Classe 1986, laureata in Studi Internazionali e forte d’esperienze lavorative all’estero (parla correntemente francese e inglese), Giulia Bodo è presidente del comitato Arcigay Rainbow Vercelli Valsesia

Il suo impegno attivistico, in una zona territoriale a forte impronta leghista, si è soprattutto indirizzato all’accoglienza di persone migranti Lgbti. Motivo che l’ha portata a creare, con la collaborazione dell’intero comitato, il gruppo AfricArcigay.

A pochi giorni dall’approvazione in via definitiva del contestato “decreto sicurezza”, che, fortemente voluto dal ministro dell’Interno Matteo Salvini, restringe le possibilità di accoglienza di persone migranti e introduce una serie di nuove norme in materia securitaria, l’abbiamo raggiunta per raccoglierne esperienze e impressioni.

Giulia, da cosa nasce il tuo impegno per le persone migranti?

Credo dalla mia educazione: sono cresciuta difendendo gli ultimi. Il mio impegno politico è sempre stato di stampo radicale. Ai miei genitori devo l’apertura nei confronti di tutte le differenze e l’empatia verso chi non riesce a far sentire la propria voce. Nel 2015 ho deciso, nel mio tempo libero, di cominciare a insegnare italiano nei centri di accoglienza.

Essendo anche un’attivista in Arcigay, dal momento in cui si è presentata la questione dei migranti Lgbti, è sembrato piuttosto naturale per il mio Comitato che a occuparmene fossi io. Anche per via delle mie competenze soprattutto linguistiche ma anche politiche, sociali e giuridiche.

Quali le attività specifiche da te messe in atto in Arcigay Vercelli?

Innanzitutto siamo un gruppo: quindi direi noi e non io. Da sola non avrei combinato proprio niente. A Vercelli è nata una comunità di riferimento per richiedenti asilo Lgbti africani e africane. Gruppo che, nel settembre 2016, abbiamo ribattezzato appunto AfricArcigay su suggerimento dell’amico attivista e giornalista Paolo Hutter. Paolo, insieme con il marito Paolo Oddi, ha fin dall’inizio creduto nel nostro progetto.

Le persone Lgbti africane ci raggiungono dal Piemonte, dalla Lombardia. Qualcuno anche dalla Valle d’Aosta o dalla Liguria. Ciò che trovano non è uno sportello di assistenza legale per la richiesta d’asilo o il servizio di insegnamento dell’italiano ma un gruppo di pari, pronti ad accoglierli e a rassicurarli. Si scambiano paure ed esperienze, si sostengono e incoraggiano a vicenda.

È stata una coppia di nigeriani a esprimere il desiderio di fare di più, dicendomi: “Una volta ottenuti i documenti, i nostri problemi in quanto gay e africani, in questo Paese, non sono finiti”. 

La nostra forza è stata quella di supportarli e supportarle in questo percorso, formandoli e formandole, e lasciandoci guidare dai più istruiti e dalle più istruite rispetto alle differenze culturali. 

Ci occupiamo, con le due donsigliere Stefania Sanna e Luna Iemmola e, più recentemente, anche con l’attivista di Agedo Torino (referente a Novara) Roberta Bagnasco, di formazioni per operatori dell’accoglienza e delle preparazioni per il colloquio in Commissione per la richiesta d’asilo, nonché dello sviluppo della stessa (relazioni per i ricorsi in appello, richieste d’asilo reiterate, eccetera). Ci teniamo a seguire solo i casi in cui crediamo: i componenti del gruppo AfricArcigay si aspettano chiaramente di essere protetti da attacchi omofobici da parte di connazionali.

Siamo orgogliosi e orgogliose di essere il secondo comitato, dopo Reggio Emilia con l’amico Tony Andrew, ad aver eletto un africano rifugiato all’interno del nostro direttivo: Omokhegbe Kennedy, nigeriano già ritenuto meritevole della protezione internazionale, è infatti un punto di riferimento per quanto riguarda le formazioni destinate agli ospiti dei centri di accoglienza ma anche per i primi colloqui di introduzione al gruppo dei nuovi arrivati.

Senza dimenticare Vivian Igbinovia, ancora in attesa del colloquio in commissione, è diventata un elemento chiave per le ragazze. A oggi abbiamo seguito quasi un centinaio di casi e contiamo una quarantina di attivisti ed attiviste partecipi in maniera assidua e concreta. Dal punto di vista delle formazioni, l’aspetto più sconvolgente è rappresentato dall’assistere africani che insegnano il rispetto delle diversità ai propri fratelli e sorelle eterosessuali, cresciuti secondo i principi di una cultura che perpetra odio e repressione, soprattutto di matrice religiosa. 

Tu non sei omosessuale eppure fai attivismo in Arcigay. Perché a tuo parere le associazioni Lgbti devono interessarsi di diritti delle persone migranti? Che cosa dovrebbero fare nello specifico?

Mi viene in mente Pride, il film tratto dalla vera storia della conquista dei diritti civili a Londra. L’unica lotta possibile, oggi, è quella intersezionale: dovremmo unire la forza delle minoranze, con le intrinseche differenze che le compongono. Stranieri, comunità Lgbtqia+, donne, disabili, disoccupati: nessuno di noi è una cosa sola. Ecco perché da eterosessuale scelgo ogni giorno di sentirmi parte e di rappresentare la comunità Lgbti sul mio territorio: se invece di continuare a discriminarci a vicenda riuscissimo a fare fronte comune, credo che renderemmo la vita difficile adomofobia, razzismo, trasfobia, bifobia, lesbofobia, sessismo, abilismo e classismo. 

Nello specifico, ritengo innanzitutto che bisognerebbe essere molto chiari dal punto di vista della linea politica dell’associazione: il razzismo dovrebbe essere pubblicamente e fermamente condannato, ad ogni occasione utile.

In secondo luogo, gli elementi più significativi da sviluppare (anche grazie alla rete Migranet di Arcigay ma potenziando le connessioni con le altre associazioni italiane che si occupano di migranti Lgbti e quelle a livello internazionale) credo dovrebbero essere l’accoglienza e la formazione. Migranti appena sbarcati non parteciperanno ai nostri eventi e alle nostre riunioni, perché hanno troppi pochi strumenti, linguistici e culturali, per capire questi momenti aggregativi e per viverli liberamente, consapevolmente.

Sulla base della tua esperienza locale hai conosciuto casi di persone Lgbti che sono dovute fuggire perché omosessuali?

Nei centri di accoglienza ho sentito memorie di ogni genere. Relativamente ad AfricArcigay, invece, i componenti sono tutti persone che si dichiarano Lgbti e che hanno subito persecuzioni di vario tipo, o sono fuggiti e fuggite per paura di subirne. Il denominatore comune è il bisogno di libertà.

Come valuti il "decreto sicurezza" approvato il 28 novembre scorso?

È già stato valutato incostituzionale dal Consiglio superiore della magistratura, proprio relativamente alla parte riguardante i richiedenti asilo. Non risolve certo il problema di una mancata politica dell’immigrazione unitaria dal punto di vista europeo. Crea, inoltre, immigrati irregolari che quindi si trovano costretti a vivere di espedienti. Con buona pace di Salvini e dei suoi fan non basterebbero tutti i nostri soldi per rimpatriare gli irregolari, anche perché non ci sono gli accordi bilaterali con gli Stati d’origine: l’unica soluzione possibile sarà quella di regolarizzarli.

Il comitato Arcigay Vercelli Valsesia ha realizzato per il 2019 un calendario dedicato al tema dei migranti Lgbti. Com'è nata l'idea?

Il calendario è nato perché siamo poveri. I nostri attivisti ricevono 75€ al mese se sono inseriti nel sistema di accoglienza. Per alcuni di loro raggiungere i nostri eventi e le nostre riunioni diventa economicamente proibitivo a causa della lontananza geografica. Il progetto finora è sopravvissuto grazie alle donazioni.

Ci siamo resi e rese conto di aver bisogno di entrate ulteriori e abbiamo avuto la fortuna di riuscire a costruire una squadra artistica incredibile: il trucco di Stefano Anselmo (il conosciutissimo make up artist di Mina, vercellese d’origine) e delle sue collaboratrici, Enrica Checchia e Nadine Musacchio; le foto della straordinaria Giulia Lungo, amica e compagna di battaglie. E poi i nostri attivisti e attiviste vercellesi: la direzione artistica da parte del professionista Andrea Dolzan, l’artista Franco Marino che si è occupato dei costumi oltre a ricoprire il ruolo di assistente di produzione, insieme a Luna Iemmola e a Vittorio Montixi.

Dietro ogni foto c’è una storia, una vita, una di quelle vite che anche noi abbiamo contributo a salvare. Oppure una denuncia, un grido soffocato di quelli che, da noi, non sono mai arrivati.

Con questo calendario (in omaggio con tutte le donazioni uguali superiori ai 20€) vorremmo da una parte aprire un canale di comunicazione con chi lo guarda. Dall’altra riuscire a creare un fondo di sostentamento per continuare e potenziare la nostra attività di sensibilizzazione sul territorio.

Scopri il Calendario AfricArcigay 2019 mese per mese

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Fondata in febbraio a meno di un mese dalle elezioni del 4  marzo, Futura si sta progressivamente imponendo alla pubblica attenzione come una delle voci nuove e radicali della sinistra. Una delle cifre del movimento politico è l’attenzione ai diritti delle minoranze e, in particolare, delle persone Lgbti.

Ad alcuni giorni dal sit-in romano Stop Gay Persecution in Tanzania, che ha visto anche Futura tra le associazioni aderenti nonché tra quelle firmatarie delle lettera aperta al ministro Enzo Moavero Milanesi sulla situazione tanzaniana, abbiamo raggiunto Marco Furfaro, fondatore e coordinatore del neonato organismo politico.

Dall’insediamento del governo gialloverde si registrano non poche violenze nei confronti di minoranze e, in particolare, delle persone Lgbti. A suo parere cosa sta accadendo? 

Sta succedendo quello che mai avremmo auspicato: il coniugarsi delle peggiori forze conservatrici con il populismo d’accatto per tenere la maggioranza delle persone dentro un cono di consenso fondato su odio e paura. Non riescono a dare risposta alla sofferenza sociale. Per questo perseguono l’unico disegno possibile a costo zero: teorizzare che la crisi sociale, la disoccupazione, la precarietà è dovuta al fatto che in questi anni si è pensato troppo ai diritti civili e poco a quelli sociali. Una stupidaggine che purtroppo trova consenso anche in alcune parti della sinistra. Così, in maniera pelosa e strisciante, a volte esplicita, a volte meno, si nega la società di oggi e si colpevolizzano le persone Lgbti e non solo. È uno schema che riguarda i migranti, ma anche le donne. Prendete il ddl Pillon, la nascita dell’intergruppo dei “parlamentari per la vita”, l’attacco alla 194, le violenze che vengono deprecate solo quando a commetterle è uno “straniero”. Altro non sono che tasselli di una precisa idea di società: patriarcale, sessista, a misura di uomo etero, virile, rigorosamente bianco e italiano. Per questo femminicidi e episodi di intolleranza nei confronti delle persone Lgbti, non sono d’interesse per questo governo. Basti pensare al ministro Fontana, il cui primo intervento è stato il disconoscimento delle famiglie arcobaleno. Un attacco alla libertà di tutti, ma subdolo perché fa finta di colpire solo alcuni. Rendendoci tutti più poveri e precari. Però penso anche che la fantastica onda pride che ha riempito le piazze quest’estate, le manifestazioni e i cortei delle donne, la resistenza civile di sindaci e amministratori locali, dimostrino che siamo ancora in tanti e dobbiamo organizzarci al più presto.

In Italia ci sono più di 4 milioni d’indigenti, una quantità impressionate di precari ed è sempre più alto il numero di giovani italiani migranti. Cosa è che fa sempre più povero questo Paese? 

Il fatto che tutti o quasi si sono arresi all’idea che l’unica speranza nella vita non è studiare, lavorare, impegnarsi, ma avere la fortuna di crescere in una famiglia ricca. Lo ha sancito pure l’Istat: l’ascensore sociale è fermo al piano zero. Così, se nasci povero, ben che vada rimarrai povero. Non conta più niente aver studiato, essersi impegnato, rimboccato le maniche. Se non sei raccomandato da qualcuno, è difficilissimo emanciparsi. La povertà di questo Paese non è data solo dal fattore materiale, cioè quanti soldi possiedi, ma dal fatto che una volta i genitori facevano sacrifici per far studiare i figli, i figli facevano gli acrobati nella vita per poter finire gli studi, prendersi una laurea e finalmente accedere a migliori opportunità. Oggi non è più così, perché quelle opportunità sono state cancellate dalle cattive politiche di questi ultimi venti anni. Sta tutta qui la povertà del Paese. Abbiamo milioni di persone che rinunciano agli studi o vivono una tremenda precarietà di vita, altri, su cui si è investito in formazione e istruzione, se ne vanno dall’Italia. Chi vuole bene all’Italia dovrebbe ripartire esattamente da qua, da un investimento straordinario in scuola, innovazione, ricerca e sviluppo. Il tutto in un quadro di sostenibilità e di conversione ecologica. Purtroppo ci troviamo di fronte all’ennesimo governo che fa il contrario di questo, che risponde ai bisogni della povera gente dandogli in pasto i migranti da cacciare o minoranze da odiare. Proprio come in passato facevano i regimi. Ma a maggior ragione dobbiamo avere parole chiare sul futuro. Che non può che essere con salari dignitosi, ecologicamente improntato, innovativo, non solo economicamente, ma anche socialmente.

La vittoria di Bolsonaro in Brasile, le politiche  di Trump in Usa, le destre che crescono in Europa, un Salvini che in Italuia inneggia a figure Putin. C’è ancora spazio per opporsi?

È proprio quando tutto è più nero che abbiamo bisogno dei colori no? È il movimento Lgbti a insegnarcelo. Ed è proprio in questa situazione che l’opposizione deve ritrovarsi, ma non su “accordicchi” o parole d’ordine desuete, ma proprio su una visione radicalmente diversa del futuro. È vero c’è Bolsonaro, Trump, Putin e Orban. Ma ci sono anche Alexandria Ocasio-Cortez, Sanders, Corbyn, Costa in Portogallo e Sanchez/Iglesias in Spagna, Tsipras in Grecia, gli ecologisti di tutta Europa che avanzano. Insomma, manchiamo solo noi. Ma vedrà che nuove generazioni politiche si prenderanno presto il campo e sostituiranno le classi dirigenti sconfitte il 4 marzo scorso con idee all’altezza dei tempi.

La caccia all’immigrato sembra essere ormai continua a seguito anche di certi proclami di chi è al governo. Cosa nasconde una tale politica razzista e xenofoba?

Nasconde incapacità e il vuoto più totale su che direzione dare al Paese. L’aver inventato un nemico, il più semplice perché il più indifeso, in modo tale da distogliere l’attenzione dai problemi veri del Paese che restano insoluti, è il modo migliore per assecondare la rabbia delle persone. Ma dimostra l‘inconcludenza di una classe dirigente che non riesce a dare risposte e dunque soffia sul fuoco della sofferenza diffusa e offre a quella sofferenza un capo espiatorio. Facile quanto aberrante. All’inizio erano i “terroni” come me, poi gli albanesi, poi i marocchini, i rumeni, gli stranieri, i migranti. La Lega fa questo giochino da venticinque anni. La cosa terribile di questo meccanismo è che non si ferma davanti a niente, arriva ai bambini, presto toccherà a chi la pensa diversamente dal governo, ai critici, alle minoranze, ecc. Se la tua politica è nascondere i problemi dando la colpa agli altri, non ha mai fine. Si arriva alla barbarie.

I media riportano spesso di manovre o litigi in quella che viene indicata quale area di “sinistra”. Sembra inoltre non esserci una vera opposizione. Secondo lei siamo messi così male? 

Se penso alla sinistra rappresentata in Parlamento, direi di sì. Autoreferenziale, incapace di ascoltare la sofferenza sociale, di abitarla, fuori dal tempo e dalla storia. Ma quella sinistra è già stata sconfitta il 4 marzo. La sinistra poi non è un partito, ma un’idea di società. Quella oggi va ricostruita, assieme a tutti coloro che vogliono costruire una storia diversa da quella sconfitta alle elezioni. In realtà, c’è tanto di buon nel Paese che mi lascia ben sperare. Penso alle piazze di Milano e di Catania a fine estate, penso a Mimmo Lucano e a quanti sono schierati al suo fianco, penso alle manifestazioni di Non una di meno, ai comitati NoPillon, penso all’onda pride, come dicevamo. Penso alla raccolta di fondi per i bambini di Lodi., a chi fa impresa rispettando le regole, a chi si inventa nuovi lavori, a chi fatica da pazzi in una fabbrica ma non si arrende all’odio. Penso all’Italia che resiste, nonostante tutto.

C’è ancora per la creazione di una forza democratica, pluralista e di sinistra che rimetta al centro della politica la persona, il lavoro, la salute, il welfare, i diritti e tanto altro? 

Se mettiamo un po’ tutti da parte il nostro io per fare uno sforzo condiviso sono sicuro che sia possibile. Più che una forza politica, visto che ce ne sono a decine, oggi serve un’idea di società, una passione che faccia battere il cuore, che sia così netta e percepibile da far scendere le persone in strada e lottare. La gente si smuove perché sente dentro di sé le ingiustizie, la voglia di riscatto sociale. La sinistra una volta era questo, non solo e soltanto un partito. Per farlo, bisogna battere le idee che c’hanno portato alla sconfitta. Serve coraggio, quel coraggio che hanno le Ocasio-Cortez d’America di scendere nell’agone politico e prendersi tutto il campo, di egemonizzarlo, di vincere su classi dirigenti inadeguate e ridare speranza con programmi radicali e innovativi. Questo serve oggi alla sinistra, non partiti che si parlano addosso, ma coraggiosi che hanno voglia di ricostruire un pensiero, una proposta politica. Attorno a quella, poi, si costruirà una naturale unità per battere le destre e quindi una forza che torni a dare speranza e rappresentatività. Dobbiamo farlo a partire dalle elezioni europee.

Se si rompesse con l’Unione Europea cosa succederebbe al paese e ai diritti conquistati grazie, anche, al lavoro svolto in questi anni dalla stessa Europa? 

Sarebbe una catastrofe. Perché chi ha a cuore l’emancipazione delle persone, sa che l’unico modo per raggiungerla è unirsi, non dividersi. Dividersi fa il gioco di chi comanda, dei potenti, non certo degli sfruttati. Certo, l’Europa di oggi è inservibile. Proprio per questo serve uno scatto in avanti, non il ritorno alle piccole patrie. Faccio parte di una generazione che nemmeno sa immaginarsi fuori da una cittadinanza europea. Ma non è nostalgia di futuro, la mia. In un mondo così interconnesso, come potrebbe uno Stato nazionale da solo ad affrontare sfide globali come l’evasione fiscali, la (pre)potenza delle multinazionali, le migrazioni, i cambiamenti climatici? I diritti conquistati, come dimostra ciò che accade in Ungheria, verrebbero meno. Perché la società che hanno in mente in nazionalisti prevede un ridimensionamento dei diritti e delle libertà individuali. Noi vogliamo un’altra Europa, non un ritorno al passato.

Come coordinatore nazionale di Futura cosa può dirci di questa esperienza? 

Una piccola grande comunità di persone che non vuole arrendersi alla rassegnazione e nemmeno a questa copia triste e sbiadita che è diventata la sinistra in Italia. Abbiamo fondato Futura a febbraio, perché tante persone appartenenti a liste civiche, realtà sociali, associazioni, non si ritrovavano in Pd e LeU, perché sono stufe delle divisioni della sinistra e vorrebbero contendere il campo con le proprie idee. Che sicuramente sono più radicali del Pd, ma anche più innovative di LeU. Vorremo costruire un’alternativa alla destra che non perda tempo a discutere se stare o meno in Europa o se i diritti civili vengono prima o dopo i diritti sociali. Significa non aver capito niente della società di oggi. A volte mi chiedo se un politico di sinistra ha mai conosciuto la ricattabilità che vive una persona transgender, gay o lesbica sul proprio posto di lavoro. Come fa a non capire che diritti civili e sociali sono inscindibili? Ci batteremo per liberare la sinistra dalla subalternità culturale della destra, che subisce il Pd quanto la sinistra radicale. Futura è una comunità che non ha rendite di posizione da difendere, per questo ci proveremo con coraggio. A costruire un’alternativa larga, unitaria, ma sicuramente radicale. In poche parole, di sinistra. 

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Parere negativo del Garante per la Protezione dei dati personali sulla sostituzione della dicitura genitore 1 e genitore 2 con padre e madrenei moduli per il rilascio della carta di identità elettronica per i figli minorenni.

A sollevare la questione era stato il ministro dell'Interno Matteo Salvini e il Viminale si era poi rivolto all'Autorità perché si pronunciasse sullo schema di decreto destinato a riformare la modulistica. 

Con parere, datato 31 ottobre e pubblicato sul sito del Garante, l'Authority guidata da Antonello Soro ha dichiarato che «la modifica in esame è suscettibile di introdurre, ex novo, profili di criticità nei casi in cui la richiesta della carta di identità, per un soggetto minore, è presentata da figure esercenti la responsabilità genitoriale che non siano esattamente riconducibili alla specificazione terminologica padre o madre.

Ciò, in particolare, nel caso in cui sia prevista la richiesta congiunta (l'assenso) di entrambi i genitori del minore (documento valido per l'espatrio)».

Plauso per tale decisione è stata espressa dal direttore dell'Unar Luigi Manconi, che ha dichiarato: «Condivido interamente il parere del garante. La modifica, infatti, esporrebbe al rischio di disparità di trattamento nei casi in cui la richiesta della carta di identità, per un soggetto minore, sia presentata da figure esercenti la responsabilità genitoriale che non siano esattamente riconducibili alla specificazione terminologica padre o madre, come nel caso di persone dello stesso sesso. E ciò, in particolare, nel caso in cui sia prevista la richiesta congiunta (l’assenso) di entrambi i genitori del minore (documento valido per l’espatrio). ù

Inoltre, disporre di sostituire il termine genitori con le parole padre e madre rischierebbe di imporre in capo ai soggetti richiedenti una dichiarazione di dati inesatti o di informazioni non necessarie di carattere estremamente personale. E, in alcuni casi, si arriverebbe a escludere la possibilità di rilascio del documento a fronte di dichiarazioni che non rispecchino la veridicità».

Manconi ha quindi affermato: «L'Unar chiede al governo di accogliere interamente il parere del Garante per la Privacy nella elaborazione delle modalità tecniche di emissione della carta di identità elettronica».

Lapidario, invece, il commento del ministro dell'Interno che si è limitato a dire: «Noi andiamo avanti. Non esiste privacy che neghi il diritto a un bimbo di avere una mamma e un papà».

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Questa notte TvBoy ha “invaso” Milano con una nuova ondata di opere al vetriolo.

Questa volta, obiettivi del sarcasmo graffiante dell’artista autore del celebre bacio tra Salvini e Di Maio, sono stati Chiara Ferragni, ritratta con il figlio in braccio e una bottiglia d’acqua (chiaro riferimento all'edizione limitata dell'Evian firmata dalla celebre fashion blogger) nelle vesti di una Madonna Ausiliatrice dei nostri giorni; Rino Gattuso e Luciano Spalletti, rispettivamente nelle vesti di un americano e di un cinese (con riferimento alla perdita d’identità tipica dell’universo globalizzato).

E ancora Salvini e Di Maio, ripresi in un’emblematica e amara immagine da “guerra dei social”. 

Un’immagine è poi apparsa in costume rainbow ed è quella del fuoriclasse Cristiano Ronaldo

Il graffito ritrae Ronaldo in una posa che vuole ricordare i Bronzi di Riace e rimandare ai canoni di bellezza della tradizione classica greca e romana. Lo street artist gioca sull’ambivalenza del segreto e l’opera allude, palesemente, sia alla presunta omosessualità di Ronaldo sia al fatto che il calciatore dà l’impressione di essere innamorato di se stesso.

Mentre Il Segreto di Ronaldo La Guerra dei social sono comparsi in corso di Porta Ticinese, Santa Chiara con acqua benedetta in via TorinoLa Guerra fredda (ossia il poster con Gattuso e Spalletti) in via Sant'Eustorgio.

ronaldo

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Il 1° novembre per l’insigne studiosa tudette Fabiola Bernardini dovrebbe iniziare il nuovo impiego presso il locale Servizio Urbanistica, cui è stata trasferita dopo la rimozione da direttrice della Biblioteca comunale Lorenzo Leoni

Trasferimento che, disposto con delibera di Giunta n. 157 del 24 maggio 2018 riguardante il “nuovo assetto organizzativo della macrostruttura dell’ente”, è stato annunciato nell’ambito d’una rotazione di 22 impiegati su 100 con motivazioni diverse: irregolarità, utilizzo dei permessi ex lege n. 104 del 1992 per le ferie, richiesta di trasferimento ad altre mansioni. 

Ma, come già rilevato il 14 giugno dalla senatrice Loredana De Petris nell’interrogazione parlamentare ai ministri dell'Istruzione (Marco Bussetti), della Pubblica amministrazione (Giulia Bongiorno) e dell'Interno (Matteo Salvini), Fabiola Bernardini non ha mai «commesso alcuna irregolarità né espresso la volontà di essere trasferita». Motivo per cui la parlamentare LeU aveva osservato: «Le motivazioni alla base della scelta dell'amministrazione di Todi sembrano dunque meramente di carattere punitivo». 

Bernardini non solo ha infatti partecipato alla Festa delle Famiglie Arcobaleno, tenutasi il 6 maggio a Todi tra il disappunto e lo sconcerto di CasaPound (un cui componente, Andrea Nulli, siede in Consiglio comunale), ma si è anche rifiutata di redigere un catalogo di libri per bambini e ragazzi a “tematica omogenitoriale, omosessuale, transessuale".

Richiesta, questa, susseguente alle Direttive emanate dagli assessori tuderti alla Famiglia e alla Cultura Alessia Marta e Claudio Ranchicchio, che sembrano ossessionati, al pari dell’intera amministrazione locale retta dal forzista Antonio Ruggiano, dall’ideologia gender per quanto inesistente.

A seguito della rimozione è stata lanciato in giugno sui social l’hastag #IoStoConFabiola

Hastag che un gruppo d’utenti della Biblioteca comunale ha voluto tradurre in fatti concreti organizzando, sabato, scorso un flah-mob sulla scalinata della chiesa di San Fortunato scegliendo come slogan la celebre frase di Tina Anselmi: «Capii allora che per cambiare il mondo bisogna esserci».

All’ombra del monumentale tempio gotico, che ospita le spoglie del poeta Jacopone da Todi, oltre 200 persone si sono raccolte, alle 15:45, recando tra le mani un libro

Una sorta di lungo cordone a tutela della biblioteca e della sua direttrice, grazie al cui impegno, nel maggio 2018, Mibact, Cepell e Anci hanno riconosciuto a Todi la qualifica di Città che legge, attribuito finora a soli 147 Comuni italiani.

Una reazione indignata a chi vorrebbe rispolverare un index librorum prohibitorum di cafariana memoria e, perciò, tacitare la voce ferma di una donna, intellettuale, professionista, che vanta competenze in biblioteconomia, archivistica, diplomatica, lingua latina.

Competenze, grazie alla quale, non solo si è fatta apprezzare da medievisti di fama internazionale e, in particolare, da quei presuli ed ecclesiastici italiani che si occupano di storia del francescanesimo. Ma ha portato ai massimi livelli un istituto culturale come la Biblioteca Lorenzo Leoni, che annovera, tra le oltre 10.000 unità, preziosi codici miniati, incunaboli, cinquecentine nonché manoscritti autografi come quelli del filosofo scolastico Matteo d'Acquasparta.

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«Salvini? È un razzista. Lo so che la situazione in Italia è difficile perché siete un Paese che affaccia sul Mediterraneo. Mi dispiace anche che il mio Paese non possa aiutare e accogliere persone da altri Paesi: anche noi abbiamo un razzista come presidente, che non capisce che noi siamo quello che siamo anche grazie a tutti quelli che sono venuti nel nostro Paese.

Sono sicuro che ci siano molte persone intelligenti in Italia che sappiano come affrontare il problema dell'immigrazione e risolverlo e penso anche che gli italiani debbano iniziare a chiamare Salvini per quello che è: una persona bigotta che ha un atteggiamento bigotto».

Non ha usato mezzi termini Michael Moore nell’incontro d’ieri col pubblico in occasione della Festa del Cinema di Roma, dove alle 19:30 è stato presentato Fahrenheit 11/9, nuovo documentario politico del regista statunitense questa volta dedicato a Donald Trump.

E, dopo aver definito il ministro dell’Interno bigotto, oltre che razzista, Moore ne ha dato le seguenti motivazioni: «È contro i gay e i matrimoni tra gay: bisognerebbe invece che cercasse di capire che l'amore è amore a prescindere dal sesso dell'altro. Il consiglio che posso dargli è questo: Salvini, non sposare un gay se li odi, ma lascia che loro si amino e si sposino e i tuoi affari tieniteli per te».

Il regista ha anche aggiunto: «Sono cinque giorni che guardo la vostra tv e non mi piace. Quando i ricchi hanno in mano i media vogliono solo fare programmi che rincretiniscano la gente, si creano grossi problemi. In Usa Trump è bravissimo a cavalcare questo, le persone lo amano per questo. E questo l'ho visto anche in Italia. Credo che le persone sbaglino nel vedere Salvini e Di Maio come persone divertenti, perché non si tratta di intrattenimento, ma di politica». 

Infine da parte del regista e documentarista americano un appello all'Italia: «Siete stati grandi, dovete ritornare ad esserlo». E poi un nuovo affondo a Salvini: «Io non direi Prima gli italiani ma Prima l'Italia».

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L’11 ottobre, Giornata mondiale del Coming Out, Polis Aperta ha lanciato la campagna Se non mi nascondo lavoro meglio #identitàindivisa

Un’iniziativa che ha subito attirato l’attenzione dei media non solo per la caratteristica in sé dell’associazione proponente (ne sono infatti componenti le persone Lgbti che appartengono alle forze armate e alle forze dell’ordine) ma anche per quella che è stata subito definita quale censura del Viminale

Il ministero dell’Interno, come denunciato su Facebook dai vertici di Polis Aperta, ha negato l’autorizzazione all’utilizzo di due foto di agenti omosessuali della Polizia di Stato per la campagna social. Da qui il rilievo dell’associazione: «Dispiace sottolineare come ancora una volta si neghi l’utilizzo di foto innocue e rispettose della Polizia di Stato, senza peraltro motivazione alcuna, che rilancino messaggi di inclusività e rispetto delle persone Lgbti appartenenti alla P. di S., nonché un messaggio di reale apertura alla collettività, in particolare modo della comunità Lgbti».

La vicenda ha spinto il deputato Ivan Scalfarotto (Pd) a presentare, il 15 ottobre, nel corso della seduta 63 della Camera un’interrogazione al presidente del Consiglio Giuseppe Conte e al ministro dell’Interno Matteo Salvini

Interrogazione che, cofirmata dagli omologhi di partito Zan, Bruno Bossio, Fiano, Miceli, Mor, Mura, Moretto, Lacarra, Rossi, Schirò, Prestipino, Cenni, è volta a sapere «se il Governo non ritenga assolutamente necessario fare chiarezza in merito alle motivazioni che sono alla base del divieto dell'utilizzo, richiesto dall'associazione, delle immagini e se non ritenga che ciò possa configurare un comportamento discriminatorio nei confronti della comunità Lgbt, discriminazione che, ad avviso degli interroganti, potrebbe contribuire ad alimentare il fenomeno del cosiddetto under reporting, vale a dire della tendenza delle persone vittime di aggressioni omofobiche a non denunciare la violenza subita».

scalfa

Contattato da Gaynews per conoscere più approfonditamente le motivazioni sottese all’interrogazione parlamentare, l’onorevole Scalfarotto ha dichiarato: «Non stupisce che nel ministero di cui è titolare Salvini oltre al razzismo si faccia strada anche l'omofobia, che è un'altra faccia della discriminazione. 

In tutto il mondo occidentale è un dato acquisito che ci siano persone Lgbti nelle forze dell'ordine e nelle forze armate. Persone che servono il proprio Paese con la stessa abnegazione, la stessa professionalità e lo stesso sacrificio personale dei propri colleghi.

Provare a cancellare la loro esistenza è la formula più subdola, ma non per questo meno violenta, di negare la loro dignità e provare a creare intorno a loro un clima di intimidazione e di paura. Sono sicuro che agli uomini e alle donne di Polis Aperta non mancherà la determinazione per continuare la propria battaglia.

Ma nel frattempo, come opposizione, intendiamo inchiodare il governo alle sue responsabilità e chiedergli di dare una giustificazione a un gesto tanto odioso».

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Dopo aver ieri incontrato Luca Zaia, presidente della Regione Veneto, e Federico Sboarina, sindaco di Verona, Toni Brandi, Massimo Gandolfini, Jacopo Coghe, rispettivamente presidenti di Pro Vita onlus, Comitato Difendiamo i nostri figli e Generazione Famiglia, e Brian Brown, presidente del Congresso Mondiale delle Famiglie, hanno stamani incontrato a Roma Matteo Salvini e Lorenzo Fontana.

Ad accompagnarli il senatore leghista Simone Pillon, il cui ddl sull’affido condiviso si appresta a essere oggetto di oltre 120 audizioni in Commissione Giustizia.

Motivo degli incontri il World Congress of Families, che si terrà a Verona dal 29 al 31 marzo 2019 e che sarà appunto organizzato dalle tre associazioni promotrici del Family Day sotto la guida di Brian Brown.

Nel riceverli, il ministro dell'Interno ha dichiarato: «Siamo orgogliosi di ospitare le famiglie del mondo a Verona: questa è l'Europa che ci piace». A lui Brown ha chiesto «di riflettere tutti assieme sul sostegno da dare alle famiglie e l'Italia, per la sua storia, è il luogo più adatto per farlo».

Anche il ministro per la Famiglia e le Disabilità si è detto «fiero di ospitare in Italia, e a Verona in particolare, le famiglie di tutto il mondo. La famiglia sarà per noi l'asse dell'Europa del futuro».

Al termine dei due incontri Gandolfini, Coghe e Brandi hanno visto nella giornata di oggi «un segno che il vento in Europa sta cambiando. Sta crescendo l'attenzione su un maggiore sostegno ai nuclei familiari, alla natalità e alla giustizia sociale». I tre presidenti sono certi «che da Verona partirà la controrivoluzione del buonsenso e della ragione»

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Il 24 settembre il Consiglio dei ministri ha approvato all’unanimità il Decreto sicurezza e immigrazione, il cui primo firmatario è Matteo Salvini. Mentre da lunedì si sussegguono le polemiche intorno a un testo, di cui si ha conoscenza al momento attraverso un comunicato stampa pubblicato sul sito di Palazzo Chigi (anche se ne circola una versione online), abbiamo contattato Giorgio Dell’Amico.

Lavorativamente impegnato dal 1992 in servizi rivolti a migranti e incaricato dal 2005 di richiedenti asilo Lgbti per Arcigay Nazionale, Dell’Amico ha una particolare conoscenza della situazione di quante e quanti lasciano i Paesi d’origine perché perseguiti a causa dell’orientamento sessuale e identità di genere.

Giorgio, cosa pensi del Decreto Sicurezza?

Senza dubbio mi associo alla voce di altri esponenti di associazioni che si occupano di asilo ed altri esperti che contestano proprio la scelta dell'emanazione di un decreto legge. Non si rilevano infatti motivi di urgenza, anche tenendo conto del flusso di arrivi che è in drastica riduzione.

Inoltre, è molto discutibile l’aver accorpato il decreto immigrazione a quello sulla sicurezza: ciò infatti comporta l’abbinamento di due aspetti che non sono collegati, ma che dal punto di vista simbolico lo divengono, contribuendo ad alimentare la percezione di pericolo e aumentando l'odio nei confronti dei migranti (o anche solo di chi ha un diverso colore di pelle).

Aggiungo poi che, togliendo la protezione umanitaria – al di là di ridurre fortemente la possibilità per molte persone di ottenere un titolo di soggiorno che permetta loro di potersi costruire un futuro – si rischia di spostare nelle aule giudiziare la verifica di situazioni che potrebbero essere tutelate dall'articolo 10 della Costituzione (tra quelli fondamentali e non modificabili). Articolo che sancisce il diritto d'asilo, il quale, a differenza della protezione internazionale, garantisce maggiori tutele in quanto si riferisce alle libertà democratiche garantite dalla Costituzione e dai diritti internazionalmente riconosciuti

Questo decreto affossa anche un sistema d'accoglienza, lo Sprar, che è un sistema che in questi anni ha dimostrato di essere molto valido – che andava caso mai potenziato – e vedeva il coinvolgimento dei Comuni e degli enti locali. Il decreto invece impedirà l'ingresso dei richiedenti asilo prevedendo per loro un trattenimento che per altro non è possibile in base alla Convenzione di Ginevra e alle direttive Ue.

Cosa cambierà e quali saranno i problemi per i migranti Lgbt richiedenti protezione, perché perseguitati nei Paesi d’origine a causa del proprio orientamento sessuale o della propria identità di genere?

Rispetto alla questione riguardante i richiedenti asilo Lgbti, trattandosi di persone che, semplificando, chiedono protezione per motivi legati al loro orientamento sessuale o identità di genere, il decreto non incide in quanto, se le commissioni valutano correttamente la loro situazione, dovrebbero riconoscere lo status di rifugiato e per questo non sono toccati, almeno non direttamente.

È però vero che in caso di rigetto della loro domanda di asilo, il problema sorgerà in fase di ricorso (ma già il Decreto Minniti-Orlando ha tolto un grado di giudizio e ha previsto la possibilità, qualora l'audizione sia stata registrata, che il giudice possa ascoltare solo la registrazione e decidere in base a essa senza sentire l'interessato) e soprattuto sorgerà per coloro che, per vari motivi, non avessero mai detto di essere soggetti Lgbti (per mancata conoscenza del diritto, per paura, per vergogna, ecc...): sarà sicuramente peggio se non vi saranno più progetti che possano seguire in maniera adeguata queste persone.

Smantellare un sistema d'accoglienza per richiedenti asilo (non solo dei Cas, ovvero i centri gestiti dalle Prefetture nelle varie province che, proprio per il fatto di essere strutture straordinarie, presentano moltissimi problemi), che già oggi difficilmente tiene conto della specificità Lgbti, peggiorerà notevolmente le condizioni di vita e la tutela dei diritti dei migranti Lgbti. Queste persone, infatti, già adesso hanno paura di vivere con altri connazionali o altri individui richiedenti asilo provenienti da Paesi omofobi: per questa paura spesso si nascondono e si allontanano dai centri di accoglienza nei quali sono stati ospitati.

Ad oggi in Italia non esistono strutture dedicate a richiedenti asilo Lgbti, anche se molti progetti Sprar stanno mettendo sempre più attenzione rispetto a questa tipologia di richiedenti asilo. Credo che a livello nazionale l'unica esperienza in cui esistono strutture che hanno destinato alcuni posti espressamente a richiedenti asilo Lgbti sia quella del progetto che coordino nell'ambito di un Cas

Quali conseguenze, in termini umani e politici, a livello nazionale e internazionale, potranno derivare da questo decreto?

Assisteremo a un numero maggiore di persone che non otterranno alcuna protezione, che non riusciremo a rimandare a casa, con un aggravio dell'allarme sociale e con ricadute negative sulle comunità che gioverà solo alla criminalità e a chi sfrutta i lavoratori. Il decreto non avrà, invece, alcuna ricaduta rispetto al traffico dei migranti che, anzi, a causa di queste ulteriori chiusure, troverà altre vie e strategie per far entrare persone, guadagnando sulla loro pelle e sulle loro vite.

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Svastische. Il nome di Allah in arabo sgrammaticato. Scritte insultanti e minatorie come Froci al rogo o acclamatorie al ministro dell’Interno come W Salvini.

Sono stati così imbrattati a Milano, nella notte tra venerdì e sabato, i muri dei locali della Scuola Popolare che, in via Bramantino, assicura corsi postscolastici e attività di sostegno per ragazzi italiani e stranieri dimoranti nel quartiere della periferia nord di Milano.

Gestita da mamme costituetisi nell’omonima organizzazione, la Scuola Popolare avrebbe dovuto riaprire i battenti proprio sabato scorso. Per evitare ritardi nel riavvio delle attività organizzate, già nella mattinata del 15 settembre una decina di alunni insieme con le mamme dell’associazione si è messa al lavoro per cancellare i segni dell’imbrattamento e ripulire i singoli locali dalla devastazione del raid notturno, definito in breve sui social come nazifascista, razzista e sessista.

Tra i primi a denunciare con forza l’accaduto è stato Luca Paladini sulla pagina de I Sentinelli di Milano, di cui è presidente: «Ormai è un assalto al giorno. Ormai è sdoganato tutto. Tutto».

Durissimo il sindaco di Milano Giuseppe Sala, che ha affermato su Facebook: «Attaccare una scuola che punta sull'integrazione significa voler ostacolare il futuro del nostro Paese. Non possiamo più tollerare gesti come questo: da milanesi continuiamo a credere in una città aperta, solidale e profondamente democratica».

Pierfrancesco Majorino ha invece dichiarato: «Aiuteremo quell'esperienza ad andare avanti senza paura». Proprio l’assessore meneghino alle Politiche sociali aveva poco prima stigmatizzato, via Twitter, il silenzio del ministro dell’Interno sulla vicenda: «Ma #Salvini non ha nulla da dire ai razzisti che vandalizzano una scuola che aiuta migranti a Milano al grido proprio di W Salvini? Noi non ci facciamo intimidire».

Un j’accuse che, sia pur in diverse forme, è stato mosso nel corso dell’intera giornata domenicale. Ma nel tardo pomeriggio è poi arrivata l’invocata dichiarazione di Salvini, che ha espresso «solidarietà alla scuola e a chi è stato colpito da questi vigliacchi. Omofobia, violenza e razzismo non fanno parte dell'Italia che voglio e per cui lavoro».

Parole che non hanno placato le polemiche, anche perché non sono state rilanciate dal ministro social per antonomasia (qual è appunto Salvini) né dalla sua pagina Facebook né dal suo profilo Twitter.

Tanti gli attestati di solidarietà da tutta Italia ai volontari e ai ragazzi della scuola in una con la richiesta – soprattutto di area Lgbt – d’una legge efficace contro l’omotransfobia.

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