Il senato accademico dell’università romana Sapienza ha ieri approvato il doppio libretto per gli studenti e le studenti trans. Un traguardo di significativo valore, il cui raggiungiumento è stato ottenuto grazie all’impegno congiunto del Prisma - Collettivo Lgbtqia+ e di Link Sapienza.

Come reso noto dalle due associazioni studentesche su Facebook, «la vittoria fondamentale è che abbiamo ottenuto un regolamento all'avanguardia, che dia la possibilità a chiunque, anche senza l'obbligatorietà di intraprendere il percorso di transizione, di poter usufruire del servizio».

Unica condizione richiesta, per poter usufruire del doppio libretto, la certificazione rilasciata da un generico ente competente allo studente o alla studentessa interessata.

Punto, questo, su cui Prisma e Link Sapienza intendono però rilanciare la loro battaglia. «Vogliamo – spiegano sempre su Fb – che sia Sapienza a gestire tutto l'iter, implementando servizi già esistenti, che sarebbero gli unici a garantire veramente la privacy e la tutela della dignità delle persone trans*. Non servono diagnosi, non siamo malat*, si tratta solo di diritti e opportunità.

Continueremo a lottare (anche da sol*, come è successo fino ad ora) e non ci fermeremo di certo. L'università deve essere davvero di tutte e tutti».

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Leda è una coutourier di abiti d’epoca. Ma anche un’attivista transgender per i diritti civili, il cui impegno è stato profuso non solo nella natale terra piemontese. Ma anche nei vari luoghi in cui si è trasferita per motivi di lavoro. Dal marzo scorso vive a Biassono, comune della provincia di Monza e Brianza, dove è a tutti noto il suo percorso di transizione.

Ma nella notte ha ricevuto da uno sconosciuto ripetute telefonate insultanti e minatorie. «Ti sfregio e ti stupro», le ha detto l’uomo dal forte accento romano, annunciandole di aggredire anche la madre che vive nel Cuneese.

Una drammatica esperienza, che l'ha gettato nel panico al punto tale da essere successivamente sedata da un medico. Una drammatica esperienza, che è stata raccontata da una coppia di vicini di casa di Leda sul profilo Facebook della stessa e dietro sua espressa autorizzazione.

«Da poco più di un'ora Leda - si legge su Fab - ha ricevuto una serie di chiamate minatorie a cui abbiamo assistito attoniti io ed ed il mio compagno. Leda ci aveva avvertiti della prima e della seconda chiamata poco dopo che fossero avvenute. Prontamente abitando a poca distanza ci siamo precipitati e la abbiamo trovata in stato di forte agitazione. Sono seguiti altri squilli da un numero anonimo.

Rispondendo in viva voce un uomo dal forte accento romano la insultava e minacciava di sfregiarla e usarle violenza, e di voler far del male anche a sua madre che é distante, questo la ha terrorizzata. Leda non ha fatto mai mistero della proprio percorso di transizione né del suo impegno a favore dei diritti civili. Qui in paese la sua storia è conosciuta e, nonostante gli ideali politici locali possano essere contrastanti col suo vissuto (Biassono è retto da un’amministrazione della Lega, ndr), lei è considerata da tutti come una ragazza volenterosa, gentile, educata, è benvoluta e stimata da chiunque la incontri».

Incredulità e rabbia i sentimenti dell’autrice del post anche in considerazione del fatto che Leda «con entusiasmo e volontà sta cercando di ricostruirsi una nuova vita qui in Lombardia. Ha avuto recentemente problemi di salute che sta risolvendo e questo improvviso orrore temiamo la possa far star male nuovamente.

È da poco intervenuto un medico che le ha praticato un sedativo. Rimarrò con lei in nottata. Domani è mia e nostra intenzione accompagnarla dalle autorità competenti per i provvedimenti del caso. Auspichiamo che non debba più ripetersi quanto accaduto. Leda desidera più di ogni altra cosa e come tutti poter vivere tranquillamente e serenamente».

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Con 95 voti favorevoli e 46 contrari la Camera dei deputati del Cile ha ieri approvato, a Valparaíso (sede del Palazzo del Congresso), la legge sull’identà di generePresentato nel 2013, il provvedimento, che aveva già ottenuto, il 4 settembre, il via libera del Senato, dovrà essere ora promulgato dal presidente Sebastián Piñera Echenique.

La legge consentirà la rettifica dati anagrafici, senza previo intervento chirurgico di riattribuzione del sesso, non solo alle persone maggiorenni ma anche a quelle adolescenti (d’età compresa tra i 14 e i 18 anni). In quest'ultimo caso, però, dietro autorizzazione dei genitori o tutore responsabile.

La legge cilena sull’identità di genere si poggia sui principi basici della depatologizzazione della transessualità, della non discriminazione arbitraria, della confidenzialità, della dignità nel trattamento, dell'interesse superiore dei minori e dell'autonomia progressiva.

Per il Movimento di integrazione e liberazione omosessuale (Movilh) quella del 12 settembre è una votazione «storica», che «cambierà la qualità della vita a migliaia di persone».

Alvaro Troncoso, responsabile del movimento, ha dichiarato: «Oggi per noi, persone trans, il Cile è un Paese diverso. Siamo alla presenza di un fatto storico, che celebriamo con grande emozione e gioia perché migliorerà la qualità della vita di migliaia di persone. Persone che hanno visto messi in secondo piano la loro dignità e diritti solo a causa di pregiudizi sull'identità di genere».

Con l'approvazione della legge sull'identità di genere il Cile si unisce a tutti gli altri Paesi del Sudamarica che, ad eccezione del Brasile, consente la rettifica dei dati anagrafici senza previo intervento chirurgico.

Rettifica che è inoltre consentita in buona parte dell'area centramericana: Guatemala, Honduras, El Salvador, Nicaragua, Costa Rica, Haiti, Repubblica Dominicana e Giamaica.

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Per la prima volta un film guatemalteco arriva alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia che, iniziata il 29 agosto, terminerà l’8 settembre.

Si tratta di José che, girato dal regista cinese Li Cheng e prodotto da George Roberson (il quale ne è anche il co-autore), è in cartellone per le Giornate degli Autori e in gara per il Queer Lion Award. Due sezioni collaterali della Biennale, rispettivamente giunte alla 15° e 12° edizione.

La pellicola affronta il tema dell’amore e dell’omosessualità sullo sfondo sociale e politico di uno dei Paesi più pericolosi, violenti e religiosi al mondo qual è il Guatemala.

Il 19enne José (interpretato da Enrique Salanic) vive con sua madre, che si divide tra chiesa e vendita di panini. Il giovane passa le giornate consegnando cibo in strada e su bus affollati. Rassegnato e introverso, nei momenti liberi gioca col telefono e cerca sesso occasionale. L’incontro con Luis (interpretato da Manolo Herrera), però, spinge José verso passioni, sofferenze e una riflessione sulla propria esistenza che non aveva mai immaginato prima.

«La felicità sembra a portata di mano – commenta il critico cinematografico Fabio Canessa – ma acchiapparla richiede un passo decisivo che José forse non è pronto a fare. Perché non è facile uscire da una vita adagiata sulla rassegnazione, schiacciata da una realtà sociale difficile e anche contraddittoria come quella del Paese latino americano dove il machismo, la morale cattolica, la violenza segnano la comunità».

Violenza di cui sono spesso vittime le persone Lgbti e di cui sono stati testimoni, durante le riprese del film, Li Cheng e George Roberson.

Il film è infatti un forte richiamo alle attuali battaglie per i diritti civili in Guatemala. Aspetto, questo, che mette in luce tanto il coraggio dell’intero staff quanti i seri rischi cui vanno soprattutto incontro i due giovai attori protagonisti.

Nel corso di due anni di permanenza in Guatemala per le riprese di José, regista e produttore hanno personalmente sperimentato e assistito a vessazioni di ogni sorta. Una sera, nel corso di una visita d’entrambi a uno dei pochissimi gay bar della capitale, oltre 12 poliziotti fecero irruzione nel locale molestando e umiliando i clienti.

Da alcuni giorni, inoltre, attivisti Lgbti e associazioni umanitarie, a partire da Human Rights, stanno levando la voce contro il disegno di legge 5272 Para la protección de la vida y la familia in discussione al Congresso. Senza preambolo alcuno il ddl mira a introdurre norme e riforme per «proteggere il diritto alla vita, la famiglia, l'istituzione del matrimonio tra un uomo e una donna, la libertà di coscienza e di espressione e il diritto dei genitori di orientare i loro figli nel campo della sessualità».

Il 31 agosto attivisti Lgbti si stavano organizzando nella zona 4 di Città del Guatemala per informare le persone sui rischi del disegno di legge 5272. Ma sono stati minacciati e costretti dalle forze dell’ordine a cancellare l’inizitiva. Intanto un'altra manifestazione di protesta è prevista per domani, 4 settembre, all’esterno della sede del Congresso lungo l'8° Avenida Zona 1.

Né si può dimenticare, infine, come la scorsa settimana due Commissioni del Parlamento monocamerale abbiano respinto una proposta di legge incentrata sul riconoscimento dell’identità di genere per le persone trans.

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Era intervenuta per impedire a un gruppo di sette od otto ladri di molestare e derubare alcune colleghe sex worker nel Bois de Boulogne a Parigi. Ma gli uomini l’hanno aggredita e ferita al torace, lasciandola esanime in una pozza di sangue.

È morta così Vanessa Campos, una 35enne transgender d’origine peruviana, che, giunta in Francia circa due anni fa, era attivista dell’associazione Pari-T impegnata nella lotta all’Aids e a sostegno delle persone transgender.

Come riferito all’Afp da fonti di polizia, che è sulle tracce degli aggressori, quella delle violenze e rapine a prostitute e clienti nel Bois de Boulogne è una realtà sempre più diffusa.

A darne per prima la notizia Giovanna Rincon, presidente d’Acceptess-T (associazione a tutela delle persone trans e lavoratrici del sesso), in un post su Facebook.

Sull’omicidio di Vanessa, così si è espressa Clémence Zamora-Cruz, co-presidente del Tgeu e portavoce d’Inter-Lgbt: «Possiamo parlare di un crimine motivato, possibilmente, da tre caratteristiche della vittima: omicidio transfobico, prostitutofobico e razzista.

Non è un fenomeno nuovo: le donne trans, sex worker e migranti vengono attaccate perché vulnerabili, come abbiamo già visto con la "brigata anti-trans". Spesso questi attacchi iniziano con il racket delle vittime».

Mentre si continua a invocare giustizia e verità per Vanessa, Acceptess-T ha invitato le associazioni a recarsi, alle 18:00 di venerdì 24 agosto, sul luogo del delitto «in abito bianco e con una rosa bianca in onore della sua anima».

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«Il Palermo Pride, quest'anno più che mai, è la risposta a politiche nazionaliste, patriarcali, repressive, razziste, misogine e odiose nei confronti delle soggettività subalterne che compongono il movimento Lgbtqi+».

Queste le parole con cui il Coordinamento organizzatore spiega su Facebook il significato della marcia dell’orgoglio Lgbti nel capoluogo siciliano che, fissata in un primo momento al 30 giugno, avrà luogo il 22 settembre (otto giorni dopo la visita di Papa Francesco) alla luce dello slogan De*Genere.

Per saperne di più, abbiamo contattato Massimo Milani, figura storica della collettività Lgbti palermitana e componente del locale Coordinamento.

Quello di Palermo sarà un lungo Pride che culminerà con la parata in settembre. Perché una tale decisione e quali gli eventi che lo caratterizzeranno?

È la lunga estate del Pride. Il Pride più lungo che si sia mai visto sulla terra. Perché questo? Perché Palermo, come si sa, è quest’anno la capitale italiana della cultura. C’è anche Manifesta. Quindi ci pareva importante essere presenti tutta l'estate con tutte le nostre iniziative già cominciate e che si concluderanno appunto il 22 settembre con le mostre, i dibattiti, i convegni, le feste, le presentazioni di libri che ci stanno accompagnando per tutta l’estate. Ci sarà pure il Village e poi la parata del 22 settembre che concluderà l’Onda Pride. E, quindi, con un evento che può essere anche un evento che ha un’eco nazionale. Quindi invitiamo tutti a venire al Pride di Palermo capitale della cultura.

Tra tutte le iniziatiave che faremo mi piace sottolineare quella del 21 settembre, intitolata Dove va il movimento? Come sapete, il movimento in questi ultimi tempi è un movimento in subbuglio. Un movimento che ha delle lacerazioni profonde. Quindi vogliamo sedere tutti quanti, i principali rappresentanti di tutte le principali associazione, davanti a un tavolo, guardarci negli occhi e dirci che cosa vogliamo fare, dove vogliamo andare soprattutto alla luce di questo governo reazionario.

Palermo è una delle città italiane in prima fila nella tutela dei diritti delle persone Lgbti. Il 28 giugno scorso il sindaco Orlando ha, ad esempio, registrato all’anagrafe dei bambini arcobaleno nonostante le minacce di esposti da parte di leghisti e cattoreazionari. Come giudica una tale scelta?

La giudico una scelta politica fondamentale in questo momento. In un momenti in cui un ministro della Famiglia, il ministro Fontana, esordisce dicendo che le famiglie arcobaleno non esistono, negando la loro esistenza, chiudendo gli occhi di fronte a tanti bambini e tanti genitori che non hanno diritti. Perché la legge Cirinnà, come si sa, ha lasciato aperto questo grave problema per le famiglie arcobaleno.

È dunque un ricongiungimento familiare a tutti gli effetti: finalmente tutti entrambi i genitori vengono riconosciuti e questo dà serenità, dà un futuro soprattutto ai bambini. Vorrei quindi ringraziare veramente il sindaco Orlando

Ma il 28 giugno è anche ricorsa la Giornata dell’Orgoglio Lgbti. Quali le iniziative celebrate a Palermo?

C'è sembrato giusto, soprattutto politicamente parlando, scendere in piazza attraverso una manifestazione stanziale: una duegiorni a Piazza Magione a Palermo con concerti, dibattiti, video, tanta musica.

Ma è soprattutto stato un presidio antifascista contro tutti i razzismi, contro il patriarcato, contro il maschilismo, rivendicando una visione politica dell'accoglienza di tutte le differenze, che in questo momento viene messa in discussione da un governo assolutamente reazionario e fascioleghista che non ci piace. Quindi la nostra presenza è stato un presidio fondamentale contro tutto questo.

Stonewall iniziò proprio il 28 giugno di 49 anni fa grazie al coraggio di “checche,  travestite e puttane”, come disse Sylvia Rivera. Quale il ruolo che secondo lei hanno oggi soprattutto le persone trans anche alla luce del recente libro di Porpora Marcasciano loro dedicato?

I froci, le checche, le travestite, le drag queen erano quelle che hanno dato vita al nostro movimento in quanto erano in prima fila in quella notte storica di Stonewall (il 28 giugno 1969), che ricordiamo tutti gli anni con i Pride. Le persone transessuali sono quelle che da sempre subiscono violenze e discriminazioni di ogni sorta perché sono quelle più visibili e perché mettono in discussione un sistema di potere, in cui un genere prevale sull'altro (quello maschile su quello femminile).

A me piace ricordare in questo momento Mario Mieli. Mario Mieli che cosa diceva? Diceva che, in qualche modo, siamo tutti transessuali. Siamo uomini e siamo donne: ma abbiamo tutti una parte maschile e una parte femminile. Accettando e portandole in superficie dalla coscienza - ognuno la propria parte maschile e femminile trovando un equilibrio tra questi due opposti -, possiamo creare degli uomini e delle donne diverse. E in un mondo maschilista, patriarcale e razzista c'è bisogno, secondo me, di donne ma soprattutto di uomini diversi.

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Il pasticciere Jack Phillips torna a far parlare di sé per una causa simile a quella che lo ha visto vincitore, il 4 giugno scorso, davanti alla Corte Suprema degli Stati Uniti. Al centro della controversia, ancora una volta, un prodotto dolciario.

Se nel 2012 il propritario del Masterpiece Cakeshop (ubicato a Lakewood, sobborgo sudoccidentale di Denver) non aveva voluto realizzare la torta nuziale per Charlie Craig e Dave Mullins, la coppia di uomini che si sarebbero successivamente sposati nel Massachussets, nel giugno 2017 ha detto no a un’avvocata transgender.

Autumn Scardina aveva infatti telefonato in pasticceria chiedendo una torta rosa all'interno e blu all'esterno, simbolo della sua transizione da uomo a donna, per festeggiare sia il suo compleanno sia l'inizio del percorso. Risultato: un secco rifiuto da parte di Jack Phillips.

L’avvocata di Denver aveva sporto quindi denuncia all'Ufficio statale Diritti civili del Colorado, che lo scorso giugno ha stabilito l'effettiva discriminazione.

Per tutta risposta il pasticciere di Lakewood ha ora deciso d’intentare una causa federale per discriminazione religiosa contro lo Stato del Colorado.

Jack Phillips, che è un cristiano ultraconservatore, ritiene di essere il bersaglio dei gruppi Lgbti. In un’intervista a Colorado Public Radio News ha dichiarato: «La Bibbia dice che Dio creò maschio e femmina e che non possiamo sceglierlo né cambiarlo.

Non credo che il governo abbia il diritto di costringermi a fare una torta che promuova quel messaggio».

È quindi probabile che il nuovo caso finisca ancora una volta al vaglio della Corte Suprema. 

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La 62enne Christine Hallquist ha vinto la nomination democratica per la corsa a governatrice del Vermont, le cui elezioni avranno luogo a novembre. Si tratta della prima candidata transgender per un tale incarico.

Come ceo della Vermont Electric Cop, è stata nel 2015 la prima donna transgender a ricoprire il ruolo di amministratrice delegata.

Con la nomination Hallquist allunga il numero record di candidate e candidati Lgbti alle prossime elezioni governative. La maggior parte di loro appartiene al Partito Democratico e si attesta su posizioni più direttamente antitrumpiane che incentrate sui diritti civili.

Quella di Hallquist sarà una dura corsa elettorale: il candidato repubblicano Phil Scott (attuale governatore) è infatti più popolare tra i dem che tra i componenti di partito in uno Stato, fra l’altro, solidamente democratico.

Nel gennaio scorso un’altra donna transgender, Chelsea Elizabeth Manning (conosciuta come talpa del Datagate e condannata – ma poi graziata da Obama – per aver consegnato documenti governativi sensibili a WikiLeaks), aveva invece presentato la sua candidatura per un seggio al Senato nello Stato del Maryland. Ma in giugno ha ottenuto  appena il 5,7% dei voti, battuta dal 74enne Ben Cardin, che ha incassato l’80,5% delle preferenze.

C’è, invece, riuscita nel 2017 la giornalista Danica Roem, che, vincitrice delle primarie democratiche, è stata poi eletta, il 7 novembre, alla Camera dei delegati della Virginia.

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Un’informazione mirata alle tematiche Lgbti è diventata sempre più importante nel panorama giornalistico dei nostri tempi. Non solo perché la collettività rainbow è riuscita a esprimere in maniera decisa le proprie istanze di rivendicazione. Ma anche perché si è registrata, nel tempo, una graduale e costante richiesta di notizie puntuali e corrette su la vita, la cultura e le politiche relative all’universo Lgbti.

Uno dei massimi riferimenti nazionali per tale informazione è, da qualche anno a questa parte, Francesco Lepore, latinista, saggista ed ex sacerdote: spirito brillante e anticonformista, dal maggio 2017 è caporedattore del quotidiano Lgbti online più “antico” d’Italia, cioè Gaynews.it, diretto da Franco Grillini, leader storico del movimento Lgbti italiano.

A lui Giovanni Caloggero, presidente di Arcigay Catania e consigliere nazionale di Arcigay nonché figura di spicco della lotta di rivendicazione per i diritti Lgbti in Italia, ha voluto porre alcune domande.

Francesco, com’è nato in te il desiderio di svolgere questo lavoro di informazione?

La passione per il giornalismo mi accompagna dall’adolescenza, trascorsa a Benevento. Scrivevo articoli di cultura per alcuni quotidiani e settimanali locali. Tale passione è stata poi coltivata negli anni di sacerdozio. Sì, perché ho esercitato il ministero presbiterale per sette anni, prima di deporre “la tonaca” nel 2006, per vivere apertamente la mia condizione omosessuale.

Durante il triennio di permanenza in Vaticano (2003-2006), dove sono stato officiale prima della Segreteria di Stato quale latinista poi della Biblioteca Apostolica Vaticana quale segretario del card. Jean-Louis Tauran, sono stato collaboratore della Terza Pagina de L’Osservatore Romano (il cui direttore dell’epoca Mario Agnes mi voleva bene come un figlio) e ho scritto, a volte, recensioni di libri per La Civiltà Cattolica.

Una volta abbandonato il ministero, è stato per me quasi conseguenziale dedicarmi a tempo pieno all’attività d’informazione. Ho fatto il mio praticantato presso la redazione di Sky TG24.it. Quindi il concorso per giornalista professionista, cui sono successivamente seguiti il master in Digital journalism presso la Pul, lo stage presso Huffington Post e l’impegno come caporedattore presso Pride Online.it e, a partire dal maggio 2017, presso Gaynews.it.

Tu non sei associato, crediamo, a nessuna organizzazione politica Lgbti: questo elemento costituisce per te un fattore positivo?

Sì, è così. Ciò costituisce, a mio parere, un fattore enormemente positivo, perché mi permette autonomia e indipendenza valutativa su quanto attiene al variegato universo associativo Lgbti italiano.

Il lavoro di giornalista richiede una deontologica equidistanza da ogni soggetto “politico” e, quindi, la massima oggettività nel racconto editoriale. Quanto ti impegna questa attività soprattutto nella ricerca delle fonti e dei fatti oggettivi?

Premesso che ognuno è soggetto a condizionamenti di vario tipo, pongo personalmente la massima cura nel garantire un’informazione che si attenga il più possibile all’oggettività. La ricerca è la stessa che attua qualsiasi giornalista innamorato della propria professione. Occupa, dunque, la maggior parte di ogni singola giornata.

Recentemente nell’accesissimo dibattito sulle ben note posizioni di ArciLesbica abbiamo rilevato toni assai forti e posizioni nettamente contrapposte da tutte le parti ivi comprese quelle di chi fa informazione. Quale è la posizione di Gaynews in merito? In particolare, ritieni questa vicenda come un momento dialettico forte dentro il movimento o pensi che ArciLesbica sia e debba essere considerata fuori dal movimento?

La posizione di Gaynews è totalmente scevra da ogni sorta di preclusione alla questione gpa, da cui appare invece ossessionata in maniera unilaterale ArciLesbica Nazionale. La dice lunga che a polarizzare quasi esclusivamente la loro attenzione sia la condanna di quanto, al pari di Lega, Fratelli d’Italia e cattoreazionari, chiamano con toni spregiativi “utero in affitto” – complesso lemmatico che connota negativamente a priori tale pratica di pma – . Condanna che va di pari passo con una visione biologistica non solo della maternità ma anche della femminilità, da cui scaturiscono i ben noti attacchi alle donne transgender non sottoposte a intervento chirurgico di riattribuzione del sesso. Sul resto, da parte loro, ne verbum quidem. Non meraviglia pertanto che, dopo l’ultimo congresso elettivo, molti circoli si siano disaffiliati e abbiano costituito quella nuova realtà che è Alfi.

Contrariamente a quanto vanno dichiarando nei loro comunicati – come l’ultimo sulla nomina di Sergio Lo Giudice a responsabile del Dipartimento Diritti civili del Pd – la maggior parte delle donne lesbiche italiane non si sente e non è affatto rappresentata da un’entità sempre più esigua ed esangue, che condivide le proprie vedute con partiti/enti parapolitici di destra e alcune frange conservatrici del femminismo italiano. Quindi più che considerare ArciLesbica al di fuori del movimento, ritengo che sia ArciLesbica ad essersi posta automaticamente fuori dal movimento con tali prese di posizione antilibertarie e antidialogiche.

Hai seguito, durante questa stagione di Onda Pride oramai quasi al termine, tutti i Pride dandone per ciascuno ampie informative senza tralasciarne nessuno. Quale è la tua valutazione di questa stagione?

L’Onda Pride 2018 è stata d’eccezionale importanza non tanto per il numero delle singole marce dell’orgoglio Lgbti e dei rispettivi partecipanti. Elemento, questo, non da poco, se si considera che il Roma Pride con le sue 500.000 presenze ha suscitato una reazione piccata da parte di Salvini. Ma è stato soprattuto d’eccezionale importanza, perché ha ricordato che le persone Lgbti non sono unicamente ricurve su sé stesse. Ma sentono come proprie le battaglie di tutte quelle minoranze, che vedono conculcati i propri diritti e la propria dignità da politiche sempre più fascisteggianti.

Catania e Siracusa sono state da te raccontate nei minimi dettagli prima, durante e dopo i rispettivi Pride. Hai rilevato delle peculiarità in queste due manifestazioni?

I Pride gemellati di Catania e Siracusa mi hanno affascinato per il loro documento politico e la scelta dello slogan quanto mai attuale Mare, Umanità, Resistenza. Quella resistenza, che le forze dell’ordine hanno tentato a Siracusa di arginare con la rimozione di un innocuo cartello contestatorio nei riguardi del ministro dell’Interno. Perché alla fine, ieri come oggi, è la manifestazione del proprio pensiero a suscitare timore. Ma quel gesto ha avuto un solo effetto: la riproposizione dello stesso cartello in molti Pride successivi, per ribadire che niente e nessuno potranno soffocare il dissenso.

Tu non sei siciliano, anche se hai un compagno sicilianissimo. Cosa ti ha spinto a dedicare attenzione così puntuale sia ai Pride siciliani sia alle attività che si svolgono in Sicilia?

L’attenzione è dovuta al fatto che considero la Sicilia un po’ come la mia seconda casa dopo aver conosciuto Michele. Senza dimenticare l’elemento storico, per me sempre fondamentale. La nascita del primo circolo di quella che sarebbe diventata la prima realtà associativa Lgbti italiana, cioè Arcigay, è infatti correlata al tristemente noto delitto di Giarre.

Arcigay andrà a congresso a novembre a Torino. Cosa ti aspetti e cosa vorresti da questo congresso?

Credo che quanto vorrei sia di nessuna importanza. In ogni caso mi aspetto che Arcigay trovi un rinnovato slancio all’indomani del congresso di Torino. Ho notato negli ultimi anni un certo appiattimento a livello centrale – differentemente da quello locale contrassegnato da una forte dinamicità – e una scarsa incidenza sul piano politico rispetto al passato. Colpa non certamente attribuibile ai vertici dell’associazione. Si tratta in realtà di un riflesso delle condizioni generali in cui versa l’intero movimento.

Sarebbe forse opportuna anche una certa “creatività” nella scelta delle cariche. Mutatis mutandis, mi sento di citare, a tal proposito, le parole spesso dette da un vescovo a parroci anziani che, attaccati al privilegio dell’inamovibilità, non volevo essere destinati altrove. «Il ricambio – osservava – farà bene alle realtà in cui siete stati e farà bene a voi stessi. Altrimenti sarebbe la morte per entrambi».

Cosa vorresti e ti aspetti dalla Sicilia Lgbti?

Un impegno fedele alle linee delle tante e tanti attivisti del passato. La Sicilia ne annovera veramente tante e tanti. Sarebbe poi auspicabile che le tante persone omosessuali – che ancora per diversi motivi celano la propria condizione – abbiano il coraggio di spezzare il muro dell’omertà personale, fare coming out e collaborare per rendere questa terra sempre più libera da ogni forma di discriminazione.

Tu sei un latinista: sappiamo che scrivi anche in latino e, avendoti letto anche in questa lingua, abbiamo visto che scrivi correttamente e con stile latino diremmo perfetto. Raccontaci qualcosa di questa tua passione.

La mia passione per la lingua latina è la più bella eredità che mio padre mi ha lasciato. Sin da piccolo mi ha educato all’amore non solo per i classici ma anche per il latino medievale. Da seminarista e, poi, da sacerdote – a fronte di una progressiva ignoranza del sermo patrum da parte dei chierici – ho coltivato una tale passione per il desiderio di andare direttamente alle fonti e comprenderne il genuino significato.

C’è poi stata l’accennata quanto proficua esperienza presso la Sezione Lettere Latine in Segreteria di Stato, accompagnata da pubblicazioni e cura di edizioni critiche come quella data alle stampe nel 2003 e relativa a un sermone di Davide di Benevento (fine VIII° secolo). Uno dei miei hobby è tuttora quello di “andare a caccia” di epigrafi sepolcrali in latino come anche quella di comporne su commissione. Infine curo su Huffington Post un blog in latino, Gaia Vox. Un passatempo piacevole, che mi permette di scrivere ironicamente e provocatoriamente di questioni Lgbti in quella che di fatto resta la lingua ufficiale della Chiesa.

Spesse volte hai toccato il tema della fede e omosessualità, tema abbastanza delicato e forse anche divisivo. Quale è la tua posizione in merito e quanto in essa influisce la tua esperienza personale?

La mia posizione è quella di un osservatore della realtà ecclesiale che, piaccia o no, non si può altezzosamente liquidare come di nessun rilievo. Ritengo di non essere più credente – o, almeno, non nel senso cattolico del termine – ma questo non mi porta a condannare aprioristicamente quanto dicono o fanno papa, vescovi e preti. I tunicati hanno pieno diritto di dire la loro su ogni questione. Noi, però, abbiamo pieno diritto di valutare tutto e, all’occorrenza, criticare. Soprattutto, quando, in ambiti, squisitamente attinenti alla vita privata degli individui e alla laicità dello Stato, si nota una volontà di condizionare l’azione degli uomini e delle donne delle istituzioni.

Resto, comunque, sempre del parere che, se ciò avviene, la colpa non è tanto di Oltretevere quanto di parlamentari proni ad Petri pedes e pronti a rendere più vicine quelle rive che, invece, dovrebbero sempre restare ben distanziate.

E, infine, qual è il tuo rapporto con Franco Grillini e quanto la figura di questo gigante del movimento influisce sulla tua attività?

Il mio rapporto con Franco è quello di reciproca stima e affetto. Per me è punto di riferimento quotidiano. Ci sentiamo e scriviamo via WhatsApp più volte al giorno. Anche perché lui è il direttore di Gaynews. Resto piacevolmente sorpreso della pressoché totale comunanza di vedute. Aspetto, questo, che ha permesso al quotidiano di affermarsi sempre più sul piano dell’informazione Lgbti italiana. Non è un caso che, a fronte dei reiterati proclami giustizialistici a seguito della ben nota vicenda della Locanda Rigatoni, la linea del dialogo e del confronto sia stata e resti quella condivisa da entrambi sin dal primo momento.

Franco costituisce poi per me un punto di riferimento quale memoria storica degli ultimi decenni di attività del movimento. Da parte sua noto, invece, un grande interesse per il latino e questioni ecclesiali con quesiti e valutazioni, che costituiscono momenti veramente piacevoli delle nostre conversazioni

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Cvs, la seconda catena statunitense di farmacie dopo Walgreens Boots Alliance, si è pubblicamente scusata con Hilde Hall, una donna transgender di Phoenix (Arizona), che si era vista negare la terapia ormonale prescritta da parte di un farmacista.

L'azienda ha dichiarato che il farmacista non è più un suo dipendente, aggiungendo che la sua è una storia di supporto ai diritti delle persone Lgbti.

Le scuse sono arrivane dopo che Hilde Hall aveva denunciato l’accaduto sul sito web dell'American Civil Liberties Union.

Hilde ha raccontato che in aprile si era recata nel negozio della Cvs a Fountain Hills (sobborgo di Phoenix) e il farmacista si era rifiutato, davanti ad altri clienti, di spedire la ricetta e, successivamente, di trasferire la prescrizione del medico a un altro punto vendita.

Dopo essersi lamentata varie volte con uno degli uffici aziendali della Cvs, ha deciso di optare per la denuncia online. Hilde Hall ha anche auspicato che l’azienda renda maggiormente pubbliche le sue politiche di non discriminazione.

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