rosario murdica

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Si celebra oggi in alcune città italiane l’International Family Equality Day, promosso da Nelfa (Network of European Lgbti Families Associations) in ben 36 Paesi. In tale occasione Famiglie Arcobaleno organizza da dieci anni la Festa delle Famiglie all’insegna dell’inclusione e della condivisione a 360 gradi.

Per sapere di più sulle origini di tale evento, sul cammino percorso in questi anni dalle coppie omogenitoriali e sulle prospettive future, Gaynews ha intervistato Giuseppina La Delfa, fondatrice ed ex presidente di Famiglie Arcobaleno.

Decima edizione della Festa delle Famiglie. Quanto è cambiata rispetto agli inizi?

La Festa delle Famiglie in Italia l’abbiamo iniziata nel 2009: volevamo fare qualcosa di diverso dal Pride. Volevamo essenzialmente incontrare le persone e stare insieme a loro in una giornata di festa. Oggi si è sviluppata in tutta Europa e anche in altre parti del mondo. Trovo questa manifestazione una evento bellissimo che, in qualunque luogo si realizzi, dà visibilità alle nostre famiglie.

Sono passati oltre dieci anni da quando insieme ad altri hai fondato Famiglie Arcobaleno. Cosa a tuo parere la caratterizza oggi di più rispetto a ieri?

Oggi, quello che abbiamo in più per l’Italia è sicuramente notevole di quanto solo ieri una lesbica o un gay potevano immaginare. Vivere ad esempio in coppia anche con dei figli per un futuro insieme. Quando abbiamo iniziato eravamo solo dei pionieri e abbiamo costruito molto. Ma ci sono voluti anni perché questo diventasse qualcosa di concreto. Non è la norma ma per me è comunque un risultato perché offre a molti la possibilità di scegliere la vita che si vuole realizzare.

Come Famiglie Arcobaleno abbiamo acquisito più forza, perché siamo più numerosi e meglio organizzati. Abbiamo sviluppato delle strategie condivise, ci sono sempre più persone pronte a mettersi in gioco e, dunque, più testimonianze, più storie raccontate apertamente, più presenza sul territorio. E tutto questo crea una rete ricca e incisiva.

Quale pensi sia il vero valore aggiunto delle famiglie arcobaleno in una società eteronormata?

Credo che il loro valore aggiunto sia proprio quello di far mutare ciò che tutti danno per scontato. O almeno davano per scontato fino a pochi anni fa, perché fortunatamente le cose cambiano. Ogni uomo e ogni donna, si diceva, hanno un ruolo da ricoprire basato su una presunta naturalità: alla donna compiti di cura e all’uomo quello del lavoro.

Il fatto che due persone dello stesso sesso crescano dei figli e lo faccianoo benissimo –  comunque non peggio delle coppie eterosessuali – dimostra semplicemente che tutti questi ruoli prestabiliti sono solo il prodotto di una cultura eteronormata. E sappiamo che esprimono una società tipicamente patriarcale Ovviamente questi ruoli non si modificheranno presto. Ma avremo sempre più persone con capacità, ruoli e abilità che cresceranno liberi da tali ruoli e stereotipi di genere.

Dopo le ultime elezioni quali sono a tuo parere i pericoli maggiori per le persone Lgbt e, in particolare, per le famiglie arcobaleno?

Se non erro, abbiamo da subito sentito proferire minacce da parte del centrodestra, la coalizione vincente così come il M5s è risultato il primo partito. A mio parere si tratta soltanto di minacce non attuabili. Come quelle, ad esempio, di eliminare le unioni civili o rendere reato universale la Gpa. Penso che dobbiamo continuare a pretendere diritti, rispetto e non discriminazione. E penso che dobbiamo chiederlo a tutti quelli che abbiamo di fronte.

Dobbiamo continuare a vivere in modo visibile E chiedere appoggio ai nostri amici, familiari e  a tutte le persone che condividono le battaglie di civiltà in cui da anni siamo impegnati. Non siamo più soli e la destra, anche se ha vinto, non è tutta l’Italia e non è tutta l’Europa. Dunque voglio essere fiduciosa e sperare che le cose, se non miglioreranno, almeno rimarranno per come sono.

Nelle ultime settimane in alcuni Comuni sono stati trascritti atti di nascita esteri di figlie di coppie omogenitoriali con l’indicazione dei due papà o delle due mamme. Quali emozioni hai provato a tali notizie?

Queste trascrizioni mi hanno riempito di gioia e di soddisfazione perché è l’unica via al momento possibile per i nostri figli nati grazie alla procreazione medicalmente assistita. Ho sempre trovato difficile dover pensare di adottare quelli che sono già i nostri figli fin dal concepimento. C’è una discriminazione lampante verso di noi e i nostri figli. Da quando la legge 40 è stata disgregata dalle associazioni di coppie etero sterili che hanno preteso, giustamente, di poter accedere all’eterologa in Italia, per noi si è rafforzata la giusta rivendicazione di poter riconoscere alla nascita i nostri figli.

I politici possono blaterare finché vogliono ma questa è la realtà in tanti Paesi come la Spagna, il Portogallo, il Belgio, il Regno Unito ed altri ancora. Primo poi lo sarà anche in Italia e nessuno potrà opporsi, perché è l’unica cosa giusta per tutelare le nostre famiglie e i nostri ragazzi. Sono felice che molti sindaci, come la sindaca Appendino, abbiano aperto la strada e che tanti li stiano seguendo.

Un giorno saremo un Paese nel quale la Gpa sarà considerata solo un atto d'amore?

Io penso di sì. Non so quando accadrà. Ma sicuramente succederà. Il punto ora è che dobbiamo crescere ancora come persone Lgbti e come popolo arcobaleno. Spogliandoci, sempre di più di tanti miti che abbiamo, ancora, sulla maternità.  Ho avuto la fortuna di conoscere alcune delle donne che hanno portato in grembo figli per altri. Mi hanno dato una grande forza e la ferma convinzione che quanto fanno è prima di tutto un atto d’amore verso l’altro che non può essere genitore senza il loro sostegno.

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Come annunciato il 23 aprile da Arcigay Palermo, presso la locale Università degli studi le persone che hanno intrapreso il percorso di transizione potranno attivare il profilo alias. In esso verrà riportato il nome che più corrisponde al genere percepito.

Come spiegato nel comunicato, «si tratta dell’attuazione dell’articolo 3, comma 3 del Regolamento Generale d’Ateneo varato nel 2013 e finora mai applicato a Palermo ovvero “l’istituzione del cosiddetto doppio libretto di genere rivolto agli studenti in fase di transizione”: una procedura esistente a Torino, Padova, Bologna, Urbino, Pavia, Verona, Bari e Catania. Nonostante nel regolamento sia previsto, per il “doppio libretto di genere” è mancato fino a ora l’impianto attuativo».

Per saperne di più, abbiamo raggiunto Gabriel, studente FtM e coordinatore del Gruppo Giovani d’Arcigay Palermo.

Gabriel, raccontaci di te e delle tue emozioni

Sono un semplice e solare ragazzo palermitano di 20 anni che quando era piccolo si faceva chiamare Benji, odiava le gonne (tanto che piangevo quando me le mettevano), il rosa e le bambole. Amava tutto ciò che era maschile e ha capito di essere transgender a 13 anni. Lo ha compreso dopo aver notato durante l’interpretazione di un ruolo maschile, in uno spettacolo teatrale, che si sentiva a suo agio in quella veste. Forse troppo. Quando lo raccontai alla mia migliore amica di allora mi disse di cercare il termine “transessualità”. Lo disse poiché i miei discorsi le ricordavano questo “concetto”.

Da quel momento è stata la svolta della mia giovane vita: mi rispecchiavo nelle testimonianze dei ragazzi transessuali italiani su Youtube e sui blog a tema. Mi rappresentavono nel loro sentirsi ingabbiati: nelle proprie forme morbide (dove non dovevano esserci), nei pronomi e in quel nome totalmente femminile (che nel mio caso non si poteva rendere neutrale in nessun modo), in quella voce troppo acuta e nella pelle del viso troppo liscia.

Dopo molte e lunghe riflessioni ho compreso che dovevo dirlo alla mia famiglia. Ho fatto il primo coming out con mia madre attraverso una lettera, per poi dirlo, successivamente, a mia sorella e a mio padre. Ovviamente non hanno fatto i salti di gioia quando l’hanno saputo, ma non mi hanno voltato le spalle!

Mi sono stati vicini e mi hanno supportato fin da subito. E, grazie al loro consenso ho affrontato un percorso di supporto psicologico presso l’Agedo di Palermo durato dai 15 ai 17 anni di età.

Dai 17 ai 18 anni ho interrotto il percorso di supporto perché ho trascorso un anno veramente buio per colpa del bullismo psicologico che vivevo a scuola a causa di un mio compagno omosessuale (che nei primi anni di scuola consideravo un amico): con la scusa dello scherzo mi chiamava volontariamente per nome anagrafico quattro volte su cinque. Lo scriveva ovunque (sui banchi, su i muri, sulle pagine dei miei libri, ecc) con annesse frasi irritanti e declinate al femminile; mi faceva outing per potermi prendere in giro in pubblico tranquillamente.  Mi accusava di usare il coming out con gli insegnati come arma di vittimismo per avere vantaggi nei risultati scolastici; e altre cose anche più pesanti che è meglio non rammentare. Volevo perdere l’anno pur di allontanarmi da questa persona, anche a costo di sfidare il destino e magari di ritrovarmi con altre persone pronte a farmi soffrire. Ma d’altronde peggio di quello che stavo passando non poteva accadermi. All’inizio del quinto anno però, dopo essermi stancato di questa sofferenza, mi sono ribellato e sono riuscito a debellare questo mostro  che mi perseguitava chiamato: bullismo. Da lì ho ripreso in mano la mia vita e sono ritornato in Agedo, dove ho intrapreso l’iter psicologico per potere, dopo la perizia psicologica, iniziare la terapia ormonale.

Ho iniziato la terapia ormonale a 19 anni, il 15 Marzo 2017, e da quel momento la mia vita è solo migliorata: dal ragazzo sempre un po’ intimorito dalle altre persone e che non amava essere al centro dell’attenzione sono diventato un ragazzo ancora più forte di quanto non fossi già. Divenni energico, socievole molto più di prima e accesi i riflettori su di me senza però risultare egocentrico. Dopo più di un anno la mia autostima è aumentata tantissimo, il mio viso mi piace sempre di più (e di conseguenza piaccio di più), il mio corpo diventa sempre più maschile e col passare del tempo è come se mi dimenticassi che sono nato femmina. Me lo ricordano solo il nome sui documenti, il petto (che adesso vivo come una ginecomastia maschile) e le parti intime (verso cui non provo disforia). Ora attendo di iniziare l’iter giuridico per la rettifica anagrafica e il via alla mastectomia e all’isterectomia. Nel frattempo impiego il mio tempo tra l’università, gli amici migliori del mondo e la lotta per la difesa e la conquista dei diritti per la comunità Lgbti ad Arcigay Palermo.

Hai detto che hai subito bullismo durante l’adolescenza: c’è un’esperienza precisa che ti senti di raccontare?

Sì, un’esperienza di quando avevo 17 anni. Con una mia amica frequentavamo lo stesso gruppo di "amici” del mio compagno bullo. Una sera a casa di uno di loro, per scherzare, dovevano sfilare tutti “da donna”. Il problema fu che mi costrinsero a farlo, nonostante io avessi esplicitamente detto di non volerlo fare perché la cosa mi faceva stare male.

Mi chiusero in una stanza per almeno 20 minuti con l’ordine di farlo, o non mi avrebbero fatto uscire. A quei tempi ero fragilissimo psicologicamente perciò, dopo aver provato ad aprire la porta non so quante volte e notando che era tutto inutile, lo feci: mi vestii da donna pur di uscire da quella stanza chiusa e finire al più presto quest’atto crudele. Mentre mi vestivo loro mi guardavano dallo spiraglio della porta ridendo di gusto. Un gusto, per me, amarissimo.

Mi dovetti mettere un reggiseno di una di loro, una specie di magliette scollata, e delle scarpe alte. Nessuno, nemmeno quella che ai tempi era la mia migliore amica (poiché anche lei era succube e manipolata dal gruppo a cui a capo vi era il bullo) disse qualcosa per difendermi da quella situazione.bÈ il ricordo più terribile che ho. Umiliante. Mi sono sentito come un animale da circo. Quando l’ho raccontato alla mia attuale migliore amica è scoppiata in lacrime, abbracciandomi forte.

Oggi quella dura esperienza di bullismo l’ho ancora dentro di me. Dura così come l’ho vissuta. Raccontarla però serve per dare il senso concreto e doloroso della frustrazione che il bullismo (troppo spesso nascosto dietro frasi come “sono ragazzate”, “si fa per scherzare, non fare la vittima” ecc.) porta alle vittime. Oggi quel dolore ha cambiato aspetto. E’ carburante per voler combattere per gli altri e per non voler perdersi nemmeno un secondo della vita Bella che si può vivere.

Oggi sei più sicuro di te stesso. Chi ti ha sostenuto e ti sostiene maggiormente?

La mia famiglia, che mi è sempre stata vicina, nonostante, le iniziali incomprensioni e paure di una società che alle volte è veramente troppo cattiva; i miei amici al di fuori della scuola, che non mi hanno mai fatto sentire solo e mi hanno sempre dato la carica per andare avanti.  La maggior parte dei miei docenti del liceo, che mi hanno supportato chiamandomi al maschile (anche durante gli esami di maturità) senza nascondersi dietro scuse del tipo “finché non cambi i documenti qui dentro posso chiamarti solo in quel modo” e ideologie bigotte e retrograde; il mio psicologo, che mi ha aiutato a diventare forte e a costruire il mio carattere solare, da guerriero, di chi deve solo viversi senza aver paura del giudizio altrui, e che ancora oggi tifa per me con grande affetto; e adesso anche la famiglia di Arcigay Palermo.

Che cosa significa per te coordinare il gruppo giovani di Arcigay Palermo?

Sono molto felice di far parte del Gruppo Giovani di Palermo e di essere uno dei suoi coordinatori. Quando uscii dalla gabbia del bullismo capii che volevo fare questo nella mia intera vita: essere la voce e il volto di chi non può parlare o di chi non riesce perché troppo fragile. Arcigay Palermo mi permette di farlo attraverso l’attivismo, e allora io mi metto a disposizione per qualsiasi iniziativa, con particolare attenzione alle iniziative che trattano di bullismo omo-transfobico. Questo rende la mia vita una sfida continua, un qualcosa da cui non riesco più a tirarmi indietro perché so che ho la stoffa per farlo, e soprattutto mi fa sentire socialmente utile! Questa del Gruppo Giovani è stata l’opportunità più bella che Palermo potesse mai offrire, e noi partecipanti ne siamo tutti grati.

Qual è la tua esperienza universitaria da persona trans?

Sono al primo anno di Educazione di comunità, dopo un anno di Scienze della comunicazione per media e istituzioni; l’anno scorso vivevo proprio male l’ambiente universitario visto che non ero nemmeno in terapia ormonale. Eravamo 250 studenti in un’aula, e sapere che il mio nome anagrafico potesse uscire per qualche appello davanti tutte quelle persone mi faceva psicologicamente e fisicamente male. Fortunatamente non è mai accaduto, ma il dolore per l’ansia me lo ricordo ancora.

Quest’anno invece, nella nuova facoltà, mi sono messo molto più in gioco sia durante le lezioni che con i colleghi, anche grazie ai docenti con i quali ho coming out via email che mi hanno sempre dato al maschile quando dovevano rivolgersi a me. Una frase molto significativa che mi è stato detta da un mio collega è stata “non hai bisogno di un microfono per parlare, la tua voce rimbomba”. Sono sempre stato un ragazzo molto silenzioso e timido prima della terapia ormonale, e sentirmi dire una frase del genere è stata una gioia incredibile. Per la prima volta mi sono sentito Presente nel mondo.

Negli scorsi giorni l’Università di Palermo ha avviato l’attivazione del profilo alias. Come consideri questo risultato?

Appena mi è stato comunicato ho esultato come i tifosi dell’Italia ai mondiali del 2006. Per colpa di questo maledetto nome femminile che purtroppo ancora persiste nella mia carta d’identità ho il portale universitario al femminile, e di conseguenza anche la tessera unicard (che ha sostituito il libretto da due anni). Per evitare di mostrare o scrivere il mio nome anagrafico non ho prenotato determinati esami per paura dell’appello, non ho firmato petizioni utili, non mi sono iscritto ad una associazione studentesca e non sono mai andato a mensa. Ho perso tante piccole cose che per gli altri sono di una normalità che per noi persone trans con i documenti non rettificati è impensabile. E come me, tutti gli studenti e tutte le studentesse transessuali, che magari vivono anche il disagio dell’appello obbligatorio ad ogni lezione per via della frequenza obbligatoria (che io fortunatamente non ho).

Questa opportunità della carriera alias è un vero e proprio abbraccio immaginario in cui tutti noi ci stringiamo e ci confortiamo. Arcigay Palermo, l’associazione UniAttiva e il Magnifico rettore Fabrizio Micari hanno fatto qualcosa che cambierà totalmente l’esperienza universitaria delle persone transessuali. Cambierà anche i rapporti umani con colleghi e docenti: non avremo più il timore di dover fare coming out ,“venire scoperti” e non essere più chiamati ogni giorno con un nome che ci sta stretto! È una vera rivoluzione!

La città di Palermo e la comunità trans sono due realtà che si toccano o si ignorano?

Palermo è per natura una città abituata alle diversità ed è da sempre stata dalla parte della comunità LGBT. Non è di certo la città perfetta e non è esente a casi di omo-transfobia, questo no, però rispetto ad altre città è molto più tranquilla e tollerante. Io personalmente non sono mai stato aggredito né insultato. Sarà capitato tre volte in nove anni di utilizzo dei mezzi pubblici qualche domanda inopportuna fatta per prendere in giro, ma nulla di ché alla fine dei conto. Stessa cosa anche altri miei amici e altre mie amiche transessuali (al massimo queste ultime soffrono per il catcalling, ma quella è una cosa che subiscono anche le donne biologiche, quindi è tutto un altro discorso).

In conclusione, direi che Palermo “si lascia toccare” dalla comunità trans e poi la ignora lasciandola vivere come vuole senza disturbarla. Chi la disturba è sempre un caso su cento… ma educheremo anche quel caso isolato in qualche modo!

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Continua lo speciale di Gaynews, dedicato ai giovani Lgbti. 

Oggi è la volta del 27enne Valerio Colomasi, siracusano di nascita ma vivente a Roma da anni. A lui abbiamo chiesto di raccontarci il suo coming out, l’impegno per la promozione della cultura dell’inclusione durante gli anni universitari alla Luiss Guido Carli e quello nella lotta alle discriminazioni come socio del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli a Roma. 

Valerio, quando hai scoperto di essere gay, quali sono state le tue emozioni e i tuoi pensieri? Com’è stato il tuo coming out in famiglia?

Ho sempre avuto la certezza di non aderire, per vari aspetti, al modello che la società aveva preparato per me. Il mio rapporto con questa consapevolezza è mutato nel corso degli anni al mutare della mia maturazione e della mia formazione. Quando ho preso coscienza di essere omosessuale ho avuto la fortuna di trovarmi in una fase molto positiva della mia vita, al punto che il mio percorso di accettazione si è limitato ad una semplice presa d’atto della situazione. Quanto ai coming out il discorso è diverso. Non è un caso che io ne parli al plurale: ciascun coming out ha avuto un valore completamente diverso dagli altri. I primi coming out, con gli amici, sono stati liberatori e hanno rappresentato gli strumenti per costruirmi uno spazio di libertà; poi mi sono fermato.

Ho costruito una dimensione di vita libera e piena, dove nulla era nascosto, dal mio attivismo a Muccassassina, ma avevo difficoltà a comprendere perché io, da persona molto riservata, dovessi essere costretto a fare una dichiarazione pubblica per essere letto, e dunque compreso, dalla società. Ho rifiutato il coming out come uno strumento di controllo sulla mia sfera personale e solo successivamente ho imparato a rivendicarlo come un mezzo di testimonianza pubblica del mio impegno sociale e politico. Per questo, dopo qualche anno, decisi di parlare di me a 360° in una campagna di comunicazione del Roma Pride, una specie di coming out urbi et orbi, con l’intenzione di trasformare qualcosa che consideravo oppressiva in uno strumento di liberazione collettiva, una testimonianza che speravo potesse dare coraggio a chi ancora non l’avesse trovato: coraggio di essere se stessi ma anche, e soprattutto, coraggio di combattere per una società diversa.

Cosa ti ha lasciato l’esperienza nel gruppo Lgbti della Luiss, di cui sei uno dei fondatori?

L.Arcobaleno è stata, e continua ad essere, un bellissimo esempio di associazionismo. Gli anni che ho dedicato alla nascita e alla crescita di questa associazione non mi hanno solo lasciato ricordi indelebili, ma mi hanno formato come attivista. Sono stati i miei anni di crescita e a quella esperienza sono debitore per quello che sono adesso, anche e soprattutto per il mio modo “laico” di leggere e di vivere l’attivismo Lgbti italiano.

L.Arcobaleno, infatti, è nata anche per dare una casa a chi nel movimento Lgbti non trovava posto, dando dello stesso una lettura critica ma costruttiva. Quella visione rappresenta uno dei tesori più preziosi che porto con me da quegli anni e che cerco di mettere al servizio delle realtà in cui lavoro: il fatto che determinate cose sono sempre state fatte in un certo modo non può voler dire che dovrà essere così per sempre.

Svolgi la tua attività di militante Lgbti nell’ambito dell’associazionismo. Quali sono secondo te i pro e i contro di questa esperienza?

Su pro e contro dell’associazionismo bisognerebbe scrivere un libro. Sicuramente l’associazionismo Lgbti italiano, come in generale tutto il mondo del Terzo Settore, sta vivendo una crisi importante, frutto della trasformazione epocale che viviamo. Questa fase richiede un enorme sforzo di comprensione dei profondi mutamenti che la nostra società ha vissuto negli ultimi decenni e richiede anche un lavoro di trasformazione e adattamento delle associazioni e dei movimenti per rispondere alle nuove esigenze. Lo schema attuale che vede confrontarsi dei modelli aggregativi “novecenteschi” e un pubblico di potenziali attivisti ormai entrati concettualmente (oltre che anagraficamente) nel nuovo millennio, non riesce più a portare avanti con la medesima efficacia quelle istanze di cambiamento che restano essenziali per la società italiana. L’analisi delle criticità, più che dei “contro”, si ricollega inevitabilmente ai “pro” della mia attuale esperienza associativa al Circolo Mario Mieli.

Il Circolo quest’anno compie 35 anni e con la sua colossale storia porta anche le inevitabili necessità di trasformazione. La differenza rispetto ad altre realtà, nonché la ragione che mi ha spinto ad impegnarmi qui, è che il Circolo ha capito che è necessario cambiare e sta cominciando a farlo. Un cambiamento più vicino a una naturale evoluzione che a una sbrigativa “rottamazione”, un adattamento finalizzato a continuare il proprio compito di trasformazione del Paese partendo dalla nostra storia, coinvolgendo le forze migliori che negli anni hanno dedicato le proprie energie al Circolo e investendo sulle nuove energie che si affacciano adesso all’impegno politico.

L’onda Pride 2018 è in arrivo. Cosa pensi di questa formula? Un orgoglio dei localismi ?

Onda Pride è uno strumento e come tale non è di per sé né buono né cattivo. Gli strumenti sono funzionali ad una strategia che a sua volta segue l’analisi della situazione; il problema di Onda Pride è che, pur rispondendo ad una corretta analisi del movimento Lgbti italiano, non è al servizio di alcuna strategia. Onda Pride nasce proprio dalla presa d’atto che non si riusciva a formulare alcuna strategia complessiva sulla questione “Pride” e quindi ci si è limitati ad abbandonare il campo e a fotografare un movimento Lgbti che in Italia è sostanzialmente “cittadino”. Prova dell’assenza di strategia è che Onda Pride nel corso degli anni si è via via depotenziata riducendosi, oggi, ad un mero elenco online di Pride su tutto il territorio nazionale. Il problema è l’assenza di strategia, non gli strumenti, e negli ultimi anni abbiamo assistito ad un fiorire incessante di strumenti con il contemporaneo appassire di ogni forma di strategia politica collettiva.

Per rispondere direttamente alla domanda: sì, è il trionfo dei localismi ma questo non è di per sé un problema perché frutto della constatazione che ad essere “locale” è lo stesso movimento Lgbti italiano. Il problema, semmai, è appiccicare un’etichetta dal vago sapore unitario a qualcosa che unitario non è. Del resto anche questa non è affatto una pratica nuova nel nostro mondo.

Cosa significa per te lavorare come militante in una città cosi grande e piena di contraddizioni come Roma?

Roma è una città difficile, e non mi riferisco solo alle innegabili difficoltà logistiche e pratiche di una metropoli che negli ultimi anni è stata governata come se fosse una cittadina medio-piccola. Il problema di Roma, oggi, è il torpore. Un torpore che talvolta è anche politico, culturale e artistico, e che la fa retrocedere nell’immaginaria classifica delle città di avanguardia. Come è possibile che una città così grande, così interessata da fenomeni migratori, abbia rinunciato a costruire strade nuove del pensiero, della cultura e della politica che, grazie alla contaminazione, dovrebbero invece trovare un ambiente estremamente fertile a Roma?

Sicuramente c’è un problema di classe dirigente, quella vecchia che nel sonno del pensiero non conforme prospera, ma anche quella che pretende di essere “nuova”, ma che è arrivata alla guida grazie alla semplificazione spicciola e alla divisione netta, guardando con orrore a chi ricerca le sfumature e “complica” i discorsi per andare a leggere ciò che non è visibile a occhio nudo. Il patto scellerato tra queste due “elite” ha portato a politiche di smantellamento costante dei luoghi di elaborazione culturale e politica non inquadrate, nonché a continui tentativi di indebolimento delle istanze di cambiamento radicale che, con difficoltà, maturano anche in questa città sfortunata.

Il risultato elettorale ha viswto un’avanzata del M5s e della Lega nonché una disfatta dei partiti della sinistra. Il Movimento Lgbti come può rafforzare la sua battaglia per i diritti Lgbti? È sufficiente parlare solo di questi diritti oppure è ora di cambiare allargando ad altri fattori di rischio?

Dopo il 4 marzo ci troviamo in una fase di passaggio in cui si abbozzano nuovi poli politico-elettorali, la cosiddetta “Terza Repubblica”, ma dubito che l’affermazione di Lega e Movimento 5 Stelle esaurisca la trasformazione del quadro politico. I due partiti, pur diversi in tanti aspetti, hanno in comune l’impostazione politica di fondo, in particolare in riferimento al ruolo della politica nella società. Entrambi sembrano allergici ai corpi intermedi e vivono il ruolo dei partiti politici come quello di un catalizzatore dei sentimenti e delle emozioni dell’elettorato. Per rendere efficace questa impostazione devono solleticare questi sentimenti e queste emozioni innescando un circolo che si autoalimenta. Allo stato attuale manca un’alternativa politica a questo schema, quantomeno in una dimensione virtualmente maggioritaria. Ecco, credo che queste elezioni abbiano dato vita ad uno solo dei poli che si contenderanno la leadership nella “Terza Repubblica”, manca il suo antagonista. Quella che manca è una voce progressista che si assuma la responsabilità di non limitarsi a registrare e rilanciare gli umori dell’elettorato ma che si impegni a governare le trasformazioni che le nostre società stanno vivendo. Serve una voce che rimetta al centro i corpi intermedi e che con essi si impegni a fare elaborazione e sintesi politica. La sfida del nostro movimento dopo le elezioni di quest’anno è innanzitutto questa.

Noi siamo tra coloro che più hanno da perdere dall’eccessiva semplificazione del dibattito pubblico, dalla rappresentazione senza filtri di sentimenti e umori e dalla morte di quei corpi intermedi che hanno rappresentato le sedi dell’avanguardia politica e culturale nel nostro Paese. Del resto le ultime elezioni ci hanno dato prova di quanto diventi ininfluente il movimento Lgbti italiano, soprattutto in ambito nazionale, quando i partiti privilegiano il rapporto diretto tra elettore e leader. Così il principale partito di centrosinistra, per anni interlocutore privilegiato del nostro mondo, ha “impallinato” un attivista storico, oltre che ottimo senatore, come Sergio Lo Giudice, ha scritto la parte del programma relativa alle questioni Lgbti  senza il contributo delle associazioni Lgbti, ha ricandidato i catto-dem che hanno mutilato la legge sulle unioni civili e la lista potrebbe continuare. Forse, quindi, la sfida che abbiamo davanti non riguarda solo e tanto le nostre rivendicazioni ma il modo stesso di fare politica perché su questo piano si gioca oggi la partita decisiva per il progresso del Paese.

Una volta essere gay, visibile e impegnato nel movimento Lgbti era “rivoluzionario”. Cosa significa essere un persona Lgbti nel nuovo Millennio?

Direi che essere impegnati nel movimento Lgbti oggi ha comunque una portata in qualche modo “rivoluzionaria”. Certo, il mondo è cambiato e le sfide di oggi sono molto meno complesse di quelle di ieri, ma la testimonianza delle tante persone che, in un’epoca di disimpegno, scelgono di mettersi al servizio della comunità rappresenta qualcosa di prezioso. Il nostro movimento, nonostante le tante difficoltà, continua a scendere in piazza, continua a costruire politica, continua a interrogarsi e a crescere, continua a fare cultura, continua a sopperire alle lacune nelle politiche di Welfare, continua a creare aggregazione, tutte attività che ormai fanno in pochi. Fare politica in un contesto in cui sembra che nessuno voglia più davvero farla è una scelta rivoluzionaria, rappresenta un modo diverso di essere cittadini e cittadine: di questo dobbiamo essere molto orgogliosi.

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Il 16 giugno Caserta vivrà, dopo quello del 2016, il suo secondo Pride. Ma quest’anno la marcia dell’orgoglio Lgbti nella città della Reggia si connota d’un’importanza particolare visto che porrà al centro dell’attenzione la realizzazione di una casa d’accoglienza a Castel Volturno.

L’11 aprile, infatti, l’amministrazione del Comune litoraneo ha assegnato un bene confiscato alla camorra a Rain Arcigay Caserta, che vi realizzerà il Centro Lgbt del Mediterraneo.

Per saperne di più, abbiamo raggiunto il presidente di Arcigay Caserta Bernardo Diana.

Presidente, come è nato il progetto Social Housing di Castel Volturno e che cosa è concretamente?

Nel 2016, il Comune di Castel Volturno, (un comune sul litorale Domizio tra i più martoriati dalla criminalità) tramite una manifestazione d’interess,e invita gli enti del terzo settore a iscriversi al tavolo di concertazione per il riutilizzo dei beni confiscati alla camorra. Si tratta di circa 120 beni. Al tavolo di concertazione, dopo un lungo iter burocratico, viene ammessa anche Arcigay Caserta. Solo dopo aver svolto un primo sopralluogo al Parco Faber nei quali sono collocati gli edifici confiscati ci siamo resi conto che sarebbe stato il luogo  per noi migliore per realizzare l’idea del progetto Social Housing.

L’idea progettale è tesa a due ordini di valori : a) ridare dignità a un territorio caratterizzato culturalmente da pregiudizi e stigma nei confronti delle persone Lgbti e non solo; b) contribuire a migliorare quei processi di riqualificazione urbana che sono interconnessi con l’impegno quotidiano che come associazione svolgiamo sul territorio.

In questo contesto e all’interno del progetto Social Housing, abbiamo pensato alla costruzione di un centro di accoglienza denominato Centro Lgbti del Mediterraneo che si svilupperà all’interno di una villa di tre piani inserita in un parco residenziale chiamato Parco Lago Allocca ma da poco rinominato in Parco Faber. In questo luogo ci sono circa trenta ville confiscate alla camorra che si affacciano su un lago artificiale ricavato da una vecchia cava.

La struttura da risanare in origine era un'unica casa. Ci è sembrato bello riprendere l’originaria funzione con lo scopo di dare casa a chi, nella nostra comunità, non ne ha. Per i primi anni una volta aperta “l’aspetto dell’accoglienza” l’obiettivo è quello di riuscire ad offrire uno spazio ospitale che possa essere definito, anche, come “la casa dalle persone Lgbti in difficoltà”.

La ristrutturazione prevede una spesa di 60.000 Euro. Un progetto indubbiamente ambizioso: cosa comporterà ciò per Arcigay Caserta?

La cifra di € 60.000 servirà per la ristrutturazione edilizia e per i primi arredi: la struttura è stata abbandonata per vent’anni e sono necessari ingenti lavori di ristrutturazione per rendere la stessa sicura e accogliente in tutti i suoi spazi. Questo è un progetto molto impegnativo per l’associazione e per riuscire a veicolarlo abbiamo scelto di renderlo uno dei temi chiave del manifesto del Caserta Pride 2018 del 16 giugno.

Speriamo che la visibilità del Pride possa aiutarci nella raccolta dei fondi e in futuro, a centro avviato, ipotizziamo che un gruppo di volontari di Rain Arcigay Caserta possa dedicarsi completamente alla gestione di questo bene. 

La gestione quotidiana della struttura sarà una sfida?

Sarà davvero una sfida perché sarà necessario avere 24 ore su 24 personale disponibile in struttura oltre al pagamento delle utenze e dei servizi che saranno offerti. Da soli sarà impossibile, ma ci auguriamo che con la collaborazione di eventuali partner questo progetto possa resistere. 

Siete impegnati in un’area economicamente depressa. Come avete pensato di reperire fondi?

Sul sito del Caserta Pride abbiamo uno strumento per raccogliere fondi online che servirà a finanziare entrambe le attività al quale si aggiunge la possibilità di poter effettuare un tradizionale bonifico. Fino al Caserta Pride del 16 giugno e oltre, e  in tutti gli eventi ci sarà possibilità di donare e vogliamo inserire su una parete del Centro i nomi di coloro che hanno contribuito a questo sogno.

Si tratta di un bene confiscato alla camorra che è stato “assegnato alla comunità omosessuale di Castel Volturno”. Che cosa significa per voi volontari Lgbti? 

Assegnato alla comunità omosessuale come sinonimo di aggiudicato alla comunità Lgbti ci riempie di fierezza. Il Centro Lgbti del Mediterraneo, oltre alla sua vocazione di social housing, vuole essere anche un luogo di promozione della cultura e uno spazio per studiare e lavorare. È una grande sfida perchè vorremmo aiutare le persone Lgbti e sostenere il territorio stesso ad un migliore sviluppo inclusivo. Il Centro Lgbti del Mediterraneo non è nostro: è di tutte e tutti!

Quale reazione ha suscitato nelle istituzioni e nella cittadinanza il progetto d’una casa d’accoglienza per persone Lgbti vittime di discriminazione?

Il nostro unico referente attualmente è stata l’amministrazione comunale di Castel Volturno che sinceramente si è mostrata imparziale per i cinque progetti che sono stati selezionati (tra cui i nostro) e rispetto ai quindici presentati da tutte le associazioni.

Per ciò che concerne le razioni della cittadinanza lo scopriremo al prossimo Consiglio comunale, durante il quale ci sarà l’assegnazione definitiva e la notizia diventerà di dominio pubblico. Più della cittadinanza, sono preoccupato dai residenti del Parco. Prima di entrare nella struttura mi piacerebbe fare un incontro conoscitivo con tutti loro.

Quali sono le principali difficoltà che le persone Lgbti incontrano nel Casertano?

La difficoltà comune è quello che accade di frequenza dopo il coming out. Molti volte devono allontanarsi da casa. La situazione è più grave per e nei confronti delle persone trans che hanno anche maggiori difficoltà a concludere gli studi o a trovare un lavoro. A Castel Volturno sono ancora troppe le persone che, a vario titolo, sono costrette alla prostituzione.

 

 

 

 

 

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Il 20 aprile 2017 si verificò a Parigi sugli Champs-Élysées un attacco terroristico a seguito del quale, oltre all’attentatore, morì l’agente Xavier Jugelé, componente di Flag!, l'associazione Lgbtq della gendarmeria francese.

A un anno esatto di distanza dall’attentato jihadistico gli organizzatori della 33° edizione del Lovers Film Festival di Torino, accogliendo una felice intuizione del fondatore e presidente Giovanni Minerba, hanno deciso di ricordare il poliziotto di Bourges con il cortometraggio Xavier di Jo Coda.

Ne abbiamo parlato proprio col regista di origine cagliaritana a poche ore dalla proiezione torinese.

Jo, come nasce il corto Xavier?

Il film nasce dalla profonda commozione che ho provato nell’assistere alle esequie di Xavier. Il suo compagno che legge una lettera che non può essere rappresentata da alcun protocollo. La globalizzazione del dolore che amplificato all’ennesima potenza si traduce in profonda intimità.

Quella di Xavier è una vita spezzata. Può considerarsi la sua vicenda una storia che riguarda ognuno di noi?

Quando a seguito del fatto in sé prende vita un atto di mobilitazione globale, commozione globale, che appunto trascende dalla mera notizia di cronaca assumendo un valore universale.

Nel tuo corto c’è un’alternanza tra visibile e invisibile, tra buio e luce, tra amore e violenza, tra eros e morte. È questo che hai voluto raccontare?

Nella tua domanda Rosario, lucida sintesi del mio film, si innesta il mio sì. La quotidianità come risultanza, sintesi, dei gesti più semplici. Con l’eccezione che qui la morte spezza senza poesia una vita, senza alcun motivo.

C’è in Xavier uno svelamento del rimosso?

Anche quando riusciamo parzialmente, a rimuovere, sospingere fuori dall’oscurità dell’inconscio episodi, eventi traumatici e sentimenti, questo “esercizio” non può mai soddisfare pienamente la nostra sete di sapere, poiché sembra connaturata in noi la continua, spasmo di ricerca di una rivelazione impossibile, velata dal tenace sudario dei nostri limiti di conoscenza.

Mostri la quotidianità dell’amore fatta da piccoli gesti. Il preparare la tavola con cura appare come l’attesa di una felicità. È cosi?

I gesti più semplici, le parole più chiare, sono alla base della nostra quotidianità. Ci si prende cura l’uno dell’altro, desiderosi di poter sempre essere ricambiati. E la felicità si manifesta, a tratti, lungo il nostro percorso anche laddove i segni del nostro amare sfumano o si confondono nel costante caos in cui siamo immersi.

Il fanatismo uccide e tu ci racconti lo shock. Oltre a Xavier ne siamo anche noi vittime?

Noi siamo coloro che restano, che sopravvivono, che hanno il dovere di ricordare e fare in modo che nulla venga dimenticato. Chi resta diventa suo malgrado, ma io direi anche per sua fortuna, il custode della memoria, della propria identità e storia. Sottrarsi a questo, sottrarsi al ricordo, è un atto superficiale, irresponsabile e conformista.

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Svolgere attività di volontariato nelle carceri italiane è sempre difficile soprattutto a causa di problemi legati al sovraffollamento e all’assenza di moltissimi servizi. Secondo gli ultimi dati del ministero della Giustizia al 31 marzo 2018 i soggetti detenuti (compresi quelli in attesa di giudizio) sono 58.223, di cui 19.811 stranieri.

Per le persone trans, poi, non abbiamo un numero preciso. Ma per loro il carcere è un luogo di ulteriori sofferenze caratterizzato da ghettizzazione e maggiore discriminazione. Da tempo nel Paese alcune associazioni trans e non operano all’interno di queste strutture con esperienza e professionalità.

A Roma nella casa di reclusione di Rebbibia porta il suo sostegno e il suo aiuto l’Associazione Libellula. A Leila Pereira Daianis, che ne è esponente di spicco, abbiamo fatto alcune domande per comprendere qualcosa di più al riguardo.

Le problematiche carcerarie legate alle persone transgender sono moltissime. Spesso si sente parlare di assenza di diritti anche i più elementari: è cosi?

Era così ma attualmente, grazie all’intervento delle associazioni come Libellula, la situazione è migliorata e i diritti sono più rispettati. Nel carcere di Rebibbia nel “reparto trans” vi erano molti problemi ma noi abbiamo lavorato molto soprattutto per controllare i disagi e la conseguente collera delle detenute trans soprattutto in riferimento alla ghettizzazione. Abbiamo lavorato molto con incontri ma anche attraverso l’esperienza teatrale come strumento di consapevolezza e autostima.

Quale sono le vostre principali iniziative all'interno e all'esterno del carcere in sostegno delle persone trans?

Tutti i mercoledì, dalle ore 16:00 alle ore 18:00, teniamo aperto uno sportello e cerchiamo di ascoltare le loro esigenze e richieste. La maggior parte delle persone transgender detenute, essendo straniere, ha bisogno di contatto con le autorità diplomatiche dei loro Paesi per contattare i propri familiari. Quando escono cerchiamo di dare sostegno con una ricerca di lavoro e c’impegniamo a inviarle, secondo le diverse  necessità, ad altri servizi territoriali.

Alcune vengono rimpatriate e altre, invece, chiedono dal carcere protezione internazionale. Molte purtroppo tornano a prostituirsi, perché rassegnate come ex detenute o prostitute. La prostituzione per queste persone è l’unico mezzo di sostentamento.

Alta presenza di persone trans immigrate in carcere. Puoi dirci quali sono i Paesi maggiormente rappresentati a Rebibbia?

Al carcere di Rebibbia la maggior parte delle persone detenute trans sono soggetti MtF e straniere: 80% brasiliane, 7% colombiane, 5% argentine, 2% ecuadoriane, 2% peruviane, 1% marocchine, 1% tunisine. E poi per il 2% italiane.

Come è oggi il rapporto tra voi volontari e l'istituzione carceraria a Roma?

Dopo tanti anni di attività sono aumentate le azioni e sono cresciute le associazioni che intervengono nel reparto carcerario delle persone trans. Ho iniziato a svolgere la mia azione di volontariato quando ancora facevo parte de Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli. Nel 1998 si è costituita presso il Comune di Roma una Consulta cittadina permanente per i problemi penitenziari. E da allora ad oggi abbiamo realizzato tantissimi progetti sia a livello locale che nazionale per la tutela dei diritti delle e dei detenuti. Il Circolo Mario Mieli e l’Associazione Libellula hanno sempre avuto un’attenzione importante verso le persone detenute transgender.

Numericamente quante siete a lavorare a Rebibbia?

Di Libellula siamo in quattro ad alternarci. Le altre associazioni hanno sempre due persone ciascuna.

C’è qualche storia di successo, conseguito col vostro operato, che puoi raccontarci?

Purtroppo è difficile parlare di successo. Nel carcere le donne trans sono isolate nel reparto maschile dagli altri detenuti e quando escono sono ancora più fragili. Più di una ha affermato che si sente più protetta all’interno del carcere che fuori. Molte sono dipendenti da alcool e droga.

Una, ad esempio, era felicissima perché una comunità cattolica per tossicodipendenti aveva promesso di accoglierla. Quando hanno però saputo che si trattava di una persona trans e per di più Rom hanno rifiutato, affermando che non c’erano più posto.

Non abbiamo una casa per accogliere le persone trans in misura alternativa al carcere. Con riferimento, soprattutto, a soggetti MtF alcune sono riuscite ad essere rimpatriate e non vogliono mai più tornare in Italia. Altre sono uscite dalla detenzione e hanno trovato un compagno. Avere precedenti penali significa non trovare un lavoro e regolarizzarsi.

Posso però affermare che per noi la storia di una donna trans brasiliana, laureatasi, in carcere può definirsi un grande un successo. Come quella d’una detenuta trans di nazionalità argentina che, condannata a una pena molta lunga,  ha deciso di riprendere i suoi studi. E quest’anno inizia il primo anno d’Università. Ma questi casi sono purtroppo molto rari.https://ssl.gstatic.com/ui/v1/icons/mail/images/cleardot.gif

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Se si digita il nome di Beppe Ramina sul sito di Radio Città del Capo, della quale è stato uno dei fondatori, si legge: «Giornalista che nel 1977 era un dirigente di Lotta Continua e da militante del movimento gay prese le chiavi del Cassero nell'82».

Ma chi lo conosce aggiungerebbe che è da sempre una persona molto attenta al tema dei diritti con uno guardo un po’ ironico e un po’ serio. Tra i suoi scritti non è possibile non ricordare Ha più diritti Sodoma di Marx - Il Cassero 1977/1982, pubblicato nella collana Quaderni di critica omosessuale

Beppe, a tuo parere, quanto le unioni civili hanno portato avanti il Paese sul­ piano dei diritti?

Le unioni civili costituiscono il parziale riconoscimento del diritto, assicurato dalla Carta Costituzionale, all’uguaglianza di ogni cittadino nelle leggi. Quel diritto, dunque, c’era già, tanto che la Corte Costituzionale era intervenuta più volte sul punto, ma non era riconosciuto dalle leggi. È un'affermazione parziale, ma significativa, dei movimenti per i diritti civili e del movimento Lgbtqi. In quanto tale, rientra tra quei provvedimenti (dal divorzio all’aborto, dall’abolizione dei manicomi al diritto al fine vita) che affermano il diritto alla libera scelta di ogni individuo e che hanno costituito un punto di svolta nella cultura e nella vita sociale del Paese.

Eppure, secondo molti la cosiddetta legge Cirinnà rappresenterebbe anche un passo indietro marcando la differenze tra unione o matrimonio?

Nessun passo indietro: è un riconoscimento di uguaglianza (per quanto parziale) e, come tale, andrebbe valorizzato. Chi non desidera utilizzarla - per esempio, io e il mio attuale compagno - fa ciò che vuole. Trovo stucchevoli i commenti su un presunto arretramento culturale indotto da questa legge: chi la pensa diversamente ha lo stesso spazio di prima per sviluppare le proprie posizioni culturali e politiche.

Non mi convince chi denigra il lavoro di altri per affermare il proprio punto di vista. Purtroppo, in Italia, questa tendenza ad accentuare gli aspetti che dividono è forte. Al primo congresso mondiale sull’Aids che si tenne a Stoccolma (1988), nell’assemblea delle organizzazioni non governative alla quale partecipavo come presidente della Lila, venne fatto un elenco di temi. Scartati quelli su cui c’era disaccordo, ci si concentrò su quelli sui quali si era d’accordo. In Italia avremmo fatto l’opposto, trascorrendo ore a litigare.

Nel 1982, anno della presa del Cassero a Bologna, essere gay era sicuramente diverso rispetto a oggi e diverse erano le modalità d’approccio. Oggi ci sono Grindr e i social. Cosa ne pensi?

Mio figlio, che ha 14 anni, conosce internet da quando è nato: le sue manine hanno afferrato un mouse quando aveva pochi mesi e ancora non parlava, ma già sapeva dove trovare dei giochi. Il supporto carteceo per lui è confinato in parte all’area scolastica e in pochi libri. Ciò non significa che non conosca le cose del mondo e che non abbia sue opinioni anche su questioni complesse: ha una mente aperta e vivace, creativa. Tuttavia, è evidente che il suo modo di relazionarsi sia diverso dal mio. Non si deve essere diffidenti verso ciò che non conosciamo e che non capiamo. Il mondo di oggi è abbastanza diverso – per alcuni tratti radicalmente diverso –  da quello che ho conosciuto io. Ma restano e, anzi, si ampliano le ingiustizie sociali, i conflitti armati, la crisi ecologica.

I temi di fondo sono gli stessi di un tempo, ma nelle generazioni più giovani è diverso il modo di relazionarsi ad essi. Sono un uomo del Novecento: per me Marx, Bakunin, Rosa Luxemburg, Gramsci sono figure famigliari. Per molte persone giovani, anche attive nelle parti più radicali del movimento Lgbtqi, si tratta di sconosciuti, mentre sono più famigliari Foucault o Judith Butler. Per molti giovani gay ad essere popolari sono certe figure di serie televisive o di videogiochi o degli anime giapponesi. Questa differenza toglie valore alle esperienze delle generazioni più giovani? Sono convinto di no.

Oltre alle rivendicazioni della parità dei diritti su quali altri temi dovrebbe rivolgere la sua attenzione il movimento Lgbti?

Ogni movimento è fatto dalle persone che lo compongono. Nei movimenti Lgbtqi ci sono persone dalle sensibilità e dalle storie culturali e politiche diverse: ogni organismo associativo e politico al quale danno vita ha una propria specificità. Più che di obiettivi dei movimenti, posso dire il mio punto di vista, peraltro per nulla originale. Ritengo che non vi possa essere liberazione dai ruoli e dai generi se non ci sarà giustizia sociale, se le disuguaglianze economiche terranno prigioniera la gran parte delle popolazioni, se non ci si batte per contrastare le guerre e i terrorisimi.

Per dirla con parole novecentesche, non ci sarà liberazione della persona se non ci sarà liberazione dal bisogno e non ci sarà liberazione dal bisogno se non ci sarà libertà piena per ogni individuo. Per dirla ancora più semplice, i movimenti Lgbtqi dovrebbero essere in relazione stretta con quanti si ribellano a questa società dove il capitale finanziario spadroneggia e accentua le diseguaglianze, conduce al disastro ecologico, calpesta con guerre disumane e col terrore la vita di milioni di persone.

Qual è secondo te il punto di maggiore forza e maggiore debolezza dell’associazionismo italiano Lgbti?

I punti di forza e di debolezza, a mio parere, hanno la stessa radice: la grande frammentazione che, se permette a tante soggettivtà diverse di esprimersi arricchendo le noste vite, altrettano spesso non consente di unirci su alcuni punti cruciali per il buon vivere, qui e ora, delle persone Lgbtqi.

Negli anni ’70 si diceva: La fantasia distruggerà il potere e una risata vi seppellirà. Oggi ci sono ancora nascoste da qualche parte una fantasia e una risata?

C’è sempre. Nel 1968 si diceva che “sotto il cemento cresce l’erba”. Fa parte dell’umanità il desiderio di non essere oppressi.

Omogenitorialità. Cosa significa per te essere padre?

Premetto che mio figlio non fa parte di una famiglia omogenitoriale: ha un padre e una madre oltre ad altre figure adulte di riferimento, come i miei compagni che ha conosciuto nel tempo e ai quali è molto affezionato. Non so definire cosa sia la paternità. So cosa è per me essere padre di una persona di grande forza interiore, amabile, simpaticissima qual è mio figlio: una grande gioia, frequenti sorprese.

Non hai nascosto di aver votato alle ultime elezioni Potere al Popolo: c’è in te il ragazzo “rivoluzionario” di sempre?

Votare Potere al Popolo non è un gesto rivoluzionario: mi sono recato al seggio e ho fatto due croci sulle schede elettorali. Poi sono tornato a casa senza avere rischiato nulla. Più che altro è una presa di posizione. Dei razzisti del centrodestra neppure vale la pena parlare. Dei restauratori di un capitalismo più efficiente a targa 5 Stelle mi importa ben poco. Il Pd ha da tempo smarrito quel poco di consapevolezza che restava sulle condizioni di vita di milioni di persone. Liberi e Uguali ha fatto la scelta di preservare alcuni gruppi dirigenti in sintonia con quanto fatto da Sel alle politiche del 2013.

Ho votato PaP senza farmi illusioni (consapevole che a fatica avrebbe raggiunto l’1%) perché potrebbe essere uno strumento per raccordare realtà di base che esistono in tutta Italia ma che sono frammentate, senza una voce comune. Non mi aspetto che questo accada. Ma il progetto aveva e ha un suo valore.

Arcigay 1984-2018. Sono trascorsi più di 30 anni e sono oltre 50 i comitati sparsi in tutta Italia. C’è qualcosa che vorresti suggerire alle nuove generazioni di attiviste e attivisti?

Ad Arcigay sono inevitabilmente affezionato: con Franco Grillini ho contribuito a rifondarla e ne sono stato presidente nazionale. Successivamente, pur riconoscendone aspetti di utilità sociale, sono spesso stato molto critico nei confronti dell’associazione e per alcuni anni non mi sono iscritto. Mi considero un socio del Cassero: mi trovo spesso in sintonia con le sue prese di posizione politiche e apprezzo le tante attività culturali e sociali che si svolgono al suo interno e all’esterno, ad esempio con i migranti e i senza fissa dimora.

Non ho messaggi o suggerimenti, se non che la vita è migliore se vissuta a testa alta, godendola e sentendosi a proprio agio in ogni luogo e in ogni circostanza.

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Quando si parla di violenza domestica, si pensa generalmente a un fenomeno riguardante coppie di persone di sesso opposto. Le stesse persone omosessuali tendono a negarlo: quasi un volersi difendere da una omologazione. Eppure alcune di esse iniziano a parlarne, percependosi come vittime.

Ne parliano con Daniele Paolini, psicologo-psicoterapeuta sistemico-relazionale e assegnista di ricerca presso l’Università degli studi Gabriele D’Annunzio di Chieti – Pescara.

Dr Paolini, lei ha iniziato a studiare il fenomeno della violenza domestica in riferimento alle coppie omosessuali. Quali i risultati della sua indagine?

Un giorno mi sono imbattuto in un post su Facebook di un’associazione inglese dal nome Broken Rainbow, oggi confluita nell'organizzazione Galop. Quest’associazione si occupa di violenza domestica all’interno di coppie omosessuali in Inghilterra. Nello specifico cerca di comprendere come si verifica la violenza e fornisce supporto e aiuto alle vittime. Questo è stato il primo momento in cui mi sono fermato a riflettere su questo tema ed è stato anche lo start che mi ha spinto verso un processo di ricerca e approfondimento. Purtroppo la conoscenza di tale fenomeno la dobbiamo mutuare, quasi totalmente, da contesti anglofoni.

In una recente ricerca, condotta in collaborazione con l’Università di Chieti e l’Università di Perugia, abbiamo esaminato la volontà degli astanti di fornire aiuto e sostegno a una vittima di violenza domestica sia essa gay che lesbica. Nel fare questo, la ricerca ha indagato se i meccanismi sottostanti l'intervento degli astanti sono simili o diversi a quelli osservati quando le persone assistono a casi di violenza domestica avvenuti all’intero di una coppia eterosessuale, nonché di identificare alcune condizioni che esacerbano la volontà oppure no di intervenire. Dalla nostra ricerca emerge che, se la violenza domestica viene perpetrata come esito di un tradimento, le persone valutano le vittime come meno morali e più responsabili dell’accaduto e tale valutazione influenza in modo negativo la loro disponibilità a fornire aiuto.

Questi esiti rispecchiano purtroppo ciò che drammaticamente emerge dalle ricerche che hanno indagato la violenza domestica in coppie eterosessuali a differenza del fatto che per quanto riguarda le coppie omosessuali l’effetto descritto emerge in modo più forte per le persone che presentano un orientamento ideologico conservatore. Senza ombra di dubbio, questi dati fanno accapponare la pelle, se la confessione di un tradimento viene considerata come una giustificazione alla violenza domestica subita al punto tale di non essere disposti a intervenire per mettere fine a tale atto. E, se quest’effetto è maggiormente esacerbato dall’orientamento politico di chi in una situazione di emergenza dovrebbe fornire aiuto, sembra emerga un quadro molto pericolo per il quale urge un attento e approfondito dialogo e intervento socio-politico.

Sulla base della sua esperienza di ricercatore e  psicologo le vittime omosessuali di violenza domesticachiedono aiuto e sostegno a un esperto nel momento del bisogno?

Purtroppo devo rispondere di no. In base alla mia esperienza come psicoterapeuta ho potuto osservare una forte reticenza nel chiedere aiuto perché vittime o perpetuatori di violenza domestica. È più probabile che tale problematica emerga in una fase più avanzata del processo terapeutico e, quindi, che esso non abbia inizio da una richiesta d’aiuto esplicita inerente una violenza domestica.

Da un lato credo sia un processo di normale protezione come se affrontare una tematica così importante e delicata in Italia necessitasse di una collaudata relazione di fiducia. Dall’altro, però, è necessario chiedersi se esistono luoghi, di qualsiasi forma, adibiti a raccogliere richieste d’aiuto esclusivamente legate alla violenza domestica in una coppia omosessuale. Ancora una volta, a malincuore, devo rispondere di no.

Sussistono al riguardo motivi e meccanismi differenti tra coppie di persone gay e lesbiche?

La difficoltà nel fare ricerca su questa tematica e, quindi, la scarsa presenza di ricerche che possono fornirci un quadro più dettagliato del fenomeno, rende impossibile, ad oggi, delineare specifiche differenze imputabili alle coppie di persone gay e lesbiche. Cedo sia importante concentrarsi non tanto sulle differenze ma sulla gravità di qualsiasi atto di violenza indipendentemente dalla loro forma.

Lei parlava d’un ritardo nel denunciare la violenza subita. Quanto pesa in proposito una cultura etero-sessista e omofoba?

La violenza domestica all’interno di coppie omosessuali sembra particolarmente difficile da rilevare e riportare a causa di diversi fattori che ostacolano la richiesta di aiuto da parte della vittima. Una prima riflessione da fare è che la denuncia di una violenza domestica per un’omosessuale presuppone che il processo di coming out si sia realizzato: le incertezze e la paura nell’affermazione del proprio orientamento sessuale possono ostacolare il processo di denuncia.

Un’ulteriore barriera è sicuramente il contesto eterosessista e omofobo nel quale le coppie omosessuali continuano a vivere. In quale luogo istituzionale un omosessuale vittima di violenza domestica può recarsi senza sentire il peso del proprio orientamento sessuale? Ovviamente legato a questo fattore non può essere ignorato il fenomeno dell’omofobia interiorizzata che può spingere le vittime omosessuali a sottovalutare l’accaduto stesso. Due aspetti connessi che, nonostante i recenti progressi, continuano ad alimentare la condizione di invisibilità sociale del mondo Lgbt esacerbando stereotipi e discriminazioni.

Inoltre, dalla letteratura emerge anche che un altro ostacolo è rappresentato dalla paura che denunciare una violenza domestica getterebbe una luce negativa su tutta la comunità Lgbti che da decenni combatte per il riconoscimento dei diritti. In realtà il quadro è molto complesso. Una serie di ostacoli impediscono la presa in carico di tale problematica. Ma è pur vero che ad oggi, nello specifico sul territorio italiano, non esistono servizi idonei a raccogliere tali denunce e a fornire un adeguato aiuto alle vittime. La strada da fare è lunga e tortuosa.

Sembra necessario però un’attenta analisi del fenomeno e del contesto sociale per riuscire a promuovere programmi di intervento efficaci ed efficienti sia per quanto riguarda le conseguenze psicologiche di una violenza domestica sia per un processo di sensibilizzazione sociale.

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Tony Andrew è un attivista nigeriano con status di rifugiato politico. Fuggito dal suo Paese nel 2016 a causa delle persecuzioni e delle violenze in atto contro le persone omosessuali, vive a Reggio Emilia. Qui cura i rapporti con i richiedenti asilo Lgbti e si occupa di integrazione. Oggi si racconta a Gaynews.

Tony, come hai raggiunto lo status di rifugiato politico?

Sono in Italia dall’estate del 2016. Eravamo tutti su un barcone che ha cominciato a imbarcare acqua. Quando sono arrivato, avevo lo sterno fratturato e la febbre alta. Mi hanno curato e per fortuna sono sopravvissuto. Sono stato trasferito in diversi campi di accoglienza. Ultima tappa nel Riminese dove mi hanno accolto in un appartamento. Dopo soli quattro mesi ho ottenuto lo status di rifugiato, grazie a Jonathan Mastellari dell’associazione MigraBo Lgbti. In quanto attivista Lgbti conosciuto in Nigeria, la Commissione per lo status di rifugiato politico non ha avuto particolari difficoltà a darmi il permesso di soggiorno per motivi umanitari.

Provieni da un Paese come la Nigeria, dove l’omosessualità è reato. Com’era la tua vita prima di arrivare in Italia?

Prima di fuggire avevo un negozio di sartoria a Benin City con quattro impiegati. Allo stesso tempo lavoravo con un’associazione canadese che lotta contro l’Hiv. Inoltre organizzavo delle feste segrete in cui si ballava e si conosceva gente: si entrava tramite conoscenze in alberghi che affittavamo solo per noi. Tramite queste attività ero diventato un punto di riferimento, soprattutto, per gay e lesbiche che finivano in difficoltà perché perseguitati dalla loro comunità o dalla famiglia stessa. Alcuni li accoglievamo in casa mia nonna e io. È lei che mi ha allevato.

Dal 2013 la legge contro le persone omosessuali in Nigeria è diventata molto più dura e le cose sono peggiorate sempre di più con aggressioni in piazza. Un giorno, ormai, si era sparsa la voce sulla mia omosessualità ed attività. Sono stato assalito nel mio stesso negozio. Sono sopravvissuto grazie a un cliente – anche lui gay – che mi ha tirato fuori e portato via da lì, ferito. Sono dovuto fuggire quel giorno stesso senza dire addio a mia nonna.

C’è un modo per “sopravvivere” come persona Lgbti in Nigeria?

La situazione è così dura che non ho mai conosciuto una persona transgender in Nigeria. Per loro non c’è modo di esistere. Ne conosco alcune che hanno fatto coming out come trans una volta arrivate in Europa o in Canada, come le mie amiche Mandy e Joy, ma non mentre eravamo in Nigeria.

Se sei sieropositivo non puoi dirlo a nessuno. Chi è conosciuto come sieropositivo è isolato. I farmaci non sono gratuiti. In Nigeria una persona sieropositiva non vive a lungo.

Se sei gay o lesbica, non puoi dirlo pubblicamente. Se vieni scoperto ti portano via tutto. Ti picchiano. Nessuno ti dà il suo aiuto neppure la famiglia: per loro sei un figlio o una figlia maledetto/a. Non sei libero di fare nulla. Devi solo nasconderti. Se hai l’occasione di conoscere, attraverso il linguaggio non verbale, altri gay, verrai presentato ad altri ancora: questo ti rende “fortunato” o meglio meno solo.

Qual è stato il momento più duro che hai sperimentato appena giunto in Italia?

Paradossalmente è stato dopo che ho ricevuto il permesso di soggiorno. Il servizio di accoglienza del paesino riminese in cui ero non ha mai fatto richiesta per il progetto di inserimento successivo (Sprar o Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati). Dopo un mese, perciò, mi hanno mandato via dall’appartamento in cui vivevo senza spiegazioni. Mi sono trovato a dormire in stazione per alcune notti. Ho pianto dalla paura e pregato tanto che non mi succedesse niente. Fortunatamente Jonathan Mastellari ha saputo dove ero e ha contattato delle associazioni dell’Emilia-Romagna. Nel giro di poche ore Arcigay Reggio Emilia mi ha dato un posto dove stare.

Perché hai scelto l’Italia?

L’Italia è un Paese per me sicuro. Molti dei miei amici gay erano già in Italia prima che salissi su quel barcone. E qui ho trovato aiuto. Vorrei aggiungere una cosa: vedo il razzismo e la discriminazione negli occhi della gente, anche qua. Ma bianchi o neri siamo tutt’uno. Nessuno è perfetto: alcuni sono bravi, altri cattivi, bianchi o neri che siano.

Chi sono i tuoi amici oggi?

Ne ho tanti, già dalla mia attività in Nigeria. Con molti sono in contatto tramite WhatsApp e Facebook. Con altri mi vedo regolarmente qui in Emilia e agli incontri per migranti condotti da MigraBo a Bologna. E altri ancora li contatto durante le attività di Arcigay Reggio Emilia, dove coordino gli incontri mensili per i migranti. Ora però ho tanti amici anche italiani. Vado a scuola di italiano. Annalisa, la mia insegnante, è bravissima.

Qual è oggi il tuo impegno come militante Lgbti?

A novembre sono entrato a far parte del nuovo Direttivo di Arcigay Reggio Emilia e ne sono molto orgoglioso. Ora posso aiutare di nuovo ragazzi e ragazze che arrivano dall’Africa e sono in Africa. Combatto le discriminazioni perché i miei amici possano essere liberi di essere chi vogliono, che abbiano i documenti a loro utili e possano stare in buona salute.

Da quando sono stato eletto, decine di persone ci hanno contattato. Sia per fare coming out coi loro operatori (c’è molta paura che la persecuzione continui anche in Italia) sia per trovare aiuto. Soprattutto per i tanti che sono rimasti fuori dai progetti di accoglienza o che hanno ricevuto un esito negativo in commissione o che sono letteralmente stati abbandonati dal sistema anche qui in Italia. E sono tanti.

In conclusione, quali grandi passioni ha Tony Andrew?

La mia passione ora è Dio, perché so che senza il suo aiuto non sarei mai riuscito a sopravvivere a quello che mi è successo. Perché senza il suo aiuto non avrei mai avuto l’opportunità di conoscere Alberto Nicolini, che mi ha preso in casa con sé e introdotto in Arcigay, dove adesso posso aiutare tanta gente.

E poi l’altra passione è l’amore. Non c’è nulla di importate come circondarsi di amore.

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Orgoglio oltre i confini. Questo lo slogan del Dolomiti Pride che avrà luogo a Trento il 9 giugno.

Un evento di portata storica – sarà infatti la prima volta in assoluto d’una marcia dell’orgoglio Lgbti in Trentino-Alto Adige – che, pur superando gli orizzonti spaziali e sociali della regione norditaliana, si è visto negare il patrocinio della Provincia autonoma di Trento. Per il presidente Ugo Rossi (di centrosinistra) si tratterebbe di mero esibizionismo e folclore.

Motivazioni, queste, che, addotte per motivare la non concessione del patrocinio, sono state duramente criticate dalla senatrice Monica Cirinnà sulle colonne de Il Dolomiti. «Dove sta il folclore - si è chiesta la madrina della legge sulle unioni civili -: quello di una bandiera rainbow? Di un carro festoso e ironico? Non mi pare che tutto questo possa offendere qualcuno. Io sono pienamente convinta che se all'inizio della loro storia i Pride non avessero osato anche con l'ostentazione, del tema dei diritti per le persone omosessuali non si sarebbe mai parlato e la discriminazione sarebbe rimasta così com'era».

Per non parlare dell’uscita di Alessandro Savoi, presidente della Lega Nord Trentino, che ha dichiarato con riferimento all’adunata degli alpini e al Dolomiti Pride: «Io sono alpino e paragoni come questo sono inaccetabili. Non confondiamo la merda con la cioccolata».

Per sapere di più su tali polemiche e sull’organizzazione del Pride del 9 giugno, abbiamo intervistato Paolo Zanella, presidente di Arcigay del Trentino e figura di spicco dell’attivismo Lgbti trentino.

Dolomiti Pride in arrivo. Ci puoi raccontare come nasce questo evento?

Il Dolomiti Pride nasce da un sogno: portare anche in una terra di periferia come la nostra una manifestazione di grande valore e impatto che restituisca visibilità alle tante persone che ancora vivono nell'ombra. Il Pride per Trento rappresenta una novità e l'idea di realizzarlo è frutto del lavoro delle associazioni sul territorio degli ultimi cinque anni. Un lavoro politico e culturale continuo per il benessere della comunità LGBTQI*, per promuoverne i diritti e contrastare l'omotransfobia. Un lavoro in un territorio non semplice, che spesso tollera la diversità, ma che ancora fatica a includerla.

Il Pride rappresenta il coronamento di questi anni di lavoro, ma soprattutto getta le basi per il tanto lavoro che ancora c'è da fare. In questo senso, il lungo documento politico, che si trova sul sito, traccia la strade e l'orizzonte del nostro agire futuro.

Quali sono i temi più importanti che affronterete durante il periodo del Pride? E quali le iniziative in programma?

Sono già in corso e lo saranno fino al giorno prima del Dolomiti Pride i tantissimi eventi che ci accompagneranno verso il 9 giugno. Affronteremo tanti temi di interesse per la comunità LGBTQI* e lo faremo con tante modalità diverse tra Trento, Bolzano e le periferie. Gli eventi sono organizzati solo in parte da noi. Mentre molti sono organizzati direttamente dalle realtà con le quali in questi anni abbiamo lavorato in rete.

Affronteremo con Amnesty International e Il grande Colibrì la questione che interseziona le identità LGBT* e i migranti. Parleremo di varianza di genere con Camilla Vivian e il suo libro Mio figlio in rosa nonché con la mostra Ella(She) di Marika Puicher. Proporremo una mostra fotografica unica, distribuita tra gli esercizi commerciali del centro, con a tema il travestitismo artistico di un collettivo di drag queen brasiliane Las monxtras. L'arte attraversa il genere. Parleremo del movimento trans con Porpora Marcasciano.

Incroceremo due eventi che hanno interessato la nostra città: il Sessantotto con una conferenza di Massimo Prearo e Elisa Bellè su Corpi, generi, sessualità in movimento - Le politiche dell'autodeterminazione e dell'orgoglio tra '68, movimento delle donne e attuale esperienza dei Pride e il Concilio di Trento con l'incontro Chiese e omosessualità. Esperienza anglicana, prospettive cristiane con Jonathan Boardman e Pierluigi Consorti. Parleremo di intersessualità con il reading Middlesex con la compagnia EmitFlesti.

Rideremo con le Salamandra Sisters, le drag queen di Mantova e il loro spettacolo Con gli occhi di una drag. Agedo presenterà in alcune località della provincia Due volte genitori e parleremo di omogenitorialità con Andrea Simone e il suo Due uomini e una culla e la mostra Famiglie, proposta dalla rete READY e realizzata da Comune di Trento e Provincia di Trento. E poi un cineforum con qualche proiezione anche nelle località periferiche, aperitivi e feste.

Avete costituto un coordinamento di associazioni territoriali?

Generalmemte parlando sul territorion esiste un'associazione di secondo livello, nata cinque anni fa, la Rete ELGBTQI del Trentino Alto Adige - Suedtirol, che racchiude, non solo le associazioni Lgbt*, ma anche quelle interessate ad occuparsi di questi temi. Vi fanno parte Arcigay del Trentino, Centaurus - Arcigay Bolzano, Agedo del Trentino, il Gruppo Rainbow, l'associazione culturale Te@, che si occupa in senso ampio di tematiche di genere, il Centro studi interdisciplinari di genere dell'Università di Trento, la Lila del Trentino e Propositv, entrambe occupate a contrastare Hiv e Aids e tante altre.

Per il Pride è stato messo in piedi un coordinamento informale tra Arcigay del Trentino, che è capofila, Rete ELGBTQI*, Centaurus - Arcigay Bolzano, Agedo del Trentino e Famiglie Arcobaleno.

La questione del mancato patrocinio da parte della Provincia di Trento è divenuta di rilievo nazionale. Ma la città di Trento è pronta per il Pride delle Dolomiti?

Credo che i cittadini, per lo meno la maggioranza, siano pronti a far invadere le strade dall'allegria, dalla musica e dai colori del Dolomiti Pride, perché vivono comunque il nostro tempo come straordinario momento di apertura all'altro. Spesso sono un passo avanti rispetto ai politici che li rappresentano. Anche se devo dire che dal Comune di Trento, in particolare nella figura dell'assessore alle Pari Opportunità Andrea Robol, abbiamo trovato sin da subito apertura e sostegno al Pride come manifestazione di valore culturale e sociale.

Lo stesso non possiamo dire della nostra Provincia Autonoma, che, nonostante abbia un governo di centrosinistra, ha negato il patrocinio alla parata con parole offensive non solo per le persone Lgbt* ma anche per tutta la cittadinanza che crede nei valori di libertà, uguaglianza e inclusione. Ritengo che il presidente Rossi non si sia reso conto dello scivolone che stava facendo oppure, dopo la batosta elettorale del 4 marzo, in vista delle elezioni di ottobre, sta solo riposizionandosi a destra. Peccato che lo faccia sulla pelle delle persone Lgbt*. Abbiamo comunque il sostegno anche del Comune di Bolzano, del Forum trentino per la pace e i diritti umani e della Commissione provinciale Pari Opportunità.

Omofobia, transfobia, lesbofobia, razzismo, xenofobia… Secondo te, sulla base dell'esperienza accumulata, come se ne parla nella Provincia di Trento?

Nella nostra provincia esiste un forte tessuto sociale e associativo con una proposta culturale ancora ricca e variegata. Dei temi dell'omo-lesbo-transfobia sul territorio ce ne facciamo carico prevalentemente noi, come associazioni, con azioni nelle scuole e con eventi culturali diversificati durante l'anno. Esistono diverse associazioni e realtà che si occupano di razzismo e che oggi si trovano con un sovraccarico di lavoro in seguito ai rigurgiti xenofobi che stanno tornando ad avere presa anche in un’isola felice come la nostra. E ciò grazie alle abili stumentalizzazioni di chi utilizza i migranti come capro espiatorio del malessere socio-culturale-economico che stiamo vivendo.

Quello che manca, forse, e che proponiamo nel nostro documento è un approccio più intersezionale alle diverse questioni, per coglierne la complessità e per unire le forze in un momento in cui ve ne è estremo bisogno.

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