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Non si placa la polemica su Michela Murgia e la puntata della trasmissione Rai Chakra del 7 ottobre, nel corso della quale la giornalista sarda ha affrontato il tema della gpa con Daniela Danna, Donatella Di PietrantonioNiki Vendola. Ad alcune femministe e associazioni la modalità di condurre il dibattito da parte di Michela Murgia è apparsa una promozione della pratica. Hanno perciò indirizzato a Monica Maggioni la lettera aperta Contro gli spot Rai all’utero in affitto: Caso #CHAKRA-MURGIA «per chiedere alla Rai una puntata "riparatoria" per esporre di più le ragioni della contrarietà alla Gpa».

Sull’appello, che vede come prima firmataria la segreteria di ArciLesbica Nazionale, ha redatto un’ampia nota di disamina Laura Guidetti, referente della Rete di Donne per la Poltica. Componente del Coordinamento Liguria Rainbow, la Rete è costituita da sette associazioni genovesi che hanno tra le proprie finalità comuni il contrasto agli stereotipi di genere, alla violenza multiforme verso le donne, il superamento delle discriminazioni basate sul genere e l’orientamento sessuale, il superamento del gap di presenza del genere femminile nei luoghi decisionali.

Pubblichiamo di seguito il testo della nota

Mi colpisce innanzitutto che si possa scrivere un appello contro una donna, femminista e professionista seria, perché ha condotto una trasmissione nella quale ha preso una posizione divergente da quella delle scriventi insorte, trasmissione alla quale ha partecipato Daniela Danna dopo avere ricevuto il diniego pubblico di Muraro, basato sulla presenza in studio di Niki Vendola. Quel Niki che è stato compagno di partito per molte, stimato governatore per alcune, seguito da altre nel periodo delle Fabbriche di Niki, ma oggi divenuto un mostro per le sua scelta di diventare genitore tramite gpa.

Mi colpisce ripeto la violenza contro una donna il cui stile non è neutro, cosa che non trovo affatto scandalosa, e che conduce il suo programma evitando la rissa, l'insulto, riconoscendo l’interlocutore a prescindere dalla differenza tra le opinioni. “Sono Charlie” dovrebbe significare che riconosco il diritto di espressione a chi non la pensa come me, ma con questo appello/denuncia sembra invece che non sia così.

Possiamo leggere sul web pezzi intitolati: "Perché ho firmato contro Michela Murgia", quindi contro questa persona e non contro una idea e va tutto bene, è tutto normale: è questo il linguaggio e sono queste le forme del conflitto, ma a me sembra una guerra.

Non condivido la polarizzazione che si è andata accentuando sempre più sul tema della gpa: è iniziata come crociata per alcune e ha creato distanze e controreazioni che al momento sembrano insanabili sia nel movimento delle donne sia in quello lgbt. La pratica del dialogo, della conoscenza tra i soggetti coinvolti, della costruzione di ponti tra schieramenti avversi non è mai stata perseguita e da subito i toni sono stati quelli delle affermazioni apodittiche, della verità assoluta, della richiesta di divieti e condanne. Mi trovo da mesi a stigmatizzare espressioni misogine, anti femministe, ironie sciocche tra i post delle associazioni lgbt che frequento, nate principalmente per reazione alle espressioni e agli articoli che anziché argomentare danno giudizi al limite della misandria o della transfobia.

Una guerra che non condivido e che porta solo distruzione. Già lanciare questa campagna politica in concomitanza con la discussione sulla legge Cirinnà è stato a mio parere un assist alle organizzazioni cattoliche integraliste che non volevano il matrimonio egualitario (del resto in Italia la gpa non è prevista e non era in discussione, ma la tutela delle bambine e dei bambini di coppie omosessuali e lesbiche sì). In seguito, il 25 novembre scorso, le polemiche ed i toni che ha prodotto la richiesta che gli uomini non fossero in corteo, ovvero sfilassero nelle retrofile, sono stati un elemento estraneo, inutile se non dannoso rispetto alla costruzione di Nudm. Terribilmente distruttiva questa estate la scelta di ArciLesbica, che ha creato fuoriuscite e divisioni nel campo lgbti, controversia oramai giunta al paradosso in cui chi non sta dalla parte del divieto viene accusata di essere “finta lesbica”.

Si mina e indebolisce così quella parte di società civile ancora capace di attrazione politica, di fare movimento e opinione: innanzitutto il movimento delle donne che in diverse ondate (Marcia mondiale delle donne/PuntoG, Usciamo dal silenzio, Se non ora quando?, Non una dimeno) dal 2000 ha reso visibili istanze e pratiche politiche che si richiamano al femminismo; poi il movimento lgbti, unico soggetto che recentemente ha vinto qualcosa ottenendo l’allargamento dei diritti civili per tutti/e, attraverso la legge sulle Unioni Civili.

Ed ora la denuncia/appello contro Murgia, ancora per scavare un fossato tra gli schieramenti, per ridurre al margine chi non vuole schierarsi, per affermare una visione non laica ma eticista che vuole la trascrizione di una Legge Naturale, o della Verità di una parte, in Norma giuridica e in divieto globale. Molte delle argomentazioni sullo sfruttamento della gpa sono condivisibili, ma appartengono al campo relativo al mercato e in particolare al profitto: non sarebbe più convincente lottare contro il sistema capitalistico, che sfrutta il corpo delle donne per fare profitti (in senso marxiano), piuttosto che negare ogni possibile scambio tra persone, di tipo solidaristico o meno? Credo che l’introduzione di regole per proteggere la discrezionalità ed il potere decisionale della donna durante tutto il percorso della gestazione sia più coerente con il riconoscimento di competenze e responsabilità che l’autodeterminazione attribuisce alle donne nei processi di vita, salute, sessualità, riproduzione.

Concordo con quanto affermato proprio da Murgia: “Non è quindi tollerabile oggi in un discorso serio sentir definire “maternità” il processo fisico della semplice gravidanza, che in sé - e lo sappiamo tutte - può escludere sia il desiderio procreativo sia la disposizione ad assumersi la responsabilità e la cura del nascituro. Di conseguenza è improprio discutere anche di maternità surrogata. Si può discutere invece di gravidanza surrogata, purché resti chiaro che si tratta di qualcosa di profondamente diverso. Operare questa distinzione è tutt'altro che ozioso, perché la legge italiana - entro i limiti che conosciamo - permette già ora a una donna che resta incinta di scindere i due processi e agire per rifiutare il ruolo indesiderato di madre, sia attraverso l'interruzione di gravidanza, sia attraverso la rinuncia permanente a curarsi del neonato. Chi si oppone alla gravidanza surrogata chiamandola "maternità" e adducendo come motivazione l'unicità insostituibile del legame che si stabilirebbe tra gestante e feto sta ponendo le condizioni perché gravidanza e maternità tornino a essere inscindibili e quella sovrapposizione torni a essere usata contro le donne SEMPRE, ogni volta che per i motivi più svariati provassero a scegliere di non essere madri.

Reintroducendo nel dibattito la mistica deterministica del “sangue del sangue” non si sta quindi mettendo in discussione solo l'ipotesi della surrogazione gestazionale, ma anche alcuni comportamenti che sono già normati come diritti nel nostro sistema giuridico, cioè l'aborto e la possibilità di rinunciare alla potestà genitoriale, per tacere dell'adozione, legame di pura volontà che in questo modo - non originandosi "dall'avventura umana straordinaria" della gravidanza - tornerebbe nell'alveo delle maternità di serie B.”

Perché le donne nelle loro storie di vita hanno praticato a modo loro la gpa (si legga a proposito Storie di donne, suppl. al n.2/2016 della rivista Marea), o l’inseminazione eterologa, o forme di genitorialità non conformi a quelle dominanti in questo ultimo mezzo secolo.

Un dibattito che non cerca il confronto ma la soppressione di una parte, dimostra disinteresse verso le forme solidaristiche che le donne sanno realizzare e riduce tutto al rapporto vittima/oppressore, anche quando le relazioni di molte storie di vita raccontano vicende lontane da quella visione riduttiva.

Aleggia inoltre un tema che è molto insidioso: quello del potere materno, che nel discorso di Snoq libere come di Muraro, è Potere femminile, che propone un’idea di potere distante da quanto spiegato da Menapace sul potere come verbo ausiliare (o modale) per me politicamente più libertario ed equo, se vogliamo pensare ad un cambiamento radicale della società mettendo in discussione le forme gerarchiche del potere.

Se si fosse aperto un vero conflitto, quelle come me impegnate a fare politica da femministe assieme ai soggetti Lgbti, ne avrebbero beneficiato, arricchendo il confronto, contaminando linguaggi e pratiche in una alleanza feconda: invece prevale la fatica a smontare diffidenze, recriminazioni, opposti ostracismi. Fatica a trovare la terza via, ad attraversare come Cassandra i confini tra gli schieramenti in lotta, di una guerra che proprio contraddice la pratica nonviolenta che ho imparato nel femminismo.

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Le persone trans, come scriveva oggi Rosario Murdica, sono spesso vittime di emarginazione e forte esclusione da diversi contesti sociali e civili. Nel mondo del lavoro subiscono misure discriminatorie e anche in Italia, nonostante si siano realizzati alcuni passi in avanti attraverso il lavoro di associazioni in termini di inclusione, resta ancora molto lavoro da fare.

Motivo per cui domani mattina a Milano, presso la sede di AnlAids Lombardia in Via Monviso, saranno premiati persone ed enti, che si sono distinti per il loro impegno contro ogni forma di discriminazione e intolleranza transfobica in un'ottica di inclusione sociale. Occasione dell’iniziativa, voluta da Consultorio Transgenere in collaborazione con il Mit di Bologna e Ala Onlus Milano, la 25° edizione del concorso Miss Trans Italia e Miss Trans Sud America, che avrà luogo invece in serata.

In realtà la premiazione sarebbe dovuta avvenire altrove, cioè presso la Casa dei Diritti. Il cambio di location è avvenuto per il fermo diniego dei responsabili dell’istituto milanese, le cui motivazioni sono state rese note nel comunicato del Mit che di seguito pubblichiamo

Domani a Milano si terrà la venticinquesima edizione di Miss Trans Italia. La manifestazione è nata nel 1992, come reazione all'esclusione da Miss Italia di una donna trans.  Da allora, per protestare contro l'invisibilità e lo stigma sui corpi trans, un gruppo di attiviste organizza questo evento ogni anno. Un evento che non è un concorso di bellezza, bensì una serata di visibilità, per celebrare la dignità e l'orgoglio dei percorsi di vita trans. Nella stessa giornata di domani, al mattino, è prevista la premiazione di alcune personalità che si sono contraddistinte per la tutela dei diritti.

Per questa premiazione avevamo scelto la città di Milano e in particolare la Casa dei Diritti: Mit e Transgenere hanno chiesto uno spazio per la premiazione e indicato le personalità che vi avrebbero partecipato fra cui giornalisti, attivisti, psicologi, personaggi dello spettacolo. Ci aspettavamo un'accoglienza a braccia aperte, come del resto abbiamo avuto dalla città di Bologna, che un anno fa ha ospitato il Concilio Trans d'Europa a Palazzo Re Enzo.

Invece la Casa dei Diritti ci ha detto NO.

E sapete perché? Perché contraria a Miss Trans, manifestazione che "sfrutterebbe i corpi, e veicolerebbe canoni di bellezza". La motivazione denota una totale ignoranza su come i corpi trans siano oggetto di stereotipi e stigma, tanto da dover rivendicare uno spazio, anche attraverso una manifestazione ludica. Ma anche se così fosse, perché negarci la sala per un evento autonomo alla manifestazione stessa?

La Casa dei Diritti che nega i diritti è veramente un ossimoro. Noi vogliamo che questa storia non passi inosservata.

Perciò attiviamoci tutt* per manifestare la nostra indignazione.

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Dal 1988 si celebra l’11 ottobre il Coming Out Day. La data fu scelta da Robert Eichberg e Jean O'Leary, ideatori della ricorrenza, che vollero così ricordare il primo anniversario della marcia nazionale statunitense per i diritti delle persone Lgbti. In tale giornata si vuole rimarcare l’importanza del coming out o decisione di dichiarare apertamente il proprio orientamento sessuale o identità di genere.

Atto liberatorio per le persone Lgbti che in quanto tali subiscono discriminazioni. Atto emancipativo come lo riteneva Karl Heinrich Ulrichs – di cui ricorre fra l’altro quest’anno il 150° anniversario del  coming out -, che, ritendo l’invisibilità un ostacolo fondamentale al cambiamento dell'opinione pubblica, invitava le persone omosessuali a uscire allo scoperto.

Nel Coming Out Day 2017 Gaynews ospita la testimonianza di Daniela Lourdes Falanga, attivista trans e componente del comitato di Arcigay Napoli

Forse, vent'anni fa, vedere semplicemente dei manifesti per strada o avere persone che smuovessero sensibilità nelle scuole, avrebbe rassicurato un ragazzo che raccoglieva solitudine dal mondo. Avrebbe chiarito a molti di non essere unici in un dolore devastante da tacere.

Io ero figlio della mia contemporaneità che non prevedeva il mio coming out, prepotentemente sovversivo e autentico, né lo considerava possibile una famiglia che radicava i suoi principi in un autoritarismo mafioso, sessista ed eteropatriarcale. Ero una donna ma non la rappresentavo e doverlo confidare mi ha reso vittima di una morbosa violenza che mi devastava per l'incapacità di comprendere come potessero i genitori negare un figlio e umiliarlo di disprezzo e lividi.

Eppure quell'attraversamento doloroso era una conquista, era il mio libero arbitrio, era il desiderio sconfinato di me stessa, del mio pensiero liberamente espresso, era ciò che lo specchio della mia mente rimandava quando mi fantasticavo nel tempo rallentato dei drammi. Non dimenticherò mai, però, che tutto questo si realizzò al quarto anno del liceo, e che nonostante i professori non sapessero rispondere con chiarezza al radicale mutamento che raccontavo, con molta sensibilità accolsero finalmente il mio fragoroso silenzio. Senza dubbio il più bel ricordo insieme a quello degli amici di classe. Senza dubbio traduco e confido il coming out, secondo la mia esperienza, in una travagliato ma straordinario viaggio di una voce che per la prima volta parla, che per la prima volta emette un suono.

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Si sta svolgendo a Firenze presso la Sala del Gonfalone nel Palazzo della Regione Toscana il convegno Bambini in rosa. Crescere un bambino con varianza di genere - I tanti aspetti della normalità volto ad affrontare il tema della "fluidità di genere, disforia di genere, transessualità". Un mondo in gran parte sconosciuto e ostacolato dando, come recita la locandina dell'evento, "la parola ai diretti interessati".

Coordinato dal pediatra nonché consigliere regionale di Sì Toscana a Sinistra Paolo Sarti, l'incontro prevede infatti gli interventi di Camilla Vivian (autrice del blog e del libro Mio figlio in rosa), Michela Mariotto (antropologa, Università autonoma di Barcellona), Loredana De Pasquale (madre di un "bambino in rosa"), Alessio (14enne FtM) e Alice Troise (insegnante, collettivo Intersexioni). 

Al convegno avrebbe dovuto parlare anche Paolo Valerio, ordinario di Psicologia clinica presso l'Università degli studi di Napoli Federico II e presidente Onig. Impossibilitato a partecipare ha inviato una lettera, di cui Gaynews pubblica il testo integrale.

Care e cari partecipanti,

a causa di un impegno accademico inderogabile, con grande rammarico non ho potuto prendere parte al convegno. Ciononostante, voglio manifestarvi, in qualità di presidente dell’Osservatorio nazionale sull’identità di genere (Onig), il mio più grande supporto alla realizzazione della giornata di studio e di riflessione su un tema a me molto caro: la varianza di genere in infanzia e adolescenza

Sebbene oggi parlare di un tema così delicato sia profondamente differente rispetto al passato, credo che il nostro resti un coraggioso lavoro di frontiera, teso a combattere l’ignoranza, non tanto per il gusto di scendere in guerra, ma per proteggere e tutelare i diritti di coloro i quali, essendo gender variant, non si riconoscono nel genere biologico assegnato loro alla nascita, e che sono alla ricerca di una cittadinanza, di un diritto all’esistenza. Al loro fianco, le famiglie. Famiglie spesso lasciate sole, emarginate, non ascoltate. Padri e madri (talvolta fratelli e sorelle) a cui viene tolta la voce. Ecco, noi questa voce l’abbiamo sempre ascoltata e la continueremo ad ascoltare.

Fortunatamente, gli approcci attuali alla varianza di genere hanno abbandonato del tutto i trattamenti patologizzanti e correttivi che erano diffusi in passato. Assistiamo a cambiamenti pioneristici: è solo di qualche giorno fa, ad esempio, la sentenza del Tribunale di Frosinone che autorizza una giovane minorenne al cambio dei dati anagrafici, nonché all’eventuale accesso all’iter di riattribuzione chirurgica del genere. Questa giovane ragazza finalmente vede riconosciuto il suo diritto all’esistenza.

Oggi si sta gradualmente rafforzando un modello di lavoro in cui, però, oltre alla presa in carico del bambino/adolescente, vengono accolti anche i genitori, nell’ottica di sostenere l’esplorazione dei vissuti degli adulti in relazione all’esperienza del/la figlio/a, e di facilitare un processo di empowerment delle loro capacità di supporto nei confronti del/la figlio/a stesso/a. L’intervento con le famiglie è volto a de-stigmatizzare la varianza di genere, a rafforzare il legame genitore-figlio/a, ad offrire le opportune strategie a difesa dei bambini e delle bambine e degli e delle adolescenti, al fine di promuovere la definizione di spazi vitali sicuri. Per un genitore, poter accettare la possibilità che un figlio sia diverso da come immaginato, anche completamente diverso, significa aprire la strada alle infinite possibilità di sviluppo che un bambino può percorrere. Significa poter essere al fianco del figlio. Significa poter creare uno spazio protetto nel quale costruire una nuova relazione con lui o con lei. Significa poter dare al bambino/adolescente la certezza che c’è qualcuno dalla sua parte, che questo qualcuno lo ami profondamente, così com’è.

Noi non ci limitiamo a sostenere i diritti di queste famiglie per un mero scopo politico che, sebbene etico, potrebbe talvolta non essere completamente neutrale. Noi utilizziamo lo studio, la ricerca, i dati sperimentali, lo sviluppo culturale, una cultura che diventa inclusiva e che ci consente di aprire nuovi scenari e ampliare gli orizzonti della conoscenza, augurandoci che la società civile possa venirne “contaminata”.

Purtroppo i nostri figli e le nostre figlie diventano spesso vittime di una diatriba culturale che prende avvio dalla discordanza tra noi adulti. Penso, per esempio, alla cosiddetta “ideologia gender”, un movimento contrario a qualsivoglia sviluppo culturale laico e libero da preconcetti. Credere che gli studiosi di genere intendano negare le differenze biologiche e psicologiche tra maschi e femmine, oltrepassare la famiglia tradizionale quale fondamento naturale di tutte le società e promuovere uno stile di vita squilibrato e disordinato è chiaramente una rilettura distorta di ciò che, al contrario, questi studiosi intendono promuovere. Cultura delle differenze, libertà di espressione, pieno riconoscimento della soggettività: sono questi i principi che dovrebbero fondare un approccio scientifico laico e scevro dal pregiudizio, ed è ciò che mi auguro questa giornata diffonderà. Mi sento profondamente amareggiato quando, nei contesti di socializzazione primaria e secondaria, questi principi vengono calpestati in nome di una supposta e acritica superiorità di una visione piuttosto che di un’altra.

Da adulto e uomo di scienza, riesco a tollerare i miei sentimenti negativi. Quello che mi chiedo è se questo sia valido anche per i bambini e le loro famiglie. Non è eticamente giusto che il conflitto tra adulti che la pensano diversamente abbia delle ricadute sui nostri bambini e sulle nostre bambine. Noi abbiamo l’arduo compito di formare i futuri cittadini del mondo, garantendo la libertà di espressione di ogni potenzialità.

A valle di tutto questo, auguro a tutte e tutti voi buon lavoro, nella speranza che giorno dopo giorno non sarà più indispensabile scontrarsi per garantire il diritto all’esistenza di alcuni, che la cultura e la scienza diventino “contagiose” e che ci si possa, più prima che poi, fidare gli uni degli altri, nella certezza che le minoranze non siano invisibili agli occhi della maggioranza, della cosiddetta “normalità”.

Con affetto,

Paolo Valerio

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Nata a Pesaro nel 1998, Arcigay Agorà continua a essere l'unico comitato territoriale dell'associazione nelle Marche. Per sostenere e aiutare migranti Lgbti ha attivato, negli scorsi giorni, uno specifico sportello. Pubblichiamo di seguito il relativo comunicato stampa.

Il Comitato territoriale Arcigay Agorà di Pesaro e Urbino ha attivato un servizio che intende fornire supporto alle persone Lgbti (lesbiche, gay, bisessuali, transessuali/transgender, intersessuali) immigrate in Italia e accolte nella Regione Marche, per motivi legati alla propria identità di genere od orientamento sessuale che le rende di fatto soggette a forti discriminazioni nel Paese d’origine.

Lo sportello offre i seguenti servizi:

- assistenza nella richiesta di protezione internazionale;
- accompagnamento  lungo l’iter burocratico in collaborazione con i sistemi Sprar e Cas locali;
- attività di integrazione dei migranti nella comunità lgbti locale;
- promozione  e organizzazione di incontri per favorire la socializzazione e il dialogo interculturale;
- iniziative di ascolto e sostegno a supporto di categorie particolarmente esposte al rischio di isolamento ed emarginazione sociale.

Lo sportello si avvarrà della collaborazione di personale specializzato con esperienza pluriennale nella gestione di queste problematiche.

Arcigay Agorà intende offrire uno spazio di ascolto e supporto a persone che si trovano in una situazione di grave difficoltà, costretti ad abbandonare il proprio paese a causa delle leggi dei propri Paesi di origine, per alcuni dei quali l’omosessualità è ancora considerata reato.

Dopo lo sportello legale e lo sportello di ascolto psicologico, attivati entrambi negli scorsi mesi, questo è un ulteriore strumento di sostegno alla comunità Lgbti promosso da Arcigay Agorà.                                          

Lo sportello è aperto su appuntamento presso la Casa della Associazioni, in Via del Miralfiore 4 a Pesaro. Per contatti chiamare il numero 351 1870978 dalle ore 14:00 alle ore 15:00 dal lunedì al venerdì, in alternativa lasciare un messaggio WhatsApp. 

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In occasione del 7° anniversario della scomparsa di Marcella Di Folco (Roma, 7 marzo 1943 – Bentivoglio (Bo), 7 settembre 2010) pubblichiamo con piacere la nota commemorativa del Movimento identità trans (Mit). Associazione che l’attrice, attivista e politica diresse dal 1988 alla morte. Un tributo doveroso a chi spese l’ultimo ventennio della propria vita per i diritti e la tutela delle persone transgender:

Sono sette anni che Marcella ci ha lasciato, sette anni durante i quali non abbiamo mai smesso di pensare a lei, ai suoi modi fare, ai suoi insegnamenti sempre straordinariamente attuali. Parole di lode e riconoscimento nei suoi confronti ne sono state dette tante, ma sono i fatti che continuano a dimostrare la sua grandezza. La sua impronta indelebile, nel Mit e in tutto il movimento Lgbtiq, resta impressa nel nostro percorso, le nostre lotte, le nostre azioni quotidiane.

Il Mit resta pieno di lei e condividere il suo orgoglio resta per noi fondamentale. È un riconoscimento unanime che con lei la voce trans ne sia uscita più sonora e potente. La sua insubordinazione, il non volere mai essere seconda a nessuno ha insegnato al Mit e a tutto il mondo trans, ad alzare la testa, tenere le spalle dritte per raggiungere obiettivi e vittorie. Abbiamo ancora tanto da fare, e Marcella ci manca. Solo con la dolcezza dei ricordi, con le tante risate che abbiamo fatto insieme a lei, riusciamo a riempire quel grande vuoto che ci ha lasciato.

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I due casi di violenza a danno di una donna polacca e di una donna trans peruviana, avvenuti l'uno a poco distanza dall'altro a Rimini, hanno suscitato una corale indignazione. Non senza disparità di trattazione da parte dei media, che al solito hanno liquidato in poche battute lo strupro della giovane transgender non senza il ricorso dell'inacettabile qualifica "il trans". Sulla duplice vicenda è intervenuto Marco Tonti, presidente di Arcigay Alan Turing di Rimini, col seguente comunicato

L'episodio di violenza avvenuto a Rimini, con il pestaggio di un ragazzo e lo stupro di due donne, non deve limitarsi a sollevare il giusto sdegno e la richiesta di una durissima punizione nei confronti del branco. Dare la colpa alla droga o all'alcol è un facile alibi morale per pulirci la coscienza, ma come società civile dobbiamo avere il coraggio di guardare alla sub-cultura maschilista di cui questi comportamenti si nutrono.

Purtroppo abbiamo assistito a una frequenza di violenze nei confronti di donne che non può lasciare indifferenti e che dimostra come ancora non si faccia abbastanza per contrastare il maschilismo predatorio che alimenta le violenze. È una battaglia lunga e difficile che incontra anche molte resistenze tra benpensanti e tradizionalisti, a dimostrazione di quanto è radicato il maschilismo nella nostra cultura. È anche superficiale incolpare la cultura maschilista di provenienza di chi si macchia di questi crimini, se qui, in Italia, non trovano una chiara e ripetuta condanna culturale di questi atteggiamenti di disparità sessista.

Nel caso poi della donna transessuale violentata, bisogna dire chiaramente che è una vittima al pari delle altre due e non un "danno collaterale" come a volte pare essere considerata, anche nelle manifestazioni di solidarietà. Si tratta inoltre di una transessuale, al femminile, perché quella persona si identifica come donna e vive la sua vita in quanto tale e che certo non merita di essere violentata anche nella sua identità.

Marco Tonti
Presidente Arcigay "Alan Turing" Rimini

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Si svolgerà durante questo weekend di fine agosto, tra sabato 26 e domenica 27 il primo Beach Pride, promosso dall'associazione Wib Gaycs Modena, realtà emiliana che, come ci spiega la responsabile di Gaycs Emilia Romagna Silena Howard, coniuga dei diritti civili con lo sport e la creazione di spazi liberi ed inclusivi per le persone Lgbti. All'evento sarà presente anche il coordinatore nazionale di Gaycs, Adriano Bartolucci Proietti. Abbiamo rivolto alcune domande a Howard. 
 
Primo Beach Pride, il Pride in spiaggia. Come è nata l'idea? ci sono altre iniziative a cui vi siete ispirati in Italia o in altri paesi?
L'idea nasce dal nostro impegno negli anni di creare eventi inclusivi per ragazzi e ragazze omosessuali, perché lo stare insieme nel divertimento
permette di trovare nuovi amici che quotidianamente affrontano le tue stesse difficoltà e di potersi confrontare anche in una situazione ludica. Pensiamo che questo sia il miglior modo per una persona di sentirsi uguale. Sappiamo che ci sono altre iniziative simili in altri stati, ma non eravamo al corrente dell'esistenza di iniziative simili in Italia. 
Avete avuto supporto dalle istituzioni?
Il comune di Comacchio ci ha supportato dal primo giorno concedendoci patrocinio.
Qual è il messaggio politico che volete mandare? come è nata la campagna "Be on the right side?"
Noi non facciamo politica ma creiamo partecipazione: come diceva Gaber "Liberta' è partecipazione" 
La campagna voleva essere uno slogan simpatico, facile  da ricordare ma che lanciasse un messaggio: a prescindere dal tuo orientamento sessuale il beach pride è qualcosa di buono per chi ancora deve lottare contro il pregiudizio per cui "sii dalla parte giusta" (che sta per sostienici).
A sostegno dell'evento anche, oltre Gaycs, anche il gemellaggio con gli Italian Gaymes. Che valore ha lo sport in questa iniziativa? 
L'evento è organizzato grazie a Gaycs Emilia Romagna, in collaborazione con altre realtà sia lgbt che eterosessuali che hanno sposato il progetto di un evento in spiaggia, aperto a tutti i sostenitori.
Lo sport è molto importante perché crediamo che questi momenti servano a socializzare, non solo fra di noi ma con chiunque condivida la stessa passione e sostenga i nostri eventi.
Quali sono le principali attività? Quante persone sono attese? 
Il programma è vario e si divide tra attività sportive in spiaggia come il beach volley, beach tennis e beach soccer, ma avremo anche lezioni di zumba, yoga e intrattenimento in spiaggia. Non mancheranno aperitivi, balli, show  e divertimento nonchè una grande festa al sabato sera. 
L'evento è stato apprezzato e la risposta delle persone è ottima, ma non possiamo sapere quanta gente ci sarà.  L'importante per noi è che arrivi l''impegno e la passione e lo scopo con cui lo abbiamo creato e se anche una sola persona tornerà a casa domenica felice di aver partecipato per noi sara' già un successo.
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Enorme clamore, negli ultimi giorni, intorno al coming out di Veronica Pivetti che dalle colonne dell'ultimo numero del settimanale Dipiù aveva dichiarato, in una lunga intervista rilasciata a Stefania Mazzoni, di essere delusa dagli uomini e di vivere con un'amica. "Vivo con Giordana - così l'attrice -, sono felice. Ma non lo definirei un amore". Ma la stessa Pivetti ha smentito ieri tali dichiarazioni sulla sua pagina Fb definendo "manipolata" l'intervista e "quasi folcloristico" il magazine Dipiù.

Non si è fatta attendere la risposta del direttore Sandro Mayer attraverso una lunga lettera che, inviata alla nostra redazione, pubblichiamo integralmente.

Gentile Signora Veronica Pivetti,

preciso subito che sono un suo ammiratore dai tempi di Viaggi di Nozze, fino ai giorni nostri quelli di Provaci ancora Prof. La mia stima professionale per lei è incondizionata. L'avevo anche per la sua persona, ma ora questa parte di stima è precipitata.

Lei ha smentito, o comunque dice che è stata manipolata, una sua intervista pubblicata su Dipiù a firma della brava giornalista Stefania Mazzoni. Ma questo non mi ha indignato: dopo anni e anni di direzione di giornale sono abituato ai cambiamenti di umore dei personaggi dello spettacolo. Quello che mi indigna è altro: come si permette di definire folcloristico il settimanale Dipiù?

Preciso subito che il termine è offensivo e degno di querela, che, già le dico, non inoltrerò, mentre lei non può querelare per l'intervista, perché abbiamo le prove che è autentica e non è stata manipolata: la tentazione di metterla sul web per farla sentire a tutti è stata tanta, ma non l'ho fatto, perché non sarebbe stato corretto. Però, invece di smentire in maniera così chiassosa, poteva querelare e farci scrivere da un avvocato e noi, nelle sedi opportune, avremmo esposto le nostre ragioni e la nostra documentazione.

E voglio dire subito che è lei, signora Pivetti, che ha voluto alzare un po' di sana bagarre, ma, la prego, usi termini italiani: sano trambusto sarebbe stato più opportuno.

È vero: noi siamo venuti da lei per fare promozione alla sua nuova fiction della serie Provaci ancora Prof. Il settimanale DipiùTV lo fa sempre quando parte un nuovo programma. Ma poi la conversazione, per quella magica intesa che a volte scatta tra intervistato e intervistatore, si è spostata sul privato e  lei ha detto quello che è stato pubblicato. La parte del privato, come spesso facciamo, l'abbiamo spostata su Dipiù, perché DipiùTV si dedica maggiormente a notizie televisive. Ma Dipiù, signora Pivetti, non è affatto folcloristico: è un prestigioso giornale familiare, molto moderno, erede di una tradizione antica, quella dei settimanali Oggi, Gente, Tempo, Epoca, La Settimana Incom.

È diretto da un direttore di lunga data, che sono io, vincitore, fra i tanti riconoscimenti, del più prestigioso premio giornalistico assegnato in Italia, il Premio St. Vincent, che fra i tanti illustri premiati annovera anche i grandi Indro Montanelli e Enzo Biagi. Montanelli e Biagi, lei non può saperlo ma forse li ha sentiti nominare, erano in giuria quando io vinsi il premio.

Su Dipiù, signora Pivetti, firmano da tempo rubrichisti celebri come Alberoni, Crepet, Rossi, Moccia, Bisiach, linguisti dell'Accademia della Crusca e de La Sapienza di Roma, e adesso anche Roberta Bruzzone, fra l'altro opinionista di punta di Porta a Porta.

Per sapere che cosa è Dipiù, signora Pivetti, visto che lei non conosce il giornale, chieda anche a sua sorella Irene e, mi permetta un parere personale, la più grande della famiglia. Ha firmato più volte articoli su Dipiù: lei che è stata Presidente della Camera avrebbe mai potuto scrivere poi su un giornale folcloristico?

Ma veniamo al contenuto principale della sua smentita: lei ci definisce omofobi, mentre mi pare di capire, ma potrei sbagliarmi, che l'omofoba è lei. Signora, lei precisa: “Se fossi una donna omosessuale, mi incazzerei parecchio.” Quindi non lo è. Ma perché precisarlo? Se fosse stata omosessuale cambierebbe qualcosa? Lei scrive più avanti: “Dove sta scritto che l'eterosessualità è la strada che scegliamo per prima, anzi, peggio ancora, la strada giusta?”. Ma che cosa è questa differenza, signora Pivetti? Solo gli omofobi pensano ci siano strade giuste o ingiuste: per noi, mi creda, qualunque strada prenda una persona fin dalla nascita è giusta. Lei dice che secondo Dipiù l'omosessualità è un ripiego. Ma questo l'ha detto lei: lo deduce da che cosa?

Signora, il razzismo lo fa solo lei: è lei che ha parlato della sua amica Giordana e poi della giovane donna, Adriana, di cui si innamorò da bambina ma fra le righe dell'intervista pubblicata non trapela nessun legame sessual-amoroso. Certo, le è stata fatta la domanda: lei è innamorata di Giordana? E lei ha risposto: “Non so se si può chiamare amore.” Non capisco perché lei legga da qualche parte di un legame di sesso montato da noi.

Vorrei tornare al concetto della bagarre, il trambusto: signora Pivetti, nessuno pensava di vendere copie in più con la sua faccia, perché, con tutto il rispetto per la sua professione, la sua non è una faccia da copertina: se lo lasci dire da un esperto. Però in copertina l'abbiamo messa. E sa perché? Perché la sua intervista ci era sembrata così vera, così dolce e così semplice che abbiamo voluto dedicarle la copertina, non per vendere, ma per parlare di un problema sociale di cui ancora purtroppo si discute tanto nelle famiglie. Lei scrive come un'accusa rivolta a tutti: “Sappiamo che il gossip vive di sottintesi.” No, signora Pivetti ancora una volta lei si sbaglia. Quello che è apparso in copertina non è proprio un gossip. Mi dispiace per lei, donna intelligente, che lei liquidi con la parola gossip, un tema che sta a cuore a tanti.

Questa risposta dovevo dargliela, anche se in tanti anni di direzione io quasi mai ho replicato a smentite o accuse se non in tribunale. Ma lei questa volta, proprio in vista della partenza di Provaci ancora Prof, precisando bene che il programma inizierà a metà settembre, ha alzato un polverone inutile: si sa, per gli ascolti è meglio parlare che ignorare. Il polverone, se magari porta qualche telespettatore in più alla fiction, però è offensivo per me e per tutti i giornalisti e lettori di Dipiù.

Se la perderò come lettrice, me ne farò una ragione.

Sandro Meyer

 

 

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