti privati».

È stato infine rilevato come si sia omesso «di valutare la sussistenza della condizione di vulnerabilità del ricorrente, alla luce della particolare situazione personale prospettata nel ricorso e del concreto pericolo che egli possa subire, in conseguenza della propria condizione di omosessualità, trattamenti degradanti e la privazione della titolarità e dell'esercizio dei diritti umani al di sotto dello statuto della dignità personale in caso di rimpatrio».

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Sull'esempio di quanto successo a Reggio Emilia anche a Livorno è stato dato il via libera a un protocollo contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere.

Su impulso del primo cittadino Filippo Nogarin la Giunta, presieduta dalla pentastellata Stella Sorgente (candidata sindaca alle imminenti elezioni amministrative) ha infatti approvato il Protocollo di intesa con Livorno Rainbow - Coordinamento Lgbtqi: si tratta di un organo consultivo permanente che, partecipato dall’amministrazione comunale per tutti temi dei diritti delle persone Lgbti, è composto da singoli cittadini e da associazioni territoriali impegnate nella promozione dell'inclusione e nella lotta all’omo-transfobia.

Il protocollo avrà durata triennale e prevede l'impegno da parte del Comune di Livorno a sostenere le iniziative di Livorno Rainbow con risorse economiche dedicate e la messa a disposizione di spazi e modalità di promozione e comunicazione.

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In una lettera indirizzata al Parlamento europeo, che il 18 aprile ha adottato una risoluzione sul Brunei, il sultano Hassanal Bolkiah ha difeso le nuove disposizioni delle Parti IV e V del locale Codice penale. 

Entrate in vigore il 3 aprile, esse comminano la pena capitale per determinati atti sulla base della shari’a. Nello specifico, la morte per lapidazione è prevista per i rapporti consenzienti tra persone dello stesso sesso (in precedenza puniti con 10 anni di prigione), l’adulterio, l’aborto e la blasfemia (insulto o diffamazione del profeta Maometto) mentre l’amputazione d’una mano o d’un piede per il furto.

In quattro pagine, datate il 15 aprile e recapitata a Strasburgo alla vigilia dell'approvazione della risoluzione il sultano ha difeso tali disposizioni facendo notare, in particolare, come la pena capitale per persone omosessuali e adultere sia stata introdotta per «salvaguardare la sacralità della discendenza familiare e del matrimonio». Ha tenuto poi a precisare che le condanne saranno poche, essendo necessari almeno due uomini di «elevata moralità e provata fede come testimoni» in una con l’assoluta esclusione di «ogni forma di prova circostanziale». 

Hassanal Bolkiah ha quindi invocato «tolleranza, rispetto e comprensione» dell'Ue nei confronti del Brunei, che si sforza di preservare i suoi valori tradizionali

Ma la risposta giuta da Strasburgo è stata durissima.

L’Europarlamento, infatti, oltre a condannare il «Codice penale retrogrado», ha anche invitato il Servizio europeo per l'azione esterna (Seae), in caso di effettiva attuazione dello stesso, «a considerare l'adozione a livello Ue di misure restrittive per gravi violazioni dei diritti umani, compreso il congelamento di beni e il divieto di visti».

Inoltre, in linea con la campagna di boicottaggio lanciata da George Clooney e Sharon Stone e sostenuta da star internazionali del cinema, della musica, dello spettacolo, si è chiesto l'inserimento nella 'lista nera' dei nove hotel luxury appartenenti alla Brunei Investment Agency, di cui è proprietario Hassanal Bolkiah.

Tra questi figurano anche il Principe di Savoia (Milano) e l’Eden (Roma), dove ultimamente si è tenuto il ricevimento per le nozze del primogenito dell’ex ministro della Giustizia Clemente Mastella e della senatrice forzista Alessandra Lonardo.

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Lovers, il più antico festival a tematica Lgbt di Europa, avrà inizio a Torino fra pochi giorni: l’inaugurazione avverrà infatti, il 24 aprile, al Cinema Massimo del Museo Nazionale del Cinema.

Gaynews ha incontrato Elsi Perino, curatrice della sezione Real Lovers (il concorso internazionale per i documentari) per il festival. Uno dei tanti punti di forza della kermesse cinematografica arcobaleno è, infatti, proprio l’attenzione che dedica al documentario.

Elsi, ci racconti questa sezione?

Real Lovers è il concorso dedicato al cinema del reale che, con Irene Dionisio e tutto il comitato di selezione, abbiamo riportato sugli schermi già dall'edizione del 2017. È una sezione free border, in cui tematiche e nuovi sguardi narrativi sono gli elementi tenuti principalmente in considerazione. La call internazionale ci permette di visionare materiali e istanze molto differenti tra loro, cercando il più possibile di costruire un discorso diversificato e stratificato di significati.

Cerchiamo di fare il punto sullo stato attuale delle cose, immaginando questi titoli come preziosi tasselli di una narrazione su e per la comunità Lgbtqi, ma non solo. Ma guardiamo anche indietro, da dove siamo partiti, per non dimenticare la strada percorsa. Real Lovers è chiaramente la sezione più politica del nostro programma, perchè il vissuto, le istanze e le narrazioni del reale lo sono sempre. 

Quali sono i temi dei titoli selezionati?

Abbiamo cercato di costruire un programma diversificato. Apriamo il concorso con Normaldell'italiana Adele Tulli, fresco di debutto alla Berlinale 2019. Normal è una panoramica tra gli stereotipi che genere e ruoli di genere ci impongono: un lavoro garbato e preciso di osservazione senza giudizio. Sempre dalla selezione Berlinale, proietteremo Lemebel, il Premio Teddy 2019 per il miglior documentario: biografia su Pedro Lemebel, uno dei volti più importanti del movimento Lgbt cileno, che si batteva per i diritti civili contro la dittatura di Pinochet. Lemebel è un manifesto, il ritratto di un pioniere che ci ricorda, nel 50° anniversario dei Moti di Stonewall, il valore fondamentale della militanza.

Sempre in questo senso è stato selezionato An Army of Loversche ricostruisce la storia del movimento Lgbt svedese attraverso le principali pellicole a tematica prodotte in loco, assumendole come parte integrante della militanza. Si continua con un altro ritratto di un personaggio chiave della cinematografia nazionale e internazionale. Abbiamo infatti il piacere di presentare in anteprima internazionale Helmut Berger, my mother and I, un documentario dalla struttura insolita, che intende rimettere Berger davanti alla camera e raccontare con tenerezza ed infinita ironia quella che possiamo definire una personale e strampalata Caduta degli dei. Eye candy decostruisce gli equilibri normativi dell'ambiente del wrestling: la protagonista Yasmin Lander è una giovane wrestler lesbica, che mina alla base le dinamiche di un ambiente sportivo quasi esclusivamente riservato al genere maschile, ritagliandosi con tenacia uno spazio di visibilità identitario. 

Chiude la competizione My family in transition, la storia di una famiglia di una piccola cittadina israeliana profondamente legata alle tradizione, che affronta e supporta il percorso di transizione MtF di un genitore, ridefinendo così convenzioni sociali, ruoli di genere e, coralmente, la propria identità.

Possono il cinema, in generale, e il documentario, in particolare, essere uno strumento per combattere l’omotransfobia?

Possono e sono, a mio avviso, necessari. Non credo nel cinema che offre risposte, sia chiaro, ma sono fortemente sostenitrice e consumatrice – lo dico da spettatore prima che da addetta ai lavori - del cinema che si fa delle domande, che cerca linguaggi, sguardi e tematiche per universalizzare le esperienze e renderle intellegibili. Sostituire le opinioni preventive e porsi in una condizione di ascolto fa sì che si costruisca un punto di contatto: credo che valga più o meno per tutto. Il rispecchiamento o l'empatia vengono subito dopo. Oltre a questo c'è un aspetto che può sembrare retorico, ma non è affatto scontato: le pellicole di genere, tutte e indistintamente, portano sempre con sé un aspetto politico più o meno dichiarato a seconda del tema. E anche questo permette al cinema di essere uno dei mezzi per combattere l'omobitransfobia. 

Un’ultima domanda, magari pleonastica. Ma è vero che a Lovers, da sempre, passano i film “che cambiano la vita”? E che quindi il festival continua a essere necessario?

I film che cambiano la vita, come ti dicevo nelle precedenti risposte, sono tutti quelli che  aggiungono qualcosa all'idea di sé, un pezzo al ragionamento o semplicemente uno strumento. Molti dei miei fondamentali li ho visti proprio grazie al festival: quindi lo confermo. Il Lovers quest'anno compie 34 anni: io l'ho conosciuto prima come semplice spettatrice, poi dal punto di vista lavorativo e credo che il panorama culturale della nostra città (ma non solo, fu il primo italiano e uno dei primi a livello mondiale interamente dedicato al cinema di genere) sia stato per forza di cose contaminato dalla portata politica e intellettuale di un festival come questo.

Un festival di cinema Lgbtqi è un luogo di proiezioni principalmente, ma è anche luogo di incontro e di scambio, di dibattiti e crescita, un momento in cui si aggiunge qualcosa agli immaginari. Viviamo un momento storico in cui i diritti, moltissimi non solo quelli Lgbtqi, sono fortemente messi in discussione. Proprio per questo è necessario mantenere gli spazi di produzione e circolazione di cultura aperti, in ascolto e il più possibile vigili. 

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Il 17 aprile Nicole García Aguilar, donna transgender honduregna, è tornata finalmente libera dopo sei mei di detenzione presso il reparto maschile del Cibola County Correctional Center nel New Mexico.

Sopravvissuta a stupro, tentato omicidio e abusi da parte della polizia honduregna, Nicole era fuggita dal suo Paese nell'aprile 2018 verso gli Stati Uniti, per esservi arrestata da componenti dell’Agenzia federale per la Sicurezza delle frontiere e dell’immigrazione (Ice).

Nell’ottobre un giudice le aveva riconosciuto il diritto di asilo e lo status di rifugiata. Decisione perà subito impugnata dall’Ice, che, come noto, è un’agenzia dipendente dal Dipartimento della sicurezza interna degli Stati Uniti d'America.

Trasferita presso il Centro di detenzione per migranti della Contea di Cibola, Nicole ha trascorso tre mesi in isolamento e gli altri tre presso un’unità abitativa maschile. Un calvario che, come denunciato dall'American Civil Liberties Union (Aclu), le ha fatto perdere un terzo del suo peso corporeo.

Dopo la chiusura di una struttura specifica per migranti Lgbti nella città di Santa Ana (24 maggio 2017), il Cebola County Center è divenuto luogo di detenzione per migranti transgender senza, però, alcuna considerazione della loro identità di genere. Il 25 maggio 2013 un’altra donna trans honduregna, la 33enne Roxsana Hernández Rodriguez, vi ha perso la vita mentre era sotto custodia dell’Ice. Un’autopsia, condotta nel novembre 2018, ha rivelato come Roxsana fosse stata vittima di violenze e maltrattamenti.

Come noto, l’Honduras, al pari dei confinanti El Salvador e Guatemala, è tra i Paesi coi più alti tassi di omicidio al mondo: su ogni 100mila abitanti 81,2 in El Salvador, 59,8 in Honduras e 27,3 in Guatemala.

Di fronte a tali livelli di violenza (comprendenti anche aggressioni ed estorsioni) e alla costante discriminazione la maggior parte dei richiedenti asilo e dei rifugiati Lgbti negli Usa, incontrati due anni fa da Amnesty International, aveva raccontato di non aver avuto altra scelta che fuggire. L'alto livello d'impunità e la corruzione nei loro Paesi rendono improbabile che gli autori di reati contro le persone Lgbti siano puniti, soprattutto quando a compierli sono stati agenti delle forze dell’ordine. 

Secondo la rete lesbica femminista Cattrachas proprio in Honduras, tra il 2009 e il 2019, sono state uccise 307 persone Lgbti. Di esse 98 erano transgender.

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A poco più di due settimane dalle amministrative in Turchia, che hanno segnato la débâcle dell’Akp (il partito di Recep Tayyip Erdoğan) ad Ankara e Istanbul, passate rispettivamente a guida socialdemocratica e repubblicana, le associazioni locali Lgbti hanno conseguito un significativo traguardo.

Accogliendo il ricorso in appello di Kaos Gl, il 12° Tribunale amministrativo regionale di Ankara ha definito illegale il divieto a tempo indeterminato di pubblici eventi Lgbti, che l’allora governatore Ercan Topaka aveva imposto, il 18 novembre 2017, in nome del decreto legge sullo stato di emergenza. 

Definendo una tale  disposizione «indefinita e ambigua. È necessario garantire sicurezza ai pubblici eventi anziché non permetterli», la Corte ha pertanto revocato il divieto

Viva soddisfazione è stata espressa dai due avvocati di Kaos Gl Hayriye Kara e Kerem Dikmen. Affermando che è obbligo dello Stato riconoscere e proteggere i diritti e le libertà fondamentali delle persone Lgbti, Kara ha dichiarato: «Possiamo dire che la corte ha accettato le nostre motivazioni. Invece di limitare i diritti e le libertà fondamentali per proteggere la pace sociale, è stato affermato che una minoranza vulnerabile deve essere protetta da ogni attacco. Hanno inoltre sottolineato come le forze dell'ordine dovrebbero adottare le necessarie misure di sicurezza anziché divieti».

Plauso è stato espresso da Fotis Filippou, direttore delle campagne di Amnesty International per l'Europa, che ha dichiarato: «Questa è una giornata importante per le persone Lgbti in Turchia e un'enorme vittoria per gli attivisti per i diritti Lgbti. L'amore ha vinto ancora una volta».

Intanto Kaos Gl ha annunciato che il 10 maggio si terrà ad Ankara il Pride. «Invitiamo – così su Fb – tutti coloro, che condividono le nostre richieste di uguaglianza e libertà, di ritrovarsi qui il 10 maggio per stare insieme, dare prova di amore e solidarietà, far crescere la gioia e la speranza».

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Il 5 aprile Pellegrino Mastella, primogenito della senatrice forzista Alessandra Lonardo e dell’ex ministro della Giustizia nonché attuale sindaco di Benevento, si è unito in seconde nozze con Rovena Ceccobelli.

Testimoni al rito civile, celebrato a Roma, Antonio Giacomini, amministratore delegato di Innovaway, e l’imprenditore salernitano Vincenzo Santoro nonché l’armatore Emanuele D'Abundo, indicato in un comunicato locale dai toni panegiristici quale “compare d’anello”.

Ha fatto seguito il ricevimento nuziale presso la sontuosa terrazza dell’Hotel Eden, che, come noto, è di proprietà del sultano del Brunei. Dato, questo, che è stato messo in evidenza dal citato comunicato senza però alcuna menzione di quanto attuato nel piccolo sultanato del Sud-Est asiatico per volontà di quel Hassanal Bolkiah, che ne regge ininterrottamente le sorti dal 1967.

All’antivigilia della cerimonia nuziale sono entrate infatti in vigore le nuove disposizioni del Codice penale, che comminano la pena di morte per stupro, adulterio e, soprattutto, rapporti omosessuali. Ma ancor prima del 3 aprile i media internazionali avevano dato ampio rilievo all’imminente adozione d’una legislazione basata sulla shari’a, che - come affermato da Rachel Chhoa-Howard di Amnesty International, «aveva ricevuto un’ampia condanna già cinque anni fa quando se ne iniziò a discutere».

Ne è seguita un’ondata di protesta globale con interventi di politici, organismi umanitari e celebrità che, a partire da George Clooney e Sharon Stone, hanno lanciato una campagna di boicottaggio proprio dei 9 hotel luxury di proprietà del sultano del Brunei. Tra questi, appunto, anche l’Eden di Roma.

Boicottaggio, cui i Mastella hanno pensato di non aderire forse a fronte degli innumerevoli disagi che la sospensione del ricevimento avrebbe comportato. Sempre che non ci sia stata indifferenza verso «gruppi vulnerabili del Brunei, comprese le persone Lgbti, donne e bambini» o ignoranza di quanto portato alla comune attenzione da media e star del cinema, della musica, dello spettacolo.

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