Termina oggi per Sodoma il primo tour italiano di presentazione, che ha visto fra l’altro l’autore, Frédéric Martel, parlarne due volte a Roma (presso la Feltrinelli di Galleria Alberto Sordi e la sede del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli).

E, mentre è di ieri la notizia che Papa Francesco avrebbe letto e apprezzato il libro-inchiesta su Vaticano e omosessualità, non del tutto sopita appare la polemica sollevata dallo stesso sociologo francese. Motivo? Una presunta censura da parte del Salone internazionale del Libro di Torino (9-13 maggio) che non ha concesso alcuno spazio a Sodoma, pur essendo oramai un bertseller in oltre 15 Paesi.

 

Per saperne di più abbiamo raggiunto Martel mentre è in procinto di partire per New York.

Frédéric, il 6 maggio lei ha lanciato alcuni tweet, tacciando di atteggiamenti censori il Salone del Libro. Può spiegare cosa è successo?

Sodoma è un libro che parla fondamentalmente di gay in Vaticano. È un libro profondamente pro-gay e ostile all'ipocrisia della Chiesa sulla moralità sessuale. A differenza di tanti cardinali e vescovi, che vivono in coppia, hanno amanti, escort o praticano il chem-sex! Ma è un libro serio, ponderato, non polemico e molto favorevole a papa Francesco.

Da tempo i miei editori avevano previsto che io partecipassi a Torino e ne avevano parlato allo staff. Ho anche bloccato la mia settimana per essere in Italia: il che spiega perché sia stato a Roma e Firenze in questi giorni. Non avendo ricevuto un invito, ma avendo già acquistato il mio biglietto aereo e prenotato la mia settimana per l'Italia (reduce da un importante tour in America Latina mentre sarò lunedì a New York), ho chiesto a diverse persone di avere qualche risposta dal Salone. Il suo direttore, Nicola Lagioia, è stato informato. Sembra che alla fine non fossi il benvenuto, essendo il mio libro troppo "complicato" da difendere.

Non credo che ci sia stata una censura diretta del Vaticano, ma piuttosto un'autocensura degli organizzatori per non danneggiare il Vaticano. Inoltre, a differenza di tutti gli scrittori francesi che hanno avuto un ampio successo librario parlando dell’Italia, non sono stato invitato da Nicola Lagioia a Rai Radio3. Lagioia ha un problema con l'omosessualità? Un fascista omofobico come Francesco Polacchi è stato invitato al Salone di Torino, ma un autore pro-gay che dice la verità sull'Italia e sul Vaticano, no! Questa è chiaramente una censura.

Come giudica il silenzio italiano intorno a Sodoma rispetto al successo in altri Paesi?

Bisogna considerare il tutto alla luce dei numeri. Di Sodoma sono state già vendute 300.000 copie, come riportato in un articolo pubblicato l’8 maggio su L'Obs. Sono invitato alle più grandi rassegne mondiali e il mio libro, già pubblicato in 8 lingue, viene tradotto in una dozzina di altre per un totale di 20. Sodoma è attualmente sulla prima pagina di molte testate in America Latina, Polonia, Portogallo, Usa e sono oltre 1000 gli articoli comparsi in tutto il mondo al riguardi. Il libro è un bestseller in 15 paesi, tra cui Cile, Colombia, Polonia, Portogallo, Australia, Canada. È stato il numero 1 delle vendite in Francia per 8 settimane, dove sono state vendute 100.000 copie: numero mai raggiunto da un libro sulla religione. Ma in Italia sono boicottato da alcuni giornali e da alcuni festival. Si ignora il libro anche se si parla ampiamente dell'Italia! 

Senza aver visionato Sodoma, ad esempio, Matteo Matzuzzi, l’ha attaccato violentemente su Il Foglio ancor prima della sua pubblicazione: tutte le frasi del suo articolo erano false o diffamatorie perché nessuna rifletteva quello che c'era nel libro, di cui ovviamente non aveva letto una sola pagina! 

Il colmo del ridicolo e Matzuzzi era completamente screditato. Ma in Italia è possibile. Mai un giornalista potrebbe farlo in Francia su un giornale serio. "Sodoma – mi ha detto un giornalista in America Latina – è il libro più discusso sul Vaticano nel decennio, più dei libri del Papa". Sono sorpreso delle censure e dai boicottaggi che ho sofferto in Italia! Si tratta di un atteggiamento per nulla pluralista né tanto meno democratico. Ma, soprattutto, serve alla Chiesa per continuare a perpetuare le sue menzogne. Il mio libro ha un requisito di verità che soddisfa il requisito della verità di Papa Francesco.

Cosa pensa dei vaticanisti italiani?

In Francia i vaticanisti non esistono. Non sarebbe mai tollerato che un giornalista si accontenti di riprodurre gli "elementi del linguaggio" del Vaticano senza la necessaria distanza e di essere agli ordini della Santa Sede più che al servizio dei suoi lettori! Ma è quello che succede su Il Corriere della Sera come su La Stampa, Il Foglio o in Rai. Ci sono due tipi di giornalisti che non hanno capito il mio libro e il dibattito globale che suscita: quelli che sono completamente estranei al mondo gay e, quindi, appaiono confusi o increduli di fronte alla realtà che descrivo; coloro che, come i vaticanisti, la conoscono troppo bene, conoscono la verità di Sodoma ma preferiscono, per vari motivi, mantenerla segreta. Per molti di loro si tratta di cose da dire ma non da scrivere! Ebbene, io le ho scritte.

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Con la cerimonia di premiazione si conclude oggi la 34° edizione del Lovers Film Festival – Torino  Lgbtqi Visions che, integrato nel Museo Nazionale del Cinema di Torino, è stato diretto (per l’ultima volta) da Irene Dionisio con la consulenza artistica di Giovanni Minerba, fondatore con Ottavio Mai della storica rassegna.

Notificati i nomi dei film vincitori secondo le rispettive sezioni. Ad aggiudicarsi il "Premio Ottavio Mai" nella sezione Lungometraggi All the Lovers il fim Carmen y Lola di Arantxa Echevarria con una menzione speciale a Sauvage di Camille Vidal-Naquet.

Nel motivarne la scelta i giurati Iaia Forte, Laura Bispuri e Neri Marcorè hanno rilevato: «In un equilibrio narrativo che concilia realismo, toni drammatici e leggerezza - in una comunità patriarcale con regole a cui è difficile sottrarsi - emerge la forza di un amore che si impone nonostante tutto e senza calcoli, una scelta di libertà che passa attraverso la scoperta e la rivendicazione della propria identità.

Ogni personaggio è ben delineato ed è rimarchevole la capacità della regia di armonizzare la tensione del racconto con il talento interpretativo delle protagoniste e di tutto il cast».

È invece risultato vincitore del concorso internazionale Documentari Real Lovers, secondo i giurati Bartholomew Sammut, Hamilton Santià e Luca Paladini, Normal di Adele Tulli. Menzione speciale, invece, ad En Armé Av Älskande di Ingrid Ryberg.

Per Carolyn Christov-Bakargiev, Leonardo Caffo e Luca Pacilio, giurati della sezione iconoclasta Irregular Lovers, la miglior pellicola è Capital Retour di Léo Bizeul. La giuria ha scelto inoltre di attribuire una menzione speciale pari merito a Mudar de vida/ Libera vita di Tonino De Bernardi e a Did you know di Lynn Kim.

La giuria speciale Centre d’Art Contemporain Genève, formata da Andrea Bellini e Andrea Lissoni, ha invece assegnato il premio a Capital Retour di Léo Bizeul con menzione specaile a Mudar de vida/ Libera vita di Tonino De Bernardi

Giulia Allasia, Ottavia Isaia, Gaia Lorenzon, Alice Malaspina, Elena Rossi, giovani giurati del concorso Cortometraggi Future Lovers sotto il coordinamento di Andrea Panero Geymet per Sicurezza e Lavoro, hanno invece scelto Chechnya di Jordan Goldnadel. 

Il Premio del Pubblico - che conta sulla collaborazione di My Movies – è andato ad A Dog Barking at the Moon di Lisa Zi Xiang, mentre, infine, la giuria Young Lovers ha assegnatoil premio a Kanarie (Canary) di Christiaan Olwagen. 

Stasera, invece, nessun annuncio di chi succederà a Irene Dionisio alla direzione del Lovers, la cui individuazione spetta al comitato di gestione del Museo. 

«Confidavamo di poter annunciare - così Sergio Toffetti, presidente del Museo Nazionale del Cinema - il nome del nuovo direttore durante la cerimonia di chiusura di Lovers ma, proprio per l’importanza di questo passaggio per il museo e per il ruolo che il festival ha a livello internazionale, il comitato di gestione ha ritenuto di voler valutare approfonditamente i profili e i progetti dei candidati, rimandando la decisione al prossimo comitato di gestione. Sono sicuro che il museo individuerà il profilo migliore che saprà consolidare ulteriormente il ruolo di eccellenza della rassegna».

Tra i nominativi di chi aveva inviato la propria candidatura una Commissione di selezione (composta da Giaime Alonge, Alessandro Battaglia, Ricke Merighi, Roberto Piana e Bruna Ponti) ne aveva scelto, in prima battuta, quattro: Angelo Acerbi, Fabio Bo, Pier Maria Bocchi e Vladimir Luxuria.

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Alle 16:30 di oggi Franco Grillini, ex parlamentare e direttore di Gaynews.it, riceverà a Torino il Premio Milk, che il Lovers Film Festival assegna a personalità distintesi nella lotta per i diritti. 

La cerimonia di consegna avverrà nella Sala Rondolino presso il Cinema Massimo e sarà seguito dalla proiezione in anteprima speciale di State of Pride (Usa 2019, 70') di Robert Epstein e Jeffrey Friedman.

Un riconoscimento che il direttore del nostro quotidiano, da lui avviato nel 1998, ha dichiarato, in un videomessaggio, di voler dedicare all’intera collettività Lgbti, rivolgendo altresì un grato pensiero a Giovanni Minerba, presidente e cofondatore con Ottavio Mai della storica rassegna cinematografica.

Ne approfittiamo per ripercorrere le principali tappe della lunga esperienza politica e attivistica di Franco Grillini.

Nato a Pianoro (Bo) il 14 marzo del 1955, è impegnato politicamente già all’età di 16 anni. Protagonista del movimento studentesco bolognese negli anni ’70 del secolo scorso, arriva infatti a ricoprire e l’incarico di responsabile nazionale studenti medi del PdUP, partito di cui è stato anche segretario organizzativo per la federazione di Bologna fino al 1984. 

Laureato in pedagogia nel 1979, consegue successivamente i titoli di psicologo e giornalista pubblicista. Nel 1990 è eletto in Consiglio Provinciale a Bologna, per esservi poi riconfermato nel ’95 e nel ’99. 

Iniziata la sua militanza per i diritti civili nel 1982 con l’inaugurazione della sede dell’allora Circolo di cultura omosessuale 28 giugno presso il Cassero di Porta Saragozza, nel 1985 fonda, insieme ad altri, Arcigay Nazionale (di cui è l’ideatore), diventandone prima segretario e poi presidente, nel dicembre '87, al congresso di Rimini.

Nel 1987 idea e fonda con altri la Lila, Lega Italiana per la lotta contro l’Aids, divenendo, inoltre, componente della Consulta nazionale per la lotta contro l’Aids del ministero della Sanità per oltre dieci anni.

Nella sua qualità di pubblicistà dà vita nel 1989 alla rivista CON/TATTO, di cui è direttore responsabile, collaborando inoltre con numerosi giornali e periodici. Il 29 maggio ’98 apre su internet il quotidiano on line N.O.I. Notizie Omosessuali Italiane, che nel 2004 N.O.I si trasforma in Gaynews.itNel marzo ’98 fonda l’associazione omosessuale d’informazione Italia Gay Network, in sigla Gaynet (di cui è tuttora presidente nazionale), che gestirà la rivista N.O.I prima e Gaynews.it poi e, a partire dal 2013, organizzerà i corsi di formazione per giornalisti in collaborazione con l’Ordine nazionale dei Giornalisti.

Volto noto in tv, dove a partire dal 1985 partecipa a dibattiti di argomento vario, viene nominato presidente onorario d'Arcigay al congresso nazionale di Roma (5-6-7 giugno ’98). Eletto alla Camera dei deputati il 13 maggio 2001 nelle liste dei Ds, vi viene rieletto nel 2006 in quelle dell’Ulivo.

In qualità di parlamentare presenta numerose interpellanze e interrogazioni relative ai diritti civili e al tema del diritto alla salute e alla prevenzione delle malattie a trasmissione sessuale.

È protagonista in primo piano della battaglia sulla legge Giovanardi contro le discoteche, legge che poi viene bocciata dopo un'accesa discussione in aula alla Camera, così come verrà ritirata grazie alla ferma opposizione di Grillini ed altri la legge sulla prostituzione della ministra Prestigiacomo, che voleva vietare la prostituzione di strada e colpevolizzare i clienti .

Dal 1° luglio 2004 riesce a iscrivere all’ordine del giorno della Camera in Commissione Giustizia la proposta di legge sul Pacs (Patto Civile di Solidarietà), di cui inizierà la discussione in sede parlamentare. Nel secondo mandato parlamentare Grillini riesce a far approvare alla Commissione Giustizia della Camera, prima dello scioglimento della legislatura, la legge contro l’omofobia.

Su sua iniziativa la presidenza del Consiglio dei ministri attribuisce il vitalizio per meriti culturali ad Aldo Braibanti, notissimo per aver ingiustamente subito un processo per "plagio" negli anni '60. Contribuisce in modo rilevante all’iter della legge sulla “protezione internazionale” delle persone perseguitate nel loro Paese, che viene approvata in via definitiva nel 2007. È infine l’autore dell’emendamento alla finanziaria 2007, che intendeva estendere ai conviventi lo sconto in materia successoria previsto per i coniugati (da questa discussione il Governo partirà per l’elaborazione della legge sui Dico) poi ritirato su ricatto della senatrice Binetti.

Nei sette anni di mandato parlamentare Grillini, per la sua passione per l'innovazione tecnologica, è stato presidente dell'Associazione amici delle nuove tecnologie (di cui era presidente onorario Francesco Cossiga) L'allora ministro per le telecomunicazioni Gentiloni riconobbe i meriti dell'associazione nella liberazione delle frequenze per il Wi-Max. 

Nel 2010 viene eletto, con 2593 voti di preferenza, consigliere regionale nelle liste emiliano-romagnole dell’Idv. È poi stato eletto alla  presidenza della Commissione Politiche Economiche della Regione Emilia Romagna. 

Negli ultimi anni Franco è colpito da un tumore cronico: inizia allora la sua battaglia per una radicale riforma del welfare a favore dell’assistenza alle persone con mobilità ridotta o non autosufficienti.

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«Se non ti mobiliti per difendere i diritti di qualcuno che in quel momento ne privato, quando poi attaccheranno i tuoi, nessuno si muoverà per te. E ti ritroverai solo».

Partendo da questo inciso di Harvey Milk, ho deciso di scegliere i film della mia sezione nel programma del Lovers che ho poi deciso di chiamare La verità sugli amori. Sezione voluta anche per ricordare l’amico Max Croci, parafrasando il titolo del suo ultimo film La verità, vi spiego, sull’amore, e gli altri amici Lino Manfredi e La Karl Du Pignè. Per loro la verità, l’unica, quella urgente, era e sarà la necessità di essere se stessi, anche nell’amore. Essere se stessi, come urlavano sempre.

Ad esempio in State of Pride, diretto dagli amici Rob Epstein e Jeffrey Friedman, che anche in questo lavoro si sono basati su documenti d’epoca e interviste a persone, per le quali l’evento Pride, con le loro esperienze, costituisce uno dei momenti principali delle loro vite, l’amore per le loro vite. Gli autori, già pluripremiati agli Oscar, restituiscono con questo film uno sguardo inflessibile  sul significato di orgoglio, 50 anni dopo la storica rivolta avvenuta la notte fra il 27 e il 28 giugno 1969 allo Stonewall Inn Bar di New York. Ci è poi risultato naturale decidere di programmare questo film abbinandolo all’evento di consegna del Premio Milk all’amico Franco Grillini (venerdì 26 – ore 16,30).

Così anche Luciérnagas (domenica 28 – ore 18,15) della talentuosa regista iraniana Bani Khoshnoudi, che racconta di Ramin, un giovane gay, che per non essere solo fugge dalla repressione in Iran e, dopo un viaggio da clandestino, arriva in Messico dove inizia a ritrovare l’amore per una vita più libera, quella che voleva, la sua.

Gli amori nascono anche per l’urgenza di essere se stesse, come appunto succede in Tell It To The Bees di Annabel Jankel, (giovedì 24 – ore 22,30), che narra l’incontro di due donne, una madre single abbandonata dal marito, e Jean medica, quando porta da lei il figlio Charlie dopo essere stato vittima di bullismo.

Poi Riot dell’australiano Jeffrey Walker (venerdì 26 – ore 22,30), che a 40 anni di distanza ci racconta di quando un gruppo di attivisti decide di celebrare un momento di cambiamento sociale e nasce il primo Gay and Lesbian Mardi Gras di Sydney.

Mentre Jonas di Christophe Charrier, (sabato 27 – ore 16,15) ci porta alla ricerca dell’essere se stessi attraverso le scorribande amorose e sessuali dell’ambiguo protagonista, lasciato dal fidanzato per i continui tradimenti.

Il ritratto di un’amicizia inaspettata si ritrova, invece, in Tucked di Jamie Patterson (venerdì 25 – ore 14,30): tutto nasce quando la drag queen 80enne Jackie (Derren Nesbitt), conosce la giovane collega Faith e decide di prenderla sotto la sua ala. Ciò le aiuterà a conoscere meglio se stesse e ad affrontare i dilemmi esistenziali delle loro generazioni.

Con l’orgoglio di essere sempre se stessi e se stesse bisogna sempre cercare, oltre l’amore, le “verità necessarie”.  Una fra tante: non dimenticare mai Ottavio Mai!

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Lovers, il più antico festival a tematica Lgbt di Europa, avrà inizio a Torino fra pochi giorni: l’inaugurazione avverrà infatti, il 24 aprile, al Cinema Massimo del Museo Nazionale del Cinema.

Gaynews ha incontrato Elsi Perino, curatrice della sezione Real Lovers (il concorso internazionale per i documentari) per il festival. Uno dei tanti punti di forza della kermesse cinematografica arcobaleno è, infatti, proprio l’attenzione che dedica al documentario.

Elsi, ci racconti questa sezione?

Real Lovers è il concorso dedicato al cinema del reale che, con Irene Dionisio e tutto il comitato di selezione, abbiamo riportato sugli schermi già dall'edizione del 2017. È una sezione free border, in cui tematiche e nuovi sguardi narrativi sono gli elementi tenuti principalmente in considerazione. La call internazionale ci permette di visionare materiali e istanze molto differenti tra loro, cercando il più possibile di costruire un discorso diversificato e stratificato di significati.

Cerchiamo di fare il punto sullo stato attuale delle cose, immaginando questi titoli come preziosi tasselli di una narrazione su e per la comunità Lgbtqi, ma non solo. Ma guardiamo anche indietro, da dove siamo partiti, per non dimenticare la strada percorsa. Real Lovers è chiaramente la sezione più politica del nostro programma, perchè il vissuto, le istanze e le narrazioni del reale lo sono sempre. 

Quali sono i temi dei titoli selezionati?

Abbiamo cercato di costruire un programma diversificato. Apriamo il concorso con Normaldell'italiana Adele Tulli, fresco di debutto alla Berlinale 2019. Normal è una panoramica tra gli stereotipi che genere e ruoli di genere ci impongono: un lavoro garbato e preciso di osservazione senza giudizio. Sempre dalla selezione Berlinale, proietteremo Lemebel, il Premio Teddy 2019 per il miglior documentario: biografia su Pedro Lemebel, uno dei volti più importanti del movimento Lgbt cileno, che si batteva per i diritti civili contro la dittatura di Pinochet. Lemebel è un manifesto, il ritratto di un pioniere che ci ricorda, nel 50° anniversario dei Moti di Stonewall, il valore fondamentale della militanza.

Sempre in questo senso è stato selezionato An Army of Loversche ricostruisce la storia del movimento Lgbt svedese attraverso le principali pellicole a tematica prodotte in loco, assumendole come parte integrante della militanza. Si continua con un altro ritratto di un personaggio chiave della cinematografia nazionale e internazionale. Abbiamo infatti il piacere di presentare in anteprima internazionale Helmut Berger, my mother and I, un documentario dalla struttura insolita, che intende rimettere Berger davanti alla camera e raccontare con tenerezza ed infinita ironia quella che possiamo definire una personale e strampalata Caduta degli dei. Eye candy decostruisce gli equilibri normativi dell'ambiente del wrestling: la protagonista Yasmin Lander è una giovane wrestler lesbica, che mina alla base le dinamiche di un ambiente sportivo quasi esclusivamente riservato al genere maschile, ritagliandosi con tenacia uno spazio di visibilità identitario. 

Chiude la competizione My family in transition, la storia di una famiglia di una piccola cittadina israeliana profondamente legata alle tradizione, che affronta e supporta il percorso di transizione MtF di un genitore, ridefinendo così convenzioni sociali, ruoli di genere e, coralmente, la propria identità.

Possono il cinema, in generale, e il documentario, in particolare, essere uno strumento per combattere l’omotransfobia?

Possono e sono, a mio avviso, necessari. Non credo nel cinema che offre risposte, sia chiaro, ma sono fortemente sostenitrice e consumatrice – lo dico da spettatore prima che da addetta ai lavori - del cinema che si fa delle domande, che cerca linguaggi, sguardi e tematiche per universalizzare le esperienze e renderle intellegibili. Sostituire le opinioni preventive e porsi in una condizione di ascolto fa sì che si costruisca un punto di contatto: credo che valga più o meno per tutto. Il rispecchiamento o l'empatia vengono subito dopo. Oltre a questo c'è un aspetto che può sembrare retorico, ma non è affatto scontato: le pellicole di genere, tutte e indistintamente, portano sempre con sé un aspetto politico più o meno dichiarato a seconda del tema. E anche questo permette al cinema di essere uno dei mezzi per combattere l'omobitransfobia. 

Un’ultima domanda, magari pleonastica. Ma è vero che a Lovers, da sempre, passano i film “che cambiano la vita”? E che quindi il festival continua a essere necessario?

I film che cambiano la vita, come ti dicevo nelle precedenti risposte, sono tutti quelli che  aggiungono qualcosa all'idea di sé, un pezzo al ragionamento o semplicemente uno strumento. Molti dei miei fondamentali li ho visti proprio grazie al festival: quindi lo confermo. Il Lovers quest'anno compie 34 anni: io l'ho conosciuto prima come semplice spettatrice, poi dal punto di vista lavorativo e credo che il panorama culturale della nostra città (ma non solo, fu il primo italiano e uno dei primi a livello mondiale interamente dedicato al cinema di genere) sia stato per forza di cose contaminato dalla portata politica e intellettuale di un festival come questo.

Un festival di cinema Lgbtqi è un luogo di proiezioni principalmente, ma è anche luogo di incontro e di scambio, di dibattiti e crescita, un momento in cui si aggiunge qualcosa agli immaginari. Viviamo un momento storico in cui i diritti, moltissimi non solo quelli Lgbtqi, sono fortemente messi in discussione. Proprio per questo è necessario mantenere gli spazi di produzione e circolazione di cultura aperti, in ascolto e il più possibile vigili. 

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Ieri Palazzo Madama, grazie al sostegno della vicepresidente del Senato Anna Rossomando, ha ospitato la conferenza stampa di presentazione di To Housing: il progetto di co-housing sociale che, promosso dall'associazione Quore, ha aperto a Torino circa quattro mesi fa per accogliere persone Lgbt in difficoltà e in condizioni di estrema vulnerabilità.

Presenti, oltre alla vicepresidente Rossomando, la senatrice dem Monica Cirinnà, Giuseppe Vernero, responsabile Migranti per il progetto, Alessandro Battaglia e Silvia Magino, responsabili di Quore.

Prima esperienza con queste caratteristiche in Italia, To Housing può accogliere 24 ospiti in cinque appartamenti di proprietà Atc – Agenzia Territoriale per la Casa del Piemonte. Centrale di edilizia agevolata - e non destinati alle graduatorie per le case popolari. Nei primi tre mesi To Housing ha ricevuto 42 richieste – di cui 27 da parte di gay, 6 da lesbiche e 9 da donne/uomini trans – e potuto effettuare 16 inserimenti, di cui cinque da parte di persone con meno di 25 anni.

Ottimi i risultati anche nell’ambito dell’accompagnamento al lavoro previsto dal progetto, con contratti di varie tipologie (cfr. file dedicato) offerti a diversi utenti.

Il progetto nasce non solo per rispondere all’emergenza abitativa ma anche per attivare, proprio a partire da un bisogno primario e fondamentale come la casa, percorsi di reinserimento sociale. Vengono accolti eminentemente giovani tra i 18 e 26 anni allontanati dalle famiglie di origine a causa dell’orientamento sessuale; migranti erifugiati omosessuali, anziani Lgbt in condizione di solitudine o povertà, persone transessuali e transgender.

Molto soddisfatti Alessandro Battaglia e Silvia Magino, che hanno dichiarato: "Il numero di richieste che in questi primi mesi di attività ci sono giunte da tutta Italia ci hanno ulteriormente persuasi che il progetto risponda a esigenze reali e che sia necessario che lo spirito di accoglienza che lo caratterizza possa ispirare la nascita di esperienze simili in altre parte di Italia. Le persone Lgbt sono vulnerabili e ancora oggi vittime di molte discriminazioni e To Housing offre loro un posto sicuro da cui ripartire”.

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Si è tenuta ieri sera a Roma, presso la sede del Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli, la conferenza stampa di presentazione della 34° edizione del Lovers Film Festival – Torino Lgbtqi Visions con la partecipazione di Irene Dionisio, Giovanni Minerba e Simone Alliva.

L’edizione di quest’anno sarà dedicata alla visibilità e al cinquantennale dei moti di Stonewall. Si svolgerà come di consueto a Torino presso il Cinema Massimo  del Museo Nazionale del Cinema. Dal 24 al 28 aprile 2019.

Motlissimi gli ospiti internazionali del più antico festival sui temi d’Europa e terzo nel mondo diretto da Irene Dionisio con la consulenza artistica di Giovanni Minerba, fondatore con Ottavio Mai del Festival. Dalla madrina Alba Rohrwacher nota al grande pubblico per aver recitato in alcuni tra i più importanti film degli ultimi anni nel panorama cinematografico italiano a Helmut Berger l’attore più amato da Luchino Visconti a Giancarlo Giannini uno fra i più poliedrici interpreti del cinema italiano che nella sua lunga carriera, costellata di successi, si è anche dedicato al doppiaggio alla regia e alla scrittura.

Ospite atteso sarà anche Ira Sachs, regista newyorkese di fama internazionale, consulente creativo per Sundance Director’s Lab e professore alla Columbia University School of Film. I suoi film sono stati proiettati a Berlino, Toronto, New York, Rotterdam e Londra e nei maggiori festival Lgbtqi mondiali. Ha vinto nel 2005 con Forty Shades of Blue il Gran Prix della giuria al Sundance Film Festival. 

Anche Asia Argento sarà ospite del festival e del Museo Nazionale del Cinema. Asia Argento. Antologia Analogica è il tiolo di una mostra che ha come protagonista l’attrice nel suo ruolo poco noto di fotografa. Con questa mostra, Asia Argento, offre al pubblico una parte del suo mondo, attraverso autoritratti, volti, suggestioni, colori ed elaborazioni grafiche. Una mostra di grande suggestione che “accompagnerà” la programmazione cinematografica del festival.

Proprio sul tema della visibilità, come resistenza e come vulnerabilità, è prevista un’iniziativa speciale nata in seguito alla collaborazione - avvenuta a partire dalla 32esima edizione - con le associazioni Lgbtqi del territorio. Da un confronto con tutte queste realtà, e in collaborazione con il Coordinamento Torino Pride, saranno scelte 4 parole chiave e verrà individuato, per ognuna, un film dedicato. Padrino del focus lo storico attivista e direttore di Gaynews Franco Grillini, vincitore del premio Milk 2019.  

Sarà Giovanni Minerba, fondatore con Ottavio Mai della rassegna, e consulente scientifico dell’edizione di quest’anno, a curare la serata/spettacolo di chiusura sul cinema LGBT con Monica Guerritore, e, per il secondo anno consecutivo, una sua carte blanche assolutamente innovativa. 

Infine, come di tradizione, Lovers non avrà come protagonista solo il grande cinema internazionale ma anche la musica: saranno infatti ospiti della più famosa rassegna cinematografica Lgbtqi di Italia: Samuel, volto storico dei Subsonica, Drusilla Foer, fenomeno virale del web e icona internazionale di stile e Myss Keta controversa, misteriosa e provocatoria star della musica elettronica young, famosa anche per calcare la scena mascherata-Si preannuncia, quindi un Lovers 2019 scoppiettante e di grande peso artistico con 102 film in calendario che si concluderà con l’annuncio del nuovo direttore artistico che succederà a Irene Dionisio. Fra i candidati è trapelato anche il nome di Vladimir Luxuria.

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È stata oggi celebrata la 6° edizione della Giornata internazionale della Visibilità Transgender (TDoV), che fino al 2014 ha mantenuto un carattere prettamente locale. La ricorrenza era stata istituita nel 2009 da Rachel Crandal, attivista trans del Michigan, per sopperire alla mancanza di una data specifica dedicata alla visibilità delle persone transgender all’interno della collettività Lgbti e alla sensibilizzazione contro le discriminazioni verso le stesse.

Su il significato, i valori e i limiti di una tale giornata abbiamo contattato tre voci autorevoli e diversificate del panorama nazionale dell’attivismo trans.

Per la psicologa Cristina Leo, coordinatrice del Coordinamento Lazio Trans (Colt), «in una società patriarcale, maschilista,  etero-sessista e cisessista in cui è imposto il binarismo di genere, ossia la divisione della società in due generi, rivendicare la propria visibilità, per una persona trans, è un atto politico, rivendicazione dell'essere e dell'esserci, di un modo, il mio/il nostro delle persone trans (ma non solo) di essere nel mondo.

Rivendico il diritto all'esistenza e all'identità non solo per me e per le mie/i miei compagn@ di battaglie, ma soprattutto per chi questa possibilità di esprimersi non ce l'ha, perchè vive situazioni o contingenze che le/gli impediscono di esprimere pienamente se stess@, cercando di dare voce a chi questa voce non ce l'ha.

Non siamo ideologia o teoria, siamo storia, siamo cultura, siamo esperienza che si ripete nel mondo, in diverse forme, da millenni..

Siamo un modo altro di essere nel mondo, un modo spesso condannato e ostracizzato (non sempre), ma che merita dignità, rispetto, diritti, al pari di quanto spetterebbe a tutt@ le/gli esseri umani».

Pur essendo d’accordo sulla bontà delle motivazioni sottese all’istituzione di una tale ricorrenza, la giovane attivista transfemminista Valentina Coletta ritiene «che sia una giornata inutile, perché tutti i giorni le persone trans e femminelle sono visibili con i propri corpi fuori dalla norma. Le trans e i trans fanno i conti con l'eterocisnorma dei corpi in ogni momento. La visibilità è 365 giorni all'anno.

Quelli che non sono visibili ai più sono le esigenze delle persone trans, dall'accesso al diritto allo studio, al lavoro, al diritto all'identità fino al diritto alla salute che in queste settimane in Italia è sospeso per alcune persone per la difficoltà a reperire i farmaci per la terapia ormonale sostitutiva per chi fa un percorso dal femminile verso il maschile, nonostante il continuo interfacciarsi delle maggiori associazione trans del nostro paese con l'Agenzia per il farmaco».  

Alla luce di tali elementi l’attivista d’origini beneventane rinominerebbe «questa ricorrenza in Giornata mondiale della Visibilità delle Esigenze Trans senza dimenticare che la lotta per il riconoscimento per i nostri diritti avviene tutto l'anno». 

A dare una lettura della visibilità delle persone trans nell’ottica del connesso tema dell’orgoglio è invece l’attivista d’origine catanese Sandeh Veet (ma da anni residente a Torino), per la quale «orgoglio trans è una parola che ha perso di significato nel mio percorso di vita. Non trovo orgoglio nell’essere usata come oggetto per abbellire i carri dei Pride. Non trovo orgoglio nell'apparire nelle trasmissioni tv per impietosire i telespettatori sul dramma di essere trans. Non trovo orgoglio nel sentire usare la frase “sono nata in un corpo sbagliato”. Non trovo orgoglio nell'osservare di quanta superficialità è intriso il mondo trans.

Non trovo orgoglio leggere commenti inneggianti a Salvini da molte donne trans. Non trovo orgoglio nell’inconsapevolezza del momento storico che l’Italia sta attraversando specialmente per le donne e le donne trans. Per tutto ciò non ho nulla per essere orgogliosa».

Per questo motivo l’attivista 55enne, che è l’ideatrice della Trans Freedom March, cofondatrice del Divine Queer Film Festival e presidente di Sunderam Identità Transgender Torino Onlus, conclude: «È il momento di capovolgere i paradigmi: basta con l’orgoglio, basta con la presunzione di essere “normali”, basta con la sudditanza. Quando questo sarà realizzato, sarò felice di celebrare una giornata in onore dell’essere trans».

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Torino loves and welcomes all kind of families ("Torino ama e dà il benvenuto a tutti  i tipi di famiglia", ndr). Recita così lo striscione esposto sulla facciata del Palazzo Civico del capoluogo piemontese in concomitanza con l'avvio del World Congress of Families a Verona.

«Da tempo – ha spiegato la sindaca Chiara Appendino - il Comune di Torino ha deciso di mutare la visione di un unico modello di famiglia pensando a quella pluralista, che riconosce come famiglie le realtà sociali che formano la nostra società. Per questo motivo abbiamo deciso oggi, in contemporanea con la conferenza di Verona, di esporre e confermare ancora una volta la visione della Città di Torino. Qui tutte le famiglie sono benvenute. Nessuna esclusa».

Da parte sua Marco Giustaassessore comunale ai Diritti e alle Politiche familiari, ha rilevato come famiglie siano «persone sole, anziani, zii e nipoti, figli e figlie, nonne e cugine, mariti e mogli, compagni e compagne.

Famiglie sono quelle di nuova costituzione, quelle ricomposte, quelle allargate, quelle che comprendono relazioni anche tra più di due persone, quelle che vorremmo costruire, quelle che sogniamo, gli spazi relazionali che riempiamo di significato. Famiglie sono le coppie omogenitoriali, le loro figlie e figli che la nostra Amministrazione ha deciso di riconoscere, prima in Italia.

Famiglie sono relazioni, lingue, culture, religioni, storie, lavoro, fatica quotidiana, affetto, amore, cura per l’altra o per l'altro. Famiglie è il proprio gatto, il cane, lo spazio confortevole a cui tornare la sera. Ogni persona porta con sé la propria idea di famiglia, il proprio modello, e compito di una istituzione non potrà mai essere quello di escluderne alcuni, peggio ancora ritenerne uno o altro superiori moralmente.

Perché dietro a questa posizione in realtà se ne nascondono altre: la giustificazione alle violenze maschili e di genere, che avvengono soprattutto negli spazi relazionali, la discriminazione verso chi non si adegua ad un modello imposto, l'attacco alle soggettività Lgbti che rifiutano i ruoli sociali culturalmente imposti e non si riconoscono nelle identità prescritte, un razzismo istituzionale, che sdogana quello sociale, che da un lato nega diritti e innalza confini e dall'altro sfrutta il lavoro migrante».

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Nella splendida cornice di Via Baltea 3 – Laboratori di Barriera, nella periferia più controversa e stimolante di Torino, dal 1° al 3 marzo si è svolta la quarta edizione del Divine Queer Film Festival, la rassegna di cinema internazionale organizzata dall’associazione Taksim, che infrange stereotipi, pregiudizi, tabù e paure sulle persone trans, con diversabilità e migranti, raccontando in modo ironico e positivo le storie di chi, quotidianamente, continua a lottare per cambiare il mondo.

Madrina dell’evento Valérie Taccarelli, storica attivista del Mit – Movimento Identità Trans di Bologna e musa ispiratrice di Alfredo Cohen, tra i primi attivisti del F.U.O.R.I., che a lei dedicò l’omonima canzone.

Dei 450 film e documentari proposti, la direzione artistica, composta da Achille Schiavone, Sandeh Veet e Murat Cinar, ha selezionato 36 film di produzione indipendente provenienti da 22 Paesi, dall’Armenia al Venezuela, dalla Cina alla Turchia passando per l’Iran. Tutti i film sono stati concessi a titolo gratuito.

Il festival, totalmente autofinanziato, si è avvalso della collaborazione gratuita delle figure professionali, del supporto economico della Città di Torino, che ha fornito gli interpreti Lis, della Circoscrizione 6 e delle donazioni di privati attraverso la piattaforma di crowdfunding promossa su Facebook.

Quest’anno, il Divine Queer Film Festival è stato dedicato a un attore che si è saputo distinguere per la sua incredibile capacità di catturare l’attenzione del pubblico: Paolo Poli, omaggiato durante la serata inaugurale dai racconti di Alberto Jona e Daniel Pastorino e dalla voce della cantante Natalie Lithwick.

Poli fu eclettico artista e regista teatrale, famoso per le sue esibizioni en travesti; celebrava il teatro che fluisce oltre i confini classici ispirandosi a grandi e brillanti commedie del passato per comporre i suoi spettacoli. Memorabile l’esibizione a Milleluci, trasmissione in onda sul Programma Nazionale nel 1974, con Mina e Raffaella Carrà, in cui si esibirono scambiandosi gli abiti tipici del genere di appartenenza.

Il Divine ha deciso di celebrare l’artista a partire dalla grafica, che raffigura Paolo Poli con un vestito vittoriano dai colori tipici della bandiera per i diritti delle persone transgender.

Per questa 4° edizione, il Festival non è stato solo cinema, ma anche fotografia. Durante i pomeriggi della rassegna, la fotografa Chiara Dalmaviva ha allestito un set fotografico chiamato Ritratto Divine, immortalando l’essenza queerdivine e beyond queer delle persone partecipanti, che hanno preso parte all’esperimento sfoggiando pose, indumenti e sguardi che sentivano più spontanee. Le fotografie diventeranno parte di una mostra.

Per la rassegna di quest’anno si è voluto dedicare un ricordo a una persona, attivista queer, transfemminista e intersezionale, scomparsa di recente, che ha creduto nel progetto e che ha sempre sostenuto i temi e le rivendicazioni del Festival: Marti. In arte Marti Bas, poeta e volontario, il Divine ha celebrato la sua grandissima vitalità e profondità con la proiezione di due cortometraggi e il party ufficiale chiamato PartyMarti, allestito con i versi più queer delle poesie del suo ultimo libro FrasiDiVersi/RaccontiInVersi.

Al termine della tre giorni sono stati assegnati tre premi ai film in concorso. La giuria, composta da Indrit Aliu, Irene Dionisio, Mara Signori, Monica Affatato e Silvia Nugara, ha premiato due film ex equo: Off Broom, un film olandese del 2018 del regista Roald Zom, racconta la storia di Rein, portiere transgender di una squadra di Quidditch, che ha trovato la forza di autodeterminarsi con il supporto della sua squadra; Sunken Plum, film cinese del 2018 dei registi Xu Xiaoxi e Roberto Canuto, narra la storia di una ragazza transgender alle prese con le relazioni famigliari dopo la morte della madre, in una Cina rurale e complessa.

La menzione speciale della giuria è coincisa con il premio del pubblico, che è andato al film Transit, della regista Mariam El Marakeshy, girato tra la Grecia e la Turchia per raccontare le storie delle persone migranti che hanno rischiato la vita attraversando il mare Egeo per raggiungere l’Europa. Ultimo ma non ultimo, la Direzione artistica ha premiato Khilauna, il cortometraggio indiano del 2018 di Prashant Ingole, che racconta la dolce e delicata storia di un ragazzino musulmano che subisce la fascinazione di Ganesh, la divinità induista, in uno scontro tra culture religiose e la delicatezza poetica della fanciullezza.

I premi sono stati realizzati dalle ragazze e i ragazzi del progetto Artemista, rivolto a persone disabili dichiarate non idonee a una collocazione lavorativa nell’odierno mercato del lavoro. Durante la cerimonia di chiusura, la madrina Valérie Taccarelli ha consegnato i premi ai registi presenti in sala e ha ricordato i moti di Stonewall a cinquant’anni da quella fatidica notte che cambiò la percezione delle persone Lgbtqi+, prima di lasciare spazio all’esibizione di Atma Lucia Casoni, prima persona transgender a praticare la danza dei dervishi roteanti, solitamente riservata a persone di genere maschile.

Il Festival è stato patrocinato dalla Regione Piemonte, dalla Città Metropolitana, dalla Città di Torino, dalla Circoscrizione 6 e daAmnesty International.

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