Dopo la risoluzione di condanna, adottata il 18 aprile dal Parlamento Europeo, il sultanato del Brunei continua a essere oggetto di reazioni per le nuove disposizioni delle Parti IV e V del locale Codice penale. 

Entrate in vigore il 3 aprile, esse comminano la pena capitale per determinati atti sulla base della shari’a. Nello specifico, la morte per lapidazione è prevista per i rapporti consenzienti tra maschi (in precedenza puniti con 10 anni di prigione), l’adulterio, l’aborto e la blasfemia (insulto o diffamazione del profeta Maometto) mentre l’amputazione d’una mano o d’un piede per il furto. Pene più clementi, si fa per dire, per i rapporti consenzienti tra donne: 40 frustate e 10 anni di prigione.

Motivo per cui il 29 marzo, pochi giorni prima dell’entrata in vigore delle norme, George Clooney ha lanciato una campagna di boicottaggio dei nove hotel di lusso gestiti dalla Dorchester Collection della Brunei Investment Agency, che, pur facente parte nominalmente del ministero delle Finanze, è proprietà, di fatto, del sultano Hassanal Bolkiah.

Lo stesso Premio Oscar 57enne ne ha fornito, in una lettera aperta a Deadline Hollywood,  la lista: The Dorchester (Londra), 45 Park Lane (Londra), Coworth Park (Londra), The Beverly Hills Hotel (Beverly Hills), Hotel Bel-Air (Los Angeles), Le Meurice (Parigi), Hotel Plaza Athenee (Parigi), Hotel Eden (Roma), Hotel Principe di Savoia (Milano).

Campagna, che rilanciata e condivisa da star internazionali del cinema, della musica, dello spettacolo, è stata espressamente menzionata nella risoluzione di Strasburgo, in cui si è chiesto l'inserimento nella 'lista nera' dei nove hotel del sultano nonché il congelamento dei beni.

Ieri l’iniziativa di Clooney ha incassato il sostegno di Jamie Dimon alla guida del colosso bancario JP Morgan. Seguendo le orme di Deutsche Bank, i vertici dell’istituto statunitense hanno inviato una lettera all’intero staff  con l’invito a evitare gli hotel che fanno capo ad Hassanal Bolkiah

Se si tratta d’iniziativa meritoria al pari dell’eventuale adozione «a livello Ue – come cita la risoluzione di Strasburgo - di misure restrittive per gravi violazioni dei diritti umani, compreso il congelamento di beni e il divieto di visti», lascia non poco perplessi la mancanza di interventi istituzionali e similari campagne di boicottaggio nei riguardi di un Paese come l’Arabia Saudita, dove il 23 aprile sono state condannate a morte 37 persone (tra cui il 16enne sciita Abdulkareem al-Hawaj per presunti reati commessi nel corso di una manifestazione anti-Saʿūd). Condanne eseguite al termine di processi palesemente irregolari basati su confessioni estorte con la tortura 

Dal 1° gennaio di quest’anno in Arabia Saudita «sono state giustiziate – come denunciato da Amnesty Internationalalmeno 104 persone: almeno 44 erano cittadini stranieri, la maggior parte dei quali condannati per reati di droga. In tutto il 2018 le esecuzioni erano state 149».

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Ieri a Caltanissetta, dov’era giunto per sostenere la candidatura a sindaco di Oscar Aiello, Matteo Salvini è stato interrotto da un gruppo di contestatori che, oltre a cantare «Bella, ciao», hanno gridato più volte: «Vergogna».

«Uno che crede nel comunismo nel 2019 – ha risposto il ministro dell'Interno - va abbracciato come un panda. Saluto i comunisti che stanno contestando e ricordo che istituiremo di nuovo l'educazione civica nelle scuole. Se voi amate i clandestini, ci lasciate conto corrente e li mantenete voi»

Ma non solo. Perché la reazione più significativa è arrivata dalle 19enni Gaia Parisi e Matilde Rizzo, che hanno colto di sorpresa il vicepremier, cui avevano chiesto di fare un selfie, baciandosi invece davanti a lui.

A darne notizia su Fb e a pubblicare le foto del bacio, divenute subito virali, Marco Furfaro, fondatore e coordinatore di Futura, che ha scritto: «Caltanissetta, contestatrici. Amore batte odio 3-0. Trollare Salvini dal vivo: livello estremo. Immense Gaia e Matilde».

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«Siamo oltre cento. Le voci girano, ne parlano tutti, insomma se ne parla spesso». E poi ancora: «Mi fa schifo. Sei ridicola. Te la vai a cercare. Al posto tuo mi vergognerei». E infine: «Le persone sono autorizzate a prendervi in giro. La gente non viene a dirvelo per questione di pudore ed io mi sento nel giusto se sparlo di voi».

Queste le parole che sono piovute addosso, domenica scorsa, alla 21enne Luana Strada e alla 27enne Giulia Bellomia, fidanzate ed entrambe dimoranti a Padova presso la residenza universitaria Copernico. A pronunciarle una ragazza, che si è fatta portavoce di oltre centro ragazze, anche loro ospiti della struttura, sdegnate dallo loro storia d’amore

Lo shock per Giulia e Luana è enorme. Ed è Luana a raccontare, tra l’amarezza e la rabbia, l’accaduto su Facebook. 

«Al momento – scrive alla fine del lungo post pubblicato il 17 aprile – non so neanche più per cosa valga la pena vergognarsi, non so più cosa sia la vergogna. Ma non riesco a capire come ci si possa vergognare di mostrarsi senza filtri alla persona amata, come ci si possa vergognare se ogni tanto si scelga di scivolare in un mondo puro, vero, privo di filtri, pieno di bellezza.

Non riesco a capire, fatto sta che il mio corpo si sente sbagliato, in qualsiasi movimento, ed io la mia ragazza proprio non riesco ad accarezzarla. Mi chiedo quanto durerà tutto ciò. Forse chi deve vergognarsi è chi non diffonde l’amore».

A dare ieri ulteriore notizia della vicenda Noemi Fantinato, rappresentante di Udu - Unione degli universitari, presente in mattinata a Palazzo Moroni per la conferenza stampa di presentazione del Padova Pride.

E oggi il deputato Alessandro Zan (Pd) ha così commentato quanto successo: «Fa male leggere questa notizia, di un fatto accaduto nella mia città e per di più in ambiente universitario, che si crede libero e aperto. È solo l’ennesima dimostrazione che l’omofobia è un fenomeno più o meno manifesto, ma ancora diffusissimo. Una legge è urgente, non possiamo più aspettare».

 
 
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Ieri sera due giovani minorenni sarebbero state vittime di un'aggressione omofoba nella centrale piazza San Marco a Latina. A denunciare l’accaduto il locale Comitato territoriale d’Arcigay Seicomesei.

«Un gruppo di ragazzi – hanno dichiarato Marilù Nogarotto e Anna Claudia Petrillo, rispettivamente presidente e vicepresidente d’Arcigay Latina - ha insultato due ragazze minorenni rivolgendo loro epiteti come 'lesbica di merda'. Alle giovani è stata poi spruzzata negli occhi la schiuma bianca che viene utilizzata per i festeggiamenti del carnevale.

Per fortuna le due ragazze non sono state ferite gravemente. Ma noi vogliamo comunque ribadire il nostro sdegno di fronte a questo vile genere di aggressioni: continueremo a essere presenti e dare supporto a tutte le persone sul territorio».

Nogarotto e Petrillo hanno anche rilevato come «sono mesi che riceviamo segnalazioni da parte di ragazze e ragazzi, giovani e giovanissimi. Siamo convinti che il clima d'odio, verbale e non, che si sta delineando, è figlio del triste periodo storico che il nostro Paese sta attraversando».

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Venerdì 15 febbraio è morta, all’età di 46 anni, la scrittrice americana Ellis Avery, celebre per aver più volte raccontato, nei suoi romanzi, l’omosessualità al femminile. A dare l’annuncio della prematura scomparsa, a seguito di un leiomiosarcoma, è stata l’associazione letteraria Lgbt The Lambda Literary Foundation.

Autrice di due romanzi, un memoir e un libro di poesie, Ellis aveva vinto per ben due volte lo Stonewall Book Award, prestigioso riconoscimento che, inaugurato nel 1971, annualmente premia le eccellenze della narrativa "arcobaleno".

Due suoi testi, The Teahouse Fire (2006) e The Last Nude (2012), hanno ottenuto il Lambda, Ohioana e Golden Crown Award e sono stati tradotti in sei lingue. Avery aveva insegnato scrittura creativa alla Columbia University di New York.

The Last Nude è stato tradotto e pubblicato in Italia con il titolo L’ultimo nudo dalla casa editrice Neri Pozza.

Ambientato nella Parigi degli anni '20 del secolo scorso, il libro narra di una giovane americana, Rafaela Fano, che sale in macchina con una sconosciuta, la quale le propone di posare nuda per lei. Si tratta della pittrice Tamara de Lempicka. Le due diventano presto amanti e Rafaela sarà la musa ispiratrice delle opere più iconiche dell'artista.

Coinvolgente e provocatorio, L'ultimo nudo è una storia sul genio e la sua arte, ma anche sulla passione, il desiderio, le ossessioni di una delle artiste più controverse del Novecento.

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Incontrarsi, discutere e rimettere al centro una soggettività lesbica che vuole essere inclusiva di tutte le soggettività considerate marginali come le donne con disabilità, le donne trans, le migranti, le persone non binarie che si riconoscono nel lesbismo.

È l'obiettivo di Lesbicx. Capire il presente per immaginare il futuro. Il punto tra inclusione e intersezionalità su una soggettività in divenire, la tre giorni che, organizzata dall'associazione Lesbiche Bologna, si terrà a partire da oggi fino al 3 febbraio tra il Cassero Lgbt Center e il Centro delle donne (via del Piombo, 5) nel capoluogo emiliano.

Un'iniziativa di rilievo, che nasce dal bisogno della comunità lesbica, e non solo, di ricominciare a parlarsi su un terreno di confronto costruttivo, superando la fase conflittuale degli ultimi due anni della politica lesbo-femminista italiana, monopolizzati dalla discussione sulla gestazione per altri, dal congresso di ArciLesbica con le successive disaffiliazioni e chiusure di circoli nonché dalle posizioni radicali in senso intollerante verso le persone tanto con disabilità, in riferimento all'assistenza sessuale, quanto transgender.

«Siamo talmente tranquille rispetto all'autorevolezza della soggettività lesbica - commenta Carla Catena, presidente dell'associazione - che non temiamo di dissolverci se nominiamo la nostra volontà di apertura alle altre e alle contemporaneità. L'idea è quella di una rinnovata messa in rete delle soggettività Lgbt e lesbiche per riprendere il discorso con serenità, per dare la possibilità a tante di prendere la parola e non fossilizzarsi solo su alcuni temi». 

Presentata ieri in conferenza stampa con la partecipazione dell'assessora comunale alle Pari Opportunità Susanna Zaccaria, la tre giorni si aprirà oggi pomeriggio, alle 17:30, presso il Cassero con la tavola rotonda BolognaX: giorni di un futuro anteriore che, coordinata da Carla Catena, vedrà intervenire rappresentanti di Associazione di Luki Massa, Associazione Orlando, Cassero Lgbti Center, Famiglie arcobaleno, Gruppo Trans, Laboratorio Smaschieramenti, Mit. Movimento Identità Trans, Non Una Di Meno Bologna, Il Grande Colibrì, Associazione Lesbiche Bologna.

Il 2 febbraio sarà dedicato all'ascolto e al confronto con donne che contribuiscono alla soggettività lesbica. L’intera giornata si svolgerà sempre al Cassero e vedrà interventi di Francesca Talozzi (in sedia a rotelle da dieci anni), Antonia Caruso (attivista transfemminista), Liana Borghi e Lidia Cirillo (intellettuali lesbiche con oltre 50 anni di militanza alle spalle) ma anche di Ilaria Todde, Lucia Leonardi, M. Costanza Di Salvia, Nina Ferrante, Roberta Zangoli, Maya De Leo, Paola Guazzo, Elisa Manici, Carla Catena. Modererà Elena Tebano, giornalista de Il Corriere della Sera.  

Il 3 febbraio, infine, sarà dedicato all'assemblea plenaria che, moderata da Maria Laricchia e Giulia Santoro di Lesbiche Bologna, si terrà al Centro delle donne

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Il numero di persone che si identificano come lesbiche, gay o bisessuali (Lgb) è ulteriormente in crescita nel Regno Unito.

I dati pubblicati dall'Office for National Statistics (Ons) il 21 gennaio, in riferimento a una specifica indagine sull’orientamento sessuale, mostrano, infatti, che la cifra è aumentata da 1,5% nel 2012 (il primo anno in cui venne condotta un tale studio) al 2% nel 2017

Percentuale, quest’ultima, che in ogni caso è rimasta invariata rispetto al 2016 (pari a 1,1 milione di persone) mentre è aumentata dallo 0,5% allo 0,6% quella di chi ha spuntato la casella contrassegnata come "altro". Un ulteriore 4,1% ha dichiarato di non conoscere il proprio orientamento sessuale o si è rifiutato di rispondere.

I dati mostrano inoltre come le persone tra i 16 e i 24 anni che affermano di essere Lgb siano il doppio rispetto alla popolazione generale: almeno uno su 25, il 4,2%. 

Secondo gli esperti dell'Ons, i/le giovani sono più propensi/e a "esplorare la loro sessualità, è aumentata l'accettazione sociale delle identità sessuali così come la possibilità di esprimerla".

A livello generale sono gli uomini (2,3%), rispetto alle donne (1,8%), i più propensi a identificarsi. Ma nella fascia di età under 25 più donne (4,7%) s'identificano rispetto agli uomini (3,7%): disparità che è stata determinata da una percentuale maggiore di donne che si sono dichiarate bisessuali. 

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A livello territoriale le persone a Londra avevano maggiori probabilità di identificarsi come Lgb (2,6%) a differenza di quelle nel Nordest e nell'Inghilterra orientale, entrambe all'1,5%. L'Irlanda del Nord ha la percentuale più bassa di tutte le nazioni costitutive del Regno Unito con l'1,2% della popolazione generale che si identifica come lesbica, gay o bisessuale.

L'Ons ha affermato che la proporzione relativamente alta di persone, che si identificano come Lgb a Londra, potrebbe essere spiegata con la maggiore percentuale di più giovani nella capitale, dove l'età media è di 35 anni rispetto ai 50 nel Nordest e ai 42 nell'Inghilterra orintale.

Conseguentemente la percentuale di persone che si identificano come eterosessuali ha continuato a diminuire. Dai medesimi dati è emerso che nel 2017 il 93,2% delle persone - pari a circa 49,2 milioni - ha dichiarato di essere eterosessuale, in calo rispetto al 93,4% dell'anno precedente e al 94,4% nel 2012.

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Già nel 2001 Emi Koyama, attivista transgender e intersessuale, nel suo Manifesto Transfemminista descriveva l’atteggiamento trans-escludente di alcune femministe radicali (Terf) nei confronti delle persone trans in generale e delle donne trans in particolare.  

Lo storico episodio del 1991 presso il Michigan Womyn's Music Festival (MWMF o MichFest) che vide l'espulsione di Nancy Burkholder, in quanto donna trans, destò molto scalpore e determinò una serie di botta e risposta tra la comunità lesbica, organizzatrice dell'evento, e la comunità trans americana, che organizzò una serie di contro-eventi. Tra questi il famoso Camp Transorganizzato proprio fuori dal Michigan Womyn's Music Festival, dalle donne transgender e dalle/dai loro alleati/eper protestare contro la politica della kermesse di escludere le donne trans.

In sintesi, quello che accade da circa trent’ anni è che alcune femministe radicali, parte delle quali lesbiche, forti della loro appartenenza a un'élite di donne bianche, cisgender e benestanti, hanno pensato bene di teorizzare sul percorso di transizione delle persone trans, appropriandosi di una narrazione che non le apparteneva e che non le appartiene, per giustificare a se stesse la decisione di allontanare, dai loro ambienti radicali e separatisti, le persone trans.

Le donne trans, ree di non essere “nate donne”, e gli uomini trans, “nati donne” ma rei di aver tradito “le sorelle lesbiche”, per abbracciare il mondo maschile, scegliendo consapevolmente di poter usufruire di quel “privilegio maschile”, che questa scelta ha comportato. Se da una parte le donne trans vengono quindi ostracizzate per non essere “nate donne”, gli uomini trans vengono addirittura considerati traditori della “matria lesbica”.

Peccato che, la decisione, importante e delicata, di intraprendere il percorso di transizione non sia assolutamente legata a un calcolo utilitarista o all’acquisizione di un presunto privilegio. Qualora ci fossero dubbi, chiediamolo a tutte le persone trans che per seguire la loro realizzazione identitaria hanno perso famiglia, affetti, beni e lavoro.

Ricordiamo, che già nel 1949 Simone de Beauvoir nel suo Il secondo sesso aveva affermato che «donna non si nasce lo si diventa».

Il pensiero, quindi, di una delle più importanti letterate francesi, il cui pensiero viene spesso citato da molte femministe storiche, già, aveva in nuce quello di considerare l'essere donna come un processo, non  ancorato e ancorabile all’ essenzialismo biologista, del quale le Terf sono strenue difensore, ma che per millenni ha relegato la donna ad un destino di sottomissione e subalternità.

Sembra, inoltre, surreale che delle femministe, molte delle quali lesbiche, vogliano rispolverare il cattolico dogma del “contro natura” per attaccare e denigrare percorsi diverso dal loro, percorsi che stando allo stesso dogma, per altro, sarebbero analogamente etichettati come “contro natura”.

Negli ultimi anni, in Italia, sono stati pubblicati vari articoli, anche su quotidiani di tiratura nazionale, nei quali alcune femministe hanno lanciato i loro strali contro la comunità trans, quando la maggior parte delle persone trans, presa dalle battaglie quotidiane, quelle sì, contro lo stigma, l'emarginazione e l'isolamento sociale, di rado, hanno avuto il tempo e il modo di rispondere alle loro critiche.

Ciò che mi preme, in primis, precisare è che mai, credo, un attacco gratuito sia stato inoltrato alle femministe radicali lesbiche da parte di attiviste/i trans o di attiviste transfemministe. Quello che, semmai, è successo molto più verosimilmente è che persone trans si siano dovute difendere dagli attacchi di questa elitè accademica o che abbiano fatto le spese della loro transfobia e transmisoginia, come accaduto negli anni ’80, negli Stati Uniti, quando una femminista radicale ha portato il sistema sanitario a non sostenere più i costi della transizione per le persone trans.

Sappiamo bene che il femminismo separatista è stato, in Italia, un'importante esperienza del femminismo della seconda ondata e sappiamo bene che in passato c’è stato il bisogno di “chiudersi” per proteggersi e “sopravvivere”. Sappiamo, altresì, che i tempi sono cambiati non perché sono le mode a essere cambiate. Ma perché sono le persone a essere cambiate; o meglio altre identità subalterne al patriarcato, come quelle Lgbti, hanno deciso di ribellarsi, di prendere la parola e di rivendicare il proprio diritto all'autodeterminazione.

Orbene, che delle femministe che si sono battute per decenni per l'autodeterminazione delle donne, si impegnino a ostacolare l'autodeterminazione delle persone trans, arrivando perfino a sbeffeggiarle, facendo misgendering e non riconoscendo l'importanza del loro percorso, è paradossale quanto assurdo ed evidenzia la visione ristretta di queste donne.

La pratica femminista dell'autocoscienza, del “partire da sé”, mi impone di parlare per me stessa, non per le altre e gli altri, ma semmai insieme alle altre e agli altri.

L’ essenzialismo che riduce tutto al possedere determinati genitali interni ed esterni è riduttivo. Riduttivo non solo in senso classico biologista (vagina=femmina, pene=maschio), ma anche in modo più complesso, perchè si pretende, in modo surreale, che a una vagina o a un pene siano attribuite caratteristiche di personalità, di intelligenza, di sensibilità, che non possono appartenere a un organo genitale. Al contrario, e in maniera indubitabile, appartengono a un organo che si trova un po' più in alto, il cervello, che “si costruisce” e “si plasma” in base alle molteplici interazioni e relazioni dell’individuo con altri individui e con l’ambiente circostante.

Le persone transgender sono un universo di individualità e di modi altri di vivere la propria unicità. Incastrarci in degli stereotipi è veramente difficile se si osserva, realmente, la varietà e la complessità delle situazioni, cosa che qualsiasi sociologa o sociologo dovrebbe fare, se non vuole essere autoreferenziale.

Le donne trans non vogliono invadere gli spazi delle donne cisgender: sono donne e hanno il diritto di stare negli spazi vissuti dalle donne (se lo vogliono).

Chiedo perciò a queste femministe: È più a rischio l'incolumità di una donna cisgender in un bagno frequentato soprattutto da donne cisgender e dove ogni tanto, per caso, può capitare una donna trans, o l'incolumità di una donna trans sola in un bagno frequentato quasi esclusivamente da uomini cisgenderQuale danno reale possono fare poche migliaia di persone trans, in Italia, a milioni di donne e uomini cisgender? Vogliamo veramente far credere che una minoranza storicamente stigmatizzata e oppressa possa diventare oppressore?

Do loro la mia risposta laconica: è impossibile.

Non sarà, molto più semplicemente, che le persone trans, dopo secoli di negazione e sopraffazione, vogliono riappropriarsi della parola negata e vivere serenamente la loro vita senza avere costantemente puntato addosso il dito del pregiudizio di una elitè privilegiata? Chiedo, pertanto, alle stesse di piantarla con le strumentalizzazioni dei nostri vissuti. Altrimenti, congedatevi, una volta per tutte, dal mondo femminista perché è chiaro che non ne fate più parte

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Il Comune di Milano ha accolto il riconoscimento del nascituro, comunemente detto riconoscimento “in pancia”, per una coppia di gemelli con due mamme.

A portare all’attenzione degli ufficiali di Stato civile il caso della 43enne Marica Zanolin e della 38enne Irene Gualtieri, unite civilmente, l'associazione Avvocatura per i diritti Lgbti - Rete Lenford, che ha avviato una procedura, ai sensi dell’art. 44 del decreto 396 del presidente della Repubblica (3 novembre 2000), prevista per le coppie eterosessuali non sposate.

La dichiarazione di nascita di norma deve farsi presso l’Ufficio anagrafe dell’ospedale entro tre giorni dalla nascita o, in Comune, entro dieci giorni. Nel caso i genitori siano sposati, la dichiarazione può essere fatta anche da uno solo dei genitori in quanto vige la presunzione di genitorialità per entrambi. Nel caso in cui, invece, i genitori non siano sposati, la dichiarazione di nascita deve essere resa dai due genitori contestualmente. Tale riconoscimento avviene con il consenso della madre che ha partorito.

L’ordinamento giuridico italiano prevede anche la possibilità per i genitori non sposati di riconoscere il nascituro prima del parto, in modo da agevolare le coppie in tutte le situazioni nelle quali al momento della nascita uno dei genitori non possa esserci, come ad esempio quando il padre viva all’estero per lavoro, o in caso di parto a rischio. Per il riconoscimento prima del parto i genitori devono presentare all’ufficiale di Stato civile un certificato di gravidanza e rilasciare una dichiarazione di riconoscimento di nascituro, che avrà efficacia solo dopo la nascita.

Nel caso un questione Marica era finita in rianimazione, il 2 ottobre, per problemi durante il parto.

«I nascituri hanno corso il rischio – così Valentina Pontillo e Maria Grazia Sangalli, legali della coppia – tanto di perdere la madre biologica, tanto quello di non poter essere riconosciuti dall’altra mamma, in quanto il consenso della gestante non era stato raccolto dall’ufficio di stato civile prima della nascita». Fortunatamente la situazione è migliorata e la coppia ha potuto riconoscere tardivamente i figli presso l’anagrafe del Comune.

Il riconoscimento “in pancia” ora è possibile anche per le coppie di madri presso il Comune di Milano e presso un altro comune lombardo che ha accolto un’identica richiesta.

«In questo modo - sottolineano Pontillo e Sangalli - viene garantito l’interesse del nascituro alla formazione dello status di figlio di entrambi i genitori anche in presenza di genitori dello stesso sesso, per i quali, anche se uniti civilmente, non sussiste alcun automatismo nel riconoscimento, come invece avviene per le coppie coniugate».

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Parlando delle donne nel mondo del calcio e dando voce a un sentimento comune, l’ex europarlamentare romeno nonché proprietario della Steaua Bucarest, George (detto Gigi) Becali, ha dichiarato, il 20 dicembre, a una tv locale: «Se la Uefa obbligherà tutti i club ad avere una squadra femminile, io lascerò il mondo del calcio. Le donne possono praticare altri sport come il basket o la pallamano, ma non sono fatte per giocare a pallone: non hanno il fisico adatto, è una cosa contro natura». 

Il 60enne uomo d’affari, noto per l’ardente adesione al cristianesimo ortodosso, ha immancabilmente fatto poi ricorso a motivi religiosi, dicendo che, nonostante abbia commesso numerosi peccati in vita propria, non farà mai «il volere di Satana contro le forme che Dio ha dato alle donne per attirare l'uomo».

Un caso che ricorda, mutatis mutandis, quello del presidente della Lega Nazionale Dilettanti, Felice Belloli, che nel 2015 dichiarò: «Basta dare soldi a queste 4 lesbiche»

Per quanto le dichiarazioni abbiano una portata diversa, riassumono molto bene una rappresentazione ancora molto diffusa in tutta Europa sullo sport e sul calcio femminile: la donna calciatrice è contro natura o, al massimo, lesbica. 

Che non si tratta di battute isolate lo dimostrano i dati. Secondo il rapporto dell'European Institute for Gender Equality (Eige) del 2015, a livello europeo, in media, le donne costituiscono il 14% delle posizioni decisionali nelle confederazioni continentali degli sport olimpici in Europa.  Dallo stesso report si evince che le donne nel ruolo di allenatrici sono tra il 20 e il 30% nei vari Paesi Ue rispetto ai colleghi uomini. 

In questo quadro l'Italia ha un ulteriore gap unico nell'Europa occidentale. Quello, cioè, di non riconoscere il professionismo sportivo: le donne in Italia sono considerate formalmente delle dilettanti, incluse le nostre campionesse Pellegrino, Bruni, Vezzali. Ciò significa che possono avere solo rimborsi spese e non possono accedere a tutte le tutele dei contratti sportivi professionali come normato dalla legge 91/1981. Non a caso, molte donne scelgono la carriera militare per poter praticare sport. 

Insomma, quando parliamo di uguaglianza di genere, lo sport si conferma ancora oggi lo specchio dei pregiudizi più profondi della nostra società. Emergono stereotipi e false rappresentazioni che sono alla base tanto del sessismo quanto dell'omofobia: il principale motivo per cui una persona omosessuale non dovrebbe giocare a calcio è proprio legato al fatto che si tratta di "uno sport da uomini". 

Inoltre lo sport non è solo quello del campo da gioco. Ma è anche quello della tv accesa nelle nostre case, del commento sessista di chi guarda la partita, della notizia di Becali letta su Facebook da una ragazza che magari sta lottando con il padre per iscriversi a una squadra femminile. Lo sport è, di fatto, la terza gamba dell'educazione insieme con scuola e genitori. 

Che il calcio femminile sia qualcosa di estremamente "naturale" ci hanno pensato a ribadirlo le azzurre della Nazionale di Calcio femminile. Quelle azzurre che, quest’estate si sono qualificate ai mondiali al contrario dei loro colleghi più blasonati. 

Ora, per rimanere in tema, "naturale" sarebbe, in pari tempo, che l'Uefa procedesse con pesanti sanzioni. Sanzioni da irrogare prima ancora che Gigi Becali sia costretto a lasciare il calcio pur di non far vedere la luce alla Steaua Bucarest femminile.

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