È nata Arco Associazione Ricreativa Circoli OmosessualiQuesto il nome approvato unanimemente a Bologna dai partecipanti al 2° Congresso nazionale di Anddos (17-18 maggio) che, in plenaria, hanno deciso di mutare nome a un’associazione scossa dalla polemica Iene-Unar ma progressivamente rafforzatasi negli ultimi mesi grazie alla reggenza tecnica di Roberto Dartenuc.

E proprio a Dartenuc è stata affidata dal Congresso l’incarico di presidente mentre sono stati eletti Massimo Florio quale vicepresidente, Markus Haller quale tesoriere, Angelo Bifolchetti, Fabrizio Aiazzi, Frank Semenzi, Davide Valente quali componenti dell’Ufficio di presidenza. Eletti, inoltre, i 25 consiglieri nazionali e approvate le mozioni proposte dalle Commissioni congressuali.

Celebrato presso l’Hotel Europa, il congresso è stato presieduto da Franco Grillini, direttore di Gaynews, in collaborazione con Stefano D'Agnese. Le elezioni sono state precedute nella giornata d’ieri dagli interventi di Vanni Piccolo, storico militante Lgbti, Gabriele Piazzoni, segretario generale d’Arcigay, Sandro Mattioli, presidente di Plus, Cristian Pettini, presidente Entes, Gabriele Mori Ubaldini di Rete Genitori Rainbow.

Hanno inviato messaggi augurali Sebastiano Secci, il presidente del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli, Antonello Sannino, presidente d'Arcigay Napoli, Giovanni Caloggero, consigliere nazionale di Arcigay.

«Il nuovo nome - ha spiegato il neopresidente Dartenuc - ha l’intento di rappresentare un’ampia volontà di cambiamento da parte dei nostri circoli su tutto il territorio nazionale. È stata votata una proposta che valorizza  pienamente il lavoro quotidiano di accoglienza dei nostri circoli nei confronti delle persone. 

Vogliamo ripartire proprio dai nostri soci, che grazie a questa svolta troveranno una realtà sempre più preparata a sostenere chi non ha fatto coming out, chi inizia a sperimentarsi, chi semplicemente crede nel valore umano e sociale della sessualità. Tutto questo, per noi è anche cultura

Nostra priorità è potenziare i servizi e l’informazione sulla sessualità, in primo luogo i test rapidi su tutte le Ist in stretta sinergia con le associazioni esperte in questo settore. Saremo presenti nei luoghi di confronto istituzionale e sosterremo progetti e istanze provenienti dalle altre associazioni del movimento Lgbti, in un ottica di collaborazione e solidarietà».

Per il vicepresidente Massimo Florio «il cambio di nome è indicativo non solo di una cesura con il passato ma di una rivoluzione copernicana nell'ambito di un'associazione che, risorgendo dalle proprie ceneri come l'araba fenice, vuole d'ora in poi pensare in maniera propositiva e agire non antagonisticamente alle altre realtà Lgbti ma a loro sostegno.

Il fine di Arco - nome in cui ciascuno di noi si riconosce quale elementi pienamente identtificativo - è infatti quello di costruire ponti e non dividere sapendo che le battaglie della collettività tutta Lgbti si combattono all'unisono per poter essere vinte».

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Presentata ieri in conferenza stampa presso Palazzo Montecitorio la proposta di legge contro l'omotransfobia, il cui primo firmatario è il parlamentare dem Alessandro Zan.

A moderare l'incontro, cui sono intervenuti la senatrice Monica Cirinnà e i deputati Silvia Fregolent e Ivan Scalfarotto, il caporedattore di Gaynews Francesco Lepore. Tra i presenti anche il direttore di Gaynews Franco Grillini, il segretario di Certi Diritti Leonardo Monaco, la presidente di Agedo Roma Roberta Mesiti, il presidente del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli Sebastiano Secci.

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Escoriazioni su tutto il corpo e perforazione del timpano. Questa la diagnosi fatta a Marco e al suo compagno, insultati e aggrediti il 20 aprile nel quartiere romano di Trastevere da un gruppo di dieci giovani.

Ennesimo pestaggio omofobo, dunque, nella capitale a opera d’un branco, che tiene dietro a quello avvenuto appena 15 giorni prima nei pressi della Stazione Tiburtina. Vittima era stato allora Federico, un 21enne d’origine fiorentina, assalito a calci e pugni da quattro presunti naziskin.

Due casi che, seguiti con attenzione dal Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli, sono stati entrambi al centro della netta condanna da parte di Monica Cirinnà. La madrina della legge sulle unioni civili è stata la prima esponente della classe politica a lanciare l’allarme, nel tardo pomeriggio d’ieri, attraverso un post su Facebook.

«Ancora un'aggressione omofoba a Roma - ha scritto la senatrice –. Due persone non possono camminare tenendosi per mano che vengono selvaggiamente picchiate

La legge sulle unioni civili ha portato un riconoscimento legale e sociale alle coppie dello stesso sesso eppure sopravvivono ancora pericolose manifestazioni di grave e violenta regressione culturale». Quindi l’appello alle «massime istituzioni, anche quelle capitoline, perché sia assicurata la sicurezza e venga promossa la cultura della diversità».

A distanza di qualche ora ecco la risposta della sindaca penstastellata Virginia Raggi, cui si erano già rivolti in giornata Imma Battaglia e il presidente del Mieli Sebastiano Secci.

Con un tweet (stessa modalità utilizzata il 9 aprile per parlare dell’aggressione di Federico), che è stato ritwittato fino ad ora 169 volte e ha ottenuto 568 like, la prima cittadina ha condannato la «vile aggressione ad una coppia gay. Tutto ciò è inaccettabile. Episodi come questi offendono Roma e tutti i suoi cittadini».

In serata sono arrivate anche le significative parole di Mara Carfagna, deputata di Forza Italia e vicepresidente della Camera, che ha affermato: «Tutto il mondo politico ha il dovere di condannare l'ultimo episodio di violenza omofoba denunciato oggi a Roma, come i precedenti delle ultime settimane. La violenza è sempre inaccettabile, ma è ancora più grave se determinata da forme di discriminazione.

Anche per rispondere con fermezza a questi episodi, per potenziare il controllo del territorio e prevenire casi simili e' importante che si possa costituire presto un governo che torni ad occuparsi, cosa che non accade da molti anni, di diritti e contrasto all'omofobia».

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Ennesima aggressione omofoba a Roma a danno, questa volta, d’una coppia di 30enni gayIl pestaggio è avvenuto a Trastevere nelle ultime ore di venerdì 20 aprile.

Dopo aver trascorso la serata in un locale con un gruppo d’amici, Marco e il compagno si sono recati a prendere l’auto quando sono stati accercchiati da un gruppo di dieci uomini di giovane etàAgli insulti sono seguiti calci e pugni.

Riusciti a sottrasi fortunosamente al pestaggio, hanno contattato il 113 per poi portarsi al pronto soccorso, dove sono state riscontrate a entrambi diverse escorazioni e a uno dei due la perforazione del timpano.

Come riportato da Il Messaggero, la coppia ha dovuto sopportare anche in ospedale commenti e batture fuori luogo da parte di infermieri. 

«Quello che mi ha fatto più male - racconta Marco - è stato lo schiaffo che ho preso da parte di una societa in cui vivo. Leggo tantissimo di omofobia, ma qui non si tratta di omofobia ma di semplice educazione civica, una delle prime cose che mi è stata chiesta è il motivo dell'aggressione, se fossimo stati in atteggiamenti tipo “mano nella mano”».

Il duro j'accuse di Imma Battaglia

La prima a denunciare con durezza l’accaduto è stata Imma Battaglia sulla sua pagina Fb con un lungo post in cui si è rivolta a gran voce all sindaca Virginia Raggi.

«Che tristezza - si legge in esso, una città "capitale del degrado urbano", del razzismo e dell'omofobia, specchio di un paese alla deriva, senza regole, incapace di trovare accordi per il bene comune.

Questo è il risultato del crollo dei valori, degli ideali, di un populismo imperante dove si è convinti che, pur di governare si possa fare accordi con tutti; politici giovani e rampanti gonfi di presunzione e arroganza ma vuoti di ideologie; sì perché c'è una differenza tra destra e sinistra, fa populismo e socialismo, fra qualunquismo e bene comune; abbiamo lottato tanti anni perché non ci fosse più discriminazione, perché nessuno più potesse temere di amare liberamente il proprio compagno o la propria compagna e invece ci troviamo di nuovo a leccarci le ferite dell'omofobia, del bullismo; e come al solito il vile si muove in branco incapace di affrontare a testa alta i mostri interiori che lo affliggono, le proprie insicurezze, le fragilità aggredendo persone innocenti la cui unica colpa è la propria libertà di amare! haters reali, odiatori seriali, nichilisti, figli del vuoto nutriti dalla politica del nulla; a voi branco di omofobi, dico: noi non vi temiamo, non ci fate paura; noi non ci nascondiamo più e oggi più che mai è tempo di GAY PRIDE!

E dico alla sindaca Virginia Raggi​, prendi esempio dalla tua collega Chiara Appendino​ e batti un colpo contro l'omofobia, partecipa al #gapride a #Roma, condanna questo gesto e convoca subito associazione per un piano di azione contro l'omofobia!».

Secci: Sicuri che la sindaca Raggi e il presidente Zingaretti saranno al Roma Pride per dire no all'omotransfobia

Contattato da Gaynews, Sebastiano Secci, presidente del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli e portavoce del Roma Pride, ha condannato fermamente l'accaduto dichiarando: «Stiamo raccogliendo informazioni su questo ennesimo episodio, con lo scopo di offrire assistenza e supporto, come già avvenuto le scorse settimane e come avviene, purtroppo sempre più spesso, con quanti chiamano il nostro Circolo per segnalare episodi analoghi

È innegabile che a Roma, così come in altre città italiane,  siano sempre più frequenti episodi di omotransfobia che si inseriscono in un clima fascista che dilaga in tutto il Paese. È necessario che la classe politica prenda posizioni nette ed inequivoche sul tema individuando soluzioni legislative ma, soprattutto, adoperandosi perché, a partire dalle scuole, sia possibile attivare sempre più percorsi culturali di contrasto all’omotransofobia.

Anche per questo siamo sicuri che la sindaca Raggi e il presidente Zingaretti saranno in piazza con tutto il Roma Pride il 9 giugno perché la lotta contro l’omotransfobia è una lotta di civiltà per tutte e tutti».

Cirinnà: Serve un intervento delle istituzioni capitoline perché venga promossa la cultura della diversità

E in serata è intervenuta anche la senatrice Monica Cirinnà sulla sua pagina Facebook. «Ancora un'aggressione omofoba a Roma - ha scritto la madrina della legge sulle unioni civili -. Due persone non possono camminare tenendosi per mano che vengono selvaggiamente picchiate.

La legge sulle unioni civili ha portato un riconoscimento legale e sociale alle coppie dello stesso sesso eppure sopravvivono ancora pericolose manifestazioni di grave e violenta regressione culturale. Serve un intervento forte e inequivocabile della cittadinanza e delle massime istituzioni, anche quelle capitoline, perché sia assicurata la sicurezza e venga promossa la cultura della diversità».

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Arriva oggi in circa 150 sale italiane, grazie a Vision Distribution, il biopic The Happy Prince. Il ritratto di Oscar Wilde, scritto, girato e interpretato da Rupert Everett.

L’attore di Norwich, in realtà, più che recitare sembra reincarnare il profeta del decandentismo d’Oltremanica, di cui ripercorre gli ultimi anni di vita. Anni segnati dalla povertà, dal disprezzo della pubblica opinione, dalla malattia. Cui si contrappongono quelli segnati dal lusso, dalla fama letteraria, dagli innamoramenti travolgenti per giovani uomini. Tra essi, soprattutto, Lord Alfred Douglas, l’amato-odiato Bosie: la loro tormentata relazione, come noto, fu all’origine della lite giudiziaria col di lui padre, John Sholto Douglas, IX marchese di Queensberry. Lite che portò Wilde a due processi, il secondo dei quali da imputato e poi terminato con la condanna a due anni di carcere per sodomia.

Tema, questo, che è stato affrontato sotto diverse angolature, lunedì 10 marzo, nel corso d’un’affollata conferenza stampa presso la Casa del Cinema di Roma, dove è stato proiettato in anteprima nazionale il film. Presenti anche alcuni attivisti Lgbti a partire da Sebastiano Secci, presidente del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli.

In sala anche la senatrice Monica Cirinnà, che ha dichiarato: «The Happy Prince è un film che conquista e commuove. La vita di Wilde assume per ognuno un ruolo paradigmatico perché ricorda che, tra le alterne vicende della vita, solo l’amore vince e dà senso alla nostra esistenza.

Il dramma personale del processo e incarcerazione è inoltre di grande attualità con riferimento a quelle persone che ancora in tanti Paesi vengono perseguiti penalmente e, in alcuni casi, mandati a morte a causa del loro orientamento sessuale o identità di genere. O anche in quelli, in cui un clima di odio o di disprezzo verso le stesse persone Lgbti si traduce in atti di violenza verbale e fisica. Come purtoppo accade anche in Italia e come è dimostrato, in questi ultimi giorni, dai gravi pestaggi omofobi di Roma e Parma».

E, al riguardo (e non solo), Gaynews ha rivolto queste domande a Rupert Everett.

Secondo lei, quale messaggio lascia oggi Wilde alle persone Lgbti?

Un messaggio sempre attuale perché lo stesso movimento Lgbti inizia in realtà con lui. Credo che la sua storia possa dare l'opportunità, come è stato per me, di fare un confronto tra quello che accadeva allora alle persone omosessuali e quello che accade oggi.

Wilde è stato perseguitato, disprezzato, condannato per la sua omosessualità (anche se questo termine si affermò solo anni dopo la sua morte). Ancora oggi gli omosessuali vengono perseguitati in Russia, Giamaica, Cina e India. Né bisogna dimenticare quanto accade anche a casa nostra con l'Ukip in Gran Bretagna e l'avvento della Lega omofoba in Italia. L'omofobia è sempre più diffusa. Un esempio è la città di Genova, che non ha concesso il patrocinio al Pride. Sono molto preoccupato. C'è insomma una rinnovata fobia contro le persone Lgbti e, rispetto a queste cose, bisogna essere vigilanti e attivi.

Non posso, infine, dimenticare la mia esperienza personale. Lavorare nel mondo del cinema negli anni ’80 equivaleva a scendere a compromessi se eri gay. E ,prima o poi, finivi con lo scontrarti contro un muro. Forse oggi la situazione è cambiata: ma negli anni ‘80 e ‘90' del secolo scorso è stato così.

Per questo Oscar Wilde è stato una grandissima fonte di ispirazione. Vorrei ricordare che a Londra è stato illegale avere rapporti omosessuali fino al 1968. Quindi, nella mia situazione, ho ripercorso un po' le orme di Wilde.

Nel suo film ci sono vari richiami scritturali come, ad esempio, nelle scene della rievocazione della permanenza nel carcere di Reading (in cui c’è una sorta d’identificazione mistica tra Wilde e il Cristo schernito, maltratto, crocifisso) e della parte finale del racconto del Principe Felice (le parole: I discepoli dormono sono un chiaro riferimento alla narrazione lucana del Getsemani). Sono reminiscenze personali e quanto ha giocato il suo rapporto con la fede?

Io ho ricevuto una formazione cattolica e vorrei ricordare che Wilde è stato sempre attratto dal cattolicesimo.

Egli – e lo testimoniano ampiamente i suoi scritti – è stato soprattutto attratto dalla figura di Cristo. Oscar era un grande genio ma anche un grande essere umano. Una cosa che lo avvicina a Cristo. Nella pena, nel patimento, egli vedeva una discesa agli inferi che si sarebbe conclusa con una sorta di rinascita. Nella prigionia, appunto, egli ha visto un'opportunità di rinascita sull’esempio di Cristo.

Ecco perché credo che la Chiesa Cattolica abbia tanto da imparare da Wilde.

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Il 4 aprile del 2017 Novaja Gazeta, il quotidiano russo su cui scriveva Anna Politkovskaja, dava la notizia che le autorità cecene stavano sequestrando, torturando e uccidendo degli uomini sospettati di essere gay.

A un anno dall’articolo di Elena Milashina, che sollevò il velo su quegli orrori, All Out ha organizzato in varie città la manifestazione Global Speak Out for Chechnya, volta a commemorare le vittime e chiedere alle autorità russe di avviare un’indagine sui fatti ceceni.

Esse si terranno, domani 7 aprile, a Brasilia, Londra, Città del Messico, Monaco di Baviera, Berlino, Stoccolma, York, Roma. Nella capitale l’appuntamento è dalle 17:00 alle 18:30 in viale Castro Pretorio, altezza fermata della metro angolo via Gaeta (a pochi passi dall'Ambasciata della Federazione Russa).

La manifestazione romana è stata co-organizzata da All OutAssociazione Radicale Certi Diritti e Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli.

Sin da quando si apprese ciò che stava accadendo in Cecenia, All Out ha lavorato con il Russian Lgbt Network – la più grande associazione Lgbt russa – e, limitatamente all’Italia, con associazioni, come Certi Diritti e il Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli, per rispondere alla crisi.

All Out è riuscita così a raccogliere abbastanza fondi da permettere a decine di persone d’uscire dalla Cecenia. Senza dimenticare che lo scorso anno Yuri Guaiana, Senior Campaigns Manager ad All Out e attualmente presidente dell’Associazione Radicale Certi Diritti, è stato arrestato a Mosca mentre tentava di consegnare 2 milioni di firme per chiedere alle autorità russe di aprire un’inchiesta.

E proprio Yuri Guaiana ha spiegato a Gaynews il significato della manifestazione e la scelta della data del 7 aprile sulla scia dei ricordi della drammatica esperienza dell’arresto: «Il 7 aprile di un anno fa il dipartimento di Stato americano ha confermato quanto Novaya Gazeta aveva rivelato al mondo pochi giorni prima: decine di uomini venivano rapiti, torturati e, in alcuni casi, uccisi in Cecenia solo perché sospettati di essere gay. Con All Out abbiamo raccolto sufficienti fondi da evacuare decine di persone e oltre due milioni di firme per chiedere alle autorità russe di fare giustizia.

La risposta è stata quella di arrestare me e altri quattro attivisti russi mentre stavamo cercando di consegnare le firme a Mosca. A un anno di distanza giustizia non è ancora stata fatta, nonostante le autorità russe abbiano tutte le informazioni necessaire e anche una denuncia formale di un sopravvissuto, Maxim Lapunov. Il loro obiettivo è chiaro: vogliono che il mondo si dimentichi di questa vicenda. Ma noi non ci stiamo.

Con le manifestazioni di domani a Roma e in altre città del mondo, vogliamo mandare un chiaro messaggio: non rimarremo in silenzio finché un’inchiesta imparziale sugli abusi perpetrati in Cecenia non sarà conclusa e i responsabili assicurati alla giustizia».

Dichiarazioni, cui si riallacciano quelle ufficiali di Leonardo Monaco, segretario dell’Associazione Radicale Certi Diritti. «È trascorso già un anno - così ha affermato - da quando il giornale russo d'opposizione Novaja Gazeta ha portato a conoscenza dell'opinione pubblica internazionale la realtà del pogrom antigay ceceno.

Domani manifesteremo davanti alla diplomazia russa e, idealmente, davanti a tutte le istituzioni e i leader mondiali per chiedere verità e giustizia per l'ennesima violazione dei diritti umani del popolo ceceno che ancora pochi sembrano voler vedere».

E Sebastiano Secci, presidente del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli, ha a sua volta detto: «A un anno dalle prime notizie degli orrori perpetrati in Cecenia contro centinaia di omosessuali, senza mai un chiarimento da parte delle autorità, manifestiamo di nuovo e con maggior vigore accanto alla comunità Lgbt+ russa. Riteniamo, infatti, sia nostro dovere continuare a denunciare alla comunità internazionale questa inaccettabile situazione, ribadendo la necessità che anche il nostro Paese si muova diplomaticamente per la richiesta di informazioni alle autorità russe».

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Il rinvio a giudizio di Silvana De Mari, disposto il 21 marzo dal gup del Tribunale di Torino Alfredo Toppino, ha suscitato prevedibili polemiche.

A partire dalla diretta interessata che, imputata del reato di diffamazione continuata e aggravata contro il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, ha continuato a difendere sulle colonne de La Verità la giustezza delle dichiarazioni rilasciate il 13 gennaio 2017: «I pedofili si chiamano ‘map’, persone attratte da minori. Il circolo Lgbt di Roma è intitolato a Mario Mieli, cantore di pedofilia, necrofilia e coprofagia. Posso assumere che tutti gli iscritti provino simpatia per queste pratiche? O che almeno non ne provino nausea? Posso? E così tutto diventa lecito in quanto non è patologico, non è una malattia. Capite che cosa sta accadendo oggi nell’indifferenza quasi generale?».

Il 23 marzo a scendere in difesa dell’endoscopista e scrittrice di romanzi fantasy è stato l’ex senatore Carlo Giovanardi che ha affermato: «Il rinvio a giudizio a Torino della dott.ssa Silvana De Mari costituisce un gravissimo attacco alla libertà di pensiero garantita dalla nostra Costituzione.

La De Mari, querelata per diffamazione dal circolo omosessuale Mario Mieli dovrà rispondere di una opinione esattamente coincidente con quella espressa dai senatori Giovanardi, Gasparri, Malan e Formigoni che, nell'atto di sindacato ispettivo n. 2-00295, pubblicato negli atti della seduta 549 del 5 agosto 2015 del Senato della Repubblica, scrivevano: A giudizio degli interpellanti, la pedofilia e la pederastia sono dunque parte essenziale del pensiero di Mario Mieli, all'interno di un quadro dove, così come l'omosessualità e gli altri comportamenti, non costituiscono condotte da tollerare o da comprendere, ma un aspetto indispensabile all'emancipazione dell'individuo e della società; se si tolgono questi assunti dall'opera del 'filosofo' scomparso non resta quasi nulla.

Ricordo che nel Capitolo 1,8 del libro di Mario Mieli Elementi di critica omosessuale l'autore scriveva: Noi, sì, possiamo amare i bambini, Possiamo desiderarli eroticamente rispondendo alla loro voglia di Eros, possiamo accogliere a viso e a braccia aperte la sensualità inebriante che profondono, possiamo fare l'amore con loro. Per questo la pederastia è tanto duramente condannata: essa rivolge messaggi amorosi al bambino che la società invece, tramite la famiglia, traumatizza, educastra, nega calando sul suo erotismo la griglia edipica… la pederastia invece è una freccia di libidine scagliata verso il feto». L’esponente di IDeA - Popolo e Libertà ha quindi aggiunto: «È evidente che ormai suona forte l'allarme democratico se chi ha criticato un circolo che ha scelto di intitolarsi questo personaggio si trova addirittura messo sotto processo».

Circa i rilievi giovanardiani l'avvocato Michele Potè di Rete Lenford ha osservato: «La libertà di manifestazione del pensiero è un diritto costituzionale che dev’essere contemperato con altri beni giuridici quali l’onore e la reputazione. 30 anni di giurisprudenza di legittimità hanno stabilito dei limiti che non possono essere travalicati. Tra questi il rispetto della verità e la continenza espositiva.

Ora accostare il pensiero di Mario Mieli – che va fra l’altro contestualizzato nel periodo storico in cui visse – a quello degli attuali soci e socie della storica associazione romana, per dedurne un sostegno alla pedofilia o alla coprofagia, costituisce un travalicamento dei limiti della verità e della continenza. Se in Italia vigessero, come in altri Paesi, norme contro l’hate speech l’imputazione a carico della dottoressa De Mari sarebbe più ben grave».

Raggiunto telefonicamente, il presidente del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli Sebastiano Secci ha così commentato le dichiarazioni di Giovanardi: «Sono ormai 35 anni che le socie e i soci del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli lottano per la tutela dei diritti riconosciuti dalla Costituzione, fra i quali anche la libertà di pensiero, spesso scendendo in piazza per combatterne le violazioni ma, tranquillizziamo l’ex senatore Giovanardi, non è questo il caso.

Il discorso sul pensiero di Mario Mieli è affascinante quanto complesso e, pertanto, forse non sempre immediatamente compreso da tutti. Ciò che è immediato comprendere, tuttavia, è che stralciare pezzi di un testo, qualsiasi esso sia, ignorandone spazio, tempo e, più in generale, contesto di stesura, equivale a travisarne coscientemente il senso.

Ad ogni modo, fra “criticare” i fondatori del Circolo per la scelta di intitolare l’associazione a Mario Mieli - scelta che, a scanso di equivoci, tutte e tutti noi soci rivendichiamo con orgoglio - e accusarci di simpatizzare con pedofilia e necrofilia c’è differenza e, secondo la Procura di Torino, questa differenza è penalmente rilevante. Noi non intendiamo più soprassedere, agiremo contro chiunque continui ad infangare la nostra storia».

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Si terrà domani a Torino l’udienza preliminare del processo a carico di Silvana De Mari imputata del reato di diffamazione continuata e aggravata contro il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, le cui parti sono affidate  all’avvocato Michele Potè di Rete Lenford. 

Nel corso di un’intervista rilasciata il 13 gennaio 2017 al quotidiano adinolfiano La Croce l’endoscopista, psicoterapeuta e scrittrice di romanzi fantasy aveva infatti dichiarato: «I pedofili si chiamano ‘map’, persone attratte da minori. Il circolo Lgbt di Roma è intitolato a Mario Mieli, cantore di pedofilia, necrofilia e coprofagia. Posso assumere che tutti gli iscritti provino simpatia per queste pratiche? O che almeno non ne provino nausea? Posso? E così tutto diventa lecito in quanto non è patologico, non è una malattia. Capite che cosa sta accadendo oggi nell’indifferenza quasi generale?». 

A poche ore dalla decisione del gup Alfredo Toppino - che dovrà disporre il rinvio a giudizio o, in caso contrario, emettere sentenza di non luogo a procedere - così s’è espresso a Gaynews Sebastiano Secci, presidente del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli: «Decontestualizzare le parole di Mario Mieli e accusarlo di pedofilia, tacciando di tale accusa tutte le socie e i soci dell’associazione LGBT+ a lui intitolata non è, purtroppo, un fatto nuovo. Se a farlo è un’iscritta all’Ordine dei Medici rende tutto più grave e serio.

Questo è uno dei motivi che ci ha spinto a chiedere alla magistratura di intervenire, per difendere la comunità  LGBT+ italiana e i nostri 35 anni di storia associativa».

Non bisogna dimenticare come le affermazioni contro la storica associazione romana siano strettamente correlate a quelle cui, prima sui social e poi nel corso d’una puntata de La Zanzara, Silvana De Mari s’era lasciata precedentemente andare in tema d’omosessualità: dalla medicalizzazione ai danni per la «condizione anorettale», dall’innaturalità alla contiguità col satanismo. Senza dimenticare l’esistenza d’un «diritto all’omofobia».

Ciò aveva spinto il Coordinamento Torino Pride ad avviare, il 19 gennaio 2017, un’azione legale contro la medica d’origine casertana (ma da anni vivente nel capoluogo sabaudo). La cui richiesta d’archiviazione da parte del pm Enrico Arnaldi Di Balme è stata respinta il 7 dicembre scorso dalla giudice per le indagini preliminari Paola Boemio. L'udienza preliminare, in questo caso, è fissata al prossimo 18 luglio.

La notizia dell’udienza preliminare di domani è stata così commentata da Alessandro Battaglia, coordinatore del Coordinamento Torino Pride: «Il Coordinamento Torino Pride non può che essere al fianco del Circolo Mario Mieli in questa vicenda che ci ha visto tutti e tutte vittime delle esternazioni di Silvana De Mari.

Non siamo mai stati giustizialisti e forcaioli a tutti i costi ma la misura è abbondantemente colma e, se esiste un modo di tutelare l'onore e la dignità di milioni di persone in questo Paese, noi lo perseguiremo sempre. Valuteremo, se le condizioni lo prevederanno, la possibilità di costituirci al fianco del Circolo Mario Mieli».

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È ancora polemica al liceo scientifico Leonardo da Vinci di Milano sui temi Lgbti, davanti al cui ingresso è stato oggi affisso un manifesto in forma decalogica sulla correlazione tra orientamento sessuale e incidenza di infezioni sessualmente trasmissibili. Con prevedibile indignazione di studenti, genitori e docenti che hanno informato dell’accaduto il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli di Roma.

Il manifesto, che condensa in dieci punti i peggiori stereotipi sui comportamenti sessuali dei gay fornendone così l’immagine di nuovi untori– ma si vede che proprio a Milano la lezione manzoniana non sembra aver fatto scuola –, reca il titolo Gay: c’è poco da essere Pride... Come infettare il mondo con un mare di malattie legate ai comportamenti omosessuali.

immagine liceo da vinci milano

Ma facciamo un passo indietro.

I diritti delle persone gay, lesbiche, bisessuali, transgender e intersex, il valore del coming out e la prevenzione delle Ist sono state al centro, il 30 gennaio,  dell’assemblea d’istituto organizzata dagli studenti con l’approvazione della dirigente Luisa Amantia.

Ma alla vigilia dell’incontro 11 docenti (dei complessivi 72 del liceo di Via Respighi) hanno indirizzato una mail di protesta. «Il Collegio docenti - così si leggeva in essa –  ha saputo di questa iniziativa studentesca, del tema e dei relatori soltanto sabato, con la circolare pubblicata sul sito della scuola. Che gli insegnanti cui affidate i vostri figli in un patto di fiducia per la loro crescita integrale non sappiano chi siano gli adulti che parleranno loro di temi così sensibili, è francamente grave (…) e che la mattinata sia stata pensata in modo granitico, senza contraddittorio, senza la presenza di qualche voce autorevole che problematizzi le narrazioni di esperienze personali, ci pare operazione pericolosa e semplificativa». 

A dispetto di ciò, l’assemblea si è svolta in un clima sereno anche se tanti studenti hanno preferito restare in classe. Perché, come scritto dalla dirigente scolastica Amantia, «gli studenti hanno il diritto e dovere, ma non l’obbligo, di partecipare all’assemblea. Ci si può astenere, come per il voto».

D’altra parte, come rilevato dal vicepreside Guglielmo Pagani, è lo stesso Miur «a prevedere che l’assemblea sia gestita dagli studenti senza che la dirigente o gli organismi possano influire sulle loro scelte». Ma l’istituto di Via Respighi non è nuovo a certi episodi visto che nel 2015 sul dazebao studentesco La Bohème comparve un botta e risposta tra alcuni studenti e una docente (tra gli undici firmatari della mail di lunedì sera) che definiva «innaturali» le relazioni omosessuali.

Poi l’episodio odierno su cui così s’è espresso Sebastiano Secci, presidente del Mieli, in un comunicato ufficiale:  “Non possiamo non notare – dichiara il presidente del Circolo Mario Mieli, Sebastiano Secci - come questo orribile episodio si inserisca in un clima politico che sta pericolosamente virando verso odiose posizioni di divisione, intolleranza e chiusura, con l’emersione di spinte fasciste e reazionarie che preoccupano tutte e tutti noi. Dipingere la comunità LGBT+ come un gruppo di ‘untori’ vuole proprio aumentare la diffidenza e il discredito nei nostri confronti agli occhi della collettività”.

“Noi non ci stiamo – continua Secci - Il nostro movimento lavora da decenni per diffondere una cultura della sessualità libera e responsabile, lavorando con dedizione per informare tutti i cittadini sulle infezioni sessualmente trasmissibili che, spiace doverlo ricordare nel 2018, a differenza degli omofobi, non discriminano in base all'orientamento sessuale. La presenza di queste sfide educative e culturali devono spingerci a fare di più e fare meglio, premendo l'acceleratore sull'educazione sessuale e affettiva nelle scuole di ogni ordine e grado, strumento decisivo per formare adeguatamente i giovani a vivere con libertà e responsabilità la propria vita sessuale e per seppellire definitivamente i ruderi di una cultura della vergogna e della repressione sessuale malsana e anacronistica”.

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Presentato con grande enfasi il 2 febbraio da Matteo Renzi a Bologna, il programma elettorale del Pd nella cosiddetta versione malloppo (a fronte del completo silenzio di quella più sintetica e dello schema in 100 punti) dedica appena due punti del paragrafo Per una cultura dei diritti e delle pari opportunità al tema dei diritti Lgbti. A suscitare soprattutto malcontento tra le file dell’associazionismo rainbow – a partire dalla forte dichiarazioni di Sebastiano Secci, presidente del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli – il mancato riferimento al matrimonio egualitario, la cui responsabilità è da attribuire alla segreteria di partito come chiarito da L’Espresso.

Per saperne di più, Gaynews ha raggiunto la deputata Silvia Fregolent che, quale responsabile del dipartimento Pari Opportunità del Pd, ha avuto un ruolo principale nello stendere le linee guida alla stesura finale del menzionato paragrafo del programma.

Onorevole Fregolent, grandi aspettative da parte della collettività Lgbti per poi prendere atto che il programma riduce tutta la questione dei diritti alla lotta all’omofobia e alla riforma delle adozioni. Ma che, soprattutto, non si parla affatto di matrimonio egualitario...

Il nostro Paese approderà indubbiamente al matrimonio egualitario. Ma abbiamo appena approvato le unioni civili. Facciamo perciò funzionare le unioni civili, che sono state fortemente volute, come ben si sa, e realizzate dal Partito Democratico. Se avessimo dovuto dar retta a quanti dicevano e dicono: O tutto o niente, non avremmo avuto niente. Siamo riusciti ad avere le unioni civili grazie a un atto straordinario come l’aver posto la questione di fiducia. Cosa che non era mai successa coi precedenti governi di centrosinistra. Figuriamoci quindi con un governo di larghe intese come è stato quello della XVII legislatura. Noi dunque abbiamo ottenuto questo risultato.

Dobbiamo perciò far funzionare le unioni civili. Sappiamo benissimo che proprio per aver messo la fiducia, abbiamo dovuto lasciare un pezzo importante. Quello, cioè, del riconoscimento della genitorialità. Andare perciò oltre le unioni civili, quando esse devono essere ancora completate, non è serio. Visto che noi vogliamo essere seri e promettere cose che possiamo fare, pensiamo di poter realizzare il completamento delle unioni civili. Dire dunque oggi matrimonio egualitario vuol dire paroloni. Vuol dire lanciare uno slogan sapendo da subito che non potrà essere realizzato. Facendo in modo che la legge sulle unioni civili funzioni, si arriverà al matrimonio egualitario.

Eppure il gruppo d’area orlandiana Dems Arcobaleno aveva preparato un documento molto articolato e ampio sui diritti delle persone Lgbti, tra i quali ampio spazio era proprio dato al matrimonio egulitario. Insomma, che cos’è successo?

Nel parlare di completamento delle unioni civili, del riconoscimento della genitorialità e della lotta alll’omofobia abbiamo preso spunto proprio da quel documento. Ovviamente non solo da quello. Abbiamo tenuto in conto anche gli altri testi pervenuti. L’area orlandiana mi ha fatto gentilemente pervenire quel documento che ho letto con interesse e apprezzato. Ma, come dicevo, anche altre correnti l'hanno fatto. Per cui ho dovuto fare una sintesi da far confluire nel programma finale. In seguito anche a un confronto col segretario Renzi, con Maria Elena Boschi e Tommaso Nannicini, incaricato di stilare il programma, è venuto fuori quel testo con la mancata menzione, però, del matrimonio egualitario. E, questo, per i motivi accennati.

Nel punto relativo alla lotta all'omofobia l’essere transessuale è stato presentato come una peculiarità dell’orientamento sessuale. Uno scivolone notevole, cui si è poi riparato nella tarda serata del 2 febbraio grazie a un intervento dell’onorevole Alessandro Zan. È vero?

Sì, è vero. Credo che quell’errore fosse dovuto al fatto che troppe persone ci hanno messo mano.  Quando Alessandro Zan mi ha fatto notare che il punto così formulato era erroneo, ho chiesto che venisse apportata la modifica (come infatti è avvenuto): «la peculiarità dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere della vittima, ovvero l’essere omosessuale oppure l’essere transessuale».

In tema di contrasto all'omotransfobia resterete ancora ancorati al testo del ddl Scalfarotto, tanto criticato dalla collettività Lgbti?

Noi partiremo sicuramente dal ddl Scalfarotto. Vorrei ricordare che in Aula si dovettero apportare delle modifiche, essendoci all’epoca un governo di larghe intese. Lo stesso Scalfarotto, mio amico, fu costretto a delle mediazioni anche per suggerimento dell’allora capogruppo Roberto Speranza.

So benissimo la sofferenza che Ivan ha provato non soltanto nell’accettare tali mediazioni (nel tentativo di portare la legge a casa) ma anche nell’essere attaccato dalla comunità Lgbti, che ha sempre difeso. Noi partiremo dunque dal progetto originale e vedremo cosa riusciremo a fare.

Passando ora al rapporto con la collettività Lgbti, lei ha incontrato i vertici di ArciLesbica nazionale il 25 gennaio. Eppure nessuna esponente di essa partecipò al primo tavolo con tutte le associazioni, che lei ha presieduto il 9 novembre scorso. Come mai?

A quel tavolo non c’era ArciLesbica, perché ci fecero sapere d’essere in fase congressuale. Appena eletta, la neopresidente Gramolini mi ha scritto una lettera per chiedermi un incontro. Incontro comunque avvenuto a programma Pd concluso, anche se ArciLesbica aveva precedentemente mandato, al pari di altre associazioni, delle sottolineature che non sono state accolte. Come responsabile del dipartimento Pari Opportunità, ritengo doveroso incontrare tutti sia in un tavolo comune sia separaramente. Più d’una volta, d'altra parte, ho incontrato Arcigay - avendomene fatto richiesta - anche dopo il tavolo del 9 novembre.

Onorevole, come si è svolto l’incontro con Gramolini e Vannucci di ArciLesbica, cui era presente anche la depuatata dem Fabrizia Giuliani, non più ricandidata alle prossime elezioni?

Si è trattato d'un incontro molto tranquillo. Mi hanno fatto vedere la petizione ai Segretari di partito contro la gpa – personalmente non amo l’espressione “utero in affitto" – e presentato le istanze di una parte del mondo femminista, molto attento a quest’argomento. Io ne ho preso atto e ho letto con attenzione il testo della petizione come faccio con tutti i documenti che mi vengono consegnati. Al riguardo, come responsabile del dipartimento, non ho espresso valutazioni di sorta.

Ma il parere personale di Silvia Fregolent qual è in tema di legge 40 e gpa?

Personalmente ritengo che sulla legge 40 sia necessario condurre un serio dibattito, essendo intevenute più volte al riguardo la magistratura e la Corte Costituzionale. Quella legge è ormai ridotta a un taglia e cuci. A un puzzle.

Sarebbe perciò opportuno rivisitarla per il bene delle cittadine e dei cittadini. Lo sappiamo benissimo che vietare certe pratiche, poi consentite all’estero, è un’ipocrisia. Si tratta ovviamente di un tema molto delicato. Innanzitutto sarebbe opportuno che il dibattito parta da un dato inoppugnabile: le persone ricorrenti alla gpa sono soprattutto eterosessuali. Il fatto che la comunità Lgbti si lasci attirare dalle polemiche di chi avversa la pratica fa passare nell’opinione pubblica l’idea che siano le coppie di persone omosessuali a farvi principalmente ricorso.

Ecco perché è necessario un dibattito pubblico e approfondito che tocchi l’aspetto dell’assoluta inaccettabilità della gpa in quei Paesi, terzo e quartomondiali, dove non è affatto libera e c’è un totale sfruttamento della donna gestante. Bisognerebbe poi studiare meglio il fenomeno in quei Paesi dov’è consentita per legge. Ritengo che non abbia fatto un buon servizio alla causa Niki Vendola sventolando il proprio splendido figlio quale spot alla gpa. Una tale decisione ha allontanato, a mio parere, ancora di più la possibilità di trovare una soluzione.

Dibattito serio e aperto sulla gpa. Eppure, talune femministe considerano il solo parlarne o scriverne una violazione del comma 6 dell’art. 12 della legge 40. Che cosa ne pensa?

Anche se ho votato sì all’ultimo referendum di riforma costituzionale, ritenendo che la Carta vada migliorata, sono molto attaccata a essa. In particolare, sono attaccata all’art. 21 che tutela la libertà d’espressione. Io difendo ovviamente la libertà di ArciLesbica e di alcune femministe di esprimere la propria opinione contraria alla gpa come difendo quella favorevole di altre associazioni o persone.

Ritengo, dunque, che bisogna approfondire l’argomento e parlarne liberamente anche con chi la pensa in maniera diametralmente opposta. Ho visto col tempo, ad esempio, che persone, assolutamente contrarie alle unioni civili, si sono poi aperte a seguito di confronti.  Tutto ciò è frutto di mediazione. Quella di cui hanno saputo dare splendida prova, ad esempio, Alessandro Zan, Monica Cirinnà e  Sergio Lo Giudice proprio durante il dibattito parlamentare sulle unioni civili.

Insomma, sulla legge 40 sarebbe necessario partire dalla riscrittura che ne ha fatto la Corte e valutare dei cambiamenti. Fare insomma un "tagliando", perché si tratta di una legge datata. Gli slogan duri non portano a nulla. Gli estremismi, infatti, non vanno mai bene: è necessario sempre mettersi nei panni altrui. Non mi sono affatto piaciute certe prese di posizione con la minaccia di non votare chi è favorevole alla gpa. Il parlamentare ha infatti il dovere di rappresentare tutti. Quando non siamo d’accordo, bisogna cercare di capire e trovare una soluzione. Non siamo una curva sud. Noi siamo chiamati al compito di legislatori e dobbiamo dunque agire per il bene di tutte e tutti.

Onorevole, lei è stata ricandidata. I diritti civili saranno al centro della sua campagna elettorale?

Sono candidata alla Camera nel collegio plurinominale Piemonte 01, dove è capolista Pietro Carlo Padoan.

È ovvio che i diritti civili delle persone Lgbti (e non) saranno al centro della mia campagna elettorale in piena adesione al programma del Pd che tocca un tale ambito  a 360 gradi. In tale battaglia andrò avanti in sintonia con le idee degli amici di sempre - da Monica Cirinnà a Sergio Lo Giudice, da Alessandro Zan a Ivan Scalfarotto - e confrontandomi con tutte le associazioni che lo vorranno.

Non ho paura del confronto come non ho paura di chi va minacciando di voler abolire le unioni civili in nome della tutela della “famiglia tradizionale”. Al riguardo voglio dire che, nelle vesti di pubblico ufficiale, ho celebrato due matrimoni e un’unione civile. Ora non ho mai provato un’emozione così forte come nel celebrare l’unione civile di Franco e Davide. Questi miei amici stanno insieme da 20 anni e non conosco nessuna famiglia così tradizionale come la loro.

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