GayNews

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Oggi pomeriggio, alle ore 18:00, presso il Campo Sportivo XXV Aprile (Via Marica 80) nel quartiere romano di Pietralata si terrà Black and White Against Homophobia, incontro di calcio nell’ambito del mese di azione europeo Football vs Homophobia (Fvh).
 
La campagna, partita dall'Inghilterra nel 2009, sostiene nel mese di febbraio eventi contro l'omofobia nel calcio e attraverso il calcio, dal livello amatoriale a quello professionistico. Negli anni, diverse squadre della Premier League e di altri campionati europei hanno mostrato la propria adesione.
 
Nell'aderire a Fvh 2019, la Nazionale italiana Gay Friendly sceglie di incontrare Liberi Nantes, la storica squadra per i diritti dei rifugiati, creata a Roma con il supporto dell’Unhcr. Come scrivono gli organizzatori, si vuole lanciare «un potente messaggio contro l'omofobia e il razzismo insieme, per unire le battaglie contro le discriminazioni». Durante l'evento il pubblico sarà invitato a partecipare insieme ai giocatori agli scatti fotografici per la campagna social europea #Fvh2019.
 
L'incontro è promosso da Gaycs, dipartimento Lgbti di Aics, e Liberi Nantes in collaborazione col progetto Outsport Roma EuroGames2019, il principale evento sportivo Lgbti a livello continentale che avrà luogo dal 11 al 13 luglio a Roma. 
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Sono state oggi approvate per alzata di mano a Strasburgo due risoluzioni che, per quanto non legislative, sono di particolare significato per le persone Lgbti, ancora oggetto di violenza e discriminazione in Europa. Motivo per cui l'Ue e i suoi Stati membri dovrebbero fare di più per proteggere i loro diritti.

È quanto ha messo nero su bianco il Parlamento europeo adottando la risoluzione sulle azioni Lgbti dal 2019 al 2024. Con essa si invita la Commissione europea a garantire che i diritti delle persone Lgbti rappresentino un’assoluta priorità nel suo programma di lavoro per il prossimo quinquennio. 

Come ricordato da Daniele Viotti, copresidente dell'Integruppo per i diritti Lgbti al Parlamento europeo, «i diritti delle persone Lgbti non sono tutelati in modo uniforme in tutta Europa. L’Ue non dispone ancora di una protezione globale contro la discriminazione basata sull'identità di genere, sull'orientamento sessuale o sulle caratteristiche sessuali.

Le unioni omosessuali non sono riconosciute o tutelate in tutti gli Stati membri. La sterilizzazione è un requisito per il riconoscimento giuridico del genere in 8 Stati membri e 18 Stati membri richiedono una diagnosi di salute mentale. Nel frattempo, l'elenco delle azioni rimane limitato in termini di priorità e di impegno e le risposte innovative dell'Ue, come il pilastro dei diritti sociali, non vengono integrate».

L’altra risoluzione approvata a Strasburgo denuncia le violazioni dei diritti umani delle persone intersessuali e chiede alla Commissione e agli Stati membri di intervenire per garantire l'integrità fisica, l'autodeterminazione e l'autonomia dei bambini intersessuali.

In 21 Stati Ue minori intersessuali vengono sottoposti a interventi chirurgici di "normalizzazione" sessuale, senza il consenso della persona interessata. Per questo motivo insistendo sulla necessità d’armonizzare a livello europeo la legislazione in materia sull’esempio di leggi come quella portoghese e maltese, che proibiscono gli interventi chirurgici, la risoluzione ricorda come le identità intersessuali debbano essere depatologizzate e come le persone intersessuali debbano beneficiare dei più alti standard di salute previsti nella Carta delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo.

Viva soddisfazione è stata espressa dall’europarlamentare Viotti per tali risultati, che segnano anche il termine dell’incarico di copresidente dell’intergruppo.

«Con grande orgoglio – ha commentato - ho guidato, prima con Ulrike Lunacek e poi con Terry Reintke, il più grande integruppo presente al Parlamento europeo, portando all'attenzione di questa istituzione situazioni di grave pericolo per le persone omosessuali, come quella in Cecenia, partecipando ad iniziative in giro per il mondo, come al Pride di Instanbul e alla prima conferenza sui diritti gay in Tunisia»

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Su lo sgombero dell’Asilo in via Alessandria a Torino e le connesse manifestazioni di protesta stanno emergendo particolari, che danno un quadro ben diverso da quello fornito dalla sindaca Chiara Appendino e dalle forze di polizia.

Sabato, inoltre, nel corso della mobilitazione al quartiere Aurora, contrassegnata da episodi di violenza, 11 persone alla coda del corteo, che manifestavano in maniera del tutto pacifica, sono state manganellate da agenti in tenuta antisommossa e sbattute in galera per quattro notti. Tra di esse anche l’attivista Lgbti, d’origine spezzina, Andrea Giuliano

Su quanto successo nel capoluogo piemontese è oggi intervenuto il Coordinamento Torino Pride con una lettera aperta, di cui pubblichiamo integralmente il testo:

Da giovedì Torino è più povera e meno libera. Si è scoperta più violenta e meno solidale. Ha scoperto di voler marginalizzare la cultura del dissenso, l’autogestione, la diversità. Ha scoperto una voglia nuova di normalizzazione spietata. Sono giorni brutti, ma brutti davvero. Un mezzo esercito di mezzi della Polizia di Stato ha fatto piovere su Torino da tutto il nord Italia interi reparti in assetto antisommossa, armi e sirene, uomini, mezzi e denari.

Per cosa? Per sgomberare un pacifico centro di protagonismo sociale e arrestare sei pericolosissime persone. Pericolosissime, siamo sicuri? Un intero quartiere sotto assedio, la quotidianità sospesa e un nuovo ordine – nei fatti – militare. Nel silenzio. O tra gli applausi di una parte consistente e preoccupante delle istituzioni, per tacere del vergognoso delirio di una tale che ha evocato la necessità di “un po’ di scuola Diaz”.

Non entreremo qui nel merito dello sgombero - anche se sono molte tra noi le sensibilità estremamente critiche sulla sua effettiva necessità - ma intanto sul metodo. La violenza istituzionale (che ha prodotto una altrettanto inaccettabile violenza da parte di altri, che stigmatizziamo senza possibili compromessi), l’ingombrante presenza poliziesca hanno indotto e inducono paura, allarme e producono, nei fatti, enormi danni a tutto il tessuto sociale. Tutto questo per sgomberare con la forza uno spazio di cultura sociale storico, luogo di solidarietà e resistenza, nato su un tessuto abbandonato nei decenni dalla città, dalla politica istituzionale e dalle imprese che ora, invece, paiono di colpo essere interessate a eventi di cosiddetta riqualificazione, ossia speculazione.

È notizia di ieri, poi, l’invasione di mezzi pubblici da parte di agenti della Polizia di Stato in assetto di guerra urbana per condurre “arresti preventivi” di liberi cittadini che si stavano recando a un presidio del tutto pacifico per manifestare il proprio libero pensiero e la contrarietà alle prese di posizione della sindaca di Torino in merito allo sgombero. Il tutto riveste caratteri d’ingiustificata e spropositata violenza, certo guidata da precise indicazioni politiche del Ministero dell’Interno, occupato a creare situazioni di tensione e a favorirne l’esplosione, in modo da giustificare l’uso di strumenti di coercizione.

Ancora una volta una ricetta semplice per non affrontare problemi complessi come la povertà e l’emarginazione: trovare utili capri espiatori per il carico di peccati sociali di una città che non ha saputo o voluto, non solo negli ultimi anni, confrontarsi in modo autentico rispetto alle istanze sociali di intere fasce della popolazione. L’attacco è rivolto non solo ai centri sociali, ma a intere categorie indigeste di “nemici pubblici” quali le persone povere, migranti o non conformi. Gli eventi dell’Asilo non sono che un apriscatole simbolico per giungere in breve tempo a nuove situazioni di controllo e sopraffazione. Sostenere che l’Asilo fosse il principale responsabile delle difficoltà economiche di un intero quartiere è non solo una sciocchezza ma un’autentica dichiarazione programmatica che, in ultima analisi, giustifica l’apartheid sociale e la soppressione delle aree di dissenso.

In ultimo il Coordinamento Torino Pride si interroga e interroga amministratori e politici sulla evidente asimmetria di reazioni che ha riscontrato il gravissimo atto di intimidazione neofascista messo in atto da Forza Nuova ai danni di Pulmino Verde ONLUS, realtà da tempo impegnata a sostenere nei fatti la vita e la dignità delle persone migranti che attraversano le alpi piemontesi.

I prossimi a essere attaccati, probabilmente, saremo noi. Sappiano tutti che ci troveranno pronte e pronti, con al fianco le migliori energie di questo territorio, antifasciste e attiviste. Il CTP condanna ogni forma di violenza che non è mai giustificabile e non appartiene alla nostra storia e al metodo della nostra azione politica. Il fascismo strisciante che si muove per ora protetto dalle ombre sappia che non abbiamo alcuna paura. Nessuna e nessuno di noi tornerà a nascondersi o pensa di abbandonare la lotta.

Parimenti non tolleriamo in nessun modo che rappresentanti di istituzioni o della forza pubblica utilizzino termini quali “prigionieri” rivolti alle persone in stato di arresto.

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«La Disney aderirà ufficialmente alla causa Lgbt. Infatti, Disneyland Parigi farà diventare il Magical Pride un evento ufficiale della Disney, e questa sorta di Gay Pride avrà luogo nel famoso parco il 1 giugno 2019. La notizia è gravissima se pensiamo quanto la Walt Disney Company tocchi da vicino i bambini e quale potere abbia su di essi».

Così Toni Brandi, presidente di ProVita, ha oggi protestato contro la decisione del colosso multimediale aggiungendo: «Se lasciamo che la Walt Disney Company manifesti sostegno alla causa Lgbt, senza fare nulla, utilizzeranno i film e i cartoni per indottrinare i bambini e anche i nostri figli potrebbero essere coinvolti».

Un assillo, questo, che ha portato il copromotore del World Congress of Families di Verona a chiedersi: «I cartoni preferiti dei nostri figli saranno contaminati dalla propaganda Lgbt? Già l'anno scorso la Disney aveva pubblicizzato le 'orecchie arcobaleno di Topolino' e ha più volte ospitato - in modo non ufficiale - diversi Gay Day. Inoltre le ambiguità di alcuni cartoni erano state al centro del dibattito. Tuttavia, con l'annuncio del Magical Pride abbiamo superato il livello di allarme. È urgente far sentire la nostra voce di protesta».

A tal riguardo ProVita ha lanciato una petizione online per protestare contro la decisione della Disney, invitando le persone firmatarie a inviare il link relativo ai propri contatti chiedendo di fare altrettanto.  

Secondo il presidente la campagna avrebbe il solo fine di far sì «he i bambini possano continuare a godersi le creazioni degli autori di Topolino e compagnia senza indottrinamenti, senza strumentalizzazioni politiche e condizionamenti immorali... Insomma lasciamo che i bambini siano bambini e conservino la loro innocenza».

Esplicitamente richiamata da Brandi, l'accusa di "ambiguità di alcuni cortoni" non è certo nuova per la Disney.

Nei decenni addietro si contestava al celebre fumettista, quando ancora era in vita, l'intenzione di voler inviare messaggi massonici (ma la palese simbologia latomistica resta incontestabile) attraverso i suoi cartoon: da Biancaneve ad Alice nel Paese delle Meraviglie, da La bella addormentata nel bosco a La Bella e la Bestia. Ma, soprattutto, attraverso quel Topolino, tanto ricordato da Brandi.

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Non si placa in Spagna la polemica sull'imminente disseppellimento della salma di Francisco Franco dalla Valle de los Caídos e l’interramento in altro luogo. Ma non certamente nella cattedrale madrilena dell’Almudena, come vorrebbero i familiari. Disposto da un decreto del Consiglio dei ministri in data 24 agosto 2018 e approvato dal Congresso dei Deputati il 13 settembre successivo, il trasferimento delle spoglie del Caudillo è considerato necessario dal governo Sánchez. 

Fatto costruire dal regime – non senza il lavoro forzato di detenuti politici – per accogliere i resti di José Antonio Primo de Rivera, fondatore della Falange Spagnola, e dei 33.872 caduti di entrambi gli schieramenti durante la Guerra Civile del 1936-39, l’imponente complesso mausoleico, dove Franco è sepolto dal 1975, è considerato dal governo spagnolo un monumento al regime dittatoriale del Generalísimo. Cosa, questa, che, come detto recentemente dal primo ministro Pedro Sánchez Pérez-Castejón, in «una democrazia quale quella spagnola non può permettersi».

Ma per molte vittime Lgbti del franchismo ci sono preoccupazioni più urgenti. La questione della riesumazione ha infatti spinto molte di esse ad avanzare nuovamente richieste d’indennizzo per le vessazioni e torture, cui sono state sottoposte in 36 anni di regime e nei tre successivi fino al 1979.

Antoni Ruiz, ora 60enne, aveva 17 anni, quando fu detenuto per tre mesi nel 1976 a seguito della Ley de Peligrosidad y Rehabilitación Social del 1970 che, in vigore fino al 1979 e sostitutiva di quelle anteriori del 1933 e 1953, considerava le persone omosessuali un «pericolo sociale». Mentre era in prigione, fu stuprato da un altro detenuto per ordine di un agente di polizia.

«È stato un inferno». Queste le parole rilasciate alla Fondazione Thomson Reuters di Madrid da Antoni, che nel 2004 ha fondato l'Asociación de Ex Presos Sociales de España a tutela del diritto delle vittime omosessuali e transgender al risarcimento. Come messo in luce dallo storico Arturo Arnalte, circa 5.000 persone, per lo più uomini gay e bisessuali nonché donne trans, sono state condannate secondo detta legge.

Nel 2008, durante il governo socialdemocratico di José Luis Rodríguez Zapatero, il Parlamento spagnolo aveva approvato uno stanziamento di 2 milioni di euro per risarcire le vittime Lgbti. Con la salita al potere del Partido Popular (PP) nel 2011, fu fissata al 31 dicembre 2013 il termine ultimo per le domande. Ciò, alla fine, ha comportato un’erogazione di soli 624.000 euro.

Da allora Ruiz, che ne ha ricevuto 4.000 euro, sta cercando di persuadere l'attuale governo a liberare la restante parte dei fondi stanziati per le 116 vittime ufficialmente riconosciute.

Uno stipendio mensile per le persone, che hanno subito lo stigma per il loro orientamento sessuale o identità di genere e non hanno potuto avanzare nella carriera lavorativa, «permetterebbe alle stesse - come detto da Ruiz - di vivere decentemente i loro ultimi giorni». Una portavoce del governo ha rifiutato di commentare i piani specifici per compensare le vittime omosessuali e transgender sotto Franco. 

Della questione risarcimento ha parlato alla Reuters anche Mar Cambrolle, presidente dell'Asociación de Transexuales de Andalucía (Ata), per la quale è stato dato un buon segnale in Spagna ma che «ovviamente non si è fatto abbastanza. La maggior parte del denaro non è stato speso perché molte vittime erano già morte o non volevano scavare nel passato. È un modo ingiusto di stanziare i soldi». Secondo Cambrolle le persone transgender «hanno probabilmente sofferto le peggiori forme di repressione».

Ma molte delle vittime, anche quelle che hanno combattuto per il diritto al risarcimento, si sono stancate di questa battaglia apparentemente senza fine. E, nel frattempo, sono anche invecchiate. «Ho già parlato abbastanza», ha detto una donna transgender di Siviglia sempre alla Reuters.

La questione del disseppellimento dei resti di Franco continua intanto a dividere. A opporsi non soltanto la Chiesa ma anche i partiti di opposizione Ciudadanos e PP, i quali accusano il Psoe di Sánchez e i partner di sinistra di voler riaprire ferite passate. Per le organizzazioni a tutela dei diritti umani la riesumazione è, invece, un dovere democratico.

A interessare, infine, alle persone più colpite dal regime di Franco è la dimensione morale. A quasi 43 anni dalla sua condanna, Ruiz ritiene che il trasferimento dei resti di Franco dalla Valle de los Caídos «sarebbe una grande vittoria, non solo per le vittime, ma anche per la democrazia stessa».

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Si è tenuta oggi presso Palazzo Chigi, dopo quella del 13 novembre scorso, la seconda riunione del Tavolo permanente per la promozione dei diritti e la tutela delle persone Lgbti, presieduto dal sottosegretario della presidenza del Consiglio con delega alle Pari Opportunità e ai  Vincenzo Spadafora

Nell’ambito dell’incontro è stata presentato un progetto dell’Istat relativo alle discriminazioni sul luogo di lavoro che, finanziato dal Dipartimento per le Pari Opportunità, sarà  a condotto a termine nel 2021. A illustrarlo Federico Polidoro, dirigente del Servizio Sistema integrato sulle condizioni economìche e i prezzi al consumo presso l’Istituto nazionale di Statistica.

Dell’incontro cosi ne ha parlato lo stesso sottosegretario su Facebook: «Si è tenuto oggi, a Palazzo Chigi, il tavolo con le associazioni Lgbti, con il quale stiamo portando avanti un lavoro molto prezioso. Oltre ad un progetto dell’Istat relativo alle discriminazioni sul luogo di lavoro, abbiamo presentato le linee guida del nostro intervento, che avverrà anche attraverso la collaborazione di altri Ministeri. 

Il tavolo opererà in gruppi di lavoro su alcuni temi decisi insieme. Questo lavoro produrrà un piano di attività definitivo, che approveremo entro metà marzo con fondi e tempi certi. Metteremo in campo azioni concrete, capaci di incidere nella quotidianità per il contrasto alle discriminazioni e per il supporto alle vittimeProprio queste molte, troppe, vittime dovrebbero richiamarci ad una presa di responsabilità collettiva nell’avanzamento culturale dei diritti e delle libertà».

È da rilevare come da parte di esponenti di quattro associazioni (Marilena Grassadonia, Famiglie Arcobaleno; Leonardo Monaco, Certi Diritti; Sandro Gallittu, Cgil Nuovi Diritti; Sebastiano Secci, Circolo di Cultura omosessuale Mario Mieli) sia stato chiesto a Spadafora d’impegnarsi a far sì che sia revocato il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri al prossimo World Congress of Families.

Fissato a Verona dal 29 al 31 marzo, il meeting vedrà intervenire, fra gli altri, quali relatori personalità di spicco della galassia omofoba intenazionale quale il presidente della Moldavia Igor Dodon e la ministra ugandese Lucy Akello, che nel 2014 aveva proposto un progetto di legge volto a introdurre la pena di morte per “omosessualità aggravata”.

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Stesso copione a distanza di pochi giorni e sempre in Abruzzo, che sta percorrendo in lungo e in largo in vista delle elezioni regionali del 10 febbraio. Ancora una volta, infatti, Matteo Salvini, nelle vesti di segretario della Lega, ha tuonato contro “utero in affitto” e “adozioni gay”, pervicacemente accomunate pur senza alcun nesso diretto, data la percentuale maggioritaria di coppie eterossesuali sterili che fanno ricorso alla pratica della gpa.

Come successo domenica a Sant’Egidio alla Vibrata (Te) il duplice tema è stato toccato oggi nel corso del comizio a Pianella (Pe), più volte interrotto da applausi scroscianti e grida di acclamazioni

«Mamma e papà – ha dichiarato Salvini - sono due parole che qualcuno a sinistra danno fastidio, perché per loro ci sono genitore 1 e genitore 2, genitore 3. Per me la mamma è la mamma e il papà è il papà. Non è che ci sono marmellate, uteri in affitto, adozioni gay tutte queste robe, bambini al supermercato: tutte robe fuori dal mondo.

Una Lega, che governa una regione, è garanzia del fatto che si rispetta la scelta di vita di tutti. Però non è che la donna sia un bancomat: a me solo l'idea dell'utero in affitto mi fa schifo. È come se una donna fosse usata per sfornare, per accontentare l'egoismo di qualche adulto sulla pelle dei bambini. Perché i bambini non si toccano».

Ma di persone gay ha parlato sempre oggi, in contesti e con toni del tutto differenti, il presidente della Rai Marcello Foa, legato a doppio filo al ministro dell’Interno anche in ragione del ruolo di punta ricoperto dal figlio Leonardo (trilingue, laurea in Bocconi, master a Grenoble) nello staff della comunicazione di Salvini.

Prima di lasciare viale Mazzini alla volta di Sanremo, Foa ha parlato delle accuse d’omofobia rivoltegli prima del suo approdo alla dirigenza della Rai.

«La cosa che più mi è dispiaciuta – ha affermato - negli attacchi che ho ricevuto è il fatto che mi siano stati attribuiti giudizi che non ho mai pronunciato, anche molto sgradevoli. Sono stato addirittura definito anti-gay. Una cosa che non sta né in cielo né in terra, semmai il contrario. Mi ha indignato il fatto che c'è stato un tentativo di caratterizzarmi come una persona estremista, squilibrata, inaffidabile, il che non rispecchia la mia identità, il mio percorso.

Questo mi è dispiaciuto ma io guardo al futuro. Nella vita non si può vivere col rancore per i torti subiti. Io penso che ricoprire il ruolo attuale sia un privilegio che interpreto in modo molto serio e responsabile. Guardo in avanti non serbo rancore».

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Giuseppe Sala dovrà registrare sul certificato di nascita di un bimbo, nato in California quattro anni fa grazie alla gpa, anche il nome del papà non biologico.

A deciderlo la scorsa settimana il Tribunale Civile di Milano, che, ancora una volta, ha accolto il ricorso dei ricorrenti a fronte del persistente diniego, da parte del sindaco, di soddisfare alle richieste di trascrizione d'atti di nascita esteri provenienti esclusivamente da coppie di  papà. È la quinta volta che il Tribunale è stato chiamato a intervenire al riguardo.

Nel caso in questione, quattro anni fa, pochi giorni dopo la nascita del piccolo negli Usa, il relativo atto era stato trascritto presso lo Stato civile del Comune di Milano con la sola indicazione del padre biologico conformemente all’originario certificato di nascita californiano. Successivamente i genitori avevano chiesto alle autorità americane la rettifica dei documenti del figlio e avevano ottenuto il riconoscimento della paternità anche per il genitore non biologico.

Da Palazzo Marino era stato però opposto un rifiuto a procedere alla rettificazione dell’atto di nascita trascritto in Italia. Tale rifiuto si è ripetuto per molte altre coppie di padri. Lo stesso Comune, invece, come noto, ha invece proceduto correttamente alla registrazione anagrafica di bambini/e con due madri.

Assistiti dagli avvocati Manuel Girola, Giacomo Cardaci e Luca Di Gaetano di Rete Lenford-Avvocatura per i diritti LGBTI, i due papà hanno quindi chiesto e ottenuto dal Tribunale l’ordine di trascrizione integrale dell’atto di nascita rettificato negli Stati Uniti, recante l’indicazione di entrambi i padri.

La decisione del Tribunale di Milano viene a consolidare l’orientamento, secondo cui gli effetti della gravidanza per altri non sono contrari all’ordine pubblico, precisando che «l’assenza del legame genetico non può ritenersi lesivo di principi fondamentali a fronte di un quadro normativo e giurisprudenziale internazionale, comunitario ed interno che tende a valorizzare sempre meno detto legame in favore di altri aspetti della maternità/paternità correlati al consenso, alla volontarietà e all’assunzione di responsabilità genitoriale».

Nel commentare la vicenda, gli avvocati Giacomo Cardaci, Manuel Girola e Luca Di Gaetano, hanno invitato «il Comune di Milano, da sempre in prima linea nella tutela delle persone omosessuali, ad allinearsi alle amministrazioni che già da tempo riconoscono i diritti fondamentali dei figli di due papà, evitando per loro i gravi pregiudizi e i rischi che subiscono a causa della mancata trascrizione». Hanno inoltre sottolineato che «il rifiuto a trascrivere determina un inutile ricorso al Tribunale con aumento delle procedure, dei costi e dei tempi per l’intera collettività».

«Nel trascrivere gli atti di nascita - ha rilevato la presidente di Rete Lenford Miryam Camilleri - il sindaco è chiamato a seguire il diritto e non un indirizzo politico della sua maggioranza e i provvedimenti del Tribunale non lasciano dubbi sulla legittimità di tali trascrizioni, che garantiscono l’interesse del bambino ad avere due genitori, non rilevando nel caso concreto le modalità fecondative adottate».

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L’uscita di Boy Erased nelle sale cinematografiche brasiliane era programmata tra gennaio e febbraio. Ma l’Universal Pictures ha fatto marcia indietro, adducendo motivazioni d’ordine finanziario.

Motivazioni che, date tardivamente rispetto all’annunciata decisione, non hanno placato le polemiche in Brasile soprattutto tra attivisti e attiviste Lgbti, che avevano subito pensato a ragioni politiche a poche settimane dall'elezione di Bolsonaro.

«Direi anche che è una decisione un po’ irresponsabile – così Leandro Ramos, attivista e direttore dei programmi per All Out, alla Thomson Reuters Foundation – soprattutto in in un Paese come il Brasile, dove le terapie di conversione sono ancora così diffuse e costituiscono un enorme problema, e in un momento in cui è in carica un'amministrazione apertamente anti-Lgbti».

Basato sul libro autobiografico di Garrard Conley, Boy Erased racconta il dramma del 19enne Jared, figlio di un pastore battista dell’Arkansas, costretto dai familiari a sottoporsi a terapia di conversione dopo aver fatto coming out. E sono stati proprio i produttori di Boy Erased a dirsi delusi della decisione della Universal Pictures, rilevando come molte persone in Brasile sperassero che il film potesse contribuire a far luce sulla pratica screditata.

La terapia di conversione o riorientamento sessuale è stata infatti proibita dal Consiglio federale di Psicologia del Brasile (Cfp) nel 1999. Ma nel settembre 2017 un giudice federale ha annullato il divieto e, sebbene la Cfp abbia ribadito la propria condanna, i sostenitori della pratica continuano a proliferare .

«Ci sono psicologi e terapisti in tutto il paese che offrono ancora questo tipo di servizio - ha dichirarato Ramos -. Dato importante, ma piuttosto sottostimato, è il numero elevato di persone, che si sottopongono a tale pratica senza dirlo».

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Continua a perdere pezzi la Rete Nazionale delle Pubbliche Amministrazioni anti discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere. Ad uscire da Re.a.dy il Comune di Treviso, alla cui guida è stato eletto, nel giugno scorso, il leghista Mario ConteA prendere la decisione la nuova Giunta, che annulla quella presa dalla precedente di centrosinistra nel 2014

«L'attuale Amministrazione - si legge in una nota ufficiale - nell'orbita di un complessivo riesame del complesso delle politiche comunali e, in via generale, relative ai temi della inclusione sociale, delle pari opportunità e non discriminazione per un equo bilanciamento delle iniziative a tutela delle varie istanze, intende infatti puntare sulla famiglia e sulla scuola quali strumenti adeguati e sufficienti a trasmettere i valori del rispetto e della diversità di genere».

Il Comune ricorda infine come la tutela legale contro le discriminazioni sia già garantita dalla Regione Veneto e come esista la legge regionale 37/2013 la quale istituisce il Garante regionale dei Diritti della persona.

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