Alla presenza della senatrice Monica Cirinnà e del presidente di Arcigay nazionale Flavio Romani sarà presentata oggi pomeriggio a Verona, in conferenza stampa, la manifestazione Mano nella mano contro l’omofobia che, organizzara da Arcigay Verona e Circolo Milk, avrà luogo il 29 settembre fra Grezzana e Stallavena. Riedizione di quella che si è già tenuta nella città scaligera il 18 agosto, la passeggiata vuol essere un attestato di solidarietà ad Angelo Amato e Andrea Gardoni.

La coppia, che era già stata oggetto di insulti e spintoni in piazza Bra l’11 agosto, ha subito una drammatica aggressione, nella notte tra il 12 e il 13 settembre, davanti alla propria abitazione in Stallavena. A seguito di tali atti il consigliere scaligero Alessandro Gennari (M5s) aveva presentato una Mozione di solidarietà e contro il razzismo e l'omofobia.

Ma nell’assemblea consiliare del 20 settembre tale mozione è stata ricusata da alcuni componenti della maggioranza (i consiglieri Comencini, Bacciga, Bocchi, Rossi). Il provvedimento, che in buona sostanza sottolineava l’obbligo istituzionale di condannare fermamente i recenti episodi di violenza verificatisi a Verona a danno dellla coppia, era finalizzato a esprimere alla stessa solidarietà da parte del Consiglio comunale e a stigmatizzare «qualsiasi tipo di violenza, specie se perpetrata per motivi ideologici».

A Palazzo Barbieri si è deciso infine di non sottoporre a votazione la mozione sulla spinta del consigliere leghista Vito Comencini, perché «apparentemente è andata come dichiarato dalle cronache, ma bisogna aspettare la fine delle indagini».

A pochi giorni di distanza dall’accaduto abbiamo contattato Angelo e Andrea per avere una loro valutazione al riguardo.

«Stiamo davvero molto male – hanno dichiarato ai nostri microfoni – dopo questa assurda bocciatura della mozione, con cui il Comune di Verone avrebbe potuto esprimere solidarietà nei nostri confronti. Solidarietà che non è arrivata perché siamo due persone gay. Se fossimo stati eterosessuali tutto ciò non sarebbe accaduto. Stiamo male e siamo arrabbiati perché anche il sindaco di Stallavena ci ha ignorato.

La nostra vita è semplicemente distrutta e non abbiamo alcuna protezione, se non una volante della polizia che, saltuariamente, passa nei pressi della nostra abitazione. La vita è totalmente cambiata da quell'11 agosto in piazza Bra, quando abbiamo subito la prima aggressione, e i vigili urbani non sono intervenuti e ci hanno mandato via.

Anche solo per questo, il Comune di Verona avrebbe dovuto manifestarci la sua solidarietà, per la condotta dei suoi vigili urbani, perché noi siamo persone e siamo cittadini di Verona. Ci vergogniamo del comportamento del Consiglio Comunale di Verona e siamo disgustati dal sindaco, da cui attendiamo ancora una telefonata di solidarietà».

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Con le sue oltre 50.000 presenze il Palermo Pride è stata una delle marce dell’orgoglio Lgbti più rappresentative nel 2018. Non solo perché ha chiuso la lunga stagione dell’Onda Pride (che quest’anno ha coperto quasi quattro mesi) ma anche in ragione della centralità data al tema delle migrazioni in nome di quella trasversalità d’impegni, che sembra sempre più caratterizzare molte associazioni Lgbti italiane.

Tema, questo, messo fra l’altro già in ampio rilievo dagli altri due Pride siciliani. Quelli, cioè, di Siracusa e Catania, dove grazie anche alla tenacia di Giovanni Caloggero attivisti e attiviste sono state poi in prima linea durante la drammatica vicenda della Diciotti.

Oltre alle emozioni delle singole persone partecipanti e alle dichiarazioni di rappresentanti del mondo politico il Palermo Pride è stato al centro di uno straordinario reportage fotografico realizzato da Marco Bennici.

Classe 1976, Bennici è un architetto o meglio un progettista, che da cinque anni svolge anche l’attività di fotografo. Come ha dichiarato lui stesso ai nostri microfoni, «la macchina fotografica è uno dei miei strumenti di lavoro, di comunicazione, di esplorazione. La mia fonte energetica è la curiosità, il fascino che ha la natura umana, in tutte le sue sfaccettature».

Nel presentare i suoi 100 scatti fotografici Marco ha risposto ad alcune nostre domande.

Da cosa è nato il tuo interesse nel realizzare un reportage fotografico sul Palermo Pride?

Al contrario di quello che si legge da fuori, il Pride, è un contenitore di argomenti ed unisce insieme una grande eterogeneità di figure, ognuna desiderosa di comunicare un suo valore, animali compresi. Per un fotografo è assolutamente intrigante provare a “congelare” in un instante ognuno di questi messaggi e darne la sua personale interpretazione. 

Qual è stato il momento per te più significativo?

Non c’è stato un momento che ho privilegiato ma ho trovato affascinante lo scandire del tempo durante la parata, la sua evoluzione, il passaggio dal giorno alla notte, dalla preparazione all’arrivo alle porte del Teatro Massimo. In ultimo, questo grande flusso si è disperso per le vie della città, come le radici di un albero. 

Quale lo scatto che meglio sintetizza il Palermo Pride?

Il mio preferito è quello dove si vede, dietro all'enorme bandiera rainbow dove spiccano tante gambe, la figura intera di un giovane uomo, in maniera simbolica...

Come giudichi il fatto che madrina del Pride sia stata, insieme con Porpora Marcasciano, una maestra della fotografia come Letizia Battaglia?

Letizia è un riferimento, nessuno ha mai raccontato Palermo come lei. Ottima scelta!

La presenza di ong ricorda che ci sono minoranze, come i migranti, che sono conculcate nei diritti più basilari. Secondo te la fotografia può lanciare al riguardo un messaggio più incisivo delle parole?

La fotografia, nella sua comunicazione, è anche cronaca, nel bene o nel male. Un documento visivo oggi è spesso molto più veicolante della parola.

Anche il Palermo Pride è stato accompagnato dalle solite polemiche perbenistiche su “nudità e decoro”. Che cosa ne pensi?

Questo tipo di polemiche, fortemente stereotipate, sono usualmente legate ad una mancanza di cultura ed informazione. In ogni caso vince sempre l’Amore!

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Lo scorso 15 settembre a Misano Adriatico (Rn) ha avuto luogo la Spartan Race, corsa a ostacoli che, ispirata ai tipici percorsi utilizzati nell'addestramento militare e famosa in tutto il mondo, ha visto partecipare oltre 7000 persone da tutta Europa. 

Come noto, l’appellativo fa riferimento alle prove di iniziazione in uso nella poleis della Grecia antica. A questo termine resta tuttavia sotteso un pesante immaginario maschilista e omofobo.

Ne abbiamo parlato con Andrea Nenci, che oltre a essere appassionato di corse a ostacoli e aver partecipato all’edizione di Misano Adriatico, è anche un maestro di Pole dance: sport, questo, che è spesso principalmente associato a un pubblico femminile

Andrea, che cosa ti senti di dire a chi si mostra sorpreso da una tale accoppiata sportiva? 

Prima di tutto va detto che ci sono moltissime similitudini tra il tipo di lavoro che un individuo affronta durante una routine di pole dance e il superamento di ostacoli come muri, corde, monkey e barre. In questo si caso si sfrutta il proprio peso in maniera funzionale tramite trazionamenti, oscillazioni, tecnica, agilità, endurance, core stability, etc. Inoltre il mio passato da ginnasta riempie completamente il gap di questa "accoppiata sportiva", dandomi anzi una marcia in più in tutte le discipline sportive che mi trovo ad affrontare.

Cos’è successo alla Spartan Race di Misano Adriatico? 

Nel particolare, sia prima sia durante la performance della Spartan Race, ho potuto ascoltare i commenti tra i vari team: si insultavano giocosamente a vicenda dandosi dell'omosessuale o del frocio, come se appunto quell'etichetta contenesse in sé disabilità o incapacità nell’esprimere il proprio vigore fisico e nell'affrontare una prova di alto livello come quella della Spartan Race. Piccoli e bassi commenti, che ho reputato offensivi nei miei confronti: non perchè personalmente diretti a me ma perchè offensivi per un'intera comunità.

Hai reagito o hai visto qualcuno reagire? 

Tutto ciò ha inciso negativamente sul mio tono umorale. Non ho reagito nel caso specifico, perché erano commenti tra componenti dello stesso team. Quindi, lì per lì non ho avuto gli strumenti per decidere che tipo di politica adottare. Ma sicuramente ero pervaso da imbarazzo e malessere. Nessuno ha reagito e non ho riscontrato la presenza di altri componenti della comunità Lgbti.

Gli amici che hanno partecipato con te sanno della tua omosessualità? Ci sono persone omosessuali dichiarate che partecipano? 

Il mio team era composto da componenti della mia famiglia e da alcuni esterni molto sereni e open mind. Con loro non ho avuto necessità di dichiarare il mio orientamento sessuale. Nessuna persona, a mio avviso, era dichiaratamente omosessuale all'interno della competizione.

Cosa vorresti dire agli organizzatori? 

Vorrei chiedere sicuramente all'organizzazione di fare uno sforzo per diffondere l’idea che lo sport sia per tutti. Come disse il barone Pierre de Coubertin alla fine del 1800: «Tutti gli sport devono essere trattati sulla base dell'uguaglianza».

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«Ormai da anni il Pride di Palermo non è più il Gay Pride. Il Pride di Palermo è la festa dei diritti di tutti e di tutte, degli omosessuali, delle donne, dei bambini, dei migranti, degli anziani, dei lavoratori. 

Il Pride di Palermo è la festa di tutti coloro che vivono a Palermo o che scelgono di vivere a Palermo».

Queste le parole pronunciate da Leoluca Orlando, sindaco del capoluogo siciliano, a margine del Pride locale che, svoltosi ieri pomeriggio, ha visto radunate oltre 50.000 persone.

Organizzata da Arcigay Palermo, la marcia dell’orgoglio Lgbti, che ha avuto due madrine d’eccezione in Letizia Battaglia e Porpora Marcasciano, è partita dal Foro Italico alle 15:30 e si è conclusa, intorno alle 19:00, in piazza Verdi. Oltre alle associazioni Lgbti e ai sindacati hanno anche sfilato rappresentanti delle ong Sos Mediterranée e Proactiva Openarms e Forum Antirazzista Palermo in reazione alle politiche del governo in materia di migranti.

Sul valore sotteso al Palermo Pride Orlando ha dichiarato: «Una festa che quest'anno assume un significato ancora più importante nel momento in cui, così come avvenne col fascismo e con il nazismo tanti anni fa, qualcuno comincia ad attaccare i diritti di alcuni 'per scherzo'.

Ieri Mussolini comincio' 'per scherzo' ad attaccare gli ebrei, oggi qualcuno attacca 'per scherzo' i migranti. Poi arrivarono, da Mussolini e Hitler, gli attacchi contro i rom, gli omosessuali, le persone con disabilità.

Oggi siamo già in un'epoca pre-fascista in Italia e in Europa. Per questo essere al Pride è stato non solo giusto ma anche necessario».

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Una riedizione della passeggiata mano nella mano contro l’omofobia che, tenutasi a Verona il 18 agosto scorso, vuol essere un’ennesima manifestazione di solidale affettuosità ad Angelo Amato e Andrea Gardoni.

Un segnale di vicinanza alla coppia, che insultata e pestata l’11 agosto in Piazza Bra, è stata vittima nelle settimane scorse di lettere minatorie e di una violenta aggressione davanti alla propria abitazione nella frazione di Stallavena nel Comune di Grezzana (Vr).

Ed è appunto a Grezzana che si terrà il 29 settembre, a partire dalle 15:00, il corteo contro l’omofobia. Corteo, che organizzato da Arcigay Verona e Circolo Milk, è stato chiesto a gran voce dalla cittadinanza.

Ma sulla vicenda di Stallavena ha invece preferito non esprimersi il Consiglio comunale di Verona, che ha deciso di non votare la mozione di condanna proposta da Alessandro Gennari del M5s, perché «apparentemente è andata come dichiarato dalle cronache, ma bisogna aspettare la fine delle indagini».

Sostenuta dal centrosinistra, la mozione 483 «di solidarietà e contro il razzismo e l’omofobia» prevedeva un pubblico attestato di solidarietà alla coppia da parte del Consiglio comunale e la ferma condanna di «qualsiasi tipo di violenza, specie se perpetrata per motivi ideologici».

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Nell'aula della sesta sezione penale del tribunale di Torino si è tenuta, nella tarda mattinata, la terza udienza del processo a carico dell'endoscopista Silvana De Mari, accusata di diffamazione continuata e aggravata a mezzo stampa contro le persone Lgbti.

Secondo quanto annunciato il 18 luglio, la giudice Melania Eugenia Cafiero ha ammesso la richiesta di costituzione di parte civile da parte del Coordinamento Torino Pride e di Rete Lenford. 

Nel fissare la prossima udienza al 30 ottobre, la giudice monocratica ha invece respinto in toto i consulenti presentati dalla difesa, l'avvocato Mauro Ronco, perché non rilevanti per il procedimento.

Prima d'entrare in aula Silvana De Mari aveva postato su Facebook un breve video, nel quale chiedeva ai suoi fan di sostenerla perché in gioco nel processo a suo carico «c'è la libertà di parola».

Per il Coordinamento Torino Pride, le cui parti sono affidate all'avvocato Niccolò Ferraris, si tratta di una decisione importante, che evita di trasformare un'aula di tribunale in un circo mediatico nel quale rovesciare assurde teorie antiscientifiche che rischierebbero di dileggiare e offendere ulteriormente un’intera comunità.

Al riguardo il coordinatore Alessandro Battaglia ha dichiarato: «Continuiamo a pensare che la giustizia debba fare il suo corso e massima è la nostra fiducia nei suoi confronti».

Viva soddisfazione ha espresso, a nome di Rete Lenford, l'avvocato Michele Potè, che ha dichiarato a Gaynews«L'ammissione della nostra associazione come parte civile è stata motivata dai fini statutari della stessa rispetto all'imputazione, che ha per oggetto la denigrazione della condizione omosessuale.

Siamo anche soddisfatti perché la giudice ha escluso la richiesta, avanzata dalla difesa dell'imputata, di ascoltare dei consulenti tecnici che avrebbero dovuto parlare dell'omosessualità a livello psichiatrico. Anche perché sono oramai decenni che la comunità scientifica, all'unanimità, considera l'omosessualità una variante naturale del comportamento umano».

A carico della medica d'origine casertana pende anche un procedimento per diffamazione continuata e aggravata a mezzo stampa contro il Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli. Imputazione per la quale è stata rinviata a giudizio il 21 marzo 2019.

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Fu apprezzato da Moravia, Eco, Fellini. Firmò trasmissioni di prestigio in Rai. Pubblicò per i tipi Einaudi la sua tesi in filosofia morale col titolo Elementi di critica omosessuale, riedita poi dalla Feltrinelli e tradotta in numerose lingue. La Treccani gli ha dedicato tre anni fa un’ampia scheda prosopografica nel prestigioso Dizionario biografico degli Italiani.

Mai ci si sarebbe aspettati che su la vita, il pensiero e gli scritti di Mario Mieli si potesse riversare una tale ondata di fango in un’incontrollata sarabanda d’infima propaganda politica, ignoranza, malcelata omofobia.

Dopo l’operazione attuata nell’addietro da Malan, Giovanardi, De Mari – ma l’endoscopista ha rilanciato la sua tesi di Mieli pedofilo nel corso d’una recente puntata di Otto e mezzo – il discredito sull’intellettuale milanese sta ora vedendo come protagonisti i leghisti emiliani e la sottosegretaria alla Cultura Lucia Borgonzoni, nel cui mirino è finito il film Gli anni amari.

La minaccia di una revoca dei fondi ministeriali alla pellicola dedicata a Mario Mieli, qualora incitasse alla pedofilia, ha indotto il regista Andrea Adriatico, fondatore di Teatri di Vita, a replicare ieri prontamente alla numero tre del Mibact con un fermo comunicato, in cui si precisa «che il film Gli anni amari è incentrato sulla biografia di Mario Mieli sullo sfondo della realtà sociale e culturale dell’Italia degli anni ’70.

La sceneggiatura è stata letta e apprezzata, senza alcuna considerazione negativa, da Rai Cinema, che opera in coproduzione, e dalle competenti commissioni di Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Emilia Romagna Film Commission e Apulia Film Commission, che hanno hanno deliberato il sostegno economico».

Dopo aver enumerato le personalità del mondo culturale italiano degli anni ’70, che ammirarono Mieli, e rilevato l’apprezzamento internazionale nei riguardi degli Elementi, viene detto: «Respingiamo ogni volgare tentativo di associare questo film ad altro, con alterazioni e manipolazioni della realtà, come è stato fatto in questi giorni da persone che evidentemente non conoscono la figura di Mario Mieli e tantomeno hanno letto e studiato la sua opera saggistica.

Il nostro film è un incitamento alla libertà del pensiero e alla dignità della persona, non certo al crimine come paventato in malafede da persone che prendono a pretesto la nostra opera per altri interessi.

Il Sottosegretario Borgonzoni può accertarsene approfondendo la figura di Mario Mieli, venendo a trovarci durante le riprese oppure da spettatrice al cinema quando Gli anni amari uscirà».

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Il 23 settembre è la Giornata mondiale dell'Orgoglio bisessuale. Per tale data il mondo Bisex, il coordinamento delle associazioni e dei collettivi bisessuali italiani, ha indetto una manifestazione a Roma in piazza Madonna di Loreto (ore 16:00, sotto la Colonna Traiana).

Ne abbiamo parlato con l’attivista veronese Tom Dacre, 29 anni, da tempo residente a Roma. Tom è tra gli organizzatori dell’iniziativa.

Perchè una manifestazione per le persone bisessuali? 

I pregiudizi sono tanti. Quante volte avete sentito dire: “È un’omosessuale che si nasconde”? Purtroppo oltre all’omofobia, chi è bisessuale subisce anche la bifobia di quanti, anche all'interno della comunità, sostengono che la bisessualità non esiste. Un altro luogo comune è che la bisessualità sia solo una fase. Eppure a me questa fase dura da dodici anni e conosco persone alle quali questa “fase” sta durando da molti anni.

I miei studi classici mi riportano alla mente Giulio Cesare, noto oltre che per le sue strategie militari anche per i suoi appetiti sessuali estesi a entrambi i sessi, tanto da essere chiamato “Il marito di tutte le mogli e la moglie di tutti i mariti”.  Questa “fase” pare sia durata fino alla sua uccisione; chissà, forse se Bruto e Cassio non lo avessero ucciso sarebbe giunta al termine.

Cosa rispondete a chi dice che le persone bisessuali non sanno scegliere? 

Che la bisessualità è sia un orientamento sessuale più preposto di altri al tradimento è un’altra delle convinzioni più radicate. Come se le persone eterosessuali e omosessuali non tradissero. In altri casi si pensa che le persone bisessuali sono per forza di cose poliamorose, quando invece come negli altri casi, ci sono persone bisessuali monogame e persone bisessuali poliamorose. Io appartengo ald secondo gruppo, ma si tratta della mia situazione personale. Alcuni pensano invece che essere bisessuali possa essere un vantaggio, in quanto si può benissimo lasciare perdere la parte omosessuale e intraprendere una relazione eterosessuale, come se autoreprimersi fosse un vantaggio.

Quali sono stati i coming out più rilevanti per la bisessualità?

Ci sono stati coming out di personaggi famosi in tal senso puntualmente ignorati: la cantante italiana Gianna Nannini, dichiaratasi bisessuale nel 2002 è tutt’ora vista dai più come una lesbica non dichiarata; il campione mondiale dei pesi medi della boxe dal ‘62 al ’67, lo statunitense Emile Griffith, che nel 2005 ormai anziano dichiarò la propria bisessualità (che non aveva mai nascosto pur non avendola mai formalmente dichiarata); i rapper Frank Ocean e Taylor Bennet, entrambi dichiaratisi bisessuali, il primo nel 2012 e il secondo quest’anno; oppure si potrebbe parlare del cantante Michele Bravi, che venne preso di mira da molte persone e considerato un omosessuale represso quando annunciò nel 2017 di avere una relazione con un ragazzo e di apprezzare anche le donne.

Cosa è cambiato oggi rispetto al passato?

Oggi la bisessualità è più accettata rispetto al passato ed inizia ad essere considerata come una realtà a sé stante. La strada è tuttavia ancora molta per poter superare le discriminazione. L’invisibilità nella cultura di massa rende la bisessualità inevitabilmente qualcosa da “accettare”. Per questo è importante, non solo per le persone bisessuali, ma anche per quelle eterosessuali, omosessuali e asessuali, scendere in piazza e dare visibilità alla realtà bisessuale.

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Gli anni amari, il film che, coprodotto da L'Altra/Cinemare e Rai Cinema, è dedicato alla vita di Mario Mieli, rischia di non poter usufruire del contributo disposto nel 2017 dal ministero per i Beni e le Attività culturali.

A dirlo oggi la sottosegretaria leghista Lucia Borgonzoni, che, nell’assicurare un’attenzione alta nel merito, ha dichiarato che, se la pellicola «dovesse ospitare contenuti che promuovano o incitino alla pedofilia, il contributo del ministero sarà revocato».

Il riferimento alla supposta pedofilia dell’intellettuale milanese è ancora una volta all’oramai ben noto passo degli Elementi di critica omosessuale, nuovamente menzionato alcune sere fa da Silvana De Mari.

«Senza entrare nel merito delle scelte, più o meno condivisibili, effettuate dalla commissione che valuta la qualità artistica delle sceneggiature – afferma Borgonzoni – vigilerò personalmente affinché vengano effettuate tutte le opportune verifiche sulla pellicola, al fine di valutare se contenga elementi nel rispetto della vigente normativa, ovvero la legge 220 del 2016».

Su Gli anni amari s’erano invece ieri espressa i consiglieri leghisti emiliani, capeggiati da Massimiliano Pompignoli, per chiedere la revoca del contributo regionale di 105.374 euro, raccontando il film «la vita di Mario Mieli, icona della teoria gender, che praticava la coprofagia e che, com'è noto dai suoi scritti, difendeva i rapporti sessuali con i bambini».

Ha fatto oggi loro eco Giancarlo Tagliaferri, consigliere di Fratelli d'Italia, con un'interrogazione, in cui si chiede dall'esecutivo regionale "come giudichi il pensiero sulla pedofilia riportato nel libro di Mieli 'Elementi di critica omossessuale'

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Il 13 settembre di 50 anni fa la Procura di Roma sequestrò il film Teorema di Pier Paolo Pasolini «per oscenità e per le diverse scene di amplessi carnali, alcune delle quali particolarmente lascive e libidinose, e per i rapporti omosessuali tra un ospite e un membro della famiglia che lo ospitava». 

Per la stessa pellicola Pasolini subì l’ennesimo processo per oscenità, rischiando fino a sei mesi di carcere. A seguito dell’assoluzione il film fu nuovamente proiettato nei cinema del nostro Paese. Il caso di Teorema è particolarmente significativo, perché il film fu sequestrato dopo aver passato la censura

Per saperne qualcosa di più, contattiamo David Grieco, regista, intellettuale e autore de La macchinazione sul delitto Pasolini: libro, questo, da cui ha tratto anche l’omonimo film. Grieco conobbe Pasolini da giovanissimo, diventandone in seguito assistente.

David, so che c’è un aneddoto che lega la tua collaborazione con Pasolini al film Teorema. Potresti raccontarcela?

Pasolini scrisse una parte per me all’interno del film ma, dopo il primo giorno di riprese, gli comunicai la volontà che fosse tagliato ciò che avevamo girato, perché non volevo più fare l'attore. Mi sentivo vittima di un equivoco cominciato quando avevo 15 anni, che io stesso avevo provocato perché conoscevo personalmente tanti registi e molti si erano messi in testa che potessi essere il nuovo Mastroianni. Mentre, in realtà, ero negato quant'altri mai per il semplice motivo che l'obiettivo mi terrorizzava esattamente come terrorizzava certi aborigeni australiani.

Quel giorno dissi a Pasolini di tagliare la parte o di sostituirmi con un vero attore. Gli chiesi contemporaneamente di poter essere il suo assistente. Lui tagliò la parte e diventai suo assistente. Tuttavia, dovetti girare una scena (una sola scena), che lui mi impose, perché altrimenti lo stravolgimento della sceneggiatura sarebbe stato pericoloso per un film che già di suo è tutt'altro che realistico.

50 anni fa la Procura di Roma sequestrò Teorema. Come ti sentiresti di commentare, a distanza di tanto tempo, un episodio così estremo di oscurantismo culturale? Quali sono le ragioni che, a tuo parere, resero Teorema un film così scomodo? 

Cominciamo col dire che Pier Paolo Pasolini in vita sua ha dovuto subire 33 processi per motivi censori, perché era gay e perché era comunista. Teorema è solo un anello di questa lunga catena.  Questo anello contiene entrambi i Pasolini che furono l'oggetto di una maniacale persecuzione. 

a) Il gay, perché il protagonista del film, Terence Stamp, va indiscriminatamente a letto con tutti i componenti, uomini e donne, di questa famiglia borghese in pieno disfacimento.

b) Il comunista, perché dalla tragedia borghese di Teorema esce trionfante la serva (cioè il sottoproletariato) interpretata da Laura Betti, che nel finale ascende in cielo santificata e trionfante sulle macerie. Interpretazione, questa, che valse a Laura Betti il Leone d'Oro come migliore attrice, che rimane il premio più importante che il film ha raccolto.

Va detto, tuttavia, che la vita privata di Pasolini e il suo cinema sono indissolubilmente legati: la censura lo ha sempre perseguitato soprattutto perché era gay e ne faceva una bandiera, in un tempo in cui i gay dovevano far finta di essere eterosessuali per non subire un vero e proprio linciaggio morale e materiale quotidiano.

Bisogna però anche aggiungere, a mio avviso, che la risoluta e generosa battaglia intrapresa dalle persone gay al fianco di Pasolini, subito dopo la sua morte, ha costituito un intralcio, ovviamente involontario, alla ricerca dei suoi assassini.  L'indomani della sua morte, il F.U.O.R.I. affermò che il delitto Pasolini non era un delitto politico in senso stretto, perché tanti altri omosessuali subivano ciò che aveva subito Pasolini e venivano ammazzati come è stato ammazzato Pasolini.

Affermazioni più che giuste e legittime, ripeto, ma che hanno spostato ancora una volta l'attenzione sul concetto di "morte di un frocio" che faceva comodo, molto comodo ai suoi assassini. Pasolini fu ammazzat,o perché aveva scoperto dell'esistenza della P2 nel momento stesso in cui la P2 si stava formando. Questo purtroppo lo abbiamo potuto scoprire con tante prove a supporto soltanto dopo i tre gradi di giudizio (rapidissimi e vergognosi) del processo all'unico imputato del suo delitto, cioè Pino Pelosi.

La vita culturale italiana è, secondo te, ancora oggetto di condizionamenti e pressioni censorie? 

La vita culturale italiana non sembra più afflitta da problemi di censura. Dico sembra, perché in realtà la censura ha trionfato. Siamo ormai sottoposti a forme di condizionamento consolidate e trionfanti, grazie alla manipolazione dei nostri cervelli che viene operata nel web, e soprattutto grazie ai social network. 

Come diceva Pasolini poco prima di morire, noi siamo vittime di una dittatura, una dittatura strisciante, la dittatura del consumismo, che è ben peggiore del fascismo. Perché il fascismo non è riuscito a distruggere le nostre radici e la nostra identità, mentre l'omologazione culturale operata dal consumismo realizza a poco a poco su di noi un autentico lavaggio del cervello. 

Non sappiamo più chi siamo, né in quanto individui, né in quanto rappresentanti di una classe sociale. Siamo soli. Siamo un esercito di persone sole collegate in modo virtuale. Questo secondo me, ma l'ho appunto imparato da Pasolini, è e sarà sempre il vero obiettivo supremo di una dittatura.

Infine, come vivrebbe, a tuo parere, Pasolini il momento politico attuale del nostro Paese? 

Oggi Pasolini non esisterebbe e non potrebbe esistere. E non solo per motivi anagrafici.  Pasolini non potrebbe esistere perché nessuno, nemmeno una persona estremamente colta, forte e coraggiosa, riuscirebbe a farsi ascoltare in una società massificata, anestetizzata e lobotomizzata come la nostra. 

Pasolini usava il mezzo della provocazione in modo pedagogico e propedeutico. Oggi tutti usano il mezzo della provocazione in tv, sul web e ovunque in modo disarmante e greve, per fare audience, per generare like su Facebook o semplicemente per farsi notare. Oggi dobbiamo farci sentire in tanti, e dobbiamo farlo in modo reale, dobbiamo tornare a farlo "fisicamente", nelle piazze, come una volta. 

E, in questo, le persone Lgbti  e l'intero movimento per i diritti civili ci stanno indicando chiaramente la strada da percorrere.

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