Tre le marce dell’orgoglio Lgbti che hanno avuto luogo nella giornata d’ieri. A partire da Bergamo, dove, nonostante le avverse condizioni meteo, oltre 5.000 persone si sono mosse intorno alle 15:30 da via Bonomelli per raggiungere il Parco Gate Malpensata per i discorsi di rito e il party finale.

Madrina del Pride orobico, il cui slogan è stato Orgoglio oltre le mura, la modella bergamasca Paola Turani. Nutrita la rappresentanza politica con il primo cittadino Giorgio Gori, i due candidati sindaci Francesco Macario (Bergamo in Comune) e Nicholas Anesa (M5s). Sempre del M5s la deputata Guia Termini, il consigliere regionale Dario Violi e il consigliere comunale Marcello Zenoni.

Tante le associazioni a partire da Rete Lenford non senza la presenza di Wajahat Abbas Kazmi, attivista di Amnesty International e ideatore della campagna Allah loves Equality.

Come già successo lo scorso sabato a Vercelli e in varie città lo scorso anno, a Verona il Pride è stato aperto da migranti Lgbt. Per ribadire non soltanto la necessità del «restare umani» e il dovere morale dell’accoglienza ma anche la tutela della legge 194 in una città come quella scaligera che ha ospitato in maggio il World Congress of Families.

Ma le oltre 4.000 persone, che si sono mosse dalla stazione di Porta Nuova per arrivare fino a Veronetta, hanno soprattutto sfilato per dire ancora una volta un no secco all’omo-lesbo-bi-transfobia all’indomani della specifica Giornata internazionale di contrasto. In prima linea anche i sindacati con la Cgil e la Rete degli Studenti. Presente anche Stuart Milk, nipote di Harvey Milk.

Dopo la parata hanno avuto luogo il Drag Factor Veneto e il party officiale presso il Romeos Club a cura di Lorenzo Bosio, direttore artistico del Padova Pride Village.

A Taranto, invece, la marcia dell’orgoglio è partita alle 17:30 da Piazzale Dante. Claim del Pride della Città dei due mari, organizzato da Arcigay Strambopoli QueerTown Taranto, è stato Fuori dal Binario: libertà vo cercando, ch’è sì cara

La parata è terminata intorno alle 20:30 i in Piazza Garibaldi, dove si sono susseguite testimonianze, il concerto del coro Lgbtqi RicchiToni e della cantautrice Melga, il djset di Don Ciccio.

Fortissima la presenza giovanile e studentesca con tanto di striscioni – che non sono mancati neppure a Bergamo e a Verona – contro Matteo Salvini e la Lega.

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Ieri a Caltanissetta, dov’era giunto per sostenere la candidatura a sindaco di Oscar Aiello, Matteo Salvini è stato interrotto da un gruppo di contestatori che, oltre a cantare «Bella, ciao», hanno gridato più volte: «Vergogna».

«Uno che crede nel comunismo nel 2019 – ha risposto il ministro dell'Interno - va abbracciato come un panda. Saluto i comunisti che stanno contestando e ricordo che istituiremo di nuovo l'educazione civica nelle scuole. Se voi amate i clandestini, ci lasciate conto corrente e li mantenete voi»

Ma non solo. Perché la reazione più significativa è arrivata dalle 19enni Gaia Parisi e Matilde Rizzo, che hanno colto di sorpresa il vicepremier, cui avevano chiesto di fare un selfie, baciandosi invece davanti a lui.

A darne notizia su Fb e a pubblicare le foto del bacio, divenute subito virali, Marco Furfaro, fondatore e coordinatore di Futura, che ha scritto: «Caltanissetta, contestatrici. Amore batte odio 3-0. Trollare Salvini dal vivo: livello estremo. Immense Gaia e Matilde».

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Famiglie Arcobaleno e Rete Lenford – Avvocatura per i diritti Lgbti hanno presentato un esposto ad Antonello Soro, Garante per la tutela della privacy, chiedendo di attivarsi contro il decreto, che firmato dai ministri Matteo Salvini (Interno), Giulia Bongiorno (Pubblica Amministrazione) e Giovanni Tria (Economia), prevede sulla carta d’identità di minori il reintegro della dicitura 'padre' e 'madre' al posto di quella di ‘genitori’.

La richiesta invita nello specifico l’Autorità Garante a impugnare - sulla base dei nuovi poteri attribuitigli dal Regolamento generale sulla protezione dei dati (Gdrp) - dinanzi all’autorità giudiziaria il provvedimento ministeriale, che viola più disposizioni del Codice in materia di tutela dei dati personali. Tali violazioni erano state già rilevate, in parte, dallo stesso Garante nel parere negativo, da lui espresso il 31 ottobre 2018, sull'ipotesi di decreto che il Governo gli aveva sottoposto.

Le due associazioni hanno deciso di contrastare così l’iniziativa del ministro dell'Interno, che ritengono essere stata adottata con l'unico scopo di discriminare i bambini e le bambine che hanno genitori dello stesso sesso, costringendo questi ultimi a dichiarare il falso nella compilazione dei moduli per richiedere la carta d’identità elettronica.

«Ci siamo rivolti al Garante della Privacy - così l'avvocato Mario Di Carlo, socio di Rete Lenford - in quanto è l’Autorità preposta a garantire il corretto trattamento dei dati personali e quindi anche quelli della carta d'identità. L’illecito trattamento dei dati personali commesso da un ministero non può infatti essere trattato in maniera meno rigorosa di quello commesso da un’impresa o da un’agenzia».

Inoltre «le norme primarie di riferimento, come il testo unico delle leggi di pubblica sicurezza (Tulps), già quasi dieci anni fa - continua Di Carlo - recavano l'indicazione di 'genitori', incorporando una visione inclusiva che prende atto dell'evoluzione del diritto di famiglia e del ruolo genitoriale. E non si capisce perché oggi la prassi, contro il dettato normativo, debba imporre nomenclature che non riconoscono correttamente l'identità e le relazioni sociali dei minori».

Gianfranco Goretti, neopresidente di Famiglie Arcobaleno, e Miryam Camilleri, presidente di Rete Lenford, hanno dichiarato: «Questo esposto è solo il primo passo di una battaglia che porteremo avanti per abbattere un decreto che il ministro dell’interno sa benissimo essere illegittimo.

Proviamo profonda disistima nei confronti di un Governo incapace di rispondere alle reali esigenze di tutte le famiglie e che concentra invece le proprie energie nell'adozione di atti discriminatori che non migliorano la vita di nessuno, ma alimentano odio ed esclusione».

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Alcune associazioni Lgbt hanno scritto una lettera aperta a Vincenzo Spadafora, sottosegretario alle presidenza del Consiglio con delega alle Pari opportunità e alle Politiche giovanili, in merito al decreto, che firmato dai ministri Matteo Salvini (Interno), Giulia Bongiorno (Pubblica Amministrazione) e Giovanni Tria (Economia), prevede sulla carta d’identità di minori il reintegro della dicitura 'padre' e 'madre' al posto di quella di ‘genitori’. E questo in barba al parere negativo che Antonello Soro, Garante per la Protezione dei dati personali, aveva espresso al riguardo il 15 novembre scorso.

Le associazioni firmatarie sono «componenti del tavolo sulle questioni Lgbtqi da lei instaurato e nel suo ruolo di titolare delle pari opportunità all’interno del Governo che La esprime».

Per esse il provvedimento è «odiosamente discriminatorio» in quanto, al di là degli «orientamenti politici e legislativi per il futuro, le famiglie omogenitoriali già esistono ed esistono i figli e le figlie di quelle famiglie che, grazie alla giurisprudenza o all’azione degli uffici anagrafe dei Comuni più lungimiranti, sono oggi, anche per la legge, figli e figlie di entrambe le figure genitoriali. Figure genitoriali che invece, al di là del genere di appartenenza, sarebbero oggi costrette a rientrare nella categoria inflessibile di “padre“ e “madre”, dando luogo a un’invisibilità, a uno stigma e a un marchio che ricordano periodi bui della storia».

Alla luce di tali elementi «l’attuale Governo – continua il testo della lettera aperta –  non si dimostra un interlocutore affidabile perché al di là delle dichiarazioni non appare in grado di mettere in sicurezza i diritti delle persone Lgbtqi, non ne migliora le condizioni di vita e anzi le peggiora.

Crediamo che, al di là della insostenibilità legale di un’impostazione odiosamente discriminatoria, come già confermava il parere del Garante della privacy, e dunque degli esiti dei ricorsi, sia essenziale un chiarimento politico del Governo di cui entrambi, Lei e il Ministro dell’Interno, con le rispettive forze politiche, siete espressione affinché questa pagina odiosa venga cancellata. Ad oggi possiamo solo valutare i fatti».

A firmare la lettera sono state Agedo, Alfi, Arc, Arcigay, Arcigay Antinoo Napoli, Arcigay Arcobaleno degli Iblei Ragusa, Associazione di volontariato Libellula, Associazione Esedomani Terni, Associazione Lgbt Quore, Certi diritti, Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, Di’Gay Project – DGP, Edge Excellence & diversity by LGBT executives, Famiglie Arcobaleno, I Ken, Iglbc Italian GLBT Business Chamber, Polis Aperta, Rain Arcigay Caserta, Rete Genitori Rainbow, Stonewall Glbt, Torino Pride, Ufficio Nuovi Diritti Cgil.

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Famiglia. Attorno a questa parola di 8 lettere si consuma da alcuni decenni lo scontro frontale tra la collettività Lgbt e la parte più conservatrice della società, della politica, delle religioni monoteiste, non dico della cultura perché se accostiamo il concetto con la destra siamo in Italia all’ossimoro. È attorno all’idea di famiglia "tradizionale" che si raduna ogni anno, in una diversa città del mondo, quell’internazionale nera ed omofoba (ma pure sovranista, suprematista, misogina e chi più ne ha più ne metta), che da oggi fino al 31 marzo sarà di scena a Verona con strombazzamento di ministri, sottosegretari ed esponenti più o meno mostruosi del bigottismo e del bacchettonismo italico.

Li conosciamo bene. Sono quelli che passano la loro vita a darci fastidio, a dipingere gli omosessuali come persone da “curare” (si consiglia vivamente la visione al cinema, in questi giorni, di Boy Erased, che ci illumina sulle “terapie di conversione” basate sulla “cristologia” per eterosessualizzare gay e lesbiche credenti), esseri “deviati” e malati che rappresentano un pericolo per la società e, soprattutto, vogliono “minare alle fondamenta” la vita sociale con la loro pretesa di essere riconosciuti come famiglia a tutti gli effetti.

Per costoro, ma anche per il Vaticano che si è detto d’accordo nella sostanza, la famiglia etero è “iscritta da sempre nel cuore degli uomini” da Dio in persona, quel Dio di cui ovviamente loro sono gli interpreti fedeli, senza tema di essere smentiti dalle scienze sociali e dalla realtà dei fatti.

Sarebbe difficile persino per i campioni mondiali del bigottismo negare l’esistenza di milioni di lesbiche e gay. Ripiegano allora sul negazionismo familiare, negando l’esistenza della vita familiare per la collettività e le persone Lgbt. È un’ operazione, anche questa, che si scontra con la realtà: sono infatti milioni le coppie Lgbt che nel mondo libero si sono sposate o unite civilmente (in Italia alla fine dell’anno si supereranno le 30mila persone, un dato assolutamente eclatante e innegabile), offrendo una testimonianza d’amore che non mira certo a distruggere le famiglie composte da un uomo e da una donna, dalle quali per lo più proveniamo tutti, e che a loro volta non si sentono affatto minacciate dalle nuove coppie e dal loro “matrimonio”. Anzi, è commovente la partecipazione dei parenti alle cerimonie delle unioni civili!

Da diversi decenni andiamo dicendo che ogni epoca ha il suo tipo di famiglia e che è totalmente falso dire che la famiglia così come la conosciamo oggi è sempre esistita e sempre esisterà come icona immutabile della volontà divina e della “natura”. Un’idea, quella della natura umana, usata come una clava contro la collettività Lgbt come se le persone omosessuali non fossero “naturali” come chiunque altro, mentre di “contronatura” ci sono solo l’omofobia, l’esclusione e l’odio verso la diversità, per non parlare della pretesa di perpetuare il dominio del maschilismo sul mondo e sulla vita familiare.

Ecco. A Verona non si parlerà certo della totale mancanza di democrazia nella vita domestica, dove le donne lavorano molto ma molto di più dei loro mariti per accudire la casa e i figli (salvo lodevoli ed encomiabili eccezioni, che però non sono la regola). Come non si parlerà delle patologie della vita della famiglia tradizionale, che ovviamente per l’internazionale bigotta non esistono: una donna viene uccisa ogni tre giorni, il 95% delle violenze sui minori è consumato in ambito familiare, il predominio maschilista e patriarcale è stato solo modestamente scalfito, la violenza contro i diversi è la regola, soprattutto gli omosessuali che a volte vengono letteralmente buttati fuori casa dopo un timido coming out.

Poi, certo, ci sono le famiglie per bene e per fortuna sono anche tante. Ma ciò non vuol dire che le patologie della vita familiare debbano essere dimenticate o, peggio ancora, esplicitamente negate in quanto “temi irrilevanti”, come ci hanno detto i promotori dell’appuntamento bacchettone.

In sostanza siamo a due visioni opposte della vita familiare che, come dice la sentenza Oliari (Corte Europea dei Diritti dell'Uomo del 21 luglio 2015), non può essere negata a nessuno e in particolare alle persone Lgbt (e infatti l’Italia è stata condannata al risarcimento delle coppie ricorrenti e occorre riconoscere al governo Renzi di non aver fatto ricorso alla Grande Chambre contro la sentenza). Anche il Trattato di Lisbona, a cui è associata la Carta dei diritti fondamentali della UE, riconosce a tutti il diritto alla vita familiare (gli articoli 7, 9 e 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, entrata in vigore il 1° dicembre 2009).

E allora? Allora, da una parte ci sono i bigotti veronesi che, contro la storia, pretendono di riconoscere solo l’unione tra uomo e donna, ma solo se “aperta alla riproduzione” (parentesi: come la mettiamo con milioni di coppie etero che non vogliono o non possono fare figli?), e chiedono che lo Stato sostenga questo modello etero-riproduttivo escludendo tutti gli altri. Dall’altra parte ci sono la realtà, la vita, le persone vere. In Italia meno del 40% della popolazione oggi vive in una famiglia “tradizionale”. Nel nord Europa il dato è ancora più marcato: in Danimarca siamo al 25%. 

Paradossalmente, quindi, gli oscurantisti di Verona chiedono l’esclusione e la discriminazione della maggioranza delle cittadine e dei cittadini italiani. Nessuno di noi si è mai opposto a misure di sostegno della vita familiare, anzi. È l’ipocrisia della destra italiana a dimenticare i veri problemi della famiglia e del welfare familiare, a partire dai 2 milioni e 850 mila disabili gravi, assistiti da 8 milioni di caregiver familiari senza nessun sostegno dallo Stato. Dove sono le politiche di sostegno, al di là della propaganda familista?

Ci dicono che c’è famiglia se c’è un uomo e una donna con i figli, punto. Noi diciamo che c’è famiglia dove ci sono due persone che si vogliono bene, indipendentemente dal fatto che siamo due donne o due uomini, o una o due trans, o due persone che banalmente decidono di costruire la loro vita come vita familiare. Cos’è o cosa non è famiglia lo decide Salvini col travestimento di turno? O la sfilza di bigotti di cui ha infarcito il suo partito? Chi devo amare, come lo devo fare, come devo vivere e come posso morire lo decide Gandolfini, o Pillon, o il tipo di Crotone di cui non ricordo nemmeno il nome, e che pretende che la donna sia serva e schiava in casa?

Il capo leghista, bontà sua, dice che non è interessato a come le persone fanno l’amore in casa propria tra le mura domestiche. Ma qui non è solo una questione di sesso: il tema è il rispetto della vita familiare altrui, dell’idea che c’è famiglia dove ci sono gli affetti, dove le persone si sostengono a vicenda, dove ci si aiuta, dove si è solidali, e dove - perché no? - assieme all’amore c’è amicizia, stima, e desiderio l’uno dell’altro o l’una dell’altra. 

Chi lo decide? Semplice: lo decidono le persone, una per una, e non certo l’internazionale bigotta.

La vera differenza tra democrazia e i regimi autoritari da cui provengono i relatori di Verona è tra libertà e autonomia dell’individuo e l’autoritarismo che sgorga a piene mani dai vari Orban e dai vari Smirnof, che parlano a vanvera delle vite degli altri (la citazione non è casuale) come se milioni di persone non esistessero e come se non esistesse la loro volontà.

E nemmeno la Storia. La famiglia mononucleare e “tradizionale” come la si propaganda oggi non è sempre esistita: si può dire che c’è da due secoli o poco più, essendo il frutto di quell’economia tayloristico-fordista che ha trionfato tra l’800 e il 900 e a cui serviva la riproduzione a basso costo della forza lavoro. Si abitava vicino alla fabbrica e la vita era predeterminata: si nasceva, ci si fidanzava, ci si sposava, si facevano figli che andavano ad occupare il posto di lavoro dei padri e si moriva. 

È ancora così oggi? Direi proprio di no. Può piacere o non piacere (e molti aspetti non piacciono nemmeno a me) ma quella società in gran parte non c’è più e la rivoluzione digitale e la robotizzazione la cambieranno ulteriormente. Ora e sempre di più in futuro le famiglie saranno frutto di una scelta basata sulle affinità tra due persone, sugli affetti, sulla speranza di felicità che una relazione può offrire.

Se ne facciano una ragione i bigotti e anche lo Zelig della politica italiana che balbetta quando gli dicono che esistono famiglie gay felici e che felici sono anche i loro bambini. La destra omofoba e bigotta può vincere qualche elezione sfruttando e promuovendo tutte le paure del mondo, ma non può cambiare il corso della storia o farci tornare indietro di secoli, magari all’epoca romana, quando dalla Rupe Tarpea un padre poteva gettare nel precipizio i figli che non voleva. O come proprio a Verona dove due ragazzi, Giulietta e Romeo, si suicidano a causa delle assurde rivalità tra le loro famiglie di origine.

Nel passato la famiglia è stata anche questo orrore, che speriamo non si ripeta mai più anche grazie alle famiglie Lgbt e a quel meraviglioso pluralismo delle  nuove famiglie che non piacciono agli adunati di Verona ma che possono essere l’occasione di un mondo più amorevole e più felice.

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In occasione della XIII° edizione del World Congress of Families, che si terrà a Verona dal 29 al 31 marzo, attiviste e attivisti nazionali e internazionali (provenienti daPolonia, Croazia, Stati Uniti e America Latina) si incontreranno e confronteranno, sabato 30 marzo, nella città scaligera. Dalle 9:00 alle 13:00 avrà infatti luogo, presso l'Accademia dell’Agricoltura, Lettere e Scienze (via del Leoncino, 6), il convegno Italia laica, Verona libera.

Organizzato daIppfen (International Plannede Parenthood FederationEuropean Network) - la più grande federazione mondiale non governativa che si occupa di salute produttiva e riproduttiva delle donne – in collaborazione con Uaar (Unione degli atei e degli agnostici razionalisti) e Rebel Network (Rete femminista per i diritti), l’evento convegnistico si configura come una risposta delle associazioni e movimenti a quel Congresso mondiale delle Famiglie, che accanto a relatrici e relatori, distintisi per posizioni misogine e omofobe, vedrà la presenza dei ministri Bussetti, Fontana e Salvini.

Necessaria, dunque, una «mobilitazione senza precedenti – come dichiarato dalle realtà organizzatrici del convegno - per denunciare una precisa strategia politica con una visione misogina della storia alle donne, che non risparmia i diritti di omosessuali, Lgbt e di qualsiasi forma di famiglia "non tradizionale".

Ultimo atto in ordine di tempo del disegno reazionario, fondamentalista e di destra che fa da cornice al Wcf di Verona, è di questi giorni: l'insidiosa proposta di legge della Lega che si propone di limitare gli effetti della legge 194 che regola l’aborto, introducendo il riconoscimento giuridico del concepito al fine di adozione, ovvero l'adozione del feto.

Il convegno Italia laica, Verona libera ha l'obiettivo di dare vita a uno spazio comune di unità e mobilitazione per tutta la società civile e i movimenti,per affrontare le sfide che ci attendono e per una mobilitazione civica che vada oltre Verona. L'iniziativa sarà ancheuna opportunità per costruire proposte concrete prima di partecipare al corteo organizzato da Nonunadimeno nel pomeriggio del 30 marzo».

verona libera programma

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A tre giorni dall’inizio del World Congress of Families ne è stato oggi comunicato il programma dettagliato. Accanto ai nomi già noti di relatori e relatrici, sui quali sono stati versati nelle ultime settimane i proverbiali fiumi d’inchiostro, ne sono comparsi altri e non di meno rilievo.

In campo ecclesiastico cattolico, oltre ai saluti iniziali del vescovo di Verona Giuseppe Zenti (cui aveva già accennato, in ogni caso, il consigliere comunale veronese Alberto Zelger nella conferenza stampa di presentazione del Wcf), la novità è costituita dagli interventi di tre antibergogliani di ferro: l’arcivescovo di San Francisco Salvatore Joseph Cordileone e i card. Raymond Leo Burke e Walter Brandmüller (i quali risultano sul programma consultabile online sul sito di ProVita ma non sulle brochure stampate per i congressisti).

Se il primo è noto per un conservatorismo teologico congiunto a una ferma opposizione a ogni forma di riconoscimento dei diritti delle persone Lgbti (anche se sul suo intransigentismo grava la macchia di un arresto per guida in stato d’ebbrezza), i due porporati devono la loro fama soprattutto quali firmatari dei Dubia sull’Amoris Laetitia (gli altri due, Caffarra e Meisner, sono deceduti) nonché dell’appello ai presuli partecipanti al summit vaticano sulla prevenzione di abusi su minori e adulti vulnerabili.

Si scopre, inoltre, che a prendere la parola saranno anche Maria Giovanna Maglie, l’europarlamentare forzista Elisabetta Gardini (al posto di Antonio Tajani), Enrico Scio (managing director del gruppo La Verità srl) e l’ex deputato leghista Claudio D’Amico, che è responsabile dei Rapporti con i partiti esteri per il Carroccio nonché consigliere per le attività strategiche di rilievo internazionale del vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini.

Non si può non ricordare come D’Amico abbia curato i rapporti tra Lega e il partito russo Russia Unita, organizzando nell'ottobre 2014 un incontro tra Matteo Salvini e Vladimir Putin.

Mentre inoltre il panel sulla “famiglia naturale” sarà moderato da Alessandro Sallusti, direttore de Il Giornale, quello sulla crisi democrafica vedrà investito di un tale compito Maurizio Belpietro, direttore de La Verità e di Panorama.

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«Salvini, Fontana, Zaia, Sboarina e Bussetti perché l’iniziativa è della Lega. Tajani e Meloni perché non si sa mai, meglio tenere un piede anche con Forza Italia e FdI. Il trio Coghe-Gandolfini-Brandi che pensa sia sensato essere i soli italiani “laici” nel panel dei relatori, perché giustamente alla greppia non vogliono che si avvicini nessuno».

Postata su Facebook l’8 marzo, questa valutazione sulla XIII° edizione del World Congress of Families (Wcf) – che si conclude con la stoccata: «Perché se dici che “votare Lega è immorale” poi te le fanno pagare pure dopo l’abiura» - è stata formulata non da un laicista o da un rosicone di sinistra ma da Mario Adinolfi.

Com'era prevedibile, le parole del direttore del quotidiano La Croce, che ha recentemente incassato il plauso di Barbara Alberti e Vladimir Luxuria per la proposta di reddito di maternità (osteggiato invece da quelli che lo stesso leader del Popolo della Famiglia definisce cattoleghisti a partire da Simone Pillon) nonché il pubblico sostegno del vescovo di Viterbo Lino Fumagalli, sono state liquidate come dettate da livore dagli scherani gandolfiniani del Family Day.

Ma la politicizzazione del World Congress of Families in senso leghista-meloniano (Tajani alla fine non vi prenderà parte), oltre a essere condivisa dall’intera area del Popolo della Famiglia (Pdf), è innegabile. È un dato di fatto che la Santa Sede, la Cei e lo stesso episcopato del Triveneto abbiano preferito assumere un atteggiamento di assoluto quanto prudenziale silenzio. Nessun attacco frontale ma meno che mai alcuna promozione o sostegno all’evento.

Ecco perché lo stesso Adinolfi, commentando il 16 marzo il dichiarato appoggio dello psichiatra Gandolfini (a nome del Family Day) a Fratelli d’Italia per le europee di maggio, ha potuto scrivere: «A parte che non ricordo bene quale proposta di legge depositata da Fratelli d’Italia in Parlamento stia “graniticamente sostenendo le istanze del Family Day” (che fu convocato per battere la legge Cirinnà, la Meloni ha forse scritto un ddl che ne propone l’abrogazione o almeno un ddl di facciata, che so, contro l’aborto?).

Ma qui sorgono solo due domande. La prima: non s’era detto che il comitato era apartitico? La seconda: quando arriva la precisazione “tranquilli, votiamo anche la Lega” (tanto Gandolfini e Pillon dieci voti li hanno, possono fare cinque e cinque)? Ma smettetela di giocare ai generali se non avete l’esercito e venite a firmare il reddito di maternità».

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Considerazioni, queste, da leggere anche alla luce della diretta conoscenza del comitato del Family Day (di cui Adinolfi è stato per anni uno dei massimi rappresentanti) nonché delle ennesime affermazioni di Gandolfini, che ieri ha equilibristicamente «assicurato il pieno appoggio del Family Day ai partiti (Lega, Fdi e Fi) che fino ad oggi ci hanno sostenuto nella battaglia a favore dei principi non negoziabili».

Ragione per cui, non senza una punta d’ironia, Boback Falamaki, commentando un lungo post di Federico Marconi, fedelissimo di Adinolfi, sull'assise veronese, ha scritto due giorni fa in riferimento a Gandolfini: «Hanno chiamato Family Day l’associazione derivante Comitato Difendiamo i nostri figli. È lui il presidente»

Questo non significa che il Popolo della Famiglia dissenta sui temi di fondo del Congresso, come lo stesso leader ha ben specificato al di sotto del citato post di Marconi: «Deve essere chiaro che noi non “demonizziamo” Verona».

A essere inaccettabile e, dunque, da anatemizzare è «semplicemente la consegna del movimento pro-life alle insegne leghiste o del partito satellite di FdI», che Adinolfi considera «un gravissimo errore politico. Perché la Lega ha dimostrato di essere nella sostanza disinteressata ai nostri temi (completamente ignorati pur avendo tutte le leve del potere in mano, anzi, scegliendo di andare nella direzione opposta con triptorelina, patti prenup, eutanasia e prostituzione legalizzata) ma solo interessata ai voti cattolici, che considera conquistabili con qualche promessa priva di fatti conseguenti». 

D’altra parte la rivendicazione d’una "primogenitura cattolica" in senso politico era già stata sollevata nel corso della campagna elettorale per le politiche del 4 marzo 2018, durante la quale erano volati i proverbiali stracci tra Gandolfini e Adinolfi.

A dar fuoco alle polveri lo psichiatra bresciano, che su Il Resto del Carlino e La Verità aveva invitato i cattolici a non votare il Popolo della Famiglia. La risposta non si fece attendere e Adinolfi, in un lungo post del 18 febbraio, denunciò il ricorso dei gandolfiniani ad audio e messaggi intimidatori contro la sua formazione politica.

«Il figlio della tua segretaria personale, Elia Buizza, scrive – così il direttore de La Croce –  ai nostri con il tono più sprezzante immaginabile: “Io prego il Signore che il 4 marzo prendiate una batosta di quelle che tornate dal padrone Mario con la coda tra le gambe” e altre piacevolezze che per proteggere le sue personali fragilità non ti cito. Un tuo amico che conosci bene fa messaggi da tre minuti con l’inconfondibile accento bresciano da far circolare su whatsapp solo per “non far votare Popolo della Famiglia”, anche qui condendo il tutto con insulti personali al sottoscritto e chiudendo l’audiomessaggio con l’appello a votare Lega perché così “vuole Gandolfini” per far eleggere il suo “collaboratore” Simone Pillon.

Caro Massimo, la mia proposta è di metodo. Come fa Amicone, come fa Lupi, come fanno tutte le persone serie in campagna elettorale spiega perché bisogna votare Lega il 4 marzo. Va bene pure omettere che avete accettato un posto da quarto in lista in una lista capeggiata da Giulia Bongiorno, nemica esplicita del Family Day e fruitrice delll’eterologa per un figlio a cui è negato il diritto ad avere un papà. Ormai ho capito che per ragioni di livore personale non darai indicazione di voto per tre membri del Dnf che con te hanno organizzato i due Family Day oggi candidati nel Popolo della Famiglia, ma per il solo posto che sei riuscito ad ottenere, da ineleggibile, nella lista il cui leader è esplicitamente ostile al Papa e annuncia come primo provvedimento da approvare la statalizzazione della prostituzione con relativa partita Iva, secondo le indicazioni del trans turco Efe Bal. Va bene, scelta legittima». 

A distanza d’un anno, come anche dimostrato dalle recenti posizioni sul World Congress of Families, il clima tra le diverse anime del variegato milieu laicale d’orientamento conservatore, anziché rasserenarsi, s’è inasprito.

E così, mentre la novitas del messaggio evangelico è completamente enervata e diluita nei soli temi vita-famiglia, tra gli stessi cattolici duri e puri non ci si fa scrupolo ad adoperare le armi del livore e della menzogna. Arti proprie, stando ai passi scritturali evocati, di quel serpente nella cui coda Piero Chiappano (autore dell’inno del Popolo della Famiglia A un passo dal cielo) vorrebbe «piantare un chiodo… per fare la storia».

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Accolto tra applausi e ovazioni del pubblico, Matteo Salvini non poteva immaginare che quanto si prefigurava quale intervista sdraiata sarebbe invece andata diversamente. Anche perché il segretario della Lega è un habitué di Domenica Live, la cui padrona di casa, Barbara D’Urso, non ha nascosto il suo entusiasmo nel farlo accomodare su quella poltrona che «tu, Matteo, conosci bene».

Tutto è filato liscio nel parlare di legittima difesa, Tav, M5s e Cina fino a quando la conduttrice di Mediaset non ha introdotto un «tema che mi sta a cuore». Quello, cioè, delle persone Lgbti e della loro vita familiare

«Matteo sei una persona troppo intelligente – ha esordito D’Urso - per non capire. Esistono delle famiglie arcobaleno: ci sono dei bambini che magari vivono con due papà e sono felici».

Salvini ha allora provato a rintuzzare con le stesse parole usate in tutti i comizi da Pontida a Sant’Egidio alla Vibrata: «Lo Stato non deve entrare in camera da letto. Per me prima viene il bambino. Ognuno nella sua vita privata fa quel che vuole, però ogni bambino ha diritto di avere una mamma e un papà, perché questo è quello che ha voluto il buon Dio. Per me a casa sua ognuno fa quello che vuole. Io combatterò finché campo contro l'utero in affitto». 

La conduttrice lo ha allora bloccato: «Che c'entra l'utero in affitto? Le famiglie non devono essere discriminate». Passaggio, questo, che le ha permesso di parlare del ministro Lorenzo Fontana e del World Congress of Families: «Lui nega queste realta. Gliel’ho detto anche: La famiglia è dove c’è l’amore. Al congresso di Verona parteciperà gente che pensa che l'omosessualità sia satanismo». Salvini ha provato a smarcarsi: «Questa è una cavolata: ognuno fa l'amore con chi vuole».

Poi il tema delle adozioni con riferimento a Luca Trapanese. «C'è il caso del ragazzo omosessuale - ha dichiarato Barbara D'Urso - che ha adottato un bambino disabile che nessuna famiglia etero voleva adottare».

Salvini ha allora risposto: «Mi tolgo il cappello di fronte a quel papà e a quel bambino. Da ministro sto lavorando per rendere più veloci le adozioni. Nessuno vuole andare a smontare quello che c’è. Altro paio di maniche è se tu mi chiedi se è questo il futuro che io mi auguro per il nostro Paese. Per quello che mi riguarda il bambino ha diritto ad avere una mamma e un papà, e ha diritto di essere adottato se ci sono una mamma e un papà».

Ma Barbara D’Urso, ripetendo la frase: La famiglia è dove c’è l’amore, ha così chiuso il dibattito: «Vedi: c’è una cosa su cui non siamo d’accordo».

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Marcata cadenza veneta e lucidità analitica. Questi i due aspetti che si colgono sin dalla prime battute di Mauro Bonato, che è stato sindaco di Bosco Chiesanuova dal 1993 al 1999 e deputato della Lega Nord nell’XI° e XII° legislatura. Uno che ha militato nel Carroccio del senatùr sin da giovane, ricoprendo le cariche di segretario provinciale di Verona, responsabile del movimento giovanile e vice segretario nazionale.

Ed è alla Lega delle origini, quella delle autonomie e della lotta alla corruzione, che guarda Bonato, consigliere comunale a Verona e capogruppo consiliare del Carroccio fino all'8 marzo. Quando, cioè, si è dimesso per favorire l’elezione a consigliere provinciale di un suo fedelissimo quale Roberto Simeoni (la cui candidatura sarebbe stata altrimenti bocciata) e «togliere dall’imbarazzo» il partito, secondo le accuse dell’omologo scaligero Alberto Zelger, contro le cui dichiarazioni omofobe a La Zanzara proprio Bonato aveva fatto votare l’11 ottobre un odg di condanna in aula consiliare.

Quello stesso Zelger, componente del comitato esecutivo del Congresso mondiale delle Famiglie, che a Bonato (autore di numerose opere agiografiche e curatore di scritti di santi/e dell’area veronese nonché collaboratore del sito Santi e Beati.it) proprio non scende giù.

Consigliere, che cos’è che non le piace del World Congress of Families?

Tutto. È per me inaccettabile che possa godere del patrocinio delle istituzioni un convegno con relatori a dir poco imbarazzanti. Ho letto le dichiarazioni di alcuni di loro e le trovo agghiaccianti. Penso all’arciprete ortodosso Dmitry Smirnov che in riferimento a chi abortisce ha detto: «Una persona non può trovare nessun tipo di felicità se assassina i propri figli. Questi cannibali, come il nostro popolo, devono cancellati dalla faccia della terra». O a Silvana De Mari, recentemente condannata dal Tribunale di Torino, che ha affermato: «L’omosessualità è una condizione drammatica per la condizione anorettale. Il sesso anale causa danni all’organismo. Pensate all’espressione “ti faccio un culo così”. È un gesto di violenza e di sottomissione. È un gesto che viene sempre fatto nelle iniziazioni sataniche. Non tra quattro sfessati, ma nei piani alti». Giovedì prossimo presenterò al sindaco una serie di domande in Consiglio in merito alle posizioni di tali persone.

Si parla di famiglia ma dalle gerarchie vaticane, come dalla diocesi di Verona, nessun sostegno pubblico. Lei, che è stato presidente dell'Istituto veronese per la storia religiosa, come giudica un tale silenzio?

È quello che ho chiesto ieri in conferenza stampa alla Sala degli Arazzi. Come mai non c’è il patrocinio della diocesi di Verona e della Conferenza episcopale del Triveneto? L’ho domandato al sindaco. Il consigliere Zelger ha risposto che il vescovo di Verona porterà i suoi saluti. Ma che significa? Il vescovo, se è per questo, porta pure i saluti alle persone in carcere o agli assassini. È poi fin troppo chiaro che i vescovi del Triveneto non vogliono essere tirati per la giacchetta per non alimentare una polemica sterile.

Tra i pomotori del Congresso c’è un veronese e leghista come il ministro della Famiglia Lorenzo Fontana. Neanche questo le piace?

Ma per nulla. Se il ministro Fontana voleva fare un convegno coi suoi fan, lo poteva fare ma senza il supporto delle istituzioni pubbliche e, in particolare, del Comune di Verona. Il Comune deve avere a cuore tutti e non soltanto una parte. Se concede il patrocinio al World Congress of Families, non può poi negarlo a eventi dedicati, ad esempio, alle donne o a persone discriminate sulla base del proprio orientamento sessuale o identità di genere. O lo concede a tutti o a nessuno. Ma poi Fontana con le sue idee di cattolicesimo...

Cioè?

Beh, l’ha dichiarato lui stesso. Partecipa ogni mattina alla messa in rito tridentino, celebrata a Roma dal suo confessore don Vilmar Pavesi, che è stato trasferito da Verona nella capitale. In un’intervista e a Pontida ha menzionato San Pio X. Per carità, un veneto illustre. Ma ne abbiamo avuto un altro di papa veneto: Giovanni Paolo I. E poi la Chiesa va avanti. Mica ci si può ancorare alle dichiarazioni di un pontefice di oltre 100 anni fa.

Mi sta dicendo che il Wcf è in chiave antibergogliana?

Da una parte mi appare chiaro che è in chiave antibergogliana. Dall’altra c’è l’intento di accaparrarsi i voti dei cattolici conservatori.

Insomma, è anche il segnale di una Lega sempre più aperta agli orientamenti cattoreazionari?

È un’involuzione per la Lega. Vorrei ricordare a Salvini che quando mi sono iscritto alla Lega alla guida della Liga Veneta c’era una donna quale Marilena Marin. Con Marilena noi abbiamo fatto delle battaglie di civiltà. Lei non è mai stata un’intregralista e ha sempre sostenuto che i diritti civili non si toccano. Le nostre battaglie erano per l’autonomia e per il miglioramento delle classi sociali. Questa deriva integralista è preoccupante. Penso soprattutto alle posizioni di un Simone Pillon. Se vanno avanti certe idee sulla donna, che dev’essere al servizio dell’uomo e angelo del focolare, ho già detto alle mie colleghe: Fate le valigie. È a dir poco pazzesco. Su aborto e divorzio non possiamo tornare indietro: sono leggi di civiltà. Ovviamente sono certo che queste posizioni non potranno mai affermarsi.

Consigliere Bonato, ultima domanda. Lei sa che si terranno a Verona delle contromanifestazioni e che All Out ha lanciato una petizione per chiedere la revoca dei patrocini istituzionali, che ha superato le 100.000 adesioni. Che ne pensa?

Quello dei patrocini è uno dei più grandi pasticci. Chiederne la revoca attraverso petizioni popolari mi sembra un’operazione non solo legittima ma giustissima.

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