Nei casi di gestazione per altri gli Stati devono riconoscere legalmente, in nome dell'interesse del minore, il legame genitore-figlio con la madre intenzionale (non biologica) indicata come 'madre legale' nei certificati di nascita di altri Paesi. Per farlo si può ricorrere tanto alla trascrizione immediata all’anagrafe oppure ad altrui meccanismi quali l'adozione. Questa la decisione dalla Corte europea dei diritti dell'uomo a seguito della richiesta della Corte di Cassazione francese sul caso dei coniugi Sylvie e Dominique Mennesson.

Per il collegio giudicante, presieduto da Guido Raimondi, il mancato riconoscimento legale di un legame tra il minore nato all'estero dalla gestazione per altri e la madre intenzionale ha un impatto negativo su diversi aspetti del diritto al rispetto della vita privata del minore. Nonostante la Cedu riconosca che altre considerazioni potrebbero pesare sfavorevolmente su questo riconoscimento, allo stesso tempo osserva che il miglior interesse del minore richiede anche l'identificazione legale delle persone responsabili per la sua crescita e il suo benessere.

La Corte di Strasburgo ritiene quindi che l'impossibilità generale e assoluta di riconoscere legalmente il legame tra minore e madre intenzionale sia incompatibile con la protezione del migliore interesse del minore. I togati hanno tuttavia evidenziato come questo consenta, ma certo non impone, allo Stato di riconoscere sin dall'inizio la madre intenzionale quale genitore sul certificato di nascita.

È la prima volta che a Strasburgo si utilizza la procedura dell'opinione. Questa nuova possibilità permette alla Cedu di rispondere a domande poste dalle Corti nazionali di ultima istanza su casi concreti in riferimento ai quali stanno decidendo. L'advisory opinion della Corte di Strasburgo non è vincolante per i 47 Stati del Consiglio d’Europa ma fornisce loro l'interpretazione sull'applicazione della Convenzione europea dei diritti umani a un caso concretoNel caso specifico essa è stata adottata all'unanimità dai 17 giudici, costituenti la specifica Grand Chambre.

Il parere dell'avvocato Alexander Schuster

L'advisory opinion è stata così valutata dal noto avvocato Alexander Schuster: “La decisione della Corte europea per i diritti umani sul riconoscimento che spetta al genitore intenzionale nel caso di gestazione per altri è un giusto equilibrio. Il pronunciamento è positivo, tutto è legato alla procedura, che spetta agli Stati come competenza. Il riconoscimento del minore si può fare in automatico oppure in un secondo momento, fondamentale però è avere le condizioni appropriate per farlo in tempi brevi.

Per non creare un 'vuoto giuridico' il procedimento deve essere il più rapido possibile. Se non si dà il riconoscimento al genitore intenzionale sin dall'inizio, la procedura deve evitare carenze di tutela, cioè essere un meccanismo effettivo, con condizioni appropriate e sfociare in una decisione assunta in tempi rapidi, ponendo sempre in primo piano l'interesse del minore".

Come noto, Schuster difende una coppia omosessuale sposata secondo la legge canadese, che chiede la genitorialità senza ricorrere alla possibilità dell'adozione in casi particolari, ma anche il riconoscimento del diritto del genitore non biologico, a prescindere dal sesso, nel caso di gestazioni per altri. Il caso, su cui si attende un pronunciamento, è al vaglio delle Sezioni unite della Cassazione. La Corte d'Appello di Trento, infatti, aveva detto sì alla trascrizione del nome del secondo papà sull'atto di nascita di due bambini nati in Canada con la tecnica della gestazione per altri.

"C'è speranza che le Sezioni unite - ha spiegato Schuster - considerino la procedura che abbiamo seguito a Trento un 'meccanismo' idoneo per determinare il riconoscimento dello status di padre intenzionale. Per certo non è un meccanismo idoneo l'adozione in casi particolari, a cui può accedere oggi il partner dello stesso sesso del genitore biologico. Si tratta, infatti, di un'adozione debole, senza quella equivalenza di effetti che la Corte richiede affinché la soluzione alternativa alla trascrizione sia rispettosa della Convenzione europea".

Lo Giudice (Pd): «Decisione illuminante che dovrebbe far riflettere anche in Emilia-Romagna» 

Per Sergio Lo Giudice, presidente di ReteDem e componente della direzione del Pd, «con una sentenza che farà storia, la Corte europea dei diritti umani impone agli Stati aderenti il  riconoscimento del pieno legame genitoriale fra il genitore intenzionale e il figlio nato attraverso gestazione per altri o altre. Una risposta forte anche a chi a casa nostra vorrebbe mettere nuovi ostacoli al riconoscimento dei diritti dei bambini arcobaleno».

Facendo inoltre riferimento alla bagarre scoppiata oggi in Regione Emilia-Romagna, Lo Giudice ha osservato: «La sentenza contiene un passaggio illuminante rispetto alla surreale discussione di questi giorni sull’emendamento anti gpa alla legge regionale contro l’omotransfobia dell’Emilia Romagna. Mentre si afferma che l’interesse del bambino al riconoscimento dei due genitori è superiore ad ogni altra  considerazione, si ricorda come la maternità surrogata possa essere “a rischio di abusi”. 

Una distanza chiara e netta da chi vorrebbe considerarla come un abuso in sé o addirittura una violazione in sé della dignità della donna. Peraltro va aggiunto che quel rischio di abusi può essere abbattuto con legislazioni attente e severe come quelle vigenti nel Regno Unito, in Canada, in California, o in Portogallo. 

Ancora una volta Strasburgo ricorda all’Italia che la strada del riconoscimento delle libertà e dei diritti di tutte e tutti non passa da ideologismi o integralismi ma da un’attenta considerazione delle condizioni reali  in cui si svolgono le relazioni fra le persone»

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Benché le associazioni femministe dell’area emiliano-romagnola (dalla Casa delle Donne a Non una di meno) nonché quelle Lgbt abbiano criticato senza e senza ma l’emendamento Boschini-Paruolo (Pd) al pdl regionale contro le discriminazioni da orientamento sessuale e identità di genere, ArciLesbica Nazionale ha invece espresso pubblico plauso al riguardo. Anche se la questione surrogacy con l’omotransfobia c’entri come il cavolo a merenda.

Come prevedibile – data l’ossessione per il tema da parte di un’associazione che lo scorso anno ha perso, fra i vari circoli disaffiliatisi, anche quello di Bologna -, la presidente nazionale Cristina Gramolini ha dichiarato all’agenzia Dire: «Una legge contro l'omofobia la chiediamo da anni. Ma qualcuno vorrebbe utilizzarla per far passare l'autorizzazione a comprare figli all'estero, nonostante in Italia sia vietato dalla legge. Fare mercato di esseri umani è presentarla come libertà.

Io sono contenta se il Pd esce da questa ambiguità. Ci sono quattro scalmanati che lo ricattano, ma gran parte delle persone progressiste sono contro l'utero in affitto. Non è vero che lottare contro l'utero in affitto è di destra: è di sinistra. Noi siamo andate a manifestare a Verona. Non siamo rappresentate da Pillon, ma dal centrosinistra. Spero che il Pd ci dia modo di essere rappresentate». 

Non senza, poi, l’argomento vittimistico finale di essere «state cacciate dal Cassero per l'utero in affitto», sulla cui totale infondatezza ha così scritto su Fb Vincenzo Branà, presidente della storica associazione bolognese: «Cristina Gramolini è una bugiarda. Abbiamo partecipato assieme a una riunione in Comune affinché i loro progetti rientrassero nella coprogettazione.

Ma al termine dell'istruttoria pubblica, il Comune di Bologna - e non il Cassero - ha dato il suo diniego. Mi meraviglio di chi le dà ancora retta».

Ma a dare in serata una decisa risposta critica a Gramolini ci ha pensato l’ex deputata Titti De Simone, che è attualmente consigliera politica del presidente della Regione Puglia Michele Emiliano per l’Attuazione del programma ma che, dal 1996 al 2005, ha guidato ArciLesbica come prima presidente nazionale.

Raggiunta da Gaynews, De Simone ha dichiarato: «Concordo con le dichiarazioni del sindaco di Bologna. Trovo sbagliato che si introduca strumentalmente il tema della gpa, peraltro vietata in Italia, per contrastare la legge contro l’omotransfobia che è una vera emergenza visto l’aumento del bullismo nelle scuole.

Siamo in una fase molto preoccupante per i diritti delle persone Lgbt con un attacco frontale alle famiglie omogenitoriali e ai figli delle persone  omosessuali. Cosa inaccettabile per un Paese civile».

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A Crotone, laddove fino a qualche anno fa l’attecchimento della Lega sarebbe stato visto quale boutade o pura follia, la sezione provinciale del Carroccio ha annunciato, per l'8 marzo, la diffusione di un volantino dal titolo Chi offende la dignità della donna?.

L’esacalogo su chi sia la donna e come ne vada effettivamente tutelata la dignità risponde in realtà alla relativa visione del segretario provinciale Giancarlo Cerrelli, che, già vicepresidente dell’Unione giuristi cattolici italiani dal 23 settembre 2011 al 27 settembre 2015, è attualmente Segretario nazionale del comitato Sì alla famiglia, dirigente nazionale di Alleanza Cattolica e articolista di giornali quali Cristianità, La Nuova Bussola Quotidiana, La Croce quotidiano, La Roccia, Sì alla Vita

Le sue posizioni in tema di omofobia rimbalzarono sui media nazionali quando ospite di Unomattina Estate, il 20 agosto 2013, si espresse contrario a un’eventuale approvazione del ddl Scalfarotto con motivazioni dal seguente tenore: «L'omosessualità è una malattia», «è stata depennata dal manuale diagnostico e statistico delle malattie mentali non per motivi scientifici», «come si sa, vi sono anche delle terapie, le terapie dette riparative per gli omosessuali».

E, infatti, di gay si parla immancabilmente anche nel volantino ma questa volta quali vittime di presunte strumentalizzazioni ideologiche insieme con le donne e i migranti

Per Cerrelli e la Lega crotonese a offendere la dignità delle donne sarebbe, fra l’altro «chi sostiene una cultura politica che rivendica una sempre più marcata autodeterminazione della donna che suscita un atteggiamento rancoroso e di lotta nei confronti dell’uomo» o «chi contrasta culturalmente il ruolo naturale della donna volto alla promozione e al sostegno della vita e della famiglia».

Da qui la conclusione: «La Lega Salvini Premier di Crotone è convinta che la donna ha una grande missione sociale da compiere per il futuro e la sopravvivenza della nostra nazione. Non sia, pertanto, mortificata la sua dignità da leggi e atteggiamenti che ne degradano e ne inficiano il suo infungibile ruolo».

Eccone il testo integrale:

lega

A darne notizia lo stesso Cerrelli con un post su Facebook.

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Stesso copione a distanza di pochi giorni e sempre in Abruzzo, che sta percorrendo in lungo e in largo in vista delle elezioni regionali del 10 febbraio. Ancora una volta, infatti, Matteo Salvini, nelle vesti di segretario della Lega, ha tuonato contro “utero in affitto” e “adozioni gay”, pervicacemente accomunate pur senza alcun nesso diretto, data la percentuale maggioritaria di coppie eterossesuali sterili che fanno ricorso alla pratica della gpa.

Come successo domenica a Sant’Egidio alla Vibrata (Te) il duplice tema è stato toccato oggi nel corso del comizio a Pianella (Pe), più volte interrotto da applausi scroscianti e grida di acclamazioni

«Mamma e papà – ha dichiarato Salvini - sono due parole che qualcuno a sinistra danno fastidio, perché per loro ci sono genitore 1 e genitore 2, genitore 3. Per me la mamma è la mamma e il papà è il papà. Non è che ci sono marmellate, uteri in affitto, adozioni gay tutte queste robe, bambini al supermercato: tutte robe fuori dal mondo.

Una Lega, che governa una regione, è garanzia del fatto che si rispetta la scelta di vita di tutti. Però non è che la donna sia un bancomat: a me solo l'idea dell'utero in affitto mi fa schifo. È come se una donna fosse usata per sfornare, per accontentare l'egoismo di qualche adulto sulla pelle dei bambini. Perché i bambini non si toccano».

Ma di persone gay ha parlato sempre oggi, in contesti e con toni del tutto differenti, il presidente della Rai Marcello Foa, legato a doppio filo al ministro dell’Interno anche in ragione del ruolo di punta ricoperto dal figlio Leonardo (trilingue, laurea in Bocconi, master a Grenoble) nello staff della comunicazione di Salvini.

Prima di lasciare viale Mazzini alla volta di Sanremo, Foa ha parlato delle accuse d’omofobia rivoltegli prima del suo approdo alla dirigenza della Rai.

«La cosa che più mi è dispiaciuta – ha affermato - negli attacchi che ho ricevuto è il fatto che mi siano stati attribuiti giudizi che non ho mai pronunciato, anche molto sgradevoli. Sono stato addirittura definito anti-gay. Una cosa che non sta né in cielo né in terra, semmai il contrario. Mi ha indignato il fatto che c'è stato un tentativo di caratterizzarmi come una persona estremista, squilibrata, inaffidabile, il che non rispecchia la mia identità, il mio percorso.

Questo mi è dispiaciuto ma io guardo al futuro. Nella vita non si può vivere col rancore per i torti subiti. Io penso che ricoprire il ruolo attuale sia un privilegio che interpreto in modo molto serio e responsabile. Guardo in avanti non serbo rancore».

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In vista delle elezioni regionali del 10 febbraio Matteo Salvini, con lo slogan Mandiamo a casa la sinistra anche in Abruzzo, sta oggi percorrendo per i relativi comizi la provincia di Teramo.

Mentre è in corso quello di Atri, stamani il segretario della Lega ha visitato prima il mercato comunale di Campli (mostrandosi ora in giacca della Polizia di Stato ora in felpa azzurra con la scritta Abruzzo), quindi si è spostato a Sant’Egidio alla Vibrata (dove, alla fine del suo intervento, ha indossato una giacca della Polizia Penitenziaria, corpo delle forze dell'ordine, che, fra l'altro, dipende dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia).

In una piazza gremita il ministro dell’Interno ha arringato la folla con un discorso in cui si sono intrecciati temi diversi: dallo smantellamento della riforma Fornero alle politiche messe in campo in materia migratoria, indicando costantemente le persone fuggite su imbarcazioni di fortuna e, spesso tratte in salvo dalle ong, come clandestine. Discorso, interrotto da applausi scroscianti, misti ad acclamazioni osannanti, in una piazza dominata dalla croce, simbolo cristiano per eccellenza di carità, sormontante la facciata della chiesa parrocchiale.

«Ripartiamo dalla vita reale, dalle mamme… Attenzione! - ha detto a un tratto -. Ho detto mamme e papà, perché è uno dei primi scontri che ho dovuto sostenere quando sono arrivato al ministero dell’Interno e a costo zero. Perché al di là del lavoro, che è fondamentale, dei soldi, del mutuo, della bolletta della luce, l’uomo e la donna, però, sono anche dei valori reali, dei simboli.

Io ho reintrodotto sui moduli per chiedere la carta d’identità elettronica due parole, che qualcuno aveva tolto perché davano fastidio: mamma e papà. Non c’è genitore 1, genitore 2, genitore 32. C’è la mamma e c’è il papà. E io, finché campo, mi batterò perché ognuno sia libero di vivere la sua vita privata come vuole, con chi vuole e facendo quello che vuole. Nel senso che voi, finito questo incontro, tornate a casa, non mi interessa con chi sarete a pranzo, con chi guarderete la televisione, con chi farete l’amore questa sera. Ognuno a casa sua fa quello che vuole, con chi vuole.

Ma il diritto dei bambini ad avere una mamma e un papà lo difenderò finché campo. Combatterò l’utero in affitto, le adozioni gay, i bambini in vendita come al centro commerciale, le schifezze indegne di un Paese civile. L’egosimo degli adulti sulla pelle dei bambini, no».

Al di là dell’accostamento ancora una volta indebito tra “utero in affitto” – ignorando o volutamente omettendo che la gestazione per altri è una pratica medica, cui ricorrono in percentuale maggioritaria le coppie eterosessuali sterili – e “adozioni gay”, Salvini è tornato a mentire sulla questione modulistica, dove fra l’altro non è mai comparsa la dicitura genitore 1, genitore 2.

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Da più parti si dava per certa, entro la giornata del 17 dicembre, la parola fine alla querelle della cosiddetta “trascrizione dei due padri”. Appellativo esemplato su quello dell’omonima Commissione consiliare milanese, istituita a Palazzo Marino in rispondenza a una mozione dell’opposizione (recante anche però la firma della dem Roberta Osculati e della capogruppo del gruppo di maggioranza Elisabetta Strada) e agli appelli di associazioni come ArciLesbica, Rua, Snoq – Libere.

Oggetto di dibattito la trascrizione degli atti di nascita esteri di quattro bambini, rispettivamente figli di tre coppie di papà, rimandata da più mesi in ragione della tecnica medica della gpa a seguito della quale sono stati dati alla luce. Aspetto, questo, rispetto al quale il sindaco Beppe Sala preferisce da tempo glissare adducendo quale motivazione della estenunate procrastinazione la volontà di adeguarsi alla sentenza della Cassazione a Sezioni Unite (prevista in gennaio) su un analogo caso trentino di trascrizione. 

Ma un tale argomento è suonato a tanti quale deresponsabilizzante. Il tutto in un gioco di gesuitici equilibri al fine di non scontentare né la maggior parte delle associazioni Lgbti (per la tutela dei cui diritti Sala passa quale vindice e difensore: basti solo pensare ai vibranti discorsi annui sul palco di uno dei più importanti Pride d’Italia qual è quello milanese) né quella fetta di femminismo radicale che, per quanto minoritario, ha un’incidenza non del tutto irrilevante in area meneghina.

Ma quali i risultati raggiunti dalla Commissione Consiliare?

Nella prima seduta, tenutasi il 12 dicembre, l’argomento trascrizioni è stato introdotto dall’assessora alla Trasformazione digitale e Servizi civici Roberta Cocco e dal direttore dei Servizi Civici Andrea Zuccotti, che hanno parlato del perimetro giuridico entro il quale gli organi del Comune devono agire. Ribadendo che il preminente interesse del minore sia il principio che debba guidare l’azione degli organi amministrativi, in primis l’ufficiale di Stato Civile, hanno rilevato come non possa né debba il Comune entrare nel merito di come, da chi e quando la vita del bambino abbia avuto origine. 

È stata chiara, fin da subito, la propensione della maggioranza a porre fine al limbo giuridico in cui versano i quattro bambini figli delle tre coppie di papà e a procedere all’immediata trascrizione – come peraltro previsto dalle norme di diritto Internazionale – degli atti redatti all’estero, valutandone esclusivamente l’eventuale contrarietà all’ordine pubblico internazionale e non la componente morale o sociale. Più volte durante le sedute è stato rimarcato come la «non contrarietà all’ordine pubblico dei certificati di nascita redatti all’estero sia stata ribadita in ben tre sentenze della Corte di Cassazione, oltre che dalle due recenti sentenze del Tribunale di Milano che ha ordinato al Comune di Milano di procedere alla trascrizione».

Prima di dare il via al dibattito la presidente della Commissione Arianna Cenci ha invitato gli audiendi ad attenersi esclusivamente all’oggetto della Commissione, ovvero la richiesta di trascrizione degli atti, evitando polemiche e divagazioni. Invito che da talune è stato puntualmente disatteso. 

La scrittrice Marina Terragni – il cui intervento ha sforato quasi del doppio i cinque minuti concessi – non solo ha divagato sulla contrarietà della pratica della gpa alla legge della pratica ma ha presentato la questione delle problematiche apportate da tutte le pratiche di fecondazione alle donne che vi si assoggettano. Ha quindi invocato il ricorso all’istituto delle adozioni in casi particolari, ignara che tali casi sono ben normati dall'articolo 44 della legge 184/1983.

Cristina Gramolini, presidente di ArciLesbica Nazionale, ha preferito invece attaccare Famiglie Arcobaleno, arrivando, nella foga polemica, ad assimilare gli ufficiali di Stato Civile che accettano di trascrivere gli atti di nascita ai gerarchi nazisti che eseguivano gli ordini del regime.

Nei numerosi interventi successivi, soprattutto quelli di giuristi, è stato riportato il focus sulla tutela dei diritti dei bambini, che devono essere pieni e immediatamente disponibili, senza discriminazioni discendenti dal genere o dall’orientamento sessuale dei loro genitori.

I consiglieri comunali sono stati invece auditi nella seduta conclusiva di venerdì 14. Tra i tanti che hanno preso la parola a favore della trascrizione immediata dei detti atti Angelo Turco (che, insieme con la presidente della Commissione comunale Pari Opportunità Diana de Marchi, si è impegnato sin dalla prima ora al riguardo)Anita Pirovano, Filippo Barberis.

Completamente contraria la presidente del gruppo consiliare di maggioranza Beppe Sala Sindaco Noi, Milano Elisabetta Strada, che è stata la prima firmataria della richiesta di audizione in commissione congiunta, promossa dall’opposizione.

Strada ha fra l’altro chiesto di non procedere nemmeno alle trascrizioni imposte dal Tribunale di Milano, senza tenere in conto che ciò configurerebbe il reato d'omissione d’atti di ufficio.

Le hanno fatto eco i consiglieri dell’opposizione a partire dall’ex direttore di Tempi Luigi Amicone, che ha negato il diritto alla genitorialità per le coppie omosessuali e ha definito legittimi atti come la non trascrizione quale deterrente per le stessea proseguire nei loro progetti familiari. 

Ma parole di forte contrarietà sono state pronunciate dalla consigliera del Pd Roberta Osculati, giunta a dichiarare che la gpa non dovrebbe essere considerata una tecnica di procreazione medicalmente assistita.

Ma gli interventi degli altri consiglieri di maggioranza hanno però confermato la volontà di procedere alla trascrizione degli atti attualmente sospesi. Tra questi quello della presidente della Commissione Arianna Cenci, che ricordato come «un diritto in più non toglie un diritto ad altri» e definito come «inevitabile» il procedere e dar corso alle richieste pendenti da troppo tempo e che ledono e discriminano i diritti di tanti bambini.

Ma quell’inevitabile, che fonti autorevoli di Palazzo Marino avevano datato al lunedì successivo, è tuttora sospeso.

Un inevitabile che, col passare dei giorni, sembra sempre più rarefarsi mentre si avvicina gennaio, mese in cui ci sarà la sentenza della Cassazione. Mese che appare come il più rispondente all’attendismo di Sala, dato che, come l’etimologia ricorda, gennaio è pur sempre il mese di quel Giano venerato ed effigiato come Bifronte.

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Il 12 dicembre il Parlamento europeo ha approvato in plenaria a Strasburgo la Relazione annuale sui diritti umani e la democrazia nel mondo nel 2017 e sulla politica dell'Unione europea in materia a firma del lituano Petras Auštrevičius (Gruppo dell'Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l'Europa).

Al paragrafo 48 del documento c’è un equilibrato inciso sulla pratica della gpa in correlazione a eventuali violazioni dei diritti umani. [Il Parlamento] «chiede di introdurre chiari principi e strumenti giuridici – si legge –  per far fronte alle violazioni dei diritti umani correlate alla gravidanza surrogata».

Gli eurodeputati hanno pertanto respinto (271 no, 270 sì, 77 astenuti) l’emendamento 48bis che, presentato dallo slovacco Miroslav Mikolášik (Ppe), si presentava quale formula dannatoria della gpa tout court.

Eccone il testo: [Il Parlamento] «ribadisce la sua condanna della pratica della surrogazione, che compromette la dignità umana della donna dal momento che il suo corpo e le sue funzioni riproduttive sono usati come una merce; sottolinea che la pratica della gestazione surrogata, che prevede lo sfruttamento riproduttivo e l'uso del corpo umano per un ritorno economico o di altro genere, in particolare nel caso delle donne vulnerabili nei paesi in via di sviluppo, deve essere vietata e trattata come questione urgente nell'ambito degli strumenti per i diritti umani». 

14 gli europarlamentari italiani, che hanno votato contro l’emendamento 48bis: i forzisti Remo Sernagiotto e Fulvio Martusciello, Stefano Maullu di Fratelli d'Italia, i dem Brando Benifei, Sergio Cofferati, Andrea Cozzolino, Michela Giuffrida, Daniele Viotti, la pasionaria di Possibile Elly SchleinAntonio Panzeri, Massimo Paolucci e Flavio Zanonato di Mdp, Eleonora Forenza e Barbara Spinelli di Lista Tsipras. Ad astenersi, invece, Pina Picierno (Pd) e Giulia Moi (M5s).

A votare, invece, a favore Salvatore Cicu, Elisabetta Gardini, Giovanni La Via, Barbara Matera, Massimiliano Salini per Forza ItaliaMara Bizzotto, Mario Borghezio, Angelo Ciocca, Oscar Lancini, Giancarlo Scottà, Marco Zanni per la Lega; i pentastellati Isabella Adinolfi, Laura Agea, Tiziana Beghin, Fabio Massimo Castaldo, Ignazio Corrao, Rosa D'Amato, Eleonora Evi, Dario Tamburrano, Marco Valli, Marco Zullo; Goffredo Bettini, Renata Briano, Nicola Caputo, Caterina Chinnici, Silvia Costa, Paolo De Castro, Isabella De Monte, Giuseppe Ferrandino, Elena Gentile, Roberto Gualtieri, Luigi Morgano, Alessia Mosca, Patrizia Toia, Damiano Zoffoli per il Pd; Herbert Dorfmann (Svp).

A distanza di giorni la bocciatura dell’emendamento ha suscitato reazioni tra alcune femministe che, utilizzando il complesso lemmatico 'utero in affitto', hanno stilato una lista di proscrizione di parlamentari europei nostrani «da non votare più», i quali corrispondono ovviamente ai citati 14 contrari. Menzionate anche le due eurodeputate astenutesi nonché i 15 assenti al momento del voto.

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La Knesset ha respinto ieri, in lettura preliminare, un progetto di legge sull’estensione dei programmi statali di gpa a uomini single e coppie di persone gay. Presentata dai  deputati dell'opposizione Itzik Shmuli (Unione sionista) e Yael German (Yesh Atid), la proposta è stata bocciata con 49 voti contrari su 41 favorevoli

Tra i sì anche quelli di quattro deputati della coalizione: Merav Ben-Ari e Tali Ploskov di Kulanu, Sharren Haskel e Amir Ohana di Likud. Lo stesso Ohana che, il 18 luglio, si è visto respingere un suo emendamento alla legge, approvata in quel giorno, in favore del ricorso alla surrogacy da parte di uomini single e coppie di persone gay. Respingimento su cui è pesato anche il voto contrario del premier nonché compagno di partito Benyamin Netanyahu, tanto da spingere le opposizioni ad accusare Ohana di fare da foglia di fico in un Likud sempre più prono ai diktat dell’estrema destra.

In luglio è stata infatti approvata la norma che ha esteso i programmi di gpa (accessibili dal 1996 in Israele alle sole coppie eterosessuali sposate) alle donne single con problemi medici. Legge che è stata subito bollata da attivisti e attiviste quale discriminatoria e omofoba, portando, il 22 luglio, alle grandi manifestazioni di piazza con lo sciopero nazionale Lgbti.

Nel progetto di legge ieri respinto si contemplavano inoltre delle modifiche alla normativa in vigore, volte ad ampliare i requisiti richiesti alle donne gestanti per altre o altri e introdurre, al contempo, restrizioni per proteggere la loro salute. Inoltre si proponeva un limite di 160.000 shekel sull'importo totale dei pagamenti da effettuare alla donna gestante: attualmente non vi è alcun limite al riguardo e la somma erogata si aggira intorno ai 200.000 shekel.

Le note esplicative al progetto di legge rilevavano, infine, come a causa delle restrizioni all’accesso ai programmi statali di gpa «negli ultimi anni si sia sviluppato un determinato fenomeno: gli israeliani viaggiano all’estero per diventare genitori, ricorrendo alla gpa grazie a donne residenti in un Paese straniero». Processo, questo, che «solleva molte difficoltà legali ed etiche». 

Durissimo in aula Itzik Shmuli, primo firmatario del pdl e attivista gay, che ha dichiarato: «Il diritto a una famiglia è un diritto fondamentale: uno degli elementi centrali dell'esistenza umana, la realizzazione suprema della natura umana e del desiderio di continuità di una persona. Questo diritto naturale occupa un posto importante nei diritti umani. Ma da più di 20 anni è negato a un'intera comunità, la mia. La legge consente solo alle coppie di un tipo specifico di esercitare il diritto di essere genitori».

Ha quindi aggiunto: «Per il governo eravamo di seconda classe e restiamo di seconda classe. Ma è arrivato il momento delle azioni, non delle parole. La nostra richiesta è basilare e riguarda l'uguaglianza».

Ha cercato di smorzare i toni in un’aula surriscaldata il premier Netanyahu, che ha dichiarato: «Sostengo la surrogacy per la comunità Lgbti ma finora non abbiamo una maggioranza nella coalizione per emanare la legge». Ha quindi aggiunto che il suo governo sta lavorando a una normativa analoga, spiegando che essa deve essere però elaborata in maniera tale da ricevere il sostegno di tutti i partiti della coalizione, inclusi i due ultra-ortodossi.

Secondo Netanyahu una tale disegno di legge potrebbe arrivare al vaglio della Knesset entro un mese. «Quando avremo la maggioranza necessaria - ha concluso -, la presenteremo».

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Utero in affitto, ideologia gender, sottomissione gay. Sarebbero questi per il deputato forzista Galeazzo Bignami i temi esaltati e propagandati dal Gender Bender Festival che, giunto quest’anno alla 16° edizione, è in corso a Bologna fino al 3 novembre. 

Motivo per cui il parlamentare, figlio di Marcello che fu volto storico della destra bolognese quale componente della segreteria nazionale del Movimento sociale italiano (e lui stesso con trascorsi di militanza nel partito di Almirante e poi in Alleanza nazionale), ha depositato un’interrogazione indirizzata al ministro per i Beni e le Attività culturali Alberto Bonisoli perché «il Governo si esprima su questo festival e ripensi con serietà alla opportunità di erogare finanziamenti pubblici».

Per Bignami «anche quest'anno dobbiamo assistere alla solita sfilza di spettacoli messi in scena con la giustificazione di promuovere la libertà sessuale: una scusa utilizzata ormai da anni per propinare la propaganda Lgbt e l'ideologia gender che vorrebbe annullare le differenze tra uomo e donna». Secondo il parlamentare il programma del festival, infatti, «si muove sui soliti temi cari a questo tipo di propaganda: smontare la sessualità maschile e femminile, irridere la religione ed esaltare le forme di dominio e di sottomissione gay». 

A finire poi nel mirino dell’azzurro Diane a les épaules (proiettato il 26 ottobre), l’irriverente commedia di Fabrice Gorgeart, che, pur affrontando con intelligenza il tema della gestazione per altri, viene presentato – ma senza essere stato visto dall’interrogante – come «una bella forma pubblicitaria all'utero in affitto, che è illegale nel nostro Paese». Un danno, fra l’altro, ai cittadini «perché il festival ha contributi pubblici del Comune, della Regione e del ministero».

Gli ha fatto eco il consigliere regionale forzista Andrea Galli, per il quale «la Cittaà Metropolitana di Bologna e la Regione non dovrebbero promuovere kermesse in cui si lede la nostra identità culturale di matrice cristiano-cattolica e che coinvolgono età estremamente delicate e sensibili come l'adolescenza e l'infanzia».

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Un libro denso di spunti di riflessione e di interessanti considerazioni sulle diverse possibilità di essere e di relazionarsi, che affronta il nodo esistenziale dell’identità in maniera antidogmatica e ironica. Potremmo presentare così in sintesi il libro 100 Punti di ebraicità (secondo me) di Anna Segre, pubblicato dalla casa editrice romana Elliot.

Per la precisione si tratta di un campionario di voci legate a una forma di ebraismo laico e dissacrante, restituite ai lettori da Anna Segre, cattolica per gli ebrei, ebrea per i cattolici, medico per gli psicoterapeuti, psicoterapeuta per i medici, non proprio connotata come omosessuale, ma abbastanza lesbica per gli eterosessuali. In equilibrio instabile, comunque, sulle etichette sociali.

Un libro, in ogni caso, che non può essere compreso appieno senza la lettura di 100 Punti di lesbicità (secondo me), pubblicato anch’esso, in contemporanea, dalla Elliot. 

Contattiamo Anna Segre e proviamo a capire con lei qualcosa in più di queste opere gemelle.

Dottoressa Segre, che cosa significa per una persona laica come lei questo sentimento di ebraicità e com’è nata l’esigenza di scrivere un tale libro?

L’ebraismo, per come lo vedo io (c’è anche nel sottotitolo), più che una religione, è un sistema: etico, morale, comportamentale, sociale, cognitivo. Anche senza fede, se sei nata da madre ebrea e sei stato educata in una famiglia ebraica, potresti, sì (o anche non), sapere le preghiere, ma di certo hai un senso di ebraicità, di differenza, di letterarietà, di eventualità di persecuzione. Hai una memoria collettiva di strage, una memoria familiare di leggi razziali tali da rendere l'‘essere ebrea’ un’identità a tutto spessore che coinvolge ogni sistema motivazionale. L’ebraismo non chiede fede, chiede di attenersi alla legge. Il tuo rapporto con Dio è personale; il tuo rapporto con la comunità, invece, ci riguarda ed è normato da regole condivise e non baipassabili. Ecco perché, sempre nel mio specifico caso, essere ebrea filtra l’essere cittadina, condomina, professionista, amica, donna, essere umano. 

L’esigenza di scriverlo? Mi sono accorta che questi aspetti, forse, di origine ebraica del mio comportamento sono talmente intrinseci da diventare identitari. Salvo che il discorso dell’identità è proprio quello su cui sono ambivalente, critica e nevrotica.

Tra i 100 Punti di ebraicità ce n’è uno che riporta al senso della precarietà e all’idea dei confini. Oggi, in epoca di migrazioni, il tema sembra riguardare più popoli. Cosa è per lei il senso della precarietà? Cosa ne pensa dei confini?

I confini sono appannaggio degli Stati e dei governi. I governi, per quanto necessari, sono spaventosi nella loro possibilità di chiudere o aprire, di legiferare pro o contro. Con questa questione gli ebrei della diaspora si confrontano da millenni (le migrazioni ci sono da sempre); c’è una quantità di letteratura e di testimonianze sull’essere respinti al confine o buttati fuori confine. Una brava mamma ebrea ti educa a viaggiare leggera, a essere pronta a cambiare casa, paese, lingua, scuola, moneta, vita. Per rimanere viva. La condizione di migrante mi riguarda, suscita in me una forte empatia, un neurone specchio forse anche più identitario dell’ebraismo, anche se sono nata e vissuta in Italia a Roma e il mio massimo spostamento è stato da Cassia a Ostiense.

Se dovesse individuare il punto di ebraicità più importante, in questa sua campionatura, quale individuerebbe?

L’ebraismo come nevrosi minoritaria.

Un altro punto, che in realtà poi tratta ampiamente nell’altro libro, è relativo al lesbismo. C’è un conflitto tra la propria condizione omosessuale e il senso d’appartenenza alla cultura ebraica, sia pure laica? Le è capitato di vivere più lo stigma omofobico o quello antisemita?

Essere lesbica mi ha portato innanzitutto un conflitto interno, rispetto a quanto io ritenevo che la mia famiglia, il mio mondo si aspettassero da me e che io stessa mi aspettavo da me. Ma che il mio desiderio e naturale propensione contraddicevano nettamente.

La domanda sospesa era: Potrò ancora far parte di voi (famiglia, comunità, mondo) anche se amo solo donne? O dovrò rinunciare a quell’amore, per conservare il vostro?

Ed è probabile che io fossi così impegnata a cercare una mediazione (che allora mi pareva impossibile) da non accorgermi forse degli sguardi maliziosi e di quanto l’essere lesbica condizionasse la mia carriera o la mia socialità. Ma, ecco, cercavo di tagliare la testa al toro presentandomi così: Piacere, Anna Segre, ebrea, lesbica. A chi non fosse piaciuto, si sarebbe allontanato subito: una sorta di selezione.

Essere lesbica condiziona fortemente ogni tuo movimento interpersonale, anche se sembra di no. Non è una condizione agile, non è prevista, non è agevolata dalle banche, dalle leggi notarili, dalle offerte di viaggio, dalle logiche sociali. È una salita. Non serve violenza, vengono ‘solo’ frapposti innumerevoli piccoli ostacoli da niente che rendono la vita degli altri un percorso, la tua giochi senza frontiere. Gli ebrei hanno tutti i diritti civili, gli omosessuali no.

Sull’antisemitismo, che è arrivato negli ultimi anni travestito da antisionismo, invece, sfuggo come un’anguilla. Io, in quanto ebrea, dovrei rispondere degli atti di un governo di uno Stato in cui non abito e che non ho votato. Come se i cittadini di uno Stato fossero tutti responsabili e dovessero dare ragione degli atti del loro governo, oltretutto. E sono considerata, in quanto ebrea, sostenitrice di governo, esercito, guerra e, presuntivamente, atti politici. Beh, mi ribello: non mi farò mettere addosso etichette e non credo di dover dare ragione delle mie idee in proposito poiché sono ebrea. È un ring da rifiutare.

D’altra parte, dopo la Shoà, in quanto ebrea, mai nessuno mi ha apostrofato malamente. E credo che sia nodale, la Shoà, per questa mia vita fortunata. 

(Mi chiedo inoltre: Le librerie ebraiche compreranno anche 100 punti di lesbicità? Le librerie femministe Lgbt vorranno leggere anche 100 punti di ebraicità? E tu come mai ti riferisci solo a ebraicità? In fondo, in ebraicità si parla di omosessualità e in lesbicità di ebraismo: come mai si decide per l’uno o l’altro?)

Alla luce di quanto ha appena dichiarato, come si integrano i 100 punti di ebraicità coi 100 punti di lesbicità

Vorrei dire con questo lavoro: Ti rendi conto di quanto siamo simili, anche se sto parlando di ebraismo e tu non sei ebreo? Ti rendi conto che l’omosessualità è una delle possibili sessualità ed è analoga alla tua? Vorrei chiamare i lettori a una coralità, che non significa intonare una sola nota, ma capire che cantiamo la stessa canzone.

I due libri sono connessi poiché esprimono lo stesso concetto sovraordinato. Ebraismo e omosessualità in copertina negano nel testo le parole stesse della stigmatizzazione: vogliono usare l’etichetta per sovvertirla in quanto tale. Siamo tutti gli ebrei di qualcuno, siamo tutti froci perseguitati in quanto innamorati della persona ‘sbagliata’. Nulla è più scespiriano di un amore osteggiato e noi siamo tutti figli di Romeo e Giulietta. Tu, cattolico eterosessuale, sai perfettamente cosa vuol dire, malgrado le tue facilitazioni sociali. Eppure (o forse di conseguenza), le parole lesbicità e ebraicità in copertina hanno  un effetto identitario: i libri sono spesso acquistati separatamente con logiche di appartenenza.

Sarebbe stato meraviglioso, un goal da cannoniere, se i miei amici maschi ebrei eterosessuali si fossero fotografati con il libro 100 punti di lesbicità in libreria. Ma l’hanno fatto con 100 punti d'ebraicità, affettuosi e sostenitori della mia pubblicazione. Capisco perché e so aspettare la loro lettura: forse, dopo, la penseranno diversamente. Se così non fosse, posso comunque dire che ci ho provato: ci ho provato fino all’ultimo, fino a dire una parola così difficile - lesbica, ebrea - in copertina. 

Come giudica, da donna lesbica, l’attuale frattura esistente tra le donne lesbiche italiane relativamente a temi come la gpa e l’inclusione d'istanze specifiche nel quadro dei quelle dell’intero movimento Lgbti?

Le dico cosa pensodi questa questione, anche se, leggendomi, l’avrà già capito. In una società patriarcale, l’utilizzo dell’utero è normato da leggi che garantiscono, appunto, i padri. Per essere certi della paternità, la società umana è basata sul matrimonio. Lo sa che il contratto di matrimonio ebraico è un contratto di acquisto della sposa? Si chiama Ketubà. Sulla compravendita sarei interlocutoria, se permetti, visto che la mercificazione del corpo della donna è di legge da 5.000 e rotti anni.

Ecco. Io credo che, se mai avessi voluto usare il mio utero per fare figli (e non è stato così per scelta), l’avrei fatto partendo dall’assunto che si trattava del mio corpo. E, metti che io volessi portare avanti una gravidanza per dare un figlio a una coppia sterile, di qualsiasi coppia si trattasse, sarebbe stata una mia insindacabile scelta. Perché? Perché l’utero è mio e me lo gestisco io, anche se non vorrei sembrarle troppo anni ‘70.

La frattura c’è perché la chiesa, tutte le chiese, patriarcali e garantiste del sistema così com’è, imbeve le nostre coscienze con etica e morale tuonanti sulla sacralità e unica possibilità della maternità. Io sono per la gpa, ovviamente.

Infine, quale tra i 100 punti di lesbicità le sta più a cuore?

Mi permetto di rispondere con la poesia Fuori che è nel libro:

Fuori.

All'addiaccio dell'altrui sguardo.

Rivèlati. Dì la verità.

Che non è la vera verità,

Ma l'acqua in cui tutti hanno sciacquato i piatti sporchi del loro pregiudizio,

E poi il laido sei tu.

Dillo a mamma, dillo a Dio, dillo agli amici.

Fai un atto politico,

Véndicati dell'esilio nella discrezione

Con una postura scandalosa: a testa alta.

Fai un atto di coraggio,

Porgi la faccia agli schiaffi,

Che l'ha già fatto un maestro del contropiede:

Il prezzo è alto,

Ma sappiamo che il messaggio potrebbe passare.

A un metro da te quell'ultimo confine

Di ombra:

Fai il passo.

Non lasciargli la scusa dell'ignoranza,

Non lasciargli la manovra del 'non sapevo',

Trascinalo nella piena luce di te,

In fondo cosa è la co-scienza,

Se non il sapere insieme?

Il coraggio è contagioso

Quanto la paura.

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