GayNews

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Jamel Myles aveva appena 9 anni. Ma, giovedì scorso, si è tolto la vita nella sua casa di Denver non riuscendo a sopportare gli atti di bullismo, cui lo avevano sottoposto i compagni di classe per il fatto d’essere gay.

A denunciare l’accaduto all’emittente telesviva Kdvr Leia Pierce, madre del piccolo.

La donna ha raccontato come durante l’estate Jamel le avesse detto durante un viaggio in auto: Mamma, sono gay. «Ho creduto che stesse scherzando – ha spiegato Leia – ma l'ho visto spaventato. Gli ho detto: Ti amo ancora».

La scorsa settimana Jamel aveva iniziato i corsi per il quarto anno di scuola primaria presso la Shoemaker Elementary School. Il primo giorno si era recato in classe con la volontà di «dire a tutti d’essere gay perché orgoglioso di sé stesso».

Tre giorni dopo la tragedia.

«Aveva detto alla mia figlia maggiore – così Leia –  che i bambini a scuola lo avevano invitato ad ammazzarsi. È doloroso che non sia venuto da me».

Il coroner ha confermato che si è trattato di suicidio. «Per il bullismo - ha dichiarato la madre di Jamel - devono essere accertate responsabilità: credo che i genitori siano responsabili di ciò che insegnano ai propri figli. Nessuno deve provare dolore se il proprio bambino è differente dagli altri».

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Durante il viaggio aereo di ritorno da Dublino, dove ha ieri concluso il World Meeting of Families, Papa Francesco ha incontrato, come di consueto, i giornalisti e ha risposto alle loro domande.

Una è stata incentrata direttamente sulle persone Lgbti: «Cosa direbbe a un papà cattolico, il cui figlio gli dicesse di essere omosessuale e di voler andare a convivere col proprio compagno?».

Ecco la risposta integrale di Bergoglio secondo la trascrizione fedele della registrazione audio: «Sempre ci sono stati gli omosessuali e le persone con tendenze omosessuali. Sempre. Dicono i sociologi – e non so se è vero –  che nei tempi di cambiamento d’epoca crescono questi fenomeni sociali, etici. Uno di loro sarebbe questo. Questa è l’opinione di alcuni sociologi.

La tua domanda è chiara: Cosa direi a un papà che vede suo figlio o sua figlia che ha quella tendenza? Direi: primo, di pregare. Preghi. Non condannare. Dialogare, capire e fare spazio al figlio e alla figlia. Fare spazio perché si esprima.

Poi in quale età s’esprime questa inquietudine del figlio? È importante. Una cosa è quando si manifesta da bambino. C’è tanto da fare con la psichiatria, per vedere come sono le cose. Una cosa è quando si manifesta dopo i 20 anni o cose del genere.

Ma io mai dirò che il silenzio è un rimedio. Ignorare un figlio o una figlia con tendenza omosessuale è mancanza di paternità o maternità. Tu sei mio figlio. Tu sei mia figlia, come sei. Io sono tua padre e tua madre: Parliamo.

Se voi, padre o madre, non ve la cavate chiedete aiuto. Ma sempre nel dialogo, sempre nel dialogo. Perché quel figlio e quella figlia hanno diritto a una famiglia. Non cacciarlo via dalla famiglia. Questa è una sfida seria ma che fa la paternità e della maternità».

Benché non direttamente toccata, la questione omosessualità è stata sottesa a una precedente domanda relativa all’arcivescovo titolare d’Ulpiana, Carlo Maria Viganò, e al suo memoriale di denuncia, pubblicato ieri su La Verità.

Nel lunghissimo j’accuse di cinque pagine l’ex nunzio apostolico negli Usa ha infatti chiesto le dimissioni di Bergoglio, accusandolo di essere da anni al corrente degli abusi sessuali nei riguardi di seminaristi maggiorenni e presbiteri da parte dell’arcivescovo emerito di Washington Theodore McCarrick (privato del cardinalato il 28 luglio scorso dallo stesso Papa Francesco benché il processo canonico a carico del presule sia ancora in corso). Abusi configuratisi nell’ottica di un «rapporto di autorità verso le loro vittime».

Sul memoriale Viganò, subito apparso alla stampa internazionale come destituito di attendibilità in più punti e un ennesimo attacco da parte della falange antibergogliana (di cui il presule d’origine varesina è uno degli esponenti di spicco – è stato tra i firmatari della Professione delle verità immutabili riguardo al matrimonio sacramentale contro l’Amoris Laetitia – anche per ragioni personali: basti pensare all’affaire Davis), Francesco ha così risposto: «Ho letto questa mattina  quel comunicato. Sinceramente devo dirvi questo: Non dirò una parola su questo.

Credo che il comunicato parli da solo. Leggetelo attentamente e quindi fate le vostre conclusioni: avete la capacità giornalistica per farlo. Quando sarà passato del tempo e avrete espresso il vostro parere, allora forse parlerò».

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L'Uefa ha assegnato l'#EqualGame inaugurale al calciatore della nazionale georgiana Guram K'ashia. Il premio – che verrà consegnato il 30 agosto a Montecarlo durante la cerimonia del sorteggio per la fase a gironi della Champions League – è «un riconoscimento a un calciatore che è stato un modello nella promozione di diversità, inclusione e accessibilità nel calcio europeo». K'ashia si è aggiudicato il premio per aver preso posizione pubblicamente nei confronti dell'uguaglianza.

Il 29 ottobre 2017 il 31enne difensore centrale, che all’epoca giocava nella Vitesse Arnhem, aveva indossato al braccio la fascia da capitano a tonalità arcobaleno nel corso della partita con la PSV Eindhoven. Un inequivocabile segno a sostegno delle persone Lgbti e parte della prosecuzione di una serie di iniziative organizzate in Olanda per il Coming Out Day.

Ma per questo gesto K’ashia era stato fortemente contestato in alcune zone della Georgia, dove i componenti del movimento di estrema destra Marcia Georgiana erano arrivati a manifestare a Tbilisi dinanzi alla sede della Federazione Calcio Georgiana per chiederne l’estromissione dalla nazionale.

K’ashia però non si è fatto intimidire e ha continuato a sottolineare il suo pieno sostegno a favore delle persone Lgbti.

«Sono onorato che la Uefa mi abbia scelto come vincitore del premio #EqualGame – ha dichiarato il calciatore, che attualmente gioca tra le file dei San Jose Earthquakes –. Credo nell'uguaglianza, indipendentemente da chi ami, chi credi o chi sei. Ringrazio il presidente della Uefa, Alexander Čeferin, per questo riconoscimento. Continuerò a difendere l'uguaglianza ovunque giocherò».

L'iniziativa per fare indossare ai capitani la fascia arcobaleno in Olanda è stata ideata dalla John Blankenstein Foundation, ovvero un'organizzazione dedicata alla memoria dell'ex arbitro olandese che ha come obiettivo l'accettazione delle persone Lgbti nel calcio, nella Federcalcio olandese (Knvb) e nel Consiglio dei Calciatori (Centrale Spelersraad, CSR).

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Il 24 luglio è nata a Piacenza la seconda figlia di Sara e Irene, due donne locali unite civilmente. La piccola è stata concepita in Spagna, dove le due donne hanno prestato, mesi fa, il loro consenso a una fecondazione con donatore anonimo.

Sara e Irene erano fiduciose che dopo il parto avrebbero ottenuto a Piacenza, come in tanti altri Comuni italiani, il riconoscimento di entrambe. Si sono perciò mosse in anticipo e hanno contattato sia i vertici politici dell’amministrazione sia gli Uffici comunali.

Quando però è nata la piccola non solo l’ufficiale di Stato civile si è rifiutato di ricevere il riconoscimento di entrambe le madri. Ma si è opposto a formare un atto di nascita attestante che la bambina è nata da fecondazione assistita.

A Sara, la madre biologica, è stato detto che, se avesse voluto essere giuridicamente riconosciuta, avrebbe dovuto dichiarare di aver avuto un rapporto sessuale con un uomo, garantendo altresì che questi non è parente né affine.

Essendo Sara unita civilmente, ciò significherebbe dichiarare una condotta extraconiugale in violazione dei doveri propri anche degli uniti civilmente. Significherebbe, soprattutto, dichiarare il falso e attestare in un atto pubblico che c’è un padre anche se non è indicato il nome di questo uomo. Come noto, per il diritto italiano l’uomo che ha determinato con la copula carnale una nascita è, volente o nolente, padre del nato.

Ma proprio le false dichiarazioni allo Stato civile costituiscono gravi reati se alterano lo stato del minore. Ma è parimenti reato non dichiarare l’avvenuta nascita di un nato. Senza dimenticare che in assenza di atto di nascita il nome e cognome sono attributi dal Comune e non dai genitori. Infine una segnalazione del Comune alla Procura dei minori potrebbe determinare l’avvio di indagini per minore abbandonato.

Per questi motivi, Sara ha allora deciso di cedere e dichiarare il falso: per il bene della bambina, per non lasciarla in una sorta di limbo identitario.

Ma oggi la donna si recherà alla stazione dei Carabinieri e si autodenuncerà per queste dichiarazioni non veritiere. Vuole che si faccia chiarezza se lei o qualcun altro si è macchiato di una responsabilità penale prevista non da una ma da ben quattro disposizioni del Codice penale italiano.

Poi, alle ore 16.30 presso il Circolo Chez Moi di Piacenza in Via Taverna, 14, presenterà in conferenza stampa l’azione di autodenuncia. All'incontro, che gode del sostegno di Famiglie Arcobaleno, Non una di meno Piacenza, Arcigay Piacenza, Agedo Milano e Agedo nazionale, Ass. radicale Certi diritti, Arci Piacenza, sarà presente anche Alexander Schuster, legale di Sara.

Contattato da Gaynews, l'avvocato trentino ha dichiarato: «In Italia le mamme lesbiche vivono non solo una situazione di terribile incertezza quanto il fatto stesso di essere madri: Lo sono? Lo saranno? Lo diventeranno mai? Dall’adozione in casi particolari al riconoscimento alla nascita ora negato ora concesso: tutto avviene in un vero e proprio limbo giuridico.

Ma non solo. Esse vivono nell’incertezza e sono costrette a compiere reati, quando dichiarano il falso per tutelare i loro figli e per evitare che questi restino nel limbo oscuro dello stato civile.

L’inizativa di Piacenza è un tentativo di denunciare dall’interno il sistema, le sue contraddizioni e le assurdità».

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Il pasticciere Jack Phillips torna a far parlare di sé per una causa simile a quella che lo ha visto vincitore, il 4 giugno scorso, davanti alla Corte Suprema degli Stati Uniti. Al centro della controversia, ancora una volta, un prodotto dolciario.

Se nel 2012 il propritario del Masterpiece Cakeshop (ubicato a Lakewood, sobborgo sudoccidentale di Denver) non aveva voluto realizzare la torta nuziale per Charlie Craig e Dave Mullins, la coppia di uomini che si sarebbero successivamente sposati nel Massachussets, nel giugno 2017 ha detto no a un’avvocata transgender.

Autumn Scardina aveva infatti telefonato in pasticceria chiedendo una torta rosa all'interno e blu all'esterno, simbolo della sua transizione da uomo a donna, per festeggiare sia il suo compleanno sia l'inizio del percorso. Risultato: un secco rifiuto da parte di Jack Phillips.

L’avvocata di Denver aveva sporto quindi denuncia all'Ufficio statale Diritti civili del Colorado, che lo scorso giugno ha stabilito l'effettiva discriminazione.

Per tutta risposta il pasticciere di Lakewood ha ora deciso d’intentare una causa federale per discriminazione religiosa contro lo Stato del Colorado.

Jack Phillips, che è un cristiano ultraconservatore, ritiene di essere il bersaglio dei gruppi Lgbti. In un’intervista a Colorado Public Radio News ha dichiarato: «La Bibbia dice che Dio creò maschio e femmina e che non possiamo sceglierlo né cambiarlo.

Non credo che il governo abbia il diritto di costringermi a fare una torta che promuova quel messaggio».

È quindi probabile che il nuovo caso finisca ancora una volta al vaglio della Corte Suprema. 

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In Armenia è stato avviato un procedimento giudiziario a carico di attivisti gay, accusati di aver aggredito e ferito agenti di polizia.

La colluttazione è avvenuta nella serata d’ieri a Erevan, presso una cui locale stazione di polizia era stato poco prima condotto un uomo per aver attaccato un gruppo di persone Lgbti nel centro della capitale.

In seguito all’arresto gli attivisti si sono recati presso la stazione di polizia nel tentativo di vendicare l'aggressione. A seguito dell’irruzione due poliziotti sono rimasti feriti e uno di loro è stato ricoverato in ospedale.

Se dovessero essere giudicati colpevoli, gli attivisti rischiano fino a cinque anni di prigione.

Nonostante i rapporti omosessuali siano stati depenalizzati nel 2003, in Armenia si registra una situazione di diffusa intolleranza e discriminazione verso le persone Lgbti.

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Originario di Lavagna (Ge), il fumettista 47enne Mauro Padovani vive in Belgio, dove cinque anni fa ha sposato Tom Freeman (59 anni), da tempo affetto dal morbo di Alzheimer.

Il 7 agosto i due coniugi sono stati assaliti e massacrati con una spranga di ferro da una coppia di vicini di casa, poco più che 20enni. Il pestaggio è avvenuto all’esterno della loro abitazione a Gand. Motivo scatenante della follia violenta la condizione omosessuale di Mauro e Tom, da anni vittime di atti vessatori da parte degli stessi assalitori.

Erano appena saliti in auto per raggiungere alcuni amici quando la coppia, che si era appostata tra due vetture, ha fatto irruzione.

Come raccontato da Mauro a più riprese, «mio marito ha aperto la portiera e gli ha detto: Cosa succede?Lei gli ha dato un pugno in faccia, lui gli ha dato una ginocchiata nella schiena, l'ha buttato per terra e gli ha fratturato due vertebre. Allora io sono uscito con quella cosa di metallo per bloccare il volante e gli ho detto: Andate via, per difendere mio marito.

Questo qua è giovane, io fisicamente non sono un combattente. Questo ragazzo è riuscito a prendere possesso di questo coso di metallo, non sono scappato, sono rimasto lì a prendermi tutte queste gran legnate, mi ha colpito una ventina di volte. E l'ultima è stata in testa: per un attimo ho perso conoscenza e dopo mi sono ripreso.

Ho aperto gli occhi e ho sentito mio marito che mi chiamava: Mauro, Mauro, Mauro, aiutami. Io ero lì e gli dicevo: Thomas, non riesco ad aiutarti, perché non riuscivo a muovermi. Di tutta questa cosa è stata la cosa più brutta: essere per terra e non poter aiutare mio marito che chiedeva aiuto».

Mauro ha riportato tagli e contusioni ovunque, mentre Tom si ritrova con due vertebre schiacciate.

Meno di un’ora fa lo stesso fumettista ha scritto su Facebook: «I giornali italiani hanno dato molta risonanza all'aggressione brutale di cui io e Tom Freeman siamo stati vittime. Io mi auguro che nessuna persona omosessuale debba più subire le angherie che abbiamo subito noi negli ultimi 4 anni».

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«È arrivata al Comune di Sesto San Giovanni la prima richiesta di trascrizione all'anagrafe per un bambino figlio di due madri donne. In merito vorrei comunicare che non ho la minima intenzione di accogliere la richiesta: semplicemente perché credo che un bambino, per crescere bene, non può prescindere dall'avere un padre e una madre».

Queste le parole diffuse nel pomeriggio da Roberto Di Stefano, sindaco forzista del Comune alle porte di Milano, in riferimento alla richiesta avanzata dalle mamme di Jay Leon, nato a Londra nel marzo 2014.

«La dicitura genitore 1 e genitore 2 – ha continuato il primo cittadino di Sesto – la trovo francamente inconcepibile. In difesa della famiglia naturale non accoglierò la richiesta delle due madri che è arrivata nel Comune che rappresento.

Lo ripeto in maniera chiara e inequivocabile: un bambino deve avere una mamma e un papà, non perché lo dice Di Stefano, ma perché così è la natura umana».

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L'episodio dello scontrino recante la dicitura No pecorino, Si frocio ha suscitato una giusta quanto corale indignazione e un'ondata di solidarietà nei riguardi dei due giovani, vittime d'un tale pubblico insulto.

All'allontanamento del cameriere colpevole dell'atto e alla pubblica, sia pur tardiva, richiesta di scuse da parte della dirigenza della Locanda Rigatoni, è seguito , tra  il 22 e il 23 luglio, un atto significativo da parte dello stesso ristorante romano. L'appello, cioè, «alla comunità Lgbti di costruire insieme un percorso per riaffermare i valori di tolleranza, rispetto e apertura». Appello che, accolto da Gaynews su incoraggiamento di Franco Grillini, leader storico del movimento Lgbti italiano, si è concretato, il 25 luglio, in un primo incontro in via Domenico Fontana tra dirigenza della Locanda Rigatoni e delegazione Lgbti

Dal lungo confronto si è giunti alla conclusione di lavorare determinatamente perchè simili episodi non avvengano più.

«Abbiamo accolto - dichiara Sebastiano Secci, presidente del Circolo Mario Mieli -, insieme col gruppo social In piazza per il Family Gay e Gaynet (presieduto da Franco Grillini) la richiesta dei responsabili della Locanda Rigatoni di incontrarci per individuare insieme gli strumenti necessari a evitare che questi episodi gravissimi si ripetano in futuro. Vogliamo, sia chiaro, che non c'è stata alcuna intenzione di ridimensionare l'accaduto da parte dei responsabili del ristorante che hanno ribadito più volte il loro rammarico e la loro determinazione a rimediare all'accaduto.

La nostra idea è che la repressione, ossia l'allontanamento del responsabile degli insulti, non può essere l'unico provvedimento ma debba accompagnarsi a politiche aziendali che formino il personale sulle tematiche della diversità per fare in modo che mai più nessuno debba subire episodi di questa gravità».

«Per questa ragione - continua Secci - abbiamo predisposto un percorso di formazione per il personale del locale. Il corso si svolgerà a partire da settembre e consisterà in quattro moduli in cui parleremo di comunità LGBT+ e Pride, politiche antidiscriminatorie e responsabilità sociale delle aziende, elementi di diritto antidiscriminatorio e, cosa fondamentale, chiederemo a vittime di omo-transfobia di condividere le proprie esperienze, perché crediamo sia fondamentale che tutti capiscano gli effetti concreti che queste violenze hanno sulla vita delle persone.

Ad affiancarci in questo percorso ci saranno i formatori, gli psicologi e i legali della nostra associazione che da 35 anni è impegnata nella contrasto a episodi odiosi di discriminazione».

«L'importanza di questi interventi formativi nella lotta all'omo-transfobia - conclude Secci - ci spinge inoltre ad aprire il corso a tutti gli esercenti che possano essere interessati per loro e per il proprio personale. Chiunque volesse partecipare può farne richiesta con una mail all'indirizzo This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.».

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Le parole sono pietre, come si è soliti dire, e, anche quando lanciate virtualmente sui social mediatico, possono far male ugualmente. Anzi, possono fare ancora più male, perché capaci di essere percepite da un pubblico più vasto.

Che si tratti di omofobia, di razzismo o di “semplice” rancore sociale, quella dell’odio on line sta diventando una piaga tale da intossicare le relazioni, le vite e perfino i rapporti istituzionali.

Ne sa qualcosa Francesco Spano, ex direttore dell’Unar, che mai avrebbe pensato, al momento in cui provò ad organizzare presso l’ufficio di Palazzo Chigi un focal point sull’hate speech, di diventare lui stesso uno dei bersagli più colpiti dalla violenza della rete.

L’episodio è ben noto al pubblico. A seguito di un servizio de Le Iene Spano fu accusato da alcuni media di aver dato fondi pubblici a una associazione Lgbti che –secondo il programma Mediaset - “favoriva la prostituzione omosessuale”.

Trascinato, suo malgrado, in quello che taluni hanno ritenuto essere un regolamento di conti tra associazioni, Spano decise di dimettersi, pur ribadendo costantemente la correttezza del proprio operato.

Correttezza confermata dalla Corte dei Conti, che ha ritenuto doveroso registrare il bando pubblico attenzionato (e di cui l’Unar era soltanto l’amministrazione procedente). Correttezza soprattutto confermata dalla totale assenza di qualunque responsabilità dell’allora direttore dell’Unar in tale questione ed emersa dalle inchieste avviate all’indomani del servizio, che di fatto hanno scagionato Spano da ogni illazione e accusa.

Ma tutto ciò non è bastato a rasserenare l’indignazione degli odiatori seriali che, dalla sera stessa della messa in onda del programma, hanno rovesciato contro Spano e la sua famiglia ogni sorta di insulto, probabilmente confidando nell’immunità garantita loro dalla rete. Forse pensando che il diritto sia sempre fermo e immutabile. Ma erroneamente.

Se ne sono accorti quelli che Spano ha deciso di querelare e che, in questi giorni, si sono visti notificare i decreti di rinvio a giudizio per diffamazione aggravata.

«Non è una soddisfazione – dichiara a Gaynews l’ex direttore dell’Unar – perché, ogni qual volta si debba ricorrere ai tribunali per riaffermare rispetto e civiltà, è sempre una sconfitta per tutti noi. Era però necessario farlo, per riaffermare il principio che le parole hanno un loro peso e che le persone, tutte le persone, hanno una loro dignità e una sensibilità, che lo Stato deve tutelare e proteggere sempre».

Da Trieste a Palermo, passando per Grosseto e per Roma, sono molte le Procure che, negli ultimi mesi, hanno aperto un nuovo corso, riscontrando nelle frasi incriminate la presunzione di un reato e consegnando i loro autori al giudizio di un tribunale penale.

«Le indagini sono state lunghe ed articolate – ci spiega l’avvocato Marco Carnabuci che assiste Spano –, perché sono le prime volte che si procede a una incriminazione dei presunti responsabili di un reato commesso tramite social network, superando gli ostacoli di identificazione posti in essere dalle disposizioni nazionali e straniere che disciplinano il funzionamento dei social».

Un passo innovativo, insomma, con cui la magistratura si avvia a colmare una lacuna pericolosa, in attesa che il legislatore faccia la sua parte. Un’occasione importante per ricordarci tutti il peso e la responsabilità del linguaggio e, soprattutto, che l’odio, anche quando espresso in modo virtuale, può far male concretamente.     

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