Inizierà oggi a Torino il processo a carico dell’endoscopista e autrice di romanzi fantasy Silvana De Mari che, denunciata dal Coordinamento Torino Pride e dal Comune di Torino per diffamazione continuata e aggravata a mezzo stampa nei riguardi delle persone Lgbti, dovrà comparire alle 12:30 davanti alla giudice Melania Eugenia Cafiero.

Il 7 dicembre scorso la gip Paola Boemio aveva respinto la richiesta d’archiviazione avanzata dal pm Enrico Arnaldi Di Balme, per il quale non era individuabile il «destinatario dell’offesa» dal momento che la medica d’origine casertana (ma da anni vivente nel capoluogo sabaudo) si era rivolta «a una pluralità indiscriminata di persone».

All’epoca Alessandro Battaglia, coordinatore del Torino Pride, aveva dichiarato: «Siamo molto contenti della decisione presa dalla giudice Boemio di respingere la richiesta di archiviazione del Pubblico Ministero e che, per la prima volta, sia stato individuato in un'associazione di secondo livello come il Coordinamento Torino Pride il soggetto diffamato in una triste vicenda, che ha visto me e migliaia di persone omosessuali diffamate e offese nella nostra dignità».

A sostegno di Silvana De Mari sono scesi in campo Carlo Giovanardi, Francesco Agnoli, Luigi Amicone, Roberto Casadei, Roberto Cota, Alessandro Meluzzi, Assuntina Morresi, Eugenia Roccella, Giacomo Vurchio, Peppino Zola, che, su L’Occidentale, hanno lanciato, alcuni giorni fa, un appello contro gli «atteggiamenti oscurantisti e censori che mirano a cancellare due principi fondamentali della nostra Costituzione democratica e repubblicana, la libertà di pensiero dell'art. 21 e quello contenuto nell'art. 33 che stabilisce che "l'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento"».

Per i firmatari della petizione, le cui adesioni sarebbero migliaia, sotto processo «sono le fondamentali libertà di pensiero, scienza e religione, garantite dalla nostra Costituzione laica e repubblicana, in un contesto di oscurantismo e silenzio non degno di una città come Torino».

A difesa di De Mari anche il senatore Gaetano Quagliariello, leader di Idea, per il quale quello di Torino è «un processo alle opinioni. Questa è la realtà, a fronte della quale appare superfluo anche aggiungere che si tratta delle opinioni di un medico rispetto a questioni di propria professionale competenza».

Tesi, questa, che era stata sostenuta domenica da Mario Giordano sulle colonne de La Verità: «E perciò arrivati a questo punto, può apparire quasi normale che un medico finisca davanti a un tribunale per aver detto che i rapporti anali possono causare malattie. E, invece, scusateci, normale non è affatto. Adesso è finita nel mirino delle organizzazioni Lgbt, in particolare il Torino Pride, per aver detto, per l’appunto, che i rapporti anali possono causare malattie».

Ma Silvana De Mari, che de La Verità è collaboratrice al pari del quotidiano adinolfiano La Croce, non è stata affatto denunciata per aver detto tout court che «i rapporti anali possono causare malattie».

Ma per aver equiparato (in un’intervista a La Croce e sul sul suo blog) l’omosessualità alla pedofilia, per aver definito il rapporto anale tra due persone dello stesso sesso un atto di violenza fisica correlata al satanismo, per aver affermato che «la sodomia è antigienica» e comporta il diffondersi delle malattie, per aver dichiarato che l’omosessualità è contro natura nonché un disturbo da curare, per aver invocato un «diritto all'omofobia». Affermazioni tutte, che presentate come fondate su principi medico-scientifici, attribuiscono connotazioni gravemente diffamatorie a modalità comportamentali delle persone Lgbti.

Motivi, questi, per cui oggi Rete Lenford si costituirà anche lei parte civile nella persona dell’avvocato Michele Potè.

A poche ore dal processo abbiamo raggiunto il penalista Stefano Chinotti, responsabile della Segreteria scientifica di Rete Lenford, per un parere sugli argomenti portati avanti dai firmatari dell’appello.

«I firmatari - ha dichiarato - fanno un po’ di confusione fra quel che sostiene la Costituzione e quel che vorrebbero, in cuor loro, sostenesse. Le libertà di esercizio e insegnamento delle scienze e di manifestazione del pensiero nulla hanno a che vedere con la tutela delle aberranti affermazioni diffamatorie assolutamente prive di fondamento, prima che scientifico, logico, divulgate da Silvana De Mari. Per non parlare della libertà religiosa che, nel caso, non si comprende neppure come possa essere invocata.

L’accostamento dell’omosessualità alla pedofilia ed il sostenere che l’orientamento omoaffettivo sia contro natura non sono teorie scientifiche ma assurdità che se rivolte, come avvenuto nel caso, nei confronti dei rappresentati della comunità Lgbti concretano il reato di diffamazione aggravata. E di quello la dottoressa De Mari è chiamata a rispondere oggi a Torino».

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Marilena Grassadonia e Maria Grazia Sangalli, presidenti di Famiglie Arcobaleno e Rete Lenford, hanno appena incontrato la sindaca di Torino Chiara Appendino per ringraziarla di aver proceduto alla prime due iscrizioni anagrafiche di bambini nati in Italia col riconoscimento d’entrambe le mamme (di cui uno, Niccolò Pietro, è il figlio di Chiara Foglietta e Micaela Ghisleni) in una con le trascrizione degli atti di nascita esteri di due gemelli quali figli d'una coppia di due papà.

Ma non solo, perché nelle ultime settimane la prima cittadina sabauda ha dato l'ok ad altri casi di registrazioni anagrafiche di bambini arcobaleno, che hanno raggiunto il numero complessivo di 20.

Presenti anche l’assessore alle Pari Opportunità Marco Giusta e il coordinatore del Coordinamento Torino Pride Alessandro Battaglia. L’incontro è avvenuto alla vigilia della locale marcia dell’orgoglio Lgbti.

«Oggi qui a Torino – si legge nel comunicato congiunto - abbiamo avuto il piacere di incontrare la sindaca Chiara Appendino, insieme all'assessore Marco Giusta, per ringraziarla dell’importante lavoro e impegno profuso nei mesi scorsi che ha dato risposte chiare alla richiesta di diritti dei nostri figli e delle nostre figlie. Le registrazioni e le trascrizioni di entrambi i genitori negli atti di nascita hanno costituito, oltre che un atto di civiltà, un atto di  valenza politica importantissima.

Ora abbiamo un obiettivo comune: fare in modo che questi diritti si estendano a tutti i bimbi e le bimbe delle famiglie arcobaleno in qualunque città essi abbiano la fortuna di vivere.

La sindaca Appendino, a questo proposito, ci ha informati della costituzione di un tavolo tecnico, all'interno della Commissione Pari Opportunità di Anci (Associazione Nazionale Comuni Italiani). Iniziativa portata avanti dall’assessore Marco Giusta, insieme ad altri assessori di importanti città, per approfondire le questioni legate alle registrazioni e alle trascrizioni dei certificati di nascita e per mettere a punto le prassi operative necessarie al riconoscimento dei progetti di genitorialità condivisa e dei diritti negati ai figli e alle figlie delle coppie dello stesso sesso.

Fare squadra con chi ha a cuore un Paese più civile e giusto, è l'unica strada da percorrere per fare in modo che tutte le famiglie abbiano uguale cittadinanza.

Il proposito con il quale ci siamo lasciati è che tutti i sindaci e le sindache d’Italia si assumano le stesse responsabilità e - avendo a cuore il benessere dei propri cittadini e cittadine – procedano speditamente con i riconoscimenti e i provvedimenti necessari».

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Conferenza stampa di presentazione stamani a Genova del Liguria Pride, che si terrà nel capoluogo di regione sabato 16 giugno. A illustrarne significato e finalità l’avvocata Ilaria Gibelli, socia di Rete Lenford e coordinatrice del Coordinamento Liguria Raibow, e Stefano Musso di Famiglie Arcobaleno.

La marcia dell’orgoglio Lgbti, che avrà come madrina Cecilia Strada, partirà da Via San Benedetto quale omaggio a Don Andrea Gallo, di cui il 16 giugno sarebbe ricorso il 90° compleanno.

Slogan della manifestazione sarà Allerta Pride, perché come dichiarato da Simone Castagno, socio di Famiglie Arcobaleno e componente del Coordinamento, si riscontrano «tre gradi di allerta: verde, in riferimento a un clima che sta cambiando in Europa e in Italia, dove diverse città, in primis Roma e Milano, si sono mosse o si stanno muovendo per riconoscere i diritti civili e quelli delle famiglie arcobaleno.

Ma la preoccupazione resta ed è per questo che abbiamo citato anche allerte arancione e rossa: monitoriamo attentamente il clima in cui stiamo vivendo, continuiamo a restare in guardia per cogliere segnali preoccupanti, e ci preoccupiamo non soltanto per le parole del neo ministro della Famiglia, Lorenzo Fontana, che ha ribadito che “per legge le famiglie arcobaleno non esistono”, ma anche per le spinte provenienti da movimenti di estrema destra come quelli che recentemente hanno inaugurato nuove sedi proprio a Genova».

Ma è allerta rossa anche in riferimento alla stessa città di Genova, il cui sindaco Marco Bucci ha rifiutato non solo di concedere il patrocinio al Pride ma, ultimamente, di riconoscere la doppia genitorialità di coppie omosessuali con figli.

Come dichiato da Ilaria Gibelli, a Genova ci sono 16 famiglie, formate da coppie di sole donne con 14 figli. Mentre, con riferimento all’intero territorio ligure, sono complessivamente 25, di cui quattro costituite da coppie di uomini. Tre delle coppie genovesi hanno fatto richiesta di riconoscimento della genitorialità all'anagrafe comunale. Ma ricevendone, appunto, un netto rifiuto da parte del sindaco.

Contattata telefonicamente, Ilaria Gibelli ha dichiarato a Gaynews: «Dopo le negata concessione di patrocinio al Liguria Pride nutrivamo la speranza che il sindaco Bucci accogliesse la richiesta di riconoscimento della genitorialità di tre coppie di mamme genovesi. Qui si tratta di vite reali.

Quando lui mi ha detto: È vietato per la legge, l’ho subito corretto affermando: Non è previsto dalla legge. Ha poi parlato dei nostri figli come “bambini che non hanno un padre ma solo una madre”, ignorando che essi sono stati voluti da entrambe ed, esseno stati concepiti con fecondazione eterologa, si è di fronte non a un padre ma a un donatore. Bucci nega dunque l’esistenza delle nostre famiglie.

Questo è sconfortante perché Genova è la nostra città e noi abbiamo deciso di vivere qui. Forse sarebbe stato più comodo vivere a Gabicce Mare e forse saremmo state più tranquille.

È paradossale, poi, che Bucci abbia fatto affiggere in città manifesti di ProVita a tutela di embrioni e poi neghi una tutela piena ai nostri bambini».

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La gioia immensa per l’attesa nascita, a Roma, della loro bambina dopo parto cesareo. E, poi, la delusione, la tristezza, la rabbia delle due mamme, V. e E., che, recatesi lunedì mattina 28 maggio all’Ufficio anagrafe, si sono viste rilasciare, nel tardo pomeriggio, un certificato recante il nome di una sola di esse. Ma non solo.

Ignorando volutamente che il concepimento della neonata è avvenuto a seguito di tecniche di procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo con gamete maschile di donatore anonimo, come peraltro indicato nella relativa cartella clinica, è stato fatto risultare un vero e proprio falso in atto pubblico. Sul certificato è infatti attribuita alla madre riconosciuta la dichirazione secondo cui la bambina è nata da un rapporto sessuale sì da negare alla stessa il diritto a un’identità corrispondente alla realtà.

Una prassi inaccettabile ma pressoché generale a fronte di una realtà ben diversa. «Un bambino su venti nasce in Italia da tecniche di riproduzione assistita – ricordava recentemente a Gaynews l’avvocato Alexander Schuster –. Ma per lo Stato civile italiano tutti sono nati da un rapporto sessuale».

Tale è stato l’atteggiamento avuto al riguardo dalla sindaca Virginia Raggi che, come denunciato da Famiglie Arcobaleno e Rete Lenford in un comunicato congiunto, «si è rifiutata di prendere atto della reale situazione di fatto, vale a dire del ricorso alla fecondazione eterologa con seme di donatore sconosciuto».

È quanto spiegato dalle avvocate Francesca Quarato (gruppo legale di Famiglie Arcobaleno) e Federica Tempori (gruppo legale di Famiglie Arcobaleno e di Rete Lenford), che seguono la coppia: «Le due madri si sono trovate davanti all’imbarazzo dei dirigenti del Comune, a cui la sindaca, diversamente da quanto avviene in altri Comuni, ha delegato la pratica, dimostrando di non voler prendere posizione».

Come se non bastasse, Virginia Raggi si è sempre rifiutata di ricevere Famiglie Arcobaleno e Rete Lenford, anche solo per un colloquio, nonostante le numerose richieste avanzate.

Le presidenti delle due rispettive associazioni, Marilena Grassadonia e Maria Grazia Sangalli, hanno dichiarato al riguardo: «Stupisce il fatto che Chiara Appendino, sindaca di Torino e collega di partito di Virginia Raggi, si sia resa protagonista di una nuova stagione dei diritti Lgbt, mentre la sindaca di Roma sia rimasta sorda alle istanze delle numerose famiglie omogenitoriali della capitale.

A Roma si è creata una situazione paradossale, poiché mentre si trascrivono – correttamente– i certificati di bimbi con due padri perché nati all’estero, i figli e le figlie di due madri nati in Italia rimangono totalmente privi di tutele».

Dell’accaduto si parlerà stamani nel corso della conferenza stampa di presentazione del Roma Pide, che avrà luogo alle 12.00 presso Largo Venue in via Biordo Michelotti 2.

E Sebastiano Secci, portavoce del Roma Pride e presidente del Circolo di Cultuta omosessuale Mario Mieli, rincalza: «Abbiamo appreso con rabbia e sconcerto la scelta del comune di negare, ancora una volta, i diritti dei più deboli: i bambini. Adesso è giunto il momento che la sindaca Virginia Raggi e la sua giunta prendano una posizione netta come hanno già fatto Sala a Milano, Appendino a Torino, Orlando a Palermo e tutti gli altri sindaci illuminati che hanno a cuore il benessere di tutti i bambini.

Quei certificati di nascita vanno trascritti subito perché ogni minuto di inerzia comporta un’inaccettabile violazione di diritti umani fondamentali».

«Il Pride di Roma del 9 giugno – continua Secci - sarà l’occasione per ribadire che nella nostra città non c’è spazio per la discriminazione. Lo diremo in maniera forte e chiara: giù le mani dai nostri figli.

Per questo mi auguro che dalla giunta capitolina e dalla sindaca Raggi arrivi presto un segnale inequivocabile in merito, dando indicazioni agli uffici dell’anagrafe di procedere alle iscrizioni degli atti di nascita dei figli di coppie formate da persone dello stesso sesso. Ne va della dignità e dei diritti di tutti i cittadini e su questo non possiamo accettare compromessi».

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Giù la maschera ed Educare le differenze per combattere l’odio. Questi gli slogan nonché i nomi dei rispettivi comitati promotori del Bergamo Pride.

«Un invito – come si legge sul sito ufficiale – a spogliare le maschere dietro cui ci nascondiamo per vivere finalmente in modo libero e consapevole le nostre vite e i nostri affetti ed educare i cittadini alle differenze per combattere l’odio».

E così, dopo giorni di polemica per l’annuncio di un’adorazione riparatrice indetta dal Comitato del Popolo della Famiglia di Seriate presso il locale convento cappuccino ma successivamente annullata per intervento ufficioso del vescovo, la prima marcia orobica dell’orgoglio Lgbti è partita da Piazzale Malpensata alle 15:00 per concludersi in Piazza Matteotti.

Caratterizzato da una forte presenza giovanile, il Bergamo Pride ha visto una significativa partecipazione di associazioni a partire da Arcigay e Rete Lenford.

La prima nella persona, soprattutto, del presidente del locale comitato Marco Arlati. La seconda, invece, - che proprio nel capoluogo lombardo ha la sua sede ufficiale - rappresentata dalla presidente Maria Grazia Sangalli, dal segretario del comitato scientifico Stefano Chinotti nonché da socie e soci.

Tra quanti hanno inviato loro messaggio d’adesione al primo Pride di Bergamo anche Costantino della Gherardesca

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Il Comune di Perugia dovrà procedere all’immediata trascrizione dell’atto di nascita del piccolo Joan che, figlio di due donne, era nato lo scorso anno in Spagna. A deciderlo il collegio della Prima sezione del locale Tribunale civile, composto da Paola De Lisio, Loredana Giglio e Mary Fabroni.

«Giustizia è fatta» ha commentato Stefano Bucaioni, presidente di Omphalos Lgbti, con riferimento alla posizione assunta dal sindaco Andrea Romizi che aveva negato lo scorso anno la trascrizione. Perché, come ebbe a motivare, la normativa vigente «non disciplina» quelle riguardanti figli di genitori dello stesso sesso. Da qui la battaglia legale, intrapresa dalle due donne, che, col sostegno di Omphalos, si era rivolta agli avvocati Vincenzo Miri e Martina Colomasi di Rete Lenford.

È a loro che è stato comunicato l’oggetto del decreto del Tribunale civile di Perugia. Un traguardo quanto mai significativo, al cui riguardo abbiamo intervistato una dei due legali.

Avvocata Colomasi, può ricostruire l’iter procedurale che ha portato al provvedimento odierno del Tribunale civile di Perugia?

Una volta nato il piccolo Joan, le madri hanno iniziato le pratiche burocratiche per ottenere la trascrizione dell’atto di nascita presso il Comune di Perugia, in una prima fase, a mezzo del Consolato italiano di Barcellona. Il Comune ha deciso di procedere chiedendo un parere preliminare alla prefettura di Perugia circa la trascrivibilità dell’atto di nascita del minore. La prefettura, pur richiamando la giurisprudenza favorevole alla trascrivibilità, ha invitato gli ufficiali di Stato civile alla stretta applicazione della normativa vigente che non consente la trascrizione dell’atto di cui trattasi.

Nonostante i nostri numerosi tentativi bonari di ottenere la trascrizione sulla scorta dei precedenti giurisprudenziali in materia, il 30 maggio 2017 gli ufficiali dello Stato civile hanno formalizzato il rifiuto di provvedere alla trascrizione. Abbiamo quindi proceduto con il ricorso ex art. 95, co. I. D.P.R. 396/2000, al fine di veder dichiarare l’illegittimità del rifiuto e di ordinare la trascrizione integrale dell’atto. Dopo circa sei mesi dall’inizio del procedimento presso il tribunale di Perugia il Comune ha deciso di trascrivere parzialmente l’atto di nascita assegnando a Joan il solo cognome della madre partoriente. Un atto, questo, gravemente lesivo dei diritti fondamentali del minore. A tre mesi di distanza dalla trascrizione parziale è arrivata il decreto che ha accolto le nostre richieste e ha ordinato la trascrizione integrale dell’atto con l’apposizione di entrambi i cognomi delle madri.

Al sindaco è stato ingiunto per decreto di procedere alla trascrizione: è stata indicata la motivazione?

Il collegio ha ribadito che la trascrizione di un atto di nascita formato validamente all’estero non è contraria all’ordine pubblico. Il concetto di ordine pubblico va valutato con riferimento ai diritti fondamentali dell’uomo desumibili dalla Costituzione e dai trattati internazionali e tenendo sempre presente la tutela dell’interesse superiore del minore e la tutela del diritto delle persone di autodeterminarsi e di formare una nuova famiglia. Il collegio affronta coraggiosamente, inoltre, la questione dell’omogenitorialità affermando testualmente che «se l’unione tra persone dello stesso sesso è una formazione sociale dove la persona svolge la sua personalità e se quella dei componenti della coppia di diventare genitori e di formare una famiglia costituisce espressione della libertà di autodeterminarsi, come affermato dalla Corte costituzionale, allora deve escludersi che esista a livello costituzionale un divieto per le coppie dello stesso sesso di accogliere e generare figli».

Sulla base di questo presupposto arriva a riconoscere l’esistenza di un progetto familiare dal quale è venuto al mondo Joan e afferma espressamente che l’essere stato desiderato e poi generato da quella coppia di genitori è parte irriducibile della sua identità personale.

Qual è stata la reazione delle due mamme del piccolo Joan?

Le mamme aspettavano con ansia questa decisione dopo più di un anno di incertezza a forti disagi dovuti al mancato riconoscimento della nascita di Joan da parte dello Stato italiano.

A suo parere il decreto odierno quale valore può avere per altri sindaci?

Il decreto d’ieri è sicuramente un ottimo risultato perché aderisce ai precedenti giurisprudenziali sul tema in ordine alla non contrarietà all’ordine pubblico internazionale della trascrizione di un atto di nascita di un minore con genitori dello stesso sesso e allo stesso tempo perché si pronuncia, incidentalmente, sul tema dell’omogenitorialità.

È vero anche che, in parecchi uffici di Stato civile italiani, in presenza di casi similari non è stato necessario ricorrere al tribunale in quanto gli ufficiali hanno autonomamente provveduto alla trascrizione degli atti di nascita di minori con genitori dello stesso sesso validamente formati all’estero. Una tale disparità di trattamento non dovrebbe esistere, speriamo quindi che la pronuncia di oggi disincentivi sempre di più gli ufficiali di Stato civile a procedere con il rifiuto delle trascrizioni

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Il rinvio a giudizio di Silvana De Mari, disposto il 21 marzo dal gup del Tribunale di Torino Alfredo Toppino, ha suscitato prevedibili polemiche.

A partire dalla diretta interessata che, imputata del reato di diffamazione continuata e aggravata contro il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, ha continuato a difendere sulle colonne de La Verità la giustezza delle dichiarazioni rilasciate il 13 gennaio 2017: «I pedofili si chiamano ‘map’, persone attratte da minori. Il circolo Lgbt di Roma è intitolato a Mario Mieli, cantore di pedofilia, necrofilia e coprofagia. Posso assumere che tutti gli iscritti provino simpatia per queste pratiche? O che almeno non ne provino nausea? Posso? E così tutto diventa lecito in quanto non è patologico, non è una malattia. Capite che cosa sta accadendo oggi nell’indifferenza quasi generale?».

Il 23 marzo a scendere in difesa dell’endoscopista e scrittrice di romanzi fantasy è stato l’ex senatore Carlo Giovanardi che ha affermato: «Il rinvio a giudizio a Torino della dott.ssa Silvana De Mari costituisce un gravissimo attacco alla libertà di pensiero garantita dalla nostra Costituzione.

La De Mari, querelata per diffamazione dal circolo omosessuale Mario Mieli dovrà rispondere di una opinione esattamente coincidente con quella espressa dai senatori Giovanardi, Gasparri, Malan e Formigoni che, nell'atto di sindacato ispettivo n. 2-00295, pubblicato negli atti della seduta 549 del 5 agosto 2015 del Senato della Repubblica, scrivevano: A giudizio degli interpellanti, la pedofilia e la pederastia sono dunque parte essenziale del pensiero di Mario Mieli, all'interno di un quadro dove, così come l'omosessualità e gli altri comportamenti, non costituiscono condotte da tollerare o da comprendere, ma un aspetto indispensabile all'emancipazione dell'individuo e della società; se si tolgono questi assunti dall'opera del 'filosofo' scomparso non resta quasi nulla.

Ricordo che nel Capitolo 1,8 del libro di Mario Mieli Elementi di critica omosessuale l'autore scriveva: Noi, sì, possiamo amare i bambini, Possiamo desiderarli eroticamente rispondendo alla loro voglia di Eros, possiamo accogliere a viso e a braccia aperte la sensualità inebriante che profondono, possiamo fare l'amore con loro. Per questo la pederastia è tanto duramente condannata: essa rivolge messaggi amorosi al bambino che la società invece, tramite la famiglia, traumatizza, educastra, nega calando sul suo erotismo la griglia edipica… la pederastia invece è una freccia di libidine scagliata verso il feto». L’esponente di IDeA - Popolo e Libertà ha quindi aggiunto: «È evidente che ormai suona forte l'allarme democratico se chi ha criticato un circolo che ha scelto di intitolarsi questo personaggio si trova addirittura messo sotto processo».

Circa i rilievi giovanardiani l'avvocato Michele Potè di Rete Lenford ha osservato: «La libertà di manifestazione del pensiero è un diritto costituzionale che dev’essere contemperato con altri beni giuridici quali l’onore e la reputazione. 30 anni di giurisprudenza di legittimità hanno stabilito dei limiti che non possono essere travalicati. Tra questi il rispetto della verità e la continenza espositiva.

Ora accostare il pensiero di Mario Mieli – che va fra l’altro contestualizzato nel periodo storico in cui visse – a quello degli attuali soci e socie della storica associazione romana, per dedurne un sostegno alla pedofilia o alla coprofagia, costituisce un travalicamento dei limiti della verità e della continenza. Se in Italia vigessero, come in altri Paesi, norme contro l’hate speech l’imputazione a carico della dottoressa De Mari sarebbe più ben grave».

Raggiunto telefonicamente, il presidente del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli Sebastiano Secci ha così commentato le dichiarazioni di Giovanardi: «Sono ormai 35 anni che le socie e i soci del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli lottano per la tutela dei diritti riconosciuti dalla Costituzione, fra i quali anche la libertà di pensiero, spesso scendendo in piazza per combatterne le violazioni ma, tranquillizziamo l’ex senatore Giovanardi, non è questo il caso.

Il discorso sul pensiero di Mario Mieli è affascinante quanto complesso e, pertanto, forse non sempre immediatamente compreso da tutti. Ciò che è immediato comprendere, tuttavia, è che stralciare pezzi di un testo, qualsiasi esso sia, ignorandone spazio, tempo e, più in generale, contesto di stesura, equivale a travisarne coscientemente il senso.

Ad ogni modo, fra “criticare” i fondatori del Circolo per la scelta di intitolare l’associazione a Mario Mieli - scelta che, a scanso di equivoci, tutte e tutti noi soci rivendichiamo con orgoglio - e accusarci di simpatizzare con pedofilia e necrofilia c’è differenza e, secondo la Procura di Torino, questa differenza è penalmente rilevante. Noi non intendiamo più soprassedere, agiremo contro chiunque continui ad infangare la nostra storia».

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Alfredo Toppino, giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Torino, ha disposto il rinvio a giudizio per l'endoscopista e scrittrice di romanzi fantasy Silvana De Mari, imputata del reato di diffamazione continuata e aggravata contro il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli. A sostenerne le parti in aula l’avvocato Michele Potè di Rete Lenford. Mauro Ronco, legale della medica d'origine casertana, aveva poco prima disquisito sul diritto di manifestare il proprio pensiero chiedendo perciò il non luogo a procedere nei riguardi della sua assistita. 

Ma il gup ha disposto diversamente fissando l'udienza dibattimentale al 21 marzo 2019 presso il tribunale monocratico della Sezione terza penale. Raggiunto telefonicamente, l'avvocato Potè si è detto soddisfatto della decisione del magistrato aggiungendo però di essere rimasto un po' sorpreso che il processo inizi a tale distanza di tempo. Un processo che verterà essenzialmente sulla figura e il pensiero di Mario Mieli in materia di pedofilia, coprofagia e necrofilia, sulla cui base Silvana De Mari pretende di «assumere che tutti gli iscritti provino simpatia per queste pratiche».

La notizia è stata così commentata a Gaynews da Sebastiano Secci, presidente del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli: «Siamo soddisfatti del rinvio a giudizio e siamo sicuri che, anche nel corso del processo, verrà chiarito che la misura è colma.

Non si può diffamare impunemente la comunità Lgbt+ né, tantomeno, accusare la nostra storica associazione di inneggiare a pedofilia, necrofilia e coprofagia. Abbiamo reagito e continueremo a farlo».

 

 

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Si terrà domani a Torino l’udienza preliminare del processo a carico di Silvana De Mari imputata del reato di diffamazione continuata e aggravata contro il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, le cui parti sono affidate  all’avvocato Michele Potè di Rete Lenford. 

Nel corso di un’intervista rilasciata il 13 gennaio 2017 al quotidiano adinolfiano La Croce l’endoscopista, psicoterapeuta e scrittrice di romanzi fantasy aveva infatti dichiarato: «I pedofili si chiamano ‘map’, persone attratte da minori. Il circolo Lgbt di Roma è intitolato a Mario Mieli, cantore di pedofilia, necrofilia e coprofagia. Posso assumere che tutti gli iscritti provino simpatia per queste pratiche? O che almeno non ne provino nausea? Posso? E così tutto diventa lecito in quanto non è patologico, non è una malattia. Capite che cosa sta accadendo oggi nell’indifferenza quasi generale?». 

A poche ore dalla decisione del gup Alfredo Toppino - che dovrà disporre il rinvio a giudizio o, in caso contrario, emettere sentenza di non luogo a procedere - così s’è espresso a Gaynews Sebastiano Secci, presidente del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli: «Decontestualizzare le parole di Mario Mieli e accusarlo di pedofilia, tacciando di tale accusa tutte le socie e i soci dell’associazione LGBT+ a lui intitolata non è, purtroppo, un fatto nuovo. Se a farlo è un’iscritta all’Ordine dei Medici rende tutto più grave e serio.

Questo è uno dei motivi che ci ha spinto a chiedere alla magistratura di intervenire, per difendere la comunità  LGBT+ italiana e i nostri 35 anni di storia associativa».

Non bisogna dimenticare come le affermazioni contro la storica associazione romana siano strettamente correlate a quelle cui, prima sui social e poi nel corso d’una puntata de La Zanzara, Silvana De Mari s’era lasciata precedentemente andare in tema d’omosessualità: dalla medicalizzazione ai danni per la «condizione anorettale», dall’innaturalità alla contiguità col satanismo. Senza dimenticare l’esistenza d’un «diritto all’omofobia».

Ciò aveva spinto il Coordinamento Torino Pride ad avviare, il 19 gennaio 2017, un’azione legale contro la medica d’origine casertana (ma da anni vivente nel capoluogo sabaudo). La cui richiesta d’archiviazione da parte del pm Enrico Arnaldi Di Balme è stata respinta il 7 dicembre scorso dalla giudice per le indagini preliminari Paola Boemio. L'udienza preliminare, in questo caso, è fissata al prossimo 18 luglio.

La notizia dell’udienza preliminare di domani è stata così commentata da Alessandro Battaglia, coordinatore del Coordinamento Torino Pride: «Il Coordinamento Torino Pride non può che essere al fianco del Circolo Mario Mieli in questa vicenda che ci ha visto tutti e tutte vittime delle esternazioni di Silvana De Mari.

Non siamo mai stati giustizialisti e forcaioli a tutti i costi ma la misura è abbondantemente colma e, se esiste un modo di tutelare l'onore e la dignità di milioni di persone in questo Paese, noi lo perseguiremo sempre. Valuteremo, se le condizioni lo prevederanno, la possibilità di costituirci al fianco del Circolo Mario Mieli».

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Giurista, attivista e cofondatore dell’associazione Avvocatura per i diritti Lgbti – Rete Lenford, il 43enne Antonio Rotelli è candidato alla Camera nel collegio uninominale di Martina Franca (Ba) nella lista di Liberi e Uguali con Pietro Grasso Presidente (LeU).

A darne notizia lo stesso avvocato pugliese in un post pubblicato sulla propria pagina Fb il 30 gennaio scorso. Oggi a Gaynews spiega meglio il perché di questa candidatura e gli obiettivi a essa sottesi.

Il cofondatore di Rete Lenford scende in politica: cosa l’ha spinta a questa scelta?

‘Scendere in politica’ mi evoca Berlusconi e mi fa fuggire. Più semplicemente mi è stato chiesto di candidarmi e ho accettato dopo una notte insonne di riflessioni. Mi sono ‘giudicato’ e mi trovavo colpevole di indifferenza e disimpegno nel caso di mancata accettazione.

Perché Liberi e Uguali?

Non ho mai avuto una tessera di partito, ma faccio politica da sempre. Tutte le mie battaglie civili, sempre dall’interno di associazioni, hanno sollecitato la politica e l’hanno cambiata. La mia collocazione è in quell’area che considera l’agire politico conformato alla solidarietà, alla lotta alle ingiustizie, alla dignità del lavoro, alla valorizzazione delle differenze, alla costruzione di un’economia al servizio degli esseri umani e al rispetto della natura. In LeU, nel suo programma, questi elementi ci sono, pur sentendomi un indipendente.

Quali sono i temi Lgbti di cui parlerà in campagna elettorale e, qualora eletto, per i quali si batterà in Parlamento?

Con una battuta mi verrebbe da dire che i temi Lgbti parlano per me in questa campagna elettorale. Ci sono due cose che i concittadini apprezzano di me: che ho fatto battaglie per l’affermazione di tutti i diritti fondamentali delle persone Lgbti e sono un tecnico della politica.

Nel programma elettorale di LeU ci sono tre affermazioni per me fondamentali: autodeterminazione di tutte le persone, anche quelle trans; parità di diritti per le famiglie, anche nell’accesso al matrimonio; riconoscimento pieno della genitorialità, anche in materia di adozione. Sono le mie tre stelle polari, alle quali ne aggiungo una quarta, legata in maniera inestricabile con i nostri temi: la parità di genere, la lotta agli stereotipi e quella senza campo alla violenza sulle donne.

Legge 40 e Gpa. Come giudica le recenti posizioni di ArciLesbica e la petizione ai Segretari di partito per il no alla surrogata?

Sono sideralmente distante dalle posizioni di ArciLesbica. La gestazione per altri è un argomento complesso sul quale è necessario discutere, ma considerarla in sé una forma di sfruttamento è una pretesa assiomatica. Combattiamo ogni forma di sfruttamento e degradazione del corpo femminile, ma lasciamo alle donne la possibilità, regolamentata, di partecipare ad un progetto di gpa.

Rotelli e Rete Lenford sono stati sempre critici nei riguardi della legge sulle unioni civili. Perché?

Non voglio aprire o riaprire polemiche su questo tema. La mia critica è sempre stata rivolta al percorso che ha portato alle unioni civili e al merito della proposta, ma ho anche sempre detto che qualunque legge il Parlamento avesse approvato, sarebbe stata il nuovo punto di partenza per la battaglia verso l’uguaglianza. Ora siamo in questa situazione, dove la legge c’è e bisogna superarla, perché le unioni civili regolano dei diritti e dei doveri, ma discriminano le famiglie formate da persone dello stesso sesso rispetto a quelle eterosessuali. Siamo di fronte a due realtà diseguali fin dal “lessico familiare”, che nelle unioni civili manca. La recente sentenza della Corte costituzionale austriaca, come pure il provvedimento della Corte interamericana dei diritti umani, possono essere un aiuto per tutta la nostra comunità per far ripartire la battaglia per la piena uguaglianza. Rete Lenford, dal canto suo, non si è mai fermata. Ha già ottenuto importanti sentenze su aspetti della legge che si prestavano ad applicazioni discriminatorie e ha portato la legge dinanzi alla Corte costituzionale sulla questione del cognome.

Avvocato Rotelli, lei ha annunciato in un post di lasciare Rete Lenford. Non si sentirà un po’ orfano?

È stata la scelta più difficile che ho dovuto prendere. Ma ho con me la carica che mi hanno dato i soci, le socie e gli aderenti con le loro mail e i messaggi con cui mi hanno salutato. Ho capito una volta di più che sono una persona fortunata.

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