In vista del TDoR Transgender Day Of Remembrance (20 novembre), giornata internazionale di commemorazione delle vittime della transfobia, il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli con il Co.LT (Coordinamento Lazio Trans), costituito da Associazione Libellula, Beyond Differences Onlus, Gruppo Amati, Sportello Lili e Tgenus Lazio, organizzano a Roma una manifestazione stanziale per porre all’attenzione dei media e della società civile il tema dei diritti negati alle persone trans e sulle violenze perpetrate ai loro danni. 

La giornata del Tdor è fondamentale per la lotta contro il pregiudizio e la transfobia e a sostegno dei diritti civili delle persone trans. Non si tratta solo di un momento di denuncia della violenza di cui sono vittime le persone trans nei vari Paesi del mondo, ma anche un’occasione per riflettere sui diritti negati, sui pregiudizi e sulle discriminazioni che le persone trans incontrano ancora oggi in ogni aspetto della vita quotidiana: in famiglia, a scuola, nelle università, nel mondo del lavoro. 

Dal 1 ottobre 2017 al 30 settembre 2018 sono state 369 le persone trans e gender variant uccise nel mondo, nella maggioranza assoluta dei casi le vittime sono donne trans, si tratta di veri e propri femminicidi, che molto spesso non assurgono alle cronache.

Per Cristina Leo, portavoce del Co.LT, «queste vittime sono solo la punta di un iceberg, perché in molti Paesi non c’è una registrazione dei casi e alle vittime viene attribuito semplicemente il genere assegnato alla nascita, ignorando di fatto la loro vera identità».

Come dichiarato da Sebastiano Secci, presidente del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, «più volte negli ultimi mesi abbiamo denunciato il clima pesante che stiamo vivendo nel nostro Paese. Aggressioni e minacce ai nostri attivisti,  alle sedi delle nostre associazioni, discriminazioni sui posti di lavoro, nella ricerca di una casa. Le persone trans sono purtroppo le prime a subire quotidianamente il peso della discriminazione, arrivando troppo spesso a perdere la vita per mano dell’odio transfobico.

È dovere di tutta la nostra comunità lottare in prima linea e, per questo, domenica, insieme alle amiche e agli amici del Co.LT ricorderemo ancora una volta tutte le vittime dell’odio transfobico. Abbiamo il dovere di esserci, non possiamo e dobbiamo lasciare indietro nessuno».

Al riguardo sempre Cristina Leo ha dichiarato: «Sarà l’occasione per chieder giustizia per Ximena Garcia e per tutte le vittime dimenticate della transfobia e della transmisoginia».

All’evento sarà presente Valeria Catania, che presenterà l'installazione Le pagine che non ho scrittoSecondo l’artista «la battaglia contro la transfobia e l’omofobia deve partire dal mondo dell’arte. È una strage continua, in Italia e a Roma, quella che registriamo ogni giorno: e chi sopravvive alle violenze subisce per tutta la vita le conseguenze di atti che mortificano la sensibilità di ogni essere umano.

La lotta della cultura contro l’ignoranza della sopraffazione e del disprezzo, e anche del bene contro il male, deve avere come protagonisti coloro che ogni giorno creano grazie alla loro mente quadri, sculture, danze, musiche, spettacoli, film. Lo scrittore sudcoreano ha detto che “la bellezza dell'arte salva dalla crudeltà della vita". Facciamoci tutti promotori di questo messaggio, non lasciamo altro spazio alla violenza. L’arte ci salverà: può salvare l’umanità. Dobbiamo volerlo, con tutte le nostre forze».

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Oggi a Torino, presso le sale settecentesche di Palazzo Graneri della Roccia, sede del Circolo dei Lettori, è stata presentata la Trans Freedom March 2018, che si terrà, sabato 17 novembre, con partenza da piazza Vittorio Veneto alle ore 16.30.

Alla conferenza stampa sono intervenuti Monica Cerutti, assessora alle Pari Opportunità della Regione Piemonte, Marco Giusta, assessore comunale alle Famiglie e ai Diritti, Sandeh Veet, presidente di Sunderam Identità Transgender Torino OnlusMaurizio Gelatti e Alessandro Battaglia del Coordinamento Torino PrideFrancesca Caston e Mako Pilati hanno invece portato la propria preziosa testimonianza di persone T che vivono a Torino.

La Trans Freedom March nasce per celebrare il Transgender Day of Remembrance (TDoR): una ricorrenza della comunità Lgbtqi per commemorare le vittime dell'odio e del pregiudizio anti-transgender. La commemorazione fu isituita in ricordo di Rita Hester, il cui assassinio nel 1998 diede avvio al progetto web Remembering Our Dead e, nel 1999, a una veglia a lume di candela a San Francisco. Da allora l’appuntamento è cresciuto fino a comprendere manifestazioni in centinaia di città in tutto il mondo.

Durante il corteo e sul palco della Trans Freedom March, che è organizzata dal Coordinamento Torino Pride in collaborazione con Sunderam Identità Transgender, la commemorazione sarà accompagnata musicalmente dalla voce di Elisa Fagà, dalla celebre violinista H.E.R. (esibitasi, fra gli altri, con Franco Battiato e Lucio Dalla), dall’arpista Cecilia Lasagno, protagonista di una felice esperienza al Festival di Sanremo 2018, dalla vocalist, performer e dj Tischy Mura e dalle folli note dei giocolieri di pentagrammi che compongono la fanfara di musica da strada Bandaradan.

Al termine, sul palco allestito in piazza Castello, come di consueto, verranno letti i nomi delle persone decedute a causa dell'odio transfobico. Inoltre, sempre sabato 17, alle 9:30, presso la Sala Carpanini di Palazzo di Città si svolgerà il convegno Minori e identità di genere, organizzato in collaborazione con il Servizio Lgbt del Comune di Torino, che sarà seguito da Gaynews.

«La Trans Fredoom March - ha dichiarato a Gaynews Giziana Vetrano, coordinatrice del Torino Pride - è per noi molto importante, così come lo sono le molte attività organizzate dal Coordinamento Torino Pride per combattere ogni forma di discriminazione. Stiamo vivendo in momenti molto bui, in cui la nostra comunità è continuamente sotto attacco e per questo è necessario non abbassare mai la guardia. Con l’obbiettivo di arrivare al momento in cui si comprenderà davvero che non esistono diritti di singole categorie ma che ogni diritto conquistato è un patrimonio prezioso di tutte e tutti».

«Questo è un anno importante per tutto il movimento Lgbtqi+ - ha invece affermato Sandeh Veet, presidente di Sunderam - e il movimento femminista, al cui interno si configurano, in Italia, cambiamenti, riequilibri e progettualità. In un'Italia, dove sembra che il cambiamento promesso non abbia futuro, dove i diritti acquisiti vengono minacciati da un governo palesemente salviniano e fascista.

Questa marcia è delle persone trans ma è anche la marcia di tutte quelle donne che quotidianamente vengono barbaramente assassinate da mariti, fidanzati e amanti. Femminicidi che includono le persone transgender, perché è il femminile che viene attaccato e brutalmente assassinato».

ll TDoR e la Trans Freedom March si svolgeranno con il patrocinio della Regione Piemonte, del Consiglio Regionale del Piemonte e del suo Comitato per i Diritti Umani e della Città di Torino.

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Ha stupito ancora una volta Paola Egonu, più che per il coming out, per la semplicità e la serenità con cui ha dichiarato di essersi confortata con la sua ragazza dopo la finale del mondiale di pallavolo, persa contro la Serbia in Giappone. Il suo coming out si aggiunge a quello di Rachele Bruni e va a inserirsi nell'ancora ristrettissima cerchia di atleti e altlete di alto profilo, che hanno manifestato liberamente il proprio orientamento sessuale.
 
Di alto profilo, già, perché non possiamo chiamare Paola professionista, in quanto le donne in Italia, unico Paese europeo, non sono riconosciute come atlete a livello professionale
 
Paola è divenura, quindi, un'atleta simbolo per quell'Italia che ancora combatte per i diritti, i diritti delle persone Lgbti, i diritti dei migranti, i diritti delle atlete. E simbolo di quelle persone, non a caso, che si trovano a subire più di una discriminazione
 
A questo proposito, è proprio notizia di questo weekend la presentazione dei primi risultati della ricerca, promossa dal progetto Outsport di Aics e Gaycs e coordinata da Rosario Coco, nell'ambito della conferenza Diversity in Sport 2018 conclusasi sabato a GlasgowSi tratta della prima indagine di questo genere condotta a livello europeo e ha raccolto risposte da oltre 5.500 partecipanti dai 28 Paesi dell'Ue.
 
Come ha spiegato il team di ricerca dell'Università dello Sport di Colonia, partner scientifico del progetto Outsport diretto dalla docente Ilse Hartmann Tews, la maggioranza delle partecipanti si sono identificate di genere femminile (48%), seguite da un 39% di genere maschile e dal 13% di non binari. Il campione vede partecipanti dai 16 ai 78 anni con un età media piuttosto bassa di 27 anni e una forte adesione di under 25.
 
Quanto all'orientamento sessuale il 32% si sono definiti gay, il 25% lesbiche, il 25% bisessuali e il 18% altro.
 

Dalle risposte emerge che 9/10 del campione totale considera l'omofobia e la transfobia nello sport un problema attuale. Il 12% di coloro che praticano regolarmente attività sportiva riporta esperienze negative a causa del loro orientamento sessuale e/o identità di genere negli ultimi 12 mesi. Tra queste quelle più frequenti sono insulti omofobici e transfobici (82%) e discriminazione (75%), ma allarmanti sono anche i casi dichiarati di maltrattamenti e violenze fisiche vere e proprie (38%) e le minacce verbali (45%).

La percentuale di chi ha subito esperienze negative negli ultimi 12 mesi sale fino al picco del 31% per le donne transgender (MtF).

I dati completi saranno resi noti nei prossimi mesi. Ma questi numeri bastano a focalizzare lo sport come un insieme di spazi sociali che necessita di grande attenzione, specie per il suo carattere intrinsecamente intersezionale, che unisce persone, temi e discriminazioni di ogni tipologia e provenienza. 

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A metà novembre arriverà nelle sale italiane il documentario di Alessandra Celesia Anatomia del Miracolo.

Suggestioni, ferite, credenze e miracoli si intrecciano nella vita di tre protagoniste femminili: Sue, una pianista di fama mondiale; Giusy, un'antropologa atea nata con una grave disabilità; Fabiana, una donna transessuale molto devota. Il fil rouge di queste tre donne, che non si incontreranno mai, è la Madonna dell'Arco.

Vincitore del prestigioso riconoscimento Les Ètoile de la Scam, il docufilm ha avuto la sua première al prestigioso Festival di Locarno. In Italia è stato presentato al Festival dei Popoli, festival di rilievo dedicato al cinema documentario, che nella sua 54edizione ha visto proprio Alessandra Celesia, con Il libraio di Belfast, aggiudicarsi il Premio Miglior Film e Premio del Pubblico.

Per saperne di più, abbiamo contattato la regista, italiana di nascita e parigina d’adozione, che da sempre investiga la fragilità e l’umanità nella società contemporanea.

Come è nata l’idea di Anatomia del Miracolo e quale “messaggio” ti interesserebbe esprimere con questo docufilm?

L’idea è nata per caso. Un mio amico mi fece conoscere il rito della Madonna dell’Arco, di cui il nonno era fedele. Io mi ci avvicinai da turista ma rimasi colpita dal fatto che questa madonna avesse un livido e che proprio questo livido, questa ferita, le conferisse un potere miracoloso. Questa circostanza mi ha interessato non per motivi religiosi ma perché ci ho letto qualcosa che riguarda tutti noi, cioè le nostre ferite sono in qualche modo miracolose perché ci insegnano come fare a rimettersi in piedi dopo un grande trauma. Ecco perché ho cercato poi dei personaggi che avessero una propria ferita interna ma che manifestano apertamente la propria volontà di essere vivi e stare al mondo.

Il film affronta in vario modo anche il rapporto di relazione tra gli individui e la fede. C’è qualcosa di veramente sorprendente che hai scoperto perlustrando il “corpo” del miracolo? Come definiresti, da artista e filmaker, la natura del miracolo?

Ho lavorato al film avvicinandomi al concetto di miracolo in maniera laica e non religiosa. Ho però constatato che, comunque tu lo inquadri, io miracolo ha sempre qualcosa che ha a che fare con il mistero e il soprannaturale. Alcuni lo chiamano Dio, altri lo chiamano il mistero della vita. Per me il mistero della vita è fatto di tanti piccoli miracoli quotidiani. Come quello verificatosi durante le riprese del film, quando abbiamo scoperto che il nipotino di Fabiana ha una passione e un talento innato per la musica. Da dove nasca questa propensione non lo sappiamo ma intanto se il ragazzino continuerà a studiare musica forse potrà davvero diventare un bravissimo musicista. Il miracolo è quotidiano se lo sai vedere nelle piccole cose ed è sempre legato a un senso di mistero. Per quanto riguarda la Madonna dell’Arco, il miracolo è atteso durante la processione tra i corpi che si genuflettono. A Napoli il miracolo ha un significato che è decisamente fisico, non si tratta di preghiere bisbigliate. A Napoli è come se ci fosse proprio un legame tra il corpo degli esseri umani e l’Altissimo. C’è bisogno del corpo per far passare il grumo di emozioni e sensazioni che possono generare il miracolo. Per chi crede, è la madonna che genera il miracolo. Per chi, come me, guarda con un occhio esterno, è proprio la fitta convergenza di energie che si verifica in situazioni come quella della processione della Madonna dell’Arco che genera miracoli. C’è una forza e un’energia nello spazio che è davvero impressionante e colpisce anche una persona laica come me.

Ricordo di aver chiesto ad alcuni medici napoletani se erano stufi di sentire dai pazienti che le loro guarigioni erano frutto di intercessioni miracolose e non del loro impegno professionale e questi medici mi hanno risposto che, se credere in un miracolo aiuta chi soffre, a loro sta bene perché loro sono ogni giorno davanti al mistero della vita e della morte e non si sentono di escludere a priori nessun campo di indagine. È stata una bella lezione per me, perché mi ha ricordato che le nostre pretese razionali non possono molto davanti al mistero di qualcosa che razionale non è, come la vita.

Il docufilm ha tra le sue protagoniste una donna trans. A pochi giorni dall’uscita nelle sale della pellicola e dal Transgender Day of Remebrance, la società in cui viviamo ti sembra cambiata o la transfobia resta un grande problema della realtà contemporanea? 

Fabiana è un personaggio che ho trattato con grande attenzione e delicatezza e ho capito che nella comunità trans napoletana c’è una grande commistione tra sacro e profano. E la grande lezione che ne ho tratto è che a Napoli c’è un’inimmaginabile inclusione delle differenti identità esistenziali. Fabiana, cresciuta nel suo quartiere come ragazzino, oggi da donna transessuale è a capo dell’associazione di fedeli della Madonna dell’Arco ed è anche una leader del suo quartiere perché le viene riconosciuta una grande finezza intellettiva. Abituata a vivere al nord, abituata ad osservare la grande reticenza che c’è al nord rispetto a queste tematiche, sono rimasta positivamente sorpresa dalla realtà napoletana. Mi ha poi colpito come a Napoli sia molto più difficile accettare la realtà di una ragazza disabile, cioè Giusy, che vive su una sedia a rotelle, che è atea e non crede nei miracoli piuttosto che la realtà di Fabiana, in quanto quella di Fabiana è una condizione totalmente verificata nella stessa tradizione antropologica e culturale della società napoletana.

Si può dire che la città di Napoli è una delle protagoniste del film? 

Certo, Napoli da questo punto di vista è stata una vera scoperta per una nordica come me. A Napoli è normale che una donna transessuale porti a messa i suoi nipotini con il beneplacito del sacerdote e di tutta la comunità. Al nord non sarebbe ipotizzabile. Da questo punto di vista la grandiosità di Napoli sta proprio nelle contraddizioni interne che permettono la convivenza di dimensioni estremamente differenti tra loro. Napoli è un caotico spazio per la libertà.

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Nella notte tra il 1° e il 2 novembre 1975 veniva ucciso, in circostanze che sono ancora poco chiare, uno dei più grandi poeti del '900 italiano, Pier Paolo Pasolini

Intellettuale eretico e profetico – tanto profetico da riuscire a predire perfino la propria stessa morte –, Pasolini fu anche il primo intellettuale italiano dichiaratamente omosessuale. Circostanza, questa, che visse con grande coraggio sia nel modo in cui affrontò la società del tempo sia nell’umiltà gnostica con cui seppe trovare, nelle sue stesse conflittualità emotive, chiavi d’accesso per un’humanitas scevra da qualsiasi dogmatica adesione ideologica.

Per ricordare Pasolini, abbiamo scelto di intervistare Giovanna Cristina Vivinetto, giovanissima poetessa transessuale, che, con il suo lavoro Dolore Minimo (Interlinea), premiato qualche giorno fa con il Premio Lord Byron Porto Venere Golfo dei Poeti, ha raccontato in versi già maturi l’esperienza della sua transizione. 

Giovanna, Pier Paolo Pasolini è stato il primo intellettuale italiano dichiaratamente omosessuale, circostanza che all’epoca risultava decisamente scandalosa. Tu sei una poetessa che racconta in versi la propria transessualità: hai mai percepito fastidio o riprovazione nel pubblico a cui ti rivolgi?

Se 40 anni fa Pasolini destava clamore e disapprovazione in quanto intellettuale omosessuale, oggi una scrittrice transessuale, grazie anche al mutato scenario socioculturale e ai diritti ottenuti dopo immani fatiche, può professarsi tale senza troppi problemi. Eppure, a ben vedere, forme di resistenza, opposizione e sottile discriminazione ancora purtroppo esistono, anche se in forma minore e certamente più subdola perché sottile, ben camuffata. Ad esempio, a parte i beceri attacchi dei sostenitori di ProVita, ho notato una qualche forma di resistenza soprattutto nei miei colleghi coetanei: se, infatti, i poeti maturi hanno apprezzato all'unisono la mia poesia, le critiche sono piombate, e provengono, soltanto dai giovani, che mi accusano soprattutto di aver fatto leva sulla tematica "forte" per ottenere il successo e la visibilità che posseggo.

Mi sembra un tentativo di detrimento, di silenziamento che passa attraverso la forma lecita della "critica al libro", quando invece sottintende una certa svalutazione di una tematica fondamentale, necessaria oggi più che mai. E questo voler sottolineare a più riprese la "trovata furba" ci testimonia come, anche nel mondo illuminato della letteratura, siamo ancora lontani dalla piena accettazione delle minoranze e delle diversità.

Pasolini, in maniera profetica, prefigurò già negli Scritti Corsari la progressiva massificazione delle nuove generazioni. Tu sei una poetessa e sei molto giovane. Come ti sei rapportata e come ti rapporti, in virtù della tua giovane età, con la costante omologazione culturale dei nostri tempi? 

La risposta a questa domanda si riallaccia a quanto detto sopra. Certamente Pasolini aveva ragione nella sua chiarissima profezia: oggi l'omologazione è un dato di fatto. La poesia italiana contemporanea soffre di un grave morbo: l'attaccamento spasmodico alla forma, il vezzo della rima, la passione feticista per la metafora e l'immagine ad effetto, tutto a detrimento, invece, del contenuto, ossia della narrazione dei fatti. Ecco, questo è un male che colpisce soprattutto i poeti più giovani, attirati, come falene alla luce piena (ma artificiale) di un lampione: l'abbaglio della perfetta forma metrica, il dover trovare a tutti i costi una struttura, imporre ai versi una gabbia dorata ma priva di qualsiasi efficacia nei contenuti, incapace di reggersi in piedi tolta la "struttura". Aveva ragione Pasolini: andiamo in brodo di giuggiole davanti a una rima baciata.

Pasolini è stato anche un poeta antifascista, un cultore della libertà. Cosa è per te l’antifascismo? Cosa la libertà?

Per me antifascismo significa resistere e persistere nel valore della verità e perseguirla ad ogni costo con le proprie forze intellettuali. Solo con l'esercizio disinteressato della verità si può cogliere appieno il significato di ogni libertà, che altro non è che agire con coerenza, dare alla propria esistenza un concreto sostrato etico e morale.

 

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«Una volta era andato a Milano dal commercialista e poi ho fatto fatto una seratina in discoteca. Ma niente, niente. Anzi, ho ballato con un trans e mi hanno fotografato con questo trans».

Così Jerry Calà ha parlato ieri a Che tempo che fa di un episodio di presunto tradimento nei riguardi dell’allora moglie Mara Venier, il cui matrimonio è terminato nel 1987. L’attuale conduttrice di Domenica in, anche lei presente negli studi di Fazio, ha spiegato che lo scatto fu pubblicato su Eva Express e ha commentato: «Ho visto questa foto e ho detto: Chi è questo pu…, se po' di'? Una donna molto procace». 

A quel punto, prima che Calà raccontasse l’epilogo della vicenda (l’irruzione di Mara Venier su un set di Marco Risi, con cui lui stava girando un film, per picchiarlo con un rotolo di riviste), si è sentito Fazio, in riferimento alla persona fotografata in discoteca, dire: «Non si vedeva nei dettagli». Il tutto tra le risate del pubblico.

Non poche persone trans si sono sentite offese da una tale narrazione e interlocuzione. A sentirsi particolarmente toccata Mariella Fanfarillo, mamma di una 18enne transgender e autrice di Senza rosa né celeste, che ha fatto pervenire alla nostra redazione una lettera aperta a Fabio Fazio, di cui pubblichiamo il testo:

Egregio Dott. Fazio,

    le scrivo riguardo a un momento della puntata di Che tempo che fa di ieri sera, durante il quale il sig. Calà, per difendersi da un presunto tradimento nei confronti della sig.ra Venier, ha asserito: "Avevo fatto una seratina in discoteca. Ma niente, niente. Anzi, ho ballato con 'un' trans e mi hanno fotografato con 'questo' trans".

A questo punto la signora Venier ha aggiunto: "Ho visto questa foto e ho detto chi è questo pu…, se po' di'?”. Probabilmente senza riflettere sulle parole pronunciate, lei ha chiarito che non si vedevano i dettagli della persona fotografata.

Vede Fazio, poco prima di questa intervista, avevo ascoltato con molto interesse l’emozionante discorso di Andrea Camilleri, che definiva le parole pietre, pallottole, sottolineando come ci sia necessità di soppesarne il significato. “L'altro non è che me allo specchio”, ha affermato questo grande scrittore ormai non vedente.

Mi chiedo se durante il racconto del sig. Calà lei abbia riflettuto sull’effetto che quelle parole avrebbero sortito in tante persone trans all'ascolto, ferendone la sensibilità e la dignità di esseri umani. Persone che, ancora una volta, sono state poste su un livello inferiore a quello delle persone cisgender e descritte come prostitute in virtù del proprio essere trans. 

Senza commentare oltre tali parole, vorrei, con molta umiltà, farla riflettere sulle sue di parole, su quella frase nella quale parla di dettagli non visibili.

Mi sarei aspettata che lei intervenisse in difesa della dignità di una categoria di persone, utenti peraltro di un servizio pubblico, dal pagamento del quale non sono esentate, e non che amplificasse il senso di mortificazione suscitando l'ilarità del pubblico in sala, ironizzando sui dettagli nascosti.

Lei aveva il dovere, come essere umano e come padrone di casa di una trasmissione pubblica che spesso si occupa di tematiche sociali, di correggere il tiro della conversazione e di non cadere negli stereotipi di una società omotransfobica che quasi sempre associa la transessualità alla prostituzione o a uno stile di vita lascivo.

Mi perdoni, sig. Fazio, mi rendo conto solo ora di non essermi presentata: sono la mamma orgogliosa di una giovane ragazza trans, una mamma che lotta per il futuro della propria figlia e di tantissime altre persone che  vengono quotidianamente discriminate e umiliate da individui come il sig. Calà, che non hanno l'abitudine e la sensibilità di pesare le parole e che non conoscono neanche la differenza tra un e una transessuale.

So che lei, Fazio, è un padre molto orgoglioso dei propri figli, per cui sono sicura che capirà il significato di questa lettera e il motivo che mi ha spinto a scriverla.

Per chiudere, spero che presto vorrà concedere uno spazio anche a chi voce non ne ha, per poter parlare si sé e far capire a questo paese che ha ragione il grande Camilleri quando dice che le parole sono pietre e vanno sempre soppesate.

Mariella Fanfarillo, madre di una ragazza trans.

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A partire da oggi fino a domani si terrà a Napoli, città storicamente simbolo dell’accoglienza per le persone transgender, il congresso internazionale La popolazione transgender e gender nonconforming: i differenti contesti dell’intervento.

Luogo dell’assise convegnistica sarà l’ex complesso monastico dei SS. Marcellino e Festo, sul cui chiostro monumentale si affacciano le differenti sale ospitanti il Museo di Paleontologia e il Dipartimento di Scienze naturali della Federico II. 

Quello dell’ateneo partenopeo è, fra l'altro, solo uno dei patrocini di cui gode il congresso e tra i quali non possono non menzionarsi quelli del Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei ministri, dell’Istituto Superiore di Sanità, della Regione Campania e del Comune di Napoli.

Un’iniziativa di livello, la cui ideazione e promozione sono da ascriversi a una personalità del mondo accademico federiciano quale Paolo Valerio.

Non a caso la due giorni è stata organizzata dall’Osservatorio nazionale sull’identità di genere (Onig), di cui l’ordinario di psicologia clinica è presidente, in collaborazione con l’Osservatorio universitario sulle differenze, il Centro di Ateneo SInAPSi (che si occupa di promuovere la cultura dell’inclusione tra quante e quanti frequentano i corsi universitari) e il Dipartimento  di Neuroscienze e Scienze riproduttive ed Odontostomatologiche delle Federico II.

Tra i relatori di caratura internazionale, che possono vantare un’esperienza decennale sui temi trattati, bisogna ricordare Jack DrescherAlain Giami, Thomas D. Steensma, Giancarlo Spizzirri, Alexander Schuster. Ospite d’eccezione sarà invece la psicologa Mariela Castro Espín, figlia dell’ex presidente cubano Raúl e presidente del Centro nacional de educación sexual de Cuba (Cenesex).

Né mancheranno gli interventi di figure di rilievo del transgenderismo nazionale e locale come Porpora Marcasciano, Regina Satariano, Ottavia Voza, Loredana Rossi, Daniela L. Falanga.

A poche ore dall’inizio della manifestazione è il prof. Paolo Valerio a precisare a Gaynews l’utenza a cui intende rivolgersi questo evento: «Questo congresso internazionale è rivolto a tutti coloro che sono interessati ad avere un confronto sui temi legati alle questioni di genere, affrontando le ricerche più attuali sui differenti contesti dell’intervento rivolti alla popolazione transgender e gender nonconforming».

Per il presidente dell’Onig «punti di forza dell’iniziativa sono la prospettiva depatologizzante e lo sguardo multidisciplinare, che vede l’integrazione tra professionisti di diversa formazione (psicologi, medici, sociologi, avvocati etc.)».

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La bandiera transgender, quella progettata da Monica Helms, come sfondo. Sulla banda rosa in alto una data: 11 ottobre 2018. Su quella centrale bianca la scritta: Prima condanna per l’Italia da parte della Corte europea dei diritti umani per la tutela delle persone transgender.

Questa l’immagine scelta dall’avvocato Giovanni Guercio, per introdurre il post pubblicato su Facebook nel pomeriggio di ieri: «Dopo una battaglia legale durata dieci anni, assistita dagli avvocati Giovanni Guercio e Maurizio de Stefano, una coraggiosa ragazza italiana ha affrontato dinanzi alla Corte la delicata questione della rettifica anagrafica, all’epoca non ammessa in assenza di intervento chirurgico di Rcs (Riassegnazione chirurgica del sesso), ottenendo la condanna del nostro Paese per la violazione dell’art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Un importante traguardo raggiunto che ricordi a tutti noi che l’essere umano viene prima di ogni altra cosa».

Un primato giudiziario, questo, che va ad aggiungersi a quelli ottenuti in Italia dal noto avvocato d’origine palermitana (ma residente da anni a Roma) e sempre correlati alla tutela delle persone trans.

Primati che possono essere così elencati: nel 1997 riesce a non fare nominare il Ctu (consulente tecnico d’Ufficio/Perito) in fase di autorizzazione all’intervento di riattribuzione chirurgica del sesso; nel medesimo anno primo caso di rettifica dei dati anagrafici senza previo intervento chirurgico; nel 2011 primo caso di autorizzazione all’intervento di riassegnazione chirurgica del sesso a un minorenne.

A meno da una settimana dalla sentenza (55216/08) della Corte europea dei diritti dell'uomo (Prima Sezione), il cui collegio giudicante è stato presieduto da Linos-Alexandre Sicilianos, lo abbiamo raggiunto per rivolgergli alcune domande.

Avvocato, che cosa è successo di preciso a Strasburgo?

Con sentenza dell’11 ottobre 2018, dopo una battaglia legale durata dieci anni, la Corte Europea dei Diritti Umani ha per la prima volta condannato l’Italia tutelando le persone transgender, nella fattispecie rappresentate da una coraggiosa ragazza che io ed il Collega Maurizio de Stefano abbiamo orgogliosamente assistito e difeso.

In buona sostanza la ragazza in questione, quando all’epoca era sempre richiesto l’intervento di riassegnazione chirurgica del sesso per potere ottenere la rettifica del sesso e del nome, nelle more della sua transizione ed essendo di aspetto assolutamente femminile, in applicazione del decreto presidenziale n. 396 del 2000, aveva richiesto alla Prefettura la possibilità di modificare il suo prenome con uno che fosse più consono al suo aspetto fisico, onde evitare una situazione di costante umiliazione ed imbarazzo.

A seguito del rigetto della domanda da parte della Prefettura, la ragazza aveva impugnato tale decisione dinanzi al Tar, il quale aveva, purtroppo, parimenti rigettato l’impugnazione.

Malgrado la nostra cliente abbia nelle more portato a termine tutto il suo percorso chirurgico ed anagrafico, ha voluto, da sola, portare avanti con il nostro supporto legale la sua lotta per l’affermazione di un sacrosanto principio che le era stato negato: il diritto ad un nome che la qualificasse per quello che era e non la sottoponesse alla quotidiana violazione della sua più intima privacy. Ebbene le carte, il diritto e soprattutto il buon senso le hanno dato ragione.

Che cosa l'ha spinta a ricorrere alla Corte europea dei diritti dell'uomo?

In realtà non mi ha spinto “qualcosa” ma, come sempre è per me in questi casi, mi ha spinto “qualcuno”: per me viene sempre prima la persona, in questo caso rappresentata dalla nostra cliente. È la sua, la loro forza a spingermi. Io poi ci metto la mia professionalità, e anche il mio cuore...

Perché, a suo parere, una tale sentenza ha un'importanza "storica" come l'hanno definita alcune/i attivisti/e transgender?

Ha un’importanza storica perché, per la prima volta, il nostro Paese viene condannato dalla Corte europea dei diritti dell'uomo per la tutela di una persona transgender.

Quale legge sarebbe necessaria a suo parere in Italia a tutela delle persone trans?

In Italia mancano legge e reato specifico che contrastino in maniera chiara ed inequivocabile gli episodi di omotransfobia, introducendo pene severe e sanzioni per chiunque commetta o istighi a commettere episodi di violenza a sfondo omofobico e/o transfobico.

Secondo lei i ripetuti casi di violenza transfobica sono da correlarsi a quel silenzio normativo circa le persone T, cui si assiste in Italia dal 1982 in poi?

Certamente tutto ciò contribuisce a creare un clima di violenza: se non si adottano delle misure severe per arginare il problema, in un certo senso è come se si “legittimasse” la gente a pensare che le persone transgender siano delle persone di “serie B”, delle quali chiunque può approfittare restando impunito.

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La Corte di appello di Firenze ha ieri ridotto a 28 anni di carcere la pena per il pellettiere Mirco Alessi, che il 29 giugno 2016 uccise con 94 coltellate la 45enne Kimberly da Silva, transgender brasiliana, e con altri 18 fendenti la 27enne dominicana Mariela Josefina Santos Cruz.

Il delitto avvenne nell’abitazione delle donne in via Fiume (nei pressi della stazione ferroviaria di Santa Maria Novella), dove Alessi, all’epoca dei fatti 42enne, si era recato anche quella mattina di giugno, essendo legato da una relazione sentimentale con Kimberly.

Un rapporto, il loro, caratterizzato però da continui litigi per richieste pressanti di denaro da parte dell’uomo. E una lite furibonda scoppiò anche quel 29 giugno di due anni fa. Nel corso d'essa l’artigiano fiorentino, che aveva precedentemente assunto cocaina, impugnò un coltello da cucina iniziando a colpire ripetutamente la compagna.

Si recò quindi nell’altra camera da letto, dove dormivano Mariela e una sua connazionale, Marlenis, di 25 anni. Mentre quest’ultima riuscì a salvarsi gettandosi dalla finestra (ma riportando fratture multiple agli arti inferiori e superiori), l’amica fu accoltellata per 18 volte.

Nonostante fosse riuscita a fuggire fino all’androne dello stabile, Mariela fu trovata agonizzante dagli operatori sanitari accorsi. Sarebbe morta dissanguata poco dopo l'arrivo in ospedale a seguito della recisione dell'arteria femorale provocata da una delle coltellate ricevute su un fianco. Riuscito a fuggire, l'uomo fu arrestato la sera di quello stesso giorno a Monticiano (Si).

Condannato in primo grado a 30 anni per omicidio e tentato omicidio pluriaggravato, Alessi ha successivamente risarcito pecuniariamente le famiglie delle due vittime e, recentemente, anche Marlenis.

Contro la sentenza la procura di Firenze aveva presentato ricorso in appello chiedendo l'ergastolo e l'isolamento diurno di due anni per l'imputato.

Ieri mattina, però, alla luce della confessione di Alessi e dell'atteggiamento sempre collaborativo nonché dell'ultimo risarcimento erogato alla 25enne ferita, il sostituto procuratore generale Filippo Di Benedetto ne ha chiesto la condanna senza contestare l'aggravante della premeditazione. Ha inoltre rinunciato a chiedere l'ergastolo e l'isolamento diurno per due anni. 

A loro volta Massimiliano Manzo e Maria Teresa Pisani, legali di Alessi, hanno rinunciato ad alcuni motivi difensivi.

«La vittoria, direi il miracolo, ci fu già in primo grado – hanno commentato - quando non fu inflitto l’ergastolo. Ma oggi registriamo un ulteriore calo della condanna: ora per il nostro assistito si accende una luce in fondo al tunnel di una vita che potrà riavere il suo corso».

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Omicidio volontario aggravato di L. Muñoz, la 43enne trangender d’origine peruviana trovata morta, il 4 febbraio, a Cinisello Balsamo (Mi).

Con tale accusa Giovanni Amato, un netturbino 42enne con precedenti penali, è stato stamani arrestato dai carabinieri del nucleo operativo di Sesto San Giovanni, che hanno eseguito un'ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip del Tribunale di Monza. Attualmente è detenuto nel carcere milanese di San Vittore.

La vittima era stata trovata riversa sul letto, agonizzante e macchiata del sangue che le fuoriusciva dalla bocca, nella propria abitazione in via Friuli, 29

A farne, quella notte, la scoperta la sua coinquilina, anche lei peruviana, che aveva subito allertato il 118 e i carabinieri, sopraggiunti per constatarne il decesso

In prima battuta il medico legale aveva escluso una morte violenta

L'autopsia aveva poi confermato la presenza di un piccolo foro da arma da fuoco sulla schiena, che hanno portato i carabinieri della compagnia di Sesto San Giovanni, sotto il coordinamento della Procura di Monza, a individuare in una penna-pistola l’arma usata da Amato.

Non ancora accertato il movente del delitto, ma non è escluso che l'uomo abbia agito per sottrarre beni e denaro alla vittima. Il netturbino è infatti ritenuto uno degli autori della rapina e del ferimento messi in atto con un complice, il giorno susseguente l'omicidio, ai danni di un 35enne cinese, proprietario di un bar a Segrate. 

La penna-pistola, dotata di silenziatore, potenziata e appartenente ad Amato, è infatti risultata essere la stessa l'arma con cui è stata uccisa la donna transgender ed è stato ferito, con quattro colpi, il titolare dell'esercizio commerciale. 

«È stata un'indagine complessa - ha spiegato stamani in conferenza stampa la procuratrice della Repubblica di Monza Luisa Zanetti -. I carabinieri hanno esaminato migliaia di fotogrammi di immagini di videosorveglianza, per risalire all'auto dell'omicida».

Si tratta di una Fiat Punto che, stando a un testimone-chiave, aveva precise caratteristiche (un faro molto luminoso, specchietti e fiancate colorate) ma non sufficienti, inizialmente, a identificarne il proprietario.

Grazie a un'impronta lasciata da Amato su una lattina di Coca-Cola trovata in casa della vittima, gli inquirenti sono potuti risalire a lui, quando era stato già arrestato per la rapina di Segrate. 

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