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  INTERVISTA A ENRICO DE SANCTIS, PSICOLOGO-PSICOTERAPEUTA
"L'omosessualità, parte integrante dell'individuo"
venerdì 11 settembre 2009 , di Enrico Oliari
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  Intervista a cura di Enrico Oliari



Dott. de Sanctis, la domanda più ovvia: gay si nasce o si diventa?



Ovvia sì, ma troppo spesso è l'esito del nostro modo di pensare per categorie che soddisfino criteri di coerenza nonché della necessità di difendersi da una pesante discriminazione contro l'omosessualità. È necessario cambiare la prospettiva con cui osserviamo le cose, anche se non è facile perché siamo abituati culturalmente a ragionare in modo dicotomico, pensando che esiste ciò che è giusto e sbagliato in assoluto. Forse siamo spaventati all'idea della complessità dell'essere umano che vorremmo semplificare e della diversità di ognuno di noi che vorremmo negare. Mi vengono in mente i teoremi di Gödel, un noto matematico del novecento, secondo i quali più cercheremo di essere coerenti e lineari più saremo paradossalmente contraddittori.

Davvero numerose ricerche e molti studi hanno indagato la popolazione omosessuale, tentando di spiegare se l'omosessualità abbia un'origine biologica o ambientale. Il rischio di questi studi è quello di parcellizzare l'essere umano, soprattutto se vengono utilizzati senza prudenza o, peggio, strumentalizzati. Nessuno, infatti, è mai arrivato a una conclusione certa. Ma forse questo non è un caso, forse questo ci dice che la prospettiva con cui dover guardare la vita è un'altra.

Eticamente sono convinto che qualsiasi ricercatore appassionato si trovi dinanzi a questo dilemma e magari riceva dei finanziamenti per studiarne una qualche risposta, abbia l'obbligo di indagare l'origine della sessualità – sempre che sia possibile –, e non dell'omosessualità. Bisogna altrimenti dubitare dell'onestà scientifica e intellettuale di queste ricerche, si potrebbe dire vendute al potere eterosessista: qual è il loro obiettivo? Una filia per la conoscenza o il bisogno di etichettare e giudicare? Spero che la risposta non sia così univoca, anche se l'amore per la conoscenza, solitamente, non riceve molti finanziamenti. Io sono molto severo su questo punto.

Fatta questa premessa, parlerò perciò di sessualità e non di omosessualità. Io credo che sostenere che la sessualità abbia un'origine innata sia un'opinione condivisibile, forse per alcuni un po' scontata. Io mi sono fatto l'idea, di fronte al fiorire delle più svariate ricerche ed interpretazioni nel campo della psicologia dello sviluppo, delle neuroscienze e della psicobiologia, di un'origine embrionale della sessualità, da alcuni autori chiamata protosessualità, come fosse un’attitudine che prende diverse direzioni e gusti durante la vita di un individuo, per via di un'infinità di variabili, che non sono né buone né cattive. Come dire: si nasce e si diventa individui sessuali.

Le prospettive aperte dalle neuroscienze sostengono, infatti, che non esiste una natura separata dal suo ambiente culturale, poiché il cervello è plastico e perfino il codice genetico si trasforma in relazione all'ambiente in cui si vive. Questo ragionamento può portarci ad affermare che è più comune essere omosessuali che eterosessuali, perché si ha un rapporto continuativo con il proprio corpo: si potrebbe dire, in soldoni, che nel cervello non potrà non formarsi un’esperienza omosessuale, che a me sembra universale e ovvia. È l'eterosessualità a essere dubbia e a presentare alcuni interrogativi. Dovremmo, infatti, chiederci: come si struttura l'eterosessualità, dato che l’individuo non ne ha un’esperienza diretta?

È possibile che a causa dell'enorme induzione sociale gli individui si approccino all'altro sesso e per questo comincino a farne esperienza. Gli eterosessuali, pertanto, debbono interrogarsi sulla loro dipendenza dalle norme della società: essi, cioè, sono così per conformità o anche per una soggettiva autenticità? Se non ci fosse il peso culturale a essere eterosessuali, dovremmo domandarci se ci sarebbe un numero tanto alto di individui con questo orientamento sessuale. Non si crederà per davvero che la cultura occidentale centrata sulla famiglia eterosessuale sia naturale? La definiamo cultura perché non è natura, occidentale perché non è universale.

Ad ogni modo, se l'eterosessualità di un individuo non si sviluppa solo per conformità, ma anche per un piacere personale, solo allora potremmo dire che non si differenzia dall'omosessualità. In quest'ultimo caso eterosessualità e omosessualità vanno solamente considerate come due orientamenti sessuali diversi, che segnano due poli estremi entro cui si trova una multiformità sessuale.

Un certo filone naïf, secondo cui un individuo diventerebbe omosessuale a causa del comportamento negativo di un certo tipo di genitori, mi fa sorridere, anche se al contempo mi allarma perché viene veicolata dai media e dai rotocalchi questa notizia con grande superficialità. Una simile metapsicologia, a mio modo di vedere, implica un riduzionismo speculativo e imbarazzante per un professionista serio e ispirato, voluto da chi tenta disperatamente di confinare l'omosessualità all'interno di una malattia. L’omosessualità, invece, non è una malattia.



Se le chiedessi: maschio e femmina, due sistemi biologici diversi o una separazione tradizionale e culturale, sarebbe lo stesso discorso che propone su natura e cultura?



Sì, mi chiederebbe: maschio e femmina si nasce o si diventa? In un certo qual modo è lo stesso discorso e anche in questo caso è importante interrogarci sul senso di questa domanda, che deriva soprattutto dalla necessità di dimostrare la superiorità dell’uomo sulla donna. Un buon numero di studi hanno rilevato che il maschio possiede aree cerebrali che denotano le sue maggiori abilità motorie e matematiche; la femmina, diversamente, è più abile verbalmente e nell'espressione emotiva. Potremmo a questo punto dire che uno è più intelligente dell'altro? Assolutamente no, anche in questo caso è semplicemente un discorso di diversità. Ma si nasce o si diventa così, la biologia è causa o effetto dell'ambiente, la natura è causa o effetto della cultura? Di nuovo, la mia ipotesi è che si nasce e si diventa così.

Non possiamo trascurare che "maschio" e "femmina" sono parole assegnate ai corpi di neonato – del tutto passivo e impotente –, introdotti così in un mondo culturale che attribuisce al maschio certe caratteristiche (la mascolinità), alla femmina altre (la femminilità). É il funzionario medico, nelle vesti di pubblico ufficiale, che attribuisce a un corpo un certo nome, da cui si pretende un certo sviluppo. C'è l'istituzione anagrafica che è deputata a confermare quel nome e così via. A me pare una costruzione sociale di cui non possiamo non tenere conto. Poiché il cervello è plastico, è convincente l'idea che a seguito di un'influenza squisitamente culturale si strutturino due cervelli ben distinti. La società tende a educare quel corpo a cui ha assegnato il sesso di maschio in modo mascolino e il sesso di femmina in modo femminile. In altri termini, il maschio ha il cromosoma "Y" che lo differenzia dalla femmina, ma successivamente è l'esperienza che fa del mondo a formarlo in un modo più che in un altro. Non nasce desideroso di giocare con le macchinine invece che con le bambole, perché così è inscritto nella sua biologia! Non ha senso, come dicono non pochi psichiatri, che gli venga data la macchinina perché è maschio. Tutto il discorso sull'identità di genere per me è una truffa. L'argomentazione epistemologicamente corretta su cui riflettere è: esistono solo due sessi?

Nello sviluppo del bambino è importante che si seguano le sue attitudini e che si insegni che non esiste una normalità, perché questa è solo il frutto di un giudizio su cosa è giusto o sbagliato secondo codici culturali che non hanno nulla a che vedere con l'autenticità dell'esistenza. Ad esempio, ha fatto mai caso a quello che l'adulto fa di solito quando un bambino porta a termine un'attività? Gli dice: “Bravo!” oppure “Qui hai sbagliato, si fa così!”, pronunciando cioè dei giudizi di valore. Si accorge mai l'adulto, lasciandosi andare al fascino dello stupore – cosa non semplice –, che nel fare quell’attività il bambino c'ha messo del suo, e gli viene mai in mente di chiedergli: “Ti piace?”.



Se non ho capito male, quello che sta proponendo è una rivoluzione del modo di pensare la vita. Può spiegarci meglio che cosa intende quando invita a chiederci se esistono solo due sessi?



Se prendiamo il sesso dell'intera popolazione mondiale, potremmo dire che ci sono due categorie distinte oppure c'è un'ampia variabilità delle forme corporee che viene negata? Ha mai notato quanti maschi hanno un seno non proprio piatto? Ecco, non si tratta materia adiposa, non si tratta di un pettorale muscoloso, ma delle ghiandole del seno che si sono sviluppate. Cosa fa la medicina? Definisce questo ingrandimento ghiandolare col termine ginecomastia, che in greco vuol dire "mammella femminile". Non ha senso, ce l'ha un maschio con il cromosoma "Y"!

Non potendo considerare la ginecomastia un disturbo vero e proprio, se non dal punto di vista estetico, si commette un errore molto significativo per la sua drammaticità. Chi pensa che l'essere umano sia maschio o femmina nega tutta l'ambiguità di corpi che non possono rispondere perfettamente a un ordine preciso, che certamente non ha deciso soltanto la natura, ma anche la cultura che ognuno di noi contribuisce a costruire. È questo che dobbiamo imparare a fare: rivoluzionare il pensiero e comprendere il nostro orientamento volto alla continua categorizzazione di qualcosa che, invece, presenta una ricchezza e una complessità irriducibile, tanto destabilizzante quanto affascinante.

Se venisse dato maggior respiro all'ambiguità del corpo dell'individuo, io credo che sia convincente pensare che la netta distinzione rilevata oggi nei vari studi scientifici, che separano nettamente il maschio dalla femmina, non si troverebbe più. E che dire della validità di quelle ricerche che tentano di rintracciare analogie tra il cervello del maschio omosessuale con quello della femmina eterosessuale e tra il cervello della femmina omosessuale con quello del maschio eterosessuale? Potremmo con buona pace dichiararla compromessa?



E a chi parla di assenza di riproduzione come segno che l'omosessualità è una malattia, cosa direbbe?



Chi sostiene l'assenza della riproduzione e per questo definisce l'omosessualità una malattia, in genere rifacendosi alle memorie darwiniane, tralascia un dettaglio fondamentale, e cioè che l'essere umano non è come tutti gli esseri viventi. Non lo dico io, ma noti antropologi del novecento quali Bolk o Gehlen giusto per nominarne alcuni: l'essere umano non è biologicamente programmato per stare in una Umwelt, in un ambiente predefinito. Provo a fare un esempio: un riccio di mare è programmato, per difendersi, ad aprire i suoi aculei sia quando avvista l'ombra di un pesce nemico sia quando avvista l'ombra di un'innocua barca. Non può né sa diventare in grado di distinguere le due situazioni. Per l'essere umano non è così, egli apprende dall'esperienza e se estendiamo questo discorso alla riproduzione mi pare legittimo dire che essa non è un gesto automatico, meccanico, programmato biologicamente come per altre specie viventi: l'essere umano non copula perché è programmato al mantenimento della specie umana. Non dimentichiamoci che l'amore è parte integrante dell'orientamento sessuale!

Per l'essere umano molto spesso si rileva che la riproduzione si collega alla necessità di negare la propria mortalità; inoltre, dobbiamo anche tener presente la pressione socio-politica che grava sulle coppie eterosessuali, che troppo spesso ignorano ingenuamente il fatto che il giusto numero di figli, per dirne una tra le più evidenti, assicura allo Stato la forza lavoro necessaria al mantenimento dell'economia. Possiamo chiederci se è soltanto un caso che la parola ri-produzione rimandi alla logica del produrre?



Ultimamente sono alla riscossa psichiatri e psicoterapeuti che affermano la possibilità di "curare" i gay dall'omosessualità, mentre l'American Psychological Association ha ribadito il contrario: cosa ci può dire in proposito?



Sono molto preoccupato e addolorato per quello che sta succedendo, per tanta ingiustizia e crudeltà, per un'ignoranza – e anche furbizia – così dilagante. Sento il pericolo di chi abusa del suo potere e assoggetta le persone, privandole della loro autonomia, del loro pensiero e della loro libertà. Sento il pericolo di chi si è lasciato completamente sottomettere e non vuole vedere o forse non ci riesce più. Ad ogni modo, lo ripeto: l’omosessualità non va curata perché non è una malattia.

Un omosessuale che va da uno psicoterapeuta e gli chiede di essere curato, molto probabilmente ha un problema di omofobia. Dal mio punto di vista, lo psicoterapeuta che accoglie la domanda, non favorisce il paziente, ma collude con la sua omofobia. Lo psicoterapeuta si dovrebbe, pertanto, interrogare sulla propria omofobia, considerando l'opportunità di tornare egli stesso in analisi. D'altronde siamo esseri umani anche noi che facciamo questo mestiere e quando arriviamo a commettere simili errori o lasciamo la professione o ci rivolgiamo a un analista per capire il senso del nostro operare, dato che non riusciamo più a comprendere l'altro.

Ci terrei a ricordare qual è l'obiettivo di una psicoterapia. É vero che ci sono diversi tipi di orientamento, fin troppi che sono soltanto protocollari ovvero teorie e tecniche tramandate da "chi sa" e apprese passivamente dall'allievo, durante la sua formazione, magari privo di spirito critico e di desiderio di ricerca. Senza entrare nel merito di questo discorso, che magari avremo occasione di discutere in un altro momento, parlerò per me: la psicoterapia ha come obiettivo più ambizioso il raggiungimento della libertà d'espressione del paziente, che diventa capace di ascoltare i propri bisogni e di inventarsi la sua vita, riconoscendo il suo essere inevitabilmente dipendente dal mondo assieme alla possibilità della sua libertà. Quale sia il contenuto della sua libertà non interessa allo psicoterapeuta. Quindi, io non so cosa sia giusto e sbagliato per un mio paziente, cosa sia meglio o peggio. Sarà soltanto lui, durante e dopo il nostro lavoro, a cogliere quale sia la sua strada e, spero, a vivere una vita più autentica.

Ed è lo stesso atteggiamento che gli adulti dovrebbero avere nei confronti dei bambini, oltre che nei loro stessi confronti evidentemente.



Spesso gli psicologi della corrente dei "guaritori dei gay", se così possiamo definirli, sono parte di gruppi confessionali: un professionista del settore è chiamato ad un approccio laico?



Un professionista del settore dev'essere in grado di riflettere sulle proprie credenze, che in un modo o nell'altro non può non avere, ed essere in grado di mettersi in discussione il più possibile. Per fare questo lavoro è indispensabile quello che dicevo prima: un eros ardente per la conoscenza e la vita, con tutti i rischi e la fatica che quest'amore comporta.

L'appartenenza a ideologie che istituiscono dogmi è rischiosa e non deve interferire nella propria professione. Non voglio citare l’articolo 4 del Codice deontologico degli Psicologi per sostenere questa evidenza – Codice che peraltro mi sembra ampiamente violato. Qualora avvenisse un’interferenza di questo tipo, non si sta facendo più il proprio lavoro, ma un'altra cosa: si sta cercando di influenzare la persona, negandole la libertà del suo pensiero. Una persona sta male proprio per questo, perché non riesce a esprimersi, a sentirsi libera.



A proposito del discorso relativo all'omofobia, in un Suo precedente intervento dichiara che è possibile intervenire sull'omofobia esterna/interna: cosa intende?



L'omofobia è un vissuto di paura verso l'omosessualità, che può essere particolarmente elevato e invalidante per un individuo omosessuale. Interessante la definizione di omofobia a fronte dei gravi e preoccupanti episodi di violenza contro gli omosessuali testimoniati dai fatti di cronaca sempre più frequenti: sembra suggerirci che la paura della (propria?) omosessualità sfoci in comportamenti aggressivi.

L'origine dell'omofobia è esterna, perché è la società che discrimina l'omosessualità. Un bambino, inizialmente, non può essere omofobo: provate a dire a un bambino, in modo il più possibile neutro – ed è questo il punto –, che uno di voi o un vostro amico è omosessuale. Il bambino non farà una piega, magari sarà curioso, per lui l'omosessualità sarà un fatto fenomenologicamente spontaneo. Se, invece, voi gli diceste che l'omosessualità è da disprezzare, il bambino la penserebbe allo stesso modo e vivrebbe una sensazione di repulsione, di disgusto, di disapprovazione: non è un suo vissuto però, è il vostro. Finché non sarà in grado di ridiscutere e riformulare soggettivamente questo giudizio – in questo senso è fondamentale la psicoterapia –, finché non sarà in grado di capire che siamo influenzati dal gruppo in cui viviamo, crederà ovvio condannare gli omosessuali, quindi anche se stesso come omosessuale. L'omofobia originariamente esterna è diventata interna.

La canzone di Povia "Luca era gay" è stata senza dubbio sopravvalutata, anche perchè lo stesso artista non può essere considerato un esperto di sessuologia. Tuttavia come vede l'impatto del suo brano sui giovani omosessuali che magari sono in un momento di ricerca della propria personalità?

Prima di argomentare la sua domanda, sono stato attratto dalla parola “artista”. Mi consenta soltanto un inciso: l’arte implica passione, ricerca, incertezza, dolore, l’arte non risolve, ma esplora e apre. Essa è l’amante dell’ignoto e chi ha il coraggio di farla sa cosa voglio dire, sa che è rivoluzione e sa a che prezzo la paga pur di raggiungere la bellezza della libertà. Con questo non voglio dire che Povia non sia un artista, anche perché non conosco il suo repertorio, ma semplicemente cogliere l’occasione per ricordare il senso e la grandezza di questa parola.

Tornando alla canzone, molti sostengono che sia stata una manovra pubblicitaria, mi pare andata a buon fine. Tuttavia, va detto che questo signore ha presentato il suo lavoro affrontandolo in un modo molto specifico e puntuale. La storia di Luca, più di ogni altra cosa, ci testimonia che l’omosessualità è il frutto di un manchevole sviluppo affettivo e che la coppia omosessuale è instabile e competitiva diversamente da quella eterosessuale. Anche se Luca fa tutto da solo, arriva proprio alle stesse conclusioni promosse da un’associazione americana cui fa capo un certo psicologo di cui non ricordo mai il nome, e con l’ingombrante ombra di Freud il gioco sembra fatto. Immagino siano soltanto coincidenze, anche se non capisco come mai chi dice che l’omosessualità è naturale, nel suo testo, mi pare resti nel più totale anonimato.

Devo bonariamente dire che invidio questo signore per il suo mondo di certezze, per l’inequivocabile linearità del suo pensiero, per il fatto che a una causa faccia corrispondere un effetto con una precisione da esprit de géométrie di Pascal! Sono costretto, tuttavia, a ricordare l’esprit de finesse, che Pascal stesso, siamo già nel seicento, affiancava all’esprit de géométrie e che considerava l’esperienza vibrante dell’intuito che non sente ragioni, come cercavo di dire prima con Gödel.

L’effetto di un simile brano su un giovane può essere dannoso in particolar modo per l’immagine che egli ha di sé. Anche se è soltanto canzonetta sanremese, nel piccolo contribuisce a mantenere viva la cultura dominante che discrimina l’omosessualità. Non è soltanto il giovane che ascolta, ma il genitore, l’insegnante, il vicino di casa, il compagno di classe, per non parlare di chi compie atti violenti contro gli omosessuali. Questo significa che il mondo in cui un omosessuale vive è pieno di pericoli e diventa sostanzialmente un esilio. È molto probabile, infatti, che si sviluppi nel giovane un’immagine di sé diffidente e sfiduciata, che diventa stabile anche a livello della struttura cerebrale, che può essere modificata soltanto in lunghi anni di lavoro psicoterapeutico.



Domanda secca: Unioni civili o matrimonio gay?



Matrimonio senza alcun dubbio, perché ognuno di noi ha gli stessi diritti di un altro ed è mostruoso che si continui a parlare negando un uguale riconoscimento.

Con la sua domanda, inoltre, mi invita a esaminare un’angolatura di questo discorso a cui tengo particolarmente. Come psicoterapeuta, infatti, sono invitato a rivoluzionare le norme familiari e della società in cui viviamo e a promuovere l'emancipazione da esse. Credo, pertanto, stimolante considerare anche un ulteriore punto di vista e cioè che essere riconosciuti da un capo non deve bastare. In un certo senso credo che gli omosessuali abbiano in mano una verità in modo più evidente degli eterosessuali: i primi sono considerati difformi dalla società, i secondi conformi. Ma nessuno dei due è riconosciuto nella propria autenticità, che va conquistata anche senza permessi e autorizzazioni. Gli omosessuali vogliono essere giustamente rispettati, ma allo stesso tempo mi auguro che vogliano mantenere integra la propria autenticità di persone, cosa che devono fare anche gli eterosessuali. Insomma sì al matrimonio, ma si prosegua nel tentativo di un cambiamento più radicale per combattere discriminazioni e intolleranze, cercando sempre la libertà, insieme.



Prima ha fatto cenno allo sviluppo affettivo del bambino. Cosa può dirci di un bambino che cresce con una coppia omosessuale?



Che il suo sviluppo affettivo è assolutamente identico a quello di un bambino che cresce con una coppia eterosessuale. Incontrerebbe solo una difficoltà differente rispetto al bambino che cresce con una coppia eterosessuale, se penso in particolar modo all'Italia: il peso dell'omofobia. Questo non vuol dire, evidentemente, chiudere il discorso filiazione per i gay, vuol dire invece che bisogna lavorare su tutto quello che ci siamo detti oggi.

Lo sviluppo affettivo di un bambino non si fonda su differenze di tipo sessuale degli adulti. Spesso si sente dire che c'è bisogno di un padre e di una madre ovvero di un maschio e di una femmina. Abbiamo visto che questa differenza è formale e non sostanziale: ognuno di noi è sia maschio che femmina, anzi è anche qualcosa in più. Ognuno di noi ha in sé tutte le caratteristiche – o comunque ne ha la potenzialità, se non sono state sviluppate – che vengono culturalmente attribuite a un maschio o a una femmina.

Lo sviluppo affettivo – come sostengono la stragrande maggioranza degli psicoanalisti dal novecento ad oggi, a partire da Sullivan, da Fairbairn, da Winnicott, per citare alcuni pionieri, fino ad arrivare a Stern e a tantissimi altri –, si fonda sull’autenticità della relazione tra l’adulto e il bambino, sullo scambio e sulla corrispondenza emotiva. Il bambino deve imparare ad avere a che fare visceralmente con le proprie emozioni e deve riuscire a gestire ad esempio la paura, la rabbia, la frustrazione della separazione; deve essere favorito nel suo potenziale esplorativo, in modo tale che sia il più possibile creativo ed espressivo, riuscendo a costruire in libertà il suo legame con il mondo.



Enrico de Sanctis

psicologo-psicoterapeuta

e-mail: enrico_desanctis@fastwebnet.it

sito internet: www.enricodesanctis.it



11 set 09



 
 
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Franco Grillini
 

GAYNEWS

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